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Stories / Poems

Stories by marco malvaldi

fase di transizione

italian

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«Ce la fai?».
«Sì, credo di... cioè, aspetta...».
Massimo non finì la frase. Per fortuna, come ormai cominciava a capitare spesso, ci pensò Alice a sconfiggere l’imbarazzo del silenzio.
«Massimo, com’è possibile che tu sia arrivato alla tua età senza essere capace di aprire un gancio?».
Ma so una sega io. Ignorando il tono allegro di Alice, ma consapevole che quel tono scanzonato aveva una data di scadenza, Massimo continuò a trafficare, mentre il nervosismo montava. Il respiro affannoso, le dita che si rifiutavano di eseguire le intenzioni, e soprattutto la foga di aprire quel fottutissimo coso a cui, al momento, era agganciata la sua reputazione di Vero Uomo.
Finché, finalmente, il gancio cedette. E Massimo respirò, libero, prima di togliere l’odioso indumento che si frapponeva tra lui e le gioie della camera da letto. Indumento che Massimo aveva sempre pensato, fra parentesi, essere scomodo, oltre che veramente brutto. Pensato, certo: Massimo non aveva avuto mai occasione, né voglia, di indossarne uno, nemmeno per scherzo.
Fu con soddisfazione enorme, quindi, che dopo averlo sfilato, tirò lo scarpone da sci nell’armadietto.
«Io domani comunque salgo in camera direttamente con gli scarponi».
«Sì, così nel conto ci troviamo anche trenta metri quadri di moquette. Oltre a duemila euro di minibar». Alice guardò Massimo con aria severa. «Non è che lo proibiscono perché sono cattivi. Pensa a cosa succederebbe se salissero tutti in camera con gli scarponi addosso».
«Sarebbero tutti molto meno nevrotici» rispose Massimo. «E quindi addio al triplo spritz nella hall prima di andare a cena».
Arrivato all’ascensore, Massimo premette il tasto con assertività.
«È una mossa commerciale» continuò. «Ti costringono in un bugigattolo quasi senza posti a sedere, ma in compenso pieno di gente, per sganciarti e sfilarti degli oggetti che oltre a essere scomodi e a farti muovere come un’otaria sbronza sono anche addestrati a morderti le dita appena ti distrai, a meno che tu non riesca a calmarli con qualche ordine in tedesco. È chiaro che poi hai bisogno di darti all’alcol, o di farti fare un massaggio rilassante a sessanta euro».
Tutte cose che Massimo, fino a qualche tempo prima, si sarebbe detto da solo, e con un’acredine molto più sincera. Fino a qualche tempo prima. Il fatto di avere vicino una persona con cui avesse senso parlare cambiava di molto le cose. Il fatto poi che questa persona fosse una femmina giovane dalle forme morbide, e non uno o più vecchi duri d’orecchi, le rendeva meravigliose, e dava a Massimo una prospettiva positiva che non si ricordava da anni.
Talmente positiva che, al momento di scegliere dove andare in vacanza, era riuscito a farsi portare in montagna, a sciare. Cioè in un posto che detestava, per dedicare praticamente tutte le ore di veglia ad una attività che non poteva dire onestamente di detestare, perché aveva giurato a se stesso che non sarebbe mai salito su uno sci in vita sua.
E, fino a quel momento, aveva mantenuto la parola.
«Ma perché?».
Alice, entrando in camera, come prima cosa si liberò dei doposci, scalciandoli via l’uno dopo l’altro, con la porta ancora semiaperta. Massimo, dopo essersi liberato a sua volta dei propri, nuovissimi, con la stessa cura che una madre riserva al pannolino di un neonato, ovvero togliendolo con la massima delicatezza e sbarazzandosene prima possibile, si sedette sul letto.
«Perché mi sembrava una cosa da deficienti». E continua a sembrarmi tuttora, ma non lo dico solo perché ci sei tu e ti voglio tanto bene. «Poi, crescendo, ero convinto di non avere più l’età».
Anche di quello, Massimo restava convinto. Un po’ perché il primo giorno, alla scuola sci, dopo essere stato messo in fila coi principianti aveva dovuto constatare di essere l’unico a superare i sette anni: ma quello, in fondo, se lo aspettava. Per diminuire l’imbarazzo, aveva chiesto di poter fare lezioni singole, e gli era stato assegnato all’uopo il maestro Attilio. Il quale, di cognome, si chiamava Comploj: e anche questo, in fondo, Massimo poteva aspettarselo, dato che a giudicare dalle insegne dei negozi circa la metà del paese si chiamava in quel modo. Quello che Massimo non si aspettava era che il maestro Attilio fosse un arzillo signore di circa centosei anni, portati talmente bene che sembravano una novantina appena. Era già abbastanza umiliante immaginarsi sulla pista, rigido come una scultura di legno della Val Gardena, accanto a quest’omino anzianissimo, flessibile ed elegante, che disegnava curve con sicurezza; si aggiunga poi che nei tratti di seggiovia, necessari per andare a coprirsi di ridicolo in parti sempre più ampie della vallata, il maestro Attilio gli crocifiggeva i coglioni traducendogli in italiano i nomi ladini di tutti i posti che incontravano («sòt de l’isa, eh, significa, cosa significa, eh, significa sotto la chiesa, eh, sì, è così, sotto la chiesa») terminando poi ogni spiegazione con una risatina che era l’unico particolare a rendere palese una vita di lunghi secoli dediti ai grappini.
«Insomma, quindi magari vorresti dirmi che ti stai anche rompendo un po’ i coglioni» disse Alice, mentre si liberava della giacca a vento ipertecnologica e la tirava sul divano. «Povero Massimo, dovunque va ci sono dei vecchi in agguato».
«No, quello no. Casomai, dovunque vado c’è qualcuno che vecchio non diventerà mai. E poi, sarà un po’ rintronato, ma ha qualcosa da insegnare. Comunque, devo ammettere che anche la montagna ha dei lati positivi».
