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Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

il lago sembrava un mare

italian

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In agosto, quando abbiamo fatto Roma-Calabria in una tirata, a Belvedere Marino lui m’ha finalmente ceduto il volante e s’è addormentato. Allora ho preso a guidare piano nella notte fonda, lungo le curve della litoranea deserta, respirando l’odore di pelle fresca dell’aria.
Ogni tanto, nelle svolte, mi sbucano in faccia enormi fiori, come chiazze rosso sangue nel riflesso dei fari, o macchie chiare che scivolandomi accanto si gonfiano e sfumano i colori, palloni gialli, malva, rosee teste di neonati.
Mi piace guidare mentre lui riposa, specie la notte quando penetro sola in luoghi sconosciuti, dove la strada mi spunta sotto gli occhi spianata dal semicerchio degli anabbaglianti, in un invisibile rumoreggiare d’acque. Mi sembra poi, appena si sveglia, di riconsegnargli un paesaggio inventato da me. Domattina è impegnato sin dalle sette, mentre io sono libera e dormirò, poi mi sdraierò sulla spiaggia al sole, nuoterò al largo. Un giorno ci sposeremo, avremo figli. Bisogna pensarci bene, rifletterci con serietà.
Quando ci siamo conosciuti, forse perché allora era impossibile o perché era l’inizio, avevamo una fretta, e lui più di me, io ero come stordita, lui aveva voluto parlare di corsa coi miei genitori, questione di lealtà, responsabilità diceva, era stato tutto un allarme e un parlamentare in casa mia e in casa sua, un viavai, sembrava non potessimo perdere un minuto del nostro amore e dovessimo metter su famiglia all’istante. Ma dopo sono cominciati a saltar fuori i nostri difetti; curioso che s’accorgesse della nostra immaturità quando non c’erano più ostacoli esterni, che io fossi diventata di colpo borghese, domenicale, possessiva. Si litigava sempre, e con una puntigliosità, ore e ore a controbatterci ogni parola, con inflessioni ironiche. Non studiavamo più, m’aggrappavo, mi dibattevo. Oggi sorrido, anzi sorridiamo insieme: «Che dici?» mi fa lui, «Non vogliamo imbastire una bella lite sostanziosa come un tempo?» e mi passa il braccio intorno alle spalle. Ma in quel periodo! Ricordo che in una gita universitaria eravamo andati a Paestum. A vedere le colonne doriche così solide sulla terra e alte contro il cielo (che fiducia c’era voluta per concepire una forma come quella), e pensando che avevo ancora tutta una vita da vivere, m’era venuto uno sfinimento, stavo lì in basso, friabile, coi miei sentimenti inadeguati, indegni di durare. Non m’importava più. Andai via da Roma, in casa di mia nonna a Ravenna. Ci lasciammo. Restai lontano un anno.
Ogni piccolezza m’era motivo di stringimento. Camminavo sul lido, i piedi nudi nel bagnasciuga, guardavo a lungo i bambini che costruivano castelli di sabbia; su un vecchio giornale avevo letto d’una giovane e bellissima miliardaria in crociera sul suo yacht che, sporgendosi per riacchiappare il foulard portatole via dal vento, era caduta in acqua e annegata; fissavo il mare con l’immagine di quel foulard negli occhi. Un giorno all’una, la radio annunciò che il presidente degli Stati Uniti, operato alla cistifellea, aveva ricevuto all’ospedale la visita del vicepresidente degli Stati Uniti che gli aveva portato in regalo due pigiami. In breve, vissi così alcuni mesi.
Stavo sulla Luna con molta gente; ci muovevamo leggeri, senza gravità, e su noi, nel cielo nero, risplendeva la Terra: si distinguevano gli oceani, i continenti, le accecanti calotte polari. La Terra scendeva su noi crescendo e ho riconosciuto città, monti e foreste così consistenti da poterli tastare e, d’un tratto, mentre essa s’allontanava volgendosi entro i suoi veli azzurri, m’è venuto un sospetto raccapricciante: che non fosse la mancanza di gravità a renderci così leggeri. Scruto nel buio della Luna: i miei compagni sono imprecisi, parvenze. Ero morta. Riguardo la terra perduta, stava nuovamente chinandosi su noi, non posso esprimere il male d’amare troppo tardi, m’afferra così che mi sveglio coi capelli rizzati.
Da allora io vivo in questa terra perduta.
Sono tornata a Roma, l’ho cercato, anche lui era dimagrito, abbiamo ripreso a incontrarci, con cautela, a piccoli sorsi, come convalescenti, era tutto un grazie, prego, scusami se disturbo, ma no grazie a te.
In agosto abbiamo sostato a Paestum per mangiare (male e caro) e siamo andati al tempio, abbiamo riso tutt’e due nel rammentare la prima gita, ma era per darci un contegno: ora sembrava un pellegrinaggio, stavamo in silenzio, lui ha carezzato sovrappensiero la pietra granulosa, era il primo meriggio, quella colonna era la mia totalità d’amore perduta (forse anche la sua), le onde s’adagiavano giù sulla stretta striscia di rena con uno sciacquio attutito, una grande calma intorno, quasi una pace.
