intervista a un extraterrestre il 17 giugno 1986
italian
Da anni sognavo d’intervistare il signor Ssò Nacolden, ma sapevo che diceva: «Non rilascio interviste», a quel suo modo però ambiguo come quando chiedeva: «M’hai chiamato?» o, nel sentire una telefonata: «È per me?», oppure avvertiva: «Se mi cercano, io non ci sono», che non si capiva se voleva negarsi o al contrario sollecitare gli umani. D’altro canto il signor Ssò Nacolden ha reazioni sui generis (gli si drizzano i peli su tutto il corpo) di fronte alle nostre manifestazioni pubbliche. E resta il fatto che il suo più intimo amico umano, il giornalista Guido Rodi, l’avrebbe già intervistato se lui non fosse refrattario a questa forma di comunicazione.
Dunque dovevo porgli domande che gli sembrassero così importanti da vincere la sua resistenza a concedere interviste. Dopotutto, la mia qualità di scrivana (in umanese: autrice) d’un libro, Partiranno, che rende parzialmente conto del lungo soggiorno suo e di qualche altro Nnoberaveze sulla nostra Terra, era un punto a mio favore.
L’occasione propizia mi s’è presentata circa un mese fa, quando ho letto sui giornali che l’Osservatorio Astronomico di Kitt Peak in Arizona aveva scoperto una megagalassia invisibile. L’emozione non mi teneva ferma. Avevamo finalmente la prova di quello che sostengono i Nnoberavezi sulla struttura mobile dell’universo.
Cos’era successo? Misurando le luminosità di due quasar vicini, nella zona della costellazione della Vergine, i telescopi ottici le avevano riscontrate identiche. Ma non esiste identità assoluta in natura. Gli astronomi di Kitt Peak, e con loro (sempre in Usa) gli astrofisici dell’Università di Princeton che avevano diramato la notizia, avevano ricavato dall’identità delle due fonti luminose la convinzione che una delle due poteva essere soltanto il riflesso dell’altra. Perciò s’erano interrogati su quale campo di forze era in grado di produrre un fenomeno di tale entità, arrivando alla conclusione che, per riuscire a proiettare come una “superlente” una rifrazione così potente, ci voleva una gigantesca massa cosmica, vale a dire una massa la cui “forza di gravità” fosse pari a quella d’un ammasso di migliaia di galassie.
Ora, perché questa scoperta era per me il rilevamento che mancava a noi umani per poter cominciare a pensare all’universo come a un volume mobile? Parlo delle onde e correnti dello spazio che i Nnoberavezi sfruttano nelle loro cosmonavigazioni, così come le antiche navi a vela sulla Terra attraversavano gli oceani sfruttando le spinte dei venti.
Ma è evidente. Noi esploriamo il cosmo con strumenti che seguono il percorso delle onde-luce, onde-radio e così via, senza tener conto che queste onde si muovono sotto la spinta delle correnti spaziali. Insomma, è come se volessimo misurare la distanza reale tra due città sulla lunghezza delle strade piene di curve e giravolte che le congiungono, e non in linea d’aria. Appunto, noi riteniamo di misurare la distanza tra due galassie come su una linea retta, senza vedere il cammino tortuoso dell’onda-luce o -radio che ci guida. Scambiamo un percorso tutto a curve per un percorso teso. Ma le onde-luce e -radio non sono tese, perché aderiscono agli ondeggiamenti delle correnti del vuoto. Questi ondeggiamenti sono immensi e trasportano con sé la propria materia organizzata – le proprie galassie –, per cui il gonfiarsi d’una piega cosmica fa sì che galassie remote si trovino a un tratto vicine, accostate nei lembi della piega che s’è sollevata. Purtroppo i nostri strumenti non captano questi immani movimenti dello spazio, ci danno la distanza-luce o -radio dei più lontani oggetti celesti, cioè una distanza apparentemente stabile, ma non ci danno la distanza attuale di questi oggetti che varia secondo il mutevole disporsi delle pieghe cosmiche in cui essi s’annidano. Adesso però s’era scoperto un campo gravitazionale potentissimo a una relativa vicinanza dalla Terra, campo che le onde-luce o -radio non rivelavano: questo campo invisibile indicava il luogo cosmico reale d’una massa galattica che magari i nostri telescopi ci mostrano a miliardi d’anni-luce da qui. D’accordo, nessun nostro strumento può rivelare e tanto meno misurare direttamente cose inaccessibili come il campo gravitazionale d’un corpo celeste; è qualcosa che noi umani calcoliamo mediatamente su altre misurazioni. Questa famosa megagalassia invisibile affacciantesi nei dintorni della Vergine era stata puramente ipotizzata, con un ragionamento deduttivo. Comunque, per quanto ipotetica fosse la scoperta, a me bastava per interpellare il signor Ssò Nacolden su un argomento che ritenevo l’avrebbe invogliato a rispondermi.
