tra i pensieri d’una terrorista rossa
italian
Anno 2127. Reperto manoscritto verosimilmente degli anni 1971-1978, archiviato a suo tempo presso gli uffici della Polizia del Sevizio Antiterrorismo dipendenti dalla Questura di Roma, in stretto collegamento con similari Servizi in altri agglomerati urbani della penisola italiana (cfr. pratica inwtsk.rc n° 10 alla diciannovesima potenza, nel 7° padiglione del cosiddetto Ministero degli Interni). Non specificati data, fonte e luogo del reperimento. Testo improbabile.
In corso ulteriori ricerche sui motivi di tale archiviazione.
Spiacente di deludervi, signori giurati, ma non ho avuto traumi infantili né cocenti esperienze personali. Vengo da una famiglia modestamente agiata, padre professionista e madre casalinga come già sapete, genitori integrati senza inquietudini politiche, cittadini tranquilli. Vi assicuro che sono stata veramente educata con cura, nel rispetto delle leggi e dei buoni sentimenti. Credetemi, dal punto di vista privato e familiare, non ho attenuanti. D’altra parte, non penso che vi convenga scomodare la sociologia per collocare il mio caso, perché vi toccherebbe elaborare una teoria a parte per ognuno di noi, visto che proveniamo dalle classi sociali più disparate, dal sottoproletariato su su fino all’alta borghesia o viceversa, attraversando in lungo e in largo il terziario che tra noi è molto rappresentato. Per di più, a rifletterci bene, anche il concorso di circostanze che m’ha portata impercettibilmente a entrare nel partito armato tre anni fa (avevo allora diciannove anni) non è stato per niente “fatale”. Situazioni simili a quelle in cui mi sono trovata io si sono presentate a centinaia di ragazze come me, che non per questo hanno imboccato la via della sovversione. Perciò anche la spiegazione generazionale lascia a desiderare. Se è vero che i giovani e giovanissimi tra noi sono parecchi, comunque l’età dei combattenti nella lotta armata è molto articolata: è noto che va dai diciassette ai cinquanta anni e passa, e non è detto che gli “anziani” siano i meno determinanti.
Ora, poiché vi ostinate a scartare a priori la spiegazione politica che noi invece rivendichiamo, signori giurati, ve lo dico con tutta la mia comprensione per la direzione obbligata del vostro verdetto: non avete scelta, non vi rimane che affidarvi alla spiegazione patologica. Siamo dei criminali. Intendiamoci, non siamo soltanto dei semplici malviventi, di quei normali delinquenti comuni che, dal giorno in cui siamo comparsi noi sulla scena, sono diventati improvvisamente più compatibili agli occhi della legge, più degni di riflessione umana. No. Noi delinquenti politici abbiamo una patologia deformata, mostruosa, che spinge il nostro stesso raziocinio al delitto. Come Creso mutava in oro tutto ciò che toccava, così noi abbiamo una malformazione mentale che ci induce a trasmutare ogni costruzione del nostro pensiero in atti di violenza omicida. Non a caso, infatti, il partito armato conta tante donne tra i suoi affiliati. Le donne, si sa, sono creature più irrazionali degli uomini. Immesse troppo rapidamente nel mondo del pensiero maschile – specie in Italia negli ultimi decenni –, per forza hanno concorso a degradarlo. Non hanno familiarità col ragionamento astratto. Una volta perso il freno dei ruoli tradizionali, se non hanno i nervi solidi, rischiano di gettarsi in politica come in un’avventura emotiva. Non sono preparate a separare il pensato dal vissuto. Guai se si armano, sono spietate guerriere, la cultura occidentale ne è piena, dalle Amazzoni alle Valchirie alla Clorinda del Tasso. Se poi sono anche scostumate, la loro ferocia è senza limiti. Le terroriste d’oggi, certo, sono a un livello molto più basso, sbandate e insieme succubi e sanguinarie di formato piccoloborghese; lo sradicamento troppo brusco le ha proprio inaridite, per questo hanno un comportamento così ottuso. Ne avete la riprova nel fatto che le donne scarseggiano tra i “pentiti”. Gli uomini sì, sono pronti talvolta a collaborare con la vostra giustizia indicando nomi e rifugi di ex compagni. Le donne, forse anche per mal posto mammismo represso, proteggono col silenzio i loro maschi.
