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Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

racconto d’una figlia

italian

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Le foto di mia madre mi stanno davanti sparse sul tavolo. La prima è del 1912, quando mia madre aveva sedici anni: è una ragazza snella, i capelli ondulati legati sulla nuca, in piedi di tre quarti nell’inquadratura d’una finestra aperta, col volto deciso un po’ chino su un libro che tiene tra le mani. Forse la foto è stata scattata ad Alatri dove viveva la famiglia di mia madre, forse a Roma dove lei frequentava le scuole superiori.
La seconda è del 1928, quando mia madre aveva trentadue anni: siede sull’erba in un parco con mia sorella e me piccolette (quattro e tre anni) in piedi accanto a lei. Ricordo vagamente quei tempi. Vivevamo a Reims, quindi il luogo alberato dell’istantanea sarà il Parc Pomery nel quale mia madre ci portava a spasso nelle giornate di sole. Qui mia madre siede col profilo aquilino altero sotto il cappello a cloche che le copre la fronte; porta un abito a pieghe, lungo sulle gambe sdraiate da cui fuoriescono le scarpette a punta con le sottili cinghie sulle caviglie.
Seguono altre foto di quegli anni in cui mia madre cammina tra noi due già cresciute, mia sorella e me sempre vestite uguali, con le mani guantate di bianco e col nastrino in testa. Qui so che stiamo a Parigi dove siamo andati ad abitare nel ’33. In una foto, avanziamo su un prato in mezzo agli alberi, che mi richiama le Buttes-Chaumont. Mia madre (che ha conservato un fisico da ragazza fino all’età di novantacinque anni quando è morta) indossa un vestito plissé beige o marrone – le foto sono in bianco e nero – e porta un cappello scuro a larghe falde, che sembra di paglia. L’espressione del suo viso è distinta. Lei ha dato sempre una grande importanza alla signorilità dei modi: compostezza e riservatezza. Però in un’altra foto in cui siamo tutte e tre al Jardin des Plantes davanti a un recinto d’animali, mia madre deve essere stata colta di sorpresa dal fotografo, che era immancabilmente mio padre, perché sta ridendo verso qualcuno oltre il recinto con un piacere spontaneo, inosservato: addirittura una ciocca di capelli biondi le sfugge dalla crocchia sul capo.
Mi risalgono scorci inattesi: mia madre che fischietta tra sé mentre ripone la biancheria nei cassetti; oppure la sento dall’altra stanza scoppiare in una squillante risata ascoltando la radio quand’è sola. Davanti a mia sorella e a me però, quand’eravamo piccole, ricordo che mia madre rideva raramente: sorrideva sì, con un cenno degli occhi quando ci approvava, ma forse riteneva diseducativo ridere liberamente. Gliel’ho poi chiesto, molto più tardi, perché verso gli ottant’anni era diventata più aperta al buon umore, all’ultimo si divertiva anche per piccole cose, specialmente con mia sorella che è sempre vissuta con lei, tutte e due si giocavano degli scherzi a vicenda (mia sorella è poi morta a sessantasette anni nel ’91 e mia madre l’ha seguita quattro mesi dopo a novantacinque anni d’età). Per tornare alla mia domanda, sul momento mia madre ha risposto che non era vero, lei era sempre stata allegra; poi ha ammesso che un genitore si deve controllare coi figli bambini. Infatti ricordo che diceva: «Ci vuole disciplina nella vita. Altrimenti tutto va a scatafascio, non c’è più regola».
Appunto, era severa. Veniva a darci la buona notte quando la governante ci portava a letto; la mattina passavamo noi a salutarla prima d’andare a scuola; a tavola, dovevamo sedere compite, lei ci correggeva con poche parole (non l’ho quasi mai sentita alzare la voce) e, se una pietanza non ci piaceva, non ci dava altro finché non avevamo mangiato quel piatto. Lasciavamo il cibo a pranzo? Ci veniva riservito a cena. Mia sorella s’impuntava e restava anche due giorni senza toccare un boccone a tavola (secondo me, mia madre fingeva di non sapere che la cameriera le dava da mangiare di nascosto in cucina). Invece io che avevo sempre fame non lasciavo mai niente nel piatto.
