il seme della seconda guerra mondiale
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Quando una guerra inizia gli uni e gli altri contendenti inneggiano alla sicura vittoria, gli uni e gli altri invocano Dio con loro e la benedizione delle armi. Cosí dalle origini, perché ogni avversario si ritiene dalla parte della giustizia. Con il passare del tempo nel conflitto, i piú ragionevoli e razionali hanno dei dubbi; incominciano la stanchezza, il desiderio di farla finita. Ricordo quel freddissimo gennaio del 1942 quando una tradotta mi portava verso il fronte russo: in una libreria di Aosta avevo comperato un libro che mi pareva degno, Italia mia, l’autore Giovanni Papini; l’ultimo capitolo aveva per titolo Questa guerra, una esaltazione farneticante di nazionalismo e di quella guerra verso la quale andavo. Noi, secondo lui, eravamo i migliori, dovevamo dominare, portare civiltà ai barbari eccetera. Benché educato come nel «ventennio» venivano educati i ragazzi, benché convinto del mio dovere di italiano, mi prese un tale sdegno che, aperto il finestrino, gettai il libro sulla neve della pianura polacca. Ma non di questo volevo dire: ottant’anni fa, con la battaglia di Vittorio Veneto finiva per noi la prima guerra mondiale.
Ottant’anni fa! Il grande Impero asburgico si andava sfaldando sotto le spinte delle numerose etnie che lo componevano; la fame e la febbre spagnola mietevano vittime a centinaia di migliaia tra le popolazioni civili; ai soldati al fronte erano stati promessi bottino e saziamento nelle terre dell’alta Italia, oltre il Piave, ma la grande «offensiva del solstizio» era fallita. Non si sentivano però battuti gli austriaci: erano pur sempre quelli che nella primavera del ’16, dall’Altipiano, stavano per sopraffare l’Italia, quelli che nell’ottobre del ’17 avevano stravinto a Caporetto.
Se la ritirata tedesca in Francia in quel 1918 era lenta ma continua e segnava il principio della fine dell’esercito del kaiser Guglielmo, ed era premessa alla risoluzione della Grande Guerra, l’esercito austroungarico sul nostro fronte era ancora efficiente, consistente di numero e bene armato. In questa situazione di attesa, considerata la situazione interna dell’Austria, l’esercito nemico avrebbe finito con l’andarsene senza combattere per ritirarsi a difendere i confini del vecchio Impero. Gli Alleati temevano però che parte delle forze austriache levate dal Veneto sarebbero finite a rinforzare l’indebolito esercito tedesco, e per questo sostenevano un’offensiva italiana; ma da parte nostra c’era anche la possibilità di una figura meschina e di trovarci squalificati nel momento di una vittoria definitiva conquistata senza il nostro aiuto.
Lo Stato Maggiore francese e lo stesso maresciallo Foch avevano suggerito al nostro Comando supremo di considerare un’offensiva sugli Altipiani da dove il nemico minacciava la pianura e tutto il nostro schieramento; questa proposta apparve a Diaz quanto meno imprudente e pericolosa: un insuccesso avrebbe portato il nemico in pianura. Scrive Aldo Valori:
Pure, sino all’ultimo momento (fine settembre 1918), il nostro Comando supremo preparò o finse di preparare questa nuova offensiva; e quando si pose invece a studiarne un’altra, che fu poi eseguita, fece di tutto per tenerla nascosta, al fine di evitare obiezioni recriminazioni e consigli da parte dell’invadente alleato.
E fu cosí bene simulata che il gruppo armate del Tirolo comunicava:
Sull’Altipiano dei Sette Comuni il fuoco dell’artiglieria italiana è aumentato dal 7 ottobre in modo tale da far ritenere imminente una grande offensiva, anche se l’avversario si limita per il momento a compiere azioni di sondaggio con qualche pattuglia.
