la mia vicina di letto
italian
Un’ambulanza m’aveva raccolta alle otto del mattino sull’autostrada vicino a Bologna dove andavo per un incontro all’università.
Qualcuno doveva avermi tamponata così rudemente che dovevo aver battuto la fronte sul parabrezza e m’ero accasciata sul volante della mia Seicento. Il conducente d’una macchina di passaggio m’aveva notata priva di sensi e aveva chiamato la Croce Rossa, perché avevo ripreso conoscenza supina su un lettino in un automezzo che correva a suon di sirena. Ero stata trasportata all’ospedale Putti di Bologna. Avevo un tale bozzo in fronte, e un mal di testa.
Per fortuna, dopo i primi accertamenti radiografici, contusioni varie ma niente alla calotta cranica; invece c’era una frattura dello sterno. Così m’avevano fatto un bustino di gesso e ricoverata, anche per ulteriori controlli alle ossa frontali, in osservazione per ventiquattro ore. Ero stata condotta al secondo piano dell’ospedale, in una piccola corsia a quattro letti di cui uno solo era occupato.
Dal lato sinistro del mio letto c’era il lavandino contro la parete. A destra, tra il mio e il letto accanto, sedeva una donna di mezz’età. Dal mio arrivo nella stanza al primo pomeriggio, dopo essersi informata della mia provenienza («Roma!» aveva esclamato avidamente), era rimasta seduta al mio capezzale per le due ore della siesta. Mentre me ne stavo sdraiata a due palmi da lei, mi sogguardava con accenni di sorriso spiando una mia occhiata per sussurrarmi con accento emiliano: «Dopo, dopo, abbiate pazienza!».
Più tardi, durante la cenetta ospedaliera delle diciotto, ci scambiammo le prime notizie sul bel tempo, attorno al tavolino. Poi, salutate la portantina che sparecchiava assieme all’infermiera che chiedeva: «Serve altro?», tutt’e due ci spostammo – ognuna con la sua sedia di legno e paglia – ai piedi dei nostri letti. Di fronte alla finestra dai riflessi rosati nel crepuscolo del primo autunno, alla mia domanda di cortesia su «Come sta la sua famiglia?» o qualcosa del genere, «Eh!» sospirò la mia vicina di letto: «È una storia lunga, che ve ne può interessare!». «Abbiamo la sera davanti» le risposi. Pian piano prese a parlare con antica pacatezza come se ci conoscessimo da sempre. «Famiglia?» cominciò a dire e continuò raccontando alcune vicende della sua vita con una sua proprietà di linguaggio che ho cercato qui di trascrivere il più fedelmente possibile:
«Sposatevi, dico sempre alle mie nipoti, o presto o tardi sposatevi, che la vecchiaia vuole la sua compagnia. Guardate me: ero strana, dicevo sempre che volevo
morire con i miei genitori. Finché coi giovanotti si parlava e si scherzava, ero contenta, ma quando si trattava di prendere una decisione, non volevo più saperne. Invece ora ragiono diversamente. Adesso che ho cinquantatré anni ci penso a volte, la compagnia del marito serve più quando si è vecchi che quando si è giovani.
«Mia madre per esempio.
«Quando è morto mio padre, eppure aveva settantacinque anni, mia madre è rimasta come una donna perduta. Non parlava. Se uno le rivolgeva la parola, rispondeva, o magari chiacchierava un poco, ma sempre così, per compiacenza. Se uno non le parlava per tutto un giorno, lei rimaneva tutto il giorno come assorta, muta. Io dormivo con la mamma dopo la morte del povero papà. Eh, avevo giusto trentotto anni quando mio padre buonanima se n’è andato. Mamma si alzava la mattina verso le sette, sfaccendava tutto il giorno e alle nove era stanca. Noi avevamo spesso visite, la sera gli amici dei miei fratelli venivano a fare la partita, si stava un poco insieme intorno al tavolo.
«Verso le nove io alzavo gli occhi sulla mamma e vedevo che mi guardava già. Subito mi faceva un cenno di nascosto, non lo voleva dire così apertamente davanti a tutti, e mi bisbigliava piano: “Andiamo a letto”.
«Io le rispondevo: “Ma va’ là, è troppo presto!”.
«Allora lei scoteva un po’ la testa come se avesse voluto borbottare qualcosa e si rimetteva tranquilla con le braccia incrociate sul petto.
«Ancora non era passato un minuto che io la riguardavo e la vedevo con gli occhi puntati su me come per attirare la mia attenzione: “Andiamo a letto” ripeteva piano piano strizzandomi l’occhio bonariamente.
«“Ma va’ là” accennavo io bella placida, “è troppo presto!”. Io lo facevo per farla arrabbiare perché andavamo sempre a letto a quell’ora e sempre succedeva così.
«Gli altri non vedevano niente. La mamma si faceva più ardita: “Andiamo a letto” borbottava, “non vedi che è tardi?”.
«“Non è mica l’ora!” rispondevo un po’ più forte con una spallucciata come se mi volesse ingannare.
«Mamma si rincantucciava, guardandosi intorno: “Va bene va bene” e si smoveva sulla sedia come per accomodarsi meglio. Ma nemmeno dopo un attimo scattava: “Andiamo dunque a letto!” e le facevo un bel cenno rassicurante: “Un momento, non c’è mica fretta”.
