il coraggio del diavolo
italian
Noi uomini possiamo riferirci a Dio conservandoci uomini, mentre lui non può riferirsi a noi restando Dio, cosa che Gesù Cristo ha capito benissimo. Come può Fichte dire che Dio è l’Io assoluto? La parola “io” è incompatibile con Dio, poiché significa soggettività, dipendenza. L’io appartiene in proprio a noi che dobbiamo trovare la nostra collocazione, che, soggetti ai sensi e istruiti dai sensi stessi sulla nostra insufficienza, cerchiamo, con ogni espressione di vita, col nostro stesso respiro, un contatto, un oggetto d’integrazione fuori di noi; proprio perché abbiamo bisogno di confermarci ogni istante, siamo spinti a tentare i più arditi rapporti con l’esteriorità che ci limita e che ci definisce. Noi soli, creature del mutamento, creiamo a nostra volta l’essere che non subisce variazioni, che non è condizionato dalle circostanze, colui che non può sfuggire alla nostra vigilanza, l’assoluto, Dio. Solo noi, perché siamo incapaci di concepire alcunché senza porre una relazione, siamo costretti a riferirci a Dio, per fermarci a riposare. Ma lui, dopo tanta fatica nostra per affermarlo, perché mai dovrebbe entrare in lizza? Allora siamo da capo: se anche lui ha i suoi rapporti con noi, non ci interessa più come assoluto. Infatti il non-io di Fichte si confuta da sé, si condanna da sé: se Dio deve negarsi per affermare il mondo, a chi ricorriamo che ci garantisca una buona volta dalla negazione? Almeno l’Insearsi della Cosa di Hegel ci dà responsabilità concrete: sistemando l’assoluto nell’al di qua, Hegel ci diffida dall’evadere fuori dalla vita dell’umanità. Insomma ci rimette nella nostra pelle. Tra parentesi, tanto valeva restarci prima. Però, con un po’ di longanimità, dopo che gli abbiamo dato l’oggettività pura, a Dio, lasciamogliela! Perché riprendercela con i cavilli? Se la tenga!
Finora soltanto Gesù Cristo ha capito l’incompatibilità tra Dio e l’uomo, solo lui è stato capace d’accettare in pieno l’assenza di Dio: infatti si è addossato l’intera responsabilità dell’assenza di Dio: si è caricato di tutto il dolore possibile all’uomo e con questo dolore ha crocifisso Dio.
Cristo ha compreso che l’incomunicabilità di Dio poteva essere compensata solo dall’amore e non dal pensiero intellettuale che osserva dal di fuori e sopravvive alla morte del singolo. Ha offerto a ogni individuo la possibilità di integrarsi completamente, personalmente, senza doversi abbarbicare alla storia gettando ancore alle generazioni future, senza la fatica di Sisifo di costruire come le formiche corridoi intercomunicanti tra i secoli. Ha preso l’uomo nella sua semplice esistenza mortale e gli ha messo Dio tra le mani: se lo vuoi, l’assoluto è tuo, dentro di te. Non sciupare la tua energia a mettere radici nel passato e nell’avvenire così da restare senza forza prima di aver potuto sbocciare e fiorire, metti tutto in te, nello spazio e nel tempo a tua disposizione. Detto questo, lo ha fatto: attuando il bisogno di relazione degli esseri sensibili in una partecipazione senza incrinature, potenziando la sua soggettività individuale al punto da farle abbracciare l’intera molteplicità, ha ucciso Dio per darlo all’uomo.
Non ha annullato l’infinita distanza di Dio: ogni individuo può servirsi di Dio come di una leva per sollevare il mondo finché, quando muore, Dio rimbalza su e il mondo rotola al suo posto.
