un fax
italian
Roma, Natale ’95
Caro Franco,
scusa se ti scrivo per fax, ma non volevo sentire i tuoi silenzi al telefono e nemmeno la mia voce, perché devo annunciarti che sono sieropositiva.
L’ho saputo l’altro ieri. Ero andata a dare un po’ di sangue, lì, al pulmino dell’AVIS, quello che si ferma ogni tanto sul piazzale dietro l’università, insomma, di
fronte al Verano. Così. Era lunedì mattina. Giovedì pomeriggio mi chiamano per telefono, comunicazione urgente. Mi sono presentata. Ho visto le analisi. Ancora sei mesi fa, tutto perfetto – sono donatrice saltuaria, non te l’avevo detto? –, ho controllato.
Sono due notti che non dormo, perciò sono un po’ intontita. Ma decisa. Parto per qualche mese. Mi farò sterilizzare. Cercherò un sieropositivo a cui accompagnarmi. Magari metto un annuncio sul giornale: “Sieropositiva recente, studentessa, bella presenza, cerca sieropositivo in fase non troppo avanzata, serio, possibilmente sotto i quaranta, con cui dividere il prossimo decennio” o giù di lì. Anzi, scrivo pure che lo voglio sterilizzato come me, non mi va di ritrovarmi compagna d’uno che può generarsi altrove un contagiato/contagiatore sin dal primo respiro. Che dici, Franco, chiedo anche che abbia un titolo di studio?
Basta, sto per partire. Immediatamente appena ti avrò mandato questo fax. Non cercarmi, non mi raggiungeresti. La mia famiglia non sa niente. Sei il solo finora al quale ho confidato questa piccola novità sul mio conto. Hai visto. Hai fatto bene a voler usare sempre il preservativo con me. A dire la verità, me n’ero un po’ offesa. T’avevo chiesto le tue analisi, sì, ma t’avevo anche mostrato le mie. E un conto era che io ti proponessi di far l’amore col preservativo, un conto che fossi tu a volerlo. Invece hai avuto ragione.
Soltanto Matteo può avermi contagiata. Gli volevo bene. Non m’ha fatto piacere lasciarlo quando ho scoperto che si drogava. Perché me l’aveva nascosto? Per i tre mesi che siamo stati assieme, non s’è mai tradito. Forse sapeva d’essere sieropositivo (se non malato di Aids) e non me l’ha detto. Oppure s’è infettato quando già stavamo insieme, anzi, dev’essere così, altrimenti le mie analisi di sei mesi fa non sarebbero state pulite. Bastano cinquanta giorni perché la sieropositività del sangue si riveli. Come sia, non lo voglio sapere.
Forse non potrai capirlo subito. Non riceverai mai una lettera d’amore più profonda di questa. Vado via perché tu sia sano e possa vivere cent’anni e avere figli e compiere senza di me tutto ciò che progettavamo insieme. Mi hai detto che, quando saresti tornato dal tuo stage a Londra, ci saremmo fidanzati ufficialmente eccetera. Presumo che saremmo andati a letto liberamente. Un sesto senso deve avermi guidata a andare a donare il mio sangue giusto una settimana prima del tuo ritorno. Anche se TUTTO avrei potuto immaginarmi ma non questo. Non questo, mai.
Non te lo nego, ho avuto la tentazione di non dirti niente. Di legarti a me per sempre, col patto della morte. Invece ti voglio troppo bene per trascinarti con me in uno spegnimento comune con scadenza non lontana. Né voglio che tu ti senta costretto a restarmi vicino usque ad mortem col preservativo. Non dubito che lo faresti di cuore, ma con gli anni, non potresti fare a meno di calcolare sul calendario quanto tempo ancora mi resta da vivere.
Addio
tua G.