Come il fatto che, dopo aver passato tre ore a spazzare neve con l’involontario ma goffo triangolo formato dai tuoi sci e da una linea immaginaria tangente al tuo culone il quale si trova indietro di circa un metro rispetto a dove dovrebbe stare, finalmente arriva l’ora di mettere le zampe sotto la tavola, e di entrare in un rifugio. Dove, con la scusa che si è fatta tanta attività fisica, uno si sente pienamente giustificato nell’ordinare il «piatto dello scalatore» (uova, salsiccia, speck e patate con formaggio fuso d’alpeggio, il tutto servito su una betoniera di polenta) e nell’accompagnarlo con un numero pari di pinte di birra, che aiutano a pennellare le curve e a non andare giù dritti, cosa che del resto anche il maestro Attilio ti ha detto di non fare sin dal primo giorno.
«Me lo immagino» rispose Alice, togliendosi anche la calzamaglia, e mettendola sul divanetto delicatamente. «A proposito di lati positivi e piacevoli, io ora vado a fare la doccia. Però non ho voglia di spendere sessanta euro per un massaggino. Non è che ci penseresti te?».
Ribadisco: anche la montagna ha i suoi lati positivi.
A essere onesti, il pranzo e la cena non erano le uniche motivazioni forti della giornata tipo di Massimo in montagna. Non bisogna, infatti, dimenticarsi della colazione.
Fin da quando era bambino, Massimo adorava fare colazione in albergo. Si sentiva un po’ come i personaggi dei romanzi di Wodehouse con cui passava le giornate, che si svegliavano la mattina con l’aroma della pancetta sfrigolante e delle uova strapazzate, mentre a lui toccava un cornetto inumato in un sudario di plastica, masticabile solo dopo averlo costretto a testa in giù dentro l’inevitabile tazzone di latte fumante che sua nonna gli metteva davanti tutte le mattine, caldo caldo di vulcano. Più volte Massimo aveva provato a convincere sua nonna, se non a cambiare le portate, perlomeno a invertirle nel trattamento, e ad avere il cornetto caldo e il latte freddo. Macché.
Invece, quando andava in albergo, era tutta un’altra cosa. Uova strapazzate, pancetta alla griglia, trionfi di yogurt e miele, frutta e cereali: per non parlare degli alberghi con il cuoco schierato di fronte alla piastra, ardente dal desiderio di prepararvi in diretta una crêpe o una omelette. Oppure una centrifuga, cioè una cosa che a casa non ti prepareresti mai, perché per ottenere un decilitro di succo poi devi pulire un’ora. E, massimo dei massimi, quando capitava, il caffè americano. L’unica bevanda che Massimo concepiva con una vera colazione all’americana.
Purtroppo, nella maggior parte degli alberghi, il caffè americano era semplicemente un espresso allungato con acqua calda, col risultato di vedervi mettere davanti un bidone di roba scura come l’umore di chi era costretto a berselo.
Ma in alcuni alberghi, come quello in cui si trovava, facevano il vero caffè americano: filtrato, con la macinatura giusta e la giusta miscela. Un qualcosa da bere con, non durante, il pasto.
Pasto nel corso del quale non sono gradite interruzioni. Di nessun tipo. Nemmeno se a farle è la tua neofidanzata, e specialmente se parla di morti ammazzati.
«E comunque, anche qui ammazzano la gente».
Alice, immersa nel giornale, allungò una mano a prendere la tazza di tè (niente zucchero, un cucchiaino di miele appena, di più no sennò mi viene acidità di stomaco, grazie Massimo).
«Buono a sapersi» commentò Massimo, mentre seppelliva di burro una fetta di pane tostato. «Dico a nonno di raggiungerci e gli regalo una giacca a vento con un bersaglio disegnato sopra. Non sia mai».
«Sì, così a volerti bene al mondo si rimane in due» ribatté Alice, sempre col nasino in direzione del giornale. «Insomma, hanno assassinato un tizio in un appartamento giù in paese, vicino alla funivia del Col Alto. “Ottaviano Berardi, quarantasei anni, di Parma, ma molto conosciuto in paese, era solito passare le vacanze invernali tutti gli anni a Corvara, dove era proprietario di un appartamento nel residence ‘Rosa Comploj’. Appassionato di sci, trascorreva nel nostro paese tutti i periodi natalizi e molti weekend invernali, spesso accompagnato dalla famiglia. A ritrovare il corpo, ieri verso le una, Antonella Dal Prat, residente a Corvara, addetta alle pulizie del residence. Entrata per i lavori domestici, la donna ha scoperto il cadavere dell’uomo in camera da letto, nudo, legato e imbavagliato, come per un gioco erotico, ma immerso in una pozza di sangue...”».
Massimo guardò la sua fetta di pane imburrato, e decise di mangiarla così, senza la solita marmellata di ribes.
«“... numerose coltellate sul corpo fanno pensare a un delitto passionale”. Sì, è di competenza dei carabinieri di Corvara. Scusa il cinismo, ma niente mi fa godere le vacanze più del pensiero che in questo momento c’è qualcun altro che lavora al posto mio».
«Immagino che i parenti del morto sarebbero contenti di sentirti».
«La moglie, probabilmente. Visto come è stato trovato il tizio, la vedo difficile che stesse facendo l’imitazione del cowboy legato al palo per lei. Più facile che stesse facendo il gazzilloro con la sua amante ufficiale di Corvara».
«Formulare ipotesi è considerabile come lavoro, nel tuo caso? Perché ti ricordo che saremmo in vacanza».
Vero. Strano, ma vero: Massimo era in vacanza.
E anche la vacanza era una specie di metavacanza, una mancanza continua. Mancanza di Alice, la mattina: che si gettava in discesa libera e selvaggia giù per la Gran Risa, facendo il giro del Sella Ronda o altre cose eroiche come l’itinerario della Grande Guerra, mentre Massimo apprendeva i rudimenti dello sci da un reduce della medesima. Mancanza di relax, il pomeriggio: dedicato da Alice a ottimizzare, con amorevole perfezionismo, la traballante tecnica del suo neofidanzato, il quale a onor del vero si era immaginato di passare le tre o quattro ore prima della cena a mollo in piscina, in mano un libro e in culo al resto del mondo.
Perché, per l’appunto, sarei in vacanza.
«Esattamente. E io avrei voglia di andare a sciare». Alice indicò la tovaglia di fronte a Massimo, che sembrava un campo di battaglia fra orde di Pane ed eroici manipoli di Prosciutto Arrosto. «Non è colpa mia se il bambino, qui, deve fare il pieno di energia. Hai finito?».
«Veramente, avevo voglia di uno yogurtino...».
