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Stories by mario rigoni stern

l’ultima partita a carte

italian

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Allora, nel 1938, non erano molti quelli che nell’imminente e prevedibile seconda guerra mondiale vedevano l’orribile catastrofe nella quale si sarebbe precipitati.
Non avevo piccoli maestri, né grandi; avevo curiosità, leggevo e cercavo qualche libro che mi aiutasse a capire qualcosa, ma il mio interesse era rivolto a salire montagne, sciare, romanticamente pensare a qualche ragazza.
Il tempo, gli anni, venivano conteggiati in era fascista, come se questa dovesse durare quanto l’Impero Romano; il terzo millennio doveva essere quello del Terzo Reich. Ma perché eravamo cosí ciechi? E cosí il 1° settembre 1939, con l’aggressione tedesca alla Polonia, cominciò il piú orribile conflitto che colpí l’umanità.
Da ragazzo guardavo alla Grande Guerra come a una cosa lontana e irripetibile, anche se dal giorno della pace erano passati pochi anni e i segni sulla mia terra erano ancora vivi come piaga sanguinante.
Molto spesso, giocando nelle trincee per cercare cartucce, o nelle postazioni d’artiglieria per raccogliere i quadratini di balistite per i nostri fuochi d’artificio, scoprivamo scheletri di soldati italiani o austriaci. Quando, verso gli anni Trenta, cominciarono ad arrivare da lontano in pellegrinaggio gruppi d’invalidi con i familiari, o di ex combattenti, quegli uomini silenziosi vestiti di scuro ci sembravano vecchi, anche se molti di loro non avevano ancora quarant’anni.
Per spirito d’avventura e perché mi ero innamorato di una ragazza di Venezia che veniva quassú a villeggiare, nell’estate del 1938 feci domanda di essere arruolato nei Corpi Reali Equipaggi Marittimi. Non avevo mai visto il mare se non dall’alto delle mie montagne, lontanissimo; il mare che conoscevo era quello dei romanzi di Salgari, di Verne, di Conrad.
Nella caserma dell’Arsenale di Venezia, dopo aver letto la mia provenienza e dato un’occhiata ai documenti, mi guardarono quasi ridendo e uno mi chiese: – Sai nuotare?
Ero nudo davanti alla commissione, e il mio corpo bianco e di prima peluria li mosse a compassione: – E sciare? – mi chiese un ufficiale di Marina. – Ritorna a casa, va’.
Due giorni, rimasi all’Arsenale. Come me ce n’erano tanti; molti, molti di piú dei posti messi a concorso dalla Regia Marina. Dormivamo su amache, mangiavamo nella gamella e, alla sera, imbranati e quasi smarriti camminavamo a gruppetti tra i turisti che affollavano la Riva degli Schiavoni e piazza San Marco.
Il secondo giorno fecero l’appello dei non idonei e consegnarono a ognuno il biglietto ferroviario per il ritorno alle proprie case. Ci pagarono anche il soldo per tre giorni.
La commissione aveva avuto grande possibilità di scelta: eravamo tutti giovani con meno di vent’anni, venivamo dalle province venete e lombarde, dalle montagne e dai laghi, dalle campagne e dalle città, dai paesi in riva al mare: un campionario della gioventú di allora, ragazzi dell’Italia fascista cresciuti nelle organizzazioni giovanili. Non sapevo pensarlo, ma quell’affollamento al concorso era pure un sintomo della miseria e del disagio di vivere, e l’arruolamento in Marina una soluzione esistenziale: si risolveva il problema del cibo e dello studio, si imparava un mestiere, si appagava lo spirito d’avventura e si girava il mondo. Per molti era anche una maniera d’emigrare, poiché in altro modo era diventato difficile.
Quella sera del 1° settembre 1938 uscii dall’Arsenale veneziano senza rendermi conto della storia di quel luogo, né della bellezza del Bacino di San Marco. Mi misi a camminare tra i turisti con l’animo esacerbato e d’umor nero, come se avessi subito un grave torto: ragazzo d’indole libera e fantasiosa, imbevuto di letture buone ma disordinate, convinto di essere sano e forte, mi vedevo umiliato nell’incontro con il mondo.
Camminavo in quella confusione come se fossi solo e mi ritrovai in Campo Santa Maria Formosa. C’era, sul Campo, un grande palco, uno spazio delimitato da transenne e, dentro, lunghe file di sedie. Lessi su una locandina che alle ore 21 la Compagnia di Cesco Baseggio avrebbe rappresentato la commedia di Goldoni Sior Todero Brontolon. Avrei dovuto aspettare l’alba per salire sul treno del ritorno; la commedia mi incuriosiva anche perché, con le marionette, ai ragazzi e alle ragazze della mia strada avevo rappresentato La Locandiera. Con i soldi che mi aveva dato la Regia Marina pagai l’entrata.
Dopo la mezzanotte mi ritrovai a vagabondare per calli deserte. Le voci della notte mi riportarono verso il Canal Grande. Era ancora lontana l’alba. I vaporetti avevano finito le corse e mi distesi su una panca in un imbarcadero. Il moto della Laguna faceva sbatacchiare le gondole del traghetto e le ultime ore della notte furono lentissime.
Il paese, quando ritornai, mi rese ancora piú malinconico; pioveva molto, per le strade si vedeva poca gente; i raccolti erano finiti, le mandrie e le greggi erano ritornate in pianura o nelle stalle; nei boschi si faceva scorta di legna per l’inverno.
Nel nostro negozio si vendevano a credito farina da polenta, qualche pezzo di formaggio, qualche etto di zucchero, aringhe in barile, conserva di pomodoro, pasta, lardo. Al venerdí, lunghe file di poveri che arrivavano dai paesi intorno venivano sulla porta a chiedere la carità di una brancata di farina gialla, o la pasta che rimaneva in briciole sul fondo delle cassette, o le croste del formaggio, o un barattolo da ripulire.
Nel pomeriggio del sabato, con altri due amici, andavo nel cortile delle Scuole Elementari per fare istruzione ai balilla: ginnastica, marcia, salti; se pioveva il maestro Valentino, nostro comandante, ci faceva entrare nel corridoio del vecchio edificio che era stato riattato dopo la rovina della Grande Guerra: lí tante generazioni avevano imparato a leggere, scrivere e far di conto. Il pavimento era di grandi tavole di pietra e il passo della schiera dei balilla risuonava cadenzato e rumoroso, anche perché tutti i nostri scarponi erano chiodati. Ci si doveva preparare per la sfilata del 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma.
Alla sera, dopo cena e fino alle 22, noi amici c’incontravamo in una stanza del Patronato maschile dove si giocava a carte; c’era persino un vecchio bigliardo. Quelli di qualche anno piú anziani di noi ci raccontavano storielle del tempo passato o che a loro volta avevano sentito raccontare da chi aveva vissuto la Grande Guerra e il triste profugato. Questo mi interessava, e seguivo con attenzione quel conversare.
Una volta ogni quindici giorni c’era l’adunanza dell’Azione Cattolica e il cappellano addetto ai giovani ci spiegava la Sacra Scrittura. Una sera, ricordo, ci fece grande impressione quando disse che il governo aveva progettato di sopprimere le organizzazioni cattoliche e che c’erano delle leggi contro gli ebrei. Uno di noi disse, allora: – Ma Gesú non era ebreo?
Una domenica pomeriggio, mentre portavamo la nostra stentata allegria per le strade semideserte del paese, il mio sguardo si fermò su un grande avviso. Diceva l’intestazione: «Regio Esercito Italiano | Bando di concorso per l’arruolamento volontario di allievi specializzati con ferma di anni due». Erano tante le specializzazioni: meccanici, armaioli, artificieri, maniscalchi, infermieri, elettricisti, marconisti, telefonisti, palafrenieri ecc., ma una sola attirò la mia attenzione: sciatori rocciatori. Solo quattro mesi erano riservati ai corsi, i promossi avrebbero avuto il grado di caporalmaggiore e, oltre alla paga del grado, l’indennità giornaliera di lire 1,55. L’età richiesta era 17 anni, ma io non li avevo ancora compiuti. Di mia iniziativa scrissi allora al Distretto militare di Vicenza, da dove subito mi risposero che se anche non li avevo compiuti all’atto della domanda, li avrei compiuti all’atto dell’arruolamento. Quindi potevo presentare la documentazione richiesta.
Mio padre, davanti all’ufficiale dell’Anagrafe, firmò il consenso e fece preparare i documenti. Il podestà e il comandante della Gil mi scrissero delle ottime referenze e dopo pochi giorni i Carabinieri mi convocarono in caserma e mi consegnarono i biglietti per il viaggio di andata e ritorno per il Distretto dove, alla prima visita, venni subito dichiarato idoneo.
Ma com’ero ingenuo e sprovveduto allora! A marzo di quell’anno 1938, Hitler aveva esteso il suo dominio sull’Austria con l’Anschluss senza che Mussolini muovesse un dito malgrado un patto preesistente di protezione. Il 1° settembre in Italia erano state emanate le prime leggi razziali; ma, a parte l’accenno del nostro cappellano, nessuno ci aveva parlato di queste cose. Alla fine di settembre c’era stato il convegno di Monaco dove Hitler aveva ottenuto da Inghilterra, Francia e Italia il riconoscimento delle sue rivendicazioni sui Sudeti a danno della Cecoslovacchia. Ricordo che alla messa domenicale ci fecero pregare per la pace e, a occupazione militare avvenuta, sui giornali si scrisse, e a noi dissero, che il duce aveva salvato la pace del mondo. Dal Brennero a Roma, lungo il passaggio del suo treno, le folle lo acclamavano.
Tra il 9 e il 10 novembre ci fu nelle città tedesche la Kristallnacht, la notte che dette l’avvio alla persecuzione razziale contro gli ebrei, con la devastazione delle vetrine e l’incendio dei loro negozi.
Nella nostra famiglia le cose economicamente non andavano bene; sí, si vendeva, ma non c’era l’incasso. I libretti dove venivano annotate le spese delle famiglie clienti facevano sempre i riporti e gli acconti non riuscivano mai a pareggiare il saldo. Sentivo spesso zio Mosè ripetere: – L’interesse mangia il capitale –. In casa dicevano sottovoce che per pagare i debiti era necessario vendere il bel fabbricato con negozio che avevamo nella piazza principale del paese. Infine la casa venne venduta a Gian Scarpa che, da qualche anno, era ritornato dagli Stati Uniti d’America con i dollari in tasca. Il nostro negozio venne trasferito poco lontano, nella casa che il fratello del nonno aveva fatto costruire, anche lui al ritorno dagli Usa. Mio padre disse che questo era un ripiego «per tirare avanti». In famiglia c’era sconforto e mio padre, pur non prendendo nessuna iniziativa, era il piú sconfortato di tutti. Al mattino si alzava con gli occhi rossi di pianto. Forse pensava che presto sarebbe stato necessario vendere anche la casa dove abitavamo.
Mio fratello Bepi, di due anni piú anziano di me, era andato da qualche mese a Milano per fare il commesso nel negozio di cartoleria-libreria che la nonna materna aveva dalle parti di Porta Ticinese, dov’era approdata nel 1916, dopo che gli austriaci avevano distrutto e invaso il nostro paese.
Nell’attesa dell’arruolamento, era pur sempre quella mia età giovanile che determinava l’umore: a momenti d’entusiasmo e compagnia di care amicizie seguivano ore di tristezza e di solitudine. Nel silenzio della notte, quando tutti erano a letto, mi fermavo in cucina a guardare sul focolare il fuoco che moriva; il mio pensiero sostava su momenti felici della trascorsa estate o correva su quello che poteva essere il mio avvenire.
Il ricordo della ragazza di Venezia a volte mi assaliva intenso: era un innamoramento tutto d’anima, fatto di sogni impossibili, ed era sufficiente il particolare di un gesto, di una canzone, di uno sguardo, della sua voce, di un gioco, per suscitare profondissima emozione. Ma lei ora era lontana, ed era passata attraverso l’estate come una stella cadente la notte di San Lorenzo. Fu con questo stato d’animo che una mattina di fine novembre, a un’ora antelucana, lasciai la famiglia, la casa, gli amici e il paese, come un uccello che mette le prime penne e vola lontano.
Il trenino a cremagliera era sotto pressione di vapore e sbuffava, pronto a partire al segnale di tromba. Era buio, pioveva e tirava vento. Mia madre, che già mostrava i sintomi di un’artrite deformante che poi per tanti anni l’avrebbe resa inferma, a stento tratteneva le lacrime; mio padre mi fece le ultime raccomandazioni e gli amici piú cari avrebbero voluto vedermi sorridere. Il capostazione suonò la sua trombetta, la locomotiva rispose con un fischio.
Andava, il treno, per l’ampia pianura; guardavo con interesse la campagna che sgrondava acqua, le periferie e le stazioni. Ogni tanto mi veniva alla memoria un verso che aveva riferimento con il luogo che mi sfuggiva: «… Siede Peschiera, bello e forte arnese…», «Palpitò il lago di Virgilio…», o anche un fatto storico legato alle città che attraversavo. Il vagone di terza classe, con i sedili tutti in legno, era quasi al completo. Avevo cambiato treno a Piovene, ancora a Vicenza. A Thiene erano saliti una ragazza che andava a Milano a servizio da signori e un uomo con quattro bambini: raccontava che era rimasto vedovo da sei mesi, che non aveva lavoro e che ora stava accompagnando i bambini in orfanotrofio; poi sarebbe partito per la Germania dov’era stato ingaggiato dalle Acciaierie Krupp di Essen.
Alla stazione centrale di Milano rimasi a naso in su a fissare le grandi gallerie vetrate, e dopo mi accorsi che mi guardavano tutti con curiosità, forse per com’ero vestito: scarponi chiodati, calzettoni di lana grezza, abito di fustagno con braghe alla zuava e giubbetto corto in vita, come allora usava chi faceva alpinismo. Certamente la mia presenza era incerta e impacciata. Mio fratello mi vide cosí e forse un po’ si vergognò: lui aveva acquistato un’aria cittadina. Mi fece un cenno con la mano e uscimmo per prendere da qualche parte il tram n. 8 che ci scaricò dopo Porta Ticinese. Alla sera Bepi mi accompagnò dall’altra parte della città per salutare la sorella di nostra madre. La zia nell’addio mi mise in mano venti lire. Il giorno dopo restai a Milano fino al primo pomeriggio; al mattino visitai il Duomo e il Castello. Il fratello di mia madre, che nella guerra era stato ferito sul Carso, mi guardava con compassione, forse voleva dirmi qualcosa, e nel salutarmi infilò nel mio taschino due monete d’argento da cinque lire.
