la straniera
italian
Non ho voglia di lavorare.
Tutte le mattine mi devo alzare alle cinque e mezzo per arrivare in tempo in fabbrica e prendere servizio alle sette.
Il lavoro dura fino alle diciotto, con un’ora d’intervallo alle dodici per il pranzo. Alle diciotto esco dal lavoro, e vado a farmi la doccia nello spogliatoio della fabbrica. Poi vado a fare la spesa e rientro a casa, una stanzetta in una costruzione fuori mano lontano dalla città, che divido con altre operaie.
Ma per lo più devo restare in fabbrica fino alle venti, perché ci sono sempre allarmi e devo recuperare le ore di lavoro perdute al ricovero.
Fa freddo e la sera, rientrando nella mia stanza, sono così stanca che non ho voglia di cucinare né di fare altro, ma mi butto sulla brandina e aspetto assopita l’allarme che mi farà alzare e trascorrere metà della notte nel ricovero.
E l’indomani ancora alle cinque e mezzo in piedi per tornare al lavoro.
La stanza ha nove lettini, a tre a tre, uno sopra l’altro. Nel centro c’è il tavolo e la stufa, e due sedie. Bisogna cucinare a turno sulla stufa o mettere un gran calderone sul fuoco per lessare le patate della cena per tutte.
Agli angoli delle pareti ci sono piccoli e stretti armadi verniciati e forati.
Noi riceviamo ogni settimana i buoni per ritirare il vitto del pranzo alla mensa della fabbrica e le tessere che ci permettono di comperarci il cibo per la cena. Poi riceviamo ogni quindici giorni la busta paga. Ma io guadagno sempre pochissimo perché non si è pagati a ore, ma a cottimo, e io non so fare niente. Devo avvitare delle viti con un giravite elettrico. Ma non reggo abbastanza saldamente il pezzo e il giravite scivola e mi rovina la testa delle viti.
Allora con grandi sforzi devo svitare a mano la vite, e applicarne un’altra.
Tutte sanno fare il loro lavoro, ma a me, cui tocca questo relativamente leggero delle viti, non riesce facile compiere il minimo di produzione richiesto per avere la paga minima.
Così guadagno poco e posso stentatamente comprarmi il cibo per la cena e spesso mi tocca perfino rivendere al mercato nero i tagliandi del burro e dello zucchero per riuscire a comprare il pane alla fine della quindicina.
Poi c’è un altro fatto, io parlo un po’ di lingue o meglio mi faccio capire, e il mio caporeparto mi chiama sempre per tradurre suoi ordini e spiegazioni ad altri stranieri. Con ciò perdo ore di lavoro che nessuno mi rimborsa. Ma a me piace farlo e non mi rifiuto mai, anzi faccio un viso felice quando il capo mi chiama.
Ho molta tosse per il gran freddo e ho sempre fame e sonno.
Uno dei direttori della fabbrica, l’ingegnere Jung, un giorno mi viene a cercare: l’interprete è assente e il medico della fabbrica non riesce a spiegarsi con gli operai stranieri che hanno marcato visita.
Seguo l’ingegnere Jung e vado con lui dal dottore Marsch. Questi mi fa sedere alla sua scrivania e mi prega di tradurre ai pazienti le sue domande e a lui le loro risposte.
Mentre eseguo quest’incarico, il mio sguardo cade su un blocco di moduli che sta alla mia destra sulla scrivania. Su tutti c’è la firma del medico dottor Marsch.
E su essi sta stampato:
Il signor…
n. di tessera…
è abile al lavoro
inabile al lavoro dal giorno… al giorno… del mese… dell’anno… Malattia…
In basso sulla firma del medico il timbro della fabbrica.
Mi metto in tasca un po’ di quei foglietti.
Vedo che, dopo aver visitato un paziente, il medico cancella le parole: abile al lavoro, o le parole: inabile al lavoro, secondo i casi.
Quella sera mi attardo nello spogliatoio dopo le altre e riempio uno di quei moduli.
Risulta così:
La signorina (qui scrivo il mio nome), n. di tessera (scrivo il mio numero), cancello le parole: abile al lavoro, e mi concedo una settimana di riposo.
Malattia: bronchite acuta.
Scrivo la data del giorno successivo.
L’indomani chiedo al caporeparto se posso uscire un momento. Quando rientro, gli dico che sono andata dal medico, e non gliene avevo chiesto il permesso perché temevo che il medico non mi riconoscesse malata e non volevo fare brutta figura.
Gli consegno il mio foglietto.
Il caporeparto mi risponde che va bene, posso andare a casa, e mi consegna le tessere alimentari della settimana e i buoni del vitto per malati. I buoni del vitto per malati sono diversi da quelli per i lavoratori: con questi ultimi si ritira alla mensa a mezzogiorno il pranzo già cucinato, con quelli invece si ritirano i cibi e i condimenti crudi tutti in una volta per il numero di giorni di riposo assegnati dal medico.
Vado alla cooperativa e ritiro tutte le mie razioni. Esco dalla fabbrica. Passo al negozio accanto alla fabbrica e compro tutto quanto posso comperare coi soldi della busta paga che ho riscosso questa mattina e con le tessere alimentari.
Carica di pacchi torno a casa.
Passo i giorni a oziare nel letto fino a tardi, poi mi faccio toletta, lavo, stiro,
cucino pranzetti, poi esco, vado in giro per le vie. Mi sono proposta di visitare tutte le chiese della città. Ne visito ogni giorno una.
Poi, se non c’è allarme, vado al cinema e torno la sera nella mia stanzetta, dove trovo le mie compagne stanche sui letti, nervose, arrabbiate.
Ma questa settimana di pace solitaria e profonda passa e devo tornare in fabbrica.
Ho un po’ di batticuore quando infilo la mia carta degli orari nella buca dell’orologio che segna l’ora d’ingresso e l’ora d’uscita, e quando premo la leva. Entro, davanti al portiere che non mi chiede nulla.
Quindi non si è risaputo nulla.
Vado a sedermi al mio posto, e, cosa insolita, il calore della sala, cui non ero più abituata attraverso le mie passeggiate pomeridiane nella neve e sotto la pioggia, mi solletica la gola, mi faccio rossa e incomincio a tossire ininterrottamente.
Il caporeparto mi viene vicino e mi dice che non sono guarita ma devo tornare a marcare visita; chiama un’anziana e mi fa accompagnare da lei sino al medico. Ho paura che questa parli e gli chieda una proroga di convalescenza per me e così tutto venga scoperto.
Ma suona il preallarme. La donna scappa e mi lascia.
Suona l’allarme e andiamo tutti al ricovero.
Noi stranieri abbiamo il diritto di andare nei ricoveri della fabbrica ma non nelle torri cilindriche di cemento armato dove trovano rifugio soltanto i tedeschi. Vado nel ricovero della fabbrica ma le bombe scoppiano proprio su noi e un’ala del ricovero viene schiacciata.
