per gentilezza
italian
1
Marcello Riani salì nella metro che già si chiudevano le porte del vagone. Guardava sovrappensiero i passeggeri. Gli sedeva accanto, alla sua sinistra, una donna emaciata sulla trentina, col nero alle ciglia rigidamente separate quasi le avesse dipinte a una a una, col contorno delle labbra rosse perfettamente disegnato in bordeaux da un secondo rossetto, il corpo accasciato contro lo schienale, il viso spento con quel trucco sognatore; alla sua destra sedeva una ragazza con gli zatteroni ai piedi, la minigonna da cui sporgevano le grasse cosce, le unghie delle mani lunghe due centimetri laccate di blu elettrico, i lunghi capelli crespi che le coprivano mezzo volto, lasciando scoperto soltanto un sorriso in cui spiccavano i grossi denti dalla mascella superiore. Di fronte a lei sedeva a gambe larghe un ragazzo pure lui sui diciotto, coi capelli unti e inanellati, il giaccone di sghimbescio su un maglione sbrindellato e i jeans rattoppati con l’orlo sfilacciato; probabilmente un amico della ragazza, la fissava con gli occhi ammiccanti mentre si scambiavano gesti, lei rimestando l’aria con la mano e lui alzando il pollice a ripetizione.
Marcello si girò verso gli altri posti dopo la porta del vagone che gli era antistante. Su una panchina sedevano quattro adolescenti che ridevano e chiacchieravano forte tutti insieme con la nascente voce rauca di chi è ancora sorpreso di sentirsela uscire dalla gola, e dal piacere di quei suoni non smette di vociare. Un ragazzetto sui tredici anni dai modi svelti saltò in piedi tirando una pallina di carta ammucchiata come stesse giocando a calcio in una partita da campionato, con finte, dribbling e altre mosse astutissime, da solo in mezzo alla gente seduta, nella disattenzione di tutti, nell’oscillazione metallica della corsa metropolitana, nella luce ospedaliera del vagone che arrancava nell’oscurità. Scratch di sportelli, cigolii del treno che sussulta nel fermarsi, e frotte d’umani curvi sotto il peso della vita, lo sguardo isolante, si lanciano nel vagone. Nuova scossa premonitrice e la metro riparte.
Due uomini sotto i trenta si piantano sicuri alle due porte del vagone. L’uno, magro, il viso epatico assorto, suona, su una specie di mandolino con incredibile brio in quel fracasso ottuso, una canzone napoletana rock che l’altro giovanotto, robusto, dal portamento sportivo, canta a calda voce spiegata ritmando il suo canto con spinte delle braccia nel vuoto. Marcello osserva che i ragazzi seduti continuano a gridare tra loro ignorando i due musicanti, quello in piedi continua a tirare calci alla sua pallina di carta, e gli altri passeggeri distolgono lo sguardo con facce assenti. Solo una vecchietta ride ai musicanti tendendo mille lire tra le dita. Il cantante passa con un berretto in mano, rimedia soltanto quelle mille lire, e i due scendono.
Nel trantran della metro verso la prossima fermata, Marcello sente una voce di donna strillare come se la sgozzassero. Si sporge: è una bella giovane con un codone di capelli biondi in cima alla testa che canta a squarciagola La vie en rose in un francese storpiato pieno di rantoli africani e di aspirate tedesche. Canta con disperata energia, poi corre con un berretto in mano, tutti hanno gli occhi distolti, ottiene mille lire dalla stessa vecchietta di prima e scappa fuori alla prima fermata.
Ora tocca a lui scendere. Marcello s’è alzato da sedere, s’apposta davanti alla porta con le gambe un po’ larghe come sul ponte d’una nave e, appena gli sportelli si fanno di lato, scende con passo misurato.
Tra un’ora e mezzo saprà. Non capisce se le persone nella metro gli si sono impresse in modo così caricato perché da anni, girando solo in macchina, ha perso l’esercizio d’osservare i passanti singolarmente da vicino, o perché il casuale ascolto della moglie al telefono – sbattendogli in faccia la propria cecità – d’un tratto gli ha fatto scoprire una realtà sconosciuta.
Era risalito perché aveva dimenticato il portafoglio nella tasca interna dell’altra giacca ed era entrato in casa girando piano la chiave nella toppa per non disturbare la moglie che dormiva profondamente quando lui era uscito. Invece era rimasto impietrito sulla porta perché la moglie rideva al telefono dello studio dicendo: «È appena uscito. Siamo liberi fino a stasera. Vieni adesso, ti prego», poi doveva essere stata interrotta perché dopo un po’ aveva ripreso con un sospiro: «D’accordo, ma per favore lìberati, è tanto che mi manchi». Nuovo silenzio. Infine: «Va bene, alla solita trattoria dell’Eur, ma sì, al laghetto, alle due, ti aspetterò», e con estrema speranza: «Potrai fare un salto qui dopo? Mi riaccompagnerai, no?» col forzato tono birichino di un’amorosità che non riesce a nascondersi. Pausa. In un bisbiglio: «Mi ami?… Anch’io… Anch’io…». Risatina titillata: «Mascalzone…», in un soffio: «Ah come…».
All’istante Marcello Riani aveva richiuso la porta d’ingresso lentissimamente per non fare il minimo rumore, prima che la moglie riagganciasse il ricevitore. Soprattutto per non umiliarla, non voleva che lei s’accorgesse d’essere stata colta di sorpresa. Scese le scale con passo inconsciamente clandestino. Al citofono suonò. «Chi è?», la voce sveglia della moglie. «Cecilia, sono io!». «Oh Lino, dimmi» la voce affettuosa. «Ho dimenticato il portafoglio. Salgo su o me lo metti nell’ascensore?». «Sali subito, per favore» imperativa.
Appena lui era risalito in ascensore, la moglie, ferma sulla porta semichiusa, lo aveva tirato dentro fino allo studio: «Ma ti pare di chiedermi al citofono: “Mi metti il portafoglio nell’ascensore?”. Se uno premeva la chiamata a un piano intermedio, raccoglieva il portafoglio e rientrava a casa sua, tu che facevi? Come lo identificavi?» scosse la testa come si fa con un bambino, «Non stai mai attento, un giorno perderai…». Lui stava per finire la frase: “Perderai la moglie”, ma non disse niente. «Sei sbadato» concluse Cecilia con un sorriso bonario.
Il suo tono era sollecito, come sempre tenero e scontroso insieme, nessuna eco interiore del colloquio telefonico con l’altro, uno che sembrava tenerla in caldo a mezzo di carezze verbali, di doppi sensi nel ricevitore («Mascalzone…»). Chi era costui?
Non era il momento di passare in rassegna l’universo degli amici e conoscenti. L’ingegner Riani aveva superato le quattro ore più difficili da quando aveva scoperto d’essere cornuto: al cantiere aveva dovuto fare calcoli, dare disposizioni, rispondere agli operai e così via; nella metro s’era concentrato sui passeggeri. Si rese conto d’essere uscito dalla metropolitana alla stazione dell’Eur come un sonnambulo. Stava camminando sulla ghiaia d’un sentiero, in un giardino che costeggiava il lago. Ebbe una specie di capogiro. Sedette su una panchina di fronte a un’aiuola.
C’era un sole primaverile ma il vento era freddo, forte, piegava persino le erbette di quelle aiuole urbane ai bordi delle quali s’ergevano invece meravigliosi alberi in fiore: il gonfio fogliame d’una fila di ciliegi pullulava di petali bianchi, quello di un’altra fila di peschi era punteggiato di fiorellini rosa.
Per quanto si concentrasse sul paesaggio, gli passavano davanti facce e sguardi maschili accelerati che cacciò da sé alzandosi di scatto. Guardò l’ora, le 13.32, doveva sbrigarsi.
S’incamminò con una mano in tasca. “La solita trattoria dell’Eur al laghetto” era probabilmente il ristorante dove andavano ogni tanto anche loro due, anzi ne era certo perché alla moglie piaceva, ci tornava volentieri.
Doveva decidersi: o andare dentro, o sedere ai tavolini esterni sotto gli ombrelloni, che guardavano il laghetto.
Entrò all’interno, la sala era troppo buia in quel giorno di sole, ancora semivuota. Andò ad affacciarsi alle vetrate in fondo: il retro era sopraelevato a terrazzo coperto. Sotto si vedevano tavolini apparecchiati, che alti cespugli circondavano come paraventi a fisarmonica. Ce n’era giusto uno che, dietro un cespuglio a angolo, non godeva della vista del lago ma guardava sulla strada, per cui era difficile che qualcuno si sistemasse lì a far colazione.
Poteva sedercisi non visto. Era anche un posto strategico per controllare i passanti. Doveva soltanto aspettare.
Gli venne in mente che nell’ultimo anno sua moglie era ingrassata parecchio, sempre a dire che non mangiava, sgranocchiava biscotti furtivamente, era raro che al rientro lui non la trovasse a ingoiare un cioccolatino; inoltre non stava mai ferma, si alzava da tavola perché aveva dimenticato qualcosa, il pane, un bicchiere. Ti metteva nervosismo con quel suo ingurgitare in fretta, una forchettata dopo l’altra. Ultimamente aveva pure preso a succhiare la minestra nel cucchiaio, con quel rumore inelegante che da dove le era venuto… Quando erano cominciate queste sue stranezze?
Marcello ebbe una fitta: Cecilia era apparsa sul sentiero lungo la fiancata del ristorante, seguita da… Non lo conosceva.
Aspettò che gli passasse davanti, arretrato rispetto a sua moglie. Un uomo alto, magro, sui trentacinque, faccia scavata con qualcosa d’appuntito nei lineamenti sfocati, sul castano i capelli e anche gli occhi piccoli, scivolosi. Poi lo vide di schiena, gli notò la giacchetta e i pantaloni jeans, i capelli lunghi sulla nuca col riccioletto in fondo, passo lento, marcato, western di terza mano. Avvertì che il proprio sguardo non era particolarmente amichevole. Cecilia si girava verso quell’uomo sorridendogli. Marcello Riani si ripeteva: prescindi da te, sfòrzati di raccogliere il massimo d’osservazioni neutre, da entomologo. Ma non si dava pace nel vederla così indifesa. I due sedettero a uno dei tavoli più esterni – tutti vuoti per cui nessuno si frapponeva fra loro e Marcello. Sedevano l’uno di fronte all’altra, l’uomo di faccia, Cecilia invece di spalle. Il marito non le scorgeva il viso, mentre poteva contemplare ogni espressione di quell’essere insignificante. Strinse il viso tra le mani: sì, dal suo tavolo dietro il paravento di sbieco del cespuglio, era veramente in una postazione ottimale…
Il supplizio fu tremendo. Cecilia si sporgeva verso l’uomo che pareva ascoltarla svagato, l’occhio sul menu, finché lei gli allungò qualcosa tra le dita, l’uomo aprì infastidito a ventaglio i biglietti che lei gli porgeva con gesto umile, da centomila a giudicare a distanza. Li intascò nel taschino sul retro dei pantaloni. Dopo di che si animò, e parvero discutere insieme le pietanze da ordinare. Lui sembrava schizzinoso, disquisì a lungo col cameriere, poi con un cenno di benevolenza, alzando un indice a conferma, cedette la parola alla signora che, probabilmente, ordinò le stesse pietanze perché il cameriere subito annuì e s’allontanò.
Marcello non si capacitava. Il cameriere ora gli stava davanti. Lui ordinò immediatamente un filetto col contorno di patate fritte che spiccava sul menu di giornata, e un quarto di vino locale.
Mentre tagliava il suo filetto, ogni tanto gli giungeva all’orecchio una risata felice della moglie che mangiava pacata come gustasse ogni boccata liberamente, non di nascosto da se stessa come in casa. Forse l’uomo alluse al suo ingrassamento perché a un tratto lei si lisciò i fianchi come perorasse la causa della propria linea fisica e di nuovo si sporse verso di lui che dovette avere una parola condiscendente perché lei gli strinse a lungo la mano.
Mangiarono il primo, verosimilmente fettuccine al ragù, il secondo, una pietanza non distinguibile a distanza, il contorno d’insalate, cin cin di vino rosso in bottiglia (pregiato da come lo versava il cameriere), coppa di gelato, ananas (che a lei non piaceva ma che ora pareva divorare con diletto), whisky lui e sicuramente una sambuca lei, l’unica cosa in cui avevano diversificato le proprie ordinazioni. A pensare che con lui, da otto anni che erano sposati, lei aveva sempre ordinato qualcosa di diverso da lui, per principio diceva, oh Dio in che pensieri mi sto perdendo gemette Marcello tra sé. Che cosa sto appurando? Che mia moglie è succuba d’uno sconosciuto che mangia piano, sicuramente facendo commenti sul cibo che ingerisce, a giudicare dal tono compreso col quale solleva una forchetta, e lei che lo ascolta come un vangelo, ride rovesciando la testa all’indietro. Una bella trentenne, bruna dalla sciolta chioma ondulata, splendidi occhi neri, portamento diritto, non è possibile…
Come aveva fatto a non riconoscerlo?
L’ultimo uomo che gli sarebbe venuto in mente. Ma sì, un certo Faldini o Falcini, adesso lo ricordava bene, un tizio che gli era stato raccomandato dall’architetto Cocci: «Vedi di procurargli un lavoro, me l’ha presentato il mio capomastro, il fratello della moglie d’un suo cugino o qualcosa del genere, di Frascati, soggetto mite ha detto, volenteroso, insomma puoi dargli una mano?».
«Che sa fare?».
«Di tutto, manovale, imbianchino, muratore».
Poiché Cecilia voleva ripulire il loro appartamento, lo avevano chiesto a quel tizio che, a sua volta: «In che consiste il lavoro?» aveva domandato. «Imbiancare le pareti, ridipingere porte e finestre e così via» aveva risposto Cecilia, e costui, dopo aver girato per le stanze con lunghi sguardi di valutazione, aveva infine proposto un prezzo ragionevole ed era stato assunto.
Ma poiché, a parere di Marcello questa ripulitura della casa andava un po’ troppo per le lunghe: «Perché non ci rivolgiamo a una ditta, scusami?» aveva detto alla moglie. «Per carità» aveva risposto lei, «chissà quanti manovali in casa! Non puoi stare a dire ogni momento a ognuno di loro la sfumatura che vuoi, no, meglio dedicarci più tempo una volta per tutte senza dover ricominciare da capo dopo pochi anni. Non sei d’accordo?». Come poteva lui pensare che lei gli chiedeva se era d’accordo d’essere cornuto?
Però era stato cieco. Lei s’era prodigata presso tutte le sue amiche perché anche loro si facessero ripulire l’appartamento, «un giovane a modo, capace», ma quelle che avevano ceduto s’erano poi lamentate dell’approssimazione del lavoro di costui (in verità, anche lui aveva trovato che i muri del suo appartamento erano imbiancati con pennellate grossolane, con parecchi grumi, ma non aveva osato dirlo alla moglie che gli avrebbe risposto come al solito che lui non capiva niente delle cose pratiche eccetera).
Quand’era successo? Siamo a fine aprile ’99. Un anno fa.
Questa maledetta ripulitura del loro quadricamere con doppi servizi era durata tre mesi. L’avevano programmata proprio perché lui e Cecilia avevano deciso allora di fare un figlio.
Ora il tizio, durante la colazione in quel ristorante del laghetto all’Eur, aveva guardato ogni tanto – di visibile sottecchi – l’ora al polso e Cecilia gli aveva ogni volta stretto la mano.
Era da impazzire. Una donna intelligente, coraggiosa come Cecilia. Infine i due s’erano alzati da tavola, e all’impronta costui le aveva dato una pacca al sedere. Lei gli s’era scansata come scandalizzata, e poi gli aveva sussurrato qualcosa all’orecchio stringendoglisi al braccio.
Cecilia, gemette l’animo di Marcello, che si domandava se non doveva lanciarsi a fronteggiare quel disgraziato storcendogli il braccio e mollandogli un pugno sul grugno così da farlo stramazzare, a quel vigliacco che se la sarebbe svignata sicuramente. O se invece era meglio non dargli peso e soddisfazione pubblica, ma schiacciarlo poi pian piano alle spalle, esattamente come stava tentando di fare quel verme con lui…
Mentre esitava, i due s’erano allontanati.
Fece appena in tempo a saltare su un taxi, sul sedile anteriore accanto al conducente: «Prego, segua quella macchina» gli disse indicandogliela con un cenno del capo.
«Ma certo!» gli ammiccò il taxista.
Per evitare quell’atmosfera insulsa di complicità, «Come vanno gli affari in vista del 2000?» gli ammiccò di rimando Marcello.
«Per carità!» lamentò l’uomo, «Il turismo di massa è la nostra rovina. Vengono tutti coi pullman, ci si fanno portare da un posto all’altro, e chi prende più il tassì? Prima viaggiavano i signori, gente che capiva e ci fruttava fior di quattrini… Adesso sono i poveracci a fare i turisti, pecoroni, in gregge, e noi restiamo a secco».
Marcello controllava intanto che il taxista loquace non perdesse di vista l’auto di Cecilia, guidata da quel mmm… (lei che si rifiutava sempre di cedere il volante al proprio marito: “Sei così sbadato”, quello “sbadato”, che la moglie gli stillava a tratti, adesso gli rimbalzava a boomerang).
«Ha svoltato a destra» disse al taxista.
«Lo vedo!» gli rispose questi continuando: «Basti dire che persino un intellettuale di sinistra – una faccia da comunista acculturato da scommetterci diecimila lire, dia retta a me che me ne intendo, con tutte le facce che mi salgono in macchina! –, insomma questo tipo m’ha detto chiaro e tondo: “Firenze non si può più visitare, non si circola, un cicalare da torre di babele. Eh”, m’ha detto, “dieci anni fa era un’altra cosa, allora sì che si poteva girare in pace, con calma, contemplare i monumenti, le opere…”, lei mi capisce…» gli si rivolse l’autista: «Se lo dice una persona istruita, pensi un po’ cosa deve dire uno che sul turismo di qualità ci campava!».
«La prego, svolti a sinistra» lo interruppe Marcello a cui parve a un tratto che gli si fosse sdoppiato il cervello: da un lato sorvegliava spasmodicamente che il conducente tallonasse da presso la macchina di Cecilia, mentre dall’altro assorbiva le parole di quell’uomo come gli fossero vitali, al punto che non resistette a chiedergli: «Lei è mai andato all’estero?».
«Io? Ma certo» si ringalluzzì il taxista: «Siamo andati otto giorni a Palma di Maiorca, aereo albergo ottimo vitto eccetera, tutto compreso 460.000 lire a persona, con mia moglie 920.000, abbiamo visitato tutto» e non smetteva di raccontare. Era un cinquantenne tarchiato, felice di riferire a un passeggero tutto quello che aveva visto laggiù.
Nell’ascoltarlo, lì seduto accanto, Marcello pregustava il momento di dimostrargli che si contraddiceva: l’avrebbe colto in fragrante. Stava per dirglielo, quando vide la mille e quattro di Cecilia accostarsi al marciapiede sotto casa sua. Un po’ più se la lasciava sfuggire: «Bene» si volse al taxista, «mi fermo qui».
«Perfetto» gli ammiccò di nuovo l’uomo che gli delineò con l’indice e il pollice uniti una linea orizzontale nell’aria.
«Sì» gli sorrise Marcello, «perfetto» e lo pagò con l’angoscia nel cuore. Adesso i due sarebbero andati a fare l’amore in casa sua. Entrò in un bar quasi di fronte al portone della sua abitazione. Per cominciare, doveva mandar loro tutto a monte sul più bello (gli si dilatava l’animo dal rabbioso piacere). Aspettò davanti al bancone bevendosi un caffè espresso. Quindici minuti vanno bene, decise, il tempo di salire, entrare in casa, spogliarsi. Seguì il volgere dei secondi e dei minuti sul cronometro da polso. Ma dopo dodici minuti non resse più e si fece dare un gettone.
Telefonò.
Rifece due tre volte il numero. Cecilia non rispondeva.
Provo un’ultima volta, ventuno squilli; se non mi risponde, le citofonerò con insistenza.
Cecilia rispose, ansimante: «Chi è?» sgarbata.
«Sono io» disse lui asciutto, «sto per venire con un collega per motivi di lavoro. Sarò lì a minuti. T’ho voluto avvertire perché so che da un po’ di tempo non ti piacciono le improvvisate. Insomma ti prego d’accoglierlo bene, questo mio collega, gli prepareremo un drink, tu sai come fare».