«Stavo in pensiero, stavo». Alice sbuffò, ma col sorriso. «Ascolta, disappetente, io intanto vado in camera. Appena hai finito di sconfiggere la fame nel mondo vieni su, che poi si va?».
Intrappolati tra decine di persone, Massimo e Alice stavano aspettando il proprio turno per salire sulla navetta, controllando di avere tutto il necessario. Lo skipass (nella tasca apposita della manica, così da poter essere letto dalle colonnine elettroniche senza bisogno di portarlo appeso al collo, tirarlo fuori ogni volta e impiccarsi col cordino, come quando Alice aveva imparato a sciare), la mappa (necessaria per perdersi in punti sempre più lontani del complesso Val Badia-Val Gardena-Val la Pena di Rimanere a Casa), la cioccolata (per l’immancabile crisi ipoglicemica di metà mattina) e il burro di cacao (per perderlo appena partiti).
Di solito, l’attesa dello scassatissimo pulmino da otto posti che li avrebbe condotti al Boè era carica di allegria, punteggiata da frizzi, lazzi e pallate di neve tra persone inspiegabilmente contente di andare a rischiare l’osso del collo tra le piste. Invece, quel martedì, l’atmosfera era decisamente carica di tensione.
Colpa del freddo, forse: in fondo in paese c’erano otto gradi sotto lo zero. Roba da nulla, rispetto ai meno diciassette del giorno prima al Boè, dove si trovava la scuola sci e da dove si prendevano gli impianti, ma comunque freddino.
O, più probabilmente, colpa del fatto che il pulmino di solito passava ogni dieci minuti, mentre quella mattina non si era visto da circa mezz’ora. Mezz’ora in cui il vacanziero medio, che quando è in vacanza non ha tempo da perdere e oltretutto è rimasto esposto al gelo in modo assolutamente gratuito nonostante smani dalla voglia di andare in un posto ancora più freddo, solitamente si incazza. Per questo il pulmino, quando finalmente arrivò sul piazzale, invece che dai soliti sette-otto sciatori della domenica venne preso d’assalto da una trentina di persone che sembravano aver perso qualche venerdì.
Mentre Massimo e Alice salivano sul pulmino, il giudatore incominciò a caricare gli sci sulla rastrelliera, apparentemente più scocciato che innervosito, mentre intorno ronzava incoerente uno sciame di Ma te guarda lì com’è tranquillo, Noi qui che si muore dal freddo e lui capace è andato a farsi un par di grappe supplementari, Ma dimmi te se questo è servizio, Ah io l’anno prossimo vado al Greif, i miei quattrini non li rivedono, tutte pronunciate ovviamente senza cercare direttamente l’attenzione dell’autista. Gli autisti dell’albergo, infatti, erano due: Huber, un valligiano dal sorriso aperto (in tutti i sensi, dato che quando sorrideva esibiva una rastrelliera con spazi fra i denti quasi più larghi dei denti medesimi) e un altro tizio, del quale nessuno aveva trovato opportuno chiedere il nome. Questo, ovviamente, era Altro Tizio.
Altro Tizio, mentre agganciava gli sci con il cavo elastico, si rivolse al gruppo continuando a tenere lo sguardo sul proprio lavoro:
«Scusate, sinniori, ma c’è stato ün contrattempo e sono rimasto da solo. Fino alle dieci e mezza, anche ündici, c’è una navetta sola».
«Che è successo a Huber? Si sente male?».
«Hüber sta benissimo. Solo che stamani ha dovuto accompanniare i bambini alla scuola del sci, e fino quando che tvtti i maestri e le maestre non han preso sü tvtti i bambini e non son partiti, che ci vuole un’oretta eh, lüi deve star lì con i bambini».
«Ma non li dovrebbe accompagnare la baby-sitter? Marisol?».
La Marisol, al secolo Maria Soledad Portanova, era la baby-sitter ufficiale dell’albergo: un miscuglio di etnie dalla risata cavallina, adorata dai bambini per come li faceva giocare e apprezzata da un buon cinquanta per cento degli adulti (i maschi, prevalentemente), i quali ci avrebbero giocato anche loro volentieri, sì, ma al dottore.
Altro Tizio, prima di rispondere, accese il motore del pulmino. Il rumore di trattore conseguente coprì quasi per intero la risposta.
«Hai capito qualcosa te?» chiese Alice a Massimo.
«Quasi nulla» rispose Massimo. «Ho capito solo “Marisol” e “carabinieri”».
«Eh sì, carabinieri. La Marisol l’han chiamata i carabinieri, stamani».
Si erano fatte le cinque, e la giornata di sci era finita, sia per le gambe di Alice che per il cervello di Massimo. I quali stavano aspettando di salire sul pulmino per tornare all’albergo, da soli, mentre Huber finiva di caricare.
«Ma per cosa? C’è stato qualche problema all’albergo?».
«No, è per quel tale che hanno ammazzato ieri mattina, il Berardi di Parma». Huber fece un gesto esplicativo con la mano, mimando un qualcosa di steso a terra in orizzontale. «La Marisol lo conosceva bene».
E tacque, con l’aria di chi muore dalla voglia di continuare.
«Quanto bene?» chiese Alice, empatica.
«Eh, bene bene» ridacchiò Huber. «Le dico solo questo, le dico: che la moglie del Berardi ha una tuta da sci bellissima, che costa un occhio. E gliel’ha regalata il Berardi. Anche la Marisol, che fa la baby-sitter, e guadagna il giusto, ha la stessa identica tuta da sci. Identica in tutto».
«Anche in chi gliel’ha regalata?».
Huber ridacchiò, coi dentacci che sprizzavano da tutte le parti.
«E lei come lo sa?».
«L’ha comprata da Manfred. Il negozio di sport su, accanto alla banca».
«Ah, Comploj».
«Esatto. Manfred Comploj. È mio fratello».
Come se fosse scontato.
«Cioè, questo Berardi aveva regalato all’amante una tuta uguale identica a quella della moglie?». Alice guardò Huber nello specchietto, incredula. Huber rispose annuendo, e sorridendo a trentadue rebbi. Alice guardò fuori dal finestrino. «Quasi quasi ha fatto bene ad ammazzarlo».
«Eh, dipende da chi è stato» retorizzò l’autista. Massimo, sentendo che il suo apporto fino a quel momento era mancato, si inserì.