«Mamma mi sorrideva come se ingenuamente mi approvasse. E d’un tratto s’alzava energica e diceva ad alta voce: “Andiamo a letto, basta tu, vieni” guardando me, “è ora, e a voi altri tutti buona notte buona notte” e scansava la sedia con strofinio fitto fitto dei piedi, la rimetteva a posto, si stringeva lo scialle sul petto: “Buona notte a tutti” e s’avviava.
«Io m’alzavo piano, malvolentieri, salutavo e le andavo dietro. Appena arrivate in camera, l’aiutavo a spogliarsi, a mettersi la camicia da notte, a infilarsi nel letto, la ricoprivo bene e le dicevo: “Ora me ne rivado giù”.
«La mamma si alzava a sedere d’impeto: “Allora perché siamo venute su?” quasi spaventata. Io mi avvicinavo alla porta: “Tu avevi sonno” rispondevo senza girarmi. “No, tu avevi sonno, lo vedevo da come osservavi il gioco. Avevi sonno e non lo volevi dire” diceva sempre più convinta. Facevo finta di esitare a fermarmi e lei seguitava. Allora sospiravo: “Bene, hai ragione, è vero, avevo sonno, vado a letto” e tornavo indietro verso il letto.
«Il letto era grandissimo, largo due metri e dormivamo insieme. Mentre m’infilavo nelle coperte dicevo: “L’ho capito sai, non vuoi mandarmi giù, ma quando dormirai, ci tornerò”.
«“Ma che dici, sei già spogliata!” “Buona notte!” dicevo sbadigliando e mi giravo dall’altra parte e facevo le mostre di dormire. Anzi cominciavo a respirare più forte e più lentamente. Mamma mi chiamava e io rispondevo con un mugolio lontano. Poi respiravo sempre più leggermente finché non si sentiva più neppure il soffio. Di nuovo mamma cominciava a chiamare: “Sei qui? Me l’ha fatta, sei scesa giù? Sei qui?”.
«Quando proprio non le giungeva nessuna risposta, io stavo sveglia che trattenevo il fiato, cominciava ad allungare un braccio, poi una gamba, poi si spostava verso il centro. Io intanto approfittando dei suoi movimenti senza far rumore mi spostavo a mia volta verso l’orlo del letto. Non mi raggiungeva. Alla fine mamma si metteva in mezzo al letto e mi chiamava forte, lamentosamente.
«“Che succede?” mi giravo assonnata verso di lei. “Perché mi hai svegliata?” e ridevo dentro di me.
«“Ah briccona, anche questa sera me l’hai fatta”. “Ma che cosa?”. “Credevo proprio che fossi andata giù!”. “Figurati, stavo dormendo”, ma forse la mia voce tremava un po’ per il riso trattenuto. “Sì lo so come dormivi, nascondendoti all’orlo del letto”. Infine tranquilla mamma si sdraiava comoda e cominciava a respirare più forte e più lentamente.
«Queste scene si ripetevano spesso.
«Ma mamma trovò il modo di non preoccuparsi. “Ho i piedi gelati” gemeva mettendosi a letto, “ho bisogno di qualcuno che me li riscaldi”. “Ma sono caldi” sostenevo io tastandoglieli. “Me li sento gelati, proprio gelati”. Era più furba di me e pensava che se avessi voluto tirare via i miei piedi d’accanto ai suoi, per scendere giù, lei se ne sarebbe accorta, senza dover sorvegliare la stanza buia.
«Poi spesso la sera chiacchieravamo della guerra, era un inverno tanto freddo, quando i nostri soldati morivano in Grecia e in Russia tutti congelati, e la mamma diceva: “Noi stiamo qui con le coperte, le lenzuola, le finestre chiuse bene, i materassi, e loro là non hanno niente ma stanno nella notte a prendersi le malattie. Non si può resistere a questo pensiero. Non ci si può stare al caldo”. “Eh mamma” rispondevo, “non ci pensare. Tu ringrazia il Signore che noi almeno siamo ben coperti”, dicevo così per farle coraggio. Ma anch’io dentro di me ci pensavo. “Per fortuna” aggiungevo, “nessuno dei nostri è laggiù. I nostri sono tutti qua. A quelli che stanno laggiù ci penserà la loro mamma”. “Tu parli così perché non sei mamma, tu non lo capisci. Tu non puoi stare al caldo se loro stanno al freddo. Sono tutti figli, non lo capisci, la mamma è un’altra cosa, e loro stanno nella neve”. Io le dicevo così, dovevo pure farle coraggio, anch’io ci pensavo, lei aveva ragione, ma dovevo pur dire qualcosa, non potevo mica poi lasciarla soffrire tanto!
«Invece lei ci tornava sempre col pensiero.