Marcello non s’aspettava quella scenata telefonica della moglie, gli disse che non era la sua cameriera, che invitasse il collega a un bar, anche le tuttofare hanno due ore pomeridiane di libertà.
Marcello riattaccò il ricevitore.
S’appostò a guardare il portone.
Sette minuti dopo il Faldini sgattaiolava fuori con occhiate circospette, la paura gli si leggeva in faccia. S’infilò nella mille e quattro di Cecilia e partì a tutto gas.
Marcello attese che i battiti del cuore gli si calmassero. Cecilia gli ha dato pure la macchina, pensò, magari a me dirà che l’ha portata dal meccanico. Sedette a un tavolino del bar. Aprì il giornale. Tornerò a casa tra due ore. Le dirò che ho seguito il suo suggerimento e ho invitato il mio collega a un bar, ma: “Ti prego di non rispondermi più con quel livore” aggiungerò col tono acculturato, “se ti dò così fastidio, possiamo lasciarci da buoni amici, nessuno ci costringe a stare insieme. Non sei d’accordo?”.
Lei dovrà prendere una decisione.
Quello schifoso scopatore.
Sto diventando volgare… È questa la vittoria finale del mio “rivale”: mi trascina sul suo terreno.
Non lo sentiva un rivale.
Lo sentiva un piccolo parassita.
Questo disprezzo scaramantico non mi giova.
Marcello chiuse il giornale. Uscì dal bar. Alzò gli occhi al cielo e vide due nuvole color lampone appese lassù nell’azzurro. Gli venne in mente, con una stretta al cuore, una pubblicità televisiva che gli aveva fatto drizzare i capelli in testa. Si leggevano in nero, sullo schermo bianco, le parole che una voce maschile pronunciava:
Per Storie vere, questa sera
il racconto dello stupro e dell’omicidio di due bambine
più appassionante d’un film.
Non perdetevi questa straordinaria puntata di
Storie vere.
A stasera, ore 20.30, non mancate!
Alle 17.30, su per giù l’ora solita, rientrò in casa.
«Perché non sei venuto col tuo amico?» gli chiese Cecilia innocente: «Vi aspettavo».
«Non ho avuto quest’impressione» rispose lui. La moglie aveva paura, voleva tenerlo buono.
O forse il suo scatto col marito l’aveva scossa, s’era spaventata delle conseguenze, è lei a non volermi perdere, pensò Marcello.
Non farti illusioni.
La sera aveva la bocca dello stomaco chiusa: «Scusami, Cecilia, ma non vorrei cenare questa sera».
«Come mai?» si preoccupò lei.
«Ho mal di testa. Se permetti, vorrei dormire nello studio».
«Sei sicuro?» gli chiese sollecita, ma a lui parve di scorgerle un balenio di contentezza negli occhi, giusto una frazione di secondo, e d’udirle un tremito di sollievo nella voce.
Corse a preparargli il letto di là, sul divano dello studio.
Marcello la sentì che apriva la finestra, che batteva i cuscini, spiumacciava, le sentiva i passi indaffarati.
Si spaventò della notte bianca che lo aspettava. Invece poi, s’era appena sdraiato che s’addormentò di colpo.
2
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Per tre quattro giorni l’ingegner Riani fu come intontito.
Se ne accorse una mattina all’alba. Forse la reazione più naturale a un tormento inatteso è il rifugiarsi in puntigli infantili rifletté, del tipo: Perché con me mangia impaziente, anzi a ripensarci ha quasi un’aria colpevole, mentre con lui a quel ristorante dell’Eur sembrava assaporare ogni boccone che ti dava il voltastomaco a guardarla?
Già, era lo stesso a letto: da qualche mese, nel fare l’amore, se ne veniva così rapidamente! Un paio di volte m’è pure venuto il dubbio che facesse finta di godere per finire prima, per cui dovevo accelerare dannatamente… Ma poi mi dicevo: forse ha paura di restare incinta, vuole un figlio e insieme lo teme, povera cara… Imbecille, non era un segnale?
Gli s’annebbiò la vista per la vergogna.
Adesso non esagerare. Sei influenzato dall’immagine ridicola del cornuto nella mentalità corrente, le barzellette ne sono piene.
Non ti buttare giù da solo. Queste tue minuscole ruminazioni, anche quelle autocritiche dài, sono un modo di prendere tempo, ma sì una prima difesa, accèttala, una forma d’anestetico.
Eppure questo sentire in continuazione che tutto passa, questo sentirmi addosso un perpetuo sguardo dell’ultima volta, l’orecchio capta gli echi del minimo rumore che si spegne, qui al sesto piano, anche adesso, con la finestra aperta sul cielo che si sta increspando a oriente, con lo scoppiettare dei motori che mi raggiunge dal basso, in fondo alla strada, e Cecilia che già si muove per casa.
Da un paio d’anni specialmente, s’era ridotto casa e lavoro, anche con l’idea del figlio che doveva venire, quasi viveva di riflesso, sì, quasi aveva preso a guardarsi attorno con gli occhi di Cecilia.
Stava in bagno, in piedi davanti allo specchio. Aveva appena finito di sbarbarsi.
Primo) Perché non provi a vedere te con gli occhi di tua moglie? si disse sbalordito mentre si spalmava sulle guance e sul mento un dopobarba regalatogli a suo tempo da Cecilia.
Si picchiettò il viso con piccoli tocchi dei polpastrelli. Non aveva una faccia simpatica, nemmeno troppo intelligente, d’un trentenne stempiato, occhi castani oh Dio insieme sbarrati e severi, si girò di tre quarti, bel naso greco, si mostrò i denti tutti bianchi e pari, lascia perdere.
Aveva passato quattro giorni a fare il malato, a simulare conati di vomito, in modo da restare in casa. Almeno lei non avrebbe potuto abbracciare l’amante nel loro letto, almeno questo, quattro giorni guadagnati.
Il suo pensiero più urgente era stato: attento a non tradirti. A momenti gli era sembrato che Cecilia lo scrutasse. Era gentile con lui, premurosa, anche se evitava di stargli vicino a lungo, «Non ti devi stancare» gli diceva, «riprendi le forze». Stranamente era uscita poco, ogni volta per breve tempo, ma quanto avrebbe resistito lontano dal suo amato?
Marcello spiava ogni squillo del telefono. Era interessante che il Faldini non avesse mai telefonato. Sicuramente lo chiamava lei da fuori. Era buon segno che lui non s’azzardasse. Ancora quei minuscoli pensieri. Basta. Un temporeggiare insensato.
Però non ebbe l’animo di continuare a cercare di guardarsi allo specchio con gli occhi di Cecilia. Più tardi.
Tornò nello studio. Si concentrò, disteso sul divano, a elaborare un piano. Sei stato cieco. Non hai visto segnali grossi come una casa. Perciò il punto Secondo) – e fondamentale – è: VEDI.
Il piano era: nascondersi nell’armadio-libreria del suo studio, ch’era appoggiato al tramezzo della loro camera da letto, quello di fronte alla finestra. Perfetto, avrebbe detto il taxista del turismo di massa.
Doveva solo sgombrarlo, libri e cartelle, roba da niente.
Aspettò che sua moglie desse segni d’impazienza. «Perché non ti distrai un po’?» le disse. «Esci, vai al cinema, fai una gitarella con un’amica».
Lei nicchiò quel tanto che non rendesse indecente il suo cogliere l’occasione al balzo. «Quando vuoi che torni?» gli chiese nell’uscire.
«Stasera, al tramonto» rise lui, «dài, oggi fai uno strappo. Perché non pranzate fuori?».
«No, tornerò prima» gli rise lei e lo baciò teneramente in fronte. Era la seconda mattina dopo che lui aveva elaborato il suo piano. Alzò le spalle, uff! sbuffò, la facilità del pessimismo.
Certo, il proposito di ficcarsi nell’armadio-libreria del suo studio, togliendovi alcuni ripiani così da potercisi rannicchiare, non solo non era originale, ma neppure comodo, i formicolii, uno ne usciva gobbo, le commedie ne erano piene, di questi mariti stipati sotto i letti o dietro le porte. Però, se non rispondeva all’imperativo: VEDI, rispondeva in presa diretta a quello: ASCOLTA.
Allestì il suo rifugio nell’armadio-libreria, portando tutto ciò che lo ingombrava in soffitta.
Decise che quella sera sarebbe guarito e avrebbe detto a sua moglie che andava a lavoro fuori Roma.
Si sentiva incredibilmente di buon umore.
* * *
All’alba uscì.
Prese rumorosamente l’ascensore. Poi risalì a passi di lupo le scale fino al suo appartamento. Aprì la porta che si sentiva un ladro. Si dispose rannicchiato come un feto nell’armadio-libreria che aveva opportunamente svuotato nel suo studio, seduto su uno sgabello. S’accinse a partecipare all’attesa della moglie che subito telefonò al suo ganzo, il quale parve colto di sorpresa nel sonno mattutino. Infatti: «Quanto ti ci vuole a venire?» gli chiedeva ansiosa la voce di Cecilia ch’era venuta a chiamarlo proprio dallo studio del marito. Dai pourparlers risultò che l’uomo doveva ancora alzarsi, farsi un caffè, lavarsi, sbarbarsi, vestirsi, prendere l’autobus da Frascati, perché lei infine gli disse: «Lascia perdere l’autobus per favore, prendi un taxi, non pensare ai soldi, te li rimborso appena arrivi, anche il caffè te lo preparo io, ti prego, il bagno lo faremo insieme, svégliati!» quasi gridò, «Giacinto svégliati, dimmi quanto ci metti amore mio!». Oh Dio, come fremeva sua moglie, si metteva in una situazione penosa. L’altro tergiversava, poi dovette addivenire, perché: «Va bene» disse Cecilia stremata, «tra due ore sarai qui, ancora due ore dopo nove giorni che non siamo assieme!». Forse temette che lui si spaventasse della sua esasperazione perché col tono di chi abbassa la testa: «Ma sì» disse «hai ragione, che sono due ore? Vedrai, sarà bellissimo».
Per due ore, Marcello Riani soffrì di non poter fumare mentre si chiedeva come mai sua moglie s’era ridotta così. Gli s’accapponava la pelle. Eppure lei e lui s’erano amati. Cecilia glielo aveva detto tante volte, o nello spogliarsi la sera o dopo, quando con la testa sul suo torace gli tirava i peli per gioco: «Tu sei dolce, mi capisci, sono fortunata». Sempre loro due assieme erano andati al cinema, al teatro, a visitare musei, e ogni volta tornavano a casa con tenerezza, la sera si amavano intimamente.
Dio Dio Dio mio, gemette l’animo di Marcello guardando l’ora al polso, non farmi venire un infarto. Aiutami a scoprire che cosa è successo.
Marcello sentì la voce del Faldini che entrava nella loro camera da letto: «Mi pesa questo fare tutto di nascosto» disse come se sbuffasse.
«Te l’ho già detto» rispose Cecilia: «confessiamogli la verità».
«Già, e di che vivremo? Tu sei abituata a una vita che per ora non ti posso offrire. Dobbiamo prima risolvere il problema economico».
Marcello li udì poi parlare a momenti quasi sottovoce, altri momenti in modo chiaramente udibile.
La voce decisa di lui: «Te l’ho già detto: l’unica è aprire un ristorante».
La voce nitida di lei: «Però vorrei che tu fossi sicuro. Ricordi? Il negozio di vestiario, quindici milioni ed era fatto e».
Nuovo borbottio confuso dove le voci si sovrapponevano.
Infine lui: «Cecilia mia, guarda che abbiamo fatto i conti insieme, tu hai detto… io non t’avevo chiesto… ricordatelo, io non t’ho chiesto un centesimo…».
Marcello non riusciva più a sentire le frasi intere.
La voce di Cecilia: «…pazienza. Però la storia… una ditta per ripulire… tu, da solo. È vero… comprare l’attrezzatura… altri dieci…».
«È proprio questo che mi pesa» sospirò la voce di lui che a un tratto si fece sonora: «Ti restituirò fino all’ultima lira, sulla mia parola, te lo giuro. Il mio sogno è solo di farti vivere da regina». Poi di nuovo sottovoce: «Per me… imbianchino, idraulico… ma per noi due…».
Cecilia distintamente: «Adesso hai fatto i conti che con trenta milioni puoi aprire un bel ristorante a Frascati».
«E li troverò da me se mi dài tempo» proruppe la voce di lui in modo (secondo Marcello che ascoltava da dietro il tramezzo) disgustosamente teatrale: «Però tu devi anche capire che non me la sento di continuare a venire nel suo letto appena lui se ne va. Ho la mia dignità. Se mi vuoi vedere in questa situazione, vieni tu a casa mia».
«Altrimenti sei disposto a lasciarmi?», la voce contratta ma anche giudicante di Cecilia (almeno questo): «Finiamo così?».
«Che dici? Sei matta? Lo sai che m’hai cambiato la vita!» una risatina vigliacca, «Perché dobbiamo tormentarci? Ne parleremo dopo bellezza mia, lo sai bene che non c’è niente di più bello che abbracciarci, stringerci, anch’io sono nove giorni che non penso ad altro…».
Marcello uscì dall’armadio-libreria, senza neppure badare a non fare rumore, tanto quei due erano così occupati ormai. Non voleva sentirli sobbalzare sul letto.
Singhiozzava silenziosamente. Gli balenò che supina, con le gambe divaricate, la poveretta di sua moglie giaceva come al macello una mucca squartata.
Gli parve di strisciare indietro come una serpe mentre si ritraeva nell’ingresso. In seguito, ricordò quelle ore come un’assenza. Nella toletta d’un bar dov’era entrato di corsa a urinare, fu il continuare a insaponarsi per levarsi la sensazione di sporco sui palmi delle mani e sulla guancia destra ch’era stata appoggiata al legno dell’armadio, a fargli connettere quanto a lungo era rimasto appiccicato a quel tramezzo. Quattro ore di vuoto. Che altro s’erano detto. Che avevano fatto.
Restò a bere prima un paio di Martini secchi e poi un whisky dopo l’altro, a piccoli sorsi, per non sapeva quante ore, seduto in quel bar, a ogni sorso fissando da capo il bicchiere, per alzare la testa verso il barista dietro il banco e fargli un pollice verso dentro il calice vuoto finché gli veniva semiriempito di whisky e lui annuiva al cameriere alzando il pollice in aria come quel ragazzo zazzeruto dal sorriso ebete nella metro, in quella lontanissima mattina di pochi giorni prima in cui era stato folgorato dalla rivelazione di Mazzabubù quante corna hai quassù. Era buio da un bel po’ quando s’incamminò, mugolando quel Mazzabubù tra strizzatine d’occhio ai passanti. Come Dio volle, riuscì a raggiungere con impalata dignità l’albergo che ricordava situato nella seconda traversa a destra, grazie, camera singola con bagno.
La notte sognò che d’un tratto, mentre quei due facevano l’amore, la voce smaccata di lui decretava: “Sta’ buona, vedrai, ti farò un figlio appena avremo i soldi per mantenerlo”.
Marcello faticò a strapparsi di dosso quella vista, soffocava, sudato, finché si svegliò di soprassalto, le braccia indolenzite come avesse rovesciato un macigno. Andò sul balconcino della sua stanza d’albergo. L’aria fresca gli asciugava il sudore sul viso e sotto il pigiama. Era buio. Rabbrividì. Gli comparivano a tratti, distanziati, pensieri sbocciati dal nulla, gli occhi umidi e un groppo in gola: la cosa più sensata sarebbe d’andare alle Terme di Caracalla a chiedere consiglio a una di quelle donne cosiddette di strada calunniate da tutti? O ancora, con inattesa indifferenza: diventerò impotente?
Ogni tanto correva in bagno per i conati di quell’ubriacatura a digiuno del giorno prima. Ma, siccome aveva lo stomaco vuoto, non vomitava che un filo di saliva. Con certi ngù d’aria che gli risalivano dalle viscere e gli sbottavano dalla bocca in apnea (il suono del dolore è fisicamente volgare). Tornava sul balconcino con la nausea che all’improvviso gli rigurgitava, da dove? Dall’animo o dall’esofago? Sono pedante anche nell’umiliazione.
* * *
Marcello Riani era ormai convinto, da tempo – e ne ringraziava il cielo –, d’avere un temperamento non drammatico. S’era sempre sforzato d’essere misurato in tutto, nel bere, nel mangiare; fumava poco. Ne faceva un punto di forza. Trovava facili gli eccessi e le reazioni immediate (impulsive). Più difficile – persino per lui – contenersi, provare a mettersi nella pelle dell’antagonista, cercare in sé le cause d’uno smacco piuttosto che attribuirlo all’efficienza dell’avversario.
Ma quella mattina in albergo, dopo l’attesa dell’alba sul balconcino, mentre si spazzolava la schiena sotto la doccia fredda, rifletté che all’atto pratico, al momento della verifica della propria indipendenza dai colpi inferti dall’esterno, cioè al momento del redde rationem (oh Dio, quest’implacabile “posatezza” di linguaggio!), insomma al momento di prendere atto d’un dato di fatto controllato di persona, era crollato come l’ultimo cacasotto, ma sì perdinci, chiamiamo le cose col loro vero nome, cacasotto che non sei altro.
Chiuse il rubinetto. Si strofinò i capelli con l’asciugamano di spugna. Poi s’asciugò il corpo. Respirò.
Molto semplice. Doveva limitarsi a guardare la sua situazione coniugale con distacco. Certo, qualunque cornuto ha il voltastomaco, specie quando il suo cornificatore è un gigolò di quarta categoria.
Piano.
Non ricominciare.
D’accordo, qualunque cornuto eccetera, perciò lui avrebbe reagito diversamente. Già la parola “reagito” era negativa, meglio dire: si sarebbe comportato diversamente.
Appunto.
Come riprendere in mano la situazione?
Dopo qualche flessione del torace e sulle cosce, tornò in camera a vestirsi.
Per prima cosa, sarebbe rimasto in albergo finché gli si fosse chiarita la condotta da tenere. Doveva comprarsi un pigiama, due camicie e un paio di slip di ricambio, uno spazzolino da denti, le solite cose. Anche un taccuino per segnarsi i punti su cui meditare. A proposito, la moglie gli aveva detto diverse volte, forse un paio d’anni fa: «Sai che mi piace in te? la tua ponderazione, mi dà fiducia, tu non cerchi d’impormi la tua volontà, tieni conto di come vedo io le cose».
Bel risultato.
A posteriori, era veramente un complimento – come gli era parso allora – questa storia della ponderazione? Come un notaio. Doveva ripensare tutto dalla nuova angolazione, cioè dal punto di vista di chi non ha capito niente di quello che gli succede attorno.
Non faccio che ripetermi.
Respirò due volte a fondo.
Partiamo dall’idea che non mi sono occupato abbastanza di lei. Il marito della Bovary era un brav’uomo, ma lei restava le giornate libere senza un impegno che la coinvolgesse. Forse ho fatto lo stesso baglio. A parte il fatto – osservò tra sé – che l’amante della Bovary era sì un vanesio, ma non certo un cretino tronfio come questo…
Andiamo avanti. Il marito della Karenina era troppo severo, al suo confronto l’aitante ufficiale elegante, spiritoso, che gli aveva conquistato la moglie, sia pure su un piano esteriore, aveva parecchi punti di vantaggio.
Basta, devo prescindere dal giudizio sugli amanti di turno di questi paradigmi letterari.
Doveva concentrarsi unicamente sui mariti. In qualche modo, senza accorgersene, con quel suo ragionare pacatamente, forse aveva finito col farla sbadigliare.
Aveva trovato un punto da cui muovere: doveva occuparsi di più della moglie. Secondo punto: doveva animarle l’esistenza in modo meno savio, meno noto in anticipo, in un modo che la incuriosisse un po’. Per esempio quel maledetto imbecille la teneva in sospeso, verrò, non verrò, così sì, colà a condizione. Che schifo.
Con cautela. Doveva anche tener conto di quell’incubo che gli rivelava un fondo impensato di sé. O era ancora un modo di darsi tempo?
Uscì.
Andò al bancone d’un altro bar da quello della vigilia. Cappuccino e cornetto.
* * *
Gli ci vollero altri due giorni per avere il coraggio di tornare a casa. Aveva ancora tre giorni di ferie (s’era preso una settimana). Telefonò preventivamente alla moglie, con voce festosa: «Cecilia, sto sull’autostrada. Tra un’ora sarò a casa».
«Meno male» lei «ti aspetto».
«A tra poco».
«Scusa, Lino, ma con che mezzo sei partito?».
Già, lui aveva lasciato la macchina sotto casa e, nell’ambascia, se n’era completamente scordato: «Ti dirò cara, ciao, ciao».
