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Stories by mario rigoni stern

l’ultima carica

italian

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Quando nel 1967 si ricordò il cinquantenario della battaglia dell’Ortigara, vedevo nei pochi reduci che vollero ritornare lassú dei vecchi canuti e mi pareva passato remoto il tempo di quei combattimenti che avevo sentito raccontare da bambino. Ora, nel 1992, tocca a me dover ricordare il cinquantenario di quei mesi caldi del 1942, quando tra il sole e la polvere e i temporali improvvisi si camminava nella steppa. Era una estate torrida dopo un freddissimo inverno e gli squadroni del Savoia Cavalleria e dei Lancieri di Novara si avvicinavano ai luoghi dell’ultima carica.
Allora la 6ª armata e la 4ª corazzata tedesche correvano verso le steppe del Volga e i reparti della 8ª armata italiana incominciavano ad attestarsi sulle rive della grande ansa che il Don fa verso oriente prima di scaricarsi nel Mar d’Azov. Nel gioco della guerra il comandante dell’annata italiana, Gariboldi, aveva manifestato al Comando del gruppo armate B il suo malcontento perché, a suo giudizio, l’armata era stata destinata a scopi di secondaria importanza in un momento di generale ripresa offensiva; nel contempo aveva anche fatto presente al Comando tedesco le sproporzioni tra l’ampio fronte da difendere e le esigue forze a disposizione. A queste osservazioni il Comando del gruppo armate, che era tenuto dal maresciallo von Weichs, fece sapere che in caso di offensiva sovietica avrebbe provveduto a inviare mezzi per fronteggiarla e che, dopo tutto, il compito assegnato all’armata italiana era importantissimo «in quanto concorreva all’azione principale sul Caucaso».
Ai primi di agosto i reparti italiani, largamente diluiti sul tratto assegnato lungo il «placido fiume», prendono posizione in capisaldi distanziati sulle alture dominanti la riva destra. È questo un fronte non ancora sicuramente fortificato: non ci sono reticolati da sistemare attorno ai capisaldi, poche le mine da posare nei punti dei presumibili passaggi, le artiglierie non hanno ancora definito i settori di tiro. I soldati italiani scavano postazioni e trincee, cercano di arrangiarsi alla maniera solita con quello che c’è, ma un battaglione di fanteria si trova ad avere la responsabilità di un settore lungo quindici chilometri!
In questa situazione, per alleggerire la pressione delle armate tedesche verso Stalingrado e il Caucaso, l’Armata Rossa, con forti pattuglioni, assaggia la consistenza del nostro schieramento. Durante le notti, ungheresi e romeni tengono desto il lungo fronte con continue sparatorie di armi automatiche. Ma anche i tedeschi, forse convinti che la guerra è già risolta con la loro vittoria, fanno grande spreco di munizioni e ogni notte sparano senza sosta verso un vuoto solo apparente dove i soldati russi stanno acquattati e in silenzio.
Un veterano di tanti combattimenti scrive in quell’estate: «Quando avanzano non risparmiano le munizioni ma spesso sparano in aria. Le loro postazioni avanzate, soprattutto di notte, erano rese benissimo visibili dal fuoco delle mitragliatrici, dai proiettili traccianti spesso sparati a vuoto e dai razzi di differenti colori. Sembrava come se avessero paura del buio o si annoiassero senza il crepitio delle mitragliatrici ed il bagliore luminoso dei traccianti». Nello stesso tempo un soldato tedesco scrive a casa: «Il comandante di compagnia dice che le truppe russe sono completamente disfatte e non potranno resistere piú a lungo. Raggiungere il Volga e prendere Stalingrado non è troppo difficile per noi». Invece…
Invece quei soldati russi che parevano definitivamente sconfitti, nella seconda decade di agosto incominciano quella che verrà chiamata la loro prima offensiva del Don. Nella zona di Voronež attaccano il settore tenuto dalla 2ª armata ungherese; la notte del 17, piú a sud, quello tenuto dalla divisione Sforzesca nel punto di congiunzione tra il 53° e il 54° fanteria. Il 18 agosto, qua e là lungo il fiume, grossi pattuglioni, ma anche reparti organizzati a battaglioni, attaccano a sorpresa, accerchiano piccoli capisaldi. Le piú volte vengono respinti e i capisaldi accerchiati liberati, ma al di qua del Don si consolidano delle teste di ponte alimentate attraverso passerele costruite sotto il pelo dell’acqua.
Anche il fronte tenuto dalle divisioni Pasubio, Ravenna e Torino viene tastato dai russi. Viene sondato pure il fronte tenuto dalla 2ª armata tedesca, e diventa chiaro che lo scopo dell’Armata Rossa è quello di scoprire il punto piú debole per sferrare un attacco di alleggerimento, o tagliare i rifornimenti della 6ª armata di von Paulus come si era tentato in luglio, quando la resistenza del 13° corpo d’armata tedesco e della nostra 3ª divisione celere aveva fermato il tentativo.
E la notte del 20 agosto, alle 2,30, dopo violenta preparazione d’artiglieria e mortai, che i russi investono il settore tenuto dalla Sforzesca tra Simonovki e Tjukonovki dove è schierato il 54° fanteria. Sul far del giorno l’attacco si allarga anche al settore tenuto dal 53°. Intanto il 2° battaglione del 54° viene accerchiato e la situazione diventa confusa. Vengono inviati sul posto reparti di camicie nere della Tagliamento, qualche batteria controcarro, due plotoni lanciafiamme, ma ormai i reparti d’attacco russi si sono ben consolidati sulla riva destra del Don.
