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Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

l’occhio del passante

italian

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Mi sarò anche abituata a sentirmi vista in carrozzina, per cui non ci faccio quasi più caso. Ma resta vero che, da quarant’anni a oggi, il comportamento della gente verso gli handicappati è molto cambiato. Decenni di lavoro d’informazione e d’analisi delle situazioni dei minorati non sono stati vani. Parlo dell’attitudine dei passanti. Nel privato giocano molti fattori, da cui si ricava difficilmente un parametro di giudizio. Posso dire solo, in generale, che nell’ambito privato le visite caritatevoli, cioè di persone che vengono ad annoiarmi sentendosi buone, sono ormai rare. Non solo perché, se qualcuno riesce ancora a intrufolarsi, taglio corto senza “carità”, ma pure perché la retorica della diminuzione fisica come forma d’elezione, come privilegio del Signore, funziona meno.
Invece nel modo di guardarti di chi t’incrocia per strada, nei brevi incontri casuali, puoi percepire subito un’atmosfera, una sorta di norma culturale che impronta i singoli, insomma un costume.
Da parecchio non c’è più nei passanti, come c’era nel primo dopoguerra, l’imbarazzo superstizioso di fronte al soggetto debole. Prevale la solidarietà.
Il ricordo più caro è d’una passeggiata in macchina che ho fatto da sola nel Lazio, l’estate scorsa. Giunta a Viterbo, ho parcheggiato davanti a un castello.
Quattro persone, scese da un’altra macchina, mi sono venute vicino. Vedendo che restavo ferma, seduta al volante, uno m’ha chiesto: «Serve qualcosa?».
«No», ho risposto, «guardo il castello».
«Noi andiamo a visitarlo» ha detto la donna che doveva essere la madre di famiglia, «vuole venire con noi?».
«Ma io non cammino».
«La portiamo noi» (secondo me avevano già notato il cerchio del comando a mano nel volante). Hanno rimontato la mia piccola carrozzina smontabile su cui m’hanno fatto scendere, e m’hanno spinta nel castello medievale dove c’erano molte scale, fino alla torre, giù nell’interrato. Allegri, entusiasti, poi m’hanno riaccompagnata in macchina. Non ci siamo neppure scambiati gli indirizzi.
Ma non è stato sempre così.
Nel ’45-46, finché girai per gli ospedali, ero così occupata dallo sbalordimento di ritrovarmi in carrozzina, che avevo poco spazio in me per altre emozioni. Ma quando rientrai nella vita “civile”, cominciarono le batoste psicologiche. Avevo allora ventun anni, curata, ben vestita, e avevo sempre voglia d’uscire, di mischiarmi alla gente. Non facevo un passo fuor di casa ch’ero subito informata di star seduta, guidata dai passi altrui. I passanti più sobri m’allungavano sguardi costernati scotendo il capo. I più estroversi mi circondavano: «Poverina, così giovane! Com’è successo?».
I primi tempi, presa alla sprovvista, spiegavo in che modo un muro m’era crollato sulla schiena a Magonza, proprio all’ultimo bombardamento della città, mi commovevo, e più gli occhi mi s’inumidivano, più gli interroganti bofonchiavano impacciati: «Su, su, coraggio! Il peggio non è mai morto» sgattaiolando via alla chetichella. Quasi ero io a trattenerli.
Non sto a dire le varianti. Per esempio un giorno, un quarantenne mi si piantò di fronte e con voce imperiosa: «Com’è stato?».
Io, che ero ancora novizia, gli diedi le delucidazioni richieste.
Lui annuiva. Ma a un certo punto m’interruppe: «E io che mi lamentavo che mia moglie e le mie due figlie mi sono rimaste sotto le macerie!» esclamò, «Se mi restavano così?» mi chiese puntando l’indice contro il mio corpo seduto.
