Korimba

Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

purché non succeda niente

italian

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Vivo da tanto con lui e lo riconosco sempre meno.
Ogni giorno penso che verrà, lo aspetto, vorrei parlargli e vorrei evitare ogni occasione di parlargli.
Verrà e dovrò cercare in fretta argomenti di conversazione, perché non trionfi quel silenzio che non ci unisce più come un bene comune ma ci divide, un vuoto per mancanza d’interesse. È noia.
Lui viene e mi bacia premuroso, siede chiedendomi di me, della mia salute, se ho mangiato, se ho sofferto; io gli chiedo come sta, che cosa ha mangiato, quanto ha dormito, sto per pregarlo di raccontarmi che cosa ha fatto, m’accorgo che allunga l’occhio verso un giornale che sta sul mio comodino.
Allora prendo lo specchio e mi pettino e lui si mette a leggere.
Vengono altre visite e parlo e rido con loro. Almeno la domenica ci sono gli amici, non solo le solite zie.
A un certo punto dice che deve andarsene, perché ha da fare e mi chiede se non ho nulla di riservato da dirgli.
No, nulla.
Allora parla un po’ con le visite e ripete che deve andare perché ha da fare: «Non come te» soggiunge sorridendo.
Invece si trattiene ancora con le visite. Poi mi guarda: «Cosicché non hai niente da dirmi? Dunque posso andare. Che cosa resto a fare qui? Visite ne hai, fin troppe, non hai nulla di particolare da dirmi».
Si trattiene ancora. D’un tratto racconta un fatto e la sua voce si leva articolata e forte, le parole lentamente staccate dalla bocca.
In quel momento un’amica mi ha magari fatto una domanda, la guardo e lui dice: «Se non mi vuoi sentire, non fa niente» e tace.
«Ti prego, voglio sentire».
Riprende ancora più lentamente e racconta il fatto. Per provargli il mio interesse, faccio qualche domanda, lui prima mi risponde, poi si secca: «Ascolta un po’ zitta se puoi».
Ascolto.
Guarda di fronte a sé, e parla. Bruscamente si alza, «Devo andare» dice, mi saluta, mi bacia teneramente a lungo (mi dà sui nervi come se mi baciasse a beneficio dei presenti).
Se ne va.
Dio, fa’ che succeda qualcosa, che non sia sempre così, anche domani.
* * *
Oggi non è venuto.
Io sto all’ospedale, per la prima volta, ho lasciato casa.
Sono venuti parenti e amici e m’hanno chiesto di lui. Ho risposto che non l’ho visto, oggi.
Ma se, quando viene, hanno detto, è sempre così chiuso, forse è meglio che non venga.
A volte mi ripeto: è il padre dei miei bambini, dei miei bambini, il padre.
Il più grande ha tre anni e mi chiedeva giorni fa: «Quando sarò grande, sarò mamma o sarò papà?».
«Che cosa preferisci essere?» gli ho chiesto a mia volta.
Ha riflettuto: «Mamma» ha scelto.
E io ho riso: «Allora non è vero che mamma non conta, che mamma è niente, come dici tante volte, che non vuoi bene a mamma!», trionfante.
«No, è vero» ha ribattuto lui ridendo «mamma non conta. Allora quando sarò grande, voglio essere papà». E ha soggiunto imperioso puntando il ditino contro di me: «E adesso piangi, piangi ho detto».
Mi sono venute le lacrime e ho sorriso.
Quando sono stata tanto male, prima di venire all’ospedale, m’ha chiesto di cantargli la canzone “Tapùm tapùm” che gli aveva cantato il padre nel regalargli i soldatini di piombo contro la mia volontà (anzi, approfittando che stavo male).
Così, mentre ero a letto come adesso, «Giochiamo!» mi diceva il piccino, e prendeva i suoi soldatini, li allineava su una sedia, sparava loro contro e li stendeva a terra.
«E adesso portiamoli al cimitero».