Alla Centrale feci appena in tempo a salire sul treno. Pioveva, nebbia sulle risaie, tristezza e sogni di montagne che non riuscivo a vedere. Ma dov’era il Monte Rosa? A Chivasso scesi per risalire sul treno per Aosta. Nel vagone dove trovai posto salirono altri due giovani che dopo avermi guardato con curiosità mi dissero che anche loro andavano alla Scuola Alpina, per il mio stesso concorso. Avevano l’aspetto molto cittadino e non s’interessavano alle montagne e ai castelli che ora, fuori dalla nebbia e dalla pioggia, ci apparivano nel tramonto. Ma dove avevo letto della Fortezza di Bard? Forse nelle novelle di Giuseppe Giacosa? E dei Castelli di Issogne e di Fenis? Forse nelle Guide rosse del Touring di mio padre?
Quando il treno arrivò ad Aosta era buio, e una montagna alta e nera e cupa era sopra di noi. Gli altiforni della Cogne mandavano fumi e bagliori.
Sulla banchina ci ritrovammo in sei ragazzi, a prenderci in consegna erano venuti due caporali della compagnia alpieri che dal furiere avevano sentito degli arrivi; per strade e vicoli semibui ci scortarono fino a una vecchia osteria con tanti alpini in libera uscita. Con autorità i due caporali fecero sgomberare un tavolo dove stavano sedute delle reclute; per loro due, per un altro vecio che si era aggiunto e per noi sei, ordinarono all’ostessa pastasciutta, insalata, pane e vino. Mangiammo insieme con buon appetito e il conto, naturalmente, toccò pagarlo a noi, ancora «civili», come tassa di passaggio alla caserma. Il vecio che si era aggiunto era un alpiere del ’17, mio conterraneo; mi chiese di che famiglia fossi e perché ero lí. Conosceva i miei per i commerci che avevano; era della frazione di un comune a una quindicina di chilometri dal nostro; prima lavorava nelle cave di marmo e aveva fatto gare di sci con gli avanguardisti. Si chiamava Marco Dalle Nogare, due anni fa è morto in Australia dov’era emigrato con la famiglia dopo tanta guerra con gli alpini e la Resistenza. Mi fu sempre caro compagno e amico, generoso con tutti come pochi.
Quella sera del 30 novembre, quando la tromba suonò la ritirata dalle strade di Aosta, lasciammo tutti insieme quella bettola. La nostra caserma non era quella grande del 4° alpini, la Testa-Fochi, ma quella piccola sul lato sinistro della piazza, la Mottino, che fin dall’Ottocento era stata del Gruppo Aosta di Artiglieria da montagna. Una vecchia caserma che a pianterreno aveva la scuderia per i muli e l’armeria e, sopra, un’unica grande camerata per la truppa. Come entrammo, in capo alle brande, trovammo schierati i veci con il fronte del cappello rivolto all’indietro e la penna puntata in avanti come una lancia. Ci accolsero con un urlo, e poi:
– Disgraziati! Non avevate da mangiare a casa vostra?
– Siete venuti qui a mangiare il nostro rancio?
– Avete messo incinta la morosa?
– Bacia la barba al tuo vecio!
– Guarda questo qui: è un figlio di papà. Come ti chiami? Ah! Giorgio, l’amico di Sergio!
– E tu vestito da alpinista dove credi di andare? Ti faremo vedere la befana fascista.
– Avanti, tutti insieme: un bel salto per i veci, ma alto! Con i tacchi toccare il culo!
Ci assegnarono le brande che in quel pomeriggio erano stati comandati a preparare per noi: pagliericcio, coperte e lenzuola.
Tre veci, due compaesani e Marco, mi presero come bocia, e dopo i tre salti di rito m’invitarono a fare le loro brande; ma bene, con il pagliericcio bello sciolto, le lenzuola e le coperte ben tirate perché al campo estivo avevano fatto il Monte Rosa e il Lyskan e il Castore e il Cervino e il Dent d’Hérens e, infine, erano ritornati ad Aosta per la Valpelline. Erano ancora stanchi, e quindi dovevano riposare come diritto di veci. La tromba in cortile suonò il silenzio, un sergente disse a voce alta: – Ora basta!
Quella sera la mia vita voltava pagina. Stetti sveglio per molte ore. Ero diventato alpino, avevo diciassette anni e un mese; dopo il 28 ottobre Anno XVI Era Fascista, non avevo piú pensato di rinnovare la tessera di giovane fascista, e ora volevo solo diventare sciatore-rocciatore specializzato nel Corpo degli Alpini.
Due giorni dopo il nostro arrivo ci diedero il fucile e il corredo. Era tanta la roba e molto pesante lo zaino. Con due lire un vecio mi aiutò ad affardellarlo. Ci fecero anche una visita medica molto scrupolosa, su al Castello, dov’era il Comando della Scuola. Radioscopie ai polmoni, esame del cuore, capacità respiratoria, misurazione degli arti, delle mani, dei muscoli. Forse rappresentavamo la gioventú del littorio, la Gil, di quel tempo. Con noi c’era un sudtirolese sui trent’anni che voleva diventare guida alpina, Arno si chiamava, ed era stato custode di un rifugio alla Vetta d’Italia; dopo l’8 settembre 1943 non volle saperne né dei nazisti né dei fascisti e le SS lo uccisero con i bastoni di gomma. C’erano tre montanari trentini, ma solo uno di loro finí il corso perché due si ammalarono; dei tre valtellinesi resistette solo uno; i due bresciani vennero inviati ai reggimenti come volontari ordinari; dei piemontesi resistette Renato, un forte montanaro della Val di Susa che poi cadde in Russia con il Cervino. Vi erano infine cittadini che venivano dalla Liguria, dalla Lombardia, dalla Toscana, dalle Marche, dagli Abruzzi, uno persino da Foggia. Insomma molti di questi «aspiranti allievi sciatori-rocciatori» non avevano mai visto la neve o salito una montagna vera: studenti bocciati o fannulloni, delusi in amore, sognatori di montagne, disoccupati, emigranti mancati, illusi e ingannati da una patria che li voleva eroi. Ma io cos’ero?
Il caporalmaggiore che ci faceva istruzione in cortile si chiamava Della Bella, era uno che gridava sempre con voce di testa, e un giorno, dopo anni, ormai sergente al battaglione Cervino, lo riconobbi dalla voce. Nemmeno lui è ritornato dalla Russia.
Subito si mise in chiaro che non eravamo «allievi specializzati» ma «aspiranti allievi specializzati», compagnia alpieri, battaglione Duca degli Abruzzi, Scuola Centrale Militare d’Alpinismo, e in questa maniera dovevamo presentarci.
In palestra di roccia veniva come istruttore il caporalmaggiore Butti, un «ragno» di Lecco; per la ginnastica presciistica il sergente Panei; il gigante sergente Chiara qualche volta ci seguiva con aria tollerante e compassionevole. A comandare il plotone di questi ragazzi venne assegnato il tenente Sacchi, uomo di rara carica umana: nei pomeriggi ci faceva scuola sulle armi, di topografia e orientamento, collegamenti, esplorazione; alla fine ci faceva cantare canzoni trentine. Anche lui è rimasto nella steppa russa nel dicembre del 1942: guidava la prima compagnia del Cervino contro i T34 e il capitano Lamberti lo propose per la medaglia d’oro.
Dopo il rancio della sera si era in libera uscita; le nostre divise nuove di magazzino, il nostro aspetto quasi fanciullesco venivano subito notati. Quando incontravamo i nostri veci, i caporali e i sergenti, li salutavamo in maniera impeccabile; gli ufficiali ci facevano soggezione, le penne bianche quasi tremare le ginocchia. Solo il tenente Sacchi ci sorrideva. Ora, dopo sessantaquattro anni, è giusto ricordare questi ragazzi nella loro e mia ingenua ignoranza, e nelle fantasie e nei sogni che li accompagnavano in quei giorni.
In palestra di roccia eravamo in pochi ad arrampicare senza dimostrare paura; molti non avevano nemmeno il coraggio di fare la discesa a corda doppia per pochi metri. Al poligono ero riuscito a superare anche la terza prova, la piú difficile: sparai a cento metri su una piccola sagoma a terra senza sbagliare un colpo, tra la sorpresa dei caporali e con l’elogio del sergente Chiara. Ricordo che uno di noi sparò dodici caricatori a cinquanta metri facendo solo tre punti.
Un giorno, prima di partire per il corso sciatori, il colonnello comandante la Scuola volle passarci in rivista. Parlò con ognuno; forse voleva sapere che campionario avesse raccolto il bando di concorso, che era stato il primo nel suo genere e che per gli alpini non venne piú ripetuto.
Dopo la metà di dicembre partimmo per il corso sciatori. La sede era stata scelta in Alta Val Formazza, a Forkulti, a piú di duemila metri, a qualche chilometro dal confine con la Svizzera. Venimmo alloggiati nelle baracche degli operai che avevano lavorato alla costruzione delle dighe che, con l’invaso, avevano sommerso una frazione di Ponte. Lassú per quaranta giorni fummo solo con la montagna. I viveri e l’acqua salivano da Fondo Toce con la teleferica, non arrivavano giornali, non avevamo radio da ascoltare o telefoni per comunicare. Non sempre arrivava la posta. Restammo anche isolati a causa delle valanghe che erano cadute a valle dell’albergo Cascata, e scendemmo due giorni prima di Natale per sparare con le mitragliatrici contro il fianco della montagna sovrastante per fare cadere la neve, poi spalammo la valanga sul ripido pendio al fine di liberare un passaggio sulla strada.
Qualche volta, dopo le esercitazioni sciistiche fatte sotto la guida dei sergenti Panei e Chiara e del tenente Chabod, prima del tramonto mi lasciavo scivolare giú per quel canale tra la neve molto alta fino all’albergo Cascata, e andavo a imbucare la posta e a fare le spese che i veci mi avevano commissionato: tabacco, cartine, fiammiferi, candele, francobolli, fogli e buste da lettera. Dopo aver bevuto un bicchiere di vin brûlé ritornavo lassú faticando sulla ripida salita; nell’assoluta solitudine, sotto un cielo profondo, mi sembrava che le stelle emettessero un suono. Ogni tanto mi fermavo ad ascoltare e il mio pensiero si perdeva.
Al ritorno trovavo la razione di viveri di conforto che Raoul aveva ritirato per me: o una tavoletta di cioccolato, o una fetta di pancetta, o venti zollette di zucchero. I veci, per il servizio, mi ricompensavano con qualche lira o con un pezzetto di cioccolato.
In quei giorni un aspirante allievo che proveniva dal Salento e che in vita sua non aveva mai visto la neve né salito una montagna, scrisse alla famiglia che si trovava a far la guerra sui confini d’Italia, tra altissime montagne, e che in una battaglia con il nemico era stato ferito da una fucilata ma aveva continuato a combattere ed era fiero di avere dato il suo sangue per la Patria e per il Re e per il Duce. Quando questa lettera arrivò laggiú in Puglia, subito il suo paese venne a sapere dell’eroico alpino, ma chissà come presero la notizia il podestà e il segretario del fascio. Un’inchiesta arrivò al Comando della Scuola Militare Alpina e fin dove eravamo noi. Il nostro compagno pugliese venne allontanato dal corso e piú nulla sapemmo di lui.
Ad alcuni di noi era diventato penoso vedere molti nostri amici che alle prese con gli sci non riuscivano a restare in piedi, a fare una piccola discesa e nemmeno a camminare sulla neve; davvero tanta era la pazienza dei nostri istruttori, che dopo pochi giorni ci divisero in tre gruppi. Ad Arno e a me dissero di istruire il terzo gruppo, i meno atti.
Certi giorni il vento vorticava neve come un molino ed era veramente impossibile restare fuori a sciare; diventava difficile anche far funzionare la teleferica e tenere liberi i sentieri che univano le baracche alla cucina e alla latrina. Di notte il vento pareva volesse strappare la baracca e portarla via in valle; alla mattina trovavamo la neve sopra le coperte. L’acqua e il vino arrivavano solidi a causa del freddo.
Un giorno che pochi di noi erano stati scelti per fare un’escursione sci-alpinistica con gli alpieri guide, ed eravamo pronti di tutto punto per la partenza tra la bufera che urlava, un forte colpo di vento sollevò un ragazzo e lo scagliò contro la montagna. Allora il sergente Chiara e il tenente Chabod decisero giustamente di rientrare in baracca.
Una cosa però ci umiliava: c’era un ufficiale di un’altra compagnia che ci prendeva in giro quando vedeva i nostri compagni inesperti che non sapevano districarsi quando cadevano, riempiendosi di neve fin dentro le tasche. Gridava: – Guardali qui i giovani della Gil! Befane fasciste siete, non alpini. Befane fasciste! Se voi diventate alpieri, mangio vivi sette rospi e una capra! – Parlava in un dialetto di qualche valle piemontese che non saprei ripetere.
Avvenne che un ragazzo dei nostri, proprio nella notte di capodanno, mentre i veci aspettavano la mezzanotte per festeggiare l’arrivo dell’anno del congedo, fu preso da una grave crisi nervosa, forse dovuta a quell’ambiente insolito dov’era venuto a trovarsi. Dovemmo legarlo alla branda con una corda. Della Bella andò a chiamare il caporale di sanità che disse non trattarsi di epilessia. Vennero i sergenti Chiara e Panei: ordinarono ad Arno e a me di scendere all’albergo Cascata e ritornare su con il tenente medico. Ma in fretta.
Intanto si era alzata la tormenta e ci consigliarono di legarci con la corda per non perderci. La forza del vento ci fece quasi rotolare; il sentiero era scomparso ed eravamo dentro una nuvola di neve. Al termine della ripida discesa – ma per dove ci eravamo calati? – andammo a istinto e, finalmente, vedemmo le luci del vicinissimo albergo. Sulla porta sentimmo che lí dentro stavano festeggiando. C’era persino un’orchestra. Entrammo nel salone ancora legati in cordata e con noi entrò la bufera che sempre imperversava. Al nostro apparire ci fu un improvviso silenzio. Vi erano signore venute da lontano, in abito da sera, ufficiali in uniforme fuori ordinanza, civili in frac, tavole imbandite, coppie che ballavano. Noi eravamo stravolti dalla tormenta e tutti bianchi.
Il signor maggiore Volla cavalier Arnaldo, che comandava il battaglione Duca degli Abruzzi, venne verso di noi: – Che succede?
In breve gli spiegai del nostro compagno.
Lui chiamò il tenente medico: – Senti questo, – gli disse.
Con piú particolari gli esposi la situazione.
– Allora ritornate su e dite al caporale di sanità di fargli un’iniezione di morfina.
Il maggiore che ascoltava attento lo interruppe: – No, vai con loro. Vai su a vedere questo povero ragazzo.
– Ma cosí come sono, signor maggiore?
– Sí, cosí come sei. Vai a levarti le scarpette da ballo e mettiti gli scarponi. Sbrigati.