Nel pomeriggio tornano gli aerei e tutti abbandoniamo le macchine di lavoro per correre pazzamente verso il ricovero cilindrico di cemento armato.
Ma c’è la polizia alle porte. Già cadono le prime bombe. Io capito vicino all’ingegnere Jung. Le guardie lo salutano e lo fanno passare. Poi mi chiedono la tessera ma ci ripensano e mi fanno passare. Mi giro: dietro di me respingono tutti gli stranieri.
Le bombe scoppiano sulla città.
Dico: «Anch’io sono straniera. Perché mi avete lasciato passare?».
«Zitta» dicono. Ma li respingo e mi presento alla guardia dell’ingresso: «Io sono straniera. Se gli stranieri non possono entrare, voglio uscire anch’io».
L’ingegnere Jung mi chiama, ma io dico: «Iddio è testimone». Un fragore di bomba vicino scuote tutti.
«Chiudete le porte» viene gridato da ogni parte «non entra più nessuno».
Allora mi svincolo e corro fuori. L’ingegnere Jung si slancia contro corrente e viene fuori con me, gridando: «È una vergogna davvero».
Mi prende per mano e corriamo lungo i muri sul marciapiede finché un’esplosione quasi ci butta in terra, accucciati contro i gradini d’un portone.
«Che avete fatto!» gli dico appena riprendo fiato.
«Era il colmo» dice l’ingegnere Jung.
È un uomo castano con la testa ovale e incipiente calvizie sul cranio, occhi castani allungati, naso un po’ aquilino, labbra sottili. Statura media e snello, un’aria timida. Avrà una trentina d’anni.
«Non dovevate venire» gli dico.
Finalmente le esplosioni cessano.
Ritorniamo in fabbrica. Vado al gabinetto e riempio il mio secondo modulo. Mi assegno cinque giorni di riposo questa volta. Sette giorni è il massimo che viene assegnato dal medico della fabbrica, e per una convalescenza non posso assegnarmi il massimo.
Il caporeparto mi chiede che cosa mi ha detto il medico. Gli mostro il mio modulo.
In segreteria mi consegnano nuovamente tessere e buoni, alla cooperativa i cibi. Ritorno a casa.
È meglio per l’ingegnere Jung che io non ci sia domani. Ma forse si informeranno sul mio conto e scopriranno la frode.
Sono punibile con la galera per falso e anche per furto, in quanto a chi non lavora senza motivi di salute non tocca nessuna paga e nessun alimento.
Dormo benissimo la notte e l’indomani esco presto.
Cammino nella pioggia e mi sento intirizzita. Le chiese sono fredde.
Rubo un libro da un mucchio di volumi davanti a una libreria distrutta dalle bombe. E mi vado a sedere in una birreria a leggere al caldo.
Quando è già notte, mi alzo, pago la birra e me ne vado verso casa.
Un allarme mi trattiene tutta la notte in un ricovero.
I quattro giorni successivi finisco di leggere quel libro e mi aggiro per la città in cerca d’altri libri da rubare.
Torno al lavoro. E per alcuni giorni tutto procede regolarmente.
Poi, dopo un bombardamento più forte degli altri, viene fatta una distribuzione di frutta, arance e pere, tra gli operai. È una rarità perché neanche i tedeschi vedono questa frutta da anni.
Prima vengono serviti gli operai tedeschi, ma succede che quando si arriva agli operai stranieri la frutta non c’è più.
Questi mormorano sordamente che i bombardamenti li sopportiamo tutti e le ore di ricupero dobbiamo farle più spesso noi che i tedeschi.
A questo punto una donnona mi viene vicino e mi dà una pera marcia e un’arancia guasta capitate tra la sua frutta: «Mangia un po’, c’è forse qualcosa di buono».
In quel momento entra l’ingegnere Jung.
Vede da lontano i due frutti sul mio banco di lavoro.
Si avvicina a me dicendo: «Sono contento, questa è la frutta degli stranieri».
Mi alzo e gli metto i due frutti tra le mani: «Mi scusi, è solo per tedeschi»6.
L’ingegnere Jung si volta e mi accorgo che dietro di lui è il lavoratore Hansen, capo del partito della fabbrica. L’ingegnere Jung mi guarda dispiaciuto.
«La frutta marcia è roba da tedeschi?» chiede Hansen.
«No» risponde l’ingegnere Jung «la signorina R. dice che questa frutta appartiene ai tedeschi».
«Ha detto: solo per tedeschi».
«No, ha detto: di tedeschi» ribatte con intransigenza l’ingegnere Jung. Poi mi guarda: «E di chi personalmente?».
«Di questa donna» dico, indicando la donatrice.
«Dunque gli stranieri non hanno avuto frutta neppure in questo reparto?» chiede l’ingegnere Jung.
«Ce n’era troppo poca per tutti» risponde Hansen.
Dopo qualche giorno, riscossa la modestissima paga, riempio ancora un modulo e vi scrivo sopra: bronchite persistente. Vado a ritirare i viveri e a comperare gli alimenti nel negozio accanto.
Vivo beatamente per sette giorni, mi lavo i capelli e mi metto i ferretti la notte, mi lavo perfino il cappotto, vado a rubare i libri all’università pure bombardata, sono difficili ma astraggono da tutto, e giro per la città.
Passati i sette giorni riempio un nuovo modulo e lo porto direttamente in segreteria senza neppure passare nel mio reparto. Lì ritiro i buoni e le tessere, vado alla cooperativa e ritiro i viveri, ma mi dicono che non hanno ricevuto le nuove razioni e mi pregano di ripassare l’indomani. Non ho da mangiare. Aspetto mezzogiorno e vado alla mensa della fabbrica, per cercare di rivendere un po’ delle mie tessere a prezzo di mercato nero agli stranieri più facoltosi.
Mi aggiro per un’oretta tra i tavoli, rimedio un po’ di soldi, esco dalla fabbrica e vado a comperare da mangiare al negozio a fianco. Poi corro a casa e mi butto sul lettino a riflettere. Domani devo tornare alla cooperativa. Forse avevano i viveri ma vogliono controllare se la mia situazione è regolare. Forse scopriranno la verità. Comunque devo andare alla cooperativa. Non ci voglio pensare, tanto non risolvo niente e, se non mi presento, la cosa può passare inavvertita ma può anche destare sospetti. Poi ho fame. Saranno le passeggiate. Sarà l’aria frizzante dell’inverno. Se non fosse la seccatura di questa tosse! Mi prendono certi attacchi di tosse, specialmente quando mi trovo in un luogo dall’aria viziata, mi prende un gran caldo in tutto il corpo e non la smetto di tossire e la gente mi guarda.
Devo comprarmi delle pasticche.
Sono felice. Vorrei fare chissà che cosa.