Avvolgevamo un soldatino con un fazzoletto che rappresentava il lenzuolo, l’amore di casa deponeva il soldatino avvolto nel fazzoletto sul palmo della mia mano, e con le sue manine trasportava la mia mano che fungeva da carro funebre, sino al comodino. Lì m’abbandonava la mano, raccoglieva dal suolo un secchiello da spiaggia, lo reggeva all’orlo del mobile: la mia mano si rovesciava e il soldatino precipitava nel secchio che fungeva da cimitero.
Durante il tragitto, cioè mentre le sue manine trasportavano la mia mano su cui era adagiato il soldatino di piombo, cantavamo per intero in tutte le sue strofe e ripetizioni la canzone “Tapùm”:
Nella valle c’è un cimitero,
cimitero di noi soldàa,
tapùm tapùm tapùum
tapùm tapùm tapùum…
Cimitero di noi soldàa,
forse un giorno ti vengo a trovàa,
tapùm tapùm tapùum
tapùm tapùm tapùum…
E per ogni soldatino la funzione si rinnovava identica.
Alla fine d’uno di questi riti, una sera, il bimbo m’ha detto: «Mamma, ma quando muori tu?».
«Perché?» ho chiesto io.
«Perché adesso sei malata e devi morire».
«E tu sei contento se la tua mamma muore?».
«Sì, mamma, sì, muori».
«Quando?».
«Domani».
«Ma scusami, perché domani?».
«Così ti porto al cimitero vero e ti canto tapùm».
«E come farai poi, senza di me?».
Stavo male assai e tutti i medici avevano detto che sarei morta.
«Compro un’altra mamma!».
«D’accordo» e gli ho chiesto: «Che cosa debbo fare?».
«Prega» ha risposto, «fa’ come me». Ha fatto il segno della croce e ha detto un’ingarbugliata preghiera in cui è venuto fuori: «Gesù bambino, fa’ guarire la mamma, così mi porta a spasso e mi compra il gelato».
Allora mi sono sentita meglio.
«Hai pregato bene?» m’ha chiesto.
«Sì, ho ripetuto quello che hai detto tu».
«Allora adesso muori, muori presto, e io domani ti porto al cimitero».
* * *
Il mio primo bambino è a casa col padre e con sua madre (mia suocera è buona e ci vuole bene).
Il più piccolo sta da mia madre, fuori, in un’altra città. È appena svezzato. Quando era a casa, stava sempre con me.
A volte mi sveglio di notte qui all’ospedale e mi siedo sulla sponda del letto sporgendo le braccia, come se vicino a me ci fosse la culla e il piccino avesse pianto.
A volte mi sveglio come mi fossi assopita allattandolo, e stringo le mani: «Figlio mio» e sento la mia voce bassa e affannata nella penombra.
* * *
Non ho niente da scrivere su queste pagine, nessun fatto che risolva qualcosa.
È venuto questa sera, aveva male alla testa, ha sbuffato: «È così lungo il percorso per venire da te…».
«È vero» ho approvato «vieni solo quando hai desiderio di vedermi. Altrimenti non venire così, per dovere, io ti capisco, sarò contenta lo stesso, vieni quando puoi».
«Verrò quando voglio» ha risposto «che mal di testa!» ha detto: «Ho una tremenda nevralgia».
Allora ho pensato che io sto male, col cuore alla deriva, i medici hanno detto che in una di queste crisi posso rimanere.
«Ti dispiace se muoio?» gli ho chiesto. «Io non ti vedo morta, non sarà». «Ma a parte la possibilità, a te dispiacerebbe?». «A volte ci ho pensato e ho sofferto». «Allora mi vuoi bene ancora». «Non so, io non ho le tue risorse. Se invece dovessi morire io, tu in segreto saresti contenta, saresti libera, potresti ricominciare da capo, ti risposeresti».
Non è la prima volta che facciamo questo discorso, neppure questo è nuovo, lo abbiamo fatto ogni volta che ho avuto una crisi.
