la prigione del mare
italian
Che si credono? di potersi alleare impunemente contro di me? Anche se sono ingrassata, non c’è bisogno di ripetermelo ogni momento con la scusa di scherzarci sopra. E poi che ci vuole a dimagrire, ci sono tante diete efficaci al giorno d’oggi. Appena avrò un mese di tempo, ne seguirò una a puntino e vedranno. È vero, quand’ero giovane ero meno “abbondante” ma certo non ero magra e a lui non dispiaceva. Io invece già allora avevo il complesso. La prima volta che l’ho visto, non facevo che sentirmi ingombrante sulla sedia, mi pareva che le mie forme esuberanti mi togliessero serietà professionale. M’ero presentata al suo ufficio. C’erano con me altre persone che aspiravano al medesimo incarico, un’inchiesta nelle carceri. Un usciere ci aveva fatto accomodare in una grande stanza arredata a salotto con un divano poltrone e sedie portate da altrove man mano che arrivavano nuovi aspiranti, e lui comparve. Ci parlò in piedi, prima da fermo, rivolgendosi a ognuno di noi con fare cerimonioso (si stropicciava le mani come un parroco), poi seguitò a discorrere a tutti insieme sempre più tagliente, camminando su e giù a passetti tesi, coi talloni in dentro e le punte in fuori, le mani dietro la schiena, ritto come portasse un busto ortopedico.
Io che a prima vista l’avevo preso per un ragazzo in sottordine, al massimo il segretario del personaggio che mi doveva esaminare, fui sorpresa che l’atteso funzionario fosse proprio quel giovane che ci passeggiava davanti gelidamente elettrico, un uomo (a osservarlo meglio) d’oltre trent’anni, smilzo, di carnagione bianca coi capelli neri (già stempiato), occhi d’un azzurro zaffirino che parevano attraversarti senza vederti, naso affilato e labbra carnose, uno che sente il proprio profilo – pensai tra me –, un profilo anche fiero ma troppo puro, d’una purezza zitellesca. Io m’ero appena laureata in psicologia e fui subito convinta di non poter essere scelta. Infine quel signore si ritirò nel suo ufficio dove ci fece chiamare a uno a uno. Mi ricevette per ultima. Studiò i miei titoli, m’interrogò minuziosamente con impersonale attenzione, prese qualche appunto e mi licenziò con un inchino senza lasciare trasparire alcun apprezzamento.
L’incarico poi venne affidato a me. È stato l’unico che m’abbia dato. Tempo fa, tanto per dire, ne ha affidato uno di gran peso, che avrei voluto ottenere io, nientedimeno un’inchiesta sugli orfanotrofi che dopo tutto sarebbe spettata a me per esperienza e anzianità (ma mi ha risposto che non poteva darmelo perché sono sua moglie, e non sia mai qualcuno dovesse accusarlo di favoritismi, lui è così imparziale!), dunque stavo dicendo che ha affidato quell’incarico a una giovane psicologa, carina sì, anche ben fatta, ma professionalmente scadente a giudizio mio e d’altri esperti. Mia figlia dice che parlo per gelosia, ma quale gelosia, quella ragazza si offre a chiunque possa agevolarle la carriera, ma non mi va giù che, mentre a me, in mezzo ai complimenti, trovò modo di farmi tante di quelle osservazioni che dovetti rimettere mano più volte alla stesura della mia relazione (la mia critica alla conduzione delle carceri era troppo frontale diceva, era controproducente), invece nel raffazzonato e insieme ridondante lavoretto di lei, non ha avuto da ridire nemmeno su una virgola. Mia figlia la giustifica, dice che, in una società fatta dai maschi e per i maschi, una donna non va avanti se non usa contro di loro le loro stesse debolezze. Così però non se ne esce mai, le dico io. Ho fatto male a sfogarmi con lei. M’ha quasi presa in giro, affettuosamente, certo, ma era pure peggio. S’è messa a ridere: «Quando eri stata prescelta tu per quella famosa inchiesta sulle carceri tra persone probabilmente più qualificate di te che eri novizia, t’era andata bene, vero? Non t’era apparso allora che il tuo futuro marito facesse un uso improprio del suo potere, che c’entra, aveva intuito le tue capacità, anzi che uomo avveduto, deciso, perspicace, non è così? Te lo sei persino sposato! Se poi la prescelta è un’altra, in base agli stessi criteri – nota –, che vergogna, approfittare della propria posizione per soddisfare “desideri capricciosi” come dici tu, “curiosità private”, che animo ambiguo». Questo m’ha risposto, pure divertita nell’imitare il mio sdegno. Chi nega che abbia ragione ma, non so, ci prende troppo gusto e poi non tiene conto di un mucchio di cose. Se non ne è al corrente, come può giudicare in quattro e quattro otto?