Insomma, finii col saturarmi di sentire il muro piombarmi ogni volta da capo sulla schiena, e da un giorno all’altro presi a farmi un’idea del prossimo in base al primo sguardo. Registravo immediatamente, come un riflesso condizionato, se uno mi sogguardava commiserevole, se mi faceva un sorriso senza labbra fino alle orecchie, se chinava leggermente la testa di lato come chi parla a un bambino. Poi c’era lo sguardo meritevole che ti dice: io non distolgo gli occhi. L’occhio sovrappensiero del prudente che non si compromette, l’occhio tondo del curioso che controlla, l’occhio in tralice del pettegolo, l’occhio che s’abbassa con esibita discrezione – il più offensivo di tutti. E così via. A seconda.
Per fortuna, c’erano anche allora tanti sguardi “normali”, cioè di chi ti vede non attraverso la tua menomazione, ma indipendentemente da essa. In seguito, i portatori di sguardi e sorrisi manierati si sono diradati, mentre sono aumentati i portatori di sguardi diretti. Il passaggio tra la reazione scaramantica del dopoguerra e quella di generica simpatia odierna è avvenuto attraverso un bisogno dei passanti di dare aiuto al menomato. Negli anni Cinquanta, a Roma, statisticamente sei adulti soccorrevoli su dieci, nel darmi aiuto per scendere un marciapiede o per salire una scalinata, mi ricordavano il film in cui Marlon Brando interpreta la parte d’un reduce rimasto paralizzato.
«Lei è come Marlon Brando» mi si complimentavano.
Ancora oggi, però, in Italia, sono carenti le strutture, anche se si comincia un po’ a provvedere, istituendo posti di parcheggio per invalidi e altre piccole agevolazioni.
Da questo punto di vista, la città dei sogni per un handicappato resta New York. Un universo senza scale. Scivoli dappertutto, sui marciapiedi a ogni piè sospinto, nei musei, nei magazzini. Non c’è un posto che non abbia un bagno pieno di congegni, maniglie, aste d’appoggio. Insomma l’eldorado per chi non cammina. Sono arrivata a pensare che sarebbe carino se ogni nazione avesse per qualche anno un Presidente costretto in carrozzina. Santo Roosevelt. Ma non è solo lui. È proprio che gli statunitensi sembrano dotati per appianare i fastidi. Il concetto di protesi, in senso lato, è percepito come un portato di civiltà. Gli sguardi tra l’indignato e il colpevole che mi sentivo addosso se, per un inaudito caso, mi si parava davanti un gradino! Forza maggiore, m’offrivano il loro aiuto quasi di buon grado.
Per me che vivo a Roma, dove si contano sulle dita gli uffici o edifici pubblici che non abbiano scale all’ingresso (per non dire degli immobili privati), New York era un modello d’esistenza alleviata. Ero con due carissimi amici, Daniella e Giorgio, e non cessavamo d’infilare scivoli per il piacere della scorrevolezza. Mai ho incontrato per la via tante figure ben tenute, ben nutrite sulla sedia a rotelle, una sorta di categoria sociale, al punto che adesso ero io, come certi italiani del ’46, a seguirle con la coda dell’occhio.
Veramente, in Europa, anche in Germania l’aspetto tecnico del rapporto con l’handicappato è molto presente. Nell’80 ho vissuto un anno a Berlino ovest, ospite del Deutsche Akademische Austausch Dienst, l’Accademia Tedesca di Scambio Culturale. La cosa che non dimenticherò mai fu l’allestimento del luminoso appartamento che m’era stato assegnato nell’Auerbacherstrasse, a pianterreno. La stessa direttrice dell’Accademia che m’aveva invitata m’accorse in casa a mezz’ora dal mio arrivo, con un’équipe di due falegnami, un elettricista e un idraulico. Immantinente, tagliarono i piedi del letto all’altezza della mia piccola carrozzina smontabile. Mi fecero spostare più volte dalla carrozzina al letto per controllare che il salto mi fosse facile. Inchiodarono precise pedane ai minimi dislivelli delle porte del bagno, del giardino; maniglie ai lati delle porte a due battenti del soggiorno e dello studio perché io potessi darmi una spinta attaccandomi a esse. Abbassarono gli interruttori alla mia portata, tirarono più giù persino lo scaldabagno. Che nemmeno a Roma, in casa mia…
Appena scesa dall’aereo, il primo numero che m’hanno dato è stato quello del taxi gratuito per non camminanti (nicht laufende), un furgone come quello del commissario paralitico del serial americano Ironside. Ci sono salita una volta da dietro sullo scivolo con ringhiera ma, chiusa dentro, mi pareva di stare in un cellulare. Ho instaurato una nuova moda a mio uso.