Faccio tanti sogni: incontro un giovane gaio e felice come me, sensibile come l’ingegnere Jung, e gli dico che gli voglio bene. E lui mi dice che anche lui. E andiamo a spasso insieme. Poi, finita la guerra, ci sposiamo e torniamo in Italia.
Su questi sogni mi addormento così felice che l’indomani le compagne mi chiedono perché ridevo mentre dormivo.
Mi attardo a letto. Avrei voglia di alzarmi prestissimo, insieme a tutte, e correre al lavoro e occuparmi. Ma una languidezza mi trattiene tra le coperte a osservare l’affaccendarsi delle compagne e ad ascoltare i loro scherzi e i loro brontolii. E quando escono tutte e la stanza resta tacita e buia nel silenzio oscuro mi metto a cantare.
Quando il sole è già alto, mi alzo e mi vesto in fretta come se dovessi correre a un appuntamento improvviso, e sono allegra e dispettosa.
Esco: la neve è gelata e il sole splende.
Allora mi metto a correre sul ghiaccio e mi lascio scivolare sui piedi. Poi riprendo a correre e a scivolare e seguo il percorso dove il ghiaccio intorno si offre alle mie evoluzioni. Mi sembra di essere una pattinatrice, e piroetto. Mi trovo in mezzo alla campagna dagli alberi spogli e patetici e comincio a tirar loro palle di neve e mi sembra che essi si animino e cerchino di ripararsi con le loro braccia contro cui la mia palla si sbriciola.
Mi accaldo e mi siedo sulla neve, poi torno a scivolare sul ghiaccio. Mi sciolgo la sciarpa dal collo e la sventolo intorno. Comincia a passare qualcuno mentre la nebbia avanza e sembra palpabile.
Divento seria e chiedo l’ora: sono le quattro del pomeriggio. Sono lontana, osservo la sagoma dei passanti e mi avvio pensosamente verso casa. Cammino piano e giungo quando è già notte. Suona l’allarme, mi rifugio direttamente in cantina e mi addormento. Mi sveglio molto tardi, quando la cantina è già vuota e l’allarme deve essere cessato da parecchio. Incomincio a tossire e a tremare dal freddo e aspetto il giorno.
All’alba esco. Questa notte ha ancora nevicato, prendo la neve tra le mani e mi penetra di nuovo la felicità di ieri. Cammino nella neve. Quanto sono felice, Dio mio, come si fa a essere così felice?
E che succede dopo? Un attimo di malinconia si diffonde sulle cose e sui passanti. Ma tutti ci scambiamo allegri saluti e, quando il sole brilla tra due nuvole con uno spiraglio splendente inaspettato, l’allegria è l’essenza del mondo.
Arrivo alla cooperativa quando ancora stanno aprendo i locali e facendo le pulizie. Mi fermo sul marciapiede di fronte. Poi entro. I viveri sono arrivati, me li consegnano. Vado in un giardinetto vicino dove si soffermano alcuni scolaretti e mangio i miei panini.
Io sono libera, nessuna cosa mai sarà più bella della mia libertà; forse l’amore, ma non credo.
Riavvolgo la mia roba in un unico pacco, prendo uno spago dalla mia tasca, e m’incammino verso il centro. Anzi, voglio salire sul tram, sul primo tram che mi capita.
Ne giunge uno, diretto proprio dove devo andare io. Salto su e mi siedo piena di gioia. Sul tram c’è l’operaio Hansen, col suo viso di bulldog. Si avvicina a un uomo anziano e sofferente, uno straniero seduto vicino a me.
«Alzati» dice, «debbo sedere io».
Mi alzo e gli cedo il posto.
«Non dico a te» mi risponde Hansen, «dico al tuo vicino».
Questi sta per alzarsi. Io lo prego di sedere dove stavo io: «Voi cedete il posto al signor Hansen» dico «e io lo cedo a voi».
Allora un giovane soldato si alza e dice: «E io lo cedo a voi».
Hansen sta per scattare, ma lo prevengo: «E io ve lo cedo nuovamente».
Lo straniero anziano e sofferente è sceso senza che me ne sia accorta.
Il soldato e io restiamo tutti e due in piedi e scherzosamente posiamo i nostri pacchi sul sedile e, come se i nostri pacchi volessero a loro volta cederci il posto, il mio pacco a lui e il suo zaino a me, diciamo chini verso di loro: «No, prego, state comodi».
Poi il soldato dice: «Almeno i nostri pacchi possono sedere insieme! Invidio il mio zaino».
Rido, egli prosegue: «Vado alla stazione. Parto per il fronte libico, sono stato in licenza».
Scendo alla stazione con lui e lo accompagno al suo treno. È solo, perché viene dalla campagna.
Mi dà il suo numero di posta da campo, gli dò il mio attuale indirizzo, mi dà quello della sua famiglia. Gli scrivo l’indirizzo dei miei familiari e lo prego di dar loro mie notizie se capita dalle loro parti prima di salpare per la Libia.
Non sappiamo più che altro trovare, mi dà l’indirizzo di una sua parente in città.
Il treno è giunto e ci stringiamo forte la mano.
Egli era gaio e felice come me, e comprensivo come l’ingegnere Jung. Mi ha detto: «Vedete, tutti i soldati che partono sono accompagnati dalla fidanzata. E così la gente dirà di noi».
Esco dalla stazione e per non pensare corro a rubare un libro in un posto che conosco io e che non voglio dire a nessuno. Anzi dirò che è la sala d’aspetto di un dentista.
E col mio libro, che si rivela poi essere la storia dei lanzichenecchi, mi avvio verso una birreria.
Lì mi metto a leggere sorseggiando la birra. Qui una sigaretta ci starebbe proprio bene.
Dopo un’oretta esco e mi avvio per le strade in compagnia dei miei lanzichenecchi bellicosi e pieni di sé, amanti delle belle armi e delle prede di guerra, e mi sento forte e sicura.
Raggiungo casa che è ancora giorno.
Mi sdraio sul letto e ripenso agli eventi della giornata. È un guaio che ho incontrato Hansen, ma quel giovane soldato ne valeva la pena. Lo zelo degli imboscati deve sembrare odioso a quei ragazzi che, come lui, dietro le linee di combattimento, si sono trovati in mezzo a gente straniera.
M’infilo così vestita sotto le coperte. Ho dimenticato di comprare le pasticche per la tosse. Poi non ho più soldi. Alla fine della settimana andrò a ritirare alla cassa mutua i pochi soldi che mi toccano.
Sarà un bel rischio.
Trascorro i giorni successivi oziando e passeggiando.
Rubo in chiesa un vangelo, e mi aggiro per le strade a volte con i discepoli di Gesù, a volte con i lanzichenecchi, a volte con interi eserciti che si cozzano nel mondo lontano, il giornale spiegato davanti ai miei occhi su qualche cronaca dai vari fronti.
Alla fine della settimana vado alla cassa mutua e riscuoto i miei soldi.
Tutto è in ordine. Allora passo alla mensa a sentire se c’è nulla di nuovo in reparto.