«Vabbè, se anche hai l’amante, non è detto che sia per quello che ti hanno ammazzato. Se dovessero ammazzare tutti i fedifraghi che conosco avremmo risolto il problema della disoccupazione, basterebbe sostituire i deceduti e mettersi a fabbricare bare. Può essere stato chiunque, non solo la moglie o la Marisol».
«Son proprio d’accordo» confermò Huber, svoltando verso il bivio che li avrebbe portati all’albergo. «Anche solo per il discorso delle tute».
«Be’, Huber, veramente per il discorso delle tute...».
«Se fossero solo due, sì» insisté il valligiano, ingranando la seconda. «Ma Manfred dice che di tute da sci da donna, uguali, il Berardi ne ha comprate tre».
Seguì un attimo di silenzio, che Massimo sentì il dovere di rompere.
«Ah be’. Tertium datur. In che posto strano vive, Huber».
«Vero? Per quello la gente ci viene in vacanza». L’autista fece un sorrisone, raccapricciante e soddisfatto. «Si vede, eh, che si divertono».
«Vabbè, ma questo è malato...». Alice scosse la testa. «Era malato, intendo. Già che siamo qui a farci i cavoli degli altri, a chi l’avrebbe regalata questa tuta, il signor Berardi, si sa?».
«Anche qui si può far solo supposte, come dice mio figlio» rispose Huber, girando per entrare nella piazzola dell’albergo. «Però sa, anche a far le pulizie mica si guadagna tanto».
«Hai capito il signor Berardi? Io mi domando e dico che genere di uomo sia uno che regala la stessa tuta da sci sia alla moglie che all’amante. Anzi, alle amanti».
«Be’, come dice Huber, è solo una supposizione. È un ragionamento probabilistico. Anche io, a livello probabilistico, ti potrei dire qualcosa sull’assassino. Statisticamente, per esempio, è molto probabile che si chiami Comploj».
«E io che ti sto anche a sentire» disse Alice, smezzando con gesto svogliato un canederlo grosso come una palla da baseball.
«Di sicuro, non è affar tuo» andò avanti Massimo, che del resto aveva il piatto lustro già da qualche minuto e, dato che il cestino del pane era vuoto, qualcosa doveva pur fare. «Visto che si parla di tute da sci, ne ho viste parecchie con la scritta “Carabinieri”. Sono sicuro che se la caveranno benissimo da soli. Non ti piacciono, i canederli?».
«No no, sono buonissimi. È che questa è una porzione da lottatore di sumo. Io mi chiedo...».
Ma, qualsiasi cosa Alice si stesse chiedendo, era destinata a rimanere nell’affollato universo dei pensieri troncati a mezzo. Il cellulare si era messo a vibrare d’entusiasmo, e Massimo cominciava a capire che Alice era una di quelle persone per cui quello che succedeva da un’altra parte aveva la precedenza su quello che le capitava nel posto dov’era.
Cosa che lui aveva sempre tentato di evitare. Per cui, mentre Alice si portava il cellulare all’orecchio, Massimo si portò alla bocca un pezzo di canederlo dal piatto di Alice.
«Pronto? Sì, sono io». Alice tenne lo sguardo verso il basso, come se non capisse. «Sì. De Silvestri? Sì, sono esattamente a Corvara. Sì, tra l’altro».
Ci fu un momento di silenzio, durante il quale Massimo catturò un’altra aliquota di canederlo. Alice, con gesto lievemente stizzito, prese il piatto e glielo mise direttamente davanti.
«Ah, capisco. E voi non avreste modo... No, certo. Certo». Alice guardò Massimo con aria spersa. «Sì... senta, adesso starei cenando. Posso passare da voi fra un’ora circa. Sì, va bene. Meglio ancora».
E buttò giù.
«Era il maresciallo De Silvestri, stazione carabinieri di Corvara. Pare che stiano indagando su un omicidio, pare che abbiano dei sospetti, e pare che abbiano bisogno di un esperto di GPS e posizionamento satellitare per fargli alcune domande riguardo a un alibi. Un esperto che possibilmente afferisca al Ministero degli Interni».
«Tiro a indovinare: il vicequestore Martelli Alice?».
«Esatto. Mi vengono a prendere fra un’ora qui fuori. Gli ho chiesto che almeno mi lascino finire di cenare».
«Non avevo capito che tu avessi ancora fame» disse Massimo, accennando al fu piatto di canederli.
«Non ho più fame, in effetti. Voglio solo godermi un’oretta a fare due chiacchiere in santa pace con Massimo. Voglio ricordarti così, fra vent’anni. Magro».
«Tranquilla, ho sempre mangiato parecchio».
«E non fai un minuto di attività fisica».
«Si vede che consumo lo stesso».
Era mezzanotte e mezzo, circa, quando la porta della camera si aprì, lasciando entrare una lama di luce seguita da una Martelli con la faccia buia. Massimo, sdraiato a letto con un cuscino sotto la pancia, tirò su la testa dal libro e sorrise.
«Non ti hanno arrestata nemmeno stavolta?».
«Guarda, avrebbero potuto. Sai che tuta aveva regalato la vittima alle sue donne?».
«Tiro a indovinare. Uguale alla tua?».
«Quasi. La mia è il modello dell’anno scorso».
«Per quello la faccia buia? Ti senti poco fashion, rispetto all’adultero medio della Val Badia?».
Alice si sedette sul letto, togliendosi la giacca.
«No, semplicemente c’è... Senti, posso raccontarti quello che mi ha detto De Silvestri? O sei stanco?».
Se c’era una cosa che Massimo aveva capito delle donne, era che saper ascoltare era molto più importante che saper parlare.
Anche perché, non di rado, poi ti interrogano.
«Ma figurati. Vieni, vieni, racconta».
I fatti, incominciò Alice mentre Massimo le massaggiava la schiena, erano i seguenti. Ottaviano Berardi era morto in seguito a un certo numero di ferite di arma da punta, presumibilmente un coltello da cucina, tra le undici e mezzogiorno del giorno precedente. La stima così precisa era stata possibile grazie al tempestivo rinvenimento del cadavere da parte dell’addetta alle pulizie, la signorina Antonella Dal Prat.