Perciò, signori giurati, non avete via d’uscita. Questa donna di ventidue anni che vi sta davanti e che sono io non merita la vostra clemenza. Non sono stata maltrattata da bambina; non sono stata neppure sfavorita da madre natura che, come scrivono i giornali e potete constatare voi stessi, m’ha dotata d’un “aspetto attraente” e così via; di frustrazioni professionali non ho fatto in tempo ad averne: quando ho preso la maturità classica a pieni voti, già avevo deciso tra me d’entrare in guerra contro questa società; e non l’ho fatto per seguire nel bene e nel male l’uomo amato, perché allora non ero legata a nessuno. Capisco che, così dicendo, vi tolgo anche l’ultima possibilità d’alleviarmi la tremenda condanna che m’aspetta. Sarebbe così romantico se io fossi diventata criminale per amore. Vi ripeto, non vedo come possiate aiutarmi.
Savina posò la biro respingendo i fogli scritti sotto il paralume acceso. Carogne, pensò, ce l’avete fatta a riempirmi d’odio. Tutto vi perdono, guarda, ma non quest’odio che m’avete inoculato. Aprì il cassetto della scrivania e tastò la pistola. Non mi prenderete viva. Non v’illudete perché non ho ancora ucciso di mio pugno, ho già sparato. Arresterete il cadavere di un’assassina. Li vedo i vostri cani lupo sguinzagliati per la campagna. E poi alla televisione eravate fieri di mostrare il maglione di Maura infilando un dito nei fori delle pallottole schizzati di sangue, alla manica e al colletto. Questa è la società umana in cui dovrei rientrare? Quel povero cane lupo cui strofinavate il maglione sul muso scostava la testa lui, torceva il collo, e voi a premergli l’indumento tra le zanne, finché ha fiutato il sangue e preso la rincorsa.
Savina rimase assorta, poi sospirò. Povera me, sono caduta nel pietismo. Se siamo in guerra, che devono fare? Inseguirci con i caprioli e le cerbiatte? Non è questo il punto. Lo sapevo dapprima che questa società è inumana. Altrimenti non sarei giunta alla conclusione che con mezzi pacifici non si smuove niente. Ammettiamo pure che tutta la nostra analisi politica ci ha portati alla convinzione che soltanto un’insurrezione armata può minare lo status quo, questo traballante equilibrio al vertice delle superpotenze che si spartiscono i popoli come materiale umano di dominio, questi infami squilibri economici fra gli strati dei cittadini italiani, queste disgustose trappole democratiche che… Ferma così. Non possiamo passare la vita a oscillare tra il moralismo politico, l’analisi strutturale e l’intervento diretto. Noi ci indigniamo che loro sfruttano i lavoratori e addormentano le masse, e loro ci aizzano contro l’opinione pubblica perché ogni tanto giustiziamo qualche loro servo. Dalla loro angolazione sono abili: ignorano le nostre analisi e badano solo agli effetti spettacolari. Pubblicano esclusivamente (e a stralci) i comunicati che emettiamo durante i sequestri. Dunque, senza sequestri e omicidi, non otteniamo ascolto. Ma è un’abilità apparente la loro, perché in questo modo si smascherano da soli: mostrano che, più dei nostri “crimini’’ così altamente aborriti, in realtà sono i nostri documenti di riflessione dottrinaria a disturbarli sul serio. Infatti, se ne sbrigano con uno sbadiglio sui loro mass media, accennando a mala pena alle centinaia di pagine “farneticanti” che “affastelliamo”. Questi cari democratici, sono loro che ci inchiodano all’azione-lampo, che ci concedono solo l’area del delitto.