Incontro l’ingegnere Schön, l’altro direttore della fabbrica, che sta tornando dallo sportello con la sua porzione e la scambia con quella di un russo. Questa fabbrica ha di buono che, dal direttore all’ultimo degli stranieri, tutti mangiano lo stesso vitto. E per essere sicuro di non essere trattato meglio degli altri, a volte l’ingegnere Schön scambia il suo piatto con quello di qualche straniero.
Mi chiede della mia salute e come va la tosse, se non sarebbe meglio che io mi facessi ricoverare in qualche ospedale.
L’ingegnere Schön è molto alto e robusto con un’alta fronte sotto i capelli neri e occhi grigi penetranti.
Gli dico che la tosse va meglio ma devo stare a letto perché ho proprio una brutta bronchite. L’ingegnere Schön mi prende la mano e mi ascolta il polso. Poi mi passa la mano sulla fronte.
«Hai pure la febbre, R., va’ a riposare».
Ne approfitto per mostrargli il nuovo modulo che ho riempito concedendomi ben quindici giorni di licenza.
L’ingegnere Schön scuote la testa come se fosse preoccupato.
Cerco di vendere qualche mio buono del grasso e del pane bianco, ma faccio pochi affari. Non ho più nulla da mangiare fino a lunedì e ho pochi soldi che mi servono solo a ordinare qualche costoso “Stammgericht” in birreria, cioè pietanza che non richiede consegna di tessere alimentari, costituita da orzo o da patate senza condimento, e la disdetta vuole che io abbia una fame insaziabile.
Mentre esco dalla fabbrica, incontro un operaio del mio reparto che mi offre una sigaretta.
Allora mi viene un’idea luminosa.
Vado alla stazione e offro a un fornaio una sigaretta in cambio di un panino.
Mi dice che è proibito fare di questi scambi, ma, per venirmi incontro, mi può dare un panino in cambio di tre sigarette.
Allora esco dal fornaio e fermo un signore tedesco anziano e gli chiedo una sigaretta, per piacere, che mi serve, ma non per me.
Il signore mi osserva, tira fuori un portasigarette, lo apre, ne sfila una e me la tende.
«Se posso pagarvela…» dico.
Il signore esprime diniego, si tocca il cappello e si allontana. Allora mi faccio più sfacciata e comincio a fermare parecchie persone.
La mia richiesta è plausibile perché le sigarette sono tesserate e non si trovano in libero commercio.
Rincorro un soldato che va verso la stazione, carico: «Per favore, potete vendermi cinque sigarette?» gli chiedo ansimando, o piuttosto fingendo di ansimare.
«Come, vendervi che cosa?».
«Non per me, vi prego» taglio corto, educata ma ferma.
«Va bene, ma non ho capito».
«Cinque sigarette» dico amaramente con gli occhi bassi, come se mi costasse molto umiliarmi così.
Egli si fruga in tasca, e affabile: «Prego signorina». Mi porge le cinque sigarette.
«Quanto è?» chiedo modesta e grata, rinfrancata insomma.
«Ma niente, per carità».
«No, non posso».
«Per carità, mi offendo».
«Grazie» scappo via fuori dai suoi occhi.
Così da quel giorno vado alla stazione tutte le mattine e fermo persone che stanno visibilmente in procinto di partire, ma non hanno grande fretta, cioè non temono di perdere il treno.
Chi parte è più romantico. Ma quelli che hanno fretta non li fermo di certo. Mi siedo una mezz’oretta su un muricciolo, e osservo i passanti e mi diverto tanto perché ancora non ho ricevuto un rifiuto.
Poi vado a sedermi in una birreria che so frequentata da stranieri. Mi faccio portare una birra e mi metto a scrivere. Intanto, mentre fingo di riflettere alla frase che debbo scrivere, osservo il movimento intorno.
Così passo i pomeriggi e vedo un’infinità di approcci per cui posso fare una classifica di come le donne delle varie nazioni cercano di attirare gli uomini.
Una tedesca dice allo straniero che si è seduto accanto a lei in una di quelle lunghe tavole coi banchi, caratteristiche delle birrerie germaniche: «Poverino, chissà come tu soffrire lontano dalla tua famiglia. Tu venire qui domani, quando tu uscire dal lavoro, e io dare a te un po’ di pane e una camicia vecchia ma ancora buona» malinconica e promettente. Poi si mette a chiacchierare fitto fitto e l’uomo annuisce senza capire niente, ma con sguardo socchiuso e intraprendente.
È capitato invece che una russa dica a un tedesco: «Ma sì, tutti fratelli! Anche tu povero Cristo come me!…».
E allo straniero dice: «Hai fame? Guarda, ho questo cetriolo in tasca, prendi. Come tu trasandato! Domani vengo da te», fa il gesto di strofinare della stoffa fra le mani, «io lavare tua roba. Non siamo tutti uguali?».
Una croata con un’espressione astuta dice al tedesco: «Mia madre tedesca, io famiglia tedesca. Mia madre dire sempre: tedeschi? Tedeschi cuore largo così!» e allarga le braccia come se reggesse un enorme cocomero sul seno.
Allo straniero dice invece spiccia e tragica: «Quanto mi dai? Non per fare i conti prima, ma il mio amico è malato e ha fame».
Chi è più breve, forse perché non riesce a imparare il tedesco né altra lingua, è una greca.
Dice al tedesco: «Io niente capire. Tu volere che cosa?».
Allo straniero dice: «Tu malattie? No? Allora dammi sigaretta leggera» e gli si avvicina.
È come se ogni nazionalità avesse una sua impronta sulle persone. Ne ho notate che hanno la costanza di ripetere le stesse cose tutte le sere.
Al tedesco una polacca dice su per giù: «Vi odio tutti, assassini della mia patria. Ma questa sera non voglio pensare a niente, voglio essere pazza…».
Allo straniero invece dice: «Se mi vedessero al paese, Gesù mio, povera mamma mia, ma questa è la vita, disgustosa, senza pace».
Un’italiana poi è la più divertente. Dice al tedesco: «Mi vergogno, non sono stata mai con un uomo, non so…».
Allo straniero invece confida: «Se non mi avessero violentata i tedeschi! Ma il mio fidanzato», e qui dice un nome, cognome, città, e magari pure un indirizzo, «il mio fidanzato mi scrive sempre e ha detto che, appena tornerò, ci sposeremo subito».
La danese è la più sbrigativa: «Decidiamoci presto perché ho un appuntamento fra mezz’ora».
Vendo le mie sigarette, un marco l’una, e mi faccio un bel gruzzoletto.
Una mattina cammino per la strada e vedo un carretto dove si vende frutta. Ho chiesto se era roba tesserata e mi hanno detto di no. Allora mi sono messa in fila dietro i compratori. Davanti a me c’era una russa incinta.
Giunto a lei, il rivenditore ha chiesto: «E voi?».