* * *
Abbiamo anche parlato spesso di separazione.
Lui ha detto: «Così non si può andare avanti».
«Hai ragione» ho detto, «separiamoci».
«Tu sei sempre pronta a separarti».
«Allora proponi qualche altra cosa».
«Non c’è altro da proporre. Ci separiamo e i bambini li prendo io».
«No, i bambini toccano a me».
«Perché?».
«Perché sono la mamma e non ho commesso nessuna colpa».
«Ma tu adesso sei malata e inabile ad accudire ai tuoi figli, perciò verranno assegnati a me».
Sto per dire: Ma io guarirò. Invece piango e dico: «Va bene, i figli li prenderai tu, ma io li potrò vedere».
«Quando lo permetterò io».
«Va bene, quando lo permetterai tu. Ma non far loro dimenticare la mamma».
«Pur di separarti, rinunceresti ai tuoi figli».
«E tu lo credi» ho risposto.
«Ma per ora non ho voglia di cambiare casa e di fare tutte le pratiche per la separazione. Odio tanto le pratiche che preferisco rimanere sotto lo stesso tetto, magari in separazione amichevole».
«Allora, è tutto come prima. Invece io affronterei uno scandalo purché succedesse qualcosa e tutto non fosse indefinitamente così».
«Eh già, la signora ama gli scandali…».
Quante volte abbiamo fatto questo “ragionamento”? Eppure ancora oggi lo abbiamo rifatto.
* * *
Ma ci sono i bambini.
Sono andata a Sant’Agnese con loro, prima di venire qui.
Tenevo il piccolo in braccio e il grande per mano. M’ha lasciato la mano ed è scappato verso una statua della Madonna di Lourdes, che sta nel giardinetto davanti alla chiesa.
Io l’ho chiamato perché le campane suonavano e non volevo arrivare tardi alla messa.
Il piccino m’ha gridato: «Non vuoi che prego la Madonnina?». Alcune donne inginocchiate davanti alla statua sacra m’hanno guardato con disapprovazione.
Qualcuno vicino a me ha detto: «Lasci pregare quel figliolo, è tanto caro!».
Lo hanno circondato e una donna gli ha carezzato i riccioli biondi.
Allora lui forte, con una vocetta squillante, ha detto la preghierina che sa, con la frase: «Fa’ guarire il cuore della mamma».
Una donna ha detto: «Ma è un angelo questo bambino, non ci si crederebbe, che pensiero delicato!».
E lui ha ripetuto la sua preghiera. Poi m’ha chiesto i soldi per i fiori alla Madonna.
Il fioraio s’è fatto avanti. Io ho dato al piccolo poche lire, ma lui ne voleva tante. Gli ho detto di non fare i capricci e di comprare i fiori coi soldi che gli avevo dato.
Il fioraio gli ha chiesto che fiori voleva e gli ha mostrato un grosso mazzo di garofani.
Il bambino ha detto: «Voglio quelli».
Ma costavano trecentocinquanta lire e io non volevo spendere tanto.
«Prendi due garofani» ho detto, «la Madonnina è contenta lo stesso».
«Li voglio tutti» ha detto lui.
Le donne annuivano. Il fioraio ha detto: «Povero bambino, vuole dare tutto il mazzo alla Madonna, vero piccolo, tutto, vero?».
«Voglio tutto» ha detto quel mascalzoncello di mio figlio che mi guardava di sottecchi e rideva.
Per quella risata che rivelava che lui sapeva bene di stare a fare un capriccio, gli ho detto: «Sei cattivo» e gli ho dato i soldi.
Era felice e m’ha detto: «Sono cattivo ma sono pure buono», e ha preso tra le braccia il mazzo di garofani più grosso di lui. Il fioraio ha aggiunto tante foglie al mazzo per farlo ancora più grosso.
Le donne li hanno sistemati in un vaso.
Infine siamo entrati in chiesa.
