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Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

lezione privata

italian

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Avevo i pittori in casa e tutto sottosopra.
Stavo in camera da pranzo, seduta davanti al tavolo, e spiegavo al mio alunno alcuni concetti della filosofia idealistica, ponendo in relazione il problema gnoseologico kantiano coi risultati speculativi del Rinascimento italiano.
I pittori s’affacciarono alla porta.
Uno era un operaio lungo magro elastico, il viso franco, sui cinquanta; dell’altro, più basso e più giovane – ventenne o poco più –, appariva solo la faccia annoiata e sorniona.
«Non potrebbe liberare la stanza?» mi disse quest’ultimo, le sopracciglia alzate con leggera sopportazione.
«Non potreste fare intanto l’ingresso e il corridoio?» domandai a mia volta.
«Noi dobbiamo raschiar prima tutti i vani» ribatté il giovane.
Pregai l’alunno d’aspettare e ripassarsi intanto la nostra via d’accesso alla realtà nel metodo conoscitivo della Critica della ragion pura, e seguii gli operai nell’ingresso: «Se fosse possibile» dissi, «preferirei che faceste due vani per volta».
Stavano in piedi, il giovane s’appoggiò a uno stipite: «A noi poco interessa» disse con un ciao della mano, «più tempo ci mettiamo e meglio è. Con la fiacca che teniamo!».
«Quanti giorni vi ci vorranno per dipingere i quattro vani?» chiesi.
«Glielo faremo in tre giorni» rispose l’operaio alto, «ci vogliamo sbrigare per contentare il padrone, se no non ci basterebbero cinque giornate!». Alla mia faccia stupita: «Si capisce» spiegò, «se facciamo presto il padrone ci affida pure altri lavori, altrimenti stiamo a spasso. Noi non lavoriamo per conto nostro, stiamo con un impresario: lui viene pagato a metro quadrato e noi a giornata. Perciò a noi converrebbe tirarla per le lunghe».
«E perché non lavorate per conto vostro?».
«Perché non abbiamo niente, neppure il pennello, ci manca ogni cosa, e non abbiamo le conoscenze, invece il padrone prende gli appalti, è pagato alla fine di tutto, sono affari grossi! A noi i soldi servono subito».
«Con una paga da fame» confermò il più giovane.
«Quanto prendete alla giornata?» chiesi.
«Io?» rispose il pittore giovane, «prendo duemila lire».
«Se si lavorasse tutti i giorni dell’anno» riprese il pittore alto, «mica dico che sarebbe poco, si sarebbe signori, tolte le feste cinquantamila al mese, sarei un re, ma di lavoro ce n’è poco: per una settimana che lavori, stai quindici giorni senza fare niente, e ti devi pure dare la zappa sui piedi da solo perché ti devi sbrigare, che se lavori piano per aumentare le giornate pagate, ti mettono fuori e assumono un altro che ci ha il cervello da crumiro e tu resti a terra. Vatti poi a raccomandare a quelli della disoccupazione: rimedi trecento lire al giorno. Che ci mangiamo poi a casa?». Alzò le spalle: «Nemmeno le pago, io, quelle previdenze lì, sono tutte storie, l’ho detto al padrone, non voglio niente casse e favole, per carità, quello che dovete dare là per me, mettetelo in tasca a me. Se dovessi stare iscritto a tutte quelle faccende, non prenderei mica duemila al giorno!».
«Come» chiesi, «lei non è iscritto a nessuna assicurazione sociale?».
«Io?» il pittore alto si picchiò la fronte.
«E che sono matto?».
«Ma c’è la cassa malattia: che farete se vi ammalate?».
«Io?» il pittore mi guardò con commiserazione: «Se m’ammalo mi sparo».
«Ma che dice, che discorso!».
«Che discorso? Signora bella, se m’ammalo mi sparo».
«E quando sarà vecchio?».
«A sessant’anni mi sparo» si puntava l’indice alla tempia.
«Che cosa risolverà con questo?».
«E che devo morire di fame e vedere i miei morire di fame?».
«E quando si sarà sparato, crede che staranno meglio?».