«Un chilo d’arance».
«Siete tedesca?».
«No» si è confusa la donna.
«Niente agli stranieri».
Sono intervenuta: «È vendita libera. Non vi riguarda la faccia dei compratori».
L’ho detto con tono così perentorio che non mi ha risposto. Ma d’un tratto, mentre pesava la merce, s’è fermato e rivolgendosi a me: «Prima i tedeschi e dopo gli stranieri, è la regola. Si mettano in coda a tutti» dice svelto e: «Voi che volete?».
«Un chilo d’arance, s’intende» rispondo io.
Mi consegna il cartoccio. Allora rido e gli dico: «Io sono italiana» e gli ho tirato un’arancia in petto. Poi ho dato il mio cartoccio alla donna incinta e sono scappata via come un monello che ha fatto lo sgambetto a un passante.
Fermo una vecchia signora: «Mi serve assolutamente un buono di pane nero, due chili di pane, signora, vi prego. Ve lo pago qualsiasi prezzo».
Mi vengono le lacrime agli occhi.
La signora apre la borsetta e mi porge il buono: «Povera creatura. Qualche parente malato?».
Le lacrime mi scorrono visibili e accenno di sì col capo. Prendo il buono con attenzione e corro a consegnare il tesoro a qualche familiare moribondo, seguita dallo sguardo benevolo della vecchia signora.
Girato l’angolo della strada, compero una grossa pagnotta e vado in un mucchio di macerie, nascosta agli occhi di tutti, a mangiare la mia pagnotta. A volte rosicchio, a volte stacco grossi bocconi e mastico forte e sono felice.
Non mi danno più soldi in fabbrica e questa settimana si inizia il nuovo trimestre e devono rifare l’elenco dei malati. Non mi hanno dato i buoni dei viveri da ritirare alla cooperativa.
Tra le macerie trovo un grembiulino da donna e me lo prendo.
Frugo e trovo un paio di scarpe scalcagnate. Sono sempre meglio delle mie. I miei piedi ci entrano due volte, ma me le metto.
Quando ero piccola e mamma mi infilava i vestitucci, arrivata alla manica, rannicchiavo il braccio e allungavo l’indice, e mamma doveva fingere di tirare assai, allora il braccio si stendeva e il dito spuntava fuori lunghissimo seguito dalla mano. E ridevo molto, e mamma si divertiva a mordermi. Ero grassottella.
Mi alzo, sazia, scendo sulla strada, mi metto a correre guardando fisso davanti a me, e sento la gente che dice: «Ma dove va, dove corre così quella ragazza?».
Poi quando non ce la faccio più, cammino piano piano.
Mi sembra di essere papà che ha lavorato all’estero per anni, ha girato il mondo, ma di ogni città conosce solo i caffè, i cinema.
Entro in una birreria. Il pane asciutto mi è rimasto sullo stomaco con tanta corsa. È un locale piccolo e molto affollato. Chiedo una birra.
Un uomo si siede al mio tavolino, si accinge a fumare e prima mi offre una sigaretta.
«No, grazie».
A poco a poco degli uomini si spostano da altri tavoli dove mi sembra che stessero parlando con una loro commensale, non so, e vengono a sedersi al tavolo mio. Però è antipatica questa usanza delle lunghe tavolate nelle birrerie tedesche.
L’omone che mi ha portato la birra mi dice, mostrandomi una scaletta a chiocciola: «Se volete, potete accomodarvi».
Deve essere una pensione.
«No, grazie».
Ma forse sono i gabinetti, poiché le persone discendono poco dopo, equipaggiate come prima. L’omone spolvera il mio tavolo: «Lavorate, signorina?».
«Sì».
«Se avete bisogno, noi siamo disposti ad assumervi subito».
«Grazie, grazie assai, no». Tutti mi guardano, mi sento terribilmente impacciata.
Allora un uomo si alza da un tavolo in fondo e viene diritto a me con cipiglio: «Scusate, signorina, ma questa non è una birreria, è una casa d’appuntamenti. Non avete letto fuori all’angolo?».
Mi alzo di scatto.
L’omone mi prende il braccio.
«Pagate la birra».
Frugo affannosamente nella tasca per pagare la birra, nel silenzio generale.
Tutto mi è chiaro: gli sguardi pesanti e senza senso come occhi di serpenti, ginocchia che premono contro ginocchia sotto i tavoli. Fuggo.
M’imbatto sulla porta in un sorriso di donna grassa anziana, le dò una spinta formidabile e sono fuori.
Quell’uomo che mi ha avvisato è accanto a me.
«Ecco la scritta» dice, e mi indica una piccola targa, seminascosta: “Si affittano camere a ore”, «osservate meglio e non vi sbagliate più». Si toglie il cappello: «Grazie, così sono uscito anch’io». Si rimette il cappello in capo e se ne va.
Ritorno a casa che mi sembra il più invitante e puro riparo, la mia buona stufa al centro della stanza, l’odore di patate e di carbone. Mi spoglio, indosso la tuta da lavoro, accetto una sigaretta da una compagna e mi sdraio sul mio pagliericcio supina, una mano dietro la testa e l’altra penzoloni. E fumo.
Penso: “Domani torno al lavoro”.
Ma passo la serata a tossire, tanto che, quando suona l’allarme, seguito dal bombardamento, non scendo neppure al ricovero, ma me ne sto al caldo sotto le coperte e godo quel tepore carpito fuori del buon senso, e ascolto rombi ed esplosioni con spasimo e con voluttà.
Cessa il bombardamento, ma l’allarme seguita ancora e le compagne non tornano. Penso a quanto farò l’indomani, dove andrò, come sarò ancora libera e felice.
Non mi va più di chiedere sigarette ai passanti, né voglio più entrare in alcun bar o in alcuna birreria.
Prendo l’abitudine di chiedere tozzi di pane ai fornai, patate agli erbivendoli.
Le giornate passano spensierate e gioconde. Riprendo a visitare una chiesa al giorno. Voglio coltivarmi e mi informo anche sui musei aperti e sugli orari di visita dei musei.
Una sera una compagna mi dice che l’ingegnere Jung l’ha chiamata e le ha detto di avvisarmi di passare da lui.
La mattina mi alzo presto e, senza attendere le compagne, mi avvio verso la fabbrica.
Arrivo presto e vado subito all’ufficio dell’ingegnere.
Anche lui giunge poco dopo.
«Vi ho fatto chiamare per dirvi che c’è una riforma nel metodo di sovvenzione agli inabili al lavoro. Questi devono entrare in un ospedale, oppure se la malattia è leggera e breve, devono avere gli stessi buoni dei lavoratori con i quali ritirano il pranzo alla nostra mensa. La cooperativa non consegna più le razioni di viveri da cucinarsi, ma diventa un negozio come tutti gli altri che in cambio di denaro e tessere alimentari vende la merce».