Bisognerebbe che qualcuno avesse il coraggio di lasciarlo fuori, ma senza ricuperarlo con la moralità, come Kant, o con la fede, senza lusinghe, senza speranza. Occorre rinunciare a razionalizzarlo, facendone un principio o causa, rinunciare a dinamicizzarlo, affidandogli la creazione: Dio non è l’aio del mondo, l’antenato fondatore, questo è un concetto sensibile, è la traduzione in termini di relazione dello stupore umano davanti all’universo; occorre rinunciare a personalizzarlo, attribuendogli traboccamenti sensibili come la bontà, la carità, la pietà, l’amore, la grazia, eccetera, equilibrismi come la giustizia; rinunciare a matematicizzarlo inserendolo nella scala delle grandezze come unità di misura. Tutt’al più come zero assoluto.
Ahi! attenzione a non lasciarmi trascinare dal piacere della parola, dall’incapacità umana di non definire.
Occorre disimpigliare Dio dalla rete del pensiero. Riscattatolo dal possesso dell’uomo, occorre togliere a quest’ultimo la mentalità del naufrago, cioè liberarlo a sua volta dal mal di mare, dal freddo, dalla fame, dall’insicurezza.
Concludendo: niente Dio ad uso umano, ma anche niente Dio a uso divino; inutile trascinare l’uomo alla deriva nel Nirvana, come pretendono i Buddisti. Neppure l’indifferenza degli stoici che è come dire: poiché Dio se ne frega, freghiamocene anche noi.
Nessun complesso d’inferiorità e nessuna imitazione. D’altra parte non si può ignorare Dio né tacere di lui, perché non si fa che plagiare la sua estraneità. Noi lo avvertiamo come punto d’arresto. Dunque… Certo non c’è felicità maggiore di quella di… esiliarlo.
Occorre capovolgere il metodo legale di lotta contro il male: iniziare la cacciata del fantasma del male dall’interno della soggettività umana, non cercare di arginarlo dal di fuori, con provvedimenti materiali, ma di negarlo dal di dentro. È semplicissimo: se chi subisce il male che è di solito quello che lo denuncia, invece non lo prende in considerazione né si lascia intaccare e determinare da esso, in breve se il male non ha presa su chi lo subisce, muore da sé, scompare, rivelando la sua natura fantastica.
Anche il male, per esistere, deve essere rapporto, cioè per ottenerlo, occorre essere in due: chi lo fa e chi lo accoglie. Per non accoglierlo, c’è un procedimento preciso: quello di non porlo come male. Amando il Diavolo, non per un proprio fine, ma al di fuori; rispettando la sua forza e assimilandola, non per il proprio io, ma, a differenza di lui, in favore dell’armonia del mondo.
Finché non nasce qualcuno che ha lo stesso coraggio del Diavolo nel ricomporre ciò che egli ha diviso, che, con la stessa interezza con la quale lui ha voluto essere Dio, rifiuta di essere Dio e vuole essere integralmente uomo, con la stessa generosità è pronto a dare tutto per un istante (esiste forse una più alta glorificazione della vita in sé di quella compiuta da Lucifero rinunciando alla pace eterna per un attimo di esperienza personale? Esiste una maggiore prova dell’individualità dello spirito?), finché non nasce costui, il mondo è destinato a impazzire, sballottato dall’antinomia del bene e del male, rimbalzato tra l’uno e l’altro come una palla.
Non c’è reale opposizione tra Dio e il Diavolo, ma solo un malinteso che va chiarito. Data la possibilità del non-essere che è la libertà di coscienza, basta che l’infima delle creature sia esclusa, perché non sussista l’armonia. Senza il Diavolo, l’armonia del cosiddetto creato sarebbe di subordinazione naturale, di ordinamento materiale, non di relazione.
Finché l’uomo ha conservato il pregiudizio dell’Inferno e della dannazione, finché potrà concepire un mondo ultraterreno eternamente diviso, in cui gli individui sono fissati in una statica assenza di rapporti, i conti non possono tornare. Come possono essere beati i buoni del Paradiso, a meno di essere anime abiette, sapendo che altri fratelli sono dannati? Allora, se fosse così – che non è –, sarebbe meglio il Diavolo che ha pagato per primo per tutti gli uomini, mentre Dio comunque non rischiava niente.