Aspettammo in un angolo del salone della festa. L’orchestra riprese. Un cameriere ci portò due bicchieri di spumante. Il tenente ritornò con scarponi e giubba a vento; fuori lo legammo alla corda, e Arno in testa, io ultimo, riprendemmo la salita tra la tormenta che levava il fiato. Arno tirava forte. Arrivammo ben dopo la mezzanotte.
Il ragazzo era sempre legato e non si era calmato. Il tenente medico gli auscultò il cuore, mentre Chiara lo teneva fermo, poi il polso, gli guardò gli occhi con una candela; infine gli iniettò due fiale prelevate dallo zainetto di sanità del caporale. Dopo un po’ il nostro compagno si assopí.
– Dormirà per ventiquattro ore, – disse il tenente medico. – Domattina lo fate scendere a Ponte. Farò trovare l’ambulanza –. Se ne andò con il sergente Chiara.
Il mattino del 1° gennaio 1939 venne limpido, e il paesaggio sembrava cambiato, tanta era stata la neve spostata dal vento. Adagiammo il nostro addormentato dentro la slitta di soccorso, ben coperto, e sotto la guida del sergente Panei tre nostri compagni e un paio di veci lo fecero scivolare verso valle. Anche di lui non sapemmo piú nulla.
Dopo un mese che eravamo lassú fuori dal mondo, e che nulla sapevamo di quello che accadeva lontano da noi, alcuni allievi vennero rimandati in caserma ad Aosta, altri a casa perché incapaci. Restammo in dieci, non piú «aspiranti allievi» ma «allievi», e cinque di noi vennero selezionati per una gara un po’ speciale: una lunga galoppata sci-alpinistica.
Uscivamo nel pomeriggio per l’allenamento assieme ai sergenti Chiara e Panei, su un percorso scelto da loro sopra la diga di Morasco. Il 7 gennaio ci sorprese la sera, ma quando rientrammo non era proprio buio perché c’era una bella luna in fase crescente. Nella baracca dove dormivano gli alpieri, alla distribuzione dei viveri di conforto restò una razione che nessuno aveva ritirato. Mancava un alpiere che era stato con noi. Non si trovò, allora uscimmo subito a cercarlo rifacendo la pista. A un certo punto, Panei si accorse di una piccola slavina che era scesa da un pendio: al nostro passaggio non c’era. Il compagno d’allenamento era rimasto l’ultimo della fila, un poco staccato, e la slavina lo aveva portato via senza che ce ne accorgessimo. Lo trovammo morto sotto poca neve.
A essere ammessi alla gara restammo in tre; gli altri concorrenti erano guide alpine, maestri di sci, alpieri e fondisti che già erano stati selezionati per le Olimpiadi di Garmisch-Partenkirchen, ufficiali e sottufficiali del battaglione Duca degli Abruzzi. La partenza era nei pressi dell’albergo Cascata, si saliva per una dozzina di chilometri sino al Passo San Giacomo, si girava sulla destra orografica sotto la linea di confine, arrivando sui tremila metri camminando a mezzacosta, poi verso Punta d’Arbola e giú alla Frua. Era un percorso di una trentina di chilometri su neve ventata, farinosa e ghiacciata, da compiersi con lo zainetto tattico e le armi individuali.
Partii tra gli incitamenti dei compagni che non erano in gara e dei miei veci che assistevano. La salita fin lassú era davvero dura, ma ero giovane, allenato, magro, pieno di entusiasmo. Sorpassai alcuni concorrenti chiedendo la pista; prima del Passo raggiunsi quel tenente che ci prendeva in giro e che avrebbe mangiato vivi sette rospi e una capra se noi fossimo diventati alpieri. Gli chiesi la pista, mi lasciò andare gridandomi alle spalle, sempre nel suo dialetto: – Vai piano, ragazzo, che poi tiri l’ala.
Sul Passo trovai i nostri caporali con un bidone di tè caldo. Era la prima volta che bevevo tè e mi fu di grandissimo ristoro, sí che ripresi la mia corsa con rinnovato slancio. – Bravo, bravo! – mi gridavano. – Hai un ottimo tempo!
Andavo davvero dando tutto. Prima della discesa levai le pelli di foca, ma poi, nell’attraversare un canalone ghiacciato, gli spigoli degli sci non tennero e scivolai pericolosamente per piú di cento metri verso il raccordo con la discesa. Mi ero spellato il viso e sentivo il sangue sulle labbra. Ripresi la pista. Forse il canalone mi aveva un poco accorciato il percorso ma mi aveva anche fatto perdere tempo. Arrivai al traguardo con il viso sanguinante tra l’entusiasmo dei compagni e dei veci. Tra tanti campioni il mio tempo era il nono, e aveva consentito alla compagnia alpieri di vincere la coppa perché eravamo in cinque nei primi dieci.
Fu grande la festa che mi fecero. Mi costrinsero anche a brindare abbondantemente nella coppa che avevamo vinto. Il maggiore Volla mi diede dieci lire, ma tanta fu la stima che conquistai.
Dopo il corso, la selezione e la gara, partimmo per il raid sciistico. Si dormiva nei rifugi, e sopra lo zaino portavamo la legna per riscaldarci al fuoco; restammo anche bloccati un paio di giorni a causa della tormenta in una di quelle vecchie case di caccia di Vittorio Emanuele II; salimmo oltre i quattromila metri su montagne deserte e una volta fummo respinti dal vento a pochi metri dalla vetta. Dopo aver valicato, dormivamo nelle stalle dei villaggi di fondovalle, isolati dal mondo. Alla sera, su un libriccino, leggevo i poeti del Trecento, e sulle vette, con la punta della piccozza, scrivevo il nome della ragazza di Venezia.
Fu una selezione dura e severa, quasi spietata, ma conobbi uomini che, a torto o a ragione, della montagna e della vita militare avevano fatto una scelta di vita, mettendovi tutte le loro energie. Cercavo d’imitarli e di apprendere da loro capacità e carattere. Dopo pochi mesi non mi sentii piú «Gioventú Italiana del Littorio» né un giovane di «Azione Cattolica», ma alpino a tutti gli effetti. Gli eventi mi fecero crescere in fretta. Ma il precipitare in montagna, come qualche volta mi è accaduto, non è precipitare dentro la storia: anche se dentro un crepaccio non vedevi il fondo e il cielo era lontanissimo, con le tue forze e con l’aiuto dei compagni ne venivi fuori. E dopo, risalito, dalla vetta potevi guardare lontano e i sensi si beavano.
Non sapevo quello che si stava preparando nelle Cancellerie e negli Stati Maggiori di Germania e Italia. La morte ci porgeva i bicchieri con i quali brindavamo.
Il 15 marzo 1939 le truppe di Hitler avevano invaso la Cecoslovacchia. Il giorno 7 aprile le truppe italiane sbarcarono in Albania e Vittorio Emanuele III, dopo essere diventato imperatore d’Etiopia, divenne anche re d’Albania.
Nei giorni 19 e 20 maggio il duce venne in Val d’Aosta e con la mia squadra feci servizio di vigilanza lungo la linea ferroviaria tra Sarre e Saint-Nicolas. Nel cortile della caserma Testa-Fochi, dove si erano schierati gli alpini del 4° reggimento, il battaglione Duca degli Abruzzi e le batterie del Gruppo Aosta, il duce fece un discorso ribadendo non «di qui non si passa» ma «si va oltre». Tra l’altro, rivolgendosi ai nostri veci, aggiunse: «Quest’anno in congedo non si va». Rimasero molto male e d’umor nero, e piú d’uno inveí contro «el Cerutti», come in gergo veniva chiamato Mussolini. Quelli che sopravvissero, ritornarono a casa dopo sei anni.
Il giorno 22, alla Cancelleria del Reich, venne firmato «il Patto d’Acciaio» tra Germania e Italia; nel preambolo era stato scritto: «… unite dall’intima affinità delle loro ideologie… sono decise a marciare fianco a fianco, unendo le loro forze per assicurarsi uno spazio vitale». Il re d’Italia Vittorio Emanuele III, in occasione del Patto, aveva telegrafato a Hitler: «… mi è grato inviarVi le espressioni dei miei cordiali sentimenti di alleato e amico, insieme ai voti piú sinceri per la Vostra persona e per la prosperità e la grandezza del Vostro Paese, legato all’Italia dal saldo vincolo di una profonda comunanza d’interessi e di propositi».
Intanto già dalla primavera di quell’anno Hitler aveva deciso il piano di conquista della Polonia; incominciava a mettere in atto quello che aveva scritto quattordici anni prima nel Mein Kampf.
Per avere mano libera e poi realizzare il sogno di conquistare le Terre dell’Est per il suo Herrenvolk, il 23 agosto riesce a far firmare a Mosca il patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov.
Noi, quell’estate del 1939, la passammo in alte quote. La primavera la trascorremmo sotto le tende, a Lillaz: palestra di roccia, escursioni sui ghiacciai, una volta alla settimana la conquista di una vetta; ogni sera una rinfrescata nel torrente che scorreva poco distante dall’accampamento e che alla notte accompagnava i nostri sonni. Facemmo anche i tiri con le mitragliatrici e con i mortai da 45 mm.
Poco lontano dal nostro accampamento c’erano gli accademici del Cai, richiamati in servizio per l’addestramento militare. Qualche volta mi mandavano da loro per istruirli sulle armi; un pomeriggio mi azzardai un po’ troppo con le bombette dei mortai e il giorno successivo Emilio Comici si vendicò in palestra di roccia.
A fine giugno partimmo per le escursioni e per una prima manovra che «vincemmo» con il nostro plotone. Partimmo di nascosto nel pomeriggio, bivaccammo in alto, sopra il ghiacciaio della Tribolazione. Era una bellissima notte stellata, insonne almeno per me; all’alba raggiungemmo per primi una quota dominante il Col de Croux, chiave dell’esercitazione. Ma era solamente un gioco!
Nella discesa per il ripido ghiacciaio della Roccia Viva, tre alpini che venivano in cordata dopo di me si erano fermati a guardare l’aereo che seguiva la manovra, mentre io continuavo la discesa: un mio passo, quando la corda si tese, fece perdere l’equilibrio al secondo e tirò via gli altri che mi passarono davanti rotolando in un groviglio di corda, piccozze, armi, zaini, ramponi. Non ce la feci a trattenerli e mi strapparono con loro. Ho ancora viva l’immagine disperata del sottotenente Giuntoli nel momento in cui gli passammo davanti. Sotto di noi si avvicinava paurosamente la seraccata terminale piena di crepacci. Non so come fu, ma quando mi trovai la corda allentata e in posizione fortunata, d’istinto piantai nella neve tutto il manico della piccozza e feci due giri intrecciati intorno con la corda. Ci fermammo in tempo. Tutti eravamo piú o meno escoriati e io avevo il palmo della mano forato da parte a parte dalla punta di un rampone. Per fortuna non avevo leso né tendini né ossa e, dopo una medicazione con tintura di iodio, guarii in pochi giorni.
Dopo aver salito il Grand Saint-Pierre, la Tresenta, il Ciarforon, il Gran Paradiso e la Grivola, scavalcando la Valsavaranche, la Val di Rhêmes, la Valgrisenche per nevai e ghiacciai, arrivammo in Val Veny.
Quando si scendeva a valle ci sembrava strano poter camminare sull’erba rifiorita; come un sogno rimane il ricordo di quei due giorni di riposo in Val di Rhêmes, dove i nostri muli, che negli spostamenti ci seguivano per i fondovalle, ci avevano portato abbondante paglia: che dormite su quella paglia sparsa alta sotto le tende, all’ombra dei larici e con la musica della Dora di Rhêmes. Negli anni che seguirono, molte volte mi venne da ricordare quel riposo.
Dalla Val Veny incominciammo le escursioni nel Gruppo del Monte Bianco. Una mattina, attraversando il ghiacciaio di Frêney, arrivati davanti a un ponte di neve: – Passa, passa! – mi disse il capitano Cremese che mi precedeva slegato. – Hop, hop! Rigoni ti porta.
Ma io pesavo almeno dieci chili piú di lui e il mio zaino era tutt’altro che leggero: – Tienimi in sicurezza, – raccomandai a Karl Fill che veniva secondo.
Il ponte di neve sopra il crepaccio crollò e mi ritrovai a penzoloni dentro un verde-azzurro di cui non vedevo il fondo. Dal buco dov’ero precipitato scorgevo cinque centesimi di cielo; da lassú il capitano Cremese mi chiamava: – Rigoni! Rigoni! Sei, vivo? Hop, hop! Adesso ti tiriamo fuori.
Ne uscii con fatica a causa di una caviglia dolorante. Con pena giunsi al Rifugio Monzino e il capitano mi fece accompagnare giú al Purtud. Da lí, con un camioncino, raggiunsi l’infermeria di Aosta.
Nell’infermeria mi stancavo e mi annoiavo, anche perché non avevo niente da leggere se non «La Gazzetta del Popolo», che mandavo a comperare quando gli infermieri andavano in libera uscita. Fu qui che, per la prima e unica volta nella mia vita di soldato, stesi un rapporto per far punire un caporale e due alpini addetti all’infermeria, perché, come «veci», pretendevano di essere serviti da alcune reclute lí ricoverate a seguito d’incidenti in montagna durante le escursioni. Vennero subito puniti e trasferiti da questo servizio da «imboscati».
Le giornate mi erano pesanti e lunghe a passare, la caviglia non guariva. Pensavo ai miei compagni che in quel momento dovevano essere sulle belle vette tra il Dente del Gigante e il Mont Dolent. Dopo una settimana, sforzandomi, feci vedere al tenente medico che potevo camminare; mi assicurò che entro qualche giorno mi avrebbe mandato al reparto. Dopo molti anni, una radiografia scoprí che quella caviglia aveva subito una frattura.
A comandare il distaccamento della Scuola nella caserma Testa-Fochi del 4° alpini, venne quel tenente, ora capitano, che avrebbe mangiato sette rospi e una capra se fossimo stati promossi alpieri, e in quello stesso giorno mi presentai per chiedergli una licenza: era da nove mesi che non vedevo i miei. Con sorpresa me la concesse subito, trasmettendo in mia presenza il modulo al Comando di battaglione per la firma. Nel frattempo, con la fine delle manovre, era rientrata la mia compagnia; la raggiunsi, e al mio comandante di plotone dissi della licenza.
– Certo, ti spetta di diritto. Ma in fureria è arrivata una disposizione che sospende le licenze. Alla mensa ufficiali si sussurra che sia per motivi politici.
Quante cose in quei giorni: il 21 di agosto mi giunse notizia che un caro amico d’infanzia, Nino, era morto precipitando dalle rocce dov’era andato a raccogliere stelle alpine. Suo fratello, che da pochi mesi era giunto alla Scuola come sciatore, era già partito per il nostro paese. Quella sera stessa il furiere mi mise in mano la licenza, viaggiai tutta la notte ma persi una coincidenza; quando giunsi a casa Nino era già stato sepolto.
