mormorazioni, sino al volo dell’anima, di suor inés de san pedro su santa teresa d’ávila in vita
italian
“Dice che non ci tiene alla stima degli uomini, però fa tutto al meglio in modo che gli altri siano sempre un gradino più sotto. Raccomanda la discrezione e poi lei si comporta in una maniera che si nota subito: anche quando cammina nei corridoi pare con l’anima altrove in pensieri celesti. Per non dire nell’oratorio, prega che sei costretta a guardarla, là in ginocchio, o è troppo prostrata con la fronte contro il pavimento, o tiene la testa riversa, a bocca aperta, come rapita in chi sa quale visione che si rivela a lei sola. Non fa niente come lo facciamo tutte noi qui a La Encarnación, eppure siamo tante, centottanta monache, tra le poche religiose col velo nero privilegiate come lei e le molte converse come me”.
Erano sei anni che suor Inés aveva da ridire sulla condotta di suor Teresa de Ahumada e rimuginava tra sé queste e altre considerazioni. Cioè da quando i suoi l’avevano mandata in convento, senza dote: aveva dovuto adattarsi a fare i lavori più umili e dormire con le consorelle in grandi camerate, mentre suor Teresa aveva il suo appartamento di due stanze con bel mobilio, cucina, e due converse a sua disposizione per servirla. Soprattutto suor Teresa riceveva visite di persone d’alto rango che l’ascoltavano parlare di Sua Maestà nostro Signore con la massima riverenza. Invece lei, entrata in convento a vent’anni perché suo padre non aveva più speranza di maritarla convenientemente, non aveva chi venisse a trovarla col riguardo dovuto al suo antico casato di hidalgos. E tutto perché la sua famiglia di vecchi cristiani era caduta in povertà e, poiché il Re del Cielo e della Terra non le aveva concesso un aspetto avvenente, lei, una de Manedo, s’era vista senz’altra via che quella del monastero. Era facile a suor Teresa predicare che i soldi non contano niente quando era trattata da signora proprio perché i suoi parenti s’erano arricchiti a Toledo col commercio, e senza il loro denaro, quando mai il nonno Juan Sanchez avrebbe potuto comprarsi una hidalguía e trasferirsi ad Ávila col diritto al titolo di “don” davanti al suo nome? Don Juan, lui, un ebreo convertito alla fede di Cristo in tarda età… Mica suor Inés aveva mai sentito suor Teresa confessare che discendeva da un marrano! La sentiva ripetere che era piena di colpe e di bassezze, la sentiva invitare di continuo il suo prossimo all’umiltà, ma quale prova maggiore d’umiltà poteva dare se non quella di riconoscere che non aveva limpieza de sangre? Di questo però suor Teresa non parlava, se ne mormorava a La Encarnación e comunque suor Inés lo sapeva sin da quand’era ragazza, perché suo padre, don Pedro de Manedo, deplorava che tanti nobili andassero alle feste date da quel mercante di stoffe, nuovo cristiano d’ultimo pelo don Alonso (appunto il padre di suor Teresa), nei suoi giardini.
Da principio suor Inés aveva raccontato questi suoi pensieri al suo confessore, ma lui l’aveva rampognata, consigliandola di guardarsi dalla maldicenza: le aveva ricordato che non stava a lei tagliare i panni addosso a una consorella, lei doveva pensare ai propri peccati e guardarsi dall’invidia.