È tutto qui. Ciò significa che dovrò venire a mangiare tutti i giorni in fabbrica.
Mi conviene tornare a lavorare. Altrimenti finirò con l’incontrare il medico di controllo insieme con qualche superiore e tutto sarà scoperto.
L’ingegnere mi chiede notizie della mia salute e rispondo che ormai sto benissimo e intendevo proprio questa mattina riprendere servizio.
Ciò detto, vado nello spogliatoio e mi presento in reparto. Lavoro con grande gioia e mi sembra con questa decisione di avere risolto il problema dell’esistenza.
La sera ad una ad una le compagne di lavoro si vestono e se ne vanno, spengono le luci e il cicaleccio ovunque si smorza, i rubinetti vengono chiusi, gli interruttori scattano, il ronzio delle macchine notturne rimane solo e uguale.
Tutto questo è bello. Non mancherò mai più al lavoro. Sono stata felice nella mia lunga vacanza, felice come un uccello, e sono felice ora di stare qui a sentire il respiro della fabbrica. Tutto giunge al momento giusto, la mia vita è bella.
L’indomani al lavoro tutti mi chiedono ancor più della vigilia notizie della mia salute, e io spiego minutamente la storia immaginaria della mia grave bronchite.
A mezzogiorno vado a mensa a mangiare.
Mi avvicino allo sportello e chiedo la mia razione di pane all’impiegata, una zitella aguzza e occhialuta.
«Il pane è stato distribuito ieri sera» mi risponde, «non l’avete avuto?».
«No, perché stavo male».
«Allora fatevelo dare in infermeria. La nuova distribuzione si fa domani sera da noi».
M’impunto: «Sì, adesso vado in infermeria a discutere…».
«Non ho tempo da perdere».
«Se ho il tagliando, è perché non ho avuto la razione di pane che mi spetta. Fate finta che io abbia fatto il turno di notte».
«Ma voi non avete fatto il turno di notte».
«Ma voi il pane ce l’avete».
«Ma non ve lo voglio dare. Andate all’infermeria».
«Sapete bene che all’infermeria danno il vitto giorno per giorno, e se oggi lavoro e questo tagliando per il pane è di oggi, il pane me lo dovete dare voi».
«Andate a reclamare, se vi pare».
«Andrò proprio» ho risposto io eccitata.
L’impiegata ha avuto paura e ha detto: «Uh, questi stranieri sono proprio Scheiße».
Cioè merda. Così ha timbrato il buono a un tedesco che stava in fila dietro di me.
Allora non ci ho visto più:
«Se siamo merda, è perché siamo stati smerdati da voi». Non so se in italiano si dica così, ma in tedesco: “Ihr habt uns geschißen”.
Allora il lavoratore Hansen è uscito da dietro il banco e mi ha ammanettato.
Così mi hanno rinchiusa in una stanza e mi hanno lasciata lì.
Non ho paura per il battibecco allo sportello, nel fatto in sé ho ragione io. Ma verrà fuori tutta la storia dei falsi moduli, della paga e dei buoni rubati. Sono proprio senza cervello e ho una faccia di bronzo incredibile: non avendo la coscienza a posto, potevo anche restare due giorni senza la razione di pane della fabbrica.
Osservo la stanza: è uno sgabuzzino stretto e lungo dove c’è solo un tavolino e una sedia. Poi c’è un grande quadro di Hitler.
Mi metto a osservarlo, col suo ciuffo di capelli sulla fronte, il suo sguardo mi appare duro ma spaurito.
“Perché non lavori?” tuona con l’occhio rintanato. “Il tuo è un sabotaggio passibile di morte”.
“Un pochetto ho lavorato” mormoro nello spavento.
“Perché non lavori?” mi pregusta come una preda.
“Mi sembra così buffo girare viti” sgattaiola la mia mente.
Mi guardo attorno. Oh Dio, i Rappresentanti del Partito, le idee di Guerra, di Propaganda, di Educazione Popolare, mi s’avanzano con le falcate addosso.
Mi alzo in piedi le mani avanti: “Volevo solo giocare con la neve”. Mi scendono le lacrime.
In quel momento la porta della stanzetta si apre. Il locale si restringe vorticosamente, Hitler rientra nel suo quadro e i Rappresentanti si cancellano.
Entrano due poliziotti marziali.
Sono le diciannove. Sono passate sei ore e mezzo.
Io sto già in piedi ammanettata.
Si pongono ognuno al mio lato e mi conducono attraverso corridoi e scale, sempre nel recinto della fabbrica, in luoghi oscuri, fino a una porta.
La porta si apre, entriamo in un salone, vasto e nudo. Mi tolgono le manette. In fondo al salone rettangolare, di fronte alla porta, davanti alla parete più lunga sta un lunghissimo tavolo lucido su cui sono posati calamai, penne e blocchi di carta e timbri.
Dietro al tavolo, sedute in sedie dall’alto schienale austero stanno alcune persone.
Dietro di loro alla parete sta appesa un’enorme bandiera rossa con la croce uncinata nera. Ai lati del tavolo stanno persone ieraticamente in piedi.
Avanzo.
I poliziotti fanno il saluto nazista.
Avanzo ancora e guardo. Seduti dietro al tavolo stanno l’ingegnere Jung, l’ingegnere Schön, il lavoratore Hansen, un ufficiale della polizia e altre due persone in divisa.
Di lato sta l’interprete, sempre seduto.
Da una parte in piedi sta l’impiegata dello sportello, dall’altra sempre in piedi una donna grassa dall’espressione cattiva e un uomo stempiato dallo sguardo basso.
«Fermati» dice l’ufficiale della polizia.
L’ingegnere Schön si alza in piedi e dice: «R., giura di dire la verità. I testi hanno già giurato».
«Non voglio giurare» rispondo io.
«R.» riprende l’ingegnere Schön «ti interrogo io: giura di dirmi la verità».
«Giuro».
«Dunque il camerata Hansen, la camerata Sweder e il camerata Korlen» mentre dice questi nomi, indica con la mano Hansen, la donna grassa dall’occhio cattivo e l’uomo dallo sguardo basso «si sono costituiti testimoni contro di te. Dicono che, rivolgendoti alla signorina Berek» indica l’impiegata dello sportello, «hai predetto la sconfitta tedesca e hai minacciato il nostro personale con queste parole: “Prima che siano trascorse quattro settimane, vi avrò impiccati tutti quanti, dal primo all’ultimo, com’è vero Iddio…”. Che cosa rispondi, R., a queste accuse?».
Lo stupore prima, poi un senso di liberazione mi invadono. Poi una paura ancora più grande.
Mi guardo attorno, il camerata Korlen mi sembra un uomo mite.
«Ingegnere, permettete che io interroghi a mia volta?» chiedo.
«Fa’ pure».
Il lavoratore Hansen si alza: «Non è legale».
Mi rivolgo a Korlen: «Voi sapete che, se sarà accertato quanto avete testimoniato, io potrò essere fucilata?».