Siamo andati davanti e ci siamo seduti, la messa era cominciata, lui è stato buono, il piccolo dormiva tra le mie braccia. Quando è stato suonato il Sanctus, m’ha chiesto: «Mamma, ci sono le pecore?», perché una volta che avevamo visto le pecore s’udiva il tintinnio dei loro campanelli.
Gli ho risposto: «No, è Gesù, zitto, per carità!».
Quando lo scampanellio è cessato ed è cessato lo stropiccio dei piedi della gente che s’alzava e s’inginocchiava, nel silenzio pieno della chiesa, s’è levata la sua vocetta chiara e acuta: «Mamma, il mio calzino ha un buco: guarda com’è grosso!».
Si sono udite risa soffocate, io l’ho guardata severa con un no della testa, ma lui girava gli occhi attorno con un sorrisetto alla gente che se lo rimirava.
Allora ha detto più forte: «Bum!».
Mi sono inquietata e gli ho intimato di stare buono.
S’è messo a piangere a gran voce, ma senza lacrime.
L’ho portato fuori.
È corso a sgambettare al sole: «Mamma, dì a Gesù bambino di venire a giocare con me».
Poi ha visto i poveri e m’ha chiesto i soldi per loro.
Io mi sono seduta su una panchina, s’è arrampicato su di me, mi ha passato le braccia attorno al collo e m’ha detto: «Stai zitta, svegli il piccolino» ed è scappato via. Correva scapicolloni per il giardino.
* * *
Oggi non è venuto.
Cominciai a soffrire a casa un giorno che avevamo ospiti.
Quel giorno ebbi la prima crisi rivelatrice. il cuore mi mancava, ma non dissi nulla, non riuscivo a restare in piedi e mi dovetti sedere. Poi andai di là.
Da alcuni mesi mi chiede sempre di stare zitta: «Scusami, ma hai una voce così affannata, devi certo dire cose interessanti, ma con quella voce affaticata, ti assicuro, non riesco ad ascoltarti».
Un giorno mi disse che non dovevo ridere, avevo una risata sforzata, volenterosa, non dovevo ridere.
Assassino.
Ma perché l’ho amato infine? Come ho fatto ad amarlo, a andare a letto con lui, a averci pure due figli?
* * *
Oggi è venuto e mi ha detto: «Manca un bottone alla mia giacca. Almeno a questo avresti potuto provvedere».
«Te lo attacco subito. Ma tu, non parlare così. Se qualcuno ti sente, pensa: “Non ha neppure chi gli attacchi un bottone alla giacca” e non è bello».
«Non è forse vero?».
* * *
Lui non sarà cambiato affatto da quando ci siamo sposati e avrei affrontato tutto per lui.
Solo io lo trovo cambiato, tutti dicono infatti che è sempre stato così.
* * *
Oggi è venuto a trovarmi il bambino: s’è seduto vicino a me e ha mangiato un mandarino. Ha poggiato bucce e semi sul mio guanciale. Gli ho detto di buttarli nel cestino.
«No, li voglio lasciare qui».
Io avevo gli occhi chiusi e la testa abbandonata sul guanciale. Senza aprire gli occhi ho ripetuto: «Togli quelle bucce».
«E io non le tolgo» (veramente ha detto: non le toglio).
«Guai a te se non le togli».
«Va bene, guai a me».
Avevo una voce distratta e tutt’altro che persuasiva. Tuttavia, con la stessa flemma ho proseguito: «Se non togli le bucce, dopo facciamo i conti».
«Per davvero, eh, facciamo i conti?».
Siccome non gli rispondevo, ha cercato d’infilarmi le dita negli occhi e ripeteva: «Hai detto “dopo”, hai detto “dopo!”».
«Dopo che cosa?». «Hai detto: “Dopo facciamo i conti”». Mi sono tirata su: «No, li facciamo subito i conti, birichino». Lui rideva felice e diceva: «No, dopo, dopo…» e nel ridere ha raccolto le bucce sul guanciale e le ha gettate nel cestino.
