Korimba

Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

per via d’un rondone che volava male

italian

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Non mi riesce più di parlarti in pace. Ce l’hai col mio tono e io col tuo. Perciò ti scrivo.
Sì, mi sarò anche indurita con gli anni e mi rincresce molto. Ma come fa una donna che lavora ad avere l’apparente docilità della casalinga d’un tempo?
Non piace nemmeno a me il suono della mia voce quando ti rispondo sbrigativa, “professionale” come dici tu. Mi riprometto ogni volta d’ammorbidirmi, mentre mi lavo in bagno, o sfaccendo per casa nell’intervallo tra gli orari d’ufficio. Oggi al supermercato (andavo come al solito di corsa) quasi a caso ho preso una busta di carne congelata e una scatola di piselli lessi e, nell’infilare latta e cellofan nella borsa, improvvisamente mi sono sentita mia nonna che indorava le cipolline al punto giusto, soffriggeva la carne con rosmarino o basilico, non ricordo, pregustava i sapori.
Ma quando la tavola è pronta, l’effetto è così provvisorio. Lo so, tu non dai importanza al cibo, mangi per nutrirti. Vuoi che non capisca che me lo dici perché non sono una gran cuoca? So giusto addobbare un po’ i piatti, e tu mi lodi persino per il prezzemolo verde allargato sulle fette gialle di limone attorno al pesce lesso! Però m’hai canzonata per il ciuffo di mentuccia che ho messo l’altro giorno nel vasetto di cristallo al centro del tavolo: a me piace la mentuccia, è una pianta delicata con quella confusione di piccole foglie dall’odore fresco e amaro, e pochi fiorellini qua e là, sparse virgole rubino. Ti divertono i miei antipasti asimmetrici ad arte, che somigliano a ceramiche di Picasso, hai perfino detto una volta. D’accordo, di fatto anche le mie pietanze così ben disposte sembrano tutte antipasti, e si è subito alla frutta cotta o sciroppata con la rossa ciliegia disossata in cima. Chi ha pazienza d’impegnarsi con una pera cruda a tavola? Se la tocchi, ti s’appiccicano le dita e, con la forchetta e il coltello, diventa macchinosa e lontana.
Per esempio, t’innervosisce il modo in cui sbuccio i mandarini, da pignola, no? Levando a uno a uno tutti i peletti e fili bianchi, e non sai che sensazione tenere un momento nel palmo questo frutto spogliato con gli spicchi tremolanti stretti insieme, infreddoliti. Credi che non sappia che stai sbuffando? Ma il mio non è preziosismo o gioco di parole come ripeti ogni tanto, la tua acredine m’ha stancata. Per te o sono secca o sono “piena di svolazzi”: deciditi insomma. Anzi, sono tutt’e due a turno, o aspra o leziosa come precisi altre volte. A momenti pare che la mia sola vista ti irrita, sappi che lo stesso succede a me: sto allegra finché non sento nella serratura lo scatto della tua chiave.
Non ci aiuta neppure più controllarci davanti ai figli, ormai se la cavano da sé e non li interessiamo più. È finito il tempo in cui potevi frapporre i ragazzi tra noi, e accusarmi delle loro ribellioni, delle critiche che ti movevano, dei loro sbagli.
La nostra insofferenza reciproca è diretta. Pare sempre che la nostra unione dipenda dall’ultimo tono di voce che abbiamo usato, per cui siamo come due atlanti che reggono insieme il peso del mondo sorvegliandosi di continuo perché l’uno non sgusci via lasciando l’altro sotto il raddoppiato carico, mentre ognuno tra sé si tiene pronto a scansarsi per primo per non restare schiacciato solo.
Sarebbe ora infine che fossimo meno sul chi vive e instabili, abbiamo trattato tutta la vita il nostro amore da facchino. Non faccio la predica a te e, se anche fosse, la farei pure a me. Ficchiamoci in mente una volta per sempre che il peso del mondo uno se lo deve portare, da solo o in compagnia che sia.
Scusami, non ti scrivo per litigare. Dammi tempo. Dopo tanti anni ho ancora bisogno di tempo.
Hai da fare, lo so, ma è sempre stato così. Ogni volta che ti dico qualcosa, o devo arrivare col discorso già ordinato sul vassoio (e mi trovi artificiosa), o mi sento una ladra. Basta. Oggi sbucciavo le patate (sempre la mia passione di sbucciare). E ripenso a te e a me e mi domando: ma ci amiamo? (ammetti che non siamo mai stati così ostili e pieni di rancore come ora; che crisi tremenda stiamo attraversando). Ci siamo veramente amati?
Se il nostro è amore, com’è diverso da tutto ciò che s’è letto in proposito, non trovi? Il nostro è un amore così spietato, non gli sfugge nulla, non ce n’abbona una. Un cane è, un mastino da guardia. E pure un puledro, mi scalcia in petto, alla mia età. Non temere, non mi lascio trasportare dalle similitudini. Tu mi rimproveri di non sapermi esprimere con semplicità; sarà perché ragiono sempre mentalmente che poi non riesco più a ricostruire i passaggi, come quando uno cammina soprappensiero e arriva a un crocicchio senza poter ricordare che via abbia percorso; però ha camminato.