E gli ho inoltrato la mia domanda scritta, limitandomi a specificargli che volevo sottoporgli una recente informazione astronomica degli umani. Mentre aspettavo un suo cenno, ho voluto studiare più a fondo la questione interrogando gli astrofisici che m’è riuscito di raggiungere. Ma, per esempio, Cristiano Cosmovici m’ha risposto al telefono: «Non ho sufficienti ragguagli, sa, io studio le comete. Per i quasar, si rivolga al professor Ruffini». Da Ruffini, m’hanno risposto: «È in Russia, tornerà tra nove giorni». Altri m’hanno scoraggiata. In sunto, un secondo esperimento ha smentito quell’ipotesi – dicevano –, le due luci erano identiche nel visibile, ma nell’ultravioletto i loro spettri sono risultati differenti; dunque non ci sarebbe nessuna rifrazione luminosa, pertanto nessuna necessità di scomodare un campo gravitazionale potentissimo: si tratterrebbe realmente di due quasar vicini.
Non mi rassegnavo. Tutta l’esaltazione che avevo sentito era stata campata in aria. Possibile che tutto il mondo astrofisico fosse stato in subbuglio per un’osservazione astronomica carente? Non sapevo più che pensare. Proprio allora ho ricevuto la risposta affermativa del signor Ssò Nacolden, debitamente scritta a macchina su carta intestata. L’unica condizione era che non riferissi per quale via avevo reperito il suo recapito (sic), né dove ci saremmo incontrati.
Posso dire solo che sono andata all’appuntamento con un batticuore che pareva il mio torace fosse una cassa di risonanza. Povera me, dallo stile del suo biglietto, l’extraterrestre s’è messo in una disposizione d’animo burocratica. È questo il tono che s’aspetta da me o che vuole dare alla nostra conversazione.
Soggiogata dalla sua presenza, ho preso a tartagliare e a mangiarmi le parole. M’ero preparata una lunga domanda per iscritto (tutto il ragionamento sul significato nnoberaveze della scoperta di Kitt Peak) e ho cominciato a leggere articolando bene, con pause. Nelle pause alzavo gli occhi su di lui. Ho visto uno scintillio sotto l’orlo delle sue grandi palpebre. Allora ho infiorato la mia lettura con frasi come: «Lei sa, signor Ssò Nacolden, che gli strumenti umani non registrano i mobili respiri delle onde-luce o -radio che accompagnano gli enormi sconvolgimenti del vuoto, l’incurvarsi ergersi inarcarsi delle pieghe cosmiche…». M’è parso che il riflesso del suo sguardo basso sorridesse. Ma ha taciuto. Forse sapeva già che molti scienziati umani sono scettici sulla presunta scoperta di Kitt Peak. Ma io dovevo coinvolgerlo e ho incalzato: «Qui le ipotesi si accavallano. Un addensarsi di galassie invisibili per noi è inspiegabile, non possiamo comprenderne la ragione».
Ho sfilato, dalla cartella che m’ero portata appresso, un ritaglio dall’«Unità» con l’articolo di Alberto Cortese del 7 maggio e ho detto: «Sta scritto qui. L’astrofisico americano Edwin Turner suppone che quella massa sia costituita da “frammenti d’un universo precedente a quello attuale, prima dell’esistenza della materia”. Per il cosmologo sovietico Andrej Dimitrievic Linde, quella massa luminosa potrebbe essere un universo parallelo al nostro». Mi sono accorta che Nacolden si stava strofinando meticolosamente la fronte con un lungo orecchio. Ho accelerato: «Oppure si parla d’un immenso buco nero. La discussione continua». E con solennità: «Signor Ssò Nacolden, se Lei dovesse intervenire al dibattito, cosa direbbe a questi interlocutori umani?». Gli ho teso il ritaglio di giornale. Puntavo sul fatto che gli piace la carta stampata.