«Proprio quell’inverno mia sorella dovette andare all’ospedale per togliersi l’appendice e, siccome aveva paura dell’operazione e dell’ospedale, andò pure la figlia con lei. Questa mia sorella che vive ora in casa con me non ha marito perché prima dell’altra guerra era fidanzata e restò incinta. Il fidanzato allora era soldato. Mio padre gli scrisse di fare il suo dovere. Il fidanzato infatti venne a casa per preparare le carte ma fu richiamato alla guerra. Voleva portare mia sorella a casa sua con i suoi genitori, ma mio padre non volle perché erano già tanti in quella casa e disse: “Non fa niente, la terrò con me. Quando tornerai, la sposerai”. Si lasciarono tanto d’accordo, ma tre mesi dopo il fidanzato di mia sorella cadde al fronte. Adesso questa sorella ha cinquantotto anni e la figlia trentasei, e, guarda combinazione, mia nipote è stata quattro anni fidanzata con uno che è partito per la guerra e ha sempre scritto, per parecchi anni perché si volevano molto bene, ma alla fine della guerra lui stava dalle parti della Polonia, non si è più saputo niente. Lei ha tanto aspettato e invece non si è più visto. Tre anni fa la radio ha trasmesso saluti e notizie dei prigionieri italiani in Russia e c’era proprio il suo nome con tutti i suoi dati, così era proprio lui. La mia povera nipote sembrava impazzita. Da allora più niente. Lei spera sempre ma è pure rassegnata, non vuole sposarne un altro e vi assicuro, potessi non alzarmi più da questa sedia, ne ha avuti tanti che l’avrebbero voluta pure senza dote, perché noi siamo braccianti agricoli dei principi Torlonia, tutti di casa, certo ci presentiamo bene, sappiamo un po’ parlare e facciamo la nostra figura, ma noi siamo gente che lavora a giornata, ci sono tanti frutteti da queste parti e noi cogliamo la frutta e andiamo nei campi. Pure le donne, proprio le donne anzi, che gli uomini guadagnano di più a fare gli operai. Pure io ho due fratelli artigiani veri, calzolai, e loro picchiavano col martello sulle scarpe fino a mezzanotte e anche l’una, perché lavoravano molto, e la mamma e io sentivamo battere il cuoio e i chiodi dal nostro letto sopra.
«Allora che vi dicevo? Ah, dunque, che mia sorella era andata all’ospedale per l’appendicite e la figlia era andata con lei, a casa c’ero io con la mamma quando una mattina in cucina bussò il postino: “Avanti!” rispondemmo. Entrò, salutò tutti, aveva in mano una cartolina celeste. Noi si capì subito. Mia madre non parlò più. Se uno le chiedeva qualche cosa, le diceva un fatto che la potesse interessare, lei rispondeva sì, no, e non aggiungeva parola.
«Anche prima della cartolina, da quando era morto mio padre, non cominciava mai un discorso da sola, e rispondeva solo a ciò che le si chiedeva senza interessarsi troppo, ma da quel giorno non rispondeva neppure più, diceva sì, no. E basta.
«Mio fratello doveva presentarsi al Comando, quella era la cartolina del richiamo, insomma. Poi questo fratello è partito per la guerra e su, vicino a Lubiana, gli è salito sul piede un autocarro che pesava duecento quintali, ce ne sono abbastanza per schiacciare un povero piede, duecento quintali non è mica uno, così hanno tagliato a mio fratello tutto il piede fino alla caviglia e invece il tallone si poteva certamente salvare e lui avrebbe camminato col suo proprio calcagno e poi invece l’osso della gamba sporgeva e hanno dovuto tagliarglielo ancora fino al polpaccio perché si potesse cucire la carne attorno all’osso.
«Ma mamma allora non c’era già più.
«Due giorni dopo che era arrivata la cartolina per mio fratello mi si era gonfiata una guancia perché un dente mi faceva male tanto che non potevo dormire. Come dicevo, mia sorella e mia nipote stavano all’ospedale, l’altra sorella era sposata e viveva a casa sua, io ero la sola donna in casa che facesse compagnia alla mamma e noi la mamma non la lasciavamo mai sola ma sempre qualcuno restava con lei e per tenerla su le facevamo tanti bei complimenti, lei, sì, li stava a sentire ma non ci si perdeva troppo, sembrava una creatura abbandonata, da quando era morto mio padre era sempre distratta, col pensiero fisso laggiù, come svanita di mente. Ma quando giunse la cartolina celeste per mio fratello, si sentiva che tremava, era ancora più chiusa, e la disperazione le lavorava dentro, tanto più che già da mesi la sera non poteva prender sonno per pensare a quei poveri figli soli nella pioggia gelata della notte.
«Ma il mio mal di denti cresceva e mi si era gonfiata anche l’altra guancia e mi ero avvolta la faccia con uno scialle di lana verde che tenevo ed era molto caldo. Eppure stavo a lavare i piatti e rassettare la cucina e mi sembrava di non resisterci più che avrei voluto saltare. Allora mio fratello andò dal medico. Venne il medico e mi disse che lui non poteva fare niente, dovevo andare dal dentista in città.
«Mio fratello mi accompagnò dal dentista e dovetti fermarmi lì nel pronto soccorso perché la mia faccia era così gonfia che non potevo aprire la bocca e non si riusciva a guardare dentro. Mio fratello mi lasciò lì e andò da mia nipote all’ospedale e le disse di tornare a casa perché io stavo male. Dal dispiacere a mia nipote venne subito la febbre e non si poté muovere. Mio fratello tornò a casa solo.
«La sera di quel giorno la mamma andò a letto a mezzanotte perché dovette fare tutte le faccende di casa, accendere il fuoco, cucinare, servire i fratelli, ma non credete mica, aveva settantacinque anni ma era una donna alta diritta che pesava ottanta chili, stava bene. Era il dispiacere che le rodeva dentro.