Il bello è che lui, appena s’interessa a un’altra donna diventa con me d’un moralismo amaro, non è mai tanto virtuoso nelle parole (e esprime pensieri più profondi) come quando s’allontana da me. Del resto quella ragazza non è la prima e credo anche che abbiano già rotto. È sempre stato così: appena una sua nuova relazione gli va male, io gli cresco nella stima. A me questa storia è sempre andata di traverso, mi considera la compagna ideale per le cose serie, “nobili”. Condannata all’amor sacro, alla virtù. Infine gliel’ho detto: «Per forza sei costretto a essere austero con me, col ruolo che m’hai affibbiato!».
Si mostrò stupefatto (che attore!): ma come, lui lavorava sulle dodici ore al giorno, faceva di tutto per non importunarmi, nascondeva la stanchezza per non intralciarmi, non avrebbe mai creduto che non mi rendessi conto. Che volevo da lui, che non mi rispettasse? «Parla chiaro» m’intimò, «che mi rimproveri di preciso?».
Niente infatti. In casa è sempre stato più che corretto, un padre delicato, d’un riserbo severo con la figlia; solo di rado le carezza i capelli con gesto lieve, pieno di tenera malinconia, direi di più, a volte a me scocca occhiate paterne, e sulla figlia allunga sguardi innamorati, è proprio della sua natura questo continuo mischiare i sentimenti, lo sconfinare sempre da un ambito nell’altro, perciò è costretto a delimitarsi esteriormente, il formalismo è la sua difesa. Insomma era tanto delicato, tanta era la sua premura di non “importunarmi” di non “intralciarmi”, che smise ben presto di venire a cena a casa, tornava alle ore piccole, e spesso tardava anche a pranzo, così da mangiare in fretta e solo. La domenica dormiva sino a mezzogiorno, il pomeriggio si chiudeva nello studio e la sera di nuovo scompariva. Solo per la figlia trovava sempre un’ora o due di tempo, s’intratteneva a lungo con lei. Giocavano per terra, lui abbaiava, miagolava, nitriva (era bravissimo specialmente nel muggire), e la bambina rideva piegata in due. Finché non è diventata grande, ogni giorno il padre le ha improvvisato una piccola recita, non sapeva più che inventare, oggi imitava il presidente della repubblica, domani il benzinaro, con caratterizzazioni irresistibili. Certo quell’uomo ha un vero talento satirico, coglie immediatamente il lato ridicolo e disperato delle manifestazioni umane. Ma con me a quattr’occhi cambiava persino connotati, di colpo, freddo, senza appiglio. (E questa, mi domandavo, che parte era?).