Intanto l’idea di abbandonare il Veneto da parte dell’Austria si stava facendo piú concreta e il 14 ottobre, a Baden, in una riunione dei capi di Stato Maggiore delle armate venne studiata questa possibilità. Ma si espresse anche il timore che le truppe, una volta abbandonato il fronte, non si sarebbero piú fermate ai confini dell’Impero e che noi italiani non avremmo dato tregua al loro ripiegamento. Si temeva anche una rivoluzione e che i soldati, una volta raggiunta la loro terra d’origine, si sarebbero trasformati in bande di predoni o, anche, avrebbero combattuto tra loro al servizio dei vari partiti o nazionalità, compromettendo l’ordine in tutto il territorio della duplice monarchia. Fu deciso intanto, in tappe successive, lo sgombero delle enormi quantità di materiali ammassati a ridosso del fronte; si cercò anche di far rientrare in patria migliaia e migliaia di soldati colpiti dalla malaria e dalla febbre spagnola, i feriti.
Evidentemente la situazione dell’Impero asburgico, sia sul fronte che nell’interno, era molto critica; la catastrofe dopo quasi cinque secoli si presentava inevitabile; il 22 ottobre il giovane imperatore Carlo, che due anni prima era succeduto a Francesco Giuseppe, aveva proclamato: «Soldati! Si avvicina il giorno della pace e del ritorno alle vostre case. I compiti che ancora dovete assolvere sino a quel momento sono particolarmente difficili […] Che la benedizione di Dio vi accompagni!» Un autunno drammatico e molto pesante si presentava alle porte degli Imperi centrali. Nel 1914 la Morte si era avvicinata a bere dai calici con cui si brindava.
Da parte nostra si era preparata l’offensiva con segretezza e scrupolo; si era raccomandato ai comandanti di reparto di allenare i soldati a lunghe marce; si erano addestrati reparti di arditi a combattimenti rapidi e decisi; ma al Comando Supremo il generale Diaz manifestava ancora qualche incertezza e cercava di rimandare tutto alla primavera del 1919, adducendo la motivazione che avrebbe dovuto agire da una posizione di svantaggio strategico. Però il maresciallo Foch premeva, e premeva il governo di Orlando, il quale il 3 ottobre aveva promesso agli Alleati che l’esercito italiano avrebbe quanto prima ripreso l’iniziativa.
Il primo ordine di operazione del Comando supremo fu emanato il 12 ottobre; prevedeva la rottura sul Piave al lato nord del Montello, il passaggio del fiume e il raggiungimento «con la massima celerità» della «regione a nord di Vittorio per intercettare la principale arteria di rifornimento» e separare cosí la 5ª dalla 6ª armata austriaca, precludendo la ritirata alle truppe avversarie. Peggiorando le condizioni del Piave a causa delle abbondanti piogge, il giorno 18 l’ordine di operazione fu in parte modificato; venne ritardata l’operazione sul medio e basso Piave e anticipata quella nel settore Piave-Brenta con obiettivo il corridoio Primolano-Arten-Feltre da parte delle armate del Grappa e del Montello; quella dell’Altipiano avrebbe concorso attaccando nel settore Lisser-Cismon. Il 21 ottobre, da parte di Diaz, venne un nuovo ordine di operazione, piú esteso sul fronte d’attacco e meglio coordinato. Finiva: «L’attacco tra il Brenta e il Piave avrà inizio al mattino del giorno X, che verrà designato dal Comando supremo, l’attacco al medio Piave nelle prime ore notturne dello stesso giorno X».
In data 24 ottobre l’Ufficio operazioni comunicava ai Comandi d’armata che «tenuto conto delle sfavorevoli condizioni atmosferiche, il passaggio del Piave da parte dell’8ª e 10ª armata e dell’ala destra della 12ª che doveva iniziarsi questa notte, è differito sino a nuovo ordine. Proseguirà invece, e sarà spinta con il massimo vigore, l’azione iniziata oggi tra Brenta e Piave da parte della 4ª armata». Il 24 ottobre 1918, alle cinque del mattino, era iniziato il principio della fine.