Se l’inferno esiste, si deve scegliere l’inferno: fare il bene, non commettere una colpa e poi, alla propria ora, innocente, pretendere d’andare all’inferno, nel più profondo, sotto i più efferati peccatori, accanto al Diavolo, e di laggiù provare che il male esiste solo nella giustizia divina. Quel Dio non mi può tentare. Lui deve scegliere le leggi della vita senza piegarsi a considerazioni sensibili. Io, essere umano, devo sentire l’uomo fino all’ultimo errore possibile. A Dio spetta: “tutto per nessuno”, al Diavolo “tutto per ognuno”, a me “ognuno per TUTTI”.
I rapporti di Dio col Diavolo, secondo certo pensiero umano, sono vergognosamente polemici, dietro l’apparente signorilità e correttezza.
Metà degli uomini deve la loro salvezza al sacrificio di Lucifero, e, con ingratitudine degna di Dio, lo rinnega.
Dio sapeva così bene quale inferiorità gli derivasse dalla sua inamovibilità che ha finito col doversi incarnare e farsi ammazzare per cercare di controbilanciare l’eroismo del Diavolo nella caduta.
Il Diavolo non subordinò l’attimo a quello che c’era prima né a quello che poteva esserci dopo, effettivamente si estromise dalla relazione (oh, terrore dell’intuizione che mi balena innanzi: il Diavolo come esigenza d’assoluto e Dio come senso della relazione!). Ora se qualcuno affrontasse l’attimo con la stessa abnegazione del Diavolo ma esclusivamente in relazione con il tutto, cioè trasferisse nell’equilibrio divino la vitalità originale del Diavolo, toccherebbe la perfezione umana. L’armonia col mondo non sarebbe un regresso a ere prediaboliche, un cancellamento del Diavolo, ma una fecondazione morale dell’armonia naturale, cioè una dedizione assoluta alla relazione.
L’armonia di prima era contemplativa: tutto per nessuno significa anche ognuno per sé soltanto, come le monadi di Leibniz il cui rapporto reciproco è riflesso e interiore senza comunicazione. Ciò spiega come gli angeli potessero far precipitare nell’abisso i ribelli senza che la loro beatitudine venisse turbata. Chiunque con un po’ di temperamento o, per dirla col diavolo, animato di speranza e di bisogno di comunicazione, avrebbe voluto creare un legame più intimo tra il tutto e l’ognuno. È evidente che il Diavolo non poteva assolutamente professare “l’ognuno per tutti” perché non l’avrebbero creduto. Stavano tanto bene così, che una simile proposta sarebbe non solo apparsa ma stata superflua, e una modificazione poteva avverarsi soltanto nel senso tracciato dal Diavolo; dal punto di vista storico egli poteva soltanto ribellarsi.
Io lo capisco: è mio parente e maestro; anch’io vivo in equilibrio con i miei simili, ma non mi basta. Soltanto ho nella coscienza l’esperienza del diavolo, e gliene sono grata, perché senza di lui non sarei mai giunta all’“ognuno per tutti”. Se da parte di Dio la condanna del Diavolo non è, come credo, che il più grande omaggio alla sua libertà, da parte degli uomini deriva da superficialità e viltà.
Possibile che gli esseri umani non sentano la potenza meravigliosa di quell’essere che ha saputo essere libero niente di meno che da Dio? Lo tacciano d’invidia e di gelosia e di altre basse tendenze inammissibili in un essere angelico, non solo perché il male non esiste, ma perché allora la natura sarebbe stata un po’ troppo difettosa dall’origine! La spiegazione, manco a dirlo, è ancora una volta così semplice che non viene in mente e sembra quasi incredibile: il Diavolo era lo spirito più libero dell’Empireo, il genio di esso, colui che ragionava con la propria testa, la cui sintesi del giudizio era totalmente originale e che quindi (cosa c’è di più normale?) voleva essere Dio a suo modo. Non usurpando il posto dell’altro, cioè non spodestandolo per sostituirlo nella Sua Legge, ma attuando la propria legge diversa. Chi non ha desiderato essere Dio? Che diamine! È tanto naturale! E non il Dio che già c’è, ma se stesso-Dio. E allora? A che scandalizzarsi? Le anime singole e mortali arretrano prima o poi: il Diavolo l’ha fatto. C’è una differenza? Se c’è, è indubbiamente a favore del Diavolo.