Certo che ci vediamo, qualche volta viene a prendermi in farmacia la sera, quando non è di guardia all’ospedale, o quando non abbiamo voglia di studiare, lui per le pubblicazioni e io per il concorso, quando non abbiamo troppo sonno, quando non ci trattengono altri impegni. Andiamo al cinema, oppure facciamo una corsa sino al mare (ci piace il faro di Fiumicino). Ma non c’è molto tempo, ci alziamo presto la mattina e stiamo tutto il giorno in piedi, lui al capezzale dei letti, io dietro il banco. Non m’ero messa un tempo a preparare il corredo? Che idea, lenzuola, federe, mi ci commovevo.
Il giorno libero ci sono le compere, le file agli uffici per tante pratiche, patente, passaporto, tasse, certificati, vidimare questo, corredare quest’altro, e poi la casa. Sì, mia madre ha una domestica grassa che mi viene dietro ogni passo; apro la credenza di cucina e lei, le mani sui fianchi: «Guardi, guardi pure, non m’offendo mica»; riordino la biancheria in un cassetto: «Faccia con comodo» mi consente, «a me piace il controllo». Insomma non sono padrona di girare liberamente in casa mia. Allora in bagno, mentre mi spazzolo i denti, davanti allo specchio, m’interrompo e penso: la prossima volta che mi pedina, le dirò: “Grazie del permesso!”. No, non così pizzuta, sembra un dramma; più lieve, giro il viso di tre quarti e in tralice sussurro: “Grazie del permesso!”. Ecco in che monologhi interiori mi sorprendo ogni tanto, i più frequenti sono con la domestica (l’aiuto io perché mamma sta male). I miei genitori sono separati, mio padre s’è formato un’altra famiglia, con figli. (Anche lui ha genitori separati, e la sorella è toccata al padre). Poi ho lasciato perdere sulla faccenda delle mie presunte ispezioni in cucina, mi segua pure passo passo. È una donnona sola, cinquantenne, che dichiara di non saper né leggere né scrivere con una sorta di trionfo civettuolo e soggiunge con rivalsa: «Sono anche sorda». Lei si difende così, perché per sua fortuna ci sente bene (quando vuole) e sillaba di nascosto. L’altra sera m’arriva in camera affannata, le s’era otturato il lavandino. «Vada nell’altro bagno» le dico rassicurante, «domani chiamerò l’idraulico». Niente da fare: dalle dieci all’una di notte è stata a trafficare intorno al lavabo. «Vada a letto» le gridavo io. Era come se incitassi. Sentivo schioccare di continuo la ventosa di gomma dello stura-lavandino e lei che gemeva: «Oh Dio mio, oh Dio mio». Con una fitta al cuore (che un lavandino otturato possa rappresentare per un essere umano un’occasione di vita, una compagnia), sono corsa ad abbracciarla e accompagnarla in camera sua, mentre lacrimando mi scandiva: «E non si stu-ra, non c’è ver-so».
Ieri mi telefona e se n’esce con una proposta insolita: «Hai visto che gior - nata?».
«Ma tu non devi dormire?» (è di guardia).
«Domani. Adesso si va ad Anguillara».
È passato a prendermi. Ad Anguillara, nei pressi di Bracciano, c’è il nostro lago. È lì che siamo andati la prima volta che siamo usciti insieme, d’inverno come ora. Non so che scorciatoia inforcò, all’improvviso ci apparve dinanzi la distesa d’un metallo fuso strano, increspato sotto un cielo basso fluttuante opaco. Sentimmo d’inoltrarci in un mondo sconosciuto dentro e fuori di noi.
Adesso ho sempre questa sensazione di vivere in un altro pianeta, ogni attimo è l’esplorazione d’un volto, un gesto, una foglia, di questi sentimenti perduti sulla crosta della terra sospesa nella notte del cielo. Certe volte lo guardo, carezzandogli la guancia, gli sono grata di questa sua palpabilità.
Al nostro “amore” sono riservate le ferie. Si parte all’avventura. A Capodanno siamo andati in Austria senza tappe, solo brevi soste nei motel per mangiare, al volante a turno, da un pezzo abbiamo smesso di criticarci a vicenda sulla guida, d’aggrapparci vistosamente al sedile quando l’altro porta la macchina; adesso, appena infiliamo l’autostrada, il mondo ci scorre dentro come un fiume nel suo letto, a volte non si limita a fluire ma pare persino che ce lo modelliamo su misura, lui mi traccia una curva col volante e io gli abbozzo un villaggio in lontananza, lui mi scansa una roccia sporgente e io gli spalanco una valle. Ci introduciamo nelle rughe del pianeta lungo le gole a picco, arranchiamo in salita verso le onde di pietra delle vette o ci perdiamo d’autunno nei boschi, sotto le foglie di vino rosso in controluce.
Se ci tocca caricare un passeggero, ci lanciamo un’occhiata, certi si frappongo - no come un furgone che non riesci a superare; ma, infine, anche questo fa parte.