Gli ricadrà addosso. Che ne sappiamo di chi andrà a finire nel secchio d’immondizia della storia? Secondo noi, è questa società destinata a scomparire. Per loro invece, siamo noi che gli guastiamo la pace civile e quindi andiamo estirpati dal corpo sociale. Forse ci annienterete, come furono spazzati via gli albigesi o gli spartachisti. Ma la vostra cultura è già bell’e morta. Infatti, ogni fenomeno che non vi quadra, voi lo riducete al già spiegato. Credete di risolvere qualcosa classificando in categorie passate tutto il nuovo che accade? Immancabilmente scovate qualche riferimento noto per svuotarci d’ogni senso attuale. Una volta siamo riproduzioni involgarite dei nichilisti dell’Ottocento, un’altra siamo automi prezzolati di chissà chi. Sempre per disprezzarci al confronto. Almeno ho la consolazione che questo vostro cervello all’indietro vi perderà, perché una società è viva finché discute anche la propria fine ma, se si pensa eterna e stabile, è una società bloccata. Il resto m’è indifferente. A ventidue anni sono stanca e non ho una gran voglia di vivere se, per riottenere il diritto alla parola, devo perdere l’ultimo rispetto di me fino a far arrestare e abbattere i miei stessi compagni.
Supina al buio nel letto sotto le coperte, Savina cercò di dormire. Prese a inseguire le immagini che ultimamente la quietavano. Da qualche tempo, studiare i corpi celesti la distendeva. Riandò con gli occhi della mente alle galassie ellittiche e a spirale che in quei giorni di forzata inazione aveva lungamente contemplato nei libri d’astronomia spaziale accumulati in casa. Tutti i militanti della sua colonna erano stati acciuffati. Lei non aveva altri contatti. Forse più degli incommensurabili universi lontani, l’aveva impressionata un volume sui pianeti del sistema solare. Venere per esempio aveva giornate di quattro mesi, per cui l’emisfero notturno avrebbe dovuto essere gelato sotto lo zero assoluto. Invece Venere manteneva una temperatura costante di quasi cinquecento gradi di calore su tutta la sua superficie perché, a trenta chilometri d’altezza, una coltre di nuvole sospese avvolgeva interamente il pianeta correndogli attorno all’infinito. In meno di sei giorni terrestri, quest’enorme fodera d’acido solforico con biossido di zolfo si faceva un intero giro di Venere, riscaldando in continuazione anche la faccia del pianeta immersa per quattro mesi nella notte più fonda.
Ed ecco, questa corrente di zolfo in tormentosa velocità impediva a Savina di trapassarla, sospingendola obliquamente ad annaspare nell’acida propulsione dei fiotti solforici che l’avvampavano. Savina sapeva benissimo che non era possibile lei galleggiasse in quella ribollitura di miasmi irrespirabili perché il suo corpo sarebbe stato immediatamente bruciato in un guizzo. Eppure era viva, sentiva fisicamente le lame d’acido nella carne, il vapore del sangue che le sgorgava dal corpo. Vedeva, anche se gli occhi premevano per schizzare fuori. Adesso lei doveva a tutti i costi puntare verticalmente in picchiata. Ma dove andava? Sotto si stendeva tutta quella densissima anidride carbonica, per cui alla deriva sulfurea sarebbe subentrata un’altra irrespirabilità di fumi mortali che l’avrebbero fulmineamente schiacciata al suolo sotto il masso delle loro novanta atmosfere.
E d’un tratto capì: non sono io. Il suo pensiero era stato proiettato nel sonno dentro a quella coltre rotante intorno a Venere. Ma allora era la mente che sentiva?che vedeva? Questa era la cosa più atroce perché, se lei non si svegliava, il suo pensiero sarebbe rimasto lì per sempre, completo, senza più bisogno del corpo in cui tornare e, se il suo pensiero era lì, lei, come poteva svegliarsi? Cadendo a terra, Savina si destò. Giaceva sul fianco ai piedi della branda. Sudava freddo. Aspirò sospettosamente l’aria notturna calcando il palmo della mano sul pavimento, ma non osava muoversi. Ugualmente l’invasero tutt’insieme i soliti ragionamenti: perché, vedete, a momenti ho pensato anch’io che i nostri metodi potessero essere senza sbocco, che in dieci anni di sperimentazione la nostra propaganda non ha poi tanto funzionato. Anche se dieci anni sono un batter d’occhio, sono arrivata non so quante volte a concepire la nostra sconfitta. E non è certo per me che faccio un dramma, il rischio del carcere a vita era messo in conto in partenza. È per la vostra diffamazione, il vostro indurci all’abiezione premiando tra noi i delatori, per poi annunciare al mondo, come ha fatto quell’inquirente all’ultima infornata di “pentiti”, che, «questi pseudorivoluzionari con la P38, senz’armi sono dei vili…».