«La mattina alle dieci mio fratello salì in camera di mia madre. “Mamma” le disse, “come mai non vi alzate, vi serve qualche cosa?”. “Non mi sento bene” rispose la mamma, “ho un grande caldo addosso”.
«Mio fratello si avvicinò al letto e vide che la mamma era tutta rossa in viso con gli occhi, come dire, stralunati.
«Subito chiamò l’altro fratello, le misero il termometro, aveva quaranta di febbre. Allora l’altro fratello le rimase vicino e questo andò in paese a chiamare la sorella sposata, perché noi abitavamo fuori sulla strada provinciale.
«Chiamarono tanti medici che la visitarono da tutte le parti, e tutti dissero che mia madre stava benone e non aveva niente da nessuna parte e la febbre era venuta così per quel dolore del pensiero che lei non aveva sfogato con nessuno ma si era covata dentro, il pensiero di suo marito morto e della cartolina. Perché mamma mi diceva sempre, quando ero ragazza, che parlavo sempre di morire insieme ai miei genitori, che sbagliavo perché, se le cose seguono la loro via, loro dovevano morire prima perché erano più vecchi e io restavo sola e non era giusto che io volessi legare la mia vita alla loro. Aveva ragione ma io non ci pensavo. Così non voleva che mio fratello andasse a morire nella neve quando ancora era forte e non era venuto il suo tempo di passare alla morte.
«Ma la febbre le salì tutto il giorno e a mezzanotte lei aveva quarantadue di febbre. Poi la febbre scese scese scese tanto che alle quattro del mattino la mia mamma spirò che non aveva più nessuna temperatura ed era fredda.
«Intanto io stavo in città dal dentista e quel giorno mi operarono alla bocca e mi cavarono due denti.
«Due giorni dopo c’era un’aria così gelata in giro, era quell’inverno ghiacciato che tanti laggiù per i fronti morirono per il freddo, un’aria così gelata che tutti piangevano per la strada e le lacrime si attaccavano alle gote dure come grandine e tutti eravamo imbacuccati anche nelle case ma non serviva a niente.
«Quel giorno io stavo nel mio lettino dal dentista quando sento bussare alla porta. ‘Chi sarà?’ pensai e dissi forte: “Avanti”.
«Aprirono, vidi nella cornice della porta mio fratello scarlatto per il freddo che sembrava un quadro. “Ben poi” esclamai “come mai?”. Lui mi salutò. “Come mai stai qui?” chiesi ancora. Lui mi disse che era dovuto andare in città per certe ordinazioni di calzature e aveva pensato di passare da me per vedere se non volevo tornare a casa con lui. “Ma che succede?” chiesi, “hai pianto?”. Lui si strofinava gli occhi: “No” disse, “è il freddo che fa lacrimare gli occhi e le lacrime si congelano subito sulla faccia che nemmeno ci si vede per la via”. “E proprio con questo freddo dovevi venire in città?”. “Sì” disse, “dovevo venire, e allora sono passato a prenderti perché il freddo cresce tutti i giorni, e, se vieni a casa oggi con me, io non mi muovo più dal paese”. “Ma sono stata operata ieri l’altro, il dottore mica mi manda a casa così presto, diceva che avevo la periostite, io non so, che temeva le complicazioni”. “Vado a vedere” disse mio fratello. Lui sapeva il fatto suo e sicuro gli ha detto subito che la mamma era morta.
«Il dottore è venuto: “Brava brava buon giorno” mi ha detto. “Buon giorno, signor dottore” gli ho risposto. “Ora ti visito” ha cominciato lui “e se ti trovo bene, ti mando a casa subito, perché c’è proprio l’occasione di tuo fratello qui. Adesso vediamo, adesso vediamo”. Mi fece mettere sotto la lampadina, quella grossa che fa male agli occhi, e mi guardò ben bene dentro tutta la bocca. “Stai benissimo” diceva, “benissimo, proprio non ci credevo, sai, non avrei creduto, vai a casa, cara, ti scrivo una curetta e tu la fai precisa precisa, poi se non dovesse andar tutto bene, ma vedrai che andrà tutto bene, ti presenterai di nuovo qui da me”. Mi batté pure sulla spalla, me lo ricordo, e se ne andò. Allora mi alzai dal letto, misi insieme alla svelta tutto il mio fagotto e me ne andai con mio fratello.
«Quando fummo sulla corriera, mio fratello stava seduto dietro di me e io non lo vedevo. Salì un tale del paese che appena mi vide mi chiese subito: “Ma come mai sei qui?”. Gli raccontai del mio dente e di tutto. Allora lui disse: “Lo sai della…?”. Vidi che alzava gli occhi dietro a me, ma non pensai allora che mio fratello gli facesse qualche segno. “Ebbene” dissi, “lo sai di che cosa?”. “Della neve, della neve al paese”. “Dio buono, non c’è niente di strano, c’era la neve anche in città”. E non parlammo più.