Alle dieci e quarantacinque, diversi testimoni avevano visto entrare dal portoncino del condominio dove il Berardi aveva l’appartamento una donna in tuta da sci e passamontagna: cosa che non aveva incuriosito nessuno, visto che 1) la tuta da sci in questione era esattamente quella regalata dall’arrapatissimo signor Berardi a ognuna delle tre donne che a detta del paese condividevano il suo talamo e 1+1) quella mattina faceva un freddo becco, e quelli che tenevano il passamontagna anche in paese erano una maggioranza bulgara. Della donna si sapeva quindi solo l’altezza: circa uno e settanta, che coincideva con quella di tutte e tre le femmine a cui il Berardi era solito sfilare la sopracitata tuta di dosso, nonché con quella di qualche migliaio di sciatrici all’interno del comprensorio.
Delle tre pulzelle in questione, era quindi fondamentale esaminare gli alibi.
La signora Deborah Vivarelli, anni 40, di professione moglie del Berardi, era uscita di casa verso le nove e mezza di mattina per andare sulle piste di fondo dell’Armentarola, lasciando in casa da solo il marito in preda a un attacco di nevralgia del trigemino che in montagna gli capitavano non di rado. Era tornata a casa verso le due, per mangiare qualcosa e vedere se il marito stava meglio, scoprendo così che in effetti il dolore gli era passato definitivamente, grazie all’applicazione di un efficace analgesico per uso esterno.
La signorina Maria Soledad Portanova detta Marisol, anni 32, di professione operatrice turistica, circa un quarto alle dieci era stata accompagnata in pulmino, insieme ai quattro bambini ospiti dell’albergo e di cui era responsabile, alla scuola di sci del Boè, dove aveva atteso fedele alle proprie consegne che i maestri li ritirassero, distribuendo carezze e caramelle nel freddo caino della mattinata fino alle dieci e mezza circa, quando l’ultimo maestro aveva preso in carico l’ultimo pargolo. Dopodiché, essendo libera da impegni fino all’una, aveva tirato fuori gli scarponi dallo zaino e si era andata a fare una bella sciata.
La testimonianza, continuò Alice levandosi le calze mentre il massaggino di Massimo si faceva lievemente più audace, era avvalorata dagli skipass delle sospettate, i quali avevano fatto avanti e indietro per le seggiovie e gli skilift dell’Alta Val Badia per tutta la mattinata.
Più complicata, riprese Alice dopo aver chiesto con fermezza a Massimo di mettersele sul suo, di culo, quelle otto zampe, la posizione di Antonella Dal Prat, anni 26, di professione collaboratrice domestica (tutto a norma di legge, eh: mai visto pagare così una donna a ore. Un sistema di voucher efficientissimo, contributi in regola, e tutto quanto. Dai, Massimo, fammi finire, domani c’è da alzarsi presto che voglio andare su a Porta Vescovo). La quale sosteneva di essere arrivata nel condominio verso le dieci, con la tuta da sci indosso, perché nel pomeriggio aveva intenzione di andare a sciare. Crepate tutti dalla voglia di sciare, qui, aveva commentato Massimo. Non pensate ad altro. Be’, altre voglie evidentemente pensava di togliersele in mattinata, aveva risposto Alice.
Insomma, comunque sia, la Dal Prat sosteneva di essere andata a stirare in casa dei Forlanetti (interno sei), quindi di essere andata a rifare i letti a casa del Bonciani (interno quattro) e finalmente di essersi recata nell’appartamento dei Berardi (interno due) anche lì per rifare i letti, ma dall’interno, secondo quanto credeva il maresciallo De Silvestri.
Opinione condivisa, evidentemente, anche dal Berardi, il quale l’aveva fatta entrare e si era fatto legare docilmente al letto, però questa volta con la variante che alla fine avevano penetrato lui, non fare quella faccia che te fai battute anche peggiori, voi maschi vi sentite in diritto di dire le peggiori ghiozzate e quando una volgarità la diciamo noi femminucce storcete la boccuccia di rosa.
Dopodiché, aveva atteso un po’ di tempo e aveva avvisato la polizia.
La deposizione era avvalorata parzialmente, in quanto nessuno aveva visto la signorina Dal Prat; vero però che i panni in casa Furlanetti (babbo, mamma, due figlioli, tutti e quattro sulle piste sin dall’alba) risultavano adeguatamente stirati e i letti in casa Bonciani (broker milanese, maniaco dello snowboard e dei videogiochi, anche lui impegnato a venire giù da dirupi vari a partire dalle otto di mattina) erano rifatti con precisione militare. Tutte cose che la signorina Dal Prat avrebbe potuto fare benissimo dopo, o inframmezzandole col delitto, secondo le convinzioni del maresciallo De Silvestri.
«Ma non le tue?».
«No. Semplicemente no».
«E perché?».
«In primo luogo, il maresciallo De Silvestri è di fresca nomina qui a Corvara. È il primo inverno che passa qui. E mi ha confessato piuttosto candidamente di non essersi mai occupato di un omicidio in vita sua».
Massimo annuì, amaramente. La realtà di chi fa il carabiniere in paesi piccoli, dove l’occupazione usuale è raccogliere denunce per calunnie e, due giorni dopo, convocare il querelante e convincerlo a ritirare la denuncia. A meno che uno non venga mandato a Pineta, certo.
«In secondo luogo, non ha mai sciato in vita sua».
«Si adeguerà».
«Lo spero per lui. C’è un collega romano che è stato destinato ad Aosta, e non l’ha ancora metabolizzato. Rifiuta addirittura di comprarsi dei vestiti adeguati. Pensa che va a giro con le Clarks».
«Gli sono nel cuore. Mi dicevi che il maresciallo... a proposito, scusa, ma perché ti ha chiamato?».
«Voleva sapere come funzionano i GPS, i navigatori satellitari. Li usano in parecchi di questi esaltatoni della montagna. Solitamente, li inseriscono nelle tute per andare a fare fuoripista».
«Capisco. Così poi quando li investe la slavina è più facile restituire alla famiglia i poveri resti, comunque ben conservati».
«Demente. Comunque, la Vivarelli, cioè la vedova, aveva uno di questi cosi addosso, così si può tracciare la posizione».
«Non basterebbe il cellulare?».
«Dipende dall’accuratezza che desideri. Il cellulare al massimo ti dà una accuratezza di cinque-dieci metri, in condizioni ideali».
