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Stories by mario rigoni stern

l’armata nel fango verso il massacro

italian

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Quand’ero ragazzo e i reduci della prima guerra mondiale venivano in Altipiano per rivedere i luoghi delle loro sofferenze, li guardavamo come dei vecchi acciaccosi, ed erano passati solo dieci anni dal tempo di quelle battaglie. Lo pensavo in questi giorni guardandomi dentro e calcolando che dalla guerra contro la Grecia sono trascorsi giusti cinquant’anni. Ma anche, pensavo, come pochi oggi ricordano quella triste avventura che tanti morti e sofferenze impose alla nostra gioventú.
L’Albania era stata occupata dalle truppe italiane ai primi di aprile del 1939, dopo che la Germania di Hitler aveva invaso la Cecoslovacchia e, nell’intendimento di Mussolini, l’occupazione dell’Albania era una specie di ripicca nei confronti dell’alleato che lo teneva all’oscuro di tutte le sue mosse. Ma anche una dimostrazione dell’efficienza del nostro esercito. Invece quell’azione, scrive Mack Smith nella Storia d’Italia, «… ebbe tutte le caratteristiche della trascuratezza fascista».
In quell’estate del 1939 quattro delle cinque divisioni inviate in Albania al comando del generale Guzzoni (che Ciano nel suo Diario descrive «… piccolo e con una cosí grossa pancia e i capelli tinti») erano schierate ai confini con la Grecia. Il 16 agosto di quell’anno, ben dieci mesi prima della nostra entrata in guerra a fianco della Germania, Mussolini incaricò il maresciallo Badoglio, capo di Stato Maggiore Generale, di progettare un piano di guerra contro la Grecia. Il generale Guzzoni lo presentò in pochi giorni prevedendo un anno di preparazione, l’esecuzione di grandi lavori stradali e portuali e l’impiego di almeno dieci divisioni. Il progetto fu discusso a Roma e il generale Pariani propose che le divisioni fossero portate a venti.
Ma Mussolini era facile ai cambiamenti e il 20 settembre dice a Guzzoni: «…la Grecia è un osso spolpato, non vale la pena che perdiamo anche uno solo dei nostri granatieri…» A lampi minacciosi succedevano sprazzi di sereno, ma sull’Europa si andava addensando la piú grande catastrofe della sua storia: il 1° settembre 1939 la Germania invade la Polonia.
In dicembre del 1939 il generale Guzzoni viene sostituito dal generale Geloso e il Comando Superiore Truppe Albania prepara un altro piano denominato «Emergenza G» dove si espone che per invadere la Grecia bastano dieci divisioni. Nel maggio del 1940 il generale Geloso verrà sostituito dal generale Visconti Prasca; e questi sono solo gli inizi di una girandola di comandanti piú o meno inetti che si susseguiranno poi durante tutta la campagna e nei momenti piú delicati, tra diatribe, scaricabarili, lotte di potere tra militari e politici, dimissioni, siluramenti.
Intanto in quell’ottobre di cinquant’anni fa, mentre alcuni generali preparavano l’attacco e alcuni politici come Ciano e Jacomoni, luogotenente generale in Albania, volevano la loro «guerra personale» contro la Grecia che sarebbe durata solo «qualche settimana», il generale Soddu sottosegretario di Stato alla Guerra, dava disposizioni per lo svernamento delle truppe: «… e in Albania, ad uno schieramento non addensato al confine con l’Epiro ma opportunamente scaglionato sí da mettere le truppe nelle migliori condizioni di vita e di addestramento…»
Quasi contemporaneamente a questo venne anche emanato l’ordine di congedare le classi dal 1910 al 1913; e ben ricordo come questi richiamati cedettero a noi permanenti le scarpe e gli indumenti migliori del loro corredo in cambio delle nostre scalcagnate e dei nostri consunti da versare al Deposito. Ma, dopo ore di marcia sotto la pioggia battente, giunti al treno che avrebbe dovuto portarli verso casa, venne il contrordine che li fece rientrare al battaglione.
Il giorno 11 i tedeschi occuparono anche la Romania «in seguito a richiesta della stessa per difendere i pozzi di petrolio». Ciano, contento per la provocazione, scrive nel Diario: «… (il Duce) è indignato per l’occupazione germanica della Romania… “Hitler mi mette sempre davanti al fatto compiuto. Questa volta lo ripago della stessa moneta; saprà dai giornali che avrò occupato la Grecia. Cosí l’equilibrio verrà ristabilito”. Domando se è d’accordo con Badoglio. “Non ancora, – risponde. – Ma do le dimissioni da italiano se qualcuno trova delle difficoltà a battersi coi Greci”. Ormai il Duce sembra deciso ad agire. In realtà credo l’operazione utile e facile».