«Quando arrivammo al paese, scendemmo dalla corriera e c’era un gran vento che sbatteva tutti gli alberi della strada che ci frusciavano attorno come se camminassimo in un bosco fitto. Io stavo aggrappata al braccio di mio fratello perché sono piccolina e mi sembrava di volare via. A un certo punto vicino a casa mio fratello slacciò il mio braccio dal suo e camminò avanti. “Ma perché” gridai “mi lasci sola così?”. “Vado ad aprirti la porta di casa così entri subito” gridò mentre camminava. ‘Eh già’ pensai, ‘non mi vuol fare aspettare al freddo’ e andai avanti. Guardando la facciata della nostra casa notai che la luce sopra nella camera della mamma era accesa. ‘Va’ là’ pensai ‘come mai a quest’ora?’.
«Era già buio, ma noi al solito stavamo tutti giù, la sera, intorno al camino. Però andai avanti e ancora non sospettavo niente.
«Come entrai, trovai nella cucina tutti i parenti, mia sorella operata, la figlia, la sorella sposata, la figlia, i fratelli, il cognato, le cognate e anche i cugini. “Ma che succede” dissi, “come mai tutti qui a quest’ora”. “Siamo venuti ad accoglierti” dissero. “Dio buono, ma io non ci ho niente, per un dente!”. Poi volevo dire: ‘Ma come sapevate che sarei tornata proprio stasera’. Invece di colpo dissi: “Ma la mamma, la mamma dov’è?”.
«Si guardarono tutti tra loro in silenzio.
«Allora mio cognato si fece avanti: “Se lo vuoi proprio sapere, bisogna che te lo diciamo: la mamma non è più”. Così svenni.
«Poi, quando mi svegliai, ricordai subito tutto: “La voglio vedere” piangevo, “voglio la mamma, la voglio vedere”.
«Mi dissero di restare calma, me l’avrebbero fatta vedere, ma dovevo sapere che stava già nella cassa, che tutto era stato fatto. Mi accompagnarono su. Così la vidi.
«Era là sdraiata, con la sua bella carnagione bianca e rossa, tutta vestita di nero, che proprio dormiva. La vidi che dormiva e subito fui contenta. Le rimisero il panno con l’aceto sulla faccia e mi fecero scendere giù. Perché con l’aceto il colorito si conserva e la carnagione non si trasfigura e non puzza e quando uno muore, basta mettergli un panno imbevuto d’aceto che si mantiene più liscio di prima, anche due giorni, e dorme proprio che tutti lo vedono, e la mia mamma stava lì così fresca e tranquilla che mi feci convinta che non soffriva più.
«Dopo il funerale ci ritirammo in casa, le guance mi si erano rigonfiate e avevamo tutte l’influenza, mia sorella, mia nipote e io e dormivamo tutte e tre nel letto grande del papà e della mamma.
«Ma nella notte sentiamo un lamento profondo: “Dio buono, aiutami Vergine santa, Dio, adesso muoio”. “Ma che cos’è?” diciamo. Ci alziamo per andare a vedere. Era mio fratello che si contorceva sul letto per i grandi dolori di pancia. Subito scendemmo ad accendere il fuoco nel camino, portammo giù il materasso, portammo giù mio fratello e lo sdraiammo davanti al fuoco. Ma lui non poteva star fermo e strisciava come una biscia, avvinghiandosi ai piedi del tavolo perché non ne poteva più. “Fammi morire subito!” gridava. Mia nipote che ha una gran paura gridava e piangeva pure lei: “Siamo perseguitati!”. “Bene poi” dicevo io, “prendiamocela con santa rassegnazione. Non c’è bisogno di gridare così” e dicevo a mio fratello “lamentati se ti fa bene, ma lascia stare se sentire la tua voce ti porta alla disperazione”.
«Intanto l’altro fratello era corso nella notte dal medico. La notte era così brutta che non ci si poteva fidare ad andar fuori. Il medico gli aveva detto che a quell’ora non poteva fare niente perché le farmacie in città erano troppo lontane. Si era fatto spiegare dove mio fratello teneva quel dolore e gli aveva consegnato tre fiale. “Gli farete queste tre iniezioni” aveva detto “a zampa di cavallo e vedrete che gli passerà il dolore. Domattina verrò subito. Dove ha male?”. “All’intestino”. “Va bene, all’intestino”.
«Mio fratello era corso a casa. Siccome la sorella sposata che sa fare le punture non c’era ma stava a casa sua, chiamammo una donna che abitava vicino a noi. Facemmo bollire le siringhe. Intanto il malato strisciava sul pavimento come una biscia. Non lo potevo vedere ma lui non poteva star fermo. “Lascia perdere” gridavo, “ti pigli un malanno così sulla terra fredda, stai vicino al fuoco sul bel materasso caldo”. Ma non mi sentiva. Finalmente: “Scopriti” gli dicemmo, “ti facciamo le punture che vedrai ti passerà tutto”. E gli tirai giù i calzoni di dietro, ma l’altro fratello s’impuntò: “Davanti, ho detto, gliele dovete fare davanti”. “Come davanti!” scattai io, “non si fanno le punture davanti, si fanno di dietro”. “No, davanti, il medico ha detto davanti”. “Ma tu non hai capito, non si fanno davanti!” mi sdegnavo io. Lui si arrabbiò proprio: “Io sono andato nella notte dal dottore e gliel’ho chiesto proprio e lui ha detto di disegnare una zampa di cavallo e di farci dentro le iniezioni”. “All’intestino?” ho chiesto. “All’intestino, bene” ha risposto, “dunque non mi sposto da qui. Sono andato dal medico apposta, il medico l’ha detto, e voi gliele farete davanti. Io lo so perché sono sempre io che vado a chiamare il medico. Il medico l’ha detto, il medico lo sa”. S’era proprio impuntato, fece rigirare mio fratello, fece lo schizzo della zampa di cavallo sulla sua pancia in basso e aspettò.