E non bastano? Cosa minchia vai a sciare, se dieci metri in qua o in là ti mandano nel panico? Stai a casa tua a guardare Discovery Channel e fai prima, no?
«È così grave?» esplicitò Massimo.
«Per la posizione, non troppo. Ma c’è il problema della velocità. Se sei un vero maschio che vuol sapere tutto sulla sua performance, un errore di qualche metro nella rilevazione può significare un errore di decine di chilometri all’ora nel calcolo della velocità».
«Capisco. E la signora Vivarelli Deborah è un vero maschio?».
Madonna se sei pedante, dissero le pupille di Alice.
«Comunque sia, il maresciallo ti ha chiesto...».
«Di verificare il posizionamento della signora Vivarelli e di controllare se per caso i file che ne hanno registrato la posizione non siano in qualche modo stati alterati. Cosa che ho verificato, in sede. Nessuna alterazione. Ma già me lo immaginavo».
«Ah, perché, la colpevole non è lei?».
Alice si voltò, rendendo vano il tentativo di dolce bacino sulla spalla nuda che Massimo stava progettando da qualche secondo, e guardandolo con autentico stupore.
«Perché dovrebbe essere lei?».
«Scusa, visto che sei convinta che la ragazza delle pulizie non c’entri niente...».
Alice, sempre rivolgendo gli occhi al cielo, si avviò verso il bagno. Massimo, consapevole di averla in qualche modo irritata, ma non riuscendo in nessun modo a immaginare come, cercò di mantenere il contatto:
«Fra l’altro, scusa, io continuo a non capire cosa c’entra il fatto che il carabiniere, pardon, il maresciallo De Silvestri non sappia sciare con la tua deduzione che questa tizia, quella delle pulizie, non c’entri nulla».
«No’ ’o ’etto ’e ’on ’enta ’ulla. ’Olo ’e ’aeshallo... Aspetta. Forse senza spazzolino viene meglio».
Si sentì il rumore di un rubinetto che si chiudeva, seguito da un vigoroso rumore di sciacquone. (Alice tirava sempre lo sciacquone, quando usciva dal bagno, anche quando andava semplicemente a lavarsi i denti o a truccarsi. Avendo paura delle possibili spiegazioni, Massimo non aveva mai rivolto domande specifiche sull’argomento). Dopo un attimo, Alice uscì dal bagno.
«Non ho detto che la ragazza delle pulizie non c’entra».
«E allora?».
«Ho detto che in uno degli alibi c’è una cosa che non funziona. E il maresciallo non l’ha notato. Ed è proprio perché non ha mai sciato, che non se ne rende conto».
«Continuo a non capire. Del resto, non ho mai sciato nemmeno io. A parte questi ultimi tre giorni. E cosa, in particolare, non ti torna?».
«Non ne sono sicura. No, non ne sono sicura».
«Meglio ancora. Il dubbio è la base della scienza. Di solito, si organizza un bell’esperimento e passa tutto». Massimo sospirò. «Purtroppo, nei casi di omicidio questo non è possibile».
Alice lo guardò con una lama di sguardo che non prometteva niente di buono. Poi si voltò, dando le spalle a Massimo. Il quale, nello specchio sopra al lavandino, ebbe l’impressione di aver visto un accenno di sorriso di volpe.
«Sempre no» disse, dirigendosi verso l’armadio. «Ma stavolta sì».
E incominciò a vestirsi, con una certa fretta. Massimo, in piedi davanti al bagno, sorrise.
«Non vorrei sembrare il fidanzato geloso che ti chiede dove minchia stai andando all’una di notte, ma dove stai andando all’una di notte?».
«A organizzare l’esperimento. Parte numero uno, stato dell’arte: ovvero, ricerca bibliografica e controllo incrociato della letteratura. Per la parte sperimentale...».
«Per la parte sperimentale?».
«Prima di domattina non si può fare nulla».
«Bene. Quindi dopo si dorme?».
«Te puoi dormire anche ora. Domani mi servi in forze».
«Buongiorno».
«Buongiorno» disse l’impiegato del noleggio sci, dopo qualche secondo, riemergendo da un fumetto giapponese la cui copertina prometteva combattimenti all’esimo sangue. D’altronde era mercoledì, giorno di metà settimana, e non c’era da aspettarsi troppa clientela. Chi noleggia gli sci di solito lo fa ad inizio settimana bianca, o per il weekend; se uno entra in un noleggio sci di metà settimana, tipicamente lo fa per lamentarsi.
«Mi dica. C’è qualcosa che non va?» chiese infatti l’impiegato.
«Niente di grave. Solo, il mio fidanzato ha qualche fastidio con gli scarponi. Nulla di serio, un po’ di fastidio all’alluce. Ieri, per sbaglio, nella skiroom dell’albergo si è infilato lo scarpone di un altro, che per puro caso era del numero giusto, e mi ha detto che ci stava comodissimo».
«E ti aspetti che ci creda?» aveva chiesto Massimo, con la tazzina di caffè in mano, seduti a colazione, una mezz’oretta prima.
«No, mi aspetto che ti dia un paio di scarponi di quel modello. Poi, può credere un po’ a quello che vuole».
«E se non avesse quel modello?».
«Mi stupirei alquanto. Sono di un modello comune, ne ho visti parecchi in giro. Che c’è, non hai fame?».
No, in effetti. Sono nervoso. Se c’è da dire una balla a qualcuno sono sempre nervoso. E quando sono nervoso mi passa la fame. E se la balla serve per mandare in galera una persona che mi stava pure simpatica è ancora peggio.
Tutto questo, Massimo lo disse alla commissaria solo con lo sguardo: o, meglio, più che dirglielo glielo ricordò, dato che lo aveva già comunicato a parole e gesti in camera una decina di volte, prima di scendere a colazione.
«Dai, Massimo. Allora facciamo così: parlo io, va bene? Tu devi solo fare la faccia sofferente ma vagamente speranzosa, ok?».
Mi verrà benissimo. Non per gli stessi motivi per cui penserà il commesso, ma mi verrà benissimo.
«Benissimo. Sì, vanno benissimo».
In realtà, andavano davvero benissimo. Per due motivi.