Doveva trovare una spiegazione plausibile. Era partito con un amministratore della Regione per il progetto e preventivo d’una soprelevata nella zona tale, alla biforcazione di, ma sì, si sarebbe dilungato su particolari topografici e lei non avrebbe chiesto più di tanto.
Che fortuna, Cecilia aveva le mestruazioni. Niente di strano se lui preferiva non avvicinarlesi a letto. Qualche notte guadagnata.
Lei era gentile, gli era sembrata contenta di rivederlo, con un po’ di malinconia, quasi col rimpianto involontario di chi sente finire qualcosa di intimo (anche se consciamente lo vuole). O meglio, da come lo guardava, lui mai avrebbe potuto dedurre che, all’altro, Cecilia aveva detto: «Confessiamogli la verità».
Nel contempo, in realtà, lui non poteva guardarla o ascoltarla senza che gli si sovrapponessero la voce anelante della Cecilia in preda al Falcini o Faldini. Per cui sentiva una repulsione. Non darti per vinto. Intanto supera la prova, poi vedrai se ne valeva la pena.
La sera a letto le disse (cercando di riprodurre il suo tono di prima): «Ho ancora due giorni liberi. Vogliamo andare domani o dopodomani a Orvieto? Mi piacerebbe, è da tempo che ci penso ma non trovavo mai lo spazio dal lavoro per proporti questa gita. T’interessa? O hai altri impegni? Ti prego, parla liberamente. Se non puoi o non ti va, rimanderemo».
«Lino, perché sei diventato così prudente? Certo che mi fa piacere andare con te a Orvieto. Sono libera, per me domani va bene».
Dunque il Faldini non era disponibile.
«Va bene. Partiamo domattina alle nove».
Ma non dormì. Erano tre giorni che s’imbottiva di caffè, per il terrore di vedersi ricomparire nel sonno quell’incubo del Faldini che, possedendo sua moglie, le prometteva di farle un figlio.
Andò in cucina a cercarsi acqua fredda in frigo. Lo aprì.
Lì per lì non lo riconobbe: c’era una quantità di roba ammucchiata alla rinfusa, involti uno sull’altro, carta oleata, carta argentata, pentole e pentolini, barattoli, un che di unto… Come mai? Il frigo era sempre stato ordinato, Cecilia comprava di volta in volta quel tanto che occorreva, con piccole sorprese di riserva.
Marcello si ripeté, come ormai faceva da giorni: calma. Stai calmo. Cominciò a svoltolare il primo pacchetto di carta argentata che si trovò davanti sullo scomparto superiore: conteneva un grosso pezzo d’arrosto; in un altro, sdraiato sotto, c’erano quattro fette di mortadella; e ancora accanto un paio d’etti di bresaola che lei non comprava mai; e gorgonzola in carta oleata. Una scodella coperta da una pellicola trasparente, e così via.
Nello scomparto inferiore la stessa baraonda.
Sul ripiano in basso dello sportello, due insolite bottiglie di whisky, entrambe consumate a metà.
Quello sbaraglio culinario, dopo otto anni che Cecilia teneva il frigorifero sin troppo asettico, tutto ben affiancato, allineato, turbò Marcello come una conferma. Che poteva al confronto la gita a Orvieto?
3
Cecilia era fiera perché, appena sveglia, s’era ricordata che avevano in casa un libro illustrato sul Duomo di Orvieto e l’aveva subito ritrovato. A lui, che s’era coricato all’alba, era parso di sentirne le labbra sulla fronte.
Adesso guidava continuando a raccomandarsi: “fai come se niente fosse”, mentre era sbalordito dalla serenità della moglie. Cecilia si comportava come un tempo, forse un po’ troppo allegra. Gli leggeva le notizie sul Duomo, lì al suo fianco, «una meraviglia» diceva, «ah, che buon’idea hai avuto!».
Lui esclamava ogni tanto «ah, oh, ma pensa!», mentre l’ascoltava, ricostruendo il loro passato.
Cecilia era rimasta orfana di padre a diciannove anni, un impresario, morto d’infarto sui cinquanta, con affari in difficoltà. La madre aveva salvato un paio d’appartamenti, col cui affitto si manteneva. Ma la figlia, che aveva appena preso la maturità classica, non aveva potuto iscriversi all’università (il suo sogno sarebbe stato di diventare medico pediatra) e aveva invece studiato stenografia per trovare un lavoro da impiegata. Era capitato che lui, in società con due architetti e un altro ingegnere, tutti e quattro freschi di laurea, cercassero appunto una segretaria. In breve, l’avevano assunta.
Era una bella ragazza attiva, che evitava sbrigativamente gli approcci dei suoi tre colleghi, i quali facevano a gara a farle complimenti. La ragazza diceva loro: «Serve altro?» e se n’andava. Ai loro inviti più insistiti, rispondeva con gentile ironia che, «spiacente», era già occupata. Lui l’aveva sorpresa a sbuffare di nascosto. Si fermava più volentieri con lui. Lavorava bene. Gli ricordava le cose. Intelligente. Un giorno, con improvvisa timidezza, l’aveva invitato a un rinfresco che dava in casa sua per il suo compleanno. E aveva aggiunto: «Scusi se la prego di non dire niente a nessuno», con uno sguardo rapido verso le altre stanze dell’ufficio.
Così aveva conosciuto la madre, una donna energica, bella anche lei (però in un modo molto meno inconsapevole della figlia). Questa signora non nascondeva affatto d’essere di buona famiglia, anzi lo sottolineò subito, ricordando con rimpianto che il padre era stato un famoso internista, primario al Policlinico, «molto affezionato a Cecilia di cui era il modello, ormai irraggiungibile» sospirava.
Cecilia era più alta della madre, e decisa.
Dopo tre mesi da quel rinfresco s’erano detti d’amarsi, e dopo un anno avevano annunciato in ufficio che si sarebbero sposati. «Ammazza!» gli avevano detto i colleghi, «Come avete nascosto bene la faccenda!».
Era vero. Anche Cecilia cambiava faccia con lui in loro presenza. Sapeva cambiare faccia. Ma lui non ci aveva dato peso: tutt’invidia, aveva pensato.
Adesso lei cambiava faccia con lui.
Allora Cecilia viveva in un monocamera con cucinino e bagno regalatogli dal padre per la licenza liceale, giusto prima di morire. Dopo che s’erano sposati, lei aveva affittato quell’appartamentino di anno in anno a studenti. Lui non voleva quei soldi e lei li aveva messi in un libretto in banca.
Ecco da dove prendeva il denaro.
«Non stai attento!» gli stava dicendo Cecilia: «Non so che hai, ma da un po’ di giorni ti comporti in modo strano, come se avessi la testa altrove. Dimmi, che cosa ti preoccupa, hai dei problemi col lavoro? Perché non ti apri con me?».
Che faccia di bronzo.
«No. Scusami, adesso stavo pensando a una stupidaggine. Sai quell’amministratore di cui t’ho accennato? M’ha raccontato che s’è fatto una posizione sfruttando donne sposate. Prima ci fa il cascamorto, poi le tiene sulla corda dosando loro le chiavate mentre si fa dare denaro da loro e, quando le ha spremute ben bene, le molla».
Cecilia aveva tardato a rispondergli. Infine: «Che strano linguaggio usi. Prima eri più elegante».
«Ah sì?». Poi, con voce di chi si scusa: «Hai ragione, godiamoci il paesaggio».
Nel Duomo d’Orvieto, Cecilia gli s’era stretta al braccio mentre avanzavano nella navata centrale. Marcello s’accorse che cercava qualcosa sulla carta della pianta del duomo nel libro che teneva aperto con una mano.
«Ti posso aiutare?» le chiese.
«Eccola» gli lasciò il braccio, «la cappella della Madonna di San Brizio, là in fondo alla navata laterale destra, andiamo», e puntò l’indice su un gruppo di figure umane nella pagina accanto.
Da un’occhiata alla didascalia delle figure, Marcello capì.
Cecilia cercava l’affresco dell’Inferno di Signorelli.
Davanti all’altare della cappella, lo precedette e s’inginocchiò. La fronte china contro le mani giunte, come il marito non l’aveva mai vista pregare.
Era stupefatto d’osservarla come le leggesse nel pensiero. Non sembrava che pregasse per “redimersi”, piuttosto per essere aiutata a non dover più fingere. Le pesava non l’adulterio ma la situazione di falsità in cui si trovava con l’uomo che non amava più ma cui voleva bene, che stimava; le pesava d’ingannarlo e lasciarlo disprezzare dall’uomo di cui le pareva di non poter più fare a meno. Avrebbe voluto che tutto potesse svolgersi alla luce del sole: lei assieme all’“altro”, e Lino che le restava amico. Perché non poteva fare a meno neanche di lui.
Quando Cecilia si rialzò, dopo almeno un quarto d’ora (per l’esattezza sedici minuti aveva controllato l’ingegner Riani sul suo cronometro da polso), aveva gli occhi rossi di pianto.
Poi lo prese per mano – come un tempo – e lo condusse davanti all’Inferno di Signorelli accanto all’altare.
Marcello notò tra sé che i diavoli erano verdastri o violacei, brutti e ripugnanti, ma i dannati invece erano tutti esseri umani nel fiore degli anni, dai bei lineamenti, dalle membra atletiche, con gli sguardi in su o rivolti in basso profondamente consapevoli, che subivano la giustizia divina.
«Vedi come soffrono!» mormorò Cecilia, «Guarda questo come si tura le orecchie, e quello lì che si copre la faccia, guardali come sono schiacciati, s’avvinghiano disperatamente uno addosso all’altro», tendeva loro la mano.
«Ce ne fosse uno viscido» s’irritò Marcello, «un qualche bulletto da quattro soldi, volgare», ma controllò il proprio rancore: «uno pusillanime» concluse in tono letterario.
«È vero» gli rispose subito Cecilia stringendogli la mano, «è come se il vizio fosse una forza».
Ben mi sta, pensò il marito. Perché diavolo era venuto a Orvieto.
Uscirono sulla piazza.
Cecilia non si stancava di contemplare i pannelli dei bassorilievi sui pilastri della facciata, confrontandoli con le spiegazioni che trovava nel libro tenuto aperto con la mano destra, mentre si torceva il labbro inferiore fra il pollice e l’indice della mano sinistra. L’adulterio l’ha un po’ invecchiata, notò l’ingegner Riani con una punta di soddisfazione, e abbastanza appesantita.
Si girò a guardare la gente in piazza. Un gruppo di ragazze vivaci, quasi tutte coi lunghi capelli lisci sulle spalle, una camicetta sulla gonna o sui jeans e un golfino attorno alla vita annodato sul davanti, scarpe da tennis ai piedi, ferme sotto la scalinata del duomo ignoravano vistosamente un gruppo di ragazzi in jeans, anch’essi col pullover attorcigliato attorno alla vita, che a pochi metri discutevano e ridevano in modo esagerato, si piegavano in due, uno allentò un calcetto di tacco al polpaccio del compagno più vicino, un altro scoteva il suo codino di capelli, si davano manate, finché s’erano accostati alle ragazze e le avevano interpellate. Queste allora, con l’aria sorpresa «Oh, chi si vede!», avevano aperto il proprio cerchio e avevano accolto i maschi in mezzo a loro.
Erano su per giù come i giovani di dieci anni prima a Roma, o giù di lì, col rallentatore temporale delle mode in provincia, davanti a una chiesa del Trecento, vicino a un pullman sopraelevato di turisti giapponesi, sorpassati ogni tanto da camminatori con lo zaino sulla schiena e scarponi senza data ai piedi.
Una coppia di mezz’età avanzava verso il duomo: la donna piccoletta, corti capelli tinti d’un color arancione dritti sulla testa, e l’uomo alto, brizzolato, che la tirava per mano come una bambina. Lei, ogni tanto, faceva un saltello per stargli al passo.
E Cecilia sempre occupata a studiarsi i bassorilievi.
Infine gli s’avvicinò. Aveva un sorriso nei grandi occhi neri: «È tanto che non facevamo una delle nostre spedizioni. Ci torneremo, sei d’accordo? Ci sono ancora i mosaici, le statue…».
Mi tiene buono coi monumenti, a Marcello s’affilò la mente in silenzio. Chiuse gli occhi.
Devo smetterla col malanimo. Se devo seguitare ad avvelenare tutto, tanto valeva restare a casa.
Lei sente la mancanza delle “nostre spedizioni”, dunque del nostro mondo, dei nostri orizzonti. Non era questo lo scopo della gita? Metterla a confronto con la limitatezza del Falcini.
Le sorrise: «Sì, riprenderemo le buone vecchie abitudini».
«Oh sì, Lino».
«Ricominceremo da capo» gli tremò la voce. Guardò il cielo: il sole splendeva con la confidenza di chi non s’è mai nascosto.
Mentre correvano di nuovo in macchina, Cecilia gli disse: «Ti ricordi quella volta che siamo andati a Firenze, cinque o sei anni fa in primavera? Stavamo costeggiando un acquedotto romano nella campagna e tu ti sei fermato a guardarti attorno: fattorie con mucche al pascolo, un villaggio mezzo arrampicato sul pendio d’una collina, da cui spuntava un vecchio campanile. Poi siamo entrati nel grande raccordo anulare alla periferia della città. E tu hai detto: “M’affascina la contiguità temporale con la spaziale. In pochi chilometri si passa dall’antica Roma a una civiltà contadina, a un campanile medievale, a un’autostrada del 2000”. Non l’ho dimenticato. Sognavi di costruire un ponte, un edificio, un qualcosa in cui racchiudere le varie epoche in un piccolo spazio, “civiltà e tempi a scatola cinese” dicevi, m’è rimasto impresso. Poi non ne hai più parlato. Sei entrato nella routine».
L’ho delusa.
E gli s’avventò come un fiotto d’aria fresca nei polmoni: Cecilia ricordava le sue parole…, pochi minuti prima lui aveva pensato qualcosa di simile, la sintonia d’un tempo, ma sì, ce la faremo. Si rianimò.
Le disse che aveva sempre lavorato per attuare quel suo progetto. Aveva pure studiato quattro anni, una mezza nottata dopo l’altra, per prendersi anche la laurea in architettura. Di nuovo senza preavviso gli si contrasse il petto e non resisté all’impulso di dirle: «Forse in quei tempi ti sei sentita sola» le lanciò un’occhiata, «chi sgobba quindici ore al giorno tra ufficio e studio» (un’altra occhiata) «non è molto efficiente a letto con la moglie…».
«Perché parli così?» avvampò Cecilia.
Le sorrise: «Perché credevo che tu sognassi assieme a me, m’aiutavi in ufficio, mi portavi il caffè la notte quand’ero sui libri. Invece tu hai creduto che io avessi rinunciato, che fossi entrato nella routine. Avrai anche immaginato che ti trascuravo per mia carenza sessuale».
Cecilia scoppiò a piangere, «Come puoi dire una cosa simile…». Quando infine si soffiò il naso: «Non sei più lo stesso» disse tra le labbra.
«E tu?» Marcello la guardò, indifesa, avvilita. Ma che diavolo voglio, pensò, stringerla al muro perché confessi seduta stante?
O voleva aiutarla a tornare a essere felice con lui? Le posò una mano sul ginocchio. «Indovina dove andiamo? Oh dio sono le due! Capirai» le strizzò l’occhio, «la fame fa certi scherzi!». Le premette il ginocchio: «Ieri sera ho prenotato due posti in un ristorante di Civitella del Lago, dove sul Touring c’è scritto che si deve prenotare con almeno una settimana d’anticipo. Comunque i posti c’erano. Vedrai che classe, Cecilia», e rimise la mano al volante.
L’aria entrava dai finestrini aperti e loro svoltarono in una stradina tra boschi e campi di grano, finché si videro comparire davanti il lago. Quieto, circondato di colline, l’acqua azzurrata dai riflessi del cielo.
Un cameriere in frac li accolse sulla porta, guidandoli in una sala semiscura come una navata di chiesa. Tende di velluto a pieghe coprivano le finestre, e luci soffuse aleggiavano, sia dai lumi alle pareti sia dai grossi lampadari di Murano che pendevano dal soffitto. Tutti i tavoli erano occupati da persone ben messe che parlavano a bassa voce.
Altri due camerieri in frac s’accostarono a un piccolo tavolo apparecchiato in un angolo, spostarono le sedie indietro, e si posero a lato.
Il cameriere che li aveva introdotti si presentò: «Mi chiamo Luca». Quindi porse loro due quaderni di pelle che contenevano i menu. Chiese se volevano delucidazioni e si prodigò a spiegare cos’erano un San Pietro, una zuppa di Cantal, uno Stilton.
Ma Marcello ascoltava distratto perché guardava i prezzi. Allungò l’occhio sul menu della moglie: in quelli per le signore il prezzo non c’era. Consultò Cecilia e infine ordinarono aragosta per due (160.000 lire registrava lui), una porzione di ravioli (60.000), una sella di capriolo e uno scampo in fricassea (ognuno 70.000), due dessert (50.000) e una bottiglia di vino rosso Alteni di Brassica- Gaja ’94 (120.000). Più il coperto, il 15% di servizio e la mancia, calcolò in fretta: giusto 700.000 lire.
Marcello si rilasciò.
Cecilia si divertiva sia pure intimidita. Approvava con sorrisi maliziosi mentre il primo cameriere in frac chino al suo fianco le illustrava in che modo era cucinato il piatto che le porgeva. Guardava con che cura il secondo cameriere in frac travasava il vino lentamente dalla bottiglia in una grande coppa di cristallo col becco, quindi, ancora più lentamente, badando alla perfetta regolarità del flusso filiforme del liquido, lo ritravasava dalla coppa col becco in una caraffa trasparente. Infine, col tovagliolo sul braccio, versava due dita di vino in ogni bicchiere. Appena un bicchiere si vuotava, subito altre due dita di vino, non di più.
«Grazie» disse Marcello, «faccio io».
Cecilia ricordò quella volta che erano stati alla Tour d’Argent a Parigi: «Erano gli stessi riti, però la sala era su in alto, con le vetrate senza tendaggi, luminosa, e i clienti parlavano più forte».
Marcello osservava i camerieri, tutti e tre giovani, sui venti ventiquattro anni. Il primo, Luca, un brunetto svelto, forse uno studente, si moveva come uno che sa recitare bene la sua parte, con una garbatissima ironia nella voce. Quello addetto ai vini, alto e coi capelli neri lisciati all’indietro, aveva l’espressione concentrata di chi svolge un compito che richiede la massima responsabilità. Il terzo invece, castano, meno stylé nel portamento, scrutava i gesti dei suoi colleghi come un apprendista impacciato. Accorreva troppo presto, oppure tardava a offrire le minuscole pagnottine con le pinze d’argento, fulminato da un cenno degli occhi del suo maestro Luca.
Marcello chiese alla moglie: «Guidi tu?».
«Magari» sorrise lei.
«Bene» e dopo avere studiato i vini sul menu, chiudendolo e riconsegnandolo al cameriere dai capelli neri lisciati all’indietro, ordinò: «Un Pommard-Louis Jadot ’90» (altre 120.000 lire).
Prese a bere. Scherzarono. Grandi risate sottovoce come a scuola.
Uscirono. Salirono in macchina.
Adesso l’ingegner Riani raccontava spiritosamente del suo lavoro all’ultimo cantiere. Più parlava e guardava il profilo della moglie al volante, bello sì ma col naso non tanto fine – come dire, non ci aveva mai fatto caso ma le narici erano un po’ spesse –, e più si meravigliava d’aver sofferto tanto. Si guardò nello specchietto retrovisore fuori dal suo finestrino e gli parve d’avere occhi scuri intelligenti, un viso piacevole. Era un bell’uomo, lo dicevano tutti. Pensò pure che l’aver bevuto da solo una bottiglia e mezzo di vino di marca a pranzo lo rendeva un po’ molto superficiale. Meglio così. Di punto in bianco chiese un prestito alla moglie: «Potresti prestarmi quindici milioni per un paio di mesi?».
«Dove li prendo?» rise lei irrigidita.
«Non lo so, dagli otto anni d’affitto del tuo appartamentino. A seicentomila al mese, sette milioni e due all’anno».
«Ma lo sai» lo interruppe Cecilia «quanto ho speso con le tasse, il condominio, le riparazioni, eccetera?».
«Ti sarà rimasta metà dell’affitto, no? Sui tre-quattro milioni all’anno, dai venticinque ai trenta milioni, no?». Fissava la moglie che serrava i pugni attorno al volante.
«Come ti viene in mente?» Cecilia era impallidita.
