sotto la palma
italian
Una gattina piccolissima magra spelacchiata miagolava con immense fauci sotto la palma, nella luce del mattino. Guardava fisso la bambina che le s’era fermata davanti.
«Presto» s’irritò la madre, «non ricominciamo con le bestiole randage» e tirò via per il braccio la bimbetta di nove anni. Rina s’annotò nella mente l’ubicazione della palma. Aspettami, disse tra sé alla gattina.
Quando la madre si sdraiò sotto l’ombrellone, andò a guazzare nell’acqua. Teneva d’occhio la madre. Appena la vide parlare con due amiche in bikini, Rina si sentì libera. Aggirò lo stabilimento e si precipitò sul lungomare: la gattina era lì.
La carezzò, ma l’animaluccio, rigido sulle zampe, i radi peli dritti come un soffione, continuava a miagolare con tutto il fiato. «Ho capito» le disse Rina, «hai le croste, le vedo». La prese in braccio e, stringendola al petto, «Vieni» le sussurrò, «ti nascondo in giardino e ti medico un po’». Subito l’altra tacque.
Poco dopo, sistemato un cuscino sull’erba sotto un cespuglio, Rina le porse un piattino con qualche mollica di pane intinta nel latte. La micetta chiuse più volte gli occhi rivoltolando i bocconi col muso nero, adagio, prima di decidersi a mangiare.
La notte seguente, Rina dormì avvolta in una coperta sull’erba, in fondo al giardino, assieme alla gattina coi peluzzi appiccicati. Le aveva spalmato una pomata antiscabbia che sembrava darle fastidio. Ogni tanto la bambina si svegliava per impedire alla sua protetta di grattarsi. La gattina soffiava un po’ prima di cedere, girava due tre volte su se stessa con passetti fitti fitti, la coda arrotolata, finché tornava ad appisolarsi.
Dopo una settimana era guarita. Nessuno a casa s’era accorto di niente. Rina le parlò: «Se prometti di non strillare, possiamo andare a dormire nel letto. Pensa se piove! Ci dobbiamo organizzare». Così fecero.
Ma una mattina la micetta non volle scavalcare come al solito il davanzale della finestra per nascondersi in giardino. Sgattaiolò come un’anguilla dalle braccia della bambina e, raschiando con le unghie la porta della camera, pretese di visitare l’appartamento. Rina le aprì e l’accompagnò in corridoio. La gattina le camminava a fianco col muso proteso, lenta, gli occhi due fessure orizzontali, la schiena arcuata, la coda orizzontale.
«Che cccosa?» comparve la madre. «Che cccosa vedo?» s’irrigidì.
Rina tremò, non voleva che la sua piccola ospite s’impaurisse e stava per tener testa alla madre, quando s’accorse che la micina proseguiva la sua camminata, tranquilla all’apparenza, giusto un po’ più sollevata sulla punta delle zampe, il pelo della coda gonfio (quasi vibrava), il muso in avanti appiattito come quello d’un serpente.
Come la madre fosse trasparente, la gattina le passò accanto con andatura indolente (ma Rina ne percepiva ogni muscolo teso, pronto a scattare), penetrò in salotto e bighellonando con le narici che fremevano annusò una poltrona dove, con un salto molle, s’adagiò. La madre e la figlia s’erano affacciate alla porta del salotto. Il mento appoggiato sulle zampe anteriori, la gattina contemplava il vuoto davanti a sé. Durante la spiegazione concitata delle due creature umane, sbatté un paio di volte la coda, secca, finché in tre balzi guizzò fuori, all’aria libera.
Rina la rincorse. Quando la raggiunse trafelata, la gattina rallentò il passo ma non si girò, procedeva volgendo lo sguardo di qua e di là, sfiorò una foglia con un baffo, si fermò a tastare un sasso, si mordicchiò sotto un’ascella. «Sei tu che sei voluta entrare» diceva la bambina, «io lo sapevo». Ma la gattina stava già varcando il cancello, verso il lungomare.
La madre le ritrovò la sera dietro un’altra palma, vicino al molo che conduceva al faro. Rina sedeva in terra con la schiena contro le grosse squame, le mani attorno alle ginocchia piegate, e parlava. La gattina più in là, seduta di spalle, il muso sonnacchioso, emetteva ogni tanto un miagolio svociato all’indirizzo d’un moscerino, d’una farfalla.
La madre le osservò a lungo. S’accorse che la figlia piangeva. La gattina sbadigliò, si stirò, infine si volse verso la bambina, arrotondandole gli occhi fosforescenti sul viso. Sto diventando matta?, si chiese la madre.
Le ci vollero poi mesi per farsi accettare dalla gatta che, diciamolo francamente, non le diede mai una vera confidenza, neppure più tardi in città.