Numero uno, che come forma del piede lo scarpone sembrava pennellato, molto meglio di quello che gli avevano rifilato la domenica prima: stritolato nella centuria di pseudosciatori agognanti l’innevato pendio, aveva dato per buono il primo paio di stivaletti malesi che gli avevano fatto provare, pur di fare presto e levarsi dai coglioni prima di subito. Così, per non ritrovarsi stretto tra le persone, si era ritrovato costretto in un paio di scarponi modernissimi come concezione, ma decisamente medievali negli effetti.
Numero due, lo scarpone era esattamente del modello desiderato. Uguale identico a quello della baby-sitter, Marisol, della cui marca Alice si era accertata la notte prima, scendendo dalla camera in una improbabile mise inverno-estate (pantaloncino corto – calzettoni – piumino – ciabattoni a forma di orso) fino nella skiroom e fotografando il materiale tanto per essere sicura.
«Bene. Allora, mi rende quelli vecchi e si tiene quelli nuovi».
«C’è mica da dare una qualche differenza...».
«A posto così».
«Bene. A posto così. Adesso che facciamo?».
Seguendo le istruzioni di Alice, Massimo era tornato nella skiroom, si era tolto gli scarponi e li aveva deposti nella loro custodia di tela; dopo aver indossato i doposci, si era rimesso in fila in attesa della navetta, insieme a un esiguo numero di amanti del rischio e del freddo, che anche quella mattina era difficile da ignorare. Arrivati al Boè, Alice invece di marciare decisa verso gli impianti, come al solito, aveva accettato di buon grado l’offerta di Massimo di prendere qualcosina al piccolo barrettino di fronte alla discesa, chiedendo come unica condizione di stare fuori all’aria aperta. Cosa che Massimo aveva affrontato da vero uomo di montagna, accompagnando i tre cornetti necessari a fronteggiare il ritorno dell’appetito con un bello Jagertee, misterioso infuso tradizionale di erbe e rum dalla gradazione prossima a quella dell’alcol denaturato. Un quarto d’ora dopo, quindi, Massimo era nuovamente allegro, con molteplici declinazioni del termine.
«Adesso ti rimetti gli scarponi. Dobbiamo andare a sciare, no?».
Be’, mi sembra che la doverizzazione sia adeguata. Dopo essersi tolto il doposci, Massimo prese lo scarpone e tentò di infilare il piede.
Dopo un minuto circa di sforzi inutili, incominciando a sudare, disse:
«No, avevi ragione».
«Non ce la fai?» chiese Alice, con tono decisamente soddisfatto.
«Nemmeno per idea. Non entra. Lo scarpone non entra. Sto provando con tutta la forza che ho».
«Che si presume essere un po’ di più di quella della baby-sitter. Va bene che oltre a non essere esperto di sci sei parecchio fuori forma, ma sempre un uomo sei».
Agli zoppi pedate negli stinchi, eh?
Massimo continuò a provare a mettersi gli scarponi per circa dieci minuti, con tutta l’energia e l’ardimento che solo uno Jagertee ben preparato può fornire, ottenendo come unico risultato di coprirsi di sudore fin nelle pieghe più recondite.
«Non ci si riesce?» chiese Alice, passando rispettosamente all’impersonale.
«Non ci si riesce» confermò Massimo, serio serio.
«Te l’avevo detto? Transizione vetrosa».
«Transizione vetrosa» ripeté Massimo, togliendosi lo scarpone e guardandolo, per la prima volta, come se fosse un oggetto interessante.
La transizione vetrosa, come Alice aveva spiegato a Massimo la notte prima mentre si levava i ciabattoni da orso, è una transizione di fase tipica dei materiali plastici. La plastica, o la gomma, se raffreddata oltre una certa temperatura, letteralmente vetrifica, e da elastica diviene rigida come, per l’appunto, un vetro.
Questa temperatura, aveva continuato Alice togliendosi i calzettoni, dipende dal materiale: però, gli scarponi da sci sono fatti in materiali plastici scelti apposta per essere malleabili a temperatura interna (venti gradi) e per indurirsi quando sono all’esterno, una volta indossati, in modo da tenere la caviglia e il piede fermissimi. Da modello a modello il materiale varia, certo, aveva proseguito Alice levandosi di dosso la maglia; gli sciatori professionisti usano materiali più duri, mentre gli sciatori della domenica di solito usano plastiche morbide. Per questo era necessario sperimentare con lo stesso modello di scarpone che aveva la baby-sitter.
Poi Alice, dopo il reggiseno, si era tolta anche altro. E Massimo non era più riuscito a concentrarsi sull’indurimento.
Almeno, non quello della plastica.
«Quindi, secondo il racconto della Marisol, lei sarebbe stata qui circa mezz’ora, cioè più di quanto ci siamo stati noi, direttamente sulla pista, cioè in un posto più freddo dei tavoli accanto al bar, nella giornata di lunedì, ovvero una giornata con una temperatura minore di quella odierna. Con i doposci addosso, come risulta dalla sua testimonianza».
E d’altronde, badare ed eventualmente inseguire dei cuccioli di sciatore con gli scarponi ai piedi non deve essere facile.
«E poi avrebbe tirato fuori gli scarponi dallo zaino e sarebbe andata a sciare. A meno che non avesse dietro una piccola fonderia portatile, io non ci credo».
«Ma come ha fatto a venirti in mente, questa cosa?».
«È successo anche a me, qualche anno fa. Ero in vacanza... vabbè, con il mio ragazzo di allora, e un giorno ho detto “vado a comprare una cosa in paese, con i doposci addosso, e poi ti raggiungo sulla pista. Mi metto gli scarponi e si va”. Come no. Dopo dieci minuti di bestemmie, ho realizzato che non ci sarei mai riuscita».
«Ah, quindi tutto lo spiegone sulla transizione vetrosa era sfoggio, via».
«Un po’. Avevo come la convinzione che se ti avessi spiegato la cosa in termini scientifici mi avresti creduto di più». Alice si alzò dalla panca, decisa, con un piccolo sbuffo.
«E questo ci basta?».
«Manco per niente» disse Alice rimettendosi il casco. «Abbiamo una direzione. Adesso bisogna smontare l’alibi dello skipass. Sempre per andare sulla convinzione, credo che questo non basti per convincere il buon De Silvestri».
«Ma non eri in vacanza?».