Il giorno 26 la zia maestra Marietta Chelle, che ogni anno veniva a trascorrere le vacanze nella terra dei padri, organizzò la «festa dei promossi»: riuniva al Parco del Kirche tutta la parentela di scolari e studenti che erano stati promossi e a tutti offriva pane con salame e formaggio, dolci, bevande. Volle che ci fossi anch’io, in divisa, raccomandò, perché ero stato promosso caporalmaggiore istruttore di sci e roccia. Io, poi, portavo il nome di suo figlio, ufficiale pilota e decorato, caduto oltre il Piave nel giugno del 1918, un nome che mio nonno volle mi fosse dato per sua memoria.
La sera del 27 andai alla villa delle suore canossiane dov’era in vacanza la ragazza veneziana; sua madre mi aveva invitato a vedere la commedia che le ragazze lí ospitate avevano allestito e dove anche sua figlia aveva una parte.
Il 28 andai in bosco per preparare un carro di legna per la famiglia, e quel pomeriggio Aldo, mio fratello, venne a chiamarmi perché era arrivato un telegramma che mi ordinava di raggiungere il reparto.
Per giustificare il rientro anticipato con i controllori dei treni rapidi su cui non sarei dovuto salire, mostravo il telegramma che avevo in tasca. Nel cuore restava l’affetto dei miei e l’ingenuo e carissimo ricordo della rappresentazione teatrale delle ragazze villeggianti dalle canossiane. In quella notte del 29 agosto andava, il treno, per la pianura padana; a ogni stazione salivano o scendevano quelli che come me avevano interrotto la licenza, ma anche i richiamati delle classi anziane. Non c’erano canti, nemmeno conversazioni, dentro gli scompartimenti odoranti di naftalina e sudore. Su tutti gravava una pesante tristezza d’attesa, anche se poco o nulla sapevamo di trattati e di rivendicazioni.
La nostra caserma di Aosta era vuota, e un magazziniere mi disse di raggiungere il reparto che era già partito per Courmayeur. Nel treno da Aosta a Pré-Saint-Didie incontrai una bella ragazza che da Torino andava con la famiglia in villeggiatura. Mi chiese se era vero che i tedeschi stavano per scatenare la guerra e che noi alpini eravamo già schierati sui confini. Forse in quel giovane soldato bruciato dal sole dei ghiacciai vedeva il mitico alpino delle canzoni e della retorica di allora, e io, per una ragazza cosí bella, che viveva in un’Italia cosí bella, pensavo che forse era pure bello dare la vita.
All’alba del 1° settembre 1939 i tedeschi aggredirono la Polonia. Il mio plotone era accampato sotto le rocce delle Pyramides Calcaires e, quella mattina, il plotone di Renato Chabod salí a sinistra verso la Pointe de Léchaud, io con una pattuglia all’Aiguille de la Lex Blanche. Sotto di noi si vedeva la terra di Francia. Alla data del 3 settembre scrissi nel mio notes: «L’Inghilterra e la Francia hanno dichiarato guerra alla Germania. Ci hanno dato le maschere antigas e gli elmetti. In alto nevica».
Dopo una settimana entrammo nelle casermette ai piedi delle Pyramides; ma lí dentro era molto umido, e si erano pure rifugiati i topolini degli alti pascoli: loro alla notte venivano a cercare il calore dei nostri corpi. Ben presto anche i pidocchi incominciarono a tormentarci; furono i primi, e per anni, tranne qualche pausa, accompagnarono la loro vita alla nostra.
Il tenente Roggero, che aveva preso il comando della compagnia, un pomeriggio che sembrava meno freddo ci condusse alla bocca del ghiacciaio Lex Blanche e ci obbligò a lavarci tutti nudi nell’acqua diaccia. Non tornammo a dormire nelle casermette e piantammo le tende. I pidocchi non se ne andarono.
Di notte faceva molto freddo, avevamo solo la piccola coperta da campo e la mantellina. Incominciò a nevicare. Con il tenente Giuntoli e due valtellinesi facevamo cordata verso la linea di confine e salimmo anche l’Aiguille de le Trélatête.
Mentre le armate tedesche stavano invadendo la Polonia, dall’altro confine entrarono anche le armate dell’Urss, e sparirono pure gli Stati baltici. Sulle fortificazioni della Linea Maginot e della Sigfrido, francesi e tedeschi si fronteggiavano in un silenzio minaccioso.
Venne per noi una notte strana: si sentiva un bel tepore ed era piacevole riaddormentarsi; verso il mattino, un crepuscolo che non schiariva. Poi sentimmo un fruscio sopra la tenda e il tenente Chabod che ci passava sulla testa con gli sci dicendo: – Sveglia dormiglioni! Che cosa fate là sotto? Ma non uscite, mettete prima tutta la vostra roba negli zaini!
Nella notte era nevicato tanto da coprire le tende. Scendemmo al Purtud, poi a Entrèves, infine a Dolonne.
Su al Miravidi, alla destra del colle del Piccolo San Bernardo, era rimasto bloccato in un rifugio un plotone della 87ª compagnia: c’era tormenta, stavano per finire i viveri e chiedevano aiuto con la radio da campo. La mia squadra, con il sergente Celestino Peron, venne incaricata di portare soccorso. Con gli sci ai piedi e con gli zaini carichi di viveri di conforto, in breve da Courmayeur raggiungemmo La Thuile; ma da qui all’Ospizio del Piccolo impiegammo due giorni: erano solo tredici chilometri, ma la tormenta non ci lasciava proseguire. Raramente avevamo affrontato una tormenta cosí violenta. Fummo costretti a fermarci in una casa cantoniera. Alla mattina del secondo giorno un sole splendido illuminava le montagne bianchissime e nuove. Riprendemmo la marcia con gli sci verso il rifugio, ma bisognava scegliere con attenzione la strada e non tagliare i pendii stracarichi di neve pronta a travolgerci. Arrivammo in poche ore. Come ci aspettavano! Subito si misero a mangiare e con loro ritornammo a La Thuile.
A novembre venne un tempo discreto, faceva freddo ma il cielo era sereno. Ci fecero, allora, dare inizio ai lavori per l’impianto di una teleferica che da sopra Entrèves saliva al Mont Fréty e da qui al Rifugio Torino. Ci pagavano tre lire al giorno, una lira veniva trattenuta per il miglioramento del rancio. Dovevamo scavare i buchi per i pali, poi portare su a spalle le pesanti travi di larice, cementarle, tirare in lunga fila le funi di acciaio. Ma se fino a Mont Fréty la cosa non era pericolosa, difficile, molto faticoso e davvero pericoloso era lavorare in alto sulla neve, il ghiaccio e le rocce. Nei momenti di sosta guardavamo in basso i pinnacoli di roccia verso la Brenva: il Père Eternel, a fissarlo, sembrava dondolare nel vuoto. Una mattina assistemmo anche a una battaglia tra due aquile e uno stormo di corvi. Tra vortici di penne e di piume, strida e gracchiamento, le due aquile furono costrette a cercare rifugio – o forse precipitarono? – dietro la Noire.
A Courmayeur ci trovarono alloggio in una rimessa; dopo entrammo nella casermetta costruita a valle della strada prima del paese. Ma era molto umida e non aveva riscaldamento. Alla sera alimentavamo il fuoco della cucina all’aperto con la legna che ci procuravamo nei boschi, e attorno al fuoco, bevendo un po’ di vino, ci raccontavamo le nostre storie.
A Natale ebbi una licenza breve di cinque giorni, piú due di viaggio; il tenente Roggero me la consegnò con un giorno d’anticipo e mi disse di partire subito: come corsi giú per i sentieri per giungere in tempo a prendere il treno a Pré-Saint-Didier!
Arrivai alla vigilia. A casa ritrovai tutti i miei, cantammo le canzoni tradizionali della nostra terra; incontrai gli amici. Fu un Natale sereno e gioioso e dovettero passare altri sei anni prima che ci ritrovassimo ancora cosí.
Dopo quindici mesi di Scuola Militare Alpina divenni anch’io istruttore e venni trasferito al 6° reggimento alpini con quella qualifica. Il 6° era il reggimento di famiglia: già mio nonno nel 1885 portava quel numero sul cappello, anche lo zio Mosè, lo zio Toni, molti altri parenti e tanti compaesani, e fin da bambino lo sentivo ripetere nelle canzoni. La sede non era piú a Verona ma a Vipiteno, in Alto Adige; quando la raggiunsi i reparti e il comando erano già sulla frontiera occidentale, nel Canavese; a Vipiteno trovai solo un gruppo di sciatori che si stavano allenando per i campionati nazionali delle truppe alpine. A comandare il distaccamento era il tenente Enno Donà, esperto di montagne che, in guerra prima e poi come comandante partigiano, si dimostrò uomo di grande valore e di generosa carica umana, capace di un comunicativo umorismo anche nei momenti piú drammatici. Incontrai con affetto anche il mio vecio della Scuola d’Aosta Marco Dalle Nogare. Naturalmente Donà mi fece restare con loro.
In quei giorni mi arrivò da casa un telegramma. Diceva che lo zio Mosè era morto. Ebbi un permesso di due giorni, ma quando arrivai lo zio era già stato sepolto. Era morto per complicazioni polmonari e aveva solo 47 anni; era stato alpino dal 1912 al 1920 con il battaglione Bassano; dal 1916 furiere di compagnia e dal 1917, dopo la battaglia dell’Ortigara, del battaglione. A fine guerra il suo comandante avrebbe voluto che si fermasse nel Corpo a far carriera, ma lui gli rispose che ne aveva viste abbastanza, che era stanco di compilare elenchi di morti e di feriti. Dopo il 4 novembre del ’18, lo assegnarono a un reparto che in Carinzia fronteggiava gli slavi che intendevano annettersi un pezzo di territorio austriaco. Ritornò in paese quando stavano ricostruendo le nostre case distrutte dalla guerra. Ricordo ancora i suoi compagni che venivano a trovarlo per chiedergli un consiglio o un aiuto. Quand’ero bambino mi fissava gli sci ai piedi sulla strada in discesa della nostra via, ma di guerra non voleva mai parlare, non era iscritto al fascio, non andava alle manifestazioni patriottiche.
A fine febbraio 1940 ci furono a San Candido la gare. Mi ero preso l’influenza e avevo la febbre; il tenente Donà mi volle in pattuglia per la gara di marcia e tiro, e quel giorno non riuscii a colpire nemmeno un palloncino.
A gare finite raggiungemmo il reggimento a Castellamonte. Venne una bella primavera. Con Marco riuscii a trovare una palestra di roccia in una cava abbandonata; al mattino si andava ad arrampicare con i nostri compagni piú volenterosi, nel pomeriggio a camminare per quelle belle colline dove un anziano e bonario capitano richiamato, raggiunto un paese dove c’era un’osteria, faceva «Alt» e pagava un bicchiere a tutti noi.
In quell’aprile, chissà per quale ragione e malgrado le nostre proteste, il rancio era davvero scarso e scondito; al mattino, per colazione, i cucinieri ci contavano quattro fichi secchi nel coperchio della gavetta; la razione di pane la mangiavamo con radicchio di campo e cipolla; io cercavo le castagne dell’autunno precedente tra le foglie del sottobosco. Per motivi burocratici, a causa dei miei trasferimenti, i furieri non mi pagavano la deca.
A maggio, in due plotoni scelti tra tutti i soldati del reggimento, con il tenente Suitner, due sergenti, Marco e io come istruttori, salimmo a Campiglia di Val Soana per un corso di alpinismo. Fu un mese felice in quel piccolo villaggio dove i pochi abitanti ci accolsero festosi: c’erano il parroco, due maestrine, tanti ragazzi, donne, qualche vecchio e due guardie forestali con funzione di guardaparco del Gran Paradiso. Tutti gli uomini validi erano o soldati o a Parigi, dove, ci dissero poi le donne, erano specializzati nella pulizia dei camini.
Ricordo quel tempo come una serena pausa della mia vita; la disciplina non era da caserma ma da uomini in alpe; il disgelo, i rivoli che scendevano dai nevai, la fioritura del Piano dell’Azaria, le nostre arrampicate, il ballo alla domenica pomeriggio – dopo che con Marco ero sceso a Valprato per convincere a salire il vecchio suonatore di fisarmonica – ci facevano lontanissima la guerra che già si era scatenata sul fronte occidentale. Alla sera, poi, sulla piccola piazza del villaggio, saltavamo la corda con le ragazze fino alle prime ombre, quando il parroco suonava la campanella per chiamarle al rosario di maggio. Ma quel pane! Quel pane che ogni mattina un nostro mulo ci portava da Valprato! Erano pagnotte basse e grandi, rotonde, dorate e croccanti; avevano profumo di segala montana ed erano dolci non per aggiunte artefatte ma per loro natura.
Dopo un mese scendemmo da lí verso la pianura con il cuore addolorato; ma piú di noi lo avevano gli abitanti di Campiglia con i quali era nata una cara amicizia. Vennero a salutarci tutti lungo la strada: c’erano il parroco, le maestrine, i due guardaparco, i vecchi, i bambini, le ragazze. Alcune piangevano; forse nell’animo sentivano o presagivano quello che ci sarebbe accaduto.
Fu breve il tempo del nostro accantonamento a Castellamonte, in quella fabbrichetta in disuso dietro l’Albergo Tre Re. Ebbi però il tempo di lavare la mia biancheria e di lavarmi tutto nel greto dell’Orco, perché la sera del 4 giugno preparammo lo zaino e, prima dell’alba, ci avviammo a piedi verso Ivrea. Ora il vento della guerra ci aveva davvero raggiunto.
Il 23 novembre del 1939 Hitler aveva detto ai suoi marescialli: «…la mia decisione è irrevocabile. Attaccherò la Francia e l’Inghilterra al piú presto e nel momento propizio. Non importa violare la neutralità del Belgio e dell’Olanda. Nessuno vi farà piú caso quando avremo vinto. Non dobbiamo giustificare la violazione della neutralità, come nel 1914… Non rifuggerò da nulla e distruggerò chiunque si opporrà. Voglio distruggere il nemico».
Nel frattempo in Polonia il governatore Frank aveva iniziato la sua «pulizia» tra la classe dirigente e la deportazione dei pidocchi ebrei. Hitler gli aveva ordinato: «In Polonia occorre liquidare le persone atte a costituire una classe dirigente. Quelli che li seguono devono essere eliminati a loro volta». In quella primavera, il 14 giugno, veniva inaugurato ufficialmente il campo di sterminio di Auschwitz.
Mussolini e i suoi generali avevano previsto che l’Italia sarebbe stata pronta per la guerra a fianco della Germania non prima del 1942; ma ora gli eventi precipitavano e il duce voleva qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo della pace dalla parte dei vincitori.