«Se me li dài lunedì, ti resteranno sempre una dozzina di milioni».
«Mi fai pure i conti in tasca? Non sai quanti soldi ho prelevato in questi anni per mie piccole spese senza dirti niente…».
«Perché l’hai fatto? T’ho sempre lasciato tutti i miei guadagni, tranne gli spiccioli delle mie spese personali, nel cassetto del comò in camera nostra. Ieri non c’era una lira, e siamo a metà mese».
Cecilia frenò e parcheggiò al bordo della strada statale che stavano percorrendo.
«Lino» disse «c’è qualcosa che non va. Prendiamoci un mese di tempo. Poi decideremo se restare insieme o lasciarci». Aprì la borsetta e ne estrasse un pacchetto di sigarette e un accendino. «Adesso fumo, non te lo avevo detto?». Accese una sigaretta come avesse il morbo di Parkinson tanto le tremavano le mani e aspirò una boccata.
«No, cara, mi dici sempre tutto, ma questo t’è sfuggito, non è grave. Vuoi che guido io?».
«No, in otto anni non t’avevo mai visto ubriaco».
«Solo vino, mia cara, ma passerò anch’io al whisky». Perché non parla? A questo punto non può più tacere. O non si fida dell’altro?
«Lino, credevo che questa fosse una gita di piacere…».
«Cara, ti sono amico. Se hai dei crucci, me ne puoi parlare, può darsi che io riesca a capirti».
Cecilia si spaventò: «Non capisco che cosa dovresti capire».
«Se non lo sai tu…».
Allora lei gli buttò le braccia al collo.
Se le chiedo i quindici milioni, lei perde il Faldini. Se ci lasciamo adesso, prima che lei trovi i soldi che le mancano per il ristorante, lei perde il Faldini. Deve tenermi buono. E improvvisamente provò una tale pietà per la moglie che la strinse a sé: «Non preoccuparti per me, chiederò un prestito in banca, figùrati! Ma forse è bene che ci prendiamo un mese di tempo, e poi decideremo se continuare a vivere insieme o lasciarci. Sono d’accordo. Lo sai che hai avuto una buona idea?».
Da quel momento scherzarono, cantarono, andarono perfino in una discoteca dove Marcello si scatenò e faceva volteggiare Cecilia come una trottola. Verso mezzanotte Cecilia disse che doveva andare in bagno. Marcello la seguì di nascosto. La vide telefonare. Lei tornò con gli occhi sfuggenti.
«Andiamo a casa» disse.
A letto gli s’avvicinò.
Dunque l’altro le ha raccomandato di tenermi buono.
Mentre facevano l’amore, lui non provò nessuna tenerezza, gli pareva di sopraffare una vittima, ora aveva fretta lui di venirsene. Cecilia lo stringeva spasmodicamente piangendo.
* * *
Da allora Marcello dormì nello studio.
Cecilia era sempre stata fiera con lui, con tutti, nella vita. Adesso era sempre docile e sul chi va là.
Marcello si guardava attorno in casa col nuovo sguardo che gli aveva dato la consapevolezza d’essere cornuto. E s’accorse che c’erano un mucchio di volgarità nei rifacimenti delle porte, stucchi delle intelaiature fuori posto; grossolano il colore hollywodiano, rosato, delle nuove maioliche nel bagno; un presuntuoso arco orizzontale di acero al soffitto del soggiorno con le lampadine inserite a illuminare il nuovo tavolo da pranzo di castagno.
Si ricordò che, rientrato un giorno a casa, aveva trovato l’operaio che era venuto assieme al Falcini a ripulire il suo appartamento.
«Dov’è mia moglie?» gli aveva chiesto.
E quello: «È uscita con Giacinto a fare le compere».
«Ah sì? E che comprano?».
«Tutto, le tinte per le pareti, le maioliche, insomma tutto».
«Grazie». E lui non ci aveva fatto caso più di tanto.
Proprio in quei giorni gli successe un fatto strano. Nel cantiere dove costruivano un nuovo stadio contestatissimo eccetera, si rese conto che lavorava quell’operaio di Frascati ch’era stato a casa sua col Faldini, nei mesi in cui aveva fatto ripulire il suo appartamento (ma non lo sapeva già?). Ricordava vagamente che, dopo poco, quest’operaio se n’era andato.
Lo interpellò: «Scusi, ma lei non ha lavorato a casa mia l’anno scorso? Perché poi è andato via?».
«Perché Giacinto, il Faldini, m’ha detto che non servivo più, finiva tutto lui da solo».
All’ingegner Riani parve di notare un tono allusivo nella voce di questo giovane. «Già, e che fine ha fatto questo Faldini?».
Sentì un imbarazzo nella risposta.
«S’arrangia» il giovane operaio abbassò le labbra. E con improvvisa spavalderia, guardandolo dritto negli occhi: «Adesso lavora in una trattoria, dal futuro socio va raccontando in giro, e intanto corteggia la figlia di questo suo presunto futuro…», abbassò una palpebra: «socio e pure suocero, due piccioni con una fava».
Inaspettatamente si spaventò per la moglie. Se Cecilia veniva a scoprirlo, che sarebbe successo?
Si meravigliò di non rallegrarsi della notizia.
La sera rientrando a casa, restò di stucco nel salutare la moglie. Semisdraiata in poltrona nel soggiorno, fumava guardando la televisione. Gli fece un ciao con la mano e continuò ad aspirare un paio di boccate mentre lui si toglieva la giacca nell’ingresso da dove la guardava. Poi Cecilia si tirò su a sedere, spense la cicca nel posacenere e, spingendosi le cosce con le mani, si alzò in piedi.
A ripensarci, dalla gita a Orvieto lui non l’aveva più spiata ed erano passate due settimane.
S’era lasciata andare, fumava apertamente, finito quel suo star sempre a mangiucchiare, masticare. Una volta messi i cibi in tavola, s’abbandonava sulla sedia senz’alzarsi più. Da un lato Marcello era stato sollevato di vederla stare un po’ ferma e non smaniosamente affaccendata come nell’ultimo anno, anche se d’altro lato gli era parso un po’ pesante il modo in cui si riposava: sembrava abulica e insieme arrovellata. Lui era abituato a sparecchiare e non ci aveva fatto caso. Quella sera, fu impressionato dalla propria attitudine a non vedere, ecco cosa aveva distolto Cecilia, il vivere accanto a un uomo cui tutto sta bene, beato e contento comunque lei si comportasse.
4
Marcello Riani si concentrò sul lavoro. Ma qualche settimana dopo gli maturò una decisione.
Stava al cantiere dello stadio di Portonaccio, in una torrida giornata di fine giugno – i telegiornali dicevano che si profilava l’estate più torrida da seicento anni a questa parte –, e discuteva col capocantiere in piedi in mezzo alla polvere della sabbia che veniva trasportata dagli operai a torso nudo. S’accorse d’essere svagato e: «Ci rivediamo dopo» salutò il suo interlocutore. Con un cenno della mano s’allontanò. Girata una curva poco distante, senza pensarci due volte, tirò fuori il cellulare dalla tasca posteriore dei jeans e telefonò all’architetto Cocci che gli aveva raccomandato il Faldini: «Sai dove posso rintracciarlo? Ho perso il suo numero di telefono».
«Aspetta. Se non ricordo male, me ne parlò il capomastro Gigoni, suo lontano parente, anche lui di Frascati. Ma non lavora con la sua squadra allo stadio di Portonaccio? Chiedilo a lui».
Certo che Marcello conosceva il capomastro Gigoni, infatti lo trovò più in là nel cantiere, intento a dare disposizioni su un impasto di cemento, un uomo sui cinquanta, bonario nei modi, che ascoltava con una mano nella cinta sotto lo stomaco sporgente, taceva e poi rispondeva: «Il recapito del Faldini? Fino a pochi mesi fa abitava coi genitori, adesso gli hanno ceduto un piccolo terreno dove si sta costruendo una casa, a rilento si capisce per via dei soldi. Ma può chiedere di lui al ristorante Il buongustaio, ci lavora sicuramente la sera, l’ho visto che serviva i clienti. Le sarà facile trovarlo: Il buongustaio è in una via che scende dalla piazza alta, glielo indicheranno tutti».
«Grazie» e gli strinse la mano.
Sedeva a un tavolino sul marciapiede del bar, sotto un ombrellone, davanti a un tè freddo. Sono capace di misurare, pesare, calcolare per tirare su qualcosa di stabile, aree, muri, porte, arcate, solidità delle rocce su cui costruire una strada in montagna, resistenza delle fondamenta d’un edificio in relazione al peso da sorreggere eccetera. Ci saranno misure precise entro cui i rapporti tra gli esseri umani sono solidi. Sulle sabbie mobili non si può innalzare un pilastro. Se c’è una frana, come l’anno scorso a Sarno, che travolge case e persone, è segno che niente è stato progettato per contenerla, non sono state fatte opere di sostegno, nessun consolidamento del terreno. Marcello rivide in un lampo le due enormi colate di fango rappreso che quasi all’improvviso erano scese dalla cima dei monti fin dentro a Sarno. Lui aveva lavorato due mesi sul posto, sin dalla prima frazione muri sprofondati, la via centrale sommersa dal fango che le scavatrici tentavano di rimuovere e in alto, come una rocca abbandonata, l’edificio sventrato dell’ospedale.
Non s’era preventivato il pericolo. I massi avevano trovato via libera per rotolare giù.
Mettiamo che il rapporto di Cecilia col Faldini non sia ancora una frana, e che io lo possa arginare.
Com’è successo in fretta.
Ho dedicato anni a crescermi l’amore per lei nell’anima (volevamo un figlio), e è bastato poco più d’un mese a smorzarlo.
Ma non posso lasciarla in quello stato. L’ultimo mese è diventata una donna sciatta, indifferente, pronta al peggio. L’ultima sua chance è che il Faldini si decida. Ma lei non ha tutti i trenta milioni. Non osa ancora spillarli dal nostro conto comune in banca.
Lasciò vagare gli occhi sui cespugli di lillà che isolavano i tavolini dalla strada. Alla sua destra posava in terra un vaso di gerani d’un rosso ingiallito. Se fosse ancora vivo mio padre, gli chiederei consiglio. Un tempo forse avrebbe voluto che diventassi professore liceale di latino e greco come lui, mi leggeva la sera Archiloco e Platone, e rideva a mia madre traducendole battute d’un cornuto di Plauto, le camminava davanti come su un palcoscenico. Aveva una tale biblioteca! È pure giusto che per testamento ne abbia lasciato una parte al suo (e mio) liceo Visconti. Diceva da vecchio che voleva scrivere le sue Memorie d’un arteriosclerotico, era spiritoso: «Ancora poco tempo fa pensavo: quanto è noiosa la vecchiaia degli altri, mentre la propria è ben altro, è un rivelatore». Sgranava gli occhi: «Ma adesso trovo che la mia vecchiaia è noiosissima, francamente la più noiosa di tutte». Però diceva pure che «i vecchi sono nomadi dell’anima». Era una persona attenta, piena di fantasia. Dopo invece l’ho visto contento che fossi diventato ingegnere: «Fa’ un bel ponte della tua vita, fanne un palazzo slanciato di cui niente possa incrinare le fondamenta». «Dài» gli ridevo io, «sarò un Partenone».
Avrebbe saputo aiutarmi.
Mia madre non ce l’ha fatta a sopravvivere a lungo alla sua morte. Scherzavano sempre, era un piacere vederli punzecchiarsi. Era simpatica, così grassotta e svelta, ma dopo la scomparsa del marito s’è subito appassita e, dopo un anno, anche lei ha chiuso gli occhi per sempre. Mio padre voleva essere cremato, ma mia madre tanto ha detto e fatto che gli ha comprato una tomba alla sua città natale e lì, a Veroli, l’ha fatto seppellire con accanto il posto per sé nella stessa tomba, dove infine l’ha raggiunto, come una vittoria. Forse lei avrebbe saputo consigliarmi, magari anche meglio. «Non sono mica tranquilla per te» rideva e mi minacciava con l’indice: «Sei un pezzo di pane che rumina». «Cioè?» le chiesi una volta. E lei: «Sei buono, sei una pasta d’uomo che però ci ripensa». Col senno del poi, devo darle ragione. Anzi, c’è un detto popolare: chi ci ripensa è cornuto.
Passiamo a Cecilia.
Figlia unica. Ha poche amiche, nessuna molto intima, nessuna cui, se la conosco bene, confiderebbe questa sua passione. La madre sarebbe l’ultima persona al mondo a tollerare una storia simile. Con me non può aprirsi. L’unico suo destinatario e confidente è il Faldini.
Adesso mi tocca esaminare il contesto del Faldini.
Mentre così rifletteva tra sé, vide attraversare la strada da una magra gattina bianca a macchie gialle, con tre quattro fili di spaghetti che le penzolavano dalla bocca, e correva correva, trotterellava verso una sua destinazione solo a lei nota, senza farsi sviare dalle persone che le camminavano di fronte, forse portava quella sua preda straordinaria a una sua cucciolata affamata, tanto era determinata, con quei fili di spaghetti che le pendevano di qua e di là dalle mascelle strette.
Marcello si commosse. Esitò se seguirla e pregarla di venire con i suoi cuccioletti ospiti a casa sua, Cecilia ne sarebbe stata felice. Ma la gattina era scomparsa.
Gli venne in mente che in un documentario avevano detto che tra quindici anni non ci sarà più una tigre su tutto il pianeta.
Erano le quattordici. Dentro il bar alle sue spalle, sentì che cominciava il telegiornale della Regione Lazio, prima una musica martellante apocalittica bang bung, e poi d’un tratto una musichetta allegra che finiva col canto d’un gallo “Chicchirichì”.
Si alzò per tornare al lavoro. Come sondare il contesto del Faldini senza dare nell’occhio? Tornare alla carica col capomastro Gigoni che, da come mi guardava, non sa niente della tresca di mia moglie, a differenza di quell’operaio giovane che sembra saperla lunga. Da quello certo non vado a cercare informazioni.
Non aveva nemmeno mangiato un tramezzino, aveva lo stomaco chiuso. Capiva come le persone possano trovare sollievo nel fumo d’una sigaretta. Intanto pensava in che modo riavvicinarsi al capomastro con l’aria di niente.
«Aah!» lo incontrò sorpreso, «oggi è giornata». Parlarono di lavoro, ogni tanto una frase annuendo col capo, andarono insieme a controllare gli spalti, le impalcature, discussero del materiale ancora occorrente, concordarono, e infine l’ingegner Riani invitò il capomastro al bar a bere una birra. Il capomastro si asciugò la fronte col fazzoletto e Marcello lo imitò.
Al bar s’intrattennero sugli operai, il capomastro Gigoni ne era contento, anche se constatava d’avere più autorità sui suoi compaesani che non obiettavano mai: «Ottemperano» disse con un verbo inatteso per Marcello.
Insomma, come Dio volle, parlarono delle proprie famiglie. Marcello, che ormai sudava freddo, domandò sbadatamente: «Ma quel Faldini non era suo parente?».
«Insomma! È il fratello della moglie d’un mio cugino. Un uomo di polso questo cugino, ha impiantato una ditta di trasporti che gli funziona in tutto il Lazio e pure in altre regioni, carichi pesanti, è lui il primo camionista, porta un tir, pure all’estero, due volte in Germania. Voleva che andassi a lavorare da lui, perché anch’io anni fa ho fatto il camionista» e, mentre parlava, Marcello non sapeva come spostare il discorso sul cognato di suo cugino. Infine gli venne un lampo di genio: «E la moglie di questo suo cugino, che donna è? Ci vuole fegato per aspettare un uomo che guida giorno e notte con tutti gli incidenti che si sentono in giro…».
«È una donna energica, che sa il fatto suo. All’opposto dei fratelli, uno diplomato in ragioneria, che però ha storie con la moglie, si stanno separando e dividendo i figli, la femmina che ormai studia legge all’università vive col padre, e il maschio, ancora studente alle tecniche, vive con la madre».
«E gli altri fratelli?».
«Ce n’è solo un altro, Giacinto che lei conosce, le ho detto, un bravo giovane che però è un po’ inconcludente. Ha grandi progetti, ha sempre qualche business tra le mani, tanto che in paese gli ridono un po’ dietro perché a trentacinque anni con tutti gli sponsor di cui si vanta si ritrova a fare il cameriere in un ristorante altrui».
«E il padre?». «Sono fruttivendoli, hanno due bancarelle per strada. Quello sgobba come un somaro».
Marcello parlò della sua famiglia, e il capomastro gli raccontò a sua volta che aveva tre figli, il maggiore voleva appunto studiare ingegneria: «Se lei, signor ingegnere, potesse non dico aiutarlo, ma dargli qualche suggerimento…».
«Ben volentieri, ben volentieri».
Adesso aveva un quadro.
Risalì in macchina per il centro. Doveva andare a via del Tritone a ritirare certe carte topografiche che aveva ordinato una settimana prima alla libreria del Tritone. Non le trovò. Risalì in macchina e si diresse verso piazza Esedra, con l’intenzione di fermarsi a sedere all’aperto, in un bar. S’era visto accolto svogliatamente da Cecilia che non alzava un dito per riavvicinarlo a sé (non si fidava più di lui).
Parcheggiò dall’altra parte della fontana, verso la stazione, in un posteggio davanti a un McDonald’s. Aveva un pregiudizio contro questa tavola calda così popolare e non c’era mai stato. E adesso ci sarebbe andato, si sarebbe mangiato in pace uno di quei famosi hamburger a un tavolino fuori, davanti alla fantastica fontana dagli alti zampilli circolari. Telefonò alla moglie per dirle di non aspettarlo, purtroppo lui doveva fermarsi fuori a cena, «Buona notte, cara, a domani».
Le mie avventure extraconiugali, rise tra sé, mi fermo in un McDonald’s. Entrò in una serie di locali contigui, dove nel lungo vano a destra una ventina di persone aspettava in fila davanti a una cassa. Lo colpì il silenzio, non c’era la musica assordante che ormai imperava nei pub e nei bar, ma un’atmosfera casalinga, colloquiale. Anche l’illuminazione era normale. La gente in fila era composta di giovani per lo più sciatti, qualcuno ciondoloni, altri disinvolti e spicci, gli venne in mente che ultimamente aveva osservato quanto era supponente il comportamento dei giovani per strada, ma forse la sua era stata un’impressione superficiale, datata, adesso capiva che in realtà quei giovani erano insicuri e mascheravano l’insicurezza, la timidezza di fondo, con un contegno sufficiente, indisponente. Era il loro modo di dire: non mi soffocherete coi vostri blaterati valori, tra le stragi in Bosnia, nel Burundi, a Nairobi, nel Terzo Mondo, con la vostra virtù pubblicitaria.
Invece io maschero la mia insicurezza con interminabili ruminazioni, come aveva intuito mia madre.
C’erano anche persone di mezz’età, tutte sovrappeso, che confabulavano domesticamente; in quell’atmosfera dimessa e insieme veloce e perciò moderna (la fila avanzava in fretta e nuove persone s’accodavano senza sosta), al suo turno ricevette un big mac, un doppio hamburger in pagnottella, con una coca cola e un cartoccio di patate fritte su un vassoio, e s’avviò fuori a sedere a un tavolo davanti alla fontana, accanto ad altri tavoli via via occupati da altri clienti che reggevano sulle mani un simile vassoio di cartone.
Il doppio hamburger, in mezzo a un panino rotondo mollastro, era sciapo, le patate fritte erano surgelate. Eppure lui capiva che venisse un senso di familiarità universale dalla provincialità di questo susseguirsi di vassoi sui tavoli, che, a pasto consumato, andavano infilati nella buca d’una specie di grossa cassetta postale. Guardò meglio: era un contenitore che scattava a vassoio ricevuto.
Marcello sedeva ad azzannare il suo doppio hamburger con ketchup. In piazza la fontana zampillava con una felicità che lo escludeva eppure gli rinfrescava l’anima. Stai entrando in una realtà che non avresti mai sperimentato. Abbi adesso il coraggio d’andare a Frascati, al ristorante Il buongustaio, faccia a faccia col tuo usurpatore.
La corsa a Frascati fu rapida, meno di un’ora.
Entrò nel Buongustaio. Scorse subito il Faldini in fondo, con la giacca bianca da cameriere. Si ritrasse in un angolo dell’entrata, così da guardare senza essere visto.
E vide quell’uomo avanzare tra i tavoli con un sorriso ingenuo sulla faccia: si guardava attorno con un piacere infantile, gli occhi accoglienti, e, passando accanto ai clienti seduti, a momenti scopriva pure i denti a far loro festa nel salutarli.