Eppure mia madre s’occupava molto di noi. Appena si schiariva il cielo, ci portava al parco o in un giardino pubblico dove sedeva a leggere e noi ci scatenavamo a giocare con gli altri ragazzini. A Reims ci conduceva anche al cimitero dov’era sepolta la sua primogenita morta a tre mesi. Lei curava la tomba e a noi diceva: «Giocate, su, correte, a vostra sorella piace».
Ah, come mi sentivo compresa quando la potevo accompagnare alla Bibliothèque Carnégie, a rue Voltaire, a poche centinaia di metri da casa, dove lei amava trascorrere qualche ora sui libri! Siccome a sei sette anni non leggevo troppo bene, mi facevo dare dal bibliotecario grossi volumi con foto d’animali e di minerali (da allora m’attraggono le pietre di cui oggi che ho settanta anni custodisco una piccola collezione).
E a Parigi? Andavamo ogni domenica mattina in una chiesa diversa che mia madre ci faceva visitare dopo la messa. Dopo mezz’anno ricominciavamo il giro, chiesa per chiesa. Poi, con la colazione al sacco, cambiavamo spesso giardino in cui scorrazzare, mia sorella e io, mentre mamma leggeva un libro su una panchina. Soprattutto rivedo certe nostre arrampicate sui ruderi romani nelle Arènes de Lutèce vicino a casa, nel Quartier Latin. Non so quante volte, dal ’33 al ’39 negli anni vissuti a Parigi, siamo andate al Louvre il giovedì pomeriggio, in cui non avevamo scuola diversamente dagli altri giorni.
A Reims mio padre era venuto poco a trovarci perché lavorava a Parigi da ingegnere architetto. Però pure a Parigi lo vedevamo poco, era occupato fino a notte alta, e fui io a scoprire all’età di undici anni, nel ’36, – e a riferire a mamma – che lui aveva un legame con la sua segretaria. Mia madre fu colta dalla disperazione e finì col non credermi perché mio padre, dandomi della bugiarda, negò con energia d’averla mai tradita. Certamente mio padre, dal carattere espansivo e dai modi assai gentili, aveva una grande ammirazione per la moglie e oggi credo che ne avesse anche molta soggezione. Conservo un suo disegno dove, attraverso tre variazioni progressive, l’aspro profilo di un’aquila si trasforma nel profilo aristocratico di mia madre dallo sguardo nero penetrante. Solo qualche anno dopo, per circostanze complicate che qui salto, mia madre dovette convincersi della volubilità di suo marito.
La reazione di Mariaconcetta (il nome di mamma) fu singolare, drastica: decise di non dipendere più economicamente dal marito. Quando rimpatriò in Italia con mio padre, alla dichiarazione della guerra, mia madre si stabilì con mia sorella e con me nel villino della mia nonna materna, ad Alatri nel Lazio. Mio padre era allora maggiore pilota dell’aeronautica e fu destinato in Albania. Mariaconcetta, che aveva una licenza tecnica e un diploma di francese conseguito da ragazza in Svizzera, nel 1940 si iscrisse alla Facoltà di Lettere, all’età di quarantaquattro anni. Imparò il latino da zero, curava le piante sui terrazzi degradanti attorno al villino, recitando a mezza voce declinazioni, coniugazioni e un mucchio di regole di consecutio temporum, innaffiava, potava, raccoglieva le foglie in terra e ripeteva instancabilmente. Nel ’41 ci trasferimmo a Roma. Lei era riuscita con incredibili pratiche a ottenere un anno scolastico d’abbuono per via del suo diploma svizzero, per cui, in soli tre anni, si laureò con una tesi di dottorato su La Bruyère. Ricordo che ci leggeva a ogni pretesto uno dei Caractères dello scrittore francese, che mi si sono impressi nel cervello per la vita.