Non so se per questo o perché s’era stancato d’ascoltarmi, l’extraterrestre che stava in piedi, vestito d’una tunica e d’ampi pantaloni asiatici (che gli nascondevano il ciuffo della coda), s’è voltato con un saltello lieve verso la macchina da scrivere poggiata su un tavolo dietro di lui. E ha battuto le seguenti parole coi rapidissimi polpastrelli delle dita senza unghie: “Voi spellicciati [così loro chiamano gli umani, N.d.R.] accettate gli incessanti sommovimenti nell’infinitamente piccolo, nella dimensione dei quanta, ma non li concepite nell’infinitamente grande”.
S’è di nuovo voltato. Io, che gli ero andata proprio accanto e sentivo il minuto respiro della sua peluria sulla nuca, ho esclamato: «Signor Nacolden, vorrei pregarLa di», ma lui s’è scansato istantaneamente come l’assordissi, le orecchie all’indietro. «Mi scusi» ho mormorato sottovoce e, in un soffio insistente: «Le sarei profondamente grata se Lei, da esperto navigatore cosmico, volesse esporre la Sua autorevole opinione sulla faccenda precisa della megagalassia invisibile che si troverebbe in una regione dell’universo dove nessun insieme galattico si manifesta ai telescopi degli spellicciati».
Le orecchie gli sono calate lungo le guance e l’arrotondamento nasale senza narici gli ha tremato, un attimo, mentre le grandi palpebre marrone gli premevano l’arco di sguardo. S’è riaccostato alla macchina da scrivere portatile e ha battuto: “Quando la civiltà umana avrà bisogno della mobilità dell’universo, si darà gli strumenti per percepirla e per misurare gli andamenti delle correnti dello spazio”.
Ha allargato le orecchie come stesse per dipartirsi, la rossa membrana della bocca increspata forse per un saluto.
Non volevo terminare così. Sentivo, non posso dire da cosa, che l’INTERVISTA l’aveva intrigato, o meglio divertito, e cercavo un appiglio per smuoverlo da quel suo distacco.
«Lei capisce» gli ho detto «che noi terrestri siamo all’oscuro dei flussi e riflussi del vuoto. Sappiamo soltanto che le galassie ruotano a spirale, ruotano vorticosamente». Mi s’è stretto qualcosa dentro: «La spirale fosse il moto di un’eterna privazione?» ho chiesto piano.
L’extraterrestre non reagisce.
Mi sono ricordata che lui è attratto dalle cerimonie umane. Sì, ero stata troppo sbrigativa. «Illustre signor Ssò Nacolden» ho esordito, «Lei è dotato d’una grande umanità, pardon, d’una grande nnoberavezità» e, per discrezione, nel riprendere fiato, ho distolto da lui lo sguardo che mi s’è posato su una farfalla che svolazzava su un rododendro fiorito.
M’ha raggiunta una domanda: «Non trova che quella farfalla è d’una grande farfallinità?». Era lui, avevo udito il suo impercettibile subsuono.
Ma non capivo. L’ho guardato e invece m’è venuto di fissare la fioritura rosso amaranto del rododendro. E ho udito: «Quei fiori sono profondamente floreali».
Sono arrossita.
Le orecchie gli hanno ondeggiato ai lati del viso, un fremito.
Avevo sbagliato a tentare di trattenerlo con le lusinghe, lui non m’avrebbe più presa sul serio. Mi sentivo in colpa. Non ricordo più chi m’aveva riferito che, secondo Ssò, gli umani amano il concetto di colpa, ne vanno matti. Nei due sensi: o incolpare gli altri – e questo è il summit del godimento, diceva –, o macerarsi in propri sensi di colpa, raffinatamente. Ho rialzato gli occhi: «Signor Nacolden…».
Non c’era più. In quei secondi che pensavo alla mia colpa, se n’era andato via, al suo modo silenzioso che pare un’ombra.