Korlen esita e odo solo un mugolio di risposta. La camerata Sweder interviene: «Noi dobbiamo dire la verità e non preoccuparci di altro».
L’ingegnere Jung si alza: «Non interrompete l’imputata».
Riprendo con maggiore convinzione, sempre rivolta a Korlen: «Avete dei figli, voi?».
Mi sembra di stare a giocare, come quando ero bambina e m’intrufolavo sempre tra i maschi a fare alla guerra.
Korlen risponde: «Sì».
«Avete qualche figlia già grande?». «Sì».
«E che ne direste se un giorno un uomo di un’altra terra lontana, un uomo come voi, dall’aspetto gentile, dovesse avere tra le mani la vita di vostra figlia e scegliesse la sua morte prestandosi a una falsa testimonianza?».
Korlen alza gli occhi e mi guarda.
«Che cosa rispondi, camerata Korlen?» interviene il lavoratore Hansen.
«Io ho diciannove anni, camerata Korlen» rispondo io.
«Veramente…» accenna l’uomo, e tace.
«Scusate» parlo io, «vi voglio aiutare. Dove stavate quando è successo il battibecco tra me e la signorina Berek? Io non vi ho notato tra i circostanti, né eravate voi l’uomo in fila dietro di me».
Korlen fa un viso sollevato: «Stavo seduto a un tavolo, mangiando».
«A che tavolo?».
«Al terzo tavolo».
«Dunque a parecchi metri da me, in quello stanzone pieno di voci. Come avete fatto a sentire?».
«Veramente lì per lì ho sentito solo uno sbattere di sportelli, ma mi hanno subito riferito quelle terribili parole».
«E chi ve le ha riferite?».
Korlen guarda il rappresentante del partito.
«Dunque» riprende l’ingegnere Schön che era rimasto sempre in piedi, «abbiamo visto quale affidamento si debba prestare alle testimonianze. R., vuoi interrogare tu stessa la camerata Sweder?».
«Non c’è bisogno» interrompe la donna, «so già quello che mi vuole dire, ma non mi faccio infinocchiare. Stavo vicino a lei e ho sentito quelle parole».
«Vorrei interrogare l’ingegnere Schön» dico timidamente.
«Prego» m’incoraggia l’ingegnere meravigliato.
«Ingegnere» mi faccio coraggio e sento la mia voce tremare nell’attenzione della sala, «se vi dicessero che siete della merda, che cosa rispondereste?».
«Come?».
Ripeto la mia domanda ancora più emozionata.
«Non ho detto merda a voi» interrompe la signorina Berek.
«Già!» le ribatto io: «Ingegnere, se vi dicessero che siete quella parola, in quanto siete tedesco, che cosa rispondereste?».
«Qualunque cosa io rispondessi sarebbe più che giustificata».
Tiro un sospiro: «Ingegnere Schön, mi avete salvato, possono testimoniare quello che vogliono».
«Non vale» dice uno degli uomini in divisa.
«Non ho affatto minacciato di impiccare tutti i tedeschi» riprendo io forte, «e non solo non l’ho detto, ma non l’ho mai pensato né lo penserò mai» concludo energica e indignata.
«Andiamo avanti una buona volta» dice l’ufficiale della polizia.
L’ingegnere Schön a me: «Raccontate come si è svolto il dialogo».
«Ecco, la signorina ha detto: “Questi stranieri sono tutti merda” e io ho risposto: “Se siamo merda è perché…”». Qui sto zitta con un nuovo attacco di paura.
«Vi prego di proseguire».
«“…è perché siamo stati smerdati da voi”» dico tutto d’un fiato. «Ecco quello che le ho risposto perché le sue parole mi avevano provocata e non ci ho visto più».
«Tutto qui?» chiede Schön.
«Mente» si alza in piedi il lavoratore Hansen.
L’ufficiale di polizia prega Hansen di sedere. Poi si rivolge a me: «A chi intendevate alludere quando avete detto: se siamo merda, eccetera. Chi “siamo”?».
«Quelli cui alludeva la signorina Berek. Ma io non mi accomuno con nessuno». Mentre parlo guardo l’interprete e uno degli uomini in divisa che stanno stenografando l’interrogatorio.
«Adesso riceviamo addirittura una professione di anarchia» dice Hansen.
«Mi dispiacciono simili equivoci» dice l’ingegnere Schön, «in una fabbrica qual è la nostra, dove tanto si è fatto per andare incontro alla dignità e ai bisogni degli stranieri».
«Mi sembra piuttosto» si alza la voce stridula della signorina Berek, «che in questa fabbrica si dia troppa autorità agli stranieri».
«Non dimentichiamo» si alza Hansen, «che, qualsiasi cosa succede, noi siamo tedeschi».
Allora ho sgranato gli occhi sul viso materiale e sgradevole di Hansen, e non ho potuto fare a meno di rispondergli: «Se voi siete tedeschi, io sono italiana».
«Farò un rapporto contro questa italiana» ha dichiarato Hansen furente, battendo il pugno sul tavolo.
«Hansen» è intervenuto secco l’ingegnere Schön, «non facciamo insubordinazioni. Io sono membro del Partito come voi, attivo quanto voi e non vi permetto di alzare la voce. Piuttosto, signorina Berek, vi prego di essere sempre corretta nell’esercizio del vostro ufficio».
«Questo è il colmo!» ha detto la signorina Berek. «Oltre che dobbiamo mantenere tutti questi fannulloni morti di fame venuti a ingrassarsi sulle nostre spalle!» con voce soffocata dalla rabbia ma dignitosa. Non riesce a proseguire.
«Quanti» si alza l’ingegnere Jung, «ne abbiamo deportati noi!» dice e la voce gli vibra.
«Voi non parlate» si alza Hansen, «voi avete seguito questa italiana quando è uscita dal ricovero per tedeschi. Noi sappiamo tutto…».
Non sanno niente, ho paura, qui le persone intelligenti sono dalla mia parte, gli altri sono sciocchi ma perfidi.
Rivedo il ricovero: che bel ricovero! Ho intravisto le stanze per malati contagiosi, per vecchi, per bambini, per donne incinte e partorienti, e così via, tutte stanze bianche con attrezzi di medicina.
Due poliziotti sulla porta fermano chi entra: «Documenti».
Ognuno mostra i suoi. Alcuni stranieri si nascondono o cercano di sgattaiolare in un gruppo di tedeschi, pur di passare.
Ma i poliziotti hanno cento occhi.
«Stranieri, fuori». Li respingono petto a petto. Giungono altri poliziotti:
«Qui non entrano stranieri. Fuori».
Intervengo: «Non vorrete mica farli uscire sotto le bombe, no?».
«È il regolamento».
«Sotto le bombe?».
«State zitta voi se non volete essere messa fuori con loro».
«Voi non li farete uscire». Mi paro davanti a loro e indietreggio spinta da loro.