Dopo i Sudeti, l’Austria, la Cecoslovacchia, la Polonia, le armate di Hitler avevano invaso la Danimarca e la Norvegia. La mattina del 10 maggio, tradendo la parola data, per ordine di Hitler ai suoi generali indecisi, le truppe tedesche attraversarono le frontiere dell’Olanda, del Belgio e del Lussemburgo. Sei divisioni corazzate con veloci carri armati e l’impiego degli Stukas da bombardamento in picchiata, di paracadutisti e di truppe aerotrasportate dietro le linee fortificate, sconvolsero ogni piano di difesa sorprendendo i politici non meno dei militari. In breve l’Olanda venne conquistata e il giorno 14 depose le armi. In quello stesso giorno la manovra tedesca si spostò verso la Manica, che venne raggiunta il 20. Il 27 maggio il re dei belgi firmò la capitolazione.
Il 29 maggio, in una riunione a Palazzo Venezia, il duce, in considerazione di quanto stava avvenendo su quel fronte, aveva detto ai suoi generali: «…La situazione attuale non permette ulteriori indugi perché altrimenti corriamo dei pericoli peggiori di quelli che avrebbero potuto essere provocati da un intervento prematuro. D’altra parte se tardassimo due settimane o un mese non miglioreremmo la nostra situazione, mentre potremmo dare alla Germania l’impressione di arrivare a cose fatte, quando il rischio è minimo, oltre alla considerazione non essere nel nostro costume colpire un uomo che sta per cadere…» Ma proprio questo avvenne: il colpo di pugnale alla schiena.
Quattro anni dopo, sentii pesante lo scherno dei soldati francesi quando mi ritrovai, al pari di loro, anzi peggio di loro, prigioniero nei Lager tedeschi ai confini con la Lituania. Con disprezzo mordevano un biscotto e gettavano il resto ai nostri piedi, dicendo: – Macaroní!
– Non raccogliete, – quasi ordinavo ai miei compagni affamati.
Risalita la Val d’Aosta giungemmo a La Thuile il 21 giugno e da lí proseguimmo senza mangiare verso il Rutur. Ci diedero viveri «in natura», ossia pasta cruda e carne cruda. In valle pioveva a dirotto, piú in alto nevicava fitto. Camminammo tutta la notte per sentieri impervi e nel buio. I muli si fermarono e noi proseguimmo per i nevai. All’alba varcammo il confine sotto il tiro dei cannoni francesi. La Francia, dal giorno 17, con il maresciallo Pétain, aveva chiesto l’armistizio, ma noi, lassú tra la neve, non sapevamo nulla.
Parigi era stata conquistata il 14 giugno. Il Gran Quartiere Generale di Hitler aveva comunicato: «La seconda fase della gigantesca campagna d’occidente è vittoriosamente terminata. La forza di resistenza francese del Nord è crollata e le nostre truppe hanno oltrepassato la Senna…», e finiva cosí: «In questo momento le truppe germaniche vittoriose fanno la loro entrata a Parigi».
Il 22 giugno scendemmo dall’altro versante delle Alpi. Dopo le rocce, il ghiacciaio, la neve, arrivammo a camminare sui pascoli. Eravamo fradici, infreddoliti e affamati.
Facevo il portaordini esploratore con il comando della colonna Reteuna, correndo da un reparto all’altro per terreni sconosciuti. Dall’orlo di un bosco vidi su un pascolo verde un rustico fabbricato d’alpeggio; ma non c’erano mandrie né persone: la guerra le aveva fatte scappare. Corsi verso quella casa sperando di trovare qualcosa da mangiare. La porta era spalancata, sul tavolo c’erano umili stoviglie sbeccate e i rimasugli di una fredda polenta; sul pavimento erano sparsi in disordine poveri capi di biancheria femminile; cassettoni aperti; freddo e silenzio. Provai vergogna verso chi aveva profanato quell’intimità, ma anche di me, e uscii chiudendo la porta.
Poco prima, scendendo dal Rutor, avevo incontrato due portaferiti che arrancavano con fatica nella neve fresca portando una barella: – Coraggio, – avevo detto rivolgendomi al ferito, – tra poco sarai a casa in convalescenza.
– Il est mort, – mi avevano risposto.
Erano alpini del battaglione Aosta, parlavano la medesima lingua e avevano gli stessi modi di vivere di quelli che stavano combattendo, forse erano anche imparentati con loro; la gente di qua aveva i pascoli al di là del Piccolo San Bernardo e la gente di là aveva i pascoli al di qua del Col de la Seigne. Proprio come i miei conterranei che nel 1915 avevano malghe, pascoli e affari con quelli che abitavano al di là del confine del mio Altipiano. Erano la stessa razza di vacche, lo stesso formaggio, lo stesso tipo di pascolo, le stesse stagioni, ma di un altro Stato in guerra.
Il caduto sulla barella, la casa d’alpeggio abbandonata, il ricordo di quanto avevo sentito raccontare da mia madre, quando la grande famiglia guidata dal nonno dovette tutto abbandonare all’offensiva austro-ungarica del 1916 che tutto distrusse, incominciavano a richiamarmi alla realtà della guerra? Incominciavo a vedere il crepaccio dentro il quale eravamo precipitati? Ma ero ancora troppo giovane per soffermarmi a riflettere su delle fuggevoli sensazioni, troppo lunga e insistente era stata l’educazione all’amore di patria.
Il 22 giugno era stato firmato il trattato d’armistizio franco-tedesco; quello franco-italiano sarebbe stato firmato due giorni dopo. Le armi avrebbero taciuto alle ore 1,35 del 25. Che bagliori, in quelle ultime ore, sulle Alpi occidentali!
In quei giorni vennero a trovarsi uno contro l’altro anche Jean-Marie Bulle, valoroso ufficiale savoiardo che comandava l’80ª Section Eclaireurs Skieurs e Renato Chabod, valdostano comandante di un plotone alpieri: erano ambedue montanari che vivevano sulle stesse Alpi. La Resistenza, dopo tre anni, li vedrà combattere dalla stessa parte contro il nazismo e il fascismo. Bulle cadrà nei giorni della liberazione di Parigi, dopo essersi presentato al presidio tedesco di Albertville per trattare la resa, al fine di evitare morti inutili tra i civili: verrà trattenuto come ostaggio e dopo barbaramente ucciso. Il suo corpo sarà ritrovato lungo la strada per Chambéry le Vieux. Renato Chabod, avvocato e accademico del Cai, già comandante partigiano, diventerà vicepresidente del Senato della Repubblica Italiana.
Noi rientrammo dal Piccolo San Bernardo il 27 giugno, e nel salire l’antica mulattiera verso il valico incrociammo un reparto di camicie nere che, cantando, scendevano a occupare la Francia. Tra noi e loro vi fu un momento di tensione, perché noi alpini, stravolti dalla stanchezza, incominciammo a inveire a nostro modo; fummo calmati dalla voce irosa e dalle parole beffardamente ironiche del nostro colonnello.
Il 28 il duce venne a passarci in rivista nei pressi di La Thuile: Porta Littoria l’avevano ribattezzata allora. Non ricordo nulla di quella rivista, solo che finalmente si poteva dormire.
Lí, in quei giorni, sotto la tenda, incominciai a scrivere su un quaderno il racconto della mia prima avventura di guerra. Già, avventura, come avevo letto in qualche libro. Eppure il filmato di Hitler sotto l’Arco di Trionfo di Parigi, che avevo visto al cinema di Aosta, e la tronfia baldanza delle camicie nere mi avevano procurato un senso di fastidio.
Ai primi di agosto lasciammo la Val d’Aosta. Quando la tradotta arrivava in qualche stazione la gente ci festeggiava. Il resto dell’estate lo passammo in Val di Fiemme, accampati in un bel bosco di larici, e ci dimenticammo anche della guerra.
Si andava a fare escursioni verso le bellissime Alpi di Fassa; salimmo qualche cima; con la mia squadra ci si inoltrava anche per i boschi del Cernis con tre conducenti e relativi muli per far provvista di legna per le cucine della compagnia. Aiutavamo anche le ragazze fiemmote a lavorare il fieno sui prati piú alti e, in settembre, a raccogliere le patate. I cittadini villeggianti venivano di domenica alla messa al campo, dove tutto il reggimento schierato cantava La Montanara o Va l’alpin sull’alte cime. In una libreria di Cavalese andavo a spendere la paga da soldato e a passare il tempo della mia libera uscita.
A comandare la compagnia venne per due mesi un nuovo capitano, Caratti di Lanzacco, un nobile che sopra le stellette del bavero aveva la corona reale. Radio Scarpa diceva che era stato aiutante di campo di S.A.R. il principe Umberto di Savoia. Aveva anche delle decorazioni guadagnate in Spagna, naturalmente con il Corpo italiano che era accorso al fianco del generale Franco. Era pure un bravo capitano, che si curava dei particolari; tutti i giorni controllava il rancio e il pane, le cucine, il filare e le razioni dei muli, le latrine, la sorgente che ci dava l’acqua, la pulizia dell’accampamento e quella dei soldati. In marcia si metteva in testa alla compagnia e controllava scrupolosamente i tempi degli alt per il riposo e, con un altimetro, i tempi di salita.
Un giorno, dopo la salita al Latemàr, mi sentii male e vomitai tutto il rancio, forse perché avevo bevuto acqua diaccia dopo la pastasciutta, che, nel pomeriggio, era arrivata a dorso di mulo come colla fredda dentro le casse di cottura. Mi fece riposare all’ombra delle rocce e poi, comodamente, non con il reparto ma accompagnato da Marco, scendere all’accampamento a mio piacere. Difatti ci fermammo anche con delle ragazze che, cantando, stavano raccogliendo il fieno sotto le pale. Alla sera il capitano mandò il suo attendente a portarmi una buona tazza di caffè e a chiedere come stavo.
Una volta alla settimana, al sabato, radunava la compagnia per fare lezioni di buone maniere; spiegava come si deve usare il fazzoletto per il naso, passeggiare con una signora, come comportarsi in un ristorante o anche in osteria, per strada, come salutare e rispondere al saluto.
In quel tempo avevano assegnato alla mia squadra portaordini sciatori un alpino anziano che aveva fama di selvaggio ribelle a ogni ordine. Subito intuii che con lui non bisognava mai ordinare, nemmeno chiedere; dicevo: –Ci sarebbe da fare questo e questo, – e lui faceva per tre. Ma quello che proprio non gli andava erano le lezioni del nobile capitano, e un sabato notte, ritornato ubriaco perché ci avevano pagato la deca, entrò in tenda, prese il fucile e lo caricò urlando: – Me ’el trò! Me ’el cope! Nol ghè né Carati né Caratí. Me el cope! (Io gli tiro! Io l’ammazzo!)
Con fatica il caporalmaggiore Tavelli, Marco e io riuscimmo a strappargli di mano il fucile e a immobilizzarlo legandolo con la corda da roccia. Lui continuava a urlare e a dimenarsi. Per le sue urla non dormimmo, e nessun sergente o ufficiale venne a vedere cosa stesse succedendo.
Alla mattina comparvero in sei a prenderlo con il brigadiere dei carabinieri e lo legarono al palo sopra l’accampamento. Urlava e ogni tanto si assopiva. Ma dove lo prendeva tanto fiato? Diceva nel suo ostico dialetto che voleva ritornare nella mia squadra, ma che prima avrebbe ammazzato il capitano. Venne trasferito in una compagnia che noi chiamavamo «di disciplina» perché comandata da un capitano piemontese duro e arcigno, spietato.
Qualche volta il nostro capitano mi mandava a Trento, all’Ispettorato Truppe Alpine, per qualche servizio. Quando non avevo la coincidenza per il ritorno, passavo la notte sotto gli alberi davanti alla stazione, vicino al monumento a Dante.
Vivevamo la nostra giovinezza, in quell’estate del 1940, tra le montagne dolomitiche, e non consideravamo che le armate tedesche avevano già invaso gran parte dell’Europa; non sapevamo che già funzionavano i Lager della morte. In quel settembre venne anche firmato il «Patto Tripartito» tra Germania, Italia e Giappone. In ottobre i tedeschi occuparono la Romania.
Quando l’autunno con le sue insistenti piogge incominciò a rendere tristi le montagne e grondanti i boschi, scendemmo a Cavalese, dove prendemmo alloggiamento in un grande fienile alla periferia del paese.
I richiamati anziani vennero inviati ai depositi per il congedo; a noi che si restava lasciarono le scarpe e i capi di corredo ancora buoni, e demmo loro da versare al deposito i nostri piú consunti e logori. Partirono cantando le canzoni dei congedanti sotto una pioggia battente, ma prima di giungere a Ora per salire sul treno che li avrebbe portati a casa, furono raggiunti da un motociclista con un contrordine e dovettero fare ritorno all’accantonamento. Dopo trenta chilometri e piú di cammino, rientrarono zuppi d’acqua, silenziosi e tristissimi. Naturalmente restituimmo loro il cambio e solo il giorno dopo ebbero fiato per giustamente imprecare.
Anche l’Italia fascista voleva dimostrare di essere capace di conquiste e il 28 ottobre, XVIII anniversario della marcia su Roma, iniziò quella che avrebbe dovuto essere la marcia su Atene. La preparazione dell’attacco alla Grecia era stata molto pretestuosa, superficiale e avviata con grossolana faciloneria. Mai, credo, nella storia d’Italia, un’azione di guerra fu cosí mal condotta sotto l’aspetto politico e militare.
Il 15 ottobre, nella «Sala di lavoro del Duce», vi fu una riunione segreta alla quale parteciparono «le Eccellenze Ciano, Badoglio, Soddu, Jacomoni, Roatta, Visconti Prasca». Il duce introdusse: «Lo scopo di questa riunione è quello di definire le modalità dell’azione – nel suo carattere generale – che ho deciso di iniziare contro la Grecia…»
A un certo punto di quel verbale si legge:
«VISCONTI PRASCA L’operazione è stata preparata in modo da dare l’impressione di un rovescio travolgente in pochi giorni.
«DUCE Per la responsabilità che mi assumo in questa faccenda vi dico di non preoccuparvi eccessivamente di quelle che possono essere le perdite, pur essendo sollecito, dal punto di vista umano, per la vita di un soldato. Dico ciò perché alle volte un capo si ferma in considerazione delle gravi perdite subite.
«VISCONTI PRASCA Ho ordinato che i battaglioni attacchino sempre, anche contro una divisione».
Le cose andarono malissimo sotto ogni aspetto: poche e male armate erano le nostre divisioni, poco riforniti i nostri magazzini, pessime le condizioni meteorologiche e difficile il terreno delle operazioni. Un ufficiale del Comando Superiore Truppe Albania di sua iniziativa aveva comunicato a Roma che le condizioni avverse e lo stato delle strade, a causa delle piogge torrenziali, avevano creato situazioni proibitive, e chiedeva che fosse lasciata a loro la decisione del giorno e dell’ora dell’attacco. Ma in quello stesso giorno il maresciallo Badoglio aveva comunicato ai sottoposti comandi: «Il Duce ha deciso che la data del 28 sia irrevocabile».
