Korimba

Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

(tranne con lui)

italian

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È sempre impacciato nell’annunciarmi che parte, assume una faccia contrita da lasciarmi intendere ch’è contentissimo d’andare. E io di rimando: «No!» grido afflitta. «E per quanto?», mentre mi sfilano davanti tutte le belle cose che potrò fare durante la sua assenza, e già mi viene un buon umore gioviale che rificco sotto. L’accompagno col dovuto occhio coniugale fino all’ascensore.
Appena se n’è andato, la prima cosa che noto in casa è il disordine. Un matematico non dovrebbe essere preciso? Lui lascia tutto in giro. Ora sì che potrò spolverare i libri allineati negli scaffali spazzolando e sbattendo ogni volume col fracasso necessario, senza sentirlo borbottare che i libri stanno benissimo, dov’è la polvere?
In realtà non mi piacciono i lavori domestici. Forse per questo, quando mi decido a farli, mi ci metto in modo un po’ spettacolare, per esempio mi capita sempre mentre lui sta in casa. Eh sì, lui ha l’aria di pensare che le cose si facciano da sé, allora raschio il parquet, circondata di barattoli e di stracci, lo cero e tiro a lucido carponi per terra. «Per te la vita è manutenzione» emette lui assorto, squadrandomi dall’alto mentre ginocchioni strofino il legno con la paglietta di ferro, attenta a seguire il verso dei listelli a spina di pesce. Gli dà fastidio vedermi “trafficare” per casa, dice, ma mica si rimbocca le maniche di sua iniziativa: «Che vuoi che me ne importi!» esclama, però se nessuno rassetta, prende una speciale espressione longanime e, grosso e goffo com’è, s’aggira per le stanze come un gatto sul bagnato, finché con una rumorosità indicibile – sferragliamenti tonfi strascinii – afferra secchio d’acqua e scopettone e comincia a strofinare il marmo della cucina o dell’ingresso che pare debba levare quattro dita di sporco. Per me lo fa apposta con la speranza che io lo scansi, «Dài, lascia, faccio io». Me ne guardo bene. Dovrei fare le pulizie quando lui non c’è, ecco quello che vorrebbe (non lo confesserà mai).
Lo conosco molto bene (meglio di quanto si conosca lui). Anche lui mi conosce bene, altro che! Succede abbastanza spesso che bisticciamo proprio perché io mi sono comportata secondo il suo punto di vista, e lui secondo il mio. «Ma se sei tu che hai sempre detto» stupisco io; «Già» ghigna lui «però tu sostenevi invece che…».
Comunque adesso è tardi, mi dedicherò domani alla casa, va, così al suo ritorno gli risparmierò per una volta la visione della mia schiavitù di massaia (rido).
La sera a letto, smorzo la luce e accendo la sigaretta, guardo il piccolo cono rosso incandescente nel buio. Di solito lascio fluire le sensazioni e le immagini finché si perdono nel sonno; a volte decido di meditare in termini espressi e non soltanto fantasticati; quando soffro, sono più logica. Mi capita anche di tardare ad addormentarmi per un’affettuosità che m’invade: l’anima mia se ne sta immobile, adagiata sui suoi affetti come su morbidi cuscini, così gran signora che fa fatica a sollevare un dito.
Con tutte le mie belle intenzioni, invece di lavorare, mi sono svegliata a mezzogiorno e sono andata a spasso in automobile, a gustarmi la breve estate di San Martino. Le vie erano sgombre perché era l’ora di pranzo (mi piace digiunare quando resto sola, a lui piace cucinare, ha un vero talento, e io lo lascio fare).
Prima mi sono diretta verso Monte Antenne e, giunta in cima, mi sono seduta su un sasso a contemplare il bosco in pendio; le punte dei rami spogli dondolavano sfiorandosi con inabile tenerezza (il cielo era di un azzurro straordinariamente delicato); poi sono corsa a Ostia dove ho trovato i cavalloni che giocavano alle montagne russe (non so cosa ho addosso oggi, tutto mi pare così speciale) e al ritorno, contro il cielo limpido, s’è levata un’aria ventosa e io correvo sull’autostrada come planassi. Attraversando la città, a un crocevia, il vigile col braccio teso ha intimato a una macchina di parcheggiare: la vettura ha virato lentamente sulle ruote e, quatta come un cane, s’è accucciata contro il marciapiede. Sarà forse che da un po’ di tempo in qua (tocco ferro) noi due siamo in buona, ma non è mica stato sempre così.
C’è stato un periodo, ricordo, in cui non tolleravamo nemmeno l’esistenza dell’altro, non ce la faccio più, m’ammazzo, pareva che facessimo a gara a chi s’ammazzava di più.