In seguito, lei s’era accusata del peccato dell’invidia con tutti i particolari, senza nascondere nessun argomento che il demonio forniva al proprio colpevole malanimo. Il primo argomento era che suor Teresa de Jesús una volta diceva una cosa e poi ne sosteneva un’altra che non quadrava con la prima. Per esempio, insisteva che l’intelletto è un seccatore, un pazzo furioso, che nella preghiera mentale l’intelletto non serve a nulla, addirittura che l’esperienza interiore vera si raggiunge senza intervento dell’intelletto e della volontà. E poi invece, non solo trascorreva le giornate a leggere e a coltivare il proprio intelletto, non mancando di consultare i letrados su ogni minima questione controversa, ma passava pure parte del suo tempo a chiarire – a chi glielo chiedesse – quello che avveniva nella sua anima. Suor Inés ne sapeva qualcosa: lei, che era priva di lettere (poteva a malapena leggere) come si conviene a ogni creatura femminile di retta educazione cristiana, s’era ritrovata ad ascoltare spiegazioni difficili a cui non era abituata. E incredibilmente aveva compreso cose che non avrebbe mai creduto potessero entrarle nella mente. Non era opera del demonio questa? Suor Teresa de Jesús, una volta che lei l’aveva sorpresa in deliquio e aveva faticato a farle riprendere i sensi, ancora immersa nello stupore di ciò che le era accaduto, aveva confidato in un sussurro come in un attimo avesse capito tutto, aveva capito che il suo sentirsi a un tratto fuori di sé era opera di Dio, e aveva preso a bisbigliare frasi lente, come a inseguire passo passo quello che s’era compiuto nella sua anima. Erano accorse altre suore, e suor Teresa quasi senza voce aveva spiegato che l’anima era una profondità da esplorare, e a poco a poco le erano tornati i colori in viso mentre portava esempi e paragoni per far intendere la pienezza interiore che diceva di voler dividere con le altre religiose. Ecco, reverendo Padre Confessore, suor Teresa non usava così proprio quell’intelletto di cui affermava che non serviva a nulla? Non era questa un’astuzia di Lucifero? Un giorno suor Teresa aveva detto che alla vetta della contemplazione si giunge alla conoscenza di Dio. Ma la conoscenza non era l’argomento col quale il serpente aveva tentato Eva offrendole la mela nel paradiso terrestre? Suor Teresa diceva che la sua esperienza spirituale era intessuta di fenomeni misteriosi e poi pretendeva d’elencarli ed esaminarli con lo strumento dell’intelletto…
Allora il confessore le aveva osservato che lei si compiaceva un po’ troppo nel peccato dell’invidia, come in una competizione luciferina con le sottigliezze delle confidenze di suor Teresa, per cui la sua analisi diventava più una disquisizione teologica che non un atto di pentimento per quel suo soverchio occuparsi d’una creatura mortale, invece di dedicarsi con tutta l’anima al Signore cui aveva pur consacrato ogni istante della sua esistenza. Doveva dar meno peso a ragionamenti umani da ritenere fallaci finché non erano sanciti dalla Santa Madre Chiesa. Pertanto, più che d’invidia, lei peccava d’eccessivo attaccamento alla tentazione sulla quale aveva puntato il serpente nel porgere la mela a Eva.
Il confessore le aveva quindi ricordato che lei aveva fatto voto d’obbedienza già da sei anni e ora lui doveva costatare a malincuore che, all’età di ventisei anni, lei andava smarrendosi sempre più nell’ossessione che la distoglieva da troppo tempo dal Signore. Perciò le ordinava di cessare di stare sempre alle costole di suor Teresa che, quarantacinquenne, aveva quasi il doppio della sua età e rispondeva comunque dei propri peccati e delle proprie tentazioni direttamente al suo confessore. Infine se lei riteneva, forse anche a ragione, che suor Teresa cadeva in errore nell’usare dell’intelletto come un uomo, ebbene, anziché imitarla, badasse a mantenersi lei nella santa ignoranza che compete alla debolezza femminile.
A quel punto suor Inés s’era resa conto d’essere diventata lei vittima del Maligno, poiché non poteva smettere di seguire suor Teresa de Jesús dovunque e in qualsiasi momento. Ormai infatti era lei sola a pulirle l’appartamento riservatole nell’Encarnación e a provvederla di quanto le occorreva, dato che suor Teresa quasi non mangiava e non dormiva più, assorta com’era nell’orazione interiore che l’afferrava sempre più all’improvviso. E suor Inés non poteva fare a meno di spiarla. E inconsciamente, poiché non sapeva più come dire al confessore che non gli aveva ubbidito contravvenendo al suo ordine di star lontana da suor Teresa, le venne d’accusarsi di poca fede. Sì, era questa l’ultima malizia del Maligno a suo danno, con l’aggravante di farle attingere da frasi sfuggite a suor Teresa le occasioni della sua nuova infedeltà al Re dei Cieli e della Terra, alla Santissima Vergine Maria e alle piaghe di Gesù Crocifisso nostro Signore.