Ci ho messo degli anni a capire che a questo mirava, a una posizione d’assenza onnisciente, quella che aveva assunto anche da scapolo coi genitori anziani e con le sorelle, come una sorta di nume tutelare, insindacabile. C’era, nella sua riservatezza mezza dolente, un qualcosa che non mi convinceva. Avevo notato che molto raramente una visione tragica della vita nasce da vera profondità di sentire, più spesso denota un cattivo carattere, se non un cuore avaro. Gli domandai se al posto del cuore non avesse per caso un contagocce. «Mh!», sorrise lì per lì col suo risolino breve quasi soffiato dal naso, ma alla prima occasione trovò modo di rintuzzarmi che io chiacchieravo troppo senza che alle mie frasi corrispondesse un impegno effettivo (come previsto, mi fa sempre scontare le mie critiche, se le lega al dito). Ed ecco che, sebbene repressa sdegnosamente, mi risbucava l’ideuzza che, tutto sommato, mi tenesse in caldo a poco prezzo: un sorriso esistenziale qui, un sospiro metafisico là, il tutto condito da uno sguardo comprensivo, di tipo sociologico, che ti situa nei tuoi condizionamenti, in mezzo come una patata. Scattasse almeno una volta, no. Sempre quei modi compassati, legalitari. Se mia figlia sentisse questi miei pensieri, mi ridirebbe ancora quello che affermò un giorno con mia grande sorpresa (io mi percepivo così mite): «Tu e io, mamma, siamo un po’ dure, te lo vedi il povero papà in mezzo a due come noi?». Sia pure, ma che altro potevo fare per scuotere quell’uomo? A momenti mi sembrava che l’esclusivo scopo delle sue manovre fosse d’ossessionarmi, quasi gliene venisse un raro diletto. E nemmeno vi sprecava un briciolo d’immaginazione. Io che passo l’esistenza a esaminare le complicazioni altrui, anni di visite e sedute di psicologia giorno dopo giorno, ero sconcertata ogni volta che, ascoltando il dramma sentimentale di qualcuno, riscontravo come certe astuzie del partner che avevano provocato la crisi d’identità del mio paziente fossero vecchie come il mondo, scoperte al punto da risultare plateali, eppure, all’atto pratico, funzionavano sempre. Le ragnatele in cui si dibattono gli altri mi saltano agli occhi. Una volta che sono riuscita a farmi un’idea delle premesse ambientali e caratteriali del soggetto, vengono fuori da sole le sue peculiari difficoltà, non faccio quasi fatica a dedurre in quali ostacoli egli tenda a incappare, da quale genere di persone e tipo di vincoli sia attratto e su che risorse intime debba far leva per sbloccare la situazione. Perché non applicavo al mio caso tutta questa lucidità? Da che dipendeva che io, avendo ben riconosciuto la tecnica di mio marito, per niente originale ma trita e presa in prestito dall’uso, ne fossi ugualmente soggiogata? Forse la mia anima è una palla che deve essere presa a calci per levarsi in alto e rimbalzare?
La prima volta che l’ho visto in quella stanza del ministero, m’aveva proposto di sé un’immagine un po’ altera, da moderno hidalgo, quasi ascetico (e infatti così s’è comportato con me). Io che ero piuttosto esuberante, me ne facevo una ragione: come può essere diverso? mi dicevo, con la componente spagnolesca del padre calabrese e quella calvinista della madre valdese, ce n’è d’avanzo perché mi faccia il Carlo V in escalation, tutto fisso alla carriera. Che pasticcio. Non è che m’adattai subito alla cosa. La sera a letto, se lui si dilungava a parlarmi dei suoi progetti, dei suoi dubbi, d’un risultato raggiunto (era così felice!), o mi chiedeva del mio lavoro, attento, bello disteso, ero impaziente di passare alle carezze. «Vogliamo uscire dall’ufficio?» scherzavo io; gli dissi pure che lo trovavo burocratico anche nelle effusioni. Certo, non fu una battuta felice, non dovevo poi stupirmi se si rinchiuse in sé. È così tenace nei rancori.
Però avevo pure io le mie giustificazioni. Cominciavamo appena a frequentarci, e la prima cosa che lui notava in una donna era la qualità sessuale. Senza accorgersene credo, prima d’illustrarmi altri aspetti d’una sua nuova conoscente, «ha fianchi eccitanti» diceva, a meno che non fosse «neanche desiderabile». Francamente la cosa mi dava un gran fastidio. Ancora adesso: lui le persone le trasfigura, dice, è una sua mania, non è piatto come me che m’attengo al dato, lui ha fantasia. E in che consiste poi tutta questa sua fantasia? nel creare subito un’atmosfera di complicità con qualunque donna giovane e carina gli capiti a tiro. Soprattutto davanti a me, di modo che mi sento un terzo incomodo e insieme l’elemento catalizzatore che gli consente d’abbandonarsi alla particolare euforia di questo genere d’intese inespresse, senza l’impegno diretto che quel misurarsi a occhiate e mezze parole gli comporterebbe fuori dalla mia presenza. Per me, sono schermaglie talmente insulse. Allora perché te la prendi? mi direbbe mia figlia. Ma perché sto lì, coi miei anni addosso, in questi ricevimenti dove sono tutti quadri coi loro tirapiedi, con le belle ragazze in ascesa, e io che mangio pasticcini, naturalmente ingrasso.