«Ah, brutto birichino!», è salito sul letto tra le mie braccia, io l’ho tenuto stretto e lui rideva ancora.
* * *
È una giornata meravigliosa.
Ho tanta gioia nel cuore e non so a chi darla.
Il buono, in quest’ospedale di Centocelle, è che dalla mia finestra vedo il campo d’aviazione e quegli aerei sul terreno mi dànno la speranza che esista sempre la possibilità d’alzarsi sulle cose della terra e volare liberamente nel cielo.
Ieri sera è venuto e abbiamo parlato.
M’ha detto che la nostra vita andrà sempre avanti in questo modo, che l’affetto non c’entra, non è una questione d’affetto, comunque l’affetto c’è, ma sono io che devo decidermi ad adattarmi alla mia situazione, accettarla infine, altrimenti, continuando a rifiutare lo stato delle cose, a ribellarmi all’evidenza, non faccio che stancare il mio cuore, «le agitazioni ti sono nocive» ha detto, «ti prego» m’ha ripetuto, «non peggiorare la tua salute pretendendo troppo dal tuo organismo».
Gli ho detto che non m’importa lo stato del mio cuore, che non è il mio bisogno di vita a danneggiare la mia salute, ma questa sua impostazione, il suo carattere invece sì. In verità non gliel’ho detto, l’ho solo pensato, come ho solo pensato che io muoio in quest’avarizia dei sentimenti, che niente m’uccide come questa visione parsimoniosa del mio “bene”, sua e di tutto il parentado.
Abbiamo parlato d’altro e abbiamo anche riso. È andato via e sono arrivate le visite dei familiari. Ho cominciato a chiacchierare tranquilla e invece all’improvviso ho pianto.
Siccome non ero allegra e sicura come al solito, forse hanno pensato ch’è un guaio per un marito avere una moglie che è o euforica o depressa, non calma e uguale, e hanno detto che sono troppo esigente e non ho motivo di pianto poiché ho un marito serio, d’affidamento. Se a volte si mostra un po’ chiuso, dovrei sempre ricordarmi della sua pena e essere più indulgente con lui. Ragiono troppo e, per essere troppo sottile, guasto ogni cosa.
Infine hanno detto tutti concordi che la mia amarezza è imperdonabile se si pensa che ho due figli che sono due vere meraviglie per bellezza salute e intelligenza, e che davanti ai miei figli, specialmente il più grande che capisce tante sfumature, non dovrei osare piangere e essere triste. Sono i miei figli e dovrebbero occupare tutti i miei pensieri, se io fossi veramente madre nel senso pieno della parola, e dovrei rallegrarmi ogni istante di vederli così sani e belli, e dovrei facilitargli la crescita e non complicargliela con i miei stati d’animo mutevoli, perché la maternità riempie la donna totalmente e non lascia spazio per fantasie romantiche e irreali in questo mondo.
In tutte le famiglie è così, in tutti i matrimoni subentra uno stato di torpidezza che, visto nel suo lato positivo, è quiete e riposo, e ha un suo calore.
Invece io m’ostino a cercare perfezioni irraggiungibili, creo sproporzioni tra aspirazioni e realtà, e sono io sempre scontenta, non lui come m’accanisco a dimostrare. Io rovino la felicità e la pace accessibili che hanno anch’esse una loro bellezza, e vedo catastrofico ciò ch’è solo normale. Anche perciò lui forse s’è ritrovato deluso.
Per una volta che mi sono sfogata… Non li perdonerò mai.
* * *
Dovrei dire: “Purché non succeda niente, purché sia così anche domani”.
Cuore mio, non t’agitare: fuori c’è il sole.
* * *
Riordinando la cartella della posta, ho trovato due fogli coperti dalla mia scrittura. La data è nel marzo del ’50: due anni fa. Non ricordavo affatto d’avere scritto questi fogli, d’aver provato già due anni fa simili stati d’animo. Come tutto è monotono. Già due anni fa avevo sentito e scritto le stesse cose e deciso di non soffrire più.