Dieci giorni durò la battaglia che va sotto il nome di Vittorio Veneto; la resistenza degli austriaci, specialmente nella zona del Grappa, si manifestò subito forte e i nostri primi successi furono pagati a caro prezzo di sangue. Sino al 26, sul Piave non si poté tentare il passaggio. Quel giorno i nostri pontieri gettarono undici ponti da Pederobba alla Grave, la piena del fiume e l’artiglieria ne distrussero cinque; ma la mattina del 27 tre nostre teste di ponte erano salde sulla riva sinistra: a Valdobbiadene, a Sernaglia e a Cima d’Olmo. Nella zona dove operava la nostra 8ª armata i ponti vennero travolti dalla piena e i migliori reparti d’assalto si ritrovarono isolati al di là dell’impetuosa corrente, le acque crescevano rendendo impossibili i rifornimenti e l’avversario contrattaccava. Ma ormai la battaglia aveva assunto uno sviluppo a noi favorevole a nord del Montello e sulla sinistra del Piave verso Cima d’Olmo e San Polo, mentre sul Grappa gli austriaci ancora resistevano. Il 29 sera le brigate Sassari e Bisagno conquistano Conegliano e da lí una colonna leggera di bersaglieri ciclisti e di lancieri raggiunge Vittorio Veneto, meta strategica della battaglia. I battaglioni alpini Exilles e Pieve di Cadore entrano in Feltre alle 17,30 del 31 ottobre, dopo che il nemico è stato costretto a ritirarsi dal Grappa.
Ormai l’intero fronte è crollato: il gruppo armate del Tirolo operante nel Trentino al comando dell’arciduca Giuseppe è completamente circondato; il gruppo armate dell’Isonzo del maresciallo Boroević è in ritirata. Il 2 novembre arditi e alpini entrano in Rovereto; il 3 la cavalleria, il 20° reparto d’assalto, gli alpini del 4° gruppo e il 10° gruppo d’artiglieria da montagna entrano in Trento. Nella pianura veneto-friulana, intanto, anche la cavalleria avanza a marcia forzata catturando interi reggimenti. Il 3 novembre, alle 13,30 la nostra 3ª divisione libera Udine e nel medesimo giorno i bersaglieri sbarcano a Trieste dal cacciatorpediniere Audace.
Ma già al mattino del 29 ottobre, con una bandiera bianca, si era presentato alle nostre linee in Val d’Adige un capitano di Stato Maggiore che chiedeva di consegnare una lettera: il generale Weber von Webenau scriveva che il suo Comando supremo desiderava entrare in contatto con il nostro per iniziare immediate trattative di armistizio. Il pomeriggio del 30 si presentò lo stesso generale von Webenau, seguito da altri ufficiali muniti di credenziali. Quella sera vennero condotti a Villa Giusti, nei pressi di Padova, sede del nostro Comando Supremo che nel frattempo si era messo in contatto con il Consiglio di guerra interalleato, riunito a Versailles, per concordare le clausole d’armistizio. Al nostro Comando Supremo venne lasciata facoltà di fissare i dettagli delle attuazioni. Il 2 novembre, alle 18, venne fissata una riunione plenaria tra italiani e austriaci; le discussioni si protrassero per tutta la notte mentre nelle valli del Trentino e nella pianura veneto-friulana gli scontri andavano estinguendosi. L’armistizio venne firmato alle 18,40 del 3 novembre, entrò in vigore alle 15 del giorno successivo. Per noi e per l’Austria-Ungheria la Grande Guerra era finita, ma là dove era passata restavano desolazione e morte. I soldati esausti ritornavano nelle loro case, ma presto il nazionalismo avrebbe imposto confini e trattati che sarebbero stati il seme della seconda guerra mondiale.