Adesso mi comporterei diversamente. Se fossi stata veramente psicologa, avrei dovuto sorvolare. Ben sapendo lui di subire fortemente la femminilità (che perciò stesso disprezza), ha sempre più paura di soffrire e mi tiene come un capitale di riserva. Non è piacevole ma dovevo prevederlo. Lui è funzionario al ministero degli interni, ripeto, ed è scontato che, in una certa misura, ognuno acquista l’abito mentale del suo mestiere. Era inevitabile che finisse con l’avere una concezione diplomatica degli affetti, un certo tatticismo anche nelle relazioni familiari. Che noia quest’insoddisfazione, questa pena che ho. Le passioni sono quasi sempre presunte tali, anche questo mio affanno è schedabile. Impostiamo i nostri affetti in parte su presupposti acquisiti dalla tradizione a scatola chiusa, in parte su rivolte di costume assimilate per mimetismo (sono una donna che lavora, che ha diritto così, sui due piedi, a una parità che non c’è mai stata). Ah, questo vivere a orecchio e reattivamente come m’ha stancata, e che cosa faticosa essere stanchi Dio mio. Anche i bei ricordi si rovinano, sembrano solo prodotto d’improntitudine, tracce d’una spensieratezza che rese certe ore più memorabili di altre.
Stavo conchiudendo la mia inchiesta nelle carceri a Messina, quando lo vidi arrivare all’improvviso. Camminavamo sul lungomare nel tardo crepuscolo, dopo il tramonto del sole, nell’ora in cui il cielo scompare e l’acqua si gonfia e fa più chiasso. Contemplavamo la superficie increspata, l’avvicendarsi delle schiume, tutta quella motilità di grinze ch’era il riflesso di sommovimenti profondi, venuti da lontano; e così era del nostro silenzio che fluiva tra noi come una corrente subacquea da cui salivano le bollicine di frasette come «fa caldo» (s’era in estate), «vien voglia di tuffarsi», «è sera». Io mi chiedevo com’era possibile che mi sentissi dentro una felicità così compiuta quando avevo ancora negli occhi nelle orecchie e nel naso le facce, le voci e gli odori dei carcerati che avevo visitato quel giorno.
Lui m’invitò a cena. Al ristorante, poiché dovette assentarsi un momento per telefonare a Roma e mi pregò di cominciare intanto a ordinare qualcosa, io che morivo di fame pensai che avrebbe visto nel mio robusto appetito il sintomo d’una futura donna grassa, e chiesi a malincuore per me soltanto semolino al burro, formaggio fresco e una doppia porzione d’insalata. Quando lui tornò a tavola, si scusò di cenar leggero e ordinò a sua volta, nel disappunto del cameriere, semolino al burro, formaggio fresco e doppia porzione d’insalata. L’identità dei nostri due menu ci commosse, che incredibile coincidenza, tanto per dire come un’attrazione s’alimenti d’ogni inezia. La verità è che lui è un igienista anche nel mangiare (e poi ha sempre lo stomaco malandato) e ama sul serio il semolino che invece io non sopporto, gli trovo quell’onestà molle e omogenea che m’invecchia solo a guardarlo nel piatto.
Discorrendo, venne fuori che nessuno voleva sposarsi né avere figli (altra mirabolante coincidenza, altre esclamazioni di compiaciuta meraviglia). Chiacchierammo tutta la notte camminando per le vie della città deserta nell’attesa del traghetto all’alba. Ho di quelle strade larghe, diritte, con le case tutte uguali (ricostruite dopo il terremoto) un ricordo nordico. Fummo presi da una fame impaziente, ma impossibile trovare un locale aperto; giravamo soli in un universo disabitato; quasi ci gettammo tra le braccia d’un “cocomeraro” che scovammo infine in una piazzola, alla luce tenue di lampadine appese a un albero, come fosse Natale, e immergemmo la faccia nelle fette di cocomero, ch’erano tiepide e filamentose, poi raccogliemmo in un fazzoletto un po’ di quella terra dove fioriscono le arance d’oro, declamando versi greci e rime del Duecento. Non c’era una cosa in cui le nostre convinzioni e i nostri gusti non combaciassero, le nostre confidenze si rincorrevano come onde fresche, si travasavano l’una nell’altra. Affrontammo gli argomenti più gravi, tra i primi l’invivibile condizione dei carcerati, temi che al suono delle nostre parole perdevano pesantezza e diventavano così solubili che pareva li potessimo risolvere solo che lo volessimo. Finché giunse l’ora d’attraversare lo stretto di Messina.
