le posate
italian
Lavorava da me una ragazza nigeriana di ventitré anni, Olu, svelta, coi capelli neri ricci legati in un ciuffetto piumato dietro la nuca. Capiva bene l’italiano, perché era in Italia da qualche anno, almeno tre, da quello che sono riuscita poi a ricostruire in base a suoi accenni di ricordi. Ma rispondeva a monosillabi e preferiva parlare in inglese, piuttosto bene a parer mio.
Insomma mi teneva a distanza col viso sottomesso – gli occhi neri bassi – sul portamento eretto. Il fatto è che non voleva mangiare a tavola con me. Assolutamente no.
«Io sto al mio posto. Mangio in cucina».
Poiché io insistevo, s’era ribellata: «Che ti costa dire che bianchi e neri sono uguali? Tu comandi e io dipendo da te».
Un po’ in italiano, un po’ in un raffazzonato inglese, cercavo di dimostrarle che questa era una circostanza di lavoro che non implicava un’inferiorità da parte sua.
Quando ricevevo ospiti ai quali lei apriva la porta, appena le tendevano la mano per stringergliela, si chinava a baciargliela. Per noi – per me e per i miei ospiti – era una vergogna appartenere alla razza cosiddetta ariana che aveva indotto, attraverso un artato “signorile” colonialismo, creature di quella dignità a stupirsi talmente che uno porgesse loro la mano da baciargliela per gratitudine.
Ma anche qui mi accorsi in seguito che non avevo capito niente. In realtà, come venne fuori più tardi, Olu odiava i bianchi che si sentivano buoni (magnanimi) con un gesto così futile, per cui baciar loro la mano era un suo raffinato schiaffo morale. D’altro canto però, aveva un buon ricordo dei religiosi cattolici presso i quali era andata a scuola e con cui aveva studiato fino alla maturità, insomma che l’avevano aiutata, per cui baciava volentieri l’anello a quei vescovi o cardinali che presenziavano certe loro cerimonie religiose (per lei pagane), non certo per rispetto umano, ma per un atto di riguardo verso le loro divinità a lei tanto estranee, e tuttavia benefiche. Così scoprii, sempre in un secondo tempo, che era venuta a lavorare in Italia per guadagnare i soldi da mettere da parte, così da poter tornare in Nigeria e iscriversi all’università con qualche anno di vita assicurato. E ormai le ci mancava poco. Ma io allora non lo sapevo e non lo sospettavo.
Non sto a dilungarmi. Olu, sopraffatta dalle mie attenzioni, giunse a rispondermi infastidita: «Preferisco chi mi dice: “Noi bianchi siamo superiori”, almeno sto tranquilla e non vivo nella rabbia».
In breve, dopo qualche mese, mangiammo finalmente insieme, lei afferrando il cibo tra le dita con un’eleganza incredibile – arpeggiava con gli spaghetti che le risalivano in bocca come scivolassero senza il minimo risucchio –, e io che pasticciavo goffamente nel piatto.
Fu un pranzo memorabile. Sedevamo tutt’e due in camera da pranzo, una di fronte all’altra. Io guardavo affascinata il suo modo di portare alla bocca i fili degli spaghetti senza sporcarsi le mani perfettamente asciutte, mentre io avevo le dita unte di sugo di pomodoro e addentavo le manciate di pasta che mi pendevano dalle labbra sbavandomi il mento.
Eravamo arrivate a una certa confidenza. E Olu mi raccontò che loro si trasformavano normalmente in animali. La zia, per esempio, una volta era diventata una tigre sotto i suoi occhi, poi era tornata donna. E scotendo la testa osservò: «Queste cose non puoi dirle ai bianchi». Strinse le labbra con compatimento: «Non capiscono, poveretti, ridono».
Io annuivo, tentando di pulirmi le dita di nascosto nel tovagliolo sotto il tavolo.
Lei finse di non vedermi, finché mi disse caritatevolmente: «Ma puoi mangiare con la forchetta!».