Di questo progetto da eseguirsi quanto prima viene direttamente informato il generale Soddu che ne parla a Badoglio e questi dal Comando supremo emana l’ordine ai sottoposti Stati Maggiori in data 18 ottobre 1940 - XVIII, N. 3197 - Segreto: «Il Duce ha disposto che le operazioni per l’esigenza “G” abbiano inizio il giorno 28 corrente mese».
Ma qui viene anche curioso far notare come nei documenti pubblicati nel Tomo II della Campagna di Grecia dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (1980) quello riguardante lo svernamento delle truppe, a firma di Soddu, porta la data del 30 ottobre!
Ma prima dell’ordine di Badoglio c’erano stati pasticciati tiramolla e a leggere i verbali delle riunioni viene la pelle d’oca nel pensare in che mani eravamo noi semplici soldati. Alle facilonerie di Ciano e Jacomoni nei confronti della Grecia si accompagnavano la sicurezza di Visconti Prasca che in pochi giorni sarebbe arrivato al Mare Egeo e i progetti di Mussolini per l’occupazione delle isole ioniche.
Il giorno 24 viene creato un incidente alla frontiera, con bombe e armi francesi. Visconti Prasca assicura che, se pure Turchi e Inglesi intervenissero in soccorso alla Grecia, «l’operazione è stata preparata in modo di dare l’impressione (sic!) di un rovescio travolgente in pochi giorni». A questo Mussolini risponde: «Per la responsabilità che mi assumo in questa faccenda vi dico di non preoccuparvi eccessivamente di quelle che possono essere le perdite, pur essendo sollecito, dal punto di vista umano, per la vita di un solo soldato. Dico ciò perché alle volte un capo si ferma in considerazione delle gravi perdite subite». Al che Visconti Prasca assicura: «Ho dato ordine che i battaglioni attacchino sempre, anche contro una divisione».
Il 28 ottobre, alle tre del mattino, Emanuele Grazzi ministro d’Italia ad Atene, dopo aver partecipato ai grandi festeggiamenti per l’inaugurazione dell’Opera di Atene, si presenta nella villa del dittatore greco Giovanni Metaxas per presentargli la nota preparata da Ciano dove, dopo preamboli e invenzioni di offese, si chiede al governo greco la facoltà di occupare i punti strategici della Grecia per tutta la durata del conflitto con la Gran Bretagna. Si chiede anche di non porre ostacoli al passaggio delle truppe italiane. Alla domanda di Metaxas quali sarebbero i punti strategici da occupare, il ministro Grazzi non sa rispondere, non lo sapeva. «Cosí è la guerra», concluse Metaxas.
Alle sei di quella mattina le nostre striminzite colonne si misero in cammino contro la Grecia. Pioveva a dirotto, gli scarponi sprofondavano nel fango, gli automezzi e i muli proseguivano con grande fatica. E questo mentre a Firenze Mussolini e Ciano a colloquio con Hitler attendevano notizie di esaltante avanzata.
Il giorno 29 i greci opposero le prime resistenze; ai primi di novembre le colonne della Julia che erano penetrate nel Pindo rimangono isolate, sono isolate anche le colonne penetrate nella Macedonia occidentale. Resistenza e attacchi dei greci, fango, pioggia, neve nelle quote piú alte; fame, scarsità di munizioni, impossibilità dei rifornimenti e di intervento dell’aviazione a causa dell’inclemenza del tempo, mancanza di comunicazioni e poi ritirata abbandonando feriti e materiali: questi i risultati.
In una busta contenente le lettere censurate dalla Commissione provinciale di Treviso e conservata presso quell’Archivio di Stato, un reduce che si è dedicato alla ricerca di documenti sulla seconda guerra mondiale ha scoperto questa lettera che un artigliere della Julia nel dicembre del 1940 scriveva a una conoscente di Conegliano: «… io la mia vita la credevo persa come l’hanno persa diversi dei miei compagni che forse saprai come è ridotta la nostra Divisione Julia. Devi sapere che nella mia batteria eravamo in trecento e siamo salvi in ottanta. Muli di centotrenta sono rimasti quindici. Pensa, se potevi avere una speranza di vita…» Dopo sei mesi di asprissima vita e duri combattimenti tra fango e neve, di ritirate, di attacchi, siluramenti e liti tra generali, di somma e incredibile confusione, le nostre perdite ammontarono a 154 172 uomini; tra questi 25 067 risultano dispersi e congelati.
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