Ci parve d’assistere al mistero della creazione quando, nel cielo basso, dal vago orizzonte del mare ancora opaco senza forma, proruppero d’un tratto allo sguardo i contorni della costa calabrese, colline infocate dal sole, così sode da mozzare il fiato. Noi stavamo affacciati al ballatoio della nave, ammutoliti. A poco a poco la luce dell’astro ancora invisibile rischiarò il mare, lo distese definendolo, lo tinse d’azzurro con striature d’oro, mentre nel primo scintillio dell’aria il cielo s’innalzava incurvandosi come un arco di trionfo, finché, dopo tanti preliminari, balzò il sole, grasso, rosso, rotondo, spiccò un salto nello spazio e, sostando un attimo, rallentò la sua corsa.
* * *
Dico solo che ho mantenuto, certamente entro i limiti delle mie capacità, le promesse di quella notte davanti a Scilla e Cariddi. Ho lavorato tutta la vita come una maniaca, con ben poco guadagno. Devo avere addosso una specie di calamita per chi ricorre allo psicologo senza fiducia né speranza né volontà di guarire, per puro bisogno d’essere ascoltato, persone che normalmente non hanno un soldo e del resto non si pongono neppure più questo problema. Secondo mia figlia, si sparge la voce: quella si occupa di te per poche lire, tu vacci la prima volta coi soldi della visita in mano, poi dille che non puoi tornarci perché non hai di che pagarla, lei ti s’è già preso a cuore e ti cura gratis. Così dice mia figlia, ce l’ho scritto in fronte, dice. Lui no, non m’ha mai criticata in questo, anzi, certe volte dentro di me pensavo: ma come, vede che mi distruggo e non mi dice “smettila infine”, allora non mi vuole bene. Con lui m’ero rassegnata, facevo conto, dicevo, di non essere sposata. Ma mia figlia me la son cresciuta. Arrivo al fatto. Prima però devo dire del suo contegno in generale. A quello del padre ho già accennato. Il suo era il seguente: nel vederlo, arrossiva (colpa di lui) e si trasformava, improvvisamente illanguidita, davanti a lui mi rispondeva con gentilezza, d’un tratto servizievole, sì mammina, subito mammina – quando mai! –. Mi dà i bacetti, mentre quando siamo sole sbuffa, alza le spalle, se va a prendermi un oggetto trascina i piedi, e fin qui tutto è regolare, i figli fanno sempre così; tra l’altro m’è più simpatica quand’è appena un po’ cattiva, non so, mi sento più tranquilla sul suo avvenire, mi pare più difesa; oltre tutto, da svogliata con quel tono brusco, ha più fascino. Però mi piace meno che a quattr’occhi mi tratti come se fossi una stupida, qualunque opinione io esprima mi rimbecca come se dicessi esclusivamente sciocchezze. Eppure queste sciocchezze che io andrei dicendo, a tante persone sono state d’aiuto, a tanti gli s’è rassicurato il cuore.
Non posso certo riassumere adesso in due parole un metodo di ricerca maturato in un trentennio tra studi e pratica professionale. Lei ne ha solo venti di anni, che può saperne. Ci vuole pazienza, nessuno lo nega, le persone hanno fretta e soprattutto sono attaccatissime alle proprie sofferenze e ai propri errori. Comunque qualcosa s’ottiene, poco, forse pochissimo, ma quel pochissimo rimane. È come chi ha imparato a leggere, difficilmente disimpara. Invece mia figlia non sopporta di sentirmi dire che un giorno gli uomini riusciranno a articolare e a comporre i loro affetti senza tormento, come fossero i vocaboli d’un discorso collettivo intelligibile, i numeri di un’operazione aritmetica. Un giorno la dinamica interna dei sentimenti ci sarà tanto familiare che non saremo più colti di sorpresa dalle passioni nostre e altrui, non vi saranno più impulsi repressi che poi scoppiano come ascessi all’improvviso, ma susciteremo e smorzeremo i moti del nostro cuore quasi a memoria, con levità.