Alle ore 2,45 di quella notte del 28 ottobre 1940, il ministro d’Italia in Grecia, Emanuele Grazzi, si presentò davanti alla villa del primo ministro greco Metaxas e lo fece svegliare per presentargli l’ultimatum. Erano condizioni impossibili con un preambolo di grossolane menzogne. Era la guerra.
Il giorno 7 novembre, a Cavalese, ci ridiedero l’elmetto, le cartucce e le bombe a mano che erano state depositate all’armeria della compagnia. Il giorno dopo affardellammo gli zaini e a mezzanotte lasciammo, a piedi, la Val di Fiemme per la stazione ferroviaria di Ora. Era buio, pioveva, nessuna finestra si aperse al rumore dei nostri scarponi.
Con le tradotte scendemmo a sud lungo la costa adriatica; in silenzio guardavamo il mare grigio; ogni tanto l’alpino Lidio Bona tentava di intonare «Sul ponte di Bassano bandiera nera | L’è il lutto degli alpini che vanno alla guera…» e, quando vedeva una ragazza, quasi con disperazione: «Addio, mia bella addio…»
Giungemmo a Brindisi, ci fecero camminare lontano, per accamparci sotto gli ulivi. Forse la nostra nave non era ancora pronta. Dopo un giorno ritornammo al porto. Ci fu un attacco aereo mentre stavamo imbarcandoci.
La motonave Italia procedeva a zig-zag sotto la scorta di due cacciatorpediniere; noi eravamo ammassati in coperta, con la testa sullo zaino e il telo tenda tirato sopra perché pioveva. Il mare era burrascoso e nero: come ad altri mi venne il mal di mare, e lo stomaco vuoto vomitava bile. Arrivò un allarme sommergibili e i marinai passarono a dirci: – Levatevi gli scarponi, le giberne e la giubba –. Tra di noi erano pochi quelli che sapevano nuotare.
Il pomeriggio del giorno 14 sbarcammo a Durazzo attraversando una lunga passerella che traballava sotto il nostro peso, e con un sospiro posammo i piedi su una terra medievale.
Fu in quei giorni che gli alpini della Julia, i fanti e i bersaglieri si ritrovarono a camminare per terreni sconosciuti su mulattiere e strade diventate torrenti di fango; e piú si addentravano in territorio greco piú avevano difficoltà a reperire i rifornimenti di viveri e munizioni, a sgomberare i feriti e gli ammalati. I soldati greci, nel medesimo ambiente fisico, lottavano con spirito antico per difendere la loro terra.
Già il 4 novembre, appena otto giorni dall’inizio delle ostilità, la nostra commedia diventava dramma e il generale Visconti Prasca comunicava ai Comandi del 26° corpo d’armata: «I combattimenti dei giorni scorsi, dal 28 ottobre al 3 novembre, hanno messo in evidenza il valore, la resistenza delle truppe. Hanno però permesso di constatare varie deficienze nell’impiego tattico della fanteria…» Insomma, diceva che i fanti dovevano avanzare anche se le artiglierie nemiche sparavano, e non aspettare l’intervento dei nostri cannoni. «Questo impiego della fanteria è assurdo perché i nostri soldati devono muovere risolutamente in avanti fino a venire in contatto con la fanteria avversaria, attaccandola a fondo con le proprie armi fino alla baionetta e alla bomba…», «…per far cessare il fuoco dell’artiglieria nemica e delle mitragliatrici, occorre venire a contatto delle fanterie avversarie con slancio, anzi con furia. Ognuno deve agire come se volesse afferrare il soldato avversario alla gola. Aspetto da voi, comandanti di reparti di fanteria, che assumiate questo contegno conforme alla nostra dottrina di guerra – conforme allo spirito fascista, conforme agli ordini del Duce – di ricacciare l’avversario con il vostro impeto travolgente».
No, nemmeno Cadorna sul Carso nel 1915 era arrivato a questo, e quella che per noi doveva essere una passeggiata fino ad Atene divenne una ritirata. A pagare fummo noi soldati, perché solo su di noi venivano scaricate le colpe di chi stava a Roma e dei generali che stavano a Tirana.
Nostri reparti del 5° alpini vennero caricati sugli aerei all’aeroporto di Tirana e scaricati all’aeroporto di Coritza per essere immediatamente avviati al combattimento. Anche noi del 6° eravamo pronti a salire sugli aerei che facevano la spola, invece venimmo caricati negli autocarri perché sull’aeroporto di Coritza già cadevano i colpi dell’artiglieria greca. Fu un viaggio senza cibo e senza acqua per strade spaventose; uno scendere precipitoso dai camion mentre cadevano i colpi di mortaio; un avvio ancora piú precipitoso verso montagne deserte e sconosciute dove si combatteva.
Alla fase dell’offensiva, che durò fino al 15 novembre, succedette il ripiegamento fino all’8 dicembre, e noi, dall’alto di quelle montagne, per qualche giorno dovemmo tenere duro per permettere il rientro dei reparti della Julia che si erano spinti fino al Pindo.
Lasciammo gli zaini al riparo dentro un calanco e sostammo rannicchiati, in gruppo. Avevamo fame, eravamo senz’acqua e il viso, le mani e anche la gola erano ricoperti di polvere frammista al fumo untuoso e puzzolente dei tubi di scappamento dei camion che ci avevano portato fino ai confini della Grecia.
Marco levò dalla tasca la scatola del trinciato e mi fece una sigaretta: – Fumiamo, – disse, – farà passare la fame e la sete –. Era la mia prima sigaretta. Dopo presi dalla borsa la maschera antigas, la nascosi in un cespuglio, e al suo posto, nella borsa, misi La Divina Commedia che avevo fatto rilegare a Cavalese: dentro, tra le pagine e come segnalibro, tenevo la fotografia della ragazza veneziana. Riposi nella borsa anche le quattro bombe a mano e la passai a tracolla da destra verso sinistra per averla a portata della mano buona per lanciarle.
Le squadre di collegamento si avviarono con i cofani radio al seguito delle compagnie che si erano già incamminate sulle montagne che i greci, ci dissero, stavano per riconquistare. Poco lontano da noi, il colonnello con l’aiutante maggiore e il nostro capitano erano chini su carte topografiche stese per terra, e il sergente maggiore Forti, seduto davanti al suo apparecchio, cercava di mettersi in comunicazione con qualcuno senza riuscire a sintonizzarsi.
Mi chiamarono. Il colonnello con un’occhiata controllò se il mio fucile era carico, mi chiese se avevo le bombe a mano. Certamente si ricordava di quando in Val d’Isère avevo fatto il portaordini di collegamento: – Rimani qui vicino a portata di voce –. E non disse altro.
Incominciarono cosí le mie corse selvagge per le montagne dell’Albania; quasi sempre da solo, certe volte con Marco o qualche altro compagno, con il colonnello quando c’erano da ispezionare le linee o le immediate retrovie, nei momenti difficili.
In uno di quei giorni di novembre sui monti Morava, dopo aver portato un ordine di ripiegamento, la fatica e i crampi mi paralizzarono le gambe e non riuscivo a muovere un passo mentre i greci venivano all’assalto: mi salvai rotolandomi per un ripidissimo calanco. Ma non aveva neve, solo cespugli spinosi; ritornò anche a dolermi la caviglia del crepaccio di Frêney.
Fu in quel periodo che un capitano comandante di compagnia, quando vide crollare i miti nei quali aveva creduto, si suicidò dopo aver predisposto il ripiegamento dei suoi alpini.
Quando ci ritirammo vennero giorni ancora peggiori, tra piogge torrenziali prima e bufere di neve dopo; assideramenti, fame, pidocchi, mortai greci e grande confusione nei cervelli di coloro che avrebbero dovuto essere i capi.
Iniziò allora la fine dell’era fascista, non dal 25 luglio 1943, ma con la resistenza dei poveri soldati greci, con la nostra cacciata dalla loro terra quando stupidamente li aggredimmo. Anche se poi, in primavera, le cose ebbero altro esito finale, questo fatto restava. Proprio noi che eravamo stati i piú esposti e i piú sacrificati non ce ne rendevamo conto, tanto quello che per anni ci avevano insegnato a scuola, o predicato, si era radicato nella nostra mente e aveva reso ottusa la ragione.
Il 24 dicembre del 1940 Ciano si era recato a Palazzo Venezia, per fare gli auguri al suocero. Su Roma nevicava e Ciano, lo scrive nel suo Diario, guardando la neve che cadeva sul monumento al Milite Ignoto, volle ricordare i soldati sulle montagne albanesi, ma cosí gli rispose il duce: «Questa neve e questo freddo vanno benissimo, cosí muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana…» Ad Atene, invece, il giorno di Natale, Metaxas scriveva nel suo diario: «Chissà come patiscono i miei poveri soldati».
Quel giorno la mia squadra mangiò la carne di un mulo che era precipitato da una mulattiera; andammo a prenderlo in due, tra la neve molto alta, giú in fondo. In pochi, affamati e infreddoliti, assistemmo alla messa dentro un bosco defilato ai mortai.
In febbraio arrivarono al Comando di reggimento due ministri del Regno, richiamati alle armi come esempio alla nazione. Mi accadde di accompagnarli qualche volta in prima linea, perché ben conoscevo sentieri e trincee e postazioni tra la neve. Mi parlavano della Grande Guerra che da giovani tenenti degli alpini avevano combattuto tra le mie montagne. Un paio di volte il tenente colonnello Dino Grandi e il maggiore Giuseppe Gorla mi dissero di stare discosto, parlavano tra loro sottovoce. Certamente dicevano della situazione nella quale si era cacciata l’Italia, della guerra contro la Grecia voluta da Mussolini, di Ciano, di Badoglio, di Cavallero; degli inglesi e dei tedeschi. Forse Grandi già pensava, anche se confusamente, a una riunione del Gran Consiglio del fascismo. A un possibile 25 luglio ancora lontano. Alla sera beveva da alpino e dopo, davanti alla porta del piccolo convento musulmano, sede del comando tattico del reggimento, lo sentivamo cantare da solo vecchie canzoni alpine.
Un giorno che andavamo insieme, il riservato e impeccabile maggiore Gorla mi propose un posto al suo ministero dei Lavori Pubblici. Gli risposi che non m’interessava, che mi avrebbe interessato solo il Corpo Forestale. – Allora, – disse, – parlane al tenente Todeschini, che è sottosegretario all’Agricoltura.
Il tenente Todeschini era aiutante del maggiore Calbo, comandante del Gruppo Vicenza dell’artiglieria alpina; mi stimava e forse mi ammirava per la mia resistenza fisica o anche perché aveva scoperto che leggevo Dante. Era lui che mi aveva dato il nomignolo di Piede Veloce. No, non gli chiesi niente; semplicemente perché in quei giorni avevo ricevuto da Venezia una breve lettera di un monsignore che m’imponeva d’interrompere la mia corrispondenza con la fanciulla che amavo, che era ammalata seriamente. Il mio sogno di ragazzo, in quella guerra, era stato di diventare guardia forestale e di vivere con lei in qualche valle delle Alpi.
Intanto in Africa orientale, in Libia e lí in Albania, le operazioni militari andavano sempre peggio; il Paese non trovava ancora la forza per reagire a uno stato di fatto confusamente nazionalista. C’era chi moriva sui campi di battaglia convinto di dare la vita per una patria giusta, c’erano generali e gerarchi che ambivano solo a prebende e promozioni, e chi – davanti a una tavola imbandita – si alzava ipocritamente in piedi per ascoltare compunto il bollettino giornaliero delle operazioni sui fronti di guerra.
Alla fine del marzo 1941 le armate tedesche entrarono violentemente in Grecia dalla Macedonia per porre termine a una situazione drammaticamente ridicola, e poco dopo, il 6 aprile, invasero la Jugoslavia assieme alle forze italiane. Anche i greci che avevamo davanti si ritirarono; il 21 aprile giungemmo a Leskovika e un nostro trombettiere suonò il «cessate il fuoco».
Nel giugno del 1940, dopo il crollo della Francia, il generale Jodl, capo della sezione operativa dell’Okw, Comando Superiore dell’Esercito, aveva asserito che «la definitiva vittoria tedesca sull’Inghilterra è ormai solo questione di tempo. Il nemico non è piú in grado di svolgere operazioni offensive su larga scala». A distanza di un anno queste parole si dimostrarono quanto meno presuntuose, e dopo mesi di attacchi contro i centri abitati e l’intensificazione della guerra aerea e sottomarina ai convogli, l’Inghilterra non manifestava nessun segno di cedimento, anzi lottava con sempre maggiore volontà e convinzione.
Negli Stati Uniti, intanto, la Germania stava spendendo tutti i dollari disponibili a favore della politica del Partito repubblicano che era per il non intervento.
Venne una primavera molto calda, almeno cosí sembrava a noi che eravamo scesi da montagne dove sempre infuriava la tormenta: ora le vedevamo da lontano, e in quel bianco dentro il cielo azzurro avevamo lasciato tanti compagni morti per assideramento e di stenti, piú che per combattimenti.
Eravamo ora accampati in una piana tra Elbasan e Tirana per fare la quarantena. Tra rive profonde e fitta vegetazione scorreva un piccolo fiume dove nel pomeriggio andavo a lavarmi dalla guerra e, nudo, a prendere il sole sopra un sasso in mezzo alla corrente. Avevo la testa intontita e sempre un ronzio nelle orecchie causato dalle compresse d’italchina o atebrin che ci facevano ingoiare davanti a un medico prima della distribuzione del rancio (ma noi, alla sera, per tenere lontane le zanzare fumavamo toscani nel chiuso della tenda). In quel posto c’erano anche molte vipere e due alpini furono morsi nel sonno. Vennero portati all’ospedale di Tirana e dopo qualche giorno si seppe che erano morti. Che brutto destino, si diceva tra di noi, dopo aver superato un inverno in quelle condizioni dover morire in primavera per colpa di una vipera.
Al termine della contumacia venne il re a passarci in rivista e quel giorno ci fu distribuito un rancio speciale, anche perché era giunta notizia che al reggimento era stata concessa la medaglia d’argento al valore.
La tragedia continuava i suoi atti; ormai era chiaro anche a noi ignoranti che non era piú la «guerra lampo» in un atto unico, anche perché in Grecia e in Jugoslavia, subito dopo l’occupazione, incominciarono a manifestarsi i primi episodi ostili e a organizzarsi le prime bande partigiane. Alcune regioni si rivoltarono, come il Montenegro, dove i soldati italiani furono impegnati in duri e improvvisi combattimenti.
