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Stories by mario rigoni stern

italiani nella russia in fiamme

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Sul finire del 1916 i prigionieri trentini, friulani e giuliani che avevano prestato servizio nell’esercito austroungarico, circa ventimila, e che erano sparsi in quarantacinque governatorati dell’Impero zarista, incominciarono ad affluire a Kirsanov. Secondo gli accordi tra i governi dovevano essere inviati in Italia attraverso i Balcani, ma l’andamento della guerra e della storia cambiò i programmi.
Già nel 1914 lo zar Nicola aveva personalmente offerto a Vittorio Emanuele la consegna dei prigionieri di origine italiana, ma per la dichiarata neutralità l’offerta venne rifiutata malgrado l’insistenza. Anche l’opera di propaganda tra i prigionieri per convincerli a passare all’esercito italiano si attuava con una certa difficoltà. A causa delle sofferenze al fronte, di malattie, ferite e lontananza da casa, questi disgraziati si trovavano davanti anche a problemi morali di non facile soluzione.
Come e quando sarebbe finita la guerra? Ci sarebbe stata rivalsa verso le famiglie che ancora vivevano entro i confini di Austria-Ungheria? E il giuramento prestato? Alcuni goriziani e triestini di pensiero mazziniano, per lo piú professionisti o studenti, pensavano di organizzarsi in gruppi tra la diffidenza dei colleghi fedeli all’imperatore. Tra gli ufficiali vi furono minacce di denunce e persino sfide a duello, secondo le rigorose procedure in uso nell’esercito asburgico.
Finalmente, dopo lunghe insistenze del governo di Pietroburgo, una speciale missione militare italiana venne inviata in Russia allo scopo di organizzare il trasporto in Italia dei primi scaglioni di prigionieri. La comandava il colonnello Achille Bassignano e tra i venti ufficiali che la componevano si trovavano dieci volontari «irredenti», che per la loro origine avrebbero potuto con piú facilità far breccia nell’animo dei prigionieri.
Nell’estate del 1916 la missione speciale partí da Torino e nell’agosto era già a Mosca e a Kirsanov. Il maggiore dei carabinieri Cosma Manera fu quello che piú si diede da fare per organizzare il rientro di coloro che lo desideravano. Gaetano Bazzami nel suo libro Soldati italiani nella Russia in fiamme (1915-20) (Trento 1933) scrive:
Gli irredenti erano in maggioranza contadini nati e cresciuti in piccoli paesi, dai quali forse non si erano mai allontanati se non per il servizio militare, gente che l’Italia non l’aveva conosciuta che per quanto gliela avevano dipinta le autorità austriache.
Tra costoro, nei campi di concentramento e nelle condizioni che ben si possono immaginare, «l’Austria aveva posto in atto mezzi di dissuasione, minacciando di fucilazione come disertori i sudditi austroungarici che si facevano arruolare dagli italiani e confiscando i beni di coloro che si sapeva avessero fatto questa scelta».
Si trattava di un vero dramma, e, ciò malgrado, tremila prigionieri rinunciarono di fatto alla cittadinanza austriaca acconsentendo a essere trasportati in Italia senza l’obbligo di arruolamento nel regio esercito. Ma la naia è sempre fatale, in ogni condizione e a ogni latitudine: il primo treno di ex prigionieri, addobbato a festa e pieno di canti, che era partito il 25 agosto 1916 da Kirsanov, quando dopo otto giorni giunse in vista del porto di Archangel’sk sul Mar Bianco, per qualche misterioso ordine ritorna alla base di partenza tra il dileggio dei soldati russi e dei prigionieri che erano rimasti «fedeli».
Verso la metà di settembre parte uno scaglione di millesettecento «irredenti» che il giorno 24, finalmente, si imbarcano su un piroscafo ex austroungarico che gli inglesi avevano catturato nei mari delle Indie. Il piroscafo, ribattezzato Huntspeal, doppia Capo Nord e attraverso il mar Glaciale Artico arriva in Scozia, a Glasgow; da qui per la Francia, il giorno 9 ottobre gli ex prigionieri giungono a Torino «accolti da autorità civili e militari e da una immensa folla».
Il piroscafo inglese ex austriaco ritorna per un secondo carico di altri millesettecento «irredenti»; ancora settecento vengono imbarcati sul piroscafo francese Medie. Anche questi uomini, per la via di Capo Nord, Inghilterra e Francia, giungono a Torino il 15 novembre. Ma un quarto scaglione arriva ad Archangel’sk troppo tardi: i ghiacci hanno chiuso la via del rimpatrio e malinconicamente deve ritornare nell’interno della grande Russia.
Il maggiore Manera, che a questi prigionieri aveva dedicato tutte le sue energie, non si perde d’animo, e non potendo ottenere un convoglio ferroviario dalle autorità russe perché le esigenze belliche e politiche si sono fatalmente aggravate, si accorda con il capostazione di Kirsanov, e nel pieno della Rivoluzione d’Ottobre a ogni treno in transito per l’Estremo Oriente fa agganciare un vagone-bestiame.
Il primo gruppo di quaranta uomini parte il 28 gennaio 1917; l’ultimo, con il maggiore Manera e i prigionieri piú anziani e ammalati, ai primi di febbraio del 1918. Anche lo scaglione che era stato bloccato dai ghiacci del Mar Bianco e ora si trovava in sosta forzata a Vologda, cinquecento chilometri a nord-est di Mosca, prende finalmente la via dell’Estremo Oriente.