Ammetto pure che la mia sia una speranza ridicola, che questa mia piccola impresa sia balzana, senza costrutto, ma infine ci ho dedicato la vita, se non altro per questo non se ne può fare oggetto di scherno, non mi dovevano beffare. Arrivo al punto: ho scritto un trattato sulla mia ipotesi di lavoro sui sentimenti umani, intendiamoci, una cosa limitata, soltanto un’indicazione di metodo, d’approccio alla gente, un insieme di rettifiche ai metodi in uso nelle maggiori scuole di psicologia, smascherando anche qualche falso problema che va per la maggiore. Lui ha letto il testo esclusivamente come speculazione astratta. Solo «Se non altro» ha detto alla fine con un sorriso lontano, «ti sarò servito da cavia come i tuoi pazienti». E dopo un po’ m’ha guardata: «Aggiustati un po’, sei sfaldata».
Mia figlia apriti cielo! Che non potevo approdare a niente col mio criterio individualista, che la psicologia non è un universo autosufficiente (lei studia scienze politiche all’università), che il problema è altrove, nelle strutture della società. Ma ho forse detto il contrario? Io sono sempre stata per l’interdisciplinarietà, però ogni ambito ha anche un suo ordine di discorso interno all’ambito stesso. Detto così, non si capisce niente, d’accordo. Insomma m’hanno offesa come più non si poteva. E non perché non ci fosse da ridire nella mia impostazione, ma bisogna pure affrontarla quest’impressionante imprecisione che c’è nei sentimenti in circolazione. Lasciamo stare.
So benissimo d’essere stata eccessiva nella mia reazione, d’aver ceduto alla tentazione di sentirmi anch’io protagonista d’un dramma che rompa le scatole alle persone più care; infatti immagino che soffrano e questo pensiero m’accarezza l’anima. Sono sfaldata? Che lo vogliano o no, arriverà il tempo in cui uno potrà sfaldarsi in pace. E sai quando, caro marito? Quando due, maturando insieme, potranno finalmente dar meno peso ai propri umori e concentrarsi sulle cose serie. Altro che, figlia mia, questo è marginale, dici tu. Te ne accorgerai quando ti sentirai in colpa perché cominciano a solcarti le rughe, le plastiche facciali sai sono una rincorsa senza fondo che elude il problema del tempo e della morte.
Io ormai sto bene. Sto a Messina, mi sono rifugiata qui. I primi giorni sono andata a trovare i carcerati, quanti giovani Dio mio in quelle celle, come allora, sono altri ma ugualmente giovani, così pare che il tempo s’è fermato in quelle mura dove si rinnovano i visi lisci dietro le grate, gli occhi vivi, indifesamente torvi e crudeli. Adesso non ci vado più. Passo anche le nottate sulla spiaggia, davanti al mare (è estate come allora). Non riesco a far posare i pensieri, mi galleggiano senza peso come gli oggetti in una capsula spaziale; non mi arrendo, mi ci appendo con tutto il peso della mia infima storia.
Le mani mi si sono intorpidite, la pelle delle mie dita s’è fatta liscia come sapone, il mondo m’è scivolato di mano ed è volato via.
Adesso capisco tutto, assolutamente tutto. Com’è stupendo non potersela prendere con nessuno, in queste notti arieggiate, dove le onde mi vengono incontro con tanta festosità, riuscirò mai a restituire un granello di sabbia?