Devo dire che ancora oggi, se m’accusa di qualcosa, «Avanti» lo sfido, «dimmi tu come devo essere, non ti vado a genio in nessun modo». Poi mi commuovo: «Tu mi vorresti morta». «Eh» annuisce lui ridacchiando, «è un’idea!». (Non capisce quando non è il caso di scherzare.)
Certe volte lo trovo pure dispettoso. Cammina per casa su e giù che mi fa girar la testa, lo fa apposta del resto, si rende insopportabile di proposito, infatti: «Esco» conchiude, «sarà meglio». «Non andrai mica al cinema da solo?» getto lì sbadata, reprimendo una furente indignazione (lui sa che devo consegnare una traduzione l’indomani e non mi posso muovere). «Io?» casca lui dal cielo. Ci va, posso giurare che ci va.
Quand’è lontano, mi s’affollano i ricordi, come fossi stata assente dalla mia anima per chissà quanto tempo, le frugo negli angoli, scopro cose dimenticate, ritrovo roba usata. Tiro fuori tutto all’aria, spalanco le mie finestre mentali, spazzo, scuoto, butto (quanto c’è da scartare). Ma quando lui sta per arrivare, di colpo sparpaglio carte e sposto sedie nel mio cervello per togliermi quest’aria da parata.
Prima dell’alba ho iniziato le pulizie con tanta lena (avevo staccato il telefono per non essere interrotta) che sono rimasta di stucco quando ho guardato l’ora: già le quattro del pomeriggio.
Però che soddisfazione, la casa brilla che è un piacere contemplarla, e poi, nel silenzio, si pensa così bene.
Adesso scappo in bagno.
Ho fatto la doccia e, mentre gli ultimi sprilli d’acqua fredda mi punzecchiavano le spalle scorrendo in rivoli gelati lungo la schiena, ho visto riflessi nelle maioliche a muro i meravigliosi colori viola verde arancio che il vetro smerigliato aveva separato dalla luce di fuori. Dal petto m’è sprizzata un’allegria e sono uscita di corsa per andare in una libreria del centro quasi avessi un appuntamento.
Leggo i titoli nelle vetrine, entro nel negozio aspirando il buon odore della carta stampata, e mi chino avidamente a sfogliare le nuove pubblicazioni. Ma a poco a poco ho avuto fretta di rientrare, di sedermi a tavolino.
Per me è una fortuna lavorare in casa, e poi tradurre è un’emozione, specialmente dal tedesco che, sintatticamente, è così costruito. Mi piace trasformare una lingua in un’altra, scovare i vocaboli corrispondenti, consultare dizionari, scartabellare vecchie grammatiche, il foglio bianco ha potere su me, non è come pensare o parlare; nel tradurre devi pesare ogni parola, esaminare gli accostamenti di termini, accordarne i suoni, è bello quando ti senti a tuo agio in un’espressione che non conoscevi, il momento in cui ti scopri in confidenza con un modo di dire e di vedere che non t’era familiare. Generazioni di uomini si sono dedicati a regolare i linguaggi perché i figli potessero intendersi, perché il margine dell’arbitrio e del malinteso fosse ridotto al minimo.
Secondo lui, mi sto facendo della grammatica una religione perché vi trovo la compagine che manca al mio temperamento. Come se lui si fosse specializzato in matematica non per bisogno di chiarezza, di organizzazione intellettuale, no no. Come se la sua struttura psicologica fosse meno ingarbugliata della mia. A chi lo dice? Al suo confronto io sono addirittura lineare.
Credeva di definire una volta per tutte il nostro rapporto, come fosse una formula algebrica da risolvere.
Tre anni fa, quando ci siamo conosciuti, andavo per i ventotto come lui, ero una donna fatta. E desideravo soltanto lavorare, lo sa, gli ho raccontato attraverso quali esperienze ero giunta a preferire una lucida solitudine a affetti approssimativi. Ero diventata una specie di trasformatore: elaboravo gli stimoli che ricevevo per convertirli in impegno (sociale, culturale). La mia persona non m’interessava più, ne ero fiera tra me, almeno così mi convincevo.