Anche nei territori occupati della Francia, dopo le persecuzioni razziali e le deportazioni già iniziate nel 1940, la resistenza si manifestava nel duplice aspetto di guerra di liberazione e di rivoluzione contro il nazismo. Ora l’Inghilterra non era piú sola nel combattere contro la Germania e l’Italia, e al re di Svezia, che aveva sollecitato Churchill ad accettare un accordo di pace, l’arcigno Primo ministro rispose: «Prima di prendere in esame simili richieste e proposte, sarebbe necessario che la Germania fornisse garanzie, non a parole ma con i fatti, circa il ripristino della vita libera e indipendente della Cecoslovacchia, della Polonia, della Norvegia, del Belgio, dell’Olanda e, soprattutto, della Francia».
Intanto si andava concretizzando il piú folle sogno di Hitler, quello che nel Mein Kampf aveva profetizzato ancora nel 1925: «Noi nazionalsocialisti riprendiamo le mosse da dove ci fermammo sei secoli fa. Quando noi parliamo di un nuovo territorio in Europa dobbiamo pensare prima di tutto alla Russia e agli Stati limitrofi suoi vassalli. Sembra che il destino stesso ci voglia indicare quelle regioni».
Lo Stato Maggiore tedesco aveva studiato i piani particolari del grande attacco che «avrebbe fatto tremare la terra». Avvenne il 22 giugno del 1941, alle ore 3,30 del mattino, con cannoneggiamenti e incursioni aeree che veramente fecero tremare la terra dal Baltico al Mar Nero. Fu cosí improvviso e inaspettato che, in un primo momento, nemmeno a Mosca ci vollero credere.
Alla fine del mese di giugno sbarcammo a Bari e questo ritorno non fu, come all’andata, di notte e con il mare nero per burrasca e pioggia, ma sotto il sole del giorno. Prendemmo bivacco al policlinico in costruzione. Sul pavimento, con paglia pulita, fu davvero un bel dormire. Venne anche il duce per la rivista e la sfilata. Gridò che noi avevamo dato la vittoria all’Italia, ma anche che l’avremmo data ancora. Gridò proprio cosí, lo ricordo: – Alpini della Tridentina! L’Italia è fiera di voi perché le avete dato e le darete la vittoria! – Ma fu proprio quel «darete» a suscitare in qualcuno amara perplessità. Ma cosa, l’Italia, voleva ancora da noi?
Risalimmo dalla Puglia alla Campania e poi lungo il Tirreno. Come ci apparivano belle l’Italia, la stagione, e come affettuosa l’accoglienza della popolazione di Pallanza e di Intra: per quelle vie non fu possibile tenere i ranghi perché la gente si frammischiava alle file per offrirci fiori e vino. Il lago, le gioiose ragazze, le passeggiate, piú che marce, sulle montagne sopra il lago dove al mattino portavo i miei compagni «per l’istruzione», che consisteva nell’aiutare i contadini nei lavori prima che l’ufficiale di servizio arrivasse in caserma.
Un giorno mi giunse notizia che un carissimo compagno di giochi infantili, che proprio in quella caserma di Intra aveva prestato servizio, nel mese di febbraio era caduto in Albania dove si trovava con il battaglione sciatori Monte Cervino. Pochi giorni prima di morire, mi aveva scritto una cartolina di saluto che ancora conservo. Rocco era sempre allegro, entusiasta, generoso, e piú che dolore la notizia mi procurò tristezza.
Mia madre mi scrisse anche che a Pallanza, alla Castagnola, in una villa, abitava la zia Marianna, sorella del nonno materno, e che andassi a trovarla. Nella bella villa dentro un vasto giardino ebbi cara l’accoglienza. La zia mi fece sedere accanto a lei su una poltrona e chiese che le raccontassi della guerra. Anche suo figlio, primario medico in un ospedale milanese, durante la Grande Guerra era stato tenente medico proprio nel mio stesso battaglione, nella mia stessa compagnia, ma sulle nostre montagne di casa, e lí, sull’Ortigara, c’è ancora il loro osservatorio.
Ma io da lei volevo sapere invece altre cose. Le dicevo: – Zia, raccontami di quando eri ragazza al nostro paese, di quando siete fuggiti profughi, raccontami di tuo padre Giulio –. Nella sala c’era la fotografia della loro famiglia, con mia madre ragazzina.
Vollero che andassi a cena da loro un paio di sere alla settimana e la cugina Ada cercava ogni modo per farmi trovare sulla tavola pesce di lago e trote di montagna.
Fu una tregua, un breve tempo felice, perché il luogo e la mia giovane età, l’affetto che avvertivo intorno, l’amicizia dei miei compagni, la stagione che sentivo vivere con me, erano riusciti a sopire i ricordi delle bufere e del fango. Non a cancellarli, solamente a lasciarli da parte in un angolo della mente.
È sempre breve la tregua dei soldati; anche dopo i combattimenti, le pene, le fatiche. Forse gli «ozi di Capua» sono una delle poche memorie storiche dei generali? Cosí, dopo un mese di serena tranquillità sul Lago Maggiore, il reggimento fu trasferito ancora una volta ai confini con la Francia. La mia compagnia si accampò a Cesana, in alta Val di Susa, e io la raggiunsi dopo dieci giorni di licenza.
Un giorno, in pochi, salimmo lo Chaberton e potei vedere la famosa fortezza dove al principio del Novecento aveva fatto l’artigliere il fratello di mio nonno, che, dopo tre anni di servizio, era partito per l’America. Il leggendario forte ritenuto al sicuro da ogni cannone avversario, portava invece i segni del bombardamento: nel giugno 1940, contro ogni previsione, un tenente dell’artiglieria francese era riuscito a calcolare da quale defilata posizione si potesse colpirlo con i mortai Schneider da 280.
Prima dell’inverno, a piedi fino a Oulx e poi in tradotta, scendemmo a Torino, nella caserma Monte Grappa.
In quell’autunno del 1941 altri grandi eventi stavano accadendo. Secondo i piani di Hitler, accettati e approvati dai suoi marescialli, la campagna contro la Russia sarebbe dovuta durare otto settimane, con una violenza e una spietatezza portate all’estremo. Hitler aveva scelto personalmente la data del giorno piú lungo dell’anno per avere piú ore di luce al fine di effettuare la distruzione del nemico prima che giungesse l’inverno; secondo i suoi calcoli, con la potenza che aveva a disposizione, tutta la Russia europea sarebbe stata occupata e l’Armata Rossa distrutta. Ma non gli bastava conquistare un territorio vastissimo e distruggere un esercito. A un convegno del suo Stato Maggiore aveva detto che bisognava «distruggere la possibilità stessa di esistenza della Russia: ecco la nostra meta!»
Il destino del Terzo Reich, che doveva durare un millennio, era stato segnato, anche se Hitler si considerava il piú grande conquistatore che il mondo avesse visto, piú grande di Gengis Khan, di Cesare, di Alessandro. Non trasse lezione da Carlo XII di Svezia e da Napoleone, che dopo tante conquiste in quelle vastità avevano trovato la sconfitta.
Un giorno di non molti anni fa, un generale russo che aveva combattuto l’invasione nazista mi disse sorridendo: – Hitler e i suoi marescialli non avevano letto Guerra e pace e nemmeno l’Eugenio Onegin e della Russia e del suo popolo non avevano capito niente.
In quella conquista era stato pianificato anche il terrore e in nome del suo Führer, il generale Keitel, capo del Comando supremo della Wehrmacht, ai sottoposti comandanti d’Armata aveva cosí ordinato: «… Le azioni perseguibili penalmente commesse da civili nemici non sono piú, fino a nuovo ordine, di giurisdizione dei tribunali di guerra. Le persone sospettate di atti delittuosi saranno subito condotte al cospetto di un ufficiale. Questo ufficiale deciderà se debbono essere o no fucilate. Non è obbligatoria l’azione penale per reati commessi da appartenenti alla Wehrmacht ai danni di civili nemici, anche nei casi in cui l’atto avesse, nel contempo, figura di reato o infrazione ai sensi del codice militare». Il corsivo è nell’originale.
Nessun racconto può rendere l’idea di quanto accadde tra il 1941 e il 1944 nei paesi dell’Est europeo con l’applicazione di questi ordini. Non solo ci fu sterminio di ogni ebreo ma anche la deportazione in Germania, con la morte in altissima percentuale, di ogni donna o uomo capaci di lavorare, e l’uccisione di qualche milione di prigionieri di guerra russi. Nelle retrovie polacche agivano le Guardie dell’Ordnungspolizei, della Polizia di Sicurezza, che avevano il compito di rastrellare in ogni città e villaggio tutti gli ebrei e fucilarli. Questi reparti erano costituiti da uomini comuni: guardie civiche, pompieri, operai meno atti al servizio al fronte. Uno di loro, un operaio metallurgico di Bremerhaven, a un processo cosí si giustificò: «Tentai di uccidere solo bambini e ci riuscii. Siccome le madri tenevano i bambini per mano, il mio vicino uccideva la madre e io il figlio, perché ragionavo tra me e me che dopo tutto, senza la madre, il figlio non avrebbe piú potuto vivere. Il fatto di liberare i bambini che non potevano piú vivere senza la madre, mi pareva, per cosí dire, consolante per la mia coscienza». Quel liberare, «erlösen», in tedesco significa anche redimere, salvare. Per redimerli lui li uccideva. Queste ma anche altre drammatiche testimonianze si trovano nel libro di C. R. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, Einaudi, Torino 1995.
Dalla contabilità del battaglione 101 di queste Guardie, del quale Browning, storico statunitense, ci racconta le vicende, risulta che questo reparto di polizia uccise 33000 ebrei e 45200 li fece deportare a Treblinka.
Il solo assedio di Leningrado, San Pietroburgo, che durò novecento giorni, alla popolazione di quella bellissima città costò 600 000 morti per fame. Hitler aveva detto che voleva cancellare Leningrado dalla faccia della terra: «L’ulteriore esistenza di tale grande città non ha alcun interesse dopo che la Russia sovietica sarà liquidata. Il problema della sopravvivenza delle persone e il problema dei viveri non può né deve essere di nostra competenza. In questa guerra per l’esistenza non abbiamo alcun interesse a salvare anche soltanto una parte della popolazione di questa grande città». Nello stesso tempo Göring diceva a Ciano: «Quest’anno in Russia moriranno per fame da venti a trenta milioni di persone. Forse è bene che sia cosí, perché certe nazioni vanno decimate. Comunque, non c’è nulla da fare».
Naturalmente l’Italia fascista non poteva mancare in questa battaglia «contro la barbarie» e Mussolini aveva declamato: «Oggi non ci sarebbe la marcia su Mosca se vent’anni prima non ci fosse stata la marcia su Roma!» Cosí mandò su quel lontano fronte un Corpo di Spedizione: il Csir, anche se Hitler all’offerta italiana aveva risposto: «L’aiuto decisivo, Duce, lo potrete però sempre fornire con il rafforzare le vostre forze nell’Africa settentrionale». Ma anche qui il nostro duce aveva fretta e non voleva arrivare in ritardo come in Francia, perché, saputa in anticipo la segretissima notizia dell’attacco tedesco all’Est, aveva dato l’incarico allo Stato Maggiore di preparare un corpo d’armata da inviare su quel nuovo fronte.
Il 24 giugno il generale Ugo Cavallero comunicava a Mussolini che la divisione Torino era pronta, la Pasubio quasi pronta tra Verona e Mantova, la Celere radunata a Karlovac, in Croazia. Si trattava di un corpo d’armata «autotrasportabile», non del tutto autotrasportato, ma che si sarebbe potuto autotrasportare. Possedeva tutti i requisiti richiesti a una grande unità: magazzini, intendenza, ospedali, officine, genio pontieri, tre squadriglie di aerei da osservazione, quattro caccia, con una forza complessiva di 62 000 uomini.
Il trasferimento verso il lontano fronte ebbe inizio il 10 luglio; con 216 tradotte il nostro corpo d’armata venne scaricato nell’Ungheria orientale. Durante il trasferimento il generale Zingales, che comandava la spedizione, dovette essere ricoverato a Vienna per congestione polmonare, e a sostituirlo fu il generale Giovanni Messe, dinamico ufficiale dei bersaglieri che durante la Grande Guerra era stato a capo di un reparto di arditi sul Monte Grappa.
Fu un trasferimento avventuroso e faticoso, perché l’avvicinamento al fronte – che sempre piú si allontanava verso est al seguito delle veloci conquiste delle armate tedesche – per le divisioni Pasubio e Torino veniva fatto per «via ordinaria», cioè a piedi, e per la Celere (con due comandi di reggimento, tre squadroni di cavalleria e un gruppo di batterie) «in sella», ossia a cavallo.
Attraversarono i Carpazi dall’Ungheria alla Romania.
Quando era possibile, gli autocarri disponibili facevano la spola per portare verso la linea del fronte i reparti appiedati, che lentamente procedevano con i loro zaini sotto il sole d’agosto. Camminando cosí, avevano il tempo per osservare la campagna infinita, i villaggi con i tetti di paglia e le chiese con le cupole a cipolla; donne, vecchi, ragazzi li guardavano passare in silenzio.
Il giorno 11 d’agosto l’avanguardia della Pasubio ha il primo contatto con i russi in uno dei tanti villaggi che prendono il nome da Nicola: Nikolajev. Tra i nostri vi sono due morti e tre feriti. I primi di una lunga fila.
I russi si ritirano impegnando ogni tanto battaglia, distruggendo le linee ferroviarie, incendiando le fabbriche. Le nostre artiglierie intervengono in appoggio ai reparti tedeschi o contro teste di ponte sui grandi fiumi. I due battaglioni del genio pontieri si distinguono nel gettare e tenere efficienti i ponti sul Dnepr.
Venne un autunno piovoso che rese sempre piú difficili gli spostamenti; il tenace fango ucraino impantanava gli automezzi e appesantiva il passo dei soldati. Una precoce nevicata annunciò un duro inverno.
In questo movimento verso est i nostri reparti si erano allungati in profondità, e ospedali da campo, magazzini, forni, depositi di munizioni, officine erano lungo l’interminabile pista per insufficienza di automezzi. Solo dopo cinquanta giorni di marce a piedi, la divisione Torino poté riunirsi alle altre unità del Corpo di spedizione italiano.
Al principio dell’inverno il nostro corpo d’armata si trovò in linea nel bacino minerario del Donec, che, combattendo, aveva occupato tra il 20 ottobre e il 2 novembre.
Poi venne l’inverno russo.
Non mi piaceva il clima di quell’inverno a Torino. Quando alla sera andavo a dormire le coperte erano sempre umide e le lenzuola sembravano bagnate; era fredda la grande camerata. In piazza d’Armi c’era sempre nebbia e al mattino per riscaldarci si correva anche senza l’ordine. Con l’anziano sergente Spada, ingegnere e, dicevano, di nobile casata, arrivato alla nostra compagnia come volontario, e con Ferrante, il sergente dei conducenti, decidemmo di non piú frequentare la mensa sottufficiali perché si sospettava che i marescialli del Comando approfittassero, nel magazzino viveri, dei generi destinati alla truppa. Alla distribuzione del rancio ci mettevamo in fila con la gavetta in mano. La nostra silenziosa protesta serví, perché il rancio dei soldati subito migliorò.