«Stanno meglio sì, e poi almeno non vedo niente». Posò la paletta e si accese una sigaretta che gli dava il più giovane. «Io sono stufo di questa vita. Ho dipinto più pareti di signori io e a casa mia ho la fuliggine di venti anni che s’è incrostata al soffitto. È un mestiere che si suda il mio e, quando piove, ti guardi le mani. Lei non le può capire queste cose, lei ha quattro stanze, doppi servizi eccetera per un paio di persone».
«Siamo tre» gli mostrai tre dita.
«Appunto. Io ho una stanza sola e ci siamo in sei là dentro: io, mia moglie, mio figlio con la moglie che è grossa così e un ragazzino e un altro figlio mio. Ho i capelli grigi e la vecchiaia dentro le ossa. Stiamo tutti in due letti, che mia nuora si fa di cento colori e mia moglie mi scansa pure. Che ci resta della vita? Quando la domenica mattina voglio con mia moglie» strinse il pollice e l’indice, «mi capisce, devo mettere fuori di casa mio figlio e gli altri. Siamo stati alluvionati tre volte in venti anni e la casa è umida e malsicura, come hanno detto i periti venuti apposta. Ma un’altra casa mica ce la danno!». Si sporse verso di me: «Io sono comunista, veda, glielo dico pure, anche se lei per questo non mi richiamerà più a lavorare. A me non interessa la politica, è buona per i signori che ci mangiano sempre sopra. Se mi dessero la casa i preti, mi butterei con loro. Me la dessero i marziani giurerei d’essere nato a Marte. Ma che stiamo ad aspettare? Mio figlio sposato tira millecinquecento lire al giorno quando lavora e l’altro è disoccupato da sei mesi. Almeno ci vogliono dare da lavorare?». Spense il minuscolo mozzicone della sigaretta sulla suola d’una scarpa e lo buttò in un angolo. Ridacchiò: «Ai tempi di prima, se stavi disoccupato, t’arrestavano per vagabondaggio e ti mettevano dentro ma poi erano pure obbligati a darti qualcosa da fare. Ma oggi ti tirano il collo fino alle elezioni, hai voglia ad aspettare! E poi si scordano tutte le promesse. Nemmeno possiamo fare lo sciopero che non abbiamo nessuna forza, noi imbianchini! Anche gli scioperi sono roba da mezzi signori, quelli delle fabbriche, degli enti statali, quelli del gas, delle ferrovie. I tramvieri sì che sono potenti. Ma noi? Siamo soli».
Il giovane beveva le sue parole.
«E lei è iscritto alle assicurazioni sociali?» gli chiesi.
«Io?» si ribellò, «mi vuole pure fare diventare vecchio?».
«Il padrone vi truffa!» risposi: «Le assicurazioni vi proteggono, siete male informati!».
«Per noi ci pensa la polmonite che ci si porta via al momento giusto».
«Sono tutti imbrogli» riprese il pittore alto, «noi stiamo in sei in una stanza».
«L’avete segnalato?».
«Ci danno le belle parole quando non sono le bastonate. Ho visto io un operaio morto in una grotta, sopra Colle Oppio, dove ci stanno le caverne, perché non aveva l’alloggio. Gliene racconto un’altra».
Mi resi conto che la conversazione si protraeva e: «Prego, s’accomodino», feci loro cenno di sedere su una cassapanca coperta da un’incerata contro la parete di fronte a me.
«Sieda lei, che adesso ne sentirà una bella» mi ricambiò il gesto l’operaio alto incrociando le gambe, «noi siamo come i cavalli, abituati a stare in piedi. Ma ascolti questa: vicino a me abita una famiglia di otto persone in una stanza. Sa, siamo quarantamila famiglie a Roma a campare in questa maniera. A stare così stretti, certe volte finisce che ci si sputerebbe in faccia, eppure ci si vuole un bene! Loro signori non lo possono capire perché ci hanno due stanze a testa, si può dire».
«Io non sono una signora».