Quante volte, prima, ho pensato che, se fossi stata Dio, avrei fatto il mondo diversamente. Ma da quando ho capito il Diavolo, mi sembra che invece meglio di così non lo si poteva assolutamente fare. Non c’è nessun lapsus in Dio, ma soltanto negli uomini, sono gli uomini che hanno capito male, e io per prima sono stata ingiusta con Dio, falsificandolo, immischiandolo in provvedimenti e faccende che non lo riguardano, osando ledere la sua limpida estraneità.
Il Diavolo lo ha chiamato il Tentatore: non gli è mai stato dato un appellativo più puro, più caldo, più amorevole di quello.
Gli uomini sono così sciocchi che danno quel nome all’esecrato Diavolo, alla più lucida e sincera coscienza dell’universo. Sono veramente gli uomini ad avere inventato il male per ignoranza. Cioè non sapendo come andarono le cose e non avendole capite, hanno giudicato con ignoranza.
La prova che ho ragione me l’ha data Cristo, prima perdonando tutto fuorché i mercanti nel tempio, coloro che commerciano nella casa di Dio, i calcolatori del bene e del male (che simbolo significativo!) e poi perdonando anche questi perché “non sanno quello che fanno”.
Dunque è chiaro che il male non esiste e l’apparenza del male è data dall’ignoranza, è una nebbia dell’anima finché non si leva il sole della coscienza.
L’unico torto di Cristo è di essere stato Uomo-Dio (chi è che non rilevi l’affinità col Diavolo?) e non soltanto esclusivamente uomo. Ma mentre il Diavolo voleva affermare se stesso, Cristo voleva affermare Dio (cioè ancora se stesso), senza contare che il Diavolo era pronto a trattare con Cristo, cioè con Dio: il Diavolo rinunciava ad affermare se stesso purché Cristo affermasse la sua legge invece dell’altra di Dio. Non era divina quest’abnegazione del Diavolo pur di vedere compiuta la sua personale sintesi del mondo? Quale artista non è parente del Diavolo? Cristo aveva subito tutto il dolore del mondo ma aveva accettato le grida e lo stridor di denti, anzi sulla distinta affermazione dell’esistenza del bene e del male aveva fondato la sua predicazione.
Aveva dimostrato che il male è interiore, è eccessivo problema di sé, ma non era giunto a dimostrare che era un fantasma, cioè che non esisteva. Se ne era caricato per esaurirlo in sé senza ritrasmetterlo, scontandolo fino alla Crocifissione, ma non lo aveva negato esplicitamente, benché avesse ripetuto che loro non capivano.
Non aveva illuminato gli uomini sul Diavolo. Aveva accettato la sua lezione di ardimento, ma non gli aveva reso giustizia.
In realtà non c’è nessuna condanna del Diavolo da parte di Dio: in Dio quello che gli uomini con arbitraria interpretazione chiamano la dannazione di Lucifero non è che il riconoscimento supremo della sua libertà di coscienza. Il Diavolo se n’è andato fuori. Dio non c’entra.
Sono gli uomini che, incapaci di inserirsi umanamente nella vicenda, per pigrizia, si attaccano all’immagine dell’Empireo dove loro non c’entrano affatto, invece di concepire la loro umana armonia che comincia dopo e non può non tener conto dei precedenti, della sopravvenuta rivolta del Diavolo, perché il tener conto di lui costa troppa fatica, e, con la solita viltà dei pigri, per non avere brighe o questioni aperte con lui, dicono che lo condannano in nome di Dio!!