Improvvisamente Marcello capì che cosa aveva sedotto la moglie, quel suo fare infantile… Quella mattina maledetta, mentre li ascoltavo dentro l’armadio a muro dello studio, non potevo certo vedergli la faccia ma, sicuramente, quando ha detto a Cecilia che non le aveva mai chiesto soldi e che le avrebbe restituito fino all’ultima lira, avrà avuto un viso onesto come adesso, disarmante, assolutamente innocente.
A Marcello venne un capogiro e s’appoggiò contro la parete vicino alla porta del locale pieno, coi tavoli fitti a ridosso uno dell’altro, dove gli odori di pesce fritto e di ragù stagnavano e le grida delle persone non s’attenuavano nonostante le finestre spalancate, perché parlavano forte tutti insieme, all’italiana. E l’aria notturna da fuori era ancora appiccicaticcia d’umidità tiepida.
Quel Giacinto faceva un ingenuo uso diabolico dell’“innocenza”. Lo vide ammiccare a una ragazza sui vent’anni che avanzava tra i tavoli con un vassoio, e gli vide la mano girata carezzarle il fianco, e lei con una gomitata complice lo scansò ridendogli a bocca piena.
Chiaro. La figlia del padrone del ristorante.
Marcello si fece forza e di scatto si voltò per uscire prima d’essere notato.
Ma mentre stava per varcare la soglia del ristorante, «Ingegner Riani!» gridò contento il capomastro Gigoni che stava entrando, «Bene, non ha visto il Faldini? Adesso glielo chiamo io» e lo spinse indietro felice di poterlo aiutare. «Giacinto!» chiamò con un largo gesto del braccio sulla propria testa, «Vieni, qualcuno ti cerca».
Faldini si fece avanti col più amichevole sorriso. Ma si trovò di fronte l’ingegner Riani. Il viso gli s’oscurò (s’ingiallì), quasi gli si rattrappì a labbra strette, lo sguardo impermalito che saltellava tra Gigoni e lui, sì, (Marcello ne fu consolato) era lo stesso Faldini che aveva visto uscire da casa sua quando ne aveva interrotto il coito con la telefonata dal bar. Ancora gli doleva la risposta di Cecilia nel ricevitore.
«Buona sera, ingegnere!», Faldini chinò la testa e: «Desidera?», domandò con voce impersonalmente ossequiosa.
S’è controllato subito, il che significa che anch’io non mi sono tradito, si congratulò con se stesso l’ingegner Riani ingoiando saliva e: «Buona sera» sorrise, «è una stupidaggine… Lei ricorda per caso dove ha comprato l’acero speciale col quale mia moglie ha fatto fare quel supporto orizzontale nel quale sono avvitate le lampadine in…».
«La signora lo sa», lo interruppe zelantemente Faldini che socchiuse gli occhi e alzò le mani: «Lo abbiamo comprato insieme!».
“Carogna”, s’arrotò il pensiero dell’ingegner Riani che rispose: «È vero, me l’aveva detto!» e scosse la testa: «Non m’è venuto in mente di chiederglielo…». Gli parve che la faccia di Faldini si rassicurasse con un lieve disprezzo nello sguardo pur nell’ossequio del sorriso.
«Mi può fare l’onore… Posso offrirle qualcosa» gli si sperticò. «Grazie, grazie ma…». Niente da fare, ci si mise anche il capomastro Gigoni: dichiarò che s’offendeva se l’ingegner Riani non accettava qualcosa da lui, un timballo o, se preferiva, «con questo caldo, un’orata arrosto in carta argentata, sa, signor ingegnere, qui le fanno buonissime, con aglio, limone e rami di prezzemolo salvia e basilico, senza dire dello schizzo di vino bianco, una ricetta che».
Cenarono. Faldini serviva senza frac con lo stile d’un cameriere di Civitella del Lago, li guardava mangiare compiaciuto, un moto d’affetto (da parente) nei gesti e sorrisi verso il suo cornificato. Era una scena commovente. Ci voleva uno scrittore come Molière per renderne il pathos.
A casa la moglie non dormiva: «Dove sei stato?» scarmigliata. «Dove?».
Dovevo pensarci, lui l’ha già chiamata. Lei è troppo agitata.
«Dove vuoi che sia stato? Al cantiere di Portonaccio, e poi a cena con un capomastro».
«Dove?».
«Te lo giuro, Cecilia, non ho un’amante».
«Dove?, ti dico» con occhi e voce implacabili.
«A Frascati».
«Dove?».
«Che è quest’insistenza! A un ristorante».
«Dove?».
«Non mi ricordo il nome del ristorante. E poi che importanza ha?».
«Ha importanza che vai a cena fuori senza pensare a invitarmi» finì col rispondere Cecilia un po’ confusa.
Marcello ebbe pietà della moglie: «Cucinavano un’ottima orata, ci torneremo insieme, ti piacerà. A proposito, indovina chi ho incontrato?».
«E che ne so!» lo sguardo attizzato.
«Rammenti quell’operaio che ci ha ripulito e rinnovato casa circa un anno fa?».
«Quale, il più giovane o l’altro?».
Ammazza che serpe! «L’altro, quello magro, quello scavato coi lineamenti puntuti, insomma il Faldini, te lo ricordi?».
«Sì» col tono di: che domanda cretina. «E allora?».
«Adesso fa il cameriere in un ristorante, vedessi come serve a tavola! Ti porge i piatti da sinistra, te li toglie vuoti da destra, farà carriera, credimi». E a un tratto gli vennero i nervi: «Scusa Cecilia, non sapevo che saresti uscita volentieri con me. Questo è il mese che ci siamo dati d’aspettativa, no?».
«Va bene, va bene, ma stavo in pensiero, con tutti gli incidenti che capitano!».
«Cecilia, non è la prima volta che faccio tardi e non ti sei mai agitata così. C’è qualcosa che non va?».
Ma Cecilia s’era calmata. Avrebbe potuto rispondere all’amante che il marito non s’era insospettito di niente. Era stato un puro caso.
«Buona notte!» gli disse, e dal sollievo gli carezzò la fronte.
Marcello andò nel soggiorno a guardare la televisione. Vide per terra davanti alla porta-finestra del balcone un grosso vaso pieno di ginestre, evidentemente colte in campagna. Tutto gli si coordinava. In un angolo della credenza della cucina c’erano bottiglie di sugo di pomodoro fatto in casa, che Cecilia cucinava con amore. E io che assimilavo, senza pormi domande.
Quanto doveva ancora smuovere e rimestare per ricostruire in che modo il Faldini le si era introdotto nell’anima?, con quali piccoli accorgimenti, giorno per giorno…
5
Finalmente, all’impensata, gli parve d’intravedere come sua moglie s’era lasciata irretire: era stata colta di sorpresa dal piacere.
Abituata a difendersi da uomini che la corteggiavano apertamente, da cui stava in guardia proprio perché li stimava e perciò le piacevano, non volendo illudersi a vuoto, diffidava a priori di sé.
Anche con me è stata guardinga, poi le sono parso un amico d’affidamento, con cui fraternizzare, e infine un uomo di sicuro avvenire, “dalle intenzioni serie”. Tutto in regola, bello, un legame che prometteva una buona intesa.
Invece non c’è difesa da un piacere che t’afferra a tradimento. Un piacere a cui certo non pensavi, che mai ti sarebbe passato per la testa di volere, insomma che non cercavi e meno che mai t’aspettavi, davanti a quel piacere sei scoperto, impreparato. Per ciò stesso, è un piacere puro, non correlato a nessun’altra considerazione, dunque incondizionato: autentico.
Ecco la tela di ragno del Faldini.
Marcello non si riaveva dallo sbalordimento. Come mai non ci aveva pensato subito. Un’ovvietà che più banale di così…
Il cervello ormai gli galoppava: è tutto chiaro. Cecilia non poteva non essere presa alla sprovvista da un uomo non bello, non brutto, non intelligente, non stupido, diciamola tutta, un uomo comune. Proprio per questa insignificanza del soggetto, la sua penetrazione nei sensi di Cecilia attraverso un accumulo di piccoli niente non ha trovato ostacolo. E proprio perché sull’altro versante Cecilia è d’indole pensosa, quello che si dice una ragazza seria, mai superficiale, questa storia per lei, una volta messa in moto, non poteva comunque essere una piccola avventura.
Marcello ebbe un attacco di riso nervoso: una donna “leggera” si sarebbe salvata (l’avrebbe presa alla leggera). Invece per Cecilia l’uomo a cui aveva ceduto era per forza una brava persona, un uomo da aiutare a trovare lavoro, a farsi strada, insomma da proteggere.
E quando verrà a sapere che il suo lui ha “un’altra” – perché lo scoprirà o glielo dirà, fatalmente, Faldini stesso – quando…
All’ora di pranzo, Marcello si trattenne a lungo al telefono con la moglie. Per la prima volta, dalle ultime settimane, non gli aveva risposto: «Ah Lino, sei tu?», come aspettasse un’altra voce. Giusto perdinci, glielo dirò che quel diminutivo non m’è mai piaciuto, la smetta una buona volta di chiamarmi Lino.
Non era questo il punto. Al telefono Cecilia era gentile, in modo insieme assente e affettuoso, «Stai attento a mangiare regolarmente, tu sei così disordi - nato!».
Una volta rientrato a casa, lo lasciò perplesso il fatto che la moglie gli dicesse: «Sono contenta, stai bene, hai un bell’aspetto». Nient’altro. Sigillata.
Anche i giorni seguenti.
Più passava il tempo e più Marcello trovava fondamenta alla devianza di sua moglie. Ricordò una frase di Dostoevskij che gli aveva citato il padre: “La realtà giustifica ogni cosa”.
Era ora che riflettesse su se stesso. Non poteva continuare a scaricare su Cecilia tutte le spiegazioni. E lui? Anche lui doveva avere sbagliato. Doveva pure aver lasciato uno spazio, almeno uno spiraglio in cui l’altro s’era intrufolato.
Quella sera se ne andò in un pub di Trastevere.
Fu frastornato dal chiasso.
Sedette a un tavolo rotondo su una panchina imbottita con la finestra a grossi vetri gialli dietro le spalle, nella penombra di lanterne da pochi watt. Lo stereo suonava a tutto volume. I pochi clienti seduti sembravano affiatati dal fracasso, parlavano tra loro con facce quiete davanti a grossi boccali di birra che sorseggiavano a tratti.
Una bella giovane bionda, con un alto ciuffo di capelli ricci legati insieme che le ondeggiavano sulla testa come un pennacchio, sedeva sola al banco. Fumava e beveva da un calice, parlando senza sosta col giovane cameriere dietro il banco, che le gettava ogni tanto un’occhiata con piccoli cenni d’assenso.
Accanto a lui un altro cameriere ugualmente giovane batté le mani. Poi cominciò a far girare, come una lenta trottola sospesa, una lampada agganciata a una catenella che pendeva dal soffitto sul suo capo. Infine prese a far saltare in aria blocchetti di ghiaccio che raccoglieva al volo con un recipiente di vetro, e rideva contento.
Marcello, che guardava la giovane bionda, si ricordò che ultimamente Cecilia s’era messa a bere a tavola più vino del solito, sì, dopo quella volta che lui le aveva telefonato che doveva cenare fuori e lei lo aveva richiamato poco dopo sul cellulare per dirgli in tono scherzoso: «Stasera non mi trovi in casa, anch’io vado fuori. Forse tornerò tardi». «Dove vai?». «Mistero. Non stare in pensiero. Ciao!». Ed era l’indomani sera che l’aveva trovata cambiata, assente, laconica. Non aveva collegato questo capovolgimento d’umore di Cecilia con la felicità con la quale, il giorno prima, gli aveva annunciato che usciva e sarebbe tornata tardi a casa. Che le era successo quella sera?
Da allora s’era “sigillata”, di nuovo pulita, già, sempre a servirlo, ma non familiarmente, piuttosto con un contegno da collaboratrice domestica (aveva pensato lui in una fitta).
Guardandosi attorno spaesato nel pub, fece leva con le mani sullo scuro legno massiccio del tavolo per alzarsi e andarsene, quando la giovane bionda seduta sull’alto sgabello davanti al banco gli s’avvicinò chiedendogli: «Permesso?» e gli sedette accanto.
Non aveva l’aria di cercare avventura, ma una faccia impacciata, di chi si dispiace della propria invadenza. «Sono un po’ triste» gli disse a mo’ di scusa, «perché il mio compagno m’ha lasciata».
«Mi rincresce» le rispose Marcello banalmente, mentre sentiva un moto di fratellanza per questa sua inattesa amica di sventura.
«Beviamo qualcosa per consolarci?» propose lei.
«Perché no?».
La giovane, che gli si presentò: «Mi chiamo Camilla», gli suggerì d’ordinare un Bloody Mary: «Sa cos’è?», «No» fece lui, allora lei gli spiegò con particolare calore ch’era una bevanda fatta di vodka con succo di pomodoro, limone e tabasco più una tritatina di sedano, “al bacio” (bacio che con le dita sulla bocca inviò nell’aria), «non lo sa? Questa bibita si chiama anche Maria Sanguinaria, e anche Santa Barbara, la santa degli esplosivi, da lì lei capisce che è una bomba…».
Bevvero insieme, con ripetuti cin cin dei bicchieri, il Bloody Mary, mentre Camilla raccontava la sua dolorosa istoria: «E chi è andato a preferirmi? Una stronza emerita di quinta categoria che, folgorata d’amore per lui, gli s’è inginocchiata come san Paolo sulla via di Damasco. Prosit», cin cin.
«Come la capisco!» scappò detto a Marcello.
«Vogliamo berci una tequila?».
«Grazie, devo andare».
«Lei come si chiama?».
«Marcello, anch’io mi sono scoperto cornuto» gli venne di confidare.
«Ah» rise Camilla, «c’è poco da fare, tra fregati ci si riconosce a occhi chiusi».
Si salutarono con effusione mentre Camilla voleva a tutti i costi fargli bere una tequila: «È tratto dalla lingua del cactus, ci devi mordere insieme un limone tropicale, poi, ti devi spargere del sale sulla mano tra pollice e indice, te lo lecchi e subito bevi la tequila».
«Grazie grazie» Marcello la fermava con le mani.
«Pago io» gli sorrideva Camilla, «non capita tutti i giorni di capirci tra cornuti. Facciamo uno strappo?». E, sempre didattica, quando fu loro servita la tequila, spiegò che nei pub il limone è spremuto dentro il bicchiere mentre il sale è sprizzato giro giro sull’orlo.
«Sei esperta!» le esclamò Marcello all’ennesimo cin cin.
«La felicità insegna tante cose».
Uscirono insieme.
Marcello l’accompagnò fino all’autobus, poi se ne tornò alla sua macchina. S’erano lasciati i numeri di telefono, «per la prossima seduta di disperazione».
A casa era buio. Difatti, era mezzanotte.
Veniva un vaghissimo chiarore dal corridoio che portava alla camera da letto, il chiarore trapelava come una striscia pallida sotto la porta chiusa. Marcello l’aprì. Cecilia s’era addormentata con l’abat-jour acceso. Russava. Dormiva supina a bocca aperta.
Marcello le s’inginocchiò vicino. Lo colpì la fermezza, per non dire la determinazione del profilo di sua moglie: di profilo aveva la bocca aperta di chi sta gridando un ordine. D’un tratto Cecilia si mosse girando la testa di lato, e chiusa la bocca smise di russare. Marcello si alzò lentamente in piedi. Dall’alto guardò sua moglie di faccia nell’ombra. Bella come non era da tempo, sicura, dominatrice, non più persa, nessuna traccia dell’alternarsi di assenza e vulnerabilità delle ultime settimane. Niente di passivo nel sonno.
La donna che aveva amato.
Forse… una durezza che lui non le aveva mai notato.
Sul punto di spegnerle l’abat-jour, vide che Cecilia aveva dimenticato la propria borsetta – cosa insolita per lei così ordinata – buttata di sghimbescio su una sedia vicino al letto. Doveva essersi addormentata di botto, forse aveva bevuto un po’ troppo.
Marcello prese in mano la borsetta per posarla sul comò. Gli parve curiosamente pesante. Oh Dio, che ci avrà messo dentro?
Esitò se aprirla. Non s’era mai permesso di guardare negli oggetti di sua moglie, vigeva tra loro un totale rispetto della reciproca privacy.
Rimise la borsetta sulla sedia.
Spense l’abat-jour e si ritirò in punta di piedi nel soggiorno. Sedette in poltrona.
* * *
Respirò adagio. Aveva dipanato ciò che era accaduto a Cecilia nell’ultimo anno, anzi negli ultimi sedici mesi.
E aveva misurato la propria tendenza a non vedere. Aveva preso tutto per buono non perché avesse un’indole comprensiva come riteneva, ma per non dar peso alle contrarietà (a ripensarci, ne aveva avute parecchie dalla famosa ripulitura dell’appartamento), cioè per evitare le complicazioni nella vita di tutti i giorni: per disinteresse.
Tutta la passione lui l’aveva messa nello studio, nei progetti, nelle… equazioni.
Da quando sapeva, erano passati già due mesi, certo, aveva cominciato a osservare la situazione con lo scrupolo che metteva nel lavoro, aveva voluto conoscere, ma all’atto pratico aveva scantonato.
Che avrei dovuto fare?
Marcello si protese in avanti e accese l’abat-jour sul tavolino rettangolare basso davanti al divano tra le due poltrone. Guardò la stanza in penombra, che si divideva in due con un’arcata di separazione in mezzo, da un lato la sala da pranzo rustica di castagno e dall’altro il salottino coi sedili di pelle e il tavolino di cristallo. Il salottino dei più ovvi era stato comprato da Cecilia un anno prima, adesso lo capiva, secondo il gusto del Faldini.
Non scantonare di nuovo.
Non ridurti a fuggire nel passato. Conta quello che puoi fare ADESSO.
Poniamo che mi decida a dirle la verità, da quando ho sentito per caso quella sua telefonata mentre aprivo la porta d’ingresso; poi il mio appostamento al ristorante dell’Eur per scoprire chi era l’uomo al quale aveva fissato l’appuntamento; poi l’inseguimento col taxi; poi come li ho visti varcare insieme il portone del nostro palazzo, la mia telefonata dal bar sorvegliando il portone per vedere quando l’altro ne sarebbe uscito spaventato; e via di seguito, il mio appostamento nell’armadio-libreria dello studio…
Intanto che riepilogava, vedeva tra sé la faccia sgomenta di Cecilia che non poteva credere alle proprie orecchie: l’uomo che stimava al punto di volergli confessare tutto, come aveva detto a Faldini, e al quale contemporaneamente non riusciva a rivelare il proprio adulterio per quanto si sentiva indegna…, veniva fuori che quest’uomo era uno che per due mesi e più s’era assaporato il tradimento della moglie, se n’era centellinato i tormenti, giocando con lei al gatto col topo nella gita a Orvieto, era pure andato a Frascati a gustarsi la vista dell’amante della donna amata… Marcello la sentiva ansimare, gli occhi sgranati, finché gli sputò in faccia.
Se Faldini era un ragno istintivo che tesseva la sua tela perché ne sperimentava i vantaggi, lui era un ragno “premeditato” perché non aveva fatto che tallonare la moglie per studiarla, smontarla, rimontarla, inquadrarla, pianificarla, ricostruirla, senza neppure un’ombra di vantaggio.
Non aveva mai capito niente di psicologia, era un ambito che non lo interessava. Amava mineralogia, botanica, astronomia, astrofisica. Cecilia leggeva romanzi storici (e gliene parlava con calore) che lo annoiavano a morte.
Si guardò attorno stremato e vide sul divano, di sbieco, un libro. Lo prese in mano. Era Anna Karenina di Tolstoj.
Lo rimise dov’era.
A passi di lupo tornò nella camera coniugale dove non dormiva più da tempo.
Si sdraiò vestito sul lenzuolo accanto alla moglie, in quell’afa notturna, con la speranza che la vicinanza inconscia dei loro corpi li aiutasse a ritrovarsi.
Una donna organizzata, svelta, piena d’interessi, che lavora part time in un’associazione ecologica, se mi raccontava qualcosa, se mi consultava su una sua iniziativa, io l’ascoltavo con benevolenza, distrattamente. Le davo mie faccende da sbrigare, corrispondenza, conti.
Non avevo cambiato comportamento con lei da quando era stata mia impiegata. La volevo come segretaria in casa.