«Allora di nascosto dissi alla donna delle iniezioni di non infilare l’ago diritto che si traforava l’intestino, io lo so che ho girato tanto per gli ospedali, ma di pizzicargli la pelle e di infilargli l’ago di striscio in quella pelle, che mio fratello era magro, ma sempre la pelle ce l’aveva e così non toccavamo l’intestino.
«Come Dio volle, gli facemmo quelle iniezioni che mio fratello non s’accorse di nulla tanto era spaventoso il suo dolore. Ma passò un’ora e lui urlava più di prima.
«L’altro fratello tornò dal medico, ed entrarono in casa insieme. “Signor dottore” cominciammo a dire, “signor dottore, quelle punture non gli hanno fatto niente, eppure gliele abbiamo fatte davanti, proprio come avete detto voi”. “Come davanti?” scattò lui. “Ma sì, davanti, alla pancia, all’intestino, ecco, qua, e lui si è messo a gridare più forte” gli facevo vedere il ventre del fratello malato. “Porco diavolo! Porco diavolo!” prese a gridare il medico, “ma siete matti. Le iniezioni si fanno dietro”. “Lo dico bene anch’io” gridavo “e mi sono fatta meraviglia che voi…”. “Ma che davanti, dietro ho detto”. “No” intervenne mio fratello, “avete detto davanti”. “Per l’inferno che vi s’inghiotta, ho detto dietro, dietro” si ostinava il medico. “No, davanti” ribatteva mio fratello. “Ti dico: dietro” si scaldava il medico.
«Allora vidi che le cose si mettevano al brutto e mio fratello malato stava sempre là a torcersi. “Davanti o dietro” dissi, “è fatto, chi ha capito male ha capito male, mettiamoci d’accordo perché quel poveretto muore”.
«Subito cessarono le discussioni, il medico chiese: “Ha urinato?”. “Niente, grida perché non riesce a urinare”. “Porco diavolo, disgraziati” digrignava il medico e ci lanciava occhiatacce: “Va bene. Se tra un’ora non ha urinato, lo portiamo all’ospedale in città. Torno tra un’ora”.
«Non vi sto a dire, quel poveretto sul materasso non aveva capito niente per il gran dolore, ma noi col pensiero che ce lo portassero via all’ospedale gli ci siamo messi attorno e volevamo che urinasse per forza, a tutti i costi lo spingevamo a liberarsi: “Forza!”. “Ti giro un poco io”.
«Ma lui niente. Cominciavamo a sudare per il terrore che gli si fossero forati gli intestini.
«Finalmente fece qualche goccia di pipì, con rispetto parlando, e tutti tirammo un respiro di sollievo, e tenemmo quella bottiglia con le gocce d’urina come se fosse l’Ostia consacrata. Per quel giorno fu finito.
«Poi quel fratello andò lo stesso all’ospedale ma ci restò poco, era una colica renale con occlusione dei canali che portano l’urina dal rene alla vescica. Gli fecero le lavande, gli infilarono due tubetti puntuti per la vescica fin su ai reni così si sciacquò tutto e da quel giorno lui non ebbe più niente. Invece il fratello che correva dal medico perdette il piede e ora aspetta la pensione.
«Sono passati dieci anni da allora e io sto qua mal ridotta che aspetto anch’io la pensione. Ma non è malattia, perché il sangue della nostra razza sia cattivo, è stato per disgrazia, c’era un bombardamento e sono scappata nel ricovero e sono caduta e mi sono fratturata la spina dorsale e per tanti anni sono stata paralizzata, ma ora sono guarita.
«È stato per causa della guerra, della maledetta guerra e loro mi devono dare la pensione».
La signorina F. si alzò a quel punto del racconto, corse al suo armadietto, ne tirò fuori una grande borsa di tela a quadri che posò sul letto candido, estrasse tante cose finché afferrò una busta rossa lucida, di quelle degli uffici statali, e me la portò. La presi con solennità, come richiedeva la sua espressione preoccupata, sfilai un mucchietto di carte tenute insieme da una grappetta, le distesi bene innanzi a me sulle mie ginocchia tirate su e cominciai a leggere.
La signorina F. figlia di Panfilo, nullatenente, versa in condizioni di povertà.
La signorina F. di onorata condotta non ha possibilità di curarsi ed è costretta a vivere del lavoro delle proprie braccia.
La signorina F. si è ammalata in seguito a una caduta in un ricovero sotto un bombardamento una sera di settembre nel 1944, e testimoni oculari confermano l’autenticità del fatto.
La signorina F. ha alcune vertebre spostate.
La signorina F. ha la spondilite.
La signorina F. ha subito l’asportazione d’un rene T.B.C.
La signorina F. è afflitta dal morbo di Pott in atto alla colonna vertebrale.
La signorina F. chiede che il governo le riconosca questo suo stato di menomazione causato dalla guerra e le assegni una pensione.
La signorina F. invoca che la si prenda sollecitamente in considerazione.
Alzai gli occhi dalle carte. La signorina F. aveva nel frattempo parlato senza interruzione.