«Lei sarà fatta diversamente, ma noi altri siamo pure diversi ancora. Insomma il padre di quella famiglia vicina di casa che le dicevo, un giorno si stufa e salta su col figlio, che era disoccupato da tanto tempo, gli dà del magnaccia, per farla breve lo caccia di casa.
«Quel giovanotto prende e si porta via la moglie e il figlio. Ci conosciamo da quand’era ragazzino, lui viene a bussare da me e mi dice: “Io vado a occupare due stanze di una casa nuova. Oh, se viene la Polizia, t’avviso, io fo il matto”. E mi si fece dare una coperta – era una che m’ero rimediata tutto contento perché mi ci volevo fare il cappotto per quest’inverno, invece non l’ho rivista più, pazienza, perché quel giovanotto era un amico mio che se la passava peggio di me, e io gliela ho data volentieri e non è colpa sua se invece me l’ha fatta a pezzi.
«Noi altri, come le ho detto, siamo tutti alluvionati, e le case nuove ci sono, e comode pure, questo è il più bello, le case stanno tutte là in ghingheri e con la scusa che ci manca una rifinitura e ce ne manca un’altra, vogliono arrivare alle elezioni e non ce la danno. Questa non è propaganda, sono fatti che se li può andare a controllare pure lei, alla borgata Gordiani, non ha che da domandare.
«Allora che fa quest’amico mio?
«Va a una casa nuova, fa un buco al tetto da una parte e occupa due stanze con la moglie e la creatura. Si porta la paglia e si mettono a dormire con la coperta.
«L’indomani, quando se n’è accorta, la polizia è andata a sfondargli la porta. Allora lui con una lametta si è tagliato ai polsi, sul petto, un po’ dappertutto, lo faceva apposta e i tagli erano superficiali, ma quelli della polizia videro tutto quel sangue, lui con la camicia di fuori che smaniava, la moglie che scappava col piccolo perché lui non glielo aveva detto che avrebbe fatto il matto, perché le donne chiacchierano, è meglio non metterle a parte, la poveretta piangeva e si acchiappava quel figlio spaurito, lui si mise a tirare tegole e pietre che stavano là in giro, i poliziotti se ne scapparono pure loro e chiamarono i pompieri.
«Quelli arrivarono con le loro grosse pompe che, se ti schizzano l’acqua in faccia a uno, te lo sbattono per terra bell’e spacciato.
«La popolazione si era raccolta sotto la casa.
«La madre del matto si buttò in mezzo che non le ammazzassero il figlio. La suocera s’era scatenata che gli voleva andare a parlare. Noi la tenemmo lontano perché i casi erano due: o lui non la maltrattava e si scopriva che non era matto per davvero, nessuno avrebbe più avuto paura e tutto era finito. Perché noi altri poveri non abbiamo tante possibilità, noi quando vediamo la polizia ci difendiamo con i nostri mezzi, perché con le parole non ci sappiamo spiegare e loro ci dimostrano quello che gli pare.
«Invece così non ci possono ficcare in carcere perché, se a uno gli dà di volta il cervello, la colpa non è sua ma della pazzia che lo ha preso.
«Poi, non si sa mai, poteva essere diventato pazzo per davvero che lo faceva troppo bene, si sporgeva dalla finestra con quel sangue e si sgraffiava la faccia che era tutta una disperazione soltanto a guardarlo. E allora poteva pure strozzare la suocera che lo voleva ridurre alla ragione perché lui la ragione l’aveva tenuta per tanto tempo ma non gli era servita a niente lo stesso.
«Insomma, per farla breve, tutti quei pezzi di uomini grandi e grossi erano tenuti a bada da quel matto magro come uno stecco. I poliziotti se la presero coi pompieri che dovevano sapersi lanciare negli incendi e ora avevano paura d’un disgraziato solo e i pompieri se la pigliavano con la polizia e dicevano che loro avevano imparato a passare nelle fiamme e non ad arrestare i cristiani e arrestare i cristiani toccava alla polizia.
«Allora noi ci mettemmo pensiero perché, quando discutono tra loro quelli della legge, la va sempre male per noi altri che non ci capiamo niente.