In questo consiste il male sulla terra: nella diffidenza dell’uomo verso il Diavolo. E di nuovo la spiegazione ancora una volta è così semplice che non è venuta in mente a nessuno.
Loro parteggiano per Dio non perché minimamente conoscano o intuiscano la Sua verità, ma perché Dio è comunque garantito. Vedono l’atto di Lucifero come una rivolta e una sconfitta, mentre in realtà è un’affermazione di libertà riconosciuta da Dio, dove non c’è né vittoria né sconfitta da una parte o dall’altra, ma VITA.
Non è che ora, dopo aver riabilitato Dio (oh bassa terminologia umana!) io voglia rifarmi riversando sugli uomini la mia disistima! Il mio scopo sono gli uomini, non l’umanità, ma gli individui uno per uno, come il Diavolo, e non voglio cadere verso di loro nell’errore nel quale loro cadono verso il Diavolo, e nel quale un tempo sono caduta verso Dio: di trovare a tutti i costi un capro espiatorio.
Voglio dire solo che, con la loro erronea condanna del Diavolo, gli uomini si precludono non solo ogni possibilità, ma ogni soluzione umana. Infatti respingono il Diavolo per difetto di umanità verso di lui, e per paura di Dio, facendo la più grave offesa possibile a Dio che per fortuna non s’offende, e dimostrando di non aver capito niente, neppure dell’incarnazione in Cristo che era un monito divino a favore del grande Calunniato, in quanto confermò che Dio si paga.
Certo io sono stata una formica nell’aver osato fare i conti in tasca a Dio e ho mancato al massimo di umanità.
Serbare rancore a Dio significa non accettare il Diavolo.
Odiare il Diavolo significa non conoscere Dio.
Sghignazzano.
Eppure sono nata per questo.
Ti passerà.
Bassano del Grappa, dicembre 1943
P.S. del gennaio ’59: l’8 febbraio 1944 andai a Verona, presso l’ufficio dell’organizzazione TODT, ad arruolarmi come operaia in una fabbrica tedesca, per scoprire la verità sui lager nazisti dicevo. Ma, secondo me, in segreto avevo una tale paura di questa mia “eroica” decisione che, nei mesi prima di partire, tentai di rassicurarmi col… “coraggio del diavolo”.
E conobbi il “male” che negavo.
Nella prima confusione della vita nel Freiarbeitslager (lager dei lavoratori volontari) e del lavoro nell’I.G.E. Farben Industrie (complesso di fabbriche chimiche) di Frankfurt-Höchst, assieme ai KG (prigionieri di guerra) italiani e francesi e ai deportati col triangolo P (polacchi) e OST (sovietici) sul braccio, mi sembrò che il diavolo fosse un quid totalmente senza meta, perduto nell’attimo, simbolo della limitazione privo d’orizzonti. A poco a poco capii che l’essere (il dasein) è concordanza in cui lo spirito è l’amore e la materia la forma; che le singolarità esistono soltanto come relazione. Fuori della relazione non c’è nulla. Ne risulta chiaramente che il male non è un concetto metafisico, ma temporale, come squilibrio di relazione, cioè eccesso di soggettività nell’uomo, senza rispetto dell’Altro; il male è rifiuto dell’Altro, fino a volerlo annientare.
In seguito, a Dachau e dopo come evasa, percepii che il male, più che simbolo della limitazione, è proprio completa assenza di senso del limite, diabolica presunzione di superiorità, in termini evangelici “superbia”.
Adesso, dopo quindici anni da quel testo sul “coraggio del diavolo”, l’ho riletto come la ricerca d’un significato dell’esistenza da parte d’una ragazza che, disperata dalle violenze della guerra in mezzo ai martellamenti nazifascisti, non accetta l’insensatezza che la circonda. Lo conservo come piccolo documento privato d’un duro momento storico.