«Me la dovrebbero dare. Poi con gli arretrati, sarà un bel gruzzoletto, metterò su una graziosa merceria al mio paese, così mia sorella che è vecchia e mia nipote non dovranno più andare a lavorare nella campagna degli altri sotto la pioggia o nel vento che si rovinano le ossa, ma staremo tutte e tre lì. Spesso ne parlavamo a casa. Sarebbe una bellezza, ne morirei sul colpo, per la gioia.
«Sono sette anni che abbiamo cominciato le pratiche, ma sono stata tanto ingannata, un frate cappuccino che stava proprio a Roma aveva promesso tante belle cose e io gli ho mandato due volte gli incartamenti, ma poi non rispose più, e io che avevo riposto una così grande fiducia in lui mi sono così avvilita e disamorata che non mi sono interessata più di niente.
«Ma un giorno un signore in corriera disse che lavorava al Ministero del Tesoro. Allora gli parlai».
«Abito vicino al Ministero del Tesoro a Roma» mi venne da dirle.
«Davvero? Davvero?» non riusciva a soffocare la sua commozione ed esultanza: «Ma che brava, la signora abita vicino al Ministero del Tesoro!», poi richiedeva: «Ma proprio davvero?».
«Che cosa?».
«Abitate vicino al Ministero del Tesoro?».
Allora si tirò su le gonne, si calò giù le mutande e mi mostrò la cicatrice del rene asportato, mi fece palpare il vuoto lasciato dalle costole: «Gli intestini sono andati tutti di qua» diceva, e mi mostrava la cicatrice sulla quale premeva con tutto il pugno. «È un grave danno per me, tutti di qua, figuratevi un poco!».
Poi mi fece toccare il “punto” della spondilite.
«Come si sente?» chiesi.
«Io benissimo. Tutto calcificato, tutto a posto, con questo bustino», carezzò un bustino rigido con la mano, «mi sento proprio bene. Ma non posso lavorare fuori, portare pesi, come faccio a portare la sporta della spesa che casco tutta da una parte? Non posso! Eppoi loro non lo devono sapere che mi sento bene!».
«Certo, non può, non deve assolutamente stancarsi» ripetevo io.
«Potrei pure, ma non voglio».
«No, non deve» insistevo. «Ha sofferto molto?» chiesi timidamente.
«La vita è fatta per soffrire, l’importante è guarire. Io sto bene ma mi mancano tante cose. Mi daranno la pensione, voi che dite, mi daranno la pensione?» concitata speranzosa.
«Certo, gliela debbono dare».
«Quanto, quanto mi daranno? Voi avete visto tutto, volete rivedere?».
Continua a darmi del voi come al medico, pensai, e: «No, ho visto tutto bene» assicurai.
Non mi lasciava neppure rispondere: «Mi devono dare una bella somma, non vi pare? Dite un po’ voi, signora: quanto, quanto mi daranno?».
«Penso quaranta o cinquantamila lire al mese» dissi dopo aver ponderato.
«Madonna mia santissima, davvero, davvero? Allora potrò vivere tranquillamente, non ci posso credere, non mi daranno niente».
Quella donnetta dal viso liscio e colorito, dai lineamenti regolari aperti e buoni, dal corpo un po’ deforme basso tozzo e grasso con le gambette magre e saltellanti, mi mostrava ingenuamente quelle sue carte dattiloscritte impersonali in cui era così chiaramente tracciata la gracilità della sua sorte condannata ad atrocemente fulmineamente sparire. Mi prese un’improvvisa fretta: «Quando, quando gliela daranno?».
«Che cosa?».
«La pensione quando gliela daranno?».
«Perché?».
«Gliela debbono dare presto, prestissimo». La volevo subito.
La sua voce intanto mi giungeva che spiegava: «Abbiamo pure una bambina di sette anni che è un angelo e adesso l’abbiamo messa in collegio perché vogliamo farla studiare. Tutti ci dicevano: “Ma ci pensi la mamma, non è mica figlia vostra, mettetela nell’ospizio”. Ma mia sorella ha girato tutti i collegi della provincia e abbiamo deciso di metterla a San Luca che è un istituto dove fanno proprio studiare i ragazzi, perché in tanti di questi posti dicono che li fanno studiare e invece li fanno zappare la terra. Lì paghiamo noi, certo la retta è forte, cinquemila lire al mese. Ma intanto noi le versiamo tutti i mesi al rettore del collegio.
«Questa bambina è pronipote a me. Quella sorella sposata in paese poi morì e lasciò la figlia di diciassette anni sola col padre che era un ubriacone e non stava mai a casa la notte ma sempre in osteria.
«La ragazza si trovò così in mezzo ai tedeschi e fatto sta che restò incinta con l’ufficiale postale tedesco. Poi andò via con loro e a Bolzano partorì. Allora finì la guerra, i tedeschi scappavano, lei restò laggiù sola, senza l’indirizzo del suo uomo perché lui le aveva sempre detto che non abitava più da nessuna parte perché la sua casa era stata bombardata.
«Allora scrisse al padre chiedendogli se la perdonava e l’accettava con la bambina, lei sarebbe tornata volentieri a casa.
«Il padre le rispose che l’aveva perdonata, tornasse pure con la figlia, non avrebbe parlato mai più della sua colpa.