Una voce maschile mi telefonò e mi chiese se potevo aiutarla a tradurre dal tedesco una ventina di pagine, appunto d’un testo d’algebra. «Volentieri» risposi (ero a corto di soldi), «ma non sono competente in materia». Si convenne che avremmo tradotto insieme oralmente, in un paio di sedute. Si discusse quasi subito, non ricordo a che proposito, e lui, dopo due o tre divergenze d’interpretazione, come scacciasse una mosca dal naso, disse quasi sottovoce di non poter soffrire le persone che si sentono buone, era più forte di lui, non le mandava giù. Colpita sul vivo, mi difesi e lo attaccai, lo accusai (banalmente) di vivere tra i numeri. Ci separammo freddamente. L’indomani mi telefonò per comunicarmi con molto garbo che, certo era un bel pasticcio per lui, ma non intendeva importunarmi oltre, «tenterò di cavarmela da solo coi vocaboli tedeschi», voce mesta, e riabbassò il ricevitore. Mi sorpresi a richiamarlo per dirgli: «Ma no, perché? Continuiamo la collaborazione» (avrei già dovuto mettermi in guardia). Fu così che cominciammo.
Di getto: mi sentii trasportata. M’isolavo a passeggiare in campagna, i miei sguardi vagavano tra i colli, si posavano sulle cascine, scivolavano tra gli alberi come raggi di luce che disegnano forme e colori senza vedere. (Ogni tanto ci ritorna la pienezza d’allora, non mi so spiegare, è una sensazione rotonda e insieme qualcosa d’appena intravisto, come un ricordo che ci aspetta.)
Decidemmo di metterci insieme. Se reggevamo alla convivenza, ci saremmo sposati.
Non m’immaginavo che fosse così trasandato, la sera dimenticava di lavarsi i denti, dovevo sempre dirgli: «Hai cambiato le mutande? Hai cambiato i pedalini?». Insomma se non gli apparecchiavo tutto io ogni mattina sul letto, infilava soprappensiero la camicia del giorno prima senza nemmeno guardare se il colletto era pulito o no. E che diamine! Decisi di non lasciargliene passare una: «Hai riposto la giacca sull’attaccapanni?», «Hai lucidato le scarpe?».
Si appuntò, su un foglietto attaccato al muro della cucina con lo scotch, la lista di quelle che chiamava le mie “precettazioni”. Finché: «Smettiamola» sbottò, «formulati i termini d’un problema si va oltre, non si può passare la vita a ricalcare le stesse orme».
«Va bene» rispondevo io al limite delle forze, «ma…».
«Fissata una relazione, la si assume come data e si prosegue».
«Già» gli ritorsi contro il suo linguaggio «però quello che interessa è la funzione! Definiamo dunque» ingiunsi io, puntando i miei piedi mentali. Mi sembrava che l’intelligenza gli servisse da scappatoia per eludere l’attenzione al quotidiano, lui dava per scontato quello che era tutto da chiarire (mi dicevo), lo controbattevo tra me con risposte affilate, inconfutabili.
«Insomma» tagliò corto un giorno, «devi capire che l’amore non è un’occupazione».
Non poteva ferirmi di più, anche perché era vero che non pensavo ad altro, come se lui fosse diventato il mio oggetto di lavoro. Erano quasi sei mesi che vivevamo insieme. Quella mattina stessa me ne andai.
Cominciò per me un periodo di frivolezza, prima uscivo tutte le sere con persone diverse, poi mi feci un amico, molto simpatico del resto, col quale ero affiatata. E lui continuava a contenersi come fossimo le guide d’un binario su cui doveva scorrere un avvenire comune: puntuale, sollecito del mio lavoro, «Come stai?» mi telefonava ogni mattina, anche tre volte al giorno, con la sua voce analitica, notò en passant che apprezzava la serietà con cui concepivo la vita, accennò pure che avevo un buon carattere, una natura pronta a rallegrarsi, e lodò la mia laboriosità, giusto nel periodo in cui oziavo tutto il giorno tra occupazioni inconsistenti. Invitò il mio nuovo amico e me una sera a cena a casa sua (la nostra ex casa comune). Aveva cucinato lui certe lasagne al forno che erano una delizia, e non so più quali altre squisitezze. Mostrò l’appartamentino al mio nuovo amico, non un oggetto fuori posto, le coperte sui letti tirate bene, i pavimenti d’una pulizia specchiata. Anche lui era lindo e pinto, perfino comico con la sua cravatta a farfalla che lo strozzava. Prese a comparirmi all’improvviso, aveva due paginette da tradurre dal tedesco (per me se le inventava, tanto erano senza capo né coda).
Ho un buon ricordo di quel tempo. Ci siamo sposati allora. M’ero allontanata piano piano dal mio nuovo amico.
Mi sono accorta che m’ero sì seduta al tavolino per lavorare, ma non avevo combinato niente.
Sono uscita, non sostenevo la pressione degli affetti. Sono corsa in macchina oltre ponte Milvio. Quando sono rientrata, era notte. Lui era già tornato, in anticipo sul previsto. «Sei già qui?» io. «Sì, ho fatto prima» (tono leggero) e subitamente comprensivo, allungando il dito: «hai una macchia d’unto sul pullover».
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