Incongruamente gli tornarono in mente due pannelli affiancati che aveva visto giorni prima in macchina, conficcati al suolo su aste di metallo, all’incrocio del Lungotevere col ponte Sant’Angelo, sui quali era stampato a grossissimi caratteri:
DIO c’è DIO c’è
Santo cielo, aveva esclamato tra sé, siamo arrivati ai cartelloni pubblicitari del Padre Eterno.
Ora il rivederseli davanti all’improvviso gli fece un effetto superstizioso, come una coincidenza, Cecilia era credente.
L’indomani si alzò prima che Cecilia si svegliasse.
Verso le otto la sentì andare in bagno.
Preparò il caffè. La mattina Cecilia lo beveva senza zucchero, non prendeva altro al risveglio.
«Il caffè è pronto» le gridò dietro la porta del bagno.
«Grazie. Arrivo». E poco dopo sedette con un tonfo in poltrona. Lanciò un’occhiata al libro sul divano.
Marcello ne seguì lo sguardo e disse con trepidazione: «Sai, Cecilia, la stessa lunghezza d’onda, anch’io giorni fa ho ripreso Anna Karenina in mano. Che pena, non trovi? Una donna così intelligente, dolce, affascinante, uccidersi per quel vanesio…».
«È scema. Doveva ammazzare lui» fredda, infastidita. Marcello rimase a bocca schiusa. La sera prima s’era riconfortato nel vedere il profilo deciso e calmo di sua moglie. Poi la notte, nel sudore dell’insonnia, aveva avuto un incubo dove continuava a rileggere tra le labbra aperte di Cecilia
addormentata l’ordine che dava a se stessa: di scomparire. Ora invece lei non ci pensava minimamente.
Tirò un respiro di sollievo.
Le giornate, di più, le tre quattro settimane seguenti, furono tra le più regolari che Marcello ricordasse d’aver vissuto con Cecilia.
Le era venuta un’allegra passione di ripulire casa a fondo.
«Cecilia, con questo caldo bestiale, che bisogno c’è?».
«Mi va di farlo».
«Almeno prenditi un aiuto. Non ha senso che tu faccia tutti questi lavori pesanti».
«Quali?».
«Non fai che pulire vetri, spostare mobili, e tutto questo tuo spazzolare ogni libro sul balcone, scaffale per scaffale, e».
«Mi diverto».
«Ma con questa fretta…».
«Ognuno si dà le sue scadenze» e lo baciava sulla guancia.
Un amore platonico dei più perfetti.
La sera, quando lui tornava a casa, uscivano, la mano nella mano, per cenare spaghetti alle vongole in una vicina trattoria, e Marcello si figurava che, scoperto l’inganno del Faldini, Cecilia l’aveva scacciato dal suo cuore riabituandosi alla vita d’intesa silenziosa e profonda col marito, piano, l’importante era che lui le desse tempo e non avesse l’aria d’aspettarla al varco, tutto doveva nascere da sé, senza alcuna sollecitazione, come niente fosse mai cambiato, soltanto una normale crisi coniugale come dicono che succede dopo sette anni di matrimonio, ecco, era stato solo questo, la crisi dei sette anni, dopo la quale l’unione s’assesta per sempre, l’essenziale era che Cecilia mai e poi mai sospettasse che lui aveva scoperto qualcosa. Lei non aveva colpa, era stata tradita dalla propria onestà, dalla propria mancanza di malizia.
Lui era stato il colpevole, immaturo, infantile.
Era la parola.
Sul piano psicologico infantile.
Lui le aveva facilitato l’involontaria sintonia con un altro essere infantile. Osservandola per giunta lungo mesi dal buco della serratura della propria insipienza e incredulità.
Eppure con le sue sole forze Cecilia aveva ripreso il possesso di sé, il vecchio temperamento un po’ scontroso e un po’ affettuoso di quando gli arruffava i capelli, il dinamismo, magari pure esagerato, ma l’importante era che l’altro le avesse fatto cadere le braccia, pareva essersene sbarazzata.
Però, per quanto si rassicurasse in continuazione, Marcello era a disagio. Qualcosa lo disturbava. Tutto troppo perfetto con Cecilia. Lei pareva sempre inventarsi nuovi lavori in casa. Doveva risistemare le piante sui balconi del soggiorno. Stava coprendo di nuova carta gli scaffali dello sgabuzzino. Intendeva ripulire a fondo la cantina. Più volte lui le aveva proposto d’andare un po’ in vacanza insieme, le suggeriva luoghi che un tempo l’avrebbero invogliata, ma la moglie era tassativa in proposito, no e no.
A forza di stare sul chi va là, un giorno in cantiere l’ingegner Riani sorprese lo sguardo di Gigoni. Il capomastro stava girando indietro la testa verso di lui che l’aveva appena salutato e oltrepassato. Marcello gli colse un’espressione compassionevole che subito gli scomparve dagli occhi quando s’accorse che lui s’era voltato. Di colpo, a quel Gigoni, gli si rovesciò la faccia in un sorriso d’ammirazione!
Quella storia che cercavo il Faldini per mari e per monti per chiedergli dove aveva comprato un certo acero speciale… Sull’istante non m’è venuto altro in mente. Lì per lì il Gigoni non ci avrà fatto caso, ma poi avrà ripensato ch’era una richiesta improbabile.
D’altro canto Marcello si domandava se non fosse diventato lui troppo suscettibile, d’accordo l’autocritica ma est modus anche in questo. Devo stare attento a non diventare permaloso.
Per esempio, ho una sensazione spiacevole ogni volta che incontro Vittorio, il giovane che i primi tempi m’imbiancava e ripuliva casa assieme al Faldini: mi sembra sempre che abbia una faccia un po’ irridente quando gli dò qualche disposizione. E poi ieri m’ha chiesto notizie di Cecilia: «Come sta la sua signora?».
«Bene. Perché?».
«Così, per sapere» ma s’era corretto quasi di scatto: «Scusi, ingegnere, era tanto per dire».
Ho fatto malissimo a chiedergli perché voleva notizie di mia moglie. Ho proprio la coda di paglia. E lui se n’è accorto, se no non si correggeva come m’avesse pestato la coda.
Devo controllarmi.
Anche qualche altro muratore lo ascoltava con un che di protettivo, gli sembrava che fossero quegli operai alle più strette dipendenze di Gigoni o perfino certi giovani che bazzicavano di più col malaugurato Vittorio di Frascati.
Quando sarà finito questo stadio sportivo che m’ha creato più difficoltà del previsto, col terreno cedevole eccetera, cambierò squadre d’operai. Rotazione, proporrò a Cocci, tu mi passi un po’ dei tuoi e io ti passo i miei.
In quest’altalena dell’anima, Marcello si trovò a rientrare in casa poco dopo che n’era uscito, una volta dopo mezz’ora, un’altra dopo un’ora. E ancora. Se con Cecilia tutto filava liscio, perché non si lasciava vivere come aveva fatto per otto anni con lei? Invece, appena entrato in casa alla chetichella, camminava in punta di piedi, fermo dietro una porta ad ascoltare i passi di Cecilia, uno squillo di telefono. Pochi minuti dopo riandava via senza suono.
Una mattina gli parve che la moglie rispondesse con una voce isterica a una telefonata, non poté resistere e incollò l’orecchio alla porta dell’ingresso che dava sulla loro camera, «Lasciami in pace» gridava lei, «ti dirò io quando ci incontreremo», la voce gli sembrò scalmanata, non d’una donna libera dal proprio interlocutore.
È Faldini, gli ha dato il benservito, non c’è più dubbio, annuì Marcello mentalmente, anche se veramente trovava la voce di Cecilia un po’ troppo implicata. Ma non stare sempre a guardare il capello! E udì: «Non puoi assillarmi ogni momento con le avventure di tuo marito! Quattro telefonate al giorno, che diamine, lasciami in pace!» ripeté Cecilia e: «Giusi, non te la prendere» aggiunse, «ma sono nervosa e tu te n’esci sempre con le stesse telenovelas».
Marcello s’accorse che la voce di Cecilia ora gli era sembrata più normale, solo perché aveva sentito il nome dell’interlocutrice. A tal punto era sospettoso, da falsare persino il proprio udito.
In una di queste sue improvvise ricomparse mattutine in casa, gli parve di sentire che, in camera, Cecilia stava parlando con qualcuno. S’accucciò davanti alla porta con l’occhio nel buco della serratura e, dicendosi: non sono un voyeur, la vide sdraiata sul letto che, col ricevitore all’orecchio: «Tra poco ci incontreremo» diceva con una strana vittoria nella voce, «ma sì, chiariremo tutto definitivamente». Marcello rabbrividì per quanto il tono calcato di quel definitivamente era goloso, Cecilia parlava di sicuro col Faldini: gli annunciava che si sarebbe legata a lui per sempre? E se era qualcun altro?
Poi a cena al ristorante cinese si ritrovavano a mangiare lui involtini primavera e pollo alle mandorle, mentre Cecilia divorava gli spaghetti di soia di cui era ghiotta (ogni volta ne lodava la morbidezza in bocca, la delicatezza del condimento e così via). Per finire un paio di sakè tra brindisi scherzosi. Cecilia non fumava più.
Adesso una sua nuova ossessione era che Marcello facesse un controllo medico completo, un vero check-up, cuore, polmoni, occhi, tutto.
«Anche agosto finirà» gli rideva «e tu, Marcello, mi darai retta. Voglio stare tranquilla sulla tua salute». (Non lo chiamava più Lino).
«Perché, te ne vai?» scappò detto a lui che si morse mentalmente le dita per lo sbaglio idiota che aveva fatto con quella domanda.
«In un certo senso» gli strizzò l’occhio lei.
«Eh, si vede che sono diventato un po’ apprensivo» le strizzò l’occhio lui di rimando.
«È come se tu volessi tenere a bada qualcosa. Sei diventato ancora più cauto di prima».
«Ti sembravo cauto?».
«Sì, ti piace rischiare solo nel lavoro, adesso con quello stadio sportivo a Portonaccio, in una zona ancora di recente mezzo paludosa o qualcosa del genere. Ti obiettavano, tu insistevi, con commoventi argomenti populisti sui diritti d’un quartiere proletario».
Dunque la moglie lo aveva sempre osservato criticamente.
«Anche con te ero cauto?» le sottolineò la parola cauto.
«No. Eri “in altro affaccendato”». E soggiunse con un’arietta di complicità: «Diciamolo, dài, sempre occupato a fare conti», esitò, «ma sì, anche del denaro che spendiamo».
Cecilia lo giudicava avaro. Sì, lui era parsimonioso, però non le aveva mai lesinato i soldi. D’un tratto Marcello arrossì. S’era ricordato come, nella gita a Orvieto, al ristorante, mentre lui calcolava la spesa del pranzo sul suo menu – 700.000 lire! –, la moglie gli aveva bisbigliato: «Facciamo uno strappo oggi, va’ là, offro io». «Ma che dici?» s’era impermalito lui.
«Vuoi dire che t’ho fatto mancare qualcosa?».
«Dipende dai punti di vista. Io ti amavo com’eri».
Ha detto “amavo” al passato. Glielo faccio notare?
«Non mi ami più?».
«Che domanda difficile! Forse più di quello che credo io stessa. Forse tu conti talmente per me che… Brindiamo?».
Marcello alzò il bicchierino di sakè con le lacrime agli occhi. E d’un tratto gli parve che il sentimento fraterno che lui aveva avuto per la moglie negli ultimi mesi fosse proprio lo stesso che lei aveva per lui, con un misto di rimpianto. Era di nuovo dimagrita con la figura snella e soda, lo fissava con gli occhi neri insondabili.
Forse tornerò a amarla d’amore completo?
E lei?
L’animo di Marcello era continuamente sbalzato tra questi alti e bassi.
Anche le notti passavano, lui sul divano nello studio, e lei di là, nel loro letto coniugale.
Mentre Cecilia andava a letto, Marcello si leggeva un vecchio «Le Monde» rimasto nel cestino dei giornali nel soggiorno.
C’era un articolo d’un certo Rosenweig sugli struzzi. Raccontava come, quando si leva il vento di sabbia, gli struzzi si girino volgendo il sedere al vento, ripieghino le zampe sotto il proprio corpo, allungando davanti a sé il collo interminabile.
Le piume delle loro code, disposte a ventaglio, proteggono le parti fragili del loro corpo dai guasti della sabbia abrasiva. Succede qualche volta che la sabbia accumulata sul sedere straripi fino a ricoprire la testa dello struzzo. Passata la tempesta, l’animale si riscuote e torna alle sue attività abituali.
Grazie, non mi sono nascosto, mi sono solo girato volgendo la schiena al vento, tirerò fuori la testa.
Ma se adesso, questa notte, o domattina, io le raccontassi a rischio, senza cautele né riserve, tutto quello che ho sofferto per amor suo e come a poco a poco l’ho capita, per cui non solo non la giudico affatto ma le sono vicino come mai prima?
“Scusami Cecilia” le dirò, “non ce la faccio a soffrire quello che soffro. La mia è una sconfitta, ma è meglio che me l’assumo. Dimmi quello che vuoi, se vuoi me ne vado io”.
Accese la televisione. Oh Dio, ancora quell’adulterio del presidente degli Stati Uniti ch’era stato il problema lancinante dei telegiornali dell’anno prima: il Presidente aveva avuto un rapporto sessuale proprio o improprio con la stagista impiegata alla Casa Bianca? Per un paio di mesi quel quesito aveva occupato i telegiornali del pianeta Terra.
La sola differenza tra i miei e gli interrogativi dell’informazione dominante nel mondo è che io m’arrovello sul pene d’un imbianchino cameriere di Frascati anziché su quello del capo dello Stato della superpotenza terrestre del 2000, che vive a Washington.
6
L’indomani, basta con gli andirivieni occulti in corridoio. Lo struzzo s’era riscosso. Avrebbe parlato con Gigoni. La spiegazione di tutto era in quella famosa telefonata in cui Cecilia, particolarmente allegra, gli aveva detto: «Sto uscendo, forse tornerò tardi», e proprio l’indomani era diventata un’altra, chiusa, abulica.
Perciò gli sguardi che mi sento sempre addosso al cantiere, di Gigoni, del Vittorio e così via: quella sera Cecilia era andata a Frascati e aveva sorpreso il Faldini a corteggiare la figlia del padrone del ristorante.
Al cantiere, andò direttamente incontro al capomastro Gigoni.
«A proposito» lo interpellò, «glielo volevo già chiedere da tempo. Circa un mese fa, mi pare, mia moglie mi disse d’essere andata a Frascati, al Buongustaio». Dalla faccia impacciata di Gigoni capii d’aver colto nel segno. Gli si collegò all’istante il «Come sta la sua signora?» di Vittorio. Appunto, al Buongustaio Cecilia doveva essersi sentita male. Come saltasse un fosso, Marcello tirò a indovinare: «Mi disse anche d’essersi sentita male. Ecco, vorrei ringraziare chi l’ha aiutata».
Il capomastro infilò la mano nella cintura sotto lo stomaco sporgente come faceva quando prendeva tempo, finché ponderatamente rispose: «Io so solo quello che m’ha riferito Vittorio che ha poi riaccompagnato a Roma la sua signora, ingegnere Riani. Era come svenuta e non si fidavano di lasciarla partire guidando da sola la sua macchina. Perciò s’è offerto il Vittorio che aveva lavorato qualche tempo a casa sua col Faldini. Veramente Giacinto la voleva riaccompagnare lui, ma la sua ragazza, la figlia del padrone del ristorante, l’ha richiamato all’ordine», Gigoni ammiccò: «Quella sì che lo farà rigare diritto!», e continuò come rinfrancato: «Vittorio non ha capito bene, fatto sta che la sua signora, ingegné, era entrata tutta contenta, poi, che è stato che non è stato, Faldini l’ha presa sotto braccio e l’ha portata fuori dalla sala, mentre Giovanna – così si chiama la figlia del padrone – gli gridava dietro: “Spicciati Giacì, vuoi venire a servire i clienti per favore?” e lui: “Questa cliente ha avuto un malore”. E lei: “Vengo io a occuparmene, tu fa’ il tuo lavoro” e lui la coda tra le gambe…».
Gigoni non la finiva più. Non tralasciava un particolare, pareva che ci godesse a riferire ogni battuta. Adesso stava raccontando ch’era stato Vittorio a vedere comparire la signora Riani e specificava che «Vittorio arrotonda il suo salario facendo il lavapiatti al Buongustaio nella stagione estiva», e così Giacinto era rientrato con la signora che stava per cadere e aveva chiamato Vittorio per chiedergli di ricondurla a Roma: «Gli ha detto che gli pagava l’incomodo. Come vede, ingegner Riani, ci ha pensato Giacinto, lei non deve dare un soldo a Vittorio. Ingegné, doveva vedere la scena. La Giovanna s’era fatta avanti apostrofando la sua signora: “Lei che vuole? Chi è venuta a cercare?” e Vittorio ha sentito che la sua signora rispondeva a Giovanna: “Cercavo mio marito…”. “Ah sì?” le ha riso in faccia la Giovanna che è una senza peli sulla lingua, d’altra parte se lo può permettere coi soldi e coi corteggiatori che ha perché è pure una bella figliola».
Dopo alcuni convenevoli stiracchiati, Marcello s’allontanò.
Era una mattina di fine agosto umidamente infuocata. Andò via dal cantiere cercando di prendere vie secondarie. Guidava guardando i pioppi, i platani e le querce che bordeggiavano le strade, con a tratti glicini e buganvillee che animavano i cancelli delle casette locali. Rallentò, ma non poté attardarsi perché una macchina gli clacsonava dietro. Contemplò ancora cespugli di oleandri color amaranto e bianchi, mentre correva verso casa.
Poi invece tornò indietro verso Portonaccio. Avrebbe detto al giovane Vittorio: “Ho saputo che lei ha gentilmente riaccompagnato mia moglie a Roma, adesso capisco perché mi chiedeva notizie della sua salute, grazie, mia moglie s’è perfettamente ristabilita e ora sta bene, e m’ha pregato di ricompensarla del disturbo che s’è preso quel giorno…”.
Poi a casa avrebbe detto a Cecilia: “Vittorio m’ha chiesto se ti sei rimessa dopo il malore che hai avuto sei sette settimane fa a Frascati. Perché me l’hai taciuto, cara?”.
Marcello fermò la macchina e s’accostò a un marciapiede. Il modo contorto in cui Gigoni gli aveva risposto. S’impappinava. E lo sguardo sornione quando gli aveva detto che la signora Riani cercava il marito al Buongustaio… Sai i commenti di quel Vittorio! Gli operai s’erano passati la voce. È una chiacchiera che gira.
Sono la favola del cantiere.
Riprese a guidare verso casa. A quest’ora del mattino lei non m’aspetta.
Nell’aprire la porta di casa, sentì la voce perentoria di Cecilia. Veniva dalla camera da letto: «Telefono a mio marito se non te ne vai immediatamente».
Madonna non me ne perdo una, gemé Marcello tra sé.
Un biascicare di Faldini.
Lei: «Non t’avvicinare».
Frasi incomprensibili dall’ingresso. Poi una sovrapposizione di voci dove spiccavano: «E gli ultimi nove milioni?» (lei), «Tu volevi che mi comprassi la macchina, tu!» (Faldini). Un borbottìo di Cecilia e lui beffardo: «Se la metti così, che dovevo pensare di te che mi chiamavi nel letto di quel cornuto?».
Un silenzio.
La voce atterrita di Faldini: «Ti prego, riponila, ti prego, non lo fare».
Un sibilo di lei: «Sei fortunato che non voglio imbrattare questa casa».
Marcello richiuse di scatto la porta dell’ingresso: «Cecilia» chiamò forte, «per favore aiutami a trovare una mappa che mi serve urgentemente» spiccicò a voce alta, «dove l’avrò messa?», intanto camminava a passi marcati verso lo studio, e: «Ceciliaa!» ripeté quasi scherzoso.
Lei lo raggiunse mentre lui metteva sottosopra le sue carte fingendo di cercare una mappa qualsiasi che aveva già adocchiato.
La guardò di sfuggita. Gli saltò in mente la faccia di Alida Valli quando, in un vecchio film di Visconti, in piedi fissava il vuoto col cappello elegante che le s’era spostato di sghimbescio sulla testa eretta. Era il film Senso. L’amante l’aveva lasciata per un’altra.
Gli straripò la pena.
Finse ancora di frugare tra le carte per dare il tempo a Faldini di sgattaiolare via.
La voce esanime di Cecilia gli chiedeva che carta gli serviva e lui s’inventava una descrizione, facendo in modo di non alzare gli occhi su di lei, neppure quando gli tese la mappa che le aveva detto di cercare.
