vivere in due
italian
Anche stanotte tornerà all’una, alle due, se non saranno le tre. E mica posso dirgli che perde tempo con tutti quegli incontri e dibattiti, si irrita in un modo…
Che c’entra l’eremita? È proprio perché il senso sociale io ce l’ho che gli dico di lasciarsi un margine, se non vuole che il fare gli si consumi nel parlare. Ma quale superiorità, dove mai? Non può dirmi questo, lo sa benissimo che si tratta di discrezione.
Quest’umanità appaiata. Si finisce col serrare l’interlocutore dai due lati. In casa? Ma in casa è diverso: riceviamo insieme, però con funzioni distinte; anche dagli amici andiamo in due, ma da singoli, e lì ci si perde di vista, poi ci s’imbatte l’uno nell’altro per caso. Nei dibattiti invece, basta che partecipi un po’, t’accalori, e come fai a non ritrovarti fianco a fianco, a fare fronte comune, non è simpatico. Oppure ci si scontra in un botta e risposta accanito che tanto valeva sostenere a quattr’occhi.
Ma senti, se sei sempre tu che dici: «Il riguardo è importante, il riguardo è tutto».
Ora dormo però. Mi devo alzare presto, ho lezione alla prima ora. Lui la sera non ha mai sonno, e la mattina per svegliarsi… si lascia sempre freddare il caffè. «Hai mescolato lo zucchero?» brontola rincantucciandosi meglio. Mi fa una rabbia. Devo dirgli della bolletta della luce, dodicimila lire in due persone è troppo, la tiene accesa tutta la notte; l’elettricista ha detto però che è lo scaldabagno a portar su di giri il contatore, d’altra parte… Giro il cucchiaino dodici volte in fondo alla tazzina; no, glielo dirò dopo. Invece deve decidersi a togliere dal racconto quelle venti righe che non vanno, quel monologo non ha senso, lui c’è tanto affezionato, si piglia di quelle passioni per certe impennate vacue. «Senti» comincio, mentre giro nove volte il cucchiaino, ma no, perché devo sempre svegliarlo con qualche memento faticoso? Mi chino su lui, ha le palpebre arrossate nelle cupe occhiaie cave, la bocca stanca, aspetto; anche se dorme altri cinque minuti soli è tanto di guadagnato; lo guardo, giro dolcemente il cucchiaino il numero di mesi, di anni che lo conosco; presto saremo vecchi.
Non ha giudizio. L’altra notte mi sveglio, c’era già quel bianco opaco dell’alba a strati nella camera (ho ancora dimenticato di chiudere le persiane, adesso mi alzo, tra un po’), e che vedo? La luce accesa filtra di sotto la porta. «Insomma» grido, rovescio le coperte e salto giù dal letto, perfettamente destata dalla collera. Vado nel suo studio e spalanco la porta: siede intirizzito dietro la scrivania, la faccia pesta, verde, la stanza piena di fumo come nebbia, i portacenere ingombri di cicche, il barattolo di cartone del latte in bilico su uno spigolo del tavolo. Certo che gliene ho dette, e lui m’ha guardata con un rancore, una distanza, ancora più pallido, sorpreso nella sua solitudine.
«Se ho detto» ho esitato «non intendevo…» (ha stretto le labbra in un sorriso amaro). «È perché mi dispiace che…».
«Ecco come sei fatta tu: o mi spari o t’arrendi».
«Non potresti almeno».
«Non fare questo tono di voce, non sono un tuo scolaro deficiente». Punta il dito contro il mio petto: «O mi spari o t’arrendi. Non c’è via di mezzo. Per te sono uno sconclusionato, uno che si tormenta a vanvera, credi che non lo so?» (Sento il suo respiro concitato; si solleva a stento dalla sedia, indolenzito). «Per te io conto le formiche, non è così? Le formiche!», fa qualche passo legnoso verso di me: «Io conto le formiche» sillaba.
«No» mi si stringe il cuore, «quali formiche?». (Gli carezzo il viso smunto con lo sguardo.) «Dove» dico, «quali formiche?».
Ci guardiamo e d’un tratto ci siamo visti, lui ginocchioni a terra appoggiato sulle mani, intento a contare una lunga colonna di formiche nere che gli sfilano davanti: «Una, due, tre… settecentododici, settecentotredici» e io che in piedi, in camicia da notte, scarmigliata, fisso tutti quegli animalucci pieni di zampette mormorando: «Quali formiche, no non ci sono formiche…».
Siamo scoppiati a ridere. Ci siamo dovuti sedere per il ridere, poi ho infilato le sue ciabatte e siamo andati in corteo in cucina, al frigorifero.
Rannicchiati sulle sedie dure, addentiamo panini, come uccelli appollaiati in cima a un albero; come quelle palme in Riviera, in faccia al mare, quei lunghissimi fusti squamosi coi ciuffi in alto striminziti che, d’inverno, s’arruffavano a ondate, quando i cavalloni si ergevano e srotolavano sulla sabbia.