Per tutto risultato, me n’ero completamente scordata.
Forse avevo cominciato una lettera per lui, poi avevo divagato, avevo esitato se spedirgliela lo stesso o no, chi sa, infine l’avevo riposta nella cartella.
Eccola, la allego qui:
Va a caccia inghiottendo le distanze, sotto la pioggia, e torna sfiancato, sudato, zuppo, lo sguardo perduto, e si getta taciturno sul letto; va a fare nottate al circolo e rientra all’alba con la testa pesante e lo sguardo opaco arrossato per il fumo; la mattina s’alza frettoloso e scontento per andare a lavorare, e la sera rinnova le partite elettriche.
Deve sempre viaggiare, d’accordo, vedere persone, lo esige il suo lavoro per un avvenire stabile. D’accordo: si ripromette ogni volta un prossimo periodo di distensione, fermo, placido!
Ci ho pensato tante volte: per lui ci voleva una donna che, sposatolo, fosse divenuta di sua assoluta proprietà, si fosse sentita tale e conformemente a questo principio si fosse comportata, venendo a contatto con la realtà attraverso i suoi occhi, indirizzando le sue attitudini secondo la volontà del marito, facendo sua la volontà del suo signore e padrone, in ogni circostanza. Ancora questa mentalità, dopo una tale guerra mondiale…
Questo è il matrimonio.
Ma io vivo e godo di tutto con la mia mente e forse non dovrei vivere. Una sera, mentre l’aspettavo a casa, sedevo accanto al camino, senza desideri, il bambino stretto sulle mie ginocchia, l’altra creatura nel mio grembo dove prende forma e vita. Stavo immobile nell’immobilità circostante, fissa sulla fiamma.
Ma è tornato e ha detto che è colpa mia se torna sfinito dopo una battuta di caccia, non partecipo, lo giudico con lo sguardo, non cucino le sue beccacce, è colpa della famiglia che lo fraziona in mille responsabilità senza gratitudine.
Lo vedo pallido, sbarbato male.
Siede davanti a me a tavola.
Mastica.
* * *
Eppure quante cose sono cambiate da allora, lo riconoscevo di più, litigavamo ancora.
Su un libro i temperamenti come il mio erano definiti: “anime amorose sempre a credito, le quali poi, stanche di fare tutte le spese, dicono che l’oggetto del loro amore non risponde”.
* * *
Oggi ho avuto un brutto attacco e, mentre il cuore era in tumulto, ho pensato in un attimo: “Quando guarirò, fuggirò da lui coi bambini”, e mi sono sentita libera e felice.
Poi ho pensato che, se muoio in quest’attacco, lascerò i bambini, e mi sono sentita soffocare.
Non voglio lasciare i miei bambini. Il più grande mi ha chiesto: «Se sarò mamma, porterò i capelli lunghi co - me te?».
Io non morirò.
Forse sono io che non lo sopporto.
Dio mio, se muoio, come farò a perdonargli d’avermi amareggiato e sciupato la mia breve vita?
* * *
Oggi è venuto proprio mentre avevo una crisi. Si susseguono ininterrottamente.
M’è sembrato di morire. Lui mi stringeva le mani, gli ho detto: «Il nostro matrimonio, tu lo sai, non va tanto bene…» ma non sono più stata capace di parlare e non m’importava, era bello, sono rimasta rilasciata.
Ora scrivo con estrema fatica queste parole.
* * *
Oggi sono venuti i miei due figli col padre, con mia madre, con mia suocera.
Ho chiesto perché sono venuti tutti insieme e m’hanno risposto: «Per farti una sorpresa».
Ieri sono stata male e oggi sono debolissima e respiro appena, e detto queste parole alla mia amica cui ho affidato il quaderno per paura che me lo togliessero.