Perché Dio ci ha fatto nascere se la vita va disprezzata? Com’è possibile che l’infinita Misericordia ci abbia fatto venire al mondo solo per mostrarcene la vanità? Suor Teresa de Jesús sembrava sempre animata dalla voglia di morire. Suor Inés l’aveva udita una volta dar ragione a san Paolo che aveva supplicato Dio di liberarlo dalla schiavitù del corpo e dalla miseria della vita. Come si conciliava il disprezzo per tutto, il disprezzo del mondo e di se stessi che suor Teresa consigliava, quel suo guardare al mondo come spazzatura, quel disgusto e persino schifo che a volte manifestava, con la sua simultanea convinzione che era proprio l’adempiersi totale della vita contemplativa, in cui l’anima scompare in Dio, a spingere poi la stessa anima a prodigarsi intensamente nella vita attiva, nel bisogno di riversare sul prossimo la propria gratitudine? Dalle sue parole, sembrava che Dio concede ricchezze a un’anima perché essa giovi a molte altre. Ragion per cui suggeriva alle consorelle di non affliggersi per i peccati altrui, ma di pensare invece che gli altri sono migliori di noi. Che nesso c’era?
Suor Inés l’aveva sentita dire un giorno, in parlatorio, a due sacerdoti domenicani venuti a conversare con lei, che nell’unione con Dio l’anima moriva alle cose del mondo e provava il godimento dell’agonia. E poi, s’era dichiarata indegna delle grazie di cui il Signore la colmava, lei non era che un verme capace di strisciare al suolo…
In verità, quest’era l’affermazione di suor Teresa de Jesús che più faceva male a suor Inés de San Pedro, le doleva sin nelle viscere. Non poteva più rimandare di fare faccia a questa realtà: suor Teresa era toccata da forze sovrannaturali. Alla fiesta de la Vocaciòn, mentre era in ginocchio nel coro con tutte le monache, suor Teresa s’era sollevata da terra con le mani giunte e la testa china a occhi chiusi, rimanendo sospesa per un tempo che suor Inés e nessun’altra suora riuscirono a calcolare tanto erano state pietrificate dalla sorpresa. Era la prima volta che le succedeva in pubblico, mentre s’era già sollevata in solitudine. Suor Inés l’aveva scoperta ripetutamente nell’oratorio, da sola lì in mezzo ai banchi di fronte all’altare, che se ne stava alzata in piedi a mezzo metro dal pavimento, con le braccia spalancate e un sorriso ineffabile sul volto grondante di lacrime. Suor Inés le aveva girato attorno senza che suor Teresa avvertisse la sua presenza. Suor Inés non ne aveva mai parlato con anima viva, neppure col suo confessore, prima adducendosi il pretesto che dubitava dei propri sensi (mentre sapeva d’aver taciuto per invidia), e in seguito anche per non dovergli dire che aveva disubbidito al suo ordine di staccarsi da questa suora a cui era legata da un’attrazione che a momenti le metteva i brividi.
Per qualche mese i rapimenti di suor Teresa si susseguirono con una frequenza maggiore: ella si stendeva inattesamente al suolo al quale pareva volersi aggrappare con le mani, e tutt’insieme il suo corpo si sollevava adagiato orizzontale sull’aria. A volte perdeva i sensi e cadeva come un sacco. Altre volte la sua figura calava a terra dolcemente. Spesso, finita l’estasi, restava rattrappita, con gli arti rigidi, senza riuscire ad aprire gli occhi, pallida, cadaverica, e poi vagava come un fantasma anche per giorni, indifferente a tutto, indifferente alla vita e alla morte. Finché rientrava in sé e prendeva a lavorare e discorrere con un fervore instancabile. Si metteva persino a scopare per tutto il convento, a lavare le stoviglie, i panni, a rammendare, comunicando che la pena più profonda era l’accettazione della vita, dell’assenza di Dio. Una pena molto più forte della sofferenza limitata nel tempo e nello spazio che può dare una penitenza corporale.
Suor Inés, che s’era messa i ceci nelle scarpe per punirsi del peccato mortale di non confessare più al suo confessore la ribellione della sua anima all’ingiustizia di Dio di dare tutto a una e nulla a un’altra, indipendentemente dai propri meriti (aveva ragione suor Teresa), continuava a tener dietro a suor Teresa pensando quello che quasi tutte le suore dell’Encarnación dicevano di lei: che suor Teresa voleva passare per santa e che inventava novità, mentre non era ancora arrivata a osservare bene la Regola.