Nel cuore dell’inverno siberiano, tra disagi e pericoli di ogni genere, duemilacinquecento prigionieri di guerra italiani che già avevano combattuto in Galizia e sui Carpazi, arrivano dopo mesi di viaggio a Harbin, capitale della Manciuria, e da qui vengono smistati verso Pechino e Vladivostok. Ma quanti sono ancora quelli rimasti nei villaggi o nelle città disperse in questo immenso territorio squassato dalla Rivoluzione e in parte occupato dalle truppe degli Imperi centrali?
Molti lavorano presso le fattorie, altri fanno gli artigiani, alcuni persino i marinai sui grandi fiumi siberiani; e la guerra al fronte, le natie valli, persino i famigliari sono lontanissimi nel tempo come nello spazio: l’importante è sopravvivere, e questo istinto primitivo lo può capire solo chi l’ha provato.
È la primavera del 1918, con il disgelo; Giocondo Tomasi, fabbro di Gardolo, scrive nel suo diario:
Il tempo è bello. Intorno a noi per cento chilometri pare un gran mare. Grandi feste della popolazione; tutti vanno in barca con la musica e cantano. È l’ultima festa di Pasqua. La mattina ferro i cavalli e poi andiamo in barca. 18 aprile (1° maggio), oggi, primo maggio grande festa per la liberazione della Russia. Andiamo in città per vedere il corteo. Parla una vecchia che fu per cinquant’anni deportata in Siberia, Caterina Brezcova. Il tempo è bello.
Aspettavano che nel mondo tornasse la pace per riprendere la strada di casa. Ma qualche volta le condizioni e le vicende portavano questi ex prigionieri a prendere posizione tra i contendenti, e non furono pochi quelli che seguirono il vessillo rosso della Rivoluzione. Giovanni Cainelli, di Civezzano, racconta che un giorno le Guardie Rosse, era di maggio a Tambov, lo presero come cuoco, a «fare fuoco sotto dei grandi calderoni per dare da mangiare a tutti i militarizzati».
Ricorda nella sua testimonianza:
La propaganda sovietica puntava tutto per convincerci a prendere le armi: bisognava combattere perché non ci fossero piú guerre, né per noi né per i nostri figli. Centinaia di trentini passarono con i bolscevichi, formando addirittura un battaglione. Mi ricordo che passavano a cavallo cantando le canzoni della nostra terra.
Martino Bortolini lavorava nella fabbrica di Ust-Katav; quando scoppia la Rivoluzione un capo reparto si suicida e lui viene nominato al suo posto. Inventa un congegno per il buon funzionamento della centrale idroelettrica, un servizio telefonico per l’uso interno ed esterno della fabbrica: viene nominato «eroe del lavoro». Rientrerà in Trentino nel 1923.
Ma ci furono anche altre curiose storie, come quella del «capitano». Compattangelo, ex giornalista, ex commerciante in Manciuria, personaggio un po’ misterioso che si autonomina comandante di un battaglione di ex prigionieri trentini e friulani che opera nel corpo cecoslovacco, armato dagli Alleati per combattere i «rossi». Il battaglione prende il nome di Savoia e per le mostrine rosse viene denominato «battaglione rosso». Combatte con i bianchi contro i rossi, giunge a Krasnojarsk nel novembre del 1918 dove s’incontra con il corpo di spedizione italiano comandato dal colonnello Fassini-Camossi. Il battaglione irregolare viene sciolto, gli uomini trasferiti a Vladivostok e del «comandante» Compattangelo svanisce ogni traccia.
Intanto lentamente, a gruppi, isolati, di propria iniziativa o guidati da qualche graduato, questi rivoli umani si raccolgono nella concessione italiana di Tientsin, a Vladivostok, nel villaggio di Leo-sha-gou, o a Nikol’sk sull’Ussuri. Il maggiore Cosma Manera viene nominato capo della missione italiana per la ricerca dei prigionieri di nazionalità «italiana» e arriva a Pechino per organizzare il rientro come già aveva fatto da Archangel’sk.
Nella primavera del 1918 una nave americana, la Sheridan, salpa da Vladivostok per San Francisco con un centinaio di ex prigionieri, i piú ammalati e gli anziani. Gli italiani d’America accolgono con grandi feste questi compatrioti che attraversano in treno gli Stati Uniti per imbarcarsi nuovamente a New York e, finalmente, arrivare a Genova il 27 giugno. Una seconda nave americana, partendo da un porto della Corea, per la stessa via fa rientrare in Italia altri trecentosettanta uomini.
Una nostra nave, la Roma, che aveva portato in Estremo Oriente il corpo di spedizione italiano, riaccompagna a casa circa altri settecento ex soldati asburgici nostri compaesani che sbarcano a Napoli il 22 ottobre. Ma, anche, ottocento «irredenti» chiedono di far parte dei «battaglioni neri» (cosí chiamati per il colore delle mostrine) del corpo di spedizione del regio esercito: ritorneranno in Italia nel 1920.
Non tutti i superstiti, però, ritornarono in quegli anni; in Valsugana conobbi un ex soldato asburgico che ritornò a baita nel 1926, e durante la ritirata del Don nel gennaio-febbraio 1943 un artigliere alpino della Tridentina ebbe la ventura di ritrovare in un’isba il padre che non aveva mai prima conosciuto.
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