«Non è tedesca!» dice una voce. Il poliziotto mi respinge con un braccio e mi manda fuori con quegli stranieri che lo insultano disperatamente.
No, non era successo così, ero andata fuori da sola gridando: «Peggio degli Zulù». Non mi vengono altre parole in bocca.
«È tedesca» grida una voce.
Il poliziotto mi afferra per il braccio e mi trascina dentro. Ma io mi libero gridando: «Peggio degli Zulù» e seguo le ombre straniere che si appiattano lungo i muri.
«R., che avete fatto?» l’ingegnere Jung è accanto a me e sono così contenta che rido con le lacrime agli occhi per quanto era buffo quel “Peggio degli Zulù”. Che cosa so io degli Zulù? Poi mi turo le orecchie mentre il vortice delle bombe intorno sembra scavare abissi orridi che ci isolano.
In un momento di tregua, diamo una voce alle ombre straniere e in fila corriamo, tutti raggruppati vicini, poi all’improvviso sparsi lontano.
Fa freddo e non si distingue nulla nella nebbia da cui sembrano sorgere gli scoppi.
Un rantolo accanto a me. Mi chino, l’ingegnere Jung è stato colpito.
«Una scheggia!» dice.
«Ingegnere!».
«R., che Dio ti protegga».
«Ingegnere Jung!» grido.
Questa è carina: sto nell’aula grande dell’interrogatorio. Forse incomincio a sognare a occhi aperti.
L’ingegnere Jung ha lasciato il tavolo e viene verso di me: «R., che è successo?».
«Che cosa ho detto?».
«Mi avete chiamato gridando».
Come mai ho avuto questa fantasia?
«Avete la febbre, signorina R.» dice l’ingegnere Jung toccandomi la mano.
«Interrompiamo la seduta?» chiede l’ingegnere Schön.
«Interrompiamo» risponde l’ufficiale di polizia e finalmente si alza anche lui.
«R., puoi uscire» dice l’ingegnere Schön. I due poliziotti che mi hanno introdotta nell’aula fanno il saluto e mi conducono via.
«Il comportamento dell’ingegnere Jung è indecoroso» sento la voce di Hansen mentre mi allontano, nella penombra del corridoio.
Mi riconducono nella stanzetta e chiudono la porta a chiave. C’è una brandina. Suona doloroso e lacerante l’allarme. E subito le bombe schiantano la notte.
Mi raggomitolo in un angolo della stanzetta, accovacciata.
Mi sveglio nel sentire girare la chiave nella serratura. Entra l’ingegnere Jung. Richiude la porta a chiave.
«Volevo venire durante il bombardamento per farvi compagnia, ma non ho fatto in tempo».
«È finito?» chiedo io.
«Che cosa?».
«Il bombardamento».
«Il bombardamento, l’allarme, tutto è finito. Qualcuno ha riferito che non combinate niente in reparto, che sobillate i compagni di lavoro, che siete litigiosa e sempre pronta a criticare, pur dando voi stessa un esempio detestabile. Hansen ha avuto tempo addietro il preciso incarico di sorvegliarvi».
Allora sapranno dei falsi moduli di malattia, bisogna che ne parli, devo parlarne all’ingegnere Jung, è questo il momento.
Ma si affaccia alla finestra, la socchiude. Le persiane sono abbassate. Le alza un po’.
«Che notte!» dice.
Sfila di nuovo la cinghia delle avvolgibili e la lascia scorrere. Poi richiude la finestra.
«È un guaio questa vostra febbre» dice.
Mi vorrei sdraiare un po’ sulla branda, ma non ho il coraggio.
Bussano perentoriamente alla porta.
L’ingegnere Jung va ad aprire. È l’ingegnere Schön, col bavero del cappotto alzato e il cappello in testa.
Mi sembra di vedere collera nei suoi occhi. Si tocca il cappello con la mano, guardando Jung.
«Vieni un momento fuori, per favore» gli dice. Escono e chiudono a chiave. Mi sdraio sulla brandina. L’ingegnere Schön mi è nemico o amico? Mi conviene fuggire? Ma come? E dove vado a finire?
Rientrano poco dopo. Chiudono a chiave. Mi siedo sulla brandina, l’ingegnere Schön sulla sedia che sposta di fronte a me, l’ingegnere Jung resta in piedi appoggiato al tavolino.
Nessuno parla.
L’ingegnere Schön mi guarda e dice tra i denti: «Mascalzoncella».
Sa tutto, sono perduta.
Dopo un po’ seguita, sempre tra i denti: «Guarda, R., io arrivo a capire tutto, ma con che faccia pretendevi allo sportello il pane che tu sapevi bene di non poter richiedere? Che cosa ti eri messa in mente? Questo vorrei sapere. E che aria da vittima durante tutto l’interrogatorio!».
Tace. Io non oso alzare gli occhi.
«Non hai vergogna?» dice. Di nuovo tace. «Questa notte ho scoperto tutti i tuoi imbrogli. Bella soddisfazione dopo averti tanto difesa!».
Tace di nuovo. Queste pause strazianti.
Infine si china verso di me: «Per me, sai, e per l’ingegnere Jung che è troppo buono con te, e non certo per te, ricordatelo, sono andato questa notte dal dottor Marsch e l’ho pregato di riconoscere tutti i tuoi moduli di malattia e di confermare di averti visitata».
Si rivolge all’ingegnere Jung e parla quasi sottovoce: «Non ti dico, Jung, quello che mi ci è voluto, era indignato. Giustamente! Gli ho dovuto dire che ci andava di mezzo anche lui che aveva lasciato incustoditi i moduli sulla scrivania. Ha promesso. E adesso dimmi», alza la voce e con la mano mi prende il mento e mi solleva il viso verso di lui, «ragazzetta da poco, non hai venduto o ceduto qualche modulo a qualche tuo compagno di baldoria? È qualcun altro ancora implicato in questa faccenda o al corrente delle tue malefatte? Parla».
Ho risposto: «Nessuno» in un soffio.
L’ingegnere Schön mi lascia il mento e si alza con un sospiro: «Almeno questo» dice rivolto a Jung «mi è stato risparmiato».
Si accende una sigaretta e si gira verso di me: «E adesso cerca di rigare diritto e di non farmi più sentire nulla sul tuo conto perché, come è vero che ora ti ho difesa, così sarà vero che allora ti colpirò per primo».
Volevo dire: “Grazie” ma non ho potuto emettere nessun suono.
Si sono uditi dei passi in corridoio e l’ingegnere Schön ha detto forte: «Ci rincresce, R., di tutta questa storia, ma ti possiamo assicurare che non si rinnoverà più. Intanto ti raccomandiamo di essere sempre diligente sul lavoro come ogni coscienzioso operaio. Heil Hitler».
I passi si sono allontanati e io ho cominciato a tossire. Ho tossito fino a diventare viola e ho rovesciato un fiotto di sangue catarroso.