È prodigioso come ogni volta che nella mia esistenza m’è parso d’aver raggiunto un punto fermo, io sia poi precipitata a capofitto in un altro piano di realtà, sconosciuto e inimmaginabile, nel quale ho sofferto e sbagliato fino a toccarne il fondo dove, appena adagiatami, di nuovo il confine di questo terreno scompare e…
Oltre tutto, la verità è spiritosa, d’un umorismo folle. Bisogna sapere che, finché lui mi confidava ogni suo pensiero e proposito, me n’ero armata per accusarlo (ancora adesso). Soltanto quando m’ha esclusa per riscaldarsi altrove, mi son cadute le armi. Lo dico: la giovane psicologa mi ha straziata, e io a puntellarmi con l’ironia, con lo spregio, che futile infatuazione, ah ah!
E questo è niente. Sono stata gelosa di mia figlia, sì, da quando era bambina sino a ieri. Allorché il padre le faceva quelle innocenti imitazioni, m’innervosivo, gli chiesi perché si nascondesse sempre dietro voci e volti altrui. E poi volevo che non fosse un iceberg con me. Giunsi a essere contenta che mia figlia non fosse sgarbata con me davanti a lui, perché la sapevo meno attraente quand’era premurosa.
È bella però la verità, leggera, lei non ci bada se chi la contempla è indegno, come lo sono io che rivoltolo in eterno le mie meschinerie nascoste (il mio cuore maleducato), lei m’illumina ugualmente rallegrandomi di schiume. Guarda quell’onda che avanza sotto la luna, come s’inarca. Erge la cresta fieramente riversa, per poi scrosciare in pieno dal profondo dell’anima. Oh Dio, dammi una volta infine quella potenza di svuotamento. È proprio bello, quando tutto è compiuto, svaporare dolcemente per salire ancora.
Questa notte è trascorsa strana, forse perché stavo sulla spiaggia sin dalla mattina (ho notato che la gente comincia a scrutarmi, devono pensare che io sia un po’ matta, niente d’allarmante, una che non mangia e non beve e sta sempre sdraiata lì, una mite demenza). Secca diventerò, come una tavola piallata, come un’ombra levigata dall’acqua. Oggi l’assenza di gravità dei miei pensieri non m’ha dato nessun senso di menomazione. Ecco, quell’onda viene da Honolulu. Un giorno gli uomini vivranno d’alghe, trarranno il nutrimento dal fondo marino; anche il mare sarà coltivato un giorno (almeno questo mia figlia lo ammetterà); bisognerà però che non venga più inquinato dagli spurghi malefici di quelle industrie accentratrici, che vedono solo il proprio profitto. Ma che i sentimenti umani possano essere inquinati dagli stessi spurghi e che li si possa e debba nettare e coltivare, questo no, per mia figlia è un’analogia a pera. Non fa niente, non mi voglio arrabbiare, sbaglio io a reagire così, non applico quello che predico. Forse il mare non sarà più così salato (o lo sarà di più?); ci saranno grandi ponti interoceanici, tra secoli, tra millenni, che importa. Chissà se su Marte c’è acqua? Forse un po’ di vegetazione ci sarà perché la sua atmosfera contiene qualche fiato d’ossigeno (qui m’è presa un’ondata di riconoscenza per uno sterpo che spuntava tra le sconnessure d’una cabina). Mi sono stampata bene col corpo nella sabbia, credo che ho dormito, comunque non ero più intera, compatta, ero tutta ghiaia. A una certa ora sono andata a fare la pipì nel mare, ma lì per lì, appena alzata in piedi, mi sono fermata perché davanti a me rilucevano nel tramonto le maglie di bronzo di un’immensa corazza sul torace del mondo. Mi sono sdraiata di nuovo e, quando mi sono tirata su, tutto s’era mischiato, s’era fatto informe, lattescente, e in lontananza un fantasma di nave procedeva sospeso, bellissimo così delicatamente suggerito alla fantasia finché, accostandosi, s’è solidificato in un grande bastimento maestoso e splendente. Questa notte ci deve essere una festa da qualche parte perché a intervalli sfilano nell’oscurità battelli inghirlandati di lampade che si riflettono nell’acqua come cascate di luce d’oro. Ho una sonnolenza, e questo è bene, da parecchio il mio cervello sembrava avere l’interpol alle calcagne, non faceva che correre all’impazzata, ho fatto bene a venire via.