Nelle foto di quegli anni in cui studiava, ad Alatri e a Roma, mia madre è rifiorita. Non più magra e col profilo teso come prima, più in carne, sorride di faccia guardando contenta nell’obiettivo, indossa nuovi modelli d’abito dai disegni mossi, non quelli classici che (a mia memoria) aveva sempre portato a tinta unita. In una foto, tira il marito per il braccio, come se lo sgridasse ridendo; in un’altra, datata febbraio 1943, tutti e due, in piedi davanti alla fontana di piazza Esedra, si guardano in un’aria di sfida divertita: mia madre, sempre a tacchi alti, con la volpe argentata al collo e in testa un cappello primo Novecento dal nastro di velluto morbido sulla spalla; mio padre aitante in divisa d’ufficiale pilota, sul petto i nastrini delle campagne di guerra.
In quei giorni mamma mi confidò d’essere partita ventiduenne per Madrid, nel ’18, appena finita la Prima guerra mondiale, e d’esserci rimasta due anni come segretaria in una ditta d’esportazione, perché lei, nel diplomarsi in francese, come seconda lingua aveva studiato lo spagnolo. Già conosceva mio padre che aveva fatto di tutto per sconsigliarle d’andare sola così lontano, un rischio, una vergogna. Ma lei era partita lo stesso: «Tuo padre me lo rinfaccia ancora oggi. Stia attento, che non ci metto niente a andarmene di nuovo» concluse il suo racconto piangendo.
Poi ci fu l’8 settembre, data dell’armistizio, cui seguirono anni drammatici per i miei genitori, anche per la mia lontananza nei Lager nazisti; di quel periodo però ho una sola loro foto, del novembre ’44: siedono tra il pubblico in una sala di teatro, mia madre col viso assorto, in un completo scuro da mezza sera, e mio padre in divisa, accigliato accanto a lei.
Mariaconcetta si ritemprò dalle ansie nel dopoguerra, a poco a poco, soprattutto quando poté finalmente insegnare. Le sue foto assieme ai suoi alunni ginnasiali sono particolarmente serene, lungo gli anni. Ne ho tre sotto gli occhi. Nella prima del giugno ’49, lei sta in piedi in un cortile in mezzo ai ragazzi dall’aspetto vivace che la circondano, qualcuno accovacciato: indossa un tailleur grigio sulla camicia di seta chiara, i capelli castani raccolti sulla nuca, la testa diritta con uno sguardo insolitamente affettuoso. Nella seconda, dell’aprile ’54, sta nella fila in alto tra le sue scolare dal grembiule nero col colletto bianco: sorride rilassata, la testa un po’ china sul collo di pelliccia del suo cappotto nero. Nella terza, del maggio ’58 – non dimostra certo i suoi sessantadue anni –, è in piedi accanto al preside nella fila centrale del gruppo di ragazze: un po’ impettita nel suo abito marrone accollato, i capelli chiari ondulati ai lati del viso, guarda dignitosamente fiera nella macchina fotografica che la riprende.
A parte, senza data, mia madre siede dietro un tavolo con un viso felice sotto il cappello a larghe tese, di solito sorride a labbra chiuse, invece qui lo fa a bocca aperta, con una bellissima fila di denti bianchi, gli occhi neri scintillanti; ha la penna in mano e pare aver alzato la testa all’improvviso dal foglio sul quale stava scrivendo, tailleur bianco a mezze maniche, trousse di pelle poggiata vicino al braccio sinistro che tiene la carta. Rammento che in quel periodo stava bene: aveva appena pubblicato una grammatica francese in tre volumi per le scuole medie e d’avviamento professionale, che le era stata lodata anche dal provveditore agli studi. L’insegnamento e le soddisfazioni di lavoro le ridavano lena, tra i dispiaceri.