«Sì, è questa, grazie».
Lei gli sorrise con un’umiltà così animalesca, così consunta, che Marcello se la vide in un lampo sbattuta sul letto da quell’uomo e gli balenò il cavallo da traino che Nietzsche aveva visto frustato bestialmente da quel cocchiere a Torino, e a Nietzsche era insorto un tale dolore che s’era precipitato sulla strada ad abbracciare il cavallo, sprofondando nella follia. Suo padre gli aveva raccontato l’episodio con le lacrime agli occhi.
Non devo impazzire.
«Cecilia, ho fame» riuscì finalmente a pronunciare, «andiamo al ristorante qua vicino?, poi io torno ai miei lavori e tu ai tuoi, senza stancarti troppo. Mi sembri proprio stanca», era stravolta, forse non era in grado d’uscire. E: «Scusami» aggiunse, «se però non ti va…».
«Mi va» lei mosse le labbra in un movimento religioso: «grazie, Marcello. Mi preparo». Si fece forza e lo sguardo bastonatamente riconoscente: «Vuoi intanto un caffè?».
«No no, cara, ti aspetto».
Cecilia riapparve venti minuti dopo trasformata. Doveva essersi fatta la doccia, aveva la faccia lavata senza trucco e i capelli bagnati tirati e arrotolati sulla nuca, l’espressione diffidente.
Al ristorante Il Tirreno, quasi di fronte a casa loro, s’attardò a chiedere al padrone, ch’era venuto a salutarli e a servirli, se poteva darle una forchettata di spaghetti alle vongole e una di risotto ai fiori di zucca, non di più, altrimenti lei rimandava il piatto indietro poiché non le piaceva sprecare la roba; poi voleva… Non la finiva d’ordinare.
«Per me spaghetti alle vongole e una lombata di vitello» si sbrigò Marcello.
«Vino?».
«Sì» lei «un Pinot ghiacciato».
Tra una cosa e l’altra, Marcello raccontò d’un amico che era per le coppie aperte e trovava che la fedeltà coniugale era ormai una costrizione non più difendibile.
Cecilia lo lasciò parlare per un po’ e infine l’interruppe: «Da qualche tempo tiri fuori amici curiosi: nella gita a Orvieto c’era quello che circuiva le donne sposate per mungere loro soldi e poi le mollava. Adesso te ne scappa uno che perora l’amore di gruppo. E con che linguaggio!», lo imitò: «“una costrizione non più difendibile”. Parla chiaro: che cosa mi vuoi dire?».
Marcello non riconosceva il modo d’esprimersi di sua moglie.
Doveva mettere le carte in tavola: «Cecilia, di Orvieto non mi ricordo. Adesso invece c’è qualcosa che ti voglio chiedere. Giorni fa ho saputo al cantiere che sei stata a Frascati al ristorante Il buongustaio dove ti sei sentita male e quel giovane operaio che aveva lavorato da noi ti ha riaccompagnata a Roma con la tua macchina. Ho riflettuto su alcuni episodi che, se vuoi, ti elencherò, e mi sono convinto che tu hai avuto una storia col Faldini. Intendiamoci» Marcello alzò le mani, «non ti giudico, non me lo permetto. E non giudico nemmeno il Faldini, capisco che si sia innamorato d’una donna come te, anche se dopo, rendendosi inconsciamente conto del divario, delle difficoltà…», di nuovo alzò una mano, «lasciami finire: Cecilia, ti capisco».
La moglie scansò il piatto e il tovagliolo, con insieme un furore tempestoso negli occhi e un distacco gelido nella voce: «Non voglio essere capita» articolò. E dopo un po’: «Tanto meno da te».
«Che dici…» balbettò Marcello.
«Comunque sono curiosa di sentire che cosa t’ha indotto a pensare che ti tradivo». E gentilmente gli posò il palmo della mano sull’avambraccio, col sorriso di chi dice a un bambino “Da bravo, su!”. Poi gli batté le dita sulla mano: «Me lo dirai un’altra volta, ora ti vedo sconvolto e devi correre all’ufficio con quel piano architettonico che abbiamo fortunatamente ritrovato». Si alzarono da tavola. Lei gli baciò la guancia: «Ciao».
Marcello sedeva in un bar. Tutto gli si collegava: quando lei, a proposito di Anna Karenina che s’era suicidata per l’amante, gli aveva detto: «È scema, doveva ammazzare lui». E quando aveva sillabato al telefono con feroce voluttà: «Chiariremo tutto definitivamente»? E a Faldini che la derideva d’averlo chiamato nel letto di quel cornuto, aveva schizzato tra i denti: «Sei fortunato che non voglio imbrattare questa casa».
Cecilia stava preparando l’omicidio di Faldini.
Non essere ridicolo, chi non ha sognato almeno una volta nella vita di far fuori qualcuno? Anch’io ho avuto il pensierino di togliermi di mezzo quel…, strozzarlo con le mie mani.
«Riponila» aveva tremato la voce di Faldini.
La rivoltella.
Ecco cosa appesantiva quella sera la borsetta di Cecilia buttata sulla sedia accanto al letto.
Così si spiegava la mania della moglie di ripulirgli casa a fondo. Per lasciargliela in ordine. Cecilia voleva anche fargli fare tutti i controlli medici. Voleva essere tranquilla quando l’avrebbero arrestata per il delitto compiuto. Gli si drizzarono i capelli: era andata felice a Frascati a fargli una sorpresa amorosa al ristorante Il buongustaio dove s’era invece vista accolta con sotterfugi, ad arguire dal racconto di Gigoni.
Marcello fu come tramortito dall’evidenza che gli si era presentata e, nello spavento, maledetto quel Faldini, inveì d’impeto, perché non gli capita un incidente stradale?
Telefonò alla Camilla incontrata nel pub. Era in casa. La raggiunse.
Giacevano supini sul letto a una piazza e mezzo poggiato contro il muro. Tutti e due fianco a fianco, senza parlare.
«Se tieni conto che ci ha spinti il digiuno» gli rise lei, «poteva essere pure peggio».
Sorrise anche lui.
Lei si tirò su a sedere, i capelli biondi sulle spalle. Era ben fatta, coi seni rotondi più diritti e a punta di quelli di Cecilia, anche più piccoli, aveva le braccia tenere di un’adolescente, la vita asciutta, una nudità tranquilla come un’abitudine (la nudità di Cecilia era invece affermativa).
«Non m’hai aiutato» le disse Marcello.
Senza voltarsi, Camilla gli rispose: «Anch’io volevo uccidere il mostro che osava preferirmi un’altra. E l’ho ucciso in tanti di quei modi nelle mie cogitazioni segrete che, all’atto pratico, per me era già morto. Perciò lascia il tempo a Cecilia d’ucciderlo il più a lungo possibile nel pensiero».
«È diverso. Cecilia ha tutto programmato. Appena mi avrà sistemato in modo che io non mi trovi perso senza di lei, almeno in un primo tempo, sono sicuro che».
«E tu stràppati i pantaloni, falle la tela di Penelope a rovescio, stàccati i bottoni delle camicie, inventale nuovi lavori urgenti imprevisti che non possono essere rimandati. Aguzza la fantasia, fratello».
A casa trovò Cecilia che piangeva. Aveva sentito un servizio televisivo sulle ovaiole in batteria: «Sono più di duecentocinquanta milioni le galline da uova tenute in batteria» gli riferì con occhi micidiali: «Le gabbiette di ferro studiate per cinque galline misurano quarantasei centimetri per cinquantuno, mi senti?, hai capito?, quando l’apertura alare d’una sola gallina è di circa ottanta centimetri!». E lo implorò affannosamente: «Dobbiamo fare qualcosa! Queste galline non possono muoversi, non possono dormire perché, per farle mangiare e far loro produrre il massimo di uova all’anno, la luce resta accesa sedici-diciassette ore al giorno». Giunse le mani: «Gli tagliano pure il becco perché nell’orrore della reclusione non si feriscano».
Marcello non sapeva che dire. Le si avvicinò e lei, che era seduta in poltrona, gli abbracciò i fianchi.
«Sì» disse lui straziato, «dobbiamo salvare queste galline».
* * *
Quella notte, Marcello s’attardò sulla poltrona in salotto. Stava diventando un’abitudine. Inutile. Si alzò.
S’appostò nel corridoio dietro la porta della loro camera coniugale e sentì il respiro pesante della moglie, a tratti tirato su col naso con un suono di russamento. Curioso quanto dormiva Cecilia negli ultimi tempi, appena si coricava sprofondava nel sonno. Come i vecchi, pensò con una stretta.
Gli argomenti di Camilla l’avevano convinto fino a un certo punto. Comunque Cecilia stava male. Gli venne in mente che lei aveva un’agenda da qualche parte, chissà, forse aveva preso un appunto, scritto una riga, qualche parola che poteva tradirla. Era una donna attaccata alle sue cose, custodiva parecchie delle lettere che riceveva e la fotocopia d’alcune sue risposte. Amava pure nascondere carte che poi gli mostrava con un suo piglio inderogabile. Come quando, senza dirgli niente, s’era informata sulle pratiche occorrenti per adottare un bambino brasiliano a distanza, finché, dopo un discreto scambio di lettere, non aveva avuto le risposte che voleva e allora gli aveva messo in mano tutto l’incartamento.
Quattro anni fa.
Ma non era vero che lei aveva sbrigato le pratiche senza parlargliene. Cioè era vero, però con un precedente.
Mesi prima Cecilia gli aveva proposto: «Vogliamo adottare un bambino a distanza?» e gli aveva spiegato che ciò non gli cambiava niente in casa, avrebbe lei mandato i soldi ritirandoli dall’affitto del suo appartamentino, alla corrispondenza avrebbe pensato lei e, forse un giorno, sarebbero andati insieme in Brasile a incontrare il loro figlio adottivo.
«No» aveva arricciato il naso lui, elencandole una sfilza d’argomenti contrari, per esempio che tra qualche anno avrebbero fatto loro un figlio e quello adottivo poteva creare complicazioni, metti il caso che sia un soggetto ribelle, uno che dà problemi, come fai a seguirlo da lontano. E così via.
Perciò Cecilia s’era mossa da sola. Aveva adottato Juanito a distanza. Gli mandava pacchi, gli scriveva ogni settimana e com’era felice ogni volta che riceveva una lettera da lui!
«Come sta Juanito?» le chiedeva ogni tanto Marcello (di rado).
Dio, com’era stato assente!
Era stato di un’aridità…
Nessuna attenzione agli affetti di sua moglie e osava pure fingersi rispettoso della sua privacy. Gli mancava giusto questa simulazione di riservatezza nei riguardi delle cose di Cecilia, quando non aveva avuto nessun rispetto per la sua persona che aveva rimestato spudoratamente con gli occhi e con le orecchie.
Che cosa atroce conoscersi.
Socchiuse la porta. Sentì più forte quel respiro rumoroso così precocemente senile (una nuova stretta).
Entrò in punta di piedi. Posso cominciare dal comò. Nel primo cassetto dove teniamo i soldi, lei ha pure le sue cartelle, quella dell’adozione del ragazzo di Rio de Janeiro, quella dei contratti d’affitto del suo appartamentino, quella dell’assicurazione della sua macchina e così via.
Aprì lentissimamente quel cassetto, prese il mucchietto di sottili cartelle e se le portò nello studio.
Nella prima, che conteneva i documenti dell’adozione, trovò un atto legale di donazione che Cecilia faceva del suo appartamentino al suo figlio adottivo brasiliano di Rio de Janeiro, Juanito Passos nato ecc., residente a, vergato a Roma, in data 19 luglio 1999.
19 luglio? Non ha ritenuto necessario informarmene. Me lo merito, si rammaricò Marcello.
Seguiva, attaccato con una grappetta, un foglio manoscritto. Conteneva una dichiarazione in cui Cecilia nata Derati ecc. nominava Marcello Riani nato ecc. tutore dei beni di Juanito fino alla sua maggiore età, pregandolo di disporne come meglio credeva, o destinando il mensile dell’affitto dell’appartamentino per gli studi di Juanito, o vendendolo a sua discrezione.
Aprì a una a una le altre cartelle. Sedeva alla sua scrivania e gli faceva curioso spogliare contratti, ricevute, carte legali alla ricerca d’un segreto.
Nell’ultima cartelletta dei documenti anagrafici, certificati di nascita, battesimo, matrimonio, residenza, cittadinanza, due passaporti scaduti, una tessera della Legambiente e altre carte del genere, vide una busta bianca, senza destinatario. L’aprì. Era diretta a lui. In data 8 ottobre 1999, Roma.
Lesse: “Marcello, Lino caro, gli anni che abbiamo vissuto insieme erano belli, ma m’è successo qualcosa che mi rende impossibile tornare indietro. Non ho altra via d’uscita. Perdonami se puoi”.
Senza firma. L’8 ottobre, che data era? Guardò l’orologio al polso: oggi è il 4 settembre. Fra trentaquattro giorni.
A questo punto doveva frugare ancora.
In punta di piedi tornò nella camera a riporre le cartelle nel primo cassetto del comò che richiuse piano.
Aprì con uguale lentezza il secondo cassetto dove c’era la biancheria di Cecilia. Mutande, reggiseni e calze, palpò e, in mezzo ai panni, in fondo, le sue dita sentirono qualcosa di duro. Una pistola. La prese in mano e, movendo i passi con le orecchie tese (Cecilia non russava più), uscì per la seconda volta dalla camera tenendo l’arma tra le dita. Nello studio, chiuse la porta e vi s’appoggiò contro.
Era carica: sei pallottole.
Non avevano mai avuto armi in casa.
Quando l’aveva comprata.
Per carità, meglio rimettere la pistola in fondo al cassetto dietro reggiseni e mutande. Meglio riflettere. Cecilia dorme. Non può succedere niente, stai calmo.
Domattina.
Tornato in camera, ripose la pistola nel cassetto, lo richiuse e si sdraiò per terra sul parquet, ai piedi del letto, perché nessuna comodità lo distogliesse dal pensare. E s’addormentò.
Un cigolio della rete del letto lo svegliò. Cecilia doveva essersi girata nel sonno.
Ginocchioni Marcello uscì dalla camera. Fuori si rimise in piedi. Raddrizzò la schiena indolenzita. Andò lentamente nello studio. Sul divano.
Rifletti: vuole staccarsi da lui. Se ci riesce senza ammazzarlo…
Ha ragione Camilla: più rifinisce alla perfezione il delitto nel suo cervello, meno avrà bisogno di compierlo. Per forza, più le s’allungano i tempi e più le s’allenta la tensione.
Dunque era decisivo moltiplicare gli ostacoli.
Marcello mise in atto il progetto Penelope.
Accusò terribili dolori di schiena. La notte si rigirava nel letto lamentandosi come non potesse trattenersi. Cecilia dovette vegliarlo.
Marcello ricorreva a ogni espediente: era senza macchina e la moglie doveva accompagnarlo, o doveva aiutarlo a sturare un lavandino; s’era rotto un filo della luce, s’era guastato un tubo del gas, come mai? Pure una sedia s’era azzoppata, dov’erano la scatola dei ferri, le pinze? Il giravite? Insomma dov’erano le tenaglie? Per non dire che gli s’erano strappati i pantaloni, mancavano due bottoni a una sua camicia. E poi era necessario accrescere d’un ripiano la scaffalatura dello sgabuzzino, non sappiamo più dove riporre la roba! Il vetro di quel quadro in salotto s’era rotto. La notte faceva qualche danno di cui si meravigliava il giorno dopo.
Intanto, quell’8 ottobre non gli dava pace, ci mancano 21 giorni, 20, 19… 16, s’annotava in mente ogni sera facendo il conto alla rovescia.
«Ma che succede» esclamò infine Cecilia, «pare che tutto vada storto!». Le faceva sentire il proprio polso: «Da un po’ mi batte a martello» si preoccupava.
«Facciamo questi benedetti controlli medici».
E andavano insieme dal radiologo, dall’ortopedico per i dolori alla schiena, dal cardiologo. Marcello aveva anche disturbi alla vista.
Una mattina si svegliò col mal di reni.
«Insomma, sembra che lo fai apposta!» si spazientì Cecilia che, al suono esasperato delle proprie parole, s’accigliò e con inattesa dolcezza: «Scusami, hai ragione tu. Sono in pensiero per te, so quanto ti preme il tuo lavoro e non posso capacitarmi che tu ne sia assente da tanti giorni, scusami. Il fatto è che i medici non ti trovano così male…».
Marcello capì che doveva cambiare tattica.
«Facciamo una gita» disse «uno stacco, e poi cercherò di reagire, di riprendermi, vedrai».
«Una gita a Orvieto?» gli nicchiò lei.
«Dove vuoi tu».
«Ci penserò» e lo guardò intenzionalmente.
Dove voleva andare?, s’allarmò il marito.
«Domani?» chiese lei.
«Sì».
«Allora andiamo a Frascati».
Nel salire in macchina, propose a Cecilia di sedere al volante (se guidava lei, poteva controllarla meglio).
Fu una gita massacrante.
Tra un’osservazione sulla bella giornata e una sul momento difficile che vivevano: «Vuoi che ti dica come hai cominciato a dubitare?» gli chiese Cecilia.
«Sì» (con timore).
«Ho ricostruito che, da quel giorno in cui t’ho risposto così male al telefono sulle collaboratrici domestiche che hanno un paio d’ore libere eccetera, sono cominciate le tue cautele, non avevi fame, ti doleva la schiena, e sei andato a dormire nello studio».
Correvano per la strada tra i platani, poi tra le querce, poi tra i castagni, con caseggiati che s’affacciavano a tratti, nel sole mattutino di quel settembre soleggiato.
A Frascati, verso le undici del mattino, Cecilia si fermò a piazza del Mercato: «Ti va se giriamo un po’?».
«Certo».
Risalì per un viale ombreggiato e s’infilò in strade quasi a serpentello attorno
a spianate, «Guarda che bei nomi» diceva, «via dei Tigli, delle Noci, degli Ulivi, della Vite, della Ginestra».
Marcello, la cui mente era abituata a trasporre i luoghi fisici in piani geometrici sulla carta, s’imprimeva nella mente la disposizione delle vie che percorrevano. Presero per una strada asfaltata, ampia, in discesa.
«Ecco» Cecilia gli indicò una traversa a sinistra in fondo alla quale c’era un piccolo edificio isolato, «Lì abita Faldini».
«Ah». La traversa era un sentiero ghiaioso che partiva in curva discendente dalla strada asfaltata, coperto alla vista da cespugli d’acacia. Però, pensò Marcello con una strizza allo stomaco, un posticino ideale per un agguato.
Si ritrovarono alla piazza, inforcarono via del Mercato e «Adesso scendiamo verso il Belvedere» disse Cecilia che girava come chi si ritiene ormai trasparente.
«Smettila di scrutarmi» gli disse.
«È l’una» rispose lui, «non è il caso d’andare a mangiare?».
C’era lì vicino un ristorantino all’aperto dove decisero di fermarsi. Cecilia parcheggiò.
Era un locale seminterrato con un piccolo terrazzo che dava sulla passeggiata del Belvedere, nel quale presero posto. Sedettero a un tavolino dove i polpacci sbattevano contro le aste metalliche incrociate che sostenevano le gambe di legno. Scomodissimo.
Mai mangiato così male: alici al gratin bruciacchiate e secche che si faticava a masticarle. Per fortuna un cagnolino bianco a chiazze nere, con lunghe orecchie, s’avvicinò. Cecilia, che lo carezzò, gli porgeva un’alice dopo l’altra che l’animale afferrava delicatamente tra le mascelle, agitando la coda. «Bello» gli diceva mentre il cagnolino le leccava la mano, «bello».
Seguì una ratatouille di peperoni melanzane e zucchine al pomodoro spappolati che rimasero nel piatto. Ma Cecilia sorrideva, addentava il pane casareccio – «Quanto è buono!» –, un boccone dopo l’altro. Lui invece era indignato che persino il vino, il famoso vino di Frascati, lì era acidulo disgustoso.
A un tavolino dietro di loro sedevano due uomini magri in maniche di camicia, uno sui trenta con gli occhiali e l’altro anziano, che discorrevano ad alta voce con vasta competenza di edifici storici da ristrutturare. Il più giovane continuava a suggerire: «Se io dassi…» e di nuovo: «Se io dassi…», finché Cecilia si voltò: «Per favore, se io dessi!» pronunciò con voce stanca e si rigirò annoiata.
Poi Marcello notò tra sé come, alla fine del pasto, quei due s’erano alzati, subito accompagnati da un africano in giacca e cravatta che aprì loro lo sportello posteriore d’una mercedes, lo richiuse e salì al volante.