Ma che ora sarà? Mi conviene dormire. Chissà quando torna, con tutta questa pioggia poi, dev’essere sferzante, schiocca quasi; oggi pure che acquazzone, sbocciava come narcisi al suolo, doleva calpestarli, prati e prati di corolle argentee d’acqua sull’asfalto, era bellissimo.
Avrà mangiato? Forse dovevo tagliare anche il salame: tanti bei cerchi rossi nel piatto, in mezzo ai bianchi spicchi del finocchio, gli avrebbero stuzzicato l’appetito. Gli involtini invece si rattrappiscono e fanno marrone, striati di sugo di pomodoro rappreso; ibernati, non invogliano. Sì, ma se poi mi rimproverava di far seccare il salame che va tagliato soltanto lì per lì, perché io sono sprecona e così via? Il vino è meglio che non lo beva. La domenica invece sì, insieme, mezzo bicchiere, un po’, in quei pomeriggi lenti centellinati, quando gironzolo per casa, entro piano nello studio, lui non alza il volto severo in ombra dietro il cono di luce. Quella luce diretta però gli rovina la vista, è una mania la sua, eppure lo vede bene che il lume io l’ho rivolto in alto, non so, è anche meno tagliente, c’è più confidenza con gli angoli.
Ma lui è brusco in tutto.
Apre il frigorifero che pare lo scardini, poi se ne sta assorto; le gambe incrociate, il gomito appoggiato sullo sportello aperto, la fronte nella mano che strofina contro la guancia sino al mento, sulla barba rasa che gli raspa la pelle del palmo; si regge il mento in profonda meditazione davanti alla carta oleata col prosciutto, alle lunghe zucchine verdi dormienti nella luce lunare della lampadina al neon, sulle grate dei ripiani di ferro.
Si riscuote, afferra il cartone del latte omogeneizzato e beve a grandi sorsi, la testa un po’ all’indietro. Figuriamoci se non cerca il caffè. Ne beve troppo. Apposta è così nervoso. Dice sì, e anche che deve fumare di meno, che il fumo gli raschia la gola.
«E non mangi» dico io.
«Ti sei fissata sul mangiare, mi vorresti insaccato». Va bene, me ne vado, è inutile che stia lì arrampicato sullo spigolo del tavolo con la gamba penzoloni, crede che non l’abbia capito?
Lo sento trafficare con la cuccuma, stropiccia lo zolfanello sulla carta vetrata. In punta di piedi torno in cucina, mi fermo alla porta, poso la tempia contro il legno laccato dello stipite, in muto rimprovero di fronte a lui che, una mano in tasca e l’altra sul fianco, sorveglia la macchinetta espresso, in piedi davanti al fornello a gas. Guardiamo la corona di lingue azzurre che lambiscono l’acciaio nella penombra. La caffettiera si scuote e comincia a scoppiettare e sbuffare, l’aroma del caffè si spande. Lui tira un lungo sospiro e spegne il gas. Apre la credenza, fruga nel cassetto del tavolo, pone tazzine, posate e zuccheriera sul marmo con traballio di porcellane e metallo.
«Accendi almeno la luce» salta su, «che stai lì a guardare?». Giro l’interruttore e, con passo dignitoso, me ne torno in camera. Siedo al tavolo e poggio la mano sul vocabolario aperto.
S’avvicina a passi cauti, strisciati, e me lo vedo comparire rigido, gli avambracci tesi in avanti con le due tazzine colme, l’occhio accigliato che le fissa a turno perché il caffè non si rovesci nei piattini.
Poi se ne rivà con le tazzine vuote, di corsa, scaraventa, tintinnano cocci e posate. «Non lasciare le tazzine in giro» gli strillo dietro, «mettile nel lavandino».
Ritorno nello studio. Mi guarda aspirando dalla sigaretta, mi segue con gli occhi per la stanza. «Resta» dice, mentre sto per ritirarmi (la mia persona non l’interrompe, fa parte di lui).
Invece lui spalanca la mia porta bruscamente, piantato in mezzo, i capelli in disordine: «Disturbo, vero?».
Mi giro sulla sedia verso di lui: «Dimmi». «Non importa, torno dopo» e mi volta le spalle.
«Dimmi».
È così impaziente.
«Possibile che devi sempre far aspettare l’ascensore?» grida stizzito quando usciamo e all’ultimo momento mi sono ricordata di non aver controllato la chiavetta del gas, il rubinetto, qualcosa.
Corro per zelo, lentamente, perché anche l’ascensore è coinvolto. M’infilo nella cabina. Lui richiude gli sportelli di scatto.
«Mi vuoi bene?» gli domando piano, mentre la monetina fa clic nella cassetta di metallo.
«E tu?» lui subito aggressivo. Emetto: «Sì». «Ehm» lui, a bocca chiusa; spinge il bottone, l’ascensore si mette in moto e lui fronteggia l’uscita lasciandomi indietro.
«Non hai risposto» brontolo. «Non hai risposto» ripeto. Siamo arrivati a pianterreno. Stridore e squassi degli sportelli del vecchio ascensore. Approfitto del fracasso: «Allora tu perché me lo domandi sempre?» dico risentita.