Negli anni Sessanta i miei genitori si separarono, un po’ per volta. Mio padre aveva preso, qui a Roma, un grande studio in un attico a poca distanza dall’appartamento al terzo piano in cui abitava con mia madre e mia sorella. Publio (così si chiamava e firmava nei dipinti) prese l’abitudine d’assentarsi ogni tanto, poi sempre più spesso perché, diceva, gli piaceva dipingere specialmente di notte, indisturbato. Finché pian piano si portò via gli oggetti più cari e non tornò a casa. Fu una separazione apparentemente indolore. Mio padre ospitava la sua ultima amica ma invitava anche di continuo mia madre al ristorante, l’accompagnava in macchina ad Alatri, mandava dischi a mia sorella e a lei fiori e i marrons glacés che prediligeva. Tutto scorreva con eleganza, ma mia madre ne rimase ferita. Ho solo una foto di quegli anni, dove sta in piedi con mio padre e un’altra signora su uno sfondo di campagna. È un po’ rattrappita, curva nel suo cappotto beige, porta in testa una piccola toque ugualmente beige arricciata ai bordi, tiene le mani incrociate sulla vita, il sorriso affaticato.
Si riebbe quando mio padre, che aveva ottantatré anni portati assai bene, cadde e morì sul colpo, di trombosi, nel ’75. Tutto il quartiere venne al suo funerale, i negozianti ne vantavano la comunicativa, la finezza: un vero artista. Mamma mi annunciò fissando la sua tomba: «Lo sapevi? Publio non ha mai voluto divorziare da me: io continuavo a proporglielo, ma lui no».
Mariaconcetta aveva allora settantanove anni. Si raddrizzò e cominciò a girare il mondo coi viaggi organizzati. Era una camminatrice instancabile. Mia sorella si preoccupava e a volte l’accompagnava. Ho diverse foto di quel tempo. Siedono liete tutt’e due in belle tavolate all’aria aperta sotto gli alberi, oppure stanno contro il basamento d’una grande sfinge di pietra in Egitto. Altrove la testa ridente di mamma sporge in mezzo ai passeggeri in un battello che sta filando sull’acqua; in una foto a colori lei avanza a braccetto di un’amica tra ruderi a me sconosciuti: in tailleur grigio chiaro e blusa bordeaux, la grande borsa di coccodrillo infilata nel braccio libero, i capelli gonfi raccolti dietro, il viso insieme contento e battagliero.
In una foto in casa di mio figlio che l’ha invitata a festeggiare i suoi novanta anni, in mezzo a lui e alla sua compagna, mia madre ha un’espressione pensosa; i capelli argentati sempre in ordine perfetto le risaltano sulla pelliccia nera di persiano, il foulard di seta bianco al collo accentua la tinta abbronzata del volto, gli occhi bassi, la bocca stretta volitiva; una mano guantata (chissà perché) è poggiata a un tavolo. Smistando, ritrovo un’altra foto che m’era sfuggita, di quando mio figlio aveva due anni e stava imbronciato in braccio alla nonna dall’occhio ammonitore. Ecco, mi viene da sorridere al pensiero delle regole a tavola che voleva insegnare al suo nipote Marco. Forse riteneva che l’educazione d’un membro della famiglia richiedesse più intransigenza che non quella d’uno scolaro. Una volta mi convinse a lasciarle condurre mio figlio con sé a Parigi quando il piccino aveva cinque anni e, al ritorno, mi raccontò d’averlo portato al Louvre ad ammirare la Vittoria di Samotracia, a Notre-Dame, al Châtelet e credo pure al cimitero del Père Lachaise. Era per lei normale esserselo tirato dietro dappertutto nelle sue maratone culturali: «Non è mai troppo presto per aprire la mente d’un bambino. Montaigne non aveva imparato il latino a quattro anni?».
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