Sono caduta nel sonno e ho fatto un sogno da rabbrividire: mia figlia era china su me, piangente. Io mi volevo svegliare ma, come succede nei sogni, non ce la facevo a varcare quella coltre, è stata una lotta affannosa, mia figlia non sta bene, vengo subito, un incubo, un rimorso, ma più mi dibattevo e più m’avvolgevo in quel drappo. Allora nel sonno ho deciso d’agire d’astuzia e ho pensato: “è un sogno, adesso io fingo di non prenderlo sul serio così lui se ne va, di modo che, quando il sonno, vedendomi tranquilla, crederà che ho rinunciato a svegliarmi e rallenterà la sua morsa, io mi sveglierò di soprassalto”. Tutto questo me lo sono ricordata benissimo al momento di scattare di sorpresa sennonché, quando ho aperto gli occhi, era l’alba, dunque avrò dormito un altro paio d’ore. Mi sono seduta con un gelo nelle ossa e nell’animo da morire. Giusto il cuore mi sollecitava, va’, corri, va’. Io gli rispondevo sì, e non riuscivo a muovermi, ed ecco che mi sono vista comparire davanti la mia figlia fantascientifica, mi si sono drizzati i capelli, dov’eravamo in quell’albedine… Mi sono nascosta la faccia tra le mani, poi ho allargato le dita e ho sbirciato, mia figlia in piedi col suo portamento eretto senza gesti mi trapassava dall’alto con lo sguardo d’acqua sgranato. S’è buttata a sedermisi al fianco (io l’ho sfiorata), ha girato le braccia attorno alle gambe ripiegate, m’è parso che abbia deglutito – non vorrei sbagliare anche in questo –, sedeva la schiena diritta, gli occhi impenetrabili nell’aria pallida che mi guardavano. Infine: «Sei incorreggibile» ha cominciato spiccando le parole (mi pareva suo padre), «ti verranno i reumatismi, la sciatica, l’artrite e chissà cos’altro ancora. Ma non senti com’è umida la sabbia? è bagnata». Ha taciuto, poi senza scomporsi, sullo stesso tono didattico: «E anche se non pare sai, non hai sprecato il tuo tempo con me, hai capito?». Pausa. «Mmh!» (lo stesso risolino soffiato del padre), e piano, nel primo chiarore nebbioso, articola: «Ho riflettuto anche a proposito di quelle tue teorie strampalate, e può anche darsi che un giorno il cuore umano, ben arato e coltivato come dici tu» (nuovo risolino soffiato) «sia più civile».
Mai ho provato (né potrò più provare) vergogna di me come in quell’alba al cospetto di mia figlia, e insieme dentro lo straripamento di gratitudine che mi sgorga così spesso in questi giorni, grazie figlia mia, ho pensato, di quest’obolo, non per me, sai, ma per le generazioni future, perché l’animo dei tuoi figli sia meno confuso del mio, ma di nuovo mi sono vergognata della sproporzione di tutto, comunque quel poco che ho cercato di capire accettalo ecco come fosse quel flutto che si va spegnendo ai tuoi piedi. Ma non ho fiatato, ho soltanto annuito.
«Un’altra cosa» riprende mia figlia, «e poi ho finito. Mi secca molto doverti parlare su questo tono, ma sono due settimane che ti cerco. Perciò, mamma, ti prego, finiscila».
E di nuovo ho capito tutto, su quest’ondeggiare continuo tra bonacce e ghiacci polari, questo rumoreggiare insensato, questa solitudine, senza nulla di stabile, nulla che risalti e a cui possa riferirsi l’occhio, ma monotona, uguale a se stessa all’infinito. Mi sono ritrovata troppo stupida coi miei piccoli aggrappamenti, le mie miserrime indignazioni, l’offesa, la fuga, e quasi ho riso (tra due lacrime): «Figlia mia» le ho detto, «compatiscimi, deve essere la mezza età».
«E con ciò?» ha riso lei, «vuoi mettere in crisi anche me?» (ecco, quest’era il tono che usavo io con suo padre).
Sì, le ho risposto con gli occhi sorridenti, guardandola dall’ombra del mio capire.
«Uffa!», si sgranchisce, «alzati mamma su, o vuoi farmi anche ammalare?».