Per tutto il giorno si susseguono combattimenti nella steppa arsa dal sole, tra gli avvallamenti, le alte erbe, i campi di grano e di girasoli attorno ai piccoli villaggi. A sera le perdite italiane risultano gravissime, soprattutto per il 54° fanteria della Sforzesca che sembra scomparso, e a tamponare la falla creatasi vengono inviati verso il vuoto tutti gli uomini disponibili dei servizi di retrovia.
All’alba del 21 agosto la situazione si presenta molto grave e il Comando del corpo d’armata decide di rinviare il contrattacco previsto per limitarsi a tenere quello che ancora è possibile. Ma in questo breve tempo il Comando è stato sconvolto e sorpreso dalla violenza dell’attacco russo e perciò, tra noi che allora eravamo laggiú, a dire il vero, questa divisione ebbe pessima fama. Nella relazione ufficiale si legge:
L’interruzione delle linee telefoniche e la distruzione delle stazioni radio per effetto del tiro avversario, le difficoltà di comunicazione con altri mezzi meno rapidi determinata dalle distanze esistenti in cosí vasto settore, oltre al ritmo incalzante preso dall’attacco avevano reso meno pronta l’azione del Comando della divisione.
Tra noi si diceva ancora che gli ufficiali erano stati sorpresi in pigiama.
Ancora altri reparti vengono distaccati per raddrizzare le sorti della battaglia e il Comando dell’8ª armata mette a disposizione di quel settore la 3ª divisione celere e il battaglione sciatori Monte Cervino.
Il Lancieri Novara e il Savoia Cavalleria si avvicinano rapidamente per tamponare il vuoto nella steppa e prendono posizione su quote a ridosso di piccoli villaggi abbandonati. Le pattuglie a cavallo si spingono in esplorazione e si incontrano con fanti sbandati prima e con alcuni nuclei avversari poi. La gravità del momento obbliga il generale Messe, comandante del corpo d’armata, a riordinare la linea difensiva costituendo due capisaldi, a Jagodnyj e a Čebotovskij, e a ritirare l’ala destra della divisione Pasubio; tra l’uno e l’altro caposaldo i reggimenti Novara e Savoia devono sorvegliare il largo vuoto. Dal generale Gariboldi viene dato l’ordine di «fermare a ogni costo i movimenti di ripiegamento della divisione Sforzesca».
Il 22 agosto 1942 è, per i Lancieri di Novara, la giornata di Jagodnyj. I russi, dopo violento tiro con mortai, attaccano il caposaldo. Uno squadrone appiedato, al comando del maggiore Del Re, affronta l’attacco dei russi che tentano di accerchiare il reggimento; nel frattempo, nell’andamento piuttosto confuso della battaglia e sotto l’incalzare dell’azione, Del Re ordina al 2° squadrone comandato dal tenente Mario Spotti, un anziano richiamato, di attaccare l’ala sinistra.
Spotti e i suoi lancieri si avvicinano silenziosi, dal fondo di una balka, pronti a montare a cavallo; giunti a breve distanza balzano in sella e, prima al trotto e poi al galoppo, caricano scompigliando e sorprendendo l’avversario. Spotti cadrà alla testa dei suoi lancieri. L’attacco dei russi viene contenuto. Nel pomeriggio il Lancieri di Novara viene erroneamente colpito da aerei tedeschi e i cavalli in fuga cagionano scompiglio nelle retrovie.
Poco dopo, dalla balka di Krisaja una puntata russa sta raggiungendo il villaggio di Jagodnyj: il comandante del Novara, raccolti gli elementi del suo reggimento, fanti e guastatori, interviene con rapidità e stronca il tentativo.
Il giorno 23 si cerca da parte nostra di ristabilire la situazione preparando un contrattacco, ma all’alba i due capisaldi di Jagodnyj e Čebotovskij vengono ancora attaccati. Si tenta ugualmente di raggiungere le alture dominanti il Don e il generale Messe coordina l’azione cui dovrebbero concorrere la Pasubio, la Celere, la legione croata, reparti di fanteria, l’artiglieria della 62ª divisione tedesca e il Cervino. Nel vasto spazio della steppa, sotto il sole d’agosto, i combattimenti si frantumano, i combattenti si disperdono, il caldo e la sete mettono tutti a dura prova.
La colonna Bettoni, formata dal Savoia Cavalleria del 2° gruppo artiglieria a cavallo e da una batteria di controcarro, nella tarda sera del 23 è osservata dai russi mentre sta per raggiungere un’altura da dove, all’alba, dovrebbe proseguire verso il Don. I russi, per prevenire la minaccia, rafforzano il loro schieramento e un battaglione raggiunge di nascosto la quota dove è diretta la colonna Bettoni. Alle 3,30 della notte gli esploratori del Savoia vengono sorpresi dal violento fuoco di mortai e di mitragliatrici. La reazione della nostra artiglieria e dei controcarro appostati è immediata, e subito il colonnello Bettoni dà gli ordini per l’attacco. Che diviene fulmineo in quell’alba del 24 agosto 1942.
Il 4° squadrone appiedato attacca frontalmente per impegnare le forze russe; il 2° a cavallo sul fianco sinistro e il 3° nascosto interverranno a dare il colpo finale. Un’azione da manuale che viene puntualmente eseguita come una manovra in piazza d’armi. Passerà alla storia della cavalleria italiana come «la carica di Isbušenskij», dal nome del villaggio cosacco che si trova sette chilometri a est della Quota 213,5. Ma la battaglia estiva del Don non finirà con questa storica carica e al 1° settembre ci sarà l’inutile sacrificio di due battaglioni della Tridentina.
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