Dicevo che, se il nostro è stato amore, ne è stato uno esigente e sorvegliato. Caldo sì, ma spesso in modo così maldestro che ci ha soltanto scottati. Nell’insieme un amore fragile, vulnerabile.
Stamattina cambiavo l’acqua ai fiori. Le roselline che m’hai mandato l’altro ieri si sono già aperte, ora sono spampanate, bellissime, sembrano di gesso dipinto, imbellettate. Le camelie rosa invece (quel cestino della settimana scorsa) si stanno asciugando, come risucchiassero i propri orli, e scoprono i petali bianchi del cuore nascosto, che strano, si fanno spudorate. La rosa rosso cupo regale dal lungo stelo, prima era diventata nera, di carta, e oggi s’è fatta calva, le pendono un paio di petali grigi come ciocche di capelli, la vedessi, una tale dignità. Non sai cos’è per me il disfacimento dei fiori. C’è nel loro corrompersi una gloria… Guardandoli sentivo che amare significa accettare questa fragilità, ecco, amanti sono coloro che si corrompono insieme. E allora uno pensa: se ci si potesse qualche volta soffermare a contemplare i nostri sentimenti, s’avvertirebbe che l’amore è anche delicato come un petalo e se n’avrebbe cura.
D’altra parte non dovremmo sorprenderci se spesso siamo duri, martellanti, né farcene una colpa. Ti ricordi l’impressione che mi fece l’intervento sul cuore al quale assistei? Già il modo in cui s’alzava e abbassava quel polmone di marmo rosa screziato di venature nere che, quando il chirurgo lo scostò, gli sgusciò di mano come un’enorme lingua. Sotto, il pericardio s’ondulava come un mollusco marino color pesca e infine è apparso il cuore, un grosso tubero globoso marrone sanguigno, barbaro, ostinato, che batteva con una furia, una fatica. Che cosa è stato per me! Dio mio, con una simile durezza dentro, per un po’ non potevo veder sorridere un essere umano senza scorgergli quello scotimento nel petto.
Voglio dire: teniamo conto di queste cose.
Tu non c’eri quella sera che ho trovato un rondone per terra qui sotto casa. Un’impressione, da vicino. Gli uccelli che volano uno se li figura gentili, teneri, ne segue le giravolte in cielo quali allegorie d’una libertà facile, aerea.
Invece: mentre lo tenevo in mano, i tondi occhi laterali guardavano oltre me aggressivi, freddi, con un’espressione che in un uomo sarebbe definita cattiva, e ch’era fiera sul suo becco. A casa poi, l’ho posato sul tavolo della cucina, ha fatto pochi passetti a scatti che lo facevano barcollare sgraziatamente, poi s’è sdraiato con le ali aperte. A poco a poco la sua intensa selvaggia immobilità, la sua testolina indicibilmente feroce m’ha messo soggezione. L’ho preso e, affacciatami al balcone, l’ho scagliato con forza in alto come un sasso; ha tracciato un arco nel cielo ed è sceso in picchiata ad ali chiuse per un tempo che m’è parso troppo lungo, si sfracellerà al suolo, ma finalmente il suo fuso nero s’è spiegato, ha planato per un po’, poi ha battuto le ali precipitosamente, risalendo come se s’arrampicasse accanito, s’è mischiato agli altri uccelli che volteggiavano in alto, sopra le case.
Anche il nostro rapporto richiede slancio, fatica, non può essere dato come scontato mai perché anzi, col passare degli anni, si usa con noi.
Se da queste pagine ti pare che voglia accusarti, te ne chiedo scusa. Molti anni fa mi dicesti che l’amore per me ti cresceva dentro come un albero con le radici sempre più vigorose e profonde e rami sempre più folti e foglie che ti rinfrescavano l’animo. Ho buona memoria. Però adesso è tanto che non comunichiamo, e io mi sento così stanca che trovo pace solo in campagna sdraiandomi fuori, la notte, a contemplare le stelle, allora immagino le galassie rotanti e tutto quell’immenso abisso di spazio, e mi prende una brama di vuoto, una speranza così smodata che vorrei esplodere e sparpagliarmi nel cosmo, un atomo su Andromeda, un altro su Sirio, a ruotare, finalmente non più esclusa da nulla.
Non devi ripetere la lezione, basta che tu mi risponda sì o no. Dimmi: mi ami? anche coi capelli tinti? coi seni molli? senza più i nostri figli da tirare su e su cui litigare perché ormai hanno la loro vita? mi amerai pure vecchia? piena di rughe? io sì, anche curvo, appesantito, con le borse sotto gli occhi e la dentiera. O caro, che dichiarazione ridicola. Non piango, ma è così mostruoso vivere, così grottesco amare, e adesso, vedi, ti voglio bene.
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