Quando era andato al bagno, aveva visto quel nero che sedeva a un tavolino appartato davanti alla toilette.
Poi, dopo pagato il conto («Hai controllato bene» gli disse lei ironica «114.000 lire per un pasto simile in due!»), appena s’alzarono da tavola, Cecilia ritirò bruscamente la mano che il cagnolino aveva ripreso a leccarle e s’avviò svelta all’uscita. Andò a lunghi passi a sedersi al volante della macchina: «Vieni?».
Marcello non voleva ancora rientrare a Roma: «Ho visto un parco lungo un’altra passeggiata, forse sai dove. Mi ci vuoi portare, Cecilia?, una camminata ci farà bene».
Parcheggiarono e entrarono a piedi.
Camminavano lungo un viale tra querce e pioppi.
«Cecilia» disse Marcello, «dài tempo al tempo, ti passerà. Siamo giovani, abbiamo tutta la vita davanti. E per quanto mi riguarda, t’assicuro, non devi stare in pensiero per me…», come rassicurarla che le resterò sempre amico? Invece disse: «È già successo a tanti».
«Tu hai sentimenti così misurati!» reagì Cecilia a voce talmente alta che una coppia d’anziani che avanzava lentamente nel viale spalancò gli occhi nel guardarli.
«Per favore» mormorò Marcello affrettando il passo.
Più in là, in fondo a un terreno spelacchiato attorniato da abeti, cipressi e palme secche spioventi, con in mezzo un solo piccolo cespuglio rotondo come un porcospino, c’erano scivoli, altalene e altri giochi per bambini.
Cecilia scavalcò lo steccato e si diresse verso quei giochi. Marcello la seguì.
Maschietti grassi, con addosso maglie sbracciate lunghe come camicioni, si rincorrevano, strillavano, facevano chiasso attorno a due bimbe che, sedute diritte, andavano avanti e indietro sulle altalene.
A un tratto, una delle bambine sui quattro anni saltò giù e, stringendo le cosce coi piedi divaricati, col bel viso sorpreso posò la manina tra le gambe e prese a correre verso una panchina gridando eccitata: «Mamma, pipì, pipì!».
Cecilia le voltò le spalle come scappasse.
Parve poi seguire furiosamente con gli occhi un ciclista con una camicia viola che pedalava sul viale in su, piegato in due come scalasse il Monte Bianco.
Ora stavano in piedi uno accanto all’altra.
«Cecilia» disse Marcello, «e se t’avessi tradito anch’io?».
«Fatti tuoi».
Ripresero a camminare nel parco.
Marcello la sentiva che gli andava accanto con passo assorto. La guardò: i bei capelli neri sciolti sulle spalle, gli occhi bassi, Cecilia sorrideva tra sé.
Inutile rimandare. Da giorni gli lavorava nell’inconscio, o quasi, l’idea d’eliminare Faldini in modo insospettabile. E, mentre giravano per le vie di Frascati, aveva pensato: potrei appostarmi in macchina all’angolo della traversa che porta a casa sua, un luogo opportunamente isolato, e subito andargli addosso appena lo vedo spuntare in cima alla statale, quando torna di notte dal suo lavoro al Buongustaio… verso le due del mattino gli aveva detto Gigoni.
Una morte accidentale. Cecilia avrebbe potuto piangere Faldini in pace, nella piena dei ricordi, senza più odio/amore, anzi, con gratitudine perché con la sua morte involontaria lui l’aveva salvata. Avrebbe pregato caldamente, in lacrime, come quel giorno al Duomo d’Orvieto.
Se comunque Faldini doveva morire, era meglio anche per lui che gli succedesse per un incidente stradale, piuttosto che per mano d’una donna cui aveva carpito denaro, cosa che in un processo sarebbe venuta fuori. La disgrazia l’avrebbe reso indimenticabile non solo a Cecilia, ma anche alla sua promessa sposa che non aveva tradito.
Marcello rimase come rintronato dal pensiero: se lo uccido io, non solo salvo Cecilia dal delitto, ma è meglio anche per lui. Faccio un’opera buona, ghignò tra sé.
Si rivolse a Cecilia: «Ascoltami», ma non c’era nessuno accanto a lui.
Con l’aria più noncurante che poté guardò in giro alla sua destra, dalla parte dove stava lei, fino all’edera rampicante del muro di cinta del parco; poi alla sua sinistra spaziò con lo sguardo per tutta l’aiuola dov’erano i giochi per i bambini; davanti a sé nel viale. Si voltò indietro: non c’era. Quanti minuti s’era assorto a pensare? Cecilia non poteva essere scomparsa.
In seguito ricordò quei momenti con raccapriccio: aveva pensato il peggio. E se dentro alla borsa di pelle chiara che lei portava a tracolla avesse messo la pistola?
Nell’ambascia Marcello a tutta prima non vide la sua Peugeot. Poi la scorse di fianco, fuori dal cancello dove difatti Cecilia aveva parcheggiato. Con un’andatura che si simulava sciolta, tornò sui suoi passi verso l’uscita.
Cecilia stava in piedi vicino allo sportello di guida aperto dall’altro lato della macchina: «Guida tu» gli disse con un sorrisetto indicandogli il volante a braccio teso.
«Io?».
«Così sarai costretto a guardare la strada e mi lascerai respirare. Non hai fatto che tenermi d’occhio, non m’hai persa di vista un secondo. Ti va bene tutto quello che faccio: vado qui, vado là, salto uno steccato, riparto di botto, e tu dietro come un cane» gli diceva a denti stretti.
«Cecilia, ma che…».
«Sì, oggi mi s’è fatto tutto chiaro: da settimane, mesi, mi stai dietro passo passo, sempre di più, ormai non mi lasci nemmeno fare la spese da sola», respirava forte. «Ho capito tutto» con occhi di fuoco, «mi vuoi fare diventare pazza».
«Non puoi…».
Ma lei continuava con scintille nei grandi occhi neri: «Dici che abbiamo la vita davanti. Sei tu che non mi dài tempo».
«Che cosa vuoi dire?» s’esasperò Marcello (la voce quasi gli ringhiava).
«Hai capito bene» sorrise lei soddisfatta. «Ti sei preso uno spavento quando non m’hai più vista, no? Appunto».
«Ma quale spavento» ridacchiò lui con evidente artificio.
Non si scambiarono più una parola per tutto il viaggio di ritorno.
La sera a casa, Marcello le disse: «Vogliamo farci un drink?».
Lei accettò e sedette sul divano in soggiorno.
Lui le versò trenta gocce di Roipnol dentro la vodka nel bicchiere. Ne teneva giusto un flaconcino nel cassetto del suo comodino vicino al letto da quando non riusciva più a dormire. Trenta gocce dovrebbero bastare.
Poi Cecilia fu presa dal sonno e, sbadigliando, «Scusami, buona notte», si ritirò in camera.
7
Mentre correva a Frascati alle dieci di sera: curioso, gli sfrecciò in mente, non mi pesa uccidere, anzi, ho fretta di levarmi il pensiero.
O meglio, non mi sembra d’andare a compiere un omicidio, piuttosto un’operazione chirurgica, come asportare da un corpo una specie di tumore prima che diventi maligno. Povero me, che paragone trito.
Sentì un disagio: vuoi togliere di mezzo Faldini per impedire a Cecilia di distruggersi o per non avere addosso il marchio del marito di una che ha assassinato il proprio amante?
Quasi ammirò la propria aridità. Come fosse il distacco e la lungimiranza d’uno stratega. Fatto sta che l’idea in sé d’investire Faldini con la macchina non gli creava nessun conflitto morale. Forse dopo.
Doveva anche ammettere ch’era mezzo intontito dalla stanchezza, notti e notti insonni, sempre a girare attorno al problema della moglie come una mosca addosso a una lampadina accesa. Bello stratega.
E se l’amante di Cecilia fosse stato un poeta, un artista, un uomo eccezionale? Magari non mi sarebbe venuto di spiare i loro rapporti, avrei fatto loro credito, non sarei diventato un volgare entomologo di cose umane con la scusa onesta di voler conoscere.
O forse, un uomo “colto” del 2000 non può uccidere in proprio, per scelta omicida. Può farlo solo come male minore, per altruismo.
Per gentilezza.
Sedeva da due ore in macchina, le mani strette al volante, all’angolo della traversa che portava alla casetta isolata di Faldini, col muso verso la strada in direzione della città, parzialmente nascosto dai cespugli.
Il pensiero gli andò a Camilla. Addio, le disse. Non l’avrebbe più cercata. D’ora in poi sarebbe stato incatenato a Cecilia senza scampo. Sentì un’onda d’affetto per quella ragazza generosa, la sola oasi fresca della sua vita nel ghibli degli ultimi mesi. Teneva il finestrino aperto e sentiva un forte vento che gli sferzava la faccia. Ma non chiuse il finestrino. Doveva controllare la curva della strada in alto, non sgarrare d’un minuto.
Era questione infatti d’un minuto, anzi d’una frazione di minuto, cioè lo stretto margine che c’era tra il girare il volante a sinistra dall’angolo della traversa in su nella strada in salita badando a premere contemporaneamente il piede sull’acceleratore… e il piombare sul pedone preso di mira senza lasciargli il tempo di farsi da parte. Insomma, doveva solo stare attento a bruciare quei pochi secondi necessari – a uno che cammina frontalmente – per saltare di lato alla vista di un’automobile in corsa che gli viene addosso.
Gli occorreva semplicemente prontezza di riflessi.
Moralmente una cosa astratta.
Guardò l’ora al polso con la fiammella dell’accendino: erano l’una e ventidue del mattino. Il cuore gli batté da scoppiargli nel petto.
Accese il motore. Faldini non doveva più tardare molto.
Lo vide comparire in fondo alla strada verso la luce che scendeva dal lampione: in maglietta e jeans stava camminando le mani in tasca come uno che fischietta tra sé nella notte.
Accelerò.
Sussultò. Quell’orribile sensazione d’avere schiacciato un masso, le dita aggrappate al volante. Gli s’era bloccata la macchina. Le ruote non girano. Premeva e ripremeva il pedale dell’acceleratore, niente.
Stava in folle.
La marcia non era ingranata. Si guardò attorno atterrito. Un cespuglio d’acacia gli copriva la vista della strada.
Guardò l’ora con l’accendino: le due e due minuti.
Stava ancora nello stesso angolo in curva in cui s’era appostato.
Dunque non s’era mosso.
Aveva sognato.
Si sentì accapponare la pelle: se Faldini era già tornato a casa e l’aveva riconosciuto addormentato al volante?
E se tornava ora?
Marcello ingranò la marcia e girando freneticamente il volante svoltò a destra nella statale in discesa.
A un cartello, dopo qualche curva gli parve di leggere: CISTERNOLE. Non s’orientava. Ma non osava risalire indietro verso Frascati. Gli venne da pensare che fuggiva come un assassino.
S’accostò al ciglio della strada. Aveva la gola secca, la lingua gli raspava il palato.
Scese dalla macchina. Si fermò le mani in tasca, lo sguardo nel buio oltre la strada. Ma la stanchezza per lo scampato delitto era tale che dovette appoggiarsi a un tronco d’albero, i piedi piantati al suolo. Restò lì, gli alberi attorno frusciavano nel vento. Alzò gli occhi: il cielo sembrava limpido ma le stelle erano rade e pallide, all’orizzonte una debole foschia. Erano le tre del mattino.
Questa storia era quasi diventata un buco nero umano che, aspirando Cecilia e lui, stava per trascinarli all’annientamento di Faldini.
Come aveva potuto farsi coinvolgere in questo modo. Forse Cecilia aveva lasciato le sue carte a portata di mano, come molliche di Pollicino, per costringerlo a intervenire? Una mente così diabolica da aver portato il marito a Frascati per mostrargli l’abitazione isolata di Faldini e indurlo a uccidere quell’uomo al posto suo?
Marcello prese a camminare sulla strada. Sentiva il rumore secco dei propri passi sull’asfalto tra lo strusciare sommesso del fogliame, come fossero i suoni insieme duri e insinuanti dei propri sentimenti.
A poco a poco gli salì un fiotto di caldo al cervello come non aveva mai provato, un furore di sdegno non solo per l’inaudita perversità – magari pure inconscia! – della moglie nei suoi confronti, ma per l’inaudita dabbenaggine con la quale lui s’era lasciato portare per il naso.
Ma non finiva così.
Adesso Cecilia dormiva in preda al Roipnol.
Lui sarebbe tornato a casa, avrebbe sfilato di nuovo, dai due cassetti del loro comò in camera, i documenti, la donazione dell’appartamentino a Juanito, e la lettera terminale dell’8 ottobre a lui diretta, e la pistola. E sarebbe andato nello studio ad aspettare che la moglie si svegliasse. E allora…
La voluttà di questa decisione lo colmò. Respirò l’aria che gli giunse più odorosa che mai, forse covoni d’erba tagliata o effluvi di basilico e rosmarino che quasi gli parve d’intravedere nel primo albeggiare; strappò un ramoscello da un grosso albero d’alloro che sorgeva accanto a un viottolo, ne strofinò le foglie tra le dita annusandole saporitamente; s’inoltrò nel viottolo che costeggiava da un lato un vigneto d’uva nera non ancora raccolta (ne sgranò qualche acino) e dall’altro lato un frutteto di fichi senza più frutta, da uno dei quali staccò un piccolo ramo dalle foglie palmate che al tatto sembravano un po’ ingiallite.
Non si capacitava d’essersi liberato.
Non era più in preda alla confusione che l’aveva trasformato in uno Sherlock Holmes di se stesso: capire che cosa devo fare tampinando la mia mente che tampina indizi.
Che rivelatore era stato l’adulterio di Cecilia soprattutto su se stesso. Sì, su se stesso. Simultaneamente s’arrotava gli argomenti da sfoderare a Cecilia, mentre sapeva di non averla mai ascoltata, mai conosciuta. Forse mai amata.
A casa si fece la doccia, si cambiò d’abito – optò per uno spezzato –, scelse una cravatta disinvolta. All’ultimo considerò più efficace (teatralmente parlando) non prelevare niente dal comò, si preparò e bevve due caffè espresso.
Finalmente alle dieci del mattino, Cecilia si alzò dal letto e andò direttamente in bagno. Quando ne uscì, Marcello le afferrò il braccio e a passi marcati la tirò di nuovo in camera. Tenendola ferma con le dita della mano sinistra come fossero uncini nella sua carne, con l’altra mano aprì il primo cassetto del comò, ne estrasse la cartella dei certificati che aprì e, asportandone la lettera a lui indirizzata, la sventolò sotto gli occhi allibiti della moglie: «Leggi che c’è scritto: “M’è successo qualcosa che mi rende impossibile tornare indietro”. Delinquente, chi volevi ammazzare?».
«Io…» barbugliò Cecilia senza voce.
«E questa?» la scosse il marito che, aprendo il secondo cassetto, ne estrasse la pistola che inconsciamente le puntò contro. «E questa?» ripeté. Non smetteva di scuoterle il braccio.
«Ti libererò presto» mormorò Cecilia bianca in viso.
«Che vuoi fare per liberarmi?» Marcello ormai digrignava con voce strozzata, «Vuoi ammazzarti? Così io sarò il vedovo d’una suicida, dunque un sadico, un porta iella. È questo che vuoi?», inavvertitamente continuava a puntarle l’arma addosso: «O ammazzi lui. Così io sarò il marito di un’assassina del suo amante, cornuto eterno definitivo. Mi odi tanto Cecilia?», la scansò da sé con una spinta: «Mi vuoi così male?».
«No» gridò lei rauca, «io non ti voglio male!». E abbassando la testa e la voce: «Ma come posso liberarti…».
«Smettendola di prendere così sul serio la tua fica, perdio. E io con te!». Poggiò un momento la pistola sul comò, faceva fatica a respirare tanto era fuori di sé, «ti senti pure buona», annaspava alla ricerca delle parole più avvelenate: «mantide religiosa che non sei altro». Sbalordì lui stesso che il dolore covato per tanti mesi gli scoppiasse con tale livore, come un bubbone, incontrollabile, finché riuscì a ridacchiare: «In realtà chi vuoi distruggere sono io» mentre riprendeva in mano la pistola e trascinava sua moglie nel bagno, dicendole solo tra i denti: «Te lo faccio io l’elettroshock».
Cecilia stentava a reggersi in piedi.
«Non far finta di svenire» la attanagliava il marito con le dita, sorpreso del senso di liberazione che, scatenata l’ira, provava sempre più largo nei polmoni. Fece sedere Cecilia sullo sgabello rosso vicino al bidè.
Fece ruotare il caricatore della pistola sulla tazza del cesso scaricandovi dentro le pallottole a una a una: «Un’arma in casa, ti rendi conto dell’illegalità? Senza porto d’arma, ci hai fatto rischiare l’arresto con la condizionale prima ancora di levarti lo sfizio di sparare», non poteva frenare l’irritazione mentre si rendeva conto della propria pedanteria nel sollevare una questione legale in un momento simile e intanto guardava le pallottole cadere nella tazza del cesso e in un attimo pensò: E se l’ostruiscono?
Tirò la corda. Le pallottole rimanevano pesanti sul fondo. Ritirò la corda. Mi toccherà pure infilare la mano là dentro per raccoglierle.
Si girò verso Cecilia, nell’adocchiarla prostrata davanti al bidè sentì una pena che subito scacciò. La fece alzare reggendola per le braccia e di nuovo la trascinò per mano fuori dal bagno fino al soggiorno dove la lasciò andare sul divano. Cecilia non si riaveva e cadde seduta piegata in avanti.
«Ti deve dei soldi? Quanto ti deve? Dieci, venti, trenta milioni? Te li ridò io. Gli dò questo schiaffo, te li ridò io». Marcello raggiava.
La coglierò sul fatto, pensava incongruamente quando avvertì un capogiro e fece appena in tempo a scivolare sul divano.
Non poteva parlare, era come offuscato, eppure un angolo della sua coscienza era presente, come centellinasse la propria assenza riposata, carezzata dalla voce sgomenta della moglie che: «Marcello, Marcello» lo invocava con un singhiozzo, gli strinse la faccia tra le mani contratte, lo baciava appassionatamente, lo schiaffeggiò sempre più convulsa e corse via.
Marcello si sentiva rilasciato, finalmente in porto s’abbandonava a una deriva leggera col cuore ancorato. Dentro la mia vita, respirava piano, gli occhi chiusi. Si rendeva conto di non sapere quello che avrebbe fatto, ci avrebbe pensato poi, adesso voleva godersi lo svuotamento, dopo tanti mesi di tempesta, oh Dio, come s’era sbattuto in alto mare…
Uno scroscio d’acqua fredda sul viso e sul petto lo riscosse di colpo e stava per aprire gli occhi quando un peso gli crollò addosso. Era la testa di Cecilia nella sua spalla. Sentì la pressione dei seni di sua moglie sullo stomaco.
Si raddrizzò sostenendo tra le braccia Cecilia mentre la girava per adagiarla sul divano accanto a sé. La nuca sullo schienale, lei stava con le braccia penzoloni. Le sollevò una palpebra: la pupilla era riversa. Le tastò il polso: il battito era debolissimo. Prese a schiaffeggiarla, la testa le andava da una parte e dall’altra a ogni schiaffo. Non si rianimava.
Marcello le guardava le gambe inerti, come disarticolate. Esitò se sdraiarla supina sul divano, ma si convinse all’istante che doveva invece tentare di tenerla seduta. O farle il bocca a bocca?
S’accorse che le palpebre di Cecilia si movevano. Le prese la testa tra le mani e lei socchiuse gli occhi. Lo guardò inebetita per un lungo momento.
Si fissavano, lui in piedi chino su di lei e lei sfinita sul divano.
Mentre le teneva la mascella e le guance coi palmi delle mani, Marcello si sentiva l’acqua addosso che gli sgocciolava dai capelli sul naso. Avrebbe voluto asciugarselo perché gli dava prurito, ma non s’azzardava a lasciare la faccia di Cecilia che gli pareva ancora mezza esanime.
Continuavano a fissarsi finché una goccia d’acqua che gli scivolava sul naso cadde sul mento di Cecilia. Si vide teso e fradicio, i capelli bagnati appiccicati sulla fronte, che sondava gli occhi neri della moglie con circospezione. L’inconsistenza, pensò. Le labbra gli sorrisero.
Lo sguardo spento che Cecilia gli passeggiava sulla faccia si fece a poco a poco più vivo e, come mettesse a fuoco i capelli e il naso goccioloni del marito, sorrise anche lei.