Una volta siamo andati nel Taunus, l’abbiamo percorso (era una fine ottobre) tra i lunghi boschi adagiati sui pendii nella loro pelliccia rossastra, mentre ai lati della strada zampillavano snelli alberi neri dall’alto fogliame giallo come mazzi di fiori allegri, il tutto contro un cielo a volte scintillante di mercurio, a volte d’argento appannato. Non facevamo che mangiare Schaschlik, tocchetti pepati di fegato, cipolla, lardo e pomodoro infilzati da un bastoncino, e torte d’albicocca, bevendo succo di mele e vino del Reno.
Anche l’ultima gita in Austria è stata bella, abbiamo dovuto montare le catene alle ruote per via del ghiaccio; nelle foreste tirolesi procedevamo all’interno d’un universo bianco omogeneo dal cielo alla terra, da cui sbocciavano in continuazione abeti di cristallo tintinnante.
Poi non ho più rivisto, sotto Bracciano, l’acqua della prima volta, quel luogo inesplorato di metallo cangiante pesantissimo allo sguardo.
Ieri c’era un vento così forte che faceva sbandare le automobili sulla strada e spazzava l’aria trasparente, mentre noi correvamo incapsulati nel caldo.
Bisognerà pure che mettiamo su casa insieme un giorno (penso alla domestica ch’è talmente amante dell’immobilità che non vuole fiori nei vasi, perché comportano lavoro).
Giunti ad Anguillara, abbiamo trovato il lago che si dava arie da mare, tutto uno sciabordio di onde indaffarate, con gli schizzi di schiuma sulle creste precipitose come irrompessero a chissà quale velocità, e al disopra, nell’aria, uno stridere e girare di gabbiani. Io ridevo e m’è passato un brivido; allora lui m’ha detto con voce buona: «Scendiamo, così prendi il sole». Abbiamo camminato nel vento che ci spingeva di taglio facendoci andare a zig zag; m’ha passato il braccio intorno alle spalle, e ci siamo girati a contemplare il lago, fermi in faccia alla raffica che quasi parevamo due colonne.
Abbiamo cenato in trattoria all’Eur e, parlando, toccavo gli oggetti come al mio solito, lisciavo la tovaglia, sfioravo un coltello. Lui ha posato la mano sulla mia. Sarà successo tante volte, ma adesso è stato come se la pressione del suo palmo mi dicesse: la sicurezza te la do io. Non vorrei fare illazioni imprudenti, forse sono un po’ esaurita. Uno crede d’aver trovato l’equilibrio, una serenità che s’attiene a ciò che ha, invece basta un ammicco, un nonnulla, e si rimettono in moto tanti di quei dubbi, paure, pretese.
Mi sta dicendo che secondo lui (sorseggia il vino dei Castelli) siamo arrivati al punto da dove eravamo partiti.
Attenta. Mi guardo attorno: il ristorante è arredato a saloon e fattoria del West, con lo sceriffo, i cow boys, ruote e serti d’aglio alle pareti, ogni tanto uno sparo, luci e palloncini colorati, e tutta la gente è eccitata, luccichio d’anelli, cappellini di donne, oggetti (che bisogno ha l’uomo di rassicurarsi!), oggetti così inerti al confronto delle persone, là, intense, con una presa, una carica, quella concentrata mobilità vitale, com’è possibile che mi fossero sembrate ombre, che cosa m’è successo adesso per rovesciare da capo tutto, questo nuovo ribaltamento. Perché si è pensato di poter mettere una firma sotto un documento, di poter mangiare e dormire sotto uno stesso tetto, sento una tale rispondenza da un’ora all’altra. Riguardo le persone, il fuoco nel camino con l’aroma d’arrosto, l’andirivieni, tutto così familiare, caldo, affollato, odore umano che m’invade. Ci eravamo ridotti a girare a folle tra gli alberi, alberi dappertutto, che in ultimo s’erano cristallizzati pure loro. Mi volgo a lui con trasporto per dirgli che.
Siede macerato, gli si chiudono le palpebre (che incosciente sono, è stato di guardia, non dorme da trenta ore).
«Andiamo» m’affretto, «ho sonno».
«Non fare la stupida».
Poggia i gomiti sul tavolo, le guance tra le mani, gli occhi nei miei: «È vero che m’ero spaventato».
«Lascia stare, ero io incomprensiva».
Seguitiamo così per un po’, come due gentiluomini che si cedono il passo sulla porta. Mi viene da ridere e mi metto a scherzare. In questo mondo arioso, leggero, dove…
Lui si passa la mano sugli occhi.
«Sei stanco».
Non è questo, c’è un malato grave che lo preoccupa. Quando m’avrà portata a casa, farà un salto in reparto a vedere se può fare qualcosa per lui.
Ripiego la mia spensieratezza insieme al tovagliolo, poi mi ricordo che lo si lascia sciolto al ristorante, lo riapro e l’adagio accanto al piatto, sciattato con noncuranza.
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