Usciamo sul pianerottolo. «Perché ho bisogno di sentirtelo ripetere», con uno strappo riserra gli sportelli, sbatte il cancelletto di ferro.
Passiamo in fila davanti alla guardiola, duri come due soldati tedeschi, e salutiamo la portinaia con la deferenza dei distratti. La portinaia ci segue con l’occhio nascosto, mentre la voce impaziente di lui articola sonora sotto la volta dell’androne: «E lo dovresti sapere ormai».
Poi (ma la portinaia non può più sentirlo): «Non sai» dice tra sé, «è un sogno».
Che ora sarà adesso? Quest’interdipendenza non va. Facevo meglio a leggere, a combinare qualcosa di utile, invece di starmene qui al caldo, oziosa, in questo bel torpore, al buio.
Non lo capisce lui che è molto più sano dormire presto e lavorare all’alba. La lucidità della sera, con l’organismo sfruttato non è la stessa cosa, è una chiarezza intellettuale tesa, astratta, disincarnata, non è la bella calma piena della mente che s’accinge al lavoro la mattina, col corpo rilasciato, ristorato, che risponde, c’è un altro spazio. Invece lui fa tutto al limite, deve stremarsi, è l’indole sua, assillata.
Mi telefona dall’ufficio, non-so-chi gli ha fatto non-so-cosa, e se la prende con me. “Ah sì?” penso, “ora vedrà”, e mentre replico pungente nel ricevitore, mi si spande una dolcezza, e forse lui la sente perché la voce gli s’ammorbidisce, e non ricorda più che cosa mi voleva dire, richiamerà dopo.
Come quando rientra in casa. Siede a tavola, volge uno sguardo circolare ipercritico sulle pietanze, spiega il tovagliolo e, tra i denti, esaminando gli spaghetti: «Novità?», e io gli racconto gli avvenimenti della mattinata, «oggi la terza C…, quella collega sai…, non ti dico il padre di…», m’infervoro e rido in crescendo.
«Se ridi e parli insieme, non si capisce niente» dice e mastica con diligente precipitazione.
Taglia la carne rossa, infilza la forchetta nel piattino laterale dell’insalata riccia verde chiara, si versa da bere, spezza il pane, con i suoi gesti calcolati, ogni tanto mi scocca un’occhiata che mi misura e m’infilza come un boccone e riabbassa lo sguardo. Mi sento quelle odalische che allietano il pasto del pascià che, curvo sul cibo, sbircia ogni tanto se il mignolo di quella ballerina flessa ad arco in terza fila è piegato con grazia.
Il cigolio dell’ascensore sale, stride, no, s’è fermato al piano di sotto. Quasi quasi mi rivesto e l’aspetto nell’ingresso.
Questa volta è sicuramente lui, l’ascensore scatta a ogni piano di scale, ora lui entrerà, accenderà la luce grande: «Dormivi? Oh scusa» mi dirà. (Io tengo gli occhi chiusi e lo sento in piedi in mezzo alla stanza, teso e stanco, col cappotto addosso). «Non voglio svegliarti» insiste a voce alta (ipocrita); poi, come s’accorgesse di star lì scoperto, comincia a spogliarsi coi gesti che fanno parte del mio dormire, finché siede sul letto che s’affossa, schiacciandomi un po’, ma non mi scosto: «Non sai» dice piano, «piove».
«Ti sei bagnato?» le parole m’affiorano.
«Mmh» mugugna. Mentre parla, le sue frasi mi scorrono come nuvole in sogno. Non è lui. È qualcuno che è entrato dall’inquilina di fronte. Potrei uscire. Quando sono andata a prenderlo al penultimo congresso – ancora su “Letteratura e società” o qualcosa del genere –, non è parso seccato con me, piuttosto contento, con tutta quella gente non riuscivo a vederlo, schiacciata, m’infilavo di sbieco, me lo sono trovato di fronte all’improvviso. Ecco, quella sera tornando a casa era allegro; mentre raggiungevamo il parcheggio, declamava, allungava il passo perché gli corressi dietro, poi si fermava di colpo, sì, era allegro. Ma il suo umore trapassa subito, non so, si adombra per un niente, si ritrae e si gela. Bello però quella notte, sfrecciavamo in macchina per le strade deserte e d’un tratto rallentavamo a passo d’uomo, sull’Aventino, via dei Fori Imperiali, lungo quelle mura di mattoni riarse, a nudo, lambite dalla luce dorata dei riflettori riservati, così riguardosi; poi siamo scesi nell’aria rada dell’autunno e ci siamo seduti ai piedi della Basilica di Massenzio, in silenzio, immobili, a far tardi.
La luna veniva avanti in un arco di notte, in mezzo alle volte d’argilla impastata dagli uomini, le alte volte di terra porosa come il suolo lunare, vecchio; anche noi un giorno invecchieremo, e allora, come l’arida luna rugosa e desolata, ti resterà di me un’immagine dolce, sbiadita, sai, con discrezione.