«Così lei tornò, ma intanto tutti i parenti del padre lo avevano aizzato contro la figlia: “Se l’è fatta coi tedeschi, è una vergogna, la figlia è tedesca, che dirà la gente se la perdoni, tu la devi castigare” e tante brutte chiacchiere così.
«E quando lei si presentò, il padre la cacciò di casa e non la volle fare entrare. Lei venne a rifugiarsi da noi, era pure buio e ci prese paura a vederla così con la bimba in braccio.
«E noi le demmo ragione perché, se il padre non la voleva perdonare, poteva risponderle benissimo: “Non ti perdono, non tornare”. Ma se le aveva risposto che l’aspettava a casa, era proprio colpevole se non l’aveva ricevuta. La povera ragazza era stata ingannata e noi ce la prendemmo in casa. Eppoi a diciassette anni senza la madre e con un padre ubriacone così senza di parola, per forza doveva sbagliare. Restò tre mesi con noi, ma poi, come la gente mormorava che il padre faceva male a respingerla così adesso che tutto era passato, il padre se la riprese, ma litigavano tutto il giorno, il padre andava all’osteria e non le lasciava i soldi perché si comprasse da mangiare con la figlia e quando tornava la picchiava.
«Allora mia sorella mia nipote e io tenemmo consiglio e ce la prendemmo a casa perché se il padre le aveva scritto che l’aveva perdonata, non doveva trattarla così.
«Poi me ne andai per gli ospedali e lei rimase quattro anni in casa, con la bambina. Era svelta, onesta, lavorava in campagna e teneva la casa pulita che si sarebbe potuto mangiare la polenta in terra.
«Ma quando tornai, lei disse: “Siamo quattro donne in casa, siamo troppe, io vado a cercare lavoro”. E se n’andò a servizio e ci lasciò la bambina. Andò a servizio da un conte che aveva la moglie e un figlio e le dava undicimila lire al mese. Lei faceva tutto per casa, le volevano bene ed era contenta.
«Ma l’estate giunsero prima una figlia col marito e due bambine, una di sette anni e una di cinque, poi l’altra figlia col marito e due bambini, uno di tre anni e uno di nove mesi, e lei doveva fare tutto, portare il caffè in camera a ognuno di loro la mattina, e perfino lavare e fare il bagno a tutti i bambini e farli mangiare e imboccare il più piccino e lavare tutti i panni e tenere pulita la casa. Le signore non alzavano un dito. Lei resistette lo stesso per sei mesi, poi disse alla contessa: “Signora contessa, questo non era nei patti: io dovevo tenere la casa e servire tre persone, ora invece ne servo undici e nessuno m’aiuta. Io non ce la faccio più, voi mi dovete dare un aiuto oppure mi dovete dare l’aumento”.
«Loro non le diedero l’aiuto né l’aumento, eppure lei ci stette ancora sei mesi, poi se ne andò. Allora, poverina, mandava sempre cinque seimila lire al mese per la bambina.
«Poi andò da un’altra signora per un mese, e dopo scomparve e non abbiamo saputo più niente. È un anno che non si sa dove sta. Abbiamo chiesto un po’ in giro, ma non siamo andati a chiedere ai carabinieri perché non vogliamo fare scandalo e nuocerle con il nostro affetto. Perciò se la gente del paese ci chiede, diciamo sempre che scrive e che sta bene. Loro non ci credono perché parlano col postino, ma a noi non interessa.
«Che Dio l’accompagni, ha solo ventiquattro anni e farà a tempo a tornare alla ragione. Per la bambina lei sa che sta in buone mani e che può stare tranquilla. La bambina mi chiedeva l’altro giorno: “È vero, zia, che dovrai prendere tutti quei soldi?”. “Pare proprio vero” risposi io. “Oh zia, se prendi quei soldi, comprami la bicicletta” e mi saltava al collo e mi abbracciava stretta, “mi compri la bicicletta?” “Sì” le risposi, mi dava tanti baci. Allora si mise a saltare e a fare le capriole per la gioia e cantò e m’abbracciò per tutta la sera.
«E domani o dopodomani o tra due giorni, presto andrò a Roma a passare la visita collegiale, sono così contenta che mi pare un sogno e non so nemmeno quello che dico. Dopo che avrò passato la visita collegiale, dicono che ci sono tanti dottori con la barba e gli occhiali che dicono sempre che il paziente non ha niente, sta bene e può lavorare. Mi hanno tanto raccomandato di mostrare bene le cicatrici col buco e il bozzo delle vertebre, di non avere vergogna, perché loro ti imbrogliano subito e ti rimandano a casa senza certificato, non hanno mica studiato per niente, e allora voi che dite, mi riconosceranno che è tutto per causa di guerra e me la daranno la pensione? Quanto mi daranno?».
Mi scossi.
«Con quella bambina è come se aveste una figlia» dissi.
«Sì» disse «la bambina è proprio mia, e dice sempre: “Andiamo lontano noi due sole, zia”. La bambina ha la mamma, ma io voglio bene anche alla sua mamma, perché poveretta è una disgraziata ed è figlia di mia sorella, e mia sorella era come me, noi siamo tutte uguali, e quella sorella è morta». E mi guardò dietro i suoi occhiali da presbite che le arrotondavano gli occhi ingenui, e che aveva inforcati per contemplarmi meglio.