Fu in quei frangenti che suor Inés capì la tremenda eresia di suor Teresa. Ciò che abbiamo imparato per primo è che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Invece suor Teresa, a uno di quei sacerdoti a cui sempre si apriva sotto il segreto della confessione, anche nel suo appartamento (uno dei suoi tanti privilegi per cui se lei lavava i piatti era un atto santo e se li lavava suor Inés era una normale mansione), aveva raccontato d’aver avuto la visione di Dio come un immenso brillante che risplendeva davanti a noi e che insieme misteriosamente ci conteneva.
Ormai suor Inés era sicura: le forze sovrannaturali che tenevano suor Teresa erano diaboliche. Non era il diavolo che, nel tentare Cristo, gli aveva mostrato le ricchezze del mondo, come se Dio fosse un incommensurabile gioiello? E da dove veniva tutta la sua sottigliezza dottrinale, di lei suor Inés, di cui l’aveva accusata il confessore, se non dalla conoscenza del bene e del male instillatale da Lucifero? Lei infatti era quasi analfabeta e soltanto la vicinanza ininterrotta di suor Teresa le aveva dato insieme la necessità e il piacere del cercare di capire cosa c’è dietro alla crudeltà del mondo.
Dio la ricompensò. Lei vide suor Teresa in un’estasi, davanti alle donne aristocratiche vecchie cristiane benefattrici del convento, la vide nel momento in cui stava sbarrando gli occhi con immane beatitudine, che faceva il gesto della higa. Il viso sofferente, suor Teresa serrava il pollice tra l’indice e il medio a pugno chiuso. Dunque scacciava il demonio da sé, ma ne soffriva. S’era tradita. Doveva esserle stato ordinato di scacciare il demonio che le dava false visioni celestiali per indurla a servirlo e lei s’era rassegnata a respingerlo col gesto della higa, ma le costava sacrificio. Piangeva.
Ora era tutto chiaro.
Per questo lei, suor Inés, che non aveva avuto nessun dono dal Signore, nata povera e soprattutto sfornita di bellezza, col naso lungo e le gambe storte sotto un bacino rinsecchito e un seno assente, benché sana e di costituzione resistente, per questo lei era stata destinata a un’esistenza di sottomissione e servitù, mentre suor Teresa, cagionevole e incessantemente necessitosa di cure, per i suoi grandi occhi neri e per le labbra ardenti, col seno eretto e il fianco arrotondato, benché malata, piena di vomiti e cagionevole, era stata ascoltata dai massimi dottori della Santa Madre Chiesa. Perché Satana ci aveva messo lo zampino. Era tutto chiaro.
E proprio mentre suor Inés de San Pedro si sentiva liberata per aver capito tutto, le venne di sprofondare nella disperazione d’essere ormai fuori da ogni salvezza. “Per me non c’è scampo, io posso umiliarmi fino allo sprofondo, acquisire tutti i meriti servendo il prossimo mio raso terra, solo nell’abisso dell’inferno posso sprofondare”. E allora, nell’abisso dell’anima disposta all’inferno come unico luogo della sua infimità, suor Inés proruppe: «Sia benedetta l’ingiustizia di Dio, che m’ha relegata al fondo dell’eternità, che dà le sue grazie a prescindere dal merito, indipendentemente da tutti i pavimenti che ho spazzati, sia benedetta la volontà divina a qualunque prezzo, anche se mi condanna». E mentre così diceva, s’inabissò nella divinità celeste come un’aquila che si tuffa nell’eternità.
1562: Suor Inés de San Pedro fu una delle prime suore carmelitane che entrarono nel convento di San José fondato da suor Teresa de Jesús, in cui tutte le suore dovevano vestirsi di tela di sacco e calzarsi d’alpargatos, senza altre penitenze corporali. Ogni suora doveva, a rotazione, pulire il convento, lavare i pavimenti e i panni, cucinare e sciacquare le stoviglie nonché cucire. Ognuna aveva la sua cella. Ognuna aveva la possibilità d’isolarsi in un romitaggio nel giardino dove colloquiare direttamente con Dio. Suor Inés pregò Nostro Signore per i secoli venturi, accanto a colei che dopo la sua morte, venti anni dopo, doveva diventare nei secoli santa Teresa d’Ávila.