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Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

pipcio e puffa, i miei randagi

italian

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«I gatti m’hanno salvato tanti di quei vecchi dalla disperazione», dice Silvana, la gerontologa protagonista del mio ultimo romanzo: «Un gatto s’accoccola in grembo a un vecchio, non si schifa lui, lo mordicchia, gli si struscia contro, e il vecchio che ci vive assieme rifiorisce. Un cane bisogna portarlo fuori e certi vecchi non hanno più la forza d’uscire sulle gambe che tremano. Un gatto sta in casa. Questi animali bellissimi meravigliosi eleganti non hanno ribrezzo delle pelli decrepite, degli aliti pesanti».
Ecco, noi umani siamo forse gli animali più ingrati di questo pianeta. Abbiamo l’onore di condividere la Terra con tanti esseri viventi, ma appena un essere “diverso” non ci serve più (e tralascio qui il tragico discorso delle specie in estinzione) lo abbandoniamo alla sua sorte. Appunto, a proposito di gatti, ho davanti agli occhi quelli di strada, intravedo quelle loro teste scarnite che fanno capolino da sotto una macchina in sosta, nella puzza d’acido d’azoto dei gas di scarico. Penso al gatto pelle e ossa che l’altro giorno ho visto lesto, stretto al muro d’un palazzo, trafugare avanzi da una busta nera dell’immondizia che dilacerava coi denti e con le unghie, la coda tra le zampe, già pronto alla pedata che comunque non lo avrebbe fatto desistere dall’affamata estorsione. Perché lui il cibo se lo conquista senza paura, senza dipendenze.
Infatti la cosa più meravigliosa è che, se porti loro da mangiare, anche i gatti bastardi non si precipitano sul boccone. A meno che non siano in parecchi. Allora accorrono puntando la preda e il più scattante balza ma, attenzione, non mangia subito. Chi s’è aggiudicato il boccone gli siede davanti. Lo smuove con la zampa soffiando e ringhiando a intervalli contro i rivali. Ma non con l’aria di temere di poter essere derubato. Per principio. L’importante è non affrettarsi a divorare il pasto. Fatto il largo intorno a sé, mentre i gatti concorrenti s’aggirano più in là come fossero assorti in altro, il vincitore si decide ad accucciarsi e a lambire col muso il boccone catturato. Persino se è solo, il gatto più scheletrico aspetta sempre un po’. Tu gli vuoi dare da mangiare, mica te l’ha chiesto.
Forse ho una gratitudine particolare per i gatti perché l’amicizia con due di loro, la Puffa e Pipcio, che nacquero quasi sotto i miei occhi da due madri diverse, fu il rapporto più intimo della mia vita adolescente. Avevo quattordici anni e mi trovavo in una situazione confusa. Nata e cresciuta in Francia, ero da poco arrivata in Italia, dove i miei genitori rimpatriarono nel ’39, allo scoppio della guerra. Ci stabilimmo ad Alatri, nel Lazio, nella casa della nonna materna. Lì tutto era così diverso da Parigi! Nel 1939, le contadine portavano ancora le cioce ai piedi sotto le lunghe gonne arricciate in vita e camminavano a schiena dritta con una conca di rame, piena d’acqua, sulla testa. Era come se fossi tornata indietro nel tempo attraverso qualche spiraglio swiftiano. Infatti avevo letto I viaggi di Gulliver e guardavo la realtà circostante come un mondo parallelo da esplorare.
Il giardino di mia nonna era pieno di gatti, mezzo randagi. Non mi stancavo d’andargli appresso, di guardarli. Quando prima Pipcio e poi la Puffa nacquero, me li portai in camera. Dormivamo assieme, ci capivamo con gli occhi; avevo pure imparato a miagolare, a sbattere le dita su qualcosa a mo’ di coda, la Puffa mi voltava le pagine del libro che studiavo, Pipcio mi mordeva la mano quando di notte voleva uscire in giardino. Avevano due caratteri completamente differenti, lei placida e lui irrequieto, eppure avevano in comune il mistero dello sguardo che, nell’avvolgermi, mi trasportava in non so quale distanza interiore.
Quando Pipcio morì giovanissimo, all’età di due anni, feci appena in tempo a seppellirlo sotto una croce di legno, che mia madre, mia sorella e io dovemmo partire precipitosamente per Roma dov’era appena spirato il mio nonno paterno. Io gli avevo anche voluto bene, a quel bel vecchio affettuoso che era venuto a trovarci qualche volta in Francia. Ma ricordo che non potevo smettere di singhiozzare davanti alla sua salma pensando al corpicino di Pipcio che giaceva nella nuda terra ad Alatri. I parenti non riuscivano a consolarmi, stupefatti che fossi così disperata per la morte del nonno che in fin dei conti avevo frequentato pochissimo. Fu allora che presi l’abitudine – era estate – di sgattaiolare dal letto, la notte, per sdraiarmi sull’erba in fondo al giardino della nonna, a contemplare le stelle chiedendomi se qualcuna non fosse abitata e se non ci fosse, chissà dove lassù, un mondo governato dai gatti in cui forse un giorno mi sarei risvegliata, così come Swift s’era ritrovato nel mondo dei cavalli.
Ho avuto in seguito la fortuna di fare amicizia con altri gatti, che m’hanno regalato, ognuno a modo suo, aperture impensabili. Ho scritto di loro, dello sguardo metafisico di Mìciola che, in Partiranno, vive nel Bronx con l’alieno terrestrante Presi. Le gatte nere Iside e Luna passeggiano nel mio ultimo romanzo, il cui protagonista maschile è uno scrittore di fantascienza, autore tra l’altro del Pianeta dei Felini, questi alieni straordinari di cui cercavo la dimora tra le stelle quand’ero ragazza.
Tanti anni fa, eravamo in villeggiatura a Francavilla al Mare, in Abruzzo. Mio figlio piccoletto – quattrenne – correva sul viale. Una gattina spelacchiata miagolava con immense fauci sotto una palma, nella luce del mattino. Guardava fisso il bambino che le s’era fermato davanti. Lui la carezzò, ma l’animaluccio, rigido sulle zampe, i radi peli dritti come un soffione, continuava a miagolare con tutto il fiato. «Ho capito», le disse Marco, «hai le croste, le vedo». La prese in braccio e, stringendola al petto, «Vieni» le sussurrò. Subito la micina tacque. Era la Ciuppa. Visse poi a lungo a Roma con noi.
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