«Più di un paio di sassi per volta quel matto nemmeno li poteva raccogliere e, quando si curvava a raccoglierli, non li poteva tirare. Due omoni dei nostri si fecero avanti e gli saltarono addosso dal buco del tetto. Dopo un po’ uscirono che lo tenevano stretto e gli storcevano i polsi.
«Intanto era pure arrivata l’ambulanza del manicomio con gli infermieri e due che ci avevano le siringhe da iniezioni in mano.
«Lui s’era infiacchito tutto che tremava, l’hanno legato a una barella e se lo sono portato via al manicomio.
«Dopo qualche giorno è uscito e sembrava un signore come rideva che gli avevano promesso la casa. “Così” ripeteva, “me la danno subito, perché era il bisogno, hanno detto, che mi aveva accecato la mente”. E s’offendeva che noi lo stavamo a sentire senza contentezza perché volevamo proprio vedere.
«Signora, sono passati due anni e quel poveraccio la casa non ce l’ha. Io ci ho rimesso la coperta, ma non m’importa perché lui è ancora più povero di me.
«E lo sa che hanno detto i giornali quando hanno raccontato il fatto? Hanno detto che noi altri siamo dei sovversivi e che si voleva fare la rivoluzione per conto della Russia che ci aveva dato i soldi e tutto il resto e il matto era il capoccia dell’insurrezione. Ma che il signor capoccia era pure un disgraziato morto di fame che s’era procurato un tetto in una casa vuota del Comune per la moglie e il figlio e il tetto se lo voleva tenere, quello si sono scordati di metterlo sui giornali.
«Le case vuote stanno ancora lì che si fanno spugne con tutta l’umidità della disabitazione, ma nessuno ci può entrare.
«Ecco qua, signora bella, quello che si dovrebbe fare entrare in testa ai ragazzi che studiano, quello che gli si dovrebbe far sapere prima che si siano turati gli orecchi e gli occhi per non sentire e per non vedere. Il governo si diverte e si scornano tutti tra loro perché sono tutti signori, altrimenti non ci potrebbero stare al parlamento assieme con questa fame, questa miseria della povera gente, che nessuno si muove per noi, si tirano le botte, che nemmeno all’osteria s’è visto mai di quella maniera, per delle parole stupide, ma non si torcono un capello per le ragioni serie del popolo che non ci basterebbe la rivoluzione.
«Che se io avessi voluto vivere malamente, disonestamente, avrei fatto pure io i miei buoni soldi e non starei in questa condizione.
«Perciò mi piglio la paga senza le assicurazioni, che un po’ me le danno quando sono malato, ma il grosso se lo prende l’impiegato della Previdenza col termosifone nell’ufficio pulito. E che io ho pure da mantenere con le mie braccia pelle e ossa la pancia dell’impiegato che russa sulla scrivania e ti tratta come un pezzente quando gli chiedi quello che ti spetta? Ho pure da pagare l’automobile e la televisione del medico? Mi dispiace, ma una pallottola nel cranio mi costa di meno. Lo dica a quel suo alunno, toh».
Solo in quel momento m’accorsi arrossendo che lo studente era uscito dalla camera da pranzo e aveva ascoltato chissà da quando. «Torno subito» dissi ai due operai e precedetti il mio alunno in camera da pranzo. «Ha ripassato la lezione?» gli chiesi sovrappensiero.
«È vero che per l’idealismo dialettico le nostre idee sono la sola reale connessione tra le cose?» mi chiese lui di rimando.
«Aspetti» gli risposi con malessere, «tra un minuto sarò di nuovo da lei» e scappai fuori.
Sentii lo stridio d’una paletta che già raschiava una parete nell’altra stanza, mentre mi parevano che i due litigassero. Restai in ascolto nel corridoio.
«Me lo vuoi dire» scherniva la voce del giovane, «voi altri, la guerra mondiale, che l’avete vinta a fare?».
«Come!» s’infuriò la voce dell’operaio più anziano, che nello sdegno sbottò in romanesco: «Che l’avemo vinta a fa’? Oggi potemo di’ che semo comunisti senz’anna’ in galera!».
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