cosacchi in carnia
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Cinquant’anni fa in Carnia c’erano i cosacchi e i caucasici e su questa occupazione e su quello che ne seguí sono state scritte varie interpretazioni anche a sfondo letterario, ma la vera storia ha avuto altri precedenti e altre conseguenze. Quando nell’estate del 1943 le armate di Erzin von Kleist raggiunsero il Caucaso, alcune migliaia di karachoevi, kabardini, azerbagiani, calmucchi, osseti si costituirono in reparti per combattere con i tedeschi e contro il potere di Stalin; proprio come nell’Ottocento avevano fatto contro gli zar. Ma anche nei Lager, dove in tristissime condizioni erano concentrate centinaia di migliaia di prigionieri dell’Armata Rossa, un certo numero di questi piuttosto di morire di fame o sotto gli esperimenti dei medici nazisti si arruolò volontario nell’Armata di Liberazione comandata da Andrej Vlasov, un generale sovietico che dopo la cattura scelse l’altra parte.
Cosí è detto molto sommariamente, perché in campo tedesco prima di costituire questa armata di ventura vi furono contraddizioni, incertezze, appoggi, promesse e, da parte dei volontari – che subito vennero definiti «cosacchi», anche se i veri cosacchi erano ben pochi –, illusioni, revanscismi, sogni di gloria e di restaurazione degli atamani. Un misto di Aquila imperiale e di rivolta al comunismo alla Pugačëv; e questo perché all’armata di illusi si erano uniti ex ufficiali zaristi.
Nelle retrovie dell’immenso fronte dell’Est, in attesa della caduta di Stalin, vennero istituite delle zone franche dove le popolazioni caucasiche e cosacche che avevano seguito questi soldati potevano vivere apparentemente autonome. Ma da come poi si svolsero le operazioni militari su quel fronte, civili e soldati che si trovavano in questa strana armata incominciarono a vagare tra i territori occupati dai tedeschi. Nel novembre del 1943 il nefasto Rosenberg, ministro per i Territori Occupati, e il feldmaresciallo Keitel, capo dell’Alto Comando delle forze armate tedesche, a riconoscimento dei servizi resi dall’armata cosacca promisero privilegi, rispetto delle tradizioni, il possesso individuale di terra, una nuova area di insediamento e tutti i mezzi per creare condizioni di vita autonoma. Di ritirata in ritirata giunsero in Polonia, dove contribuirono alla lotta contro l’insurrezione di Varsavia, e in quell’agosto 1944 si pensò di trasferire in Italia qualche reggimento.
Si presero contatti con il commissario Rainer della Adriatisches Küstenland, la zona dell’alto Adriatico che era stata annessa al Terzo Reich, dove due aspre zone di montagna, la Carnia e la zona orientale d’Italia, erano controllate dalla Resistenza e libere. Qui, in questi territori, i tedeschi pensarono di convogliare i reggimenti caucasici e cosacchi promettendo quelle contrade come possibile patria. Cosí facendo risolvevano tre problemi: eliminare i partigiani, collocare in qualche modo quegli scomodi reparti e rendere sicure le comunicazioni con l’Austria attraverso quei passi alpini.
Tra l’8 e il 15 ottobre del 1944 si mise in atto l’operazione Waldläufer e reparti delle SS dell’esercito tedesco e di fascisti con il massimo appoggio dei russi invasero le vallate penetrandole dal basso e circondandole dall’alto con estrema violenza e decisione, riprendendo cosí il controllo delle zone. Nel corso dell’invasione furono uccisi quattordici civili, cinquecento furono i deportati e innumerevoli i casi di violenza.
Dopo questa operazione i reparti caucasici e cosacchi si installarono in Carnia dando inizio a una occupazione che sarebbe durata fino al termine della guerra. I caucasici occuparono la parte alta: dalla Val Pesarina al canale d’Incaroio; i cosacchi la parte piú bassa: la Valle del Tagliamento fino a d’Aupa. Ne presero possesso con i loro carriaggi, cavalli, donne e ragazzi. Ogni atamano si fece re di un villaggio. I paesi piú discosti su per le montagne furono occupati solo da soldati; in quelli di fondovalle, piú ricchi di pascoli e di foraggi, si alloggiarono militari e civili. Si dice che circa ventimila furono questi occupanti. Ma su tutto i tedeschi esercitavano il controllo.
I cosacchi erano cristiani ortodossi, i caucasici musulmani e tra le Alpi Carniche portarono i loro costumi. Conservarono anche i nomi di guerra che la storia aveva loro assegnato: reggimenti del Don, del Kuban, di Terek Stavropol. Avevano anche una loro stampa periodica, il «Kazač’ja», terra cosacca. Anche i caucasici avevano un loro giornale dal titolo molto lungo: «Severokavkazec, Organ Dobrovol’č. Brigady “Severnyj Kavkaz”».
Per tutti i carnici fu un inverno molto duro quello di cinquant’anni fa: i giovani delle classi di leva erano quasi tutti rimasti sulle montagne dell’Albania e nelle steppe della Russia con i battaglioni della Julia; i pochi uomini validi tribolavano in piccoli gruppi partigiani tra le montagne; i ragazzi poco piú che scolari venivano costretti a lavorare per la Todt. I reggimenti degli occupanti avevano bisogno di molto fieno per foraggiare i tanti cavalli e a questo provvedevano sequestrando, imponendo ammassi, rubando, cosí che era diventato drammatico poter alimentare le poche vacche rimaste nelle stalle al fine di avere un poco di latte per i bambini e per i vecchi. Su tutto governavano i Deutscher Berater di Udine e di Tolmezzo che emanavano ordinanze. Ma lo facevano anche i comandanti cosacchi e caucasici.
Il 12 febbraio del 1945 arrivò in Carnia il generale Krasnov, già nell’Armata Bianca, in esilio a Parigi e autore di un famoso libro che ebbe molto successo anche da noi: Dall’aquila imperiale alla bandiera rossa. Venne in grande uniforme con le decorazioni sul petto e una sciabola leggendaria per prendere il comando di tutte le forze e marciare alla loro testa per riconquistare la Russia degli zar…
Negli ultimi giorni d’aprile e nei primi giorni di maggio i caucasici prima, i cosacchi dopo, partirono dalla Carnia lasciando alle loro spalle una terra desolata e insanguinata. Rimasero alcuni di loro che erano passati nella Resistenza. Sotto l’incalzare degli avvenimenti giunsero in Austria sperando di essere accolti come alleati, invece furono internati in un Lager nei pressi di Lienz dove rimasero sotto il controllo degli inglesi. Con un inganno gli ufficiali furono tradotti nel carcere di Spittal per essere consegnati ai sovietici. I generali Domanov e Krasnov furono processati e condannati a morte per tradimento. In base agli accordi di Yalta tutti i prigionieri sovietici dovevano essere consegnati all’Urss e quando ai primi di giugno fu loro comunicata questa decisione si produssero panico e tentativi di fuga. Alcuni furono uccisi dalle sentinelle, altri annegarono nelle acque della Drava cercando di darsi alla macchia. È pura fantasia quello che dopo si scrisse, ossia che si gettarono in massa nel fiume cercando il suicidio piuttosto che ritornare sotto il comunismo. La grande maggioranza fu deportata nei campi della Siberia. Qualche lapide in cirillico è rimasta nei cimiteri della Carnia, altri sono sepolti in un piccolo cimitero di guerra in Carinzia.