Se chiedevo: «Mamma, apri un po’ la finestra», mia madre si precipitava e la socchiudeva e mi domandava varie volte allargando e restringendo lo spiraglio d’aria: «Va bene così? O meglio così?».
Oppure se le chiedevo di sollevarmi i cuscini, quasi piangeva: «Dimmi come li vuoi. Ho paura di farti male». Mi guardava con gli occhi dilatati dietro gli occhiali.
M’ha fatto venire tanti nervi. Fanno morire la gente a trattarla così.
Le ho risposto sgarbatamente. Mi faceva pena.
La mamma di mio marito era seduta in pizzo a una sedia, col piccolo sulle ginocchia, e non si muoveva.
Se le dicevo qualcosa, si svegliava come da una desolazione infinita, e mi guardava con gli occhi lucidi.
Ha detto soltanto più volte: «Sta’ calma» e s’è nascosta il viso.
Mio marito si teneva la testa tra le mani ed era disfatto. Si precipitava come mia madre a ogni mio soffio.
Ha detto più volte, e la voce gli tremava: «Quando finisci quel meraviglioso golfino per il piccolo? Lo devi finire, al più presto».
Lo ha tirato fuori dalla sua borsa, era tutto spiegazzato. Mi ha guardato addolorato, lo ha posato sulle sue ginocchia, lo ha lisciato con le mani attento a non sfilare i ferri.
Si portava appresso il mio lavoro a maglia, voleva darmi forza e entusiasmo con un mezzo golfino.
Gli ho detto: «Io non sono cattiva».
«Lo so, lo so». Non l’avevo mai visto piangere.
Lui ha preso il piccolo che stava in braccio alla madre e mi ha detto: «Guardalo, com’è bello».
Il piccolo rideva e gesticolava. Lo vedevo attraverso le lacrime: era bellissimo, era cresciuto, fissava gli occhi su me con più malizia.
Allora il più grande, a ben tre anni, mi s’è avvicinato e m’ha detto: «Ma fa la pipì a letto».
Ho risposto: «Anche tu qualche volta, birichino».
«Ma io è un’altra cosa. La faccio quando sogno la strega brutta che mi dice: “Devi essere cattivo cattivo”. Ma quando sogno la fata buona, non faccio la pipì a letto».
«Allora sogna sempre la fata buona» ho risposto. Mia mamma ha raccontato che una volta il bimbo era uscito con mio padre e aveva visto un uccellino su un albero.
«Sparagli, nonno» aveva detto.
Il nonno gli aveva spiegato che non si uccidono gli uccelletti che volano e cinguettano e non sanno difendersi.
Il bimbo allora gli aveva risposto: «Fai bene a non uccidere gli uccelli. Io però vado a caccia e esce il sangue».
«Anch’io non vado più a caccia» ha detto mio marito con una nuova voce rauca che raschiava, mentre mia madre finiva di raccontare.
Il medico è entrato nella stanza e ha pregato i parenti d’andare via e di lasciarmi sola, perché ogni emozione, sia pure di piacere, per il momento mi era dannosa.
Sono usciti. Mio marito mi ha detto piano, prima d’andarsene: «Tornerò dopo, solo».
Il bimbo all’ultimo minuto aveva lasciato la mano della nonna, era corso da me e mi aveva abbracciato il volto: «Voglio restare con mamma».
«Domani, tesoro, non ti lascerò più, mai più». Sono riuscita a sorr
Nota dell’amica cui era stato affidato il manoscritto:
Disgraziatamente, disperatamente è successo qualcosa. Mentre dettava, s’è fatta violacea, le ho preso il polso, il cuore pulsava vertiginosamente, poi ha cessato e ha ripreso a sbalzi, lei ha articolato il nome dei bambini con angoscia negli occhi, ha perduto i sensi e non s’è più destata.
Iddio ha chiamato la sua anima ardente nel regno dove l’amore non si corrompe. Possa ella riposare in pace.
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