«Difatti». Alice si calcò gli occhiali sul viso. «E quindi ora ti lascio al tuo bel librino e vado a sciare, così tra una curva e l’altra ci penso». Bacio con lo schiocco. «Ci vediamo dopo».
«A dopo» disse Massimo, tirando fuori dallo zaino I racconti di Padre Brown, e guardando la sua ragazza allontanarsi con l’aria di un gatto soddisfatto.
Un libro da leggere al tavolino di un bar, all’aria aperta, nel silenzio ovattato della neve. E se qualcuno entra e vuole un caffè, non glielo devo preparare io.
Finalmente in vacanza.
Bello, veramente bello.
Magari un pochino datato come scrittura, ma ’sto Chesterton era un genio.
Giunto alla fine del racconto, Massimo chiuse il libro, tenendo l’indice tra le pagine per mantenere il segno, e alzò gli occhi, giusto in tempo per vedere il maestro Attilio uscire dal bar, con in mano il grappino d’ordinanza. L’uomo, dopo averlo scorto, lo salutò sorridendo e si avviò verso il suo tavolo con arzilla baldanza; Massimo, estremamente ben disposto nei confronti del mondo grazie alla mattinata di lettura e di quello che per lui era un corretto uso degli sci (cioè appoggiati a una rastrelliera, mentre il proprietario è a tavola), gli fece posto sulla panca sorridendo a sua volta.
«Allora, niente sci oggi? Ci prendiamo una pausa, eh, una pausa? Ogni tanto ci vuole, eh?».
«Sì, direi di sì» approvò Massimo, completamente d’accordo.
«Eh, sì» andò avanti il maestro. «Poi dipende anche dall’abitudine, eh. Se uno fa una cosa che non è abituato, si stanca subito. Se la sai fare, eh, vai avanti tutto il giorno e non ti stanchi».
Il maestro Attilio puntò la bacchetta verso lo skilift, dove dei nutriti gruppi di frugoli con gli sci ai piedi si stavano incolonnando per prendere il mezzo di trasporto più scomodo mai progettato dall’essere umano.
«Vede, è a quell’età lì che bisogna incominciare; non quando si è già su d’età, come lei. A quell’età lì, eh. Non quando si è già un po’ su. Eh, sì».
In circostanze diverse, il sentirsi dare del vecchio da uno che era stato battezzato nel Mesozoico avrebbe fatto entrare a Massimo un giramento di coglioni tale da reagire.
In quel caso, invece, Massimo chiuse gli occhi e restò immobile. Sarà il freddo, sarà lo Jagertee, sarà il fatto che picchiare il maestro Attilio con la panca non si può, capace che è anche sotto la giurisdizione della Sovrintendenza ai Beni Artistici e Parecchio Museali e poi te lo fanno ripagare come nuovo.
Ma soprattutto perché, guardando i bambini, gli era venuta in mente la prova che stavano cercando.
«Allora, venuto in mente qualcosa?».
«Qualcosina» disse Alice, accoppiando gli sci uno sull’altro. «Io con questi cosi un giorno mi ci faccio male. Con le mani ho sempre fatto casino. Mi sa invece che la nostra baby-sitter con le mani sia parecchio lesta».
«Sì, credo anch’io» disse Massimo, guardando in direzione della pista da sci, dove dieci marmocchi di altezza trascurabile sfilavano a sci incrociati dietro al maestro.
È bello, quando tra due persone non c’è nessun bisogno di parlare.
Nel momento stesso in cui Massimo guardava, sapeva benissimo che anche Alice stava puntando lo sguardo sui bambini che seguivano il maestro come anatroccoli dietro alla mamma, e che non c’era in quel rimirare nessuna traccia di istinto materno. Semplicemente, stava visualizzando la scena di Marisol che, amorevole, tra una caramellina e una soffiata di naso, sostituiva lo skipass nella tasca di uno dei bambini con il proprio. Sostituzione numero uno. La sostituzione numero due l’avrebbe fatta al termine della lezione, andando a riprendere i marmocchi medesimi, fra un vezzo e l’altro.
«Se abbiamo ragione...».
«Abbiamo anche la prova» disse Massimo, guardando in direzione dello skilift. Dove i pargoletti, sempre ordinatamente in fila dietro il maestro, aspettavano di accedere all’impianto uno dopo l’altro, senza che nessuno si inserisse tra di loro.
E il dispositivo approvava, con un bip sonoro, ogni singolo bimbo che passava. Approvava e registrava.
Come presumibilmente aveva fatto due giorni prima, con lo skipass della baby-sitter.
«Senti, ti dispiace se vado un attimo in caserma?» chiese Alice, già sicura della risposta.
«Ma niente affatto» rispose Massimo, già sicuro di ordinare un secondo Jagertee.
«“... alibi che è crollato in tutta evidenza quando il maresciallo ha scoperto che lo skipass nominativo di Maria Soledad Portanova era transitato sempre in corrispondenza del passaggio del gruppo Leprotti 2 della scuola sci, guidato dal maestro Konrad Planitscher, in tempi compresi tra quelli del primo e l’ultimo bambino del gruppo, senza che nessuno ne notasse la presenza. Un particolare difficile da spiegare, specialmente se abbinato al fatto che, dall’analisi degli skipass, uno dei bambini iscritti al gruppo Leprotti 2, B. N., di anni 7, non risultava essere mai passato con il proprio gruppo, nonostante il maestro, il bambino stesso e i suoi compagni confermassero la sua presenza nel gruppo nel corso della mattina in questione. A questo punto gli inquirenti...”».
«A questo punto gli inquirenti si godono il resto della vacanza» chiosò Alice, dopo aver buttato giù l’ultimo sorso di frullato (solo mela e carota, niente arancia, grazie Massimo). «Anche se a mezzo servizio. Sicuro di non farcela?».
Massimo, senza enfasi, annuì lentamente, guardandosi la caviglia gonfia e violacea: risultato dei numerosi tentativi di mettersi uno scarpone rigido come un burocrate prussiano, con l’effetto anestetico combinato dei meno dieci gradi di temperatura esterna e dei più quarantacinque gradi dello Jagertee.
«Sicuro».
«Mi dispiace». Alice dette un buffetto sulla guancia di Massimo. «Con questa giornata, ti tocca stare tutto il giorno in piscina a leggere».
Massimo cercò di assumere un’aria contrita, senza riuscirci troppo.
In fondo, era in vacanza.
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