Chiamavo per telefono un taxi e dicevo al taxista: «Badi che sto in carrozzina, deve venirmi a prendere in casa». Prima che facesse in tempo a obiettare, buttavo lì: «Tre marchi di mancia».
Non m’hanno mai fatto aspettare invano. (Figuriamoci se lo stesso metodo m’attecchiva in Italia! Erano tanti i “ma… però”, che chiudevo la comunicazione telefonica).
Il fatto è, anche se sembra una barzelletta, che la condotta della gente nei confronti d’un minorato è differenziata da un paese all’altro. In Germania, sia dell’ovest che dell’est, i modi dei passanti sono solleciti e subito esperti, con un che di compito nello sguardo. Questa varietà da un paese all’altro dipende ovviamente da un retroterra culturale in cui sarebbe troppo lungo addentrarci. Per esempio a Parigi, dove sono andata spesso per lavoro o per vacanza, la gente è sbrigativa. Se sei sull’orlo d’un marciapiede alto e chi ti spinge non ce la fa da solo, ci sono sempre un paio di passanti che ti spuntano ai fianchi, in silenzio ti sollevano la carrozzina da destra e da sinistra e ti depositano sull’asfalto per poi, con un piccolo cenno del capo, proseguire la loro via senza voltarsi. In Spagna, nei ristoranti di Madrid come di Cordova, ti senti una persona di riguardo per il totale formalismo del gesto accogliente. Dal canto loro, gli italiani si prestano con un tono di voce affettuoso, come la circostanza creasse una complicità tra loro e te. È rarissimo ormai che qualcuno, per dirti qualcosa, si rivolga a chi t’accompagna, come se tu fossi pure indebolito di cervello, o per lo meno un’aliena che ha bisogno dell’interprete.
Simile chiama simile e continuo sempre ad avere una piccola fitta quando incontro un invalido. A Mosca, nei quindici giorni che ci sono rimasta, non ho visto in giro una sola persona in carrozzella. Le occultano? Così sembrerebbe dall’atteggiamento dei passanti che ti seguono con lo sguardo girando lentamente la testa per vederti da dietro, come di fronte a un fenomeno raro. Pochissimi i passanti dalle mani servizievoli e dal gesto rapido. La maggior parte, se le chiedi di darti una mano davanti a una scala, non capisce e s’allontana.
Qualcuno ti indica un poliziotto. Così, per non sbagliare, Corinne – la mia giovane amica francese – e io, quando scendevamo dalla Dzigulì (la Fiat russa) che avevamo noleggiato, chiamavamo con la mano un agente perché ci aiutasse. A sua volta l’agente chiamava i passanti a sollevarmi. E questi immediatamente capivano e eseguivano.
Per altri versi, i servizi sembravano efficienti. All’aeroporto di Mosca, mi condussero addirittura in un pronto soccorso dove io non volevo entrare e dove loro volevano a tutti i costi darmi le vitamine e farmi una bella seduta di massaggi (i gesti d’impastare la farina), prima di lasciarmi andare.
Il ricordo più solenne è al Mausoleo di Lenin. Noi eravamo in fondo alla lunga fila che aspettava d’entrare. Al cambio delle sentinelle, le due che erano smontate di guardia ci raggiunsero, saluto militare, una pregò la mia amica di scansarsi e mi spinse verso l’ingresso del Mausoleo. Lì, mi si caricarono uno da destra e l’altro da sinistra e, siccome erano alti, mi trovavo così sollevata che mi sentivo un papa. Al passo, mi portarono per corridoi sotterranei, per scalette dalle luci fioche, superando una fila di pellegrini che si stringevano alla parete, gli sguardi raccolti. Nella stanza in cui Lenin giaceva vestito inappuntabile col viso affilato, io gli fissavo dall’alto le palpebre chiuse, in bilico tra le due sentinelle che, tenendo adesso la mia carrozzina a mezz’aria ognuno con una mano sola, fronteggiavano sull’attenti il corpo supino di Lenin.
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