Molte sere, camminando per il lungo sottopassaggio, raggiungevo i cancelli del Lingotto e aspettavo l’uscita degli operai; tra gli ultimi, o ultimo, era lo zio Toni, caposorveglianti, marito della zia Rina, sorella di mio padre. Era singolare la loro storia. Lo zio Toni, alpino all’inizio della Grande Guerra, aveva dimostrato qualità e grande coraggio, tanto che venne decorato con due medaglie al valor militare e, nel 1917, per merito di guerra si ritrovò con i gradi di aiutante di battaglia. Sull’Ortigara, durante il contrattacco degli austriaci con i lanciafiamme, sparò con la mitragliatrice fino a consumare tutte le munizioni. Ferito, venne fatto prigioniero e rinchiuso a Mauthausen, anche allora tristemente famoso. Ne uscí vivo, e si fidanzò con la zia Rina che era una bella e prosperosa ragazza. Lo zio Toni, però, aveva una fortissima passione per il gioco d’azzardo, e nel 1920, in una sera, puntò e perse quanto c’era nella cassa del battaglione del quale aveva l’amministrazione. Ed era il giorno che precedeva le paghe! Naturalmente venne messo in gattabuia. Allora mio nonno mandò subito mio padre per vedere come stessero i fatti. Il nonno coprí totalmente l’ammanco, l’aiutante di battaglia uscí dal carcere, venne degradato e cacciato dall’esercito. Mio padre forse a Torino conosceva qualcuno che contava e lo fece assumere come guardia giurata alla Fiat. Per la sua intransigenza e serietà nel servizio si acquistò stima da superiori e operai. Ora giocava a carte, puntando solo una bottiglia di freisa o di bonarda. Era anche riuscito a far assumere nello stabilimento tre o piú nostri compaesani e, assieme a loro, andava in una vecchia osteria a fare due partite a scopa. Quelle sere mi univo a loro, segnavo i punti e vedevamo il fondo di due bottiglie.
Era guerra per tutti, e loro, gli zii, vivevano con la tessera; per completare la cena portavo la mia pagnotta. Fu allora che da casa mi feci spedire per pacco espresso qualche dozzina di tordi catturati nei roccoli, e nella cucina che dava sui prati dove ora ci sono i condomini di Borgo San Paolo, mangiavamo polenta e uccelli accompagnati con un bicchiere di barbera.
Ai primi di dicembre mi chiamarono al Comando di reggimento; l’aiutante maggiore mi disse che dall’Ispettorato Truppe Alpine di Trento era arrivato un dispaccio dove si diceva che dovevo subito raggiungere la Scuola Alpina di Aosta per un incarico particolare.
L’idea di fare qualche bella sciata al Breuil o a Courmayeur mi lusingava, ma anche mi dispiaceva lasciare gli amici, specialmente Marco.
Ad Aosta mi spiegarono che si stavano preparando dei nuclei di addestramento sciatori per il Csir. Ritrovai Renato, ex ragazzo dei corsi specializzati sciatori-rocciatori, Gigi Panei, il tenente Sacchi e qualche altro vecio della Scuola Alpina.
I nuclei dovevano essere sei, uno per ogni reggimento di linea che si trovava sul fronte russo, ed erano aggregati al battaglione sciatori Monte Cervino, tutto di volontari: ogni nucleo aveva un ufficiale buon sciatore, due sergenti e cinque o sei alpini esperti. Avevamo le tute bianche, le scarpe vibram, un giubbotto di agnello e un cappotto foderato di pelle di pecora.
In attesa della partenza andavamo a sciare alla Conca di Pila, salendo a piedi, e nel pomeriggio si bighellonava nella caserma dell’artiglieria alpina, dov’eravamo alloggiati nel sottotetto. Alla sera andavo in osteria a giocare a carte con il sergente Bonomi del battaglione Edolo, montanaro di Schilpario e di professione contrabbandiere.
Ma perché l’11 dicembre continuavamo a parlare di scioline, di tecniche di discesa in neve fresca, di una polenta e camoscio che si poteva trovare in un’osteria fuori mano, e non della guerra che l’Italia aveva dichiarato agli Stati Uniti d’America? Perché nessuno ce ne parlò? Cosí ottusa era la nostra mente?
Il giorno dopo comperai «La Gazzetta del Popolo» e lessi il discorso del duce dal balcone di Palazzo Venezia: «Camerati! È questa un’altra giornata di decisioni solenni nella storia d’Italia, e di memorabili eventi destinati a imprimere un nuovo corso alla storia dei Continenti. Le Potenze del Patto d’Acciaio, l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, sempre piú strettamente unite, scendono oggi a lato dell’eroico Giappone contro gli Stati Uniti d’America…» La cronaca raccontava di applausi quando il duce nominava gli invincibili alleati, e di fischi quando nominava Usa e Inghilterra. Come sempre in quei tempi il discorso di Mussolini finiva cosí: «Italiani e italiane! Ancora una volta in piedi! Siate degni di questa grande ora. Vinceremo!»
Fu forse allora che incominciai a dubitare della vittoria, ma anche mi sembrava di mancare al mio dovere di italiano e di alpino, e cacciavo questo pensiero.
Partimmo da Aosta per la Russia a mezzanotte del 13 gennaio 1942. Nevicava. Gli alpini erano euforici perché avevano bevuto, e sul treno si erano portati una buona scorta di vino. Canzonavamo apertamente i gerarchi in divisa che erano venuti a salutarci: noi andavamo verso il fronte, loro restavano.
Gli alpini del battaglione Cervino erano davvero speciali, spavaldi, un po’ ladri, insofferenti alla disciplina formale obbedivano solamente ai loro ufficiali; con il grido di «Pista!» entravano al cinema, nei ristoranti, nelle pasticcerie. Una notte avevano trasferito scrivania e poltrone dall’ufficio di un’alta personalità al sottotetto della caserma, perché il loro capitano usava come scrivania e sedia delle casse vuote di munizioni. E questo a loro non andava bene. La sera in cui partimmo un alpino del mio nucleo, prima di salire sul treno in movimento, ruppe un fiasco di vino sulla testa di un tenente colonnello che lo aveva rimproverato per il suo comportamento.
Fu un viaggio interminabile nel cuore dell’inverno, anche perché il nostro treno dovette fermarsi piú volte per essere scongelato, in quanto l’impianto di riscaldamento non funzionava. A Neustadt, una cittadina dopo Dresda, i vagoni vennero ricoverati in rimesse per essere scongelati. Il termometro segnava –30°. Un’altra sosta fu necessaria ai confini con la Polonia. Faceva sempre molto freddo, venimmo alloggiati per quattro giorni in una caserma tedesca, nuova, con tutte le comodità, e di notte i piantoni, certamente dei raccomandati, ci caricavano con il carbone le stufe di ghisa. Durante le ore meno fredde del giorno andavamo a sciare sulle colline intorno alla cittadina e il nostro equipaggiamento stupiva la gente quanto il nostro spavaldo atteggiamento. Alla sera uscivamo a gruppi, tra amici, ma non si trovava nulla da comperare, solo birra, perché, ci dicevano le ragazze, tutto era riservato ai soldati sul fronte russo. «Tutte le ruote girano per la vittoria», era scritto in tedesco sui muri delle stazioni ferroviarie.
In Polonia incontrammo le rovine della guerra ma anche le donne ebree addette alla pulizia delle latrine e a liberare dal ghiaccio gli scambi ferroviari. Quando il nostro treno si avvicinava a una stazione, i sorveglianti armati facevano fuggire i bambini polacchi che erano lí per chiedere un pezzo di pane. Nei posti di ristoro per i soldati si poteva avere un gavettino d’infuso caldo di erbe aromatiche o anche un mestolino di Grießbrei, pappa di semolino.
Sempre piú radi e poverissimi apparivano villaggi e città, la pianura era un’infinita coltre bianca gelata dove ogni tanto si vedevano rottami di automezzi, di carri armati, di aerei. Con il fiato scioglievo un cerchietto di ghiaccio sul vetro del finestrino e osservavo l’esterno attraverso quel chiarore.
Ad Aosta, prima della partenza, ero andato in una libreria e avevo comperato qualche libro pensando ai giorni di viaggio. Con l’Orlando furioso, Il bel paese di Stoppani, il Calendario atlante De Agostini 1942, Italia mia di Papini e La Divina Commedia che sempre avevo con me, pensavo di avere buona compagnia. Quando ero stanco di leggere giocavo a scopa con i compagni.
Un giorno ero assorto nell’ultimo capitolo del libro di Papini. Era pieno di sfacciato nazionalismo e d’intransigenza religiosa, d’esaltazione del fascismo e dell’Impero ma anche di razzismo e d’incitamento alla violenza, tanto che a un certo punto venni preso da sdegno e lo lanciai con tutta forza sulla neve della campagna ucraina. Dopo tanti anni ho voluto rileggere Italia mia, e in una biblioteca di provincia sono riuscito a trovarlo. Forse è questa la frase che m’indignò: «Questa guerra presente è guerra contro la ripugnante commedia democratica, contro la sopraffazione plutocratica, contro le forze corruttrici dello spirito frammassonico e giudaico, contro le ultime degenerazioni e putrefazioni del Romanticismo».
Qualche giorno prima avevamo sostato accanto a un treno carico di soldati tedeschi congelati e feriti. Erano distesi su strame dentro carri bestiame; le ferite erano avvolte con fasce di carta. Uno che aveva voglia di parlare ci disse che venivano dal fronte di Mosca. – Come va la guerra? – chiese un nostro alpino che parlava tedesco. – Merda, – ci rispose.
Non finí in otto settimane, la campagna contro la Russia. Dopo le strepitose avanzate e le grandi sacche dov’erano state rinchiuse divisioni e corpi d’armata dell’esercito sovietico, a fine autunno le avanguardie corazzate di Heinz Guderian erano giunte in vista delle torri del Cremlino. Fu allora che incominciò il piú grande freddo che memoria storica abbia registrato. Guderian nel suo diario, alla data del 9 dicembre, scriveva «–36°».
I carri armati non andavano, perché l’olio gelava e il carburante diventava vischioso; l’artiglieria anticarro si dimostrava inefficace contro i nuovi carri russi T34. Fu allora, in questo clima, che il generale Georgij æukov, organizzatore della difesa di Leningrado, venne chiamato a comandare il fronte centrale del lungo schieramento sovietico. Con un corpo d’armata giunto dall’Estremo Oriente, dopo che si era capito che i giapponesi non avrebbero avuto nessun vantaggio ad attaccare l’Urss da quella parte, æukov passò al contrattacco con i siberiani, e i tedeschi subirono la prima sconfitta in questa guerra. Non erano invincibili.
Hitler aveva ordinato di resistere a ogni costo; sostituí i generali comandanti d’armata che avevano ordinato il ripiegamento dei loro reggimenti, perché istintivamente si rendeva conto che ogni ritirata tra la neve e il gelo avrebbe portato alla dissoluzione del fronte. La ritirata poteva avvenire solo in aperta campagna, poiché le strade e le piste erano coperte dalla neve. «Dopo qualche notte, ciò per le truppe sarebbe stato superiore alle loro forze, e si sarebbero stesi per terra a morire dove si trovavano».
Due anni dopo questi fatti, i prigionieri russi rinchiusi con me nel Lager I-B della Masuria, mi raccontarono questa storia: un loro generale, avvicinandosi alla linea del fronte con i suoi soldati, incontrò una massa di prigionieri tedeschi e li osservò a lungo in silenzio. A un certo punto gridò: – Stói!
Si fermarono e fece fermare anche i suoi. A un gruppo di tedeschi ordinò di togliersi le scarpe e di posarle davanti ai propri piedi.
– Guardate, – disse ai suoi, – hanno buone scarpe chiodate di cuoio, giuste per la lunghezza del piede, e calze di cotone. Non vinceranno mai la guerra e non andranno lontano. Osservate i vostri piedi: sono dentro i valenchi di feltro molto larghi, rimboccati con paglia, stracci, giornali. Noi arriveremo a Berlino.
I soldati tedeschi, congelati a decine di migliaia, riempivano gli ospedali delle retrovie e della Germania; molti restavano anche irrigiditi nelle trincee, o tra la neve, dal Golfo di Finlandia alla Crimea. Disturbi intestinali e dissenterie facevano strage in tutto l’esercito. La zuppa bollente diventava ghiaccio mentre la si stava mangiando. Defecare e orinare per i soldati in linea era diventato un serio problema.
A quel tempo, escludendo i malati, le perdite complessive dei tedeschi sul fronte est ammontavano a 743112 uomini tra ufficiali e soldati: circa il 23 per cento di tutto lo schieramento che era di 3200000.
Anche il Natale del 1941 per i soldati del Corpo di Spedizione Italiano era stato di sangue e di gelo. Quella mattina alle 6,40, dopo dieci minuti d’intenso fuoco di mortai e di artiglieria, carri armati e fanteria attaccarono il fronte tenuto dalle divisioni Celere e Torino. Furono combattimenti duri condotti con temperature che si avvicinavano ai –40°. Dicono le relazioni e le testimonianze che le perdite dei russi furono molto alte, ma anche le nostre, che tra morti e dispersi, escludendo i feriti e i congelati, ammontarono a 1392 uomini. Villaggi e quote vennero perduti e ripresi, nostri capisaldi accerchiati resistettero per giorni, fino ai contrattacchi dall’interno e ad azioni dall’esterno. Sette giorni durò la battaglia di Natale del Csir, ma i nostri soldati riuscirono a mantenere la linea.
Il grande freddo continuò ancora per mesi e l’attività si ridusse a pattugliare la terra di nessuno, a resistere nei brevi turni di vedetta, a tenere in efficienza le armi.
Il 21 febbraio 1942 il nostro treno arrivò a Stalino, sede del comando italiano; proseguimmo a piedi fino a Jassinovataia. Lí il generale Messe venne a darci il suo saluto di benvenuto. Parlò degli alpini, disse che il nostro compito era di fare pattuglie e colpi di mano dietro le linee dei russi, ma anche che la guerra sarebbe stata dura e lunga e non lampo come i tedeschi volevano far credere, e rivolgendo lo sguardo verso il mio nucleo di addestramento aggiunse: – Anzi, – e qui il caporale Anzi Giuseppe, guida alpina di Bormio scattò sull’attenti, – ci vuole costanza a vincere la guerra –. Sua moglie si chiamava Costanza Sartorelli e questa frase di Messe divenne tra noi motivo di lazzi.
Per la prima volta dormimmo nelle isbe di un villaggio russo e qui, dove mi ero preparato a passare la notte, lessi su una parete, scritto con il carbone: SALUTI AI PAESANI CHE PASSANO, e, sotto, la firma di un mio caro compagno di scuola elementare che dalla Russia non è ritornato. La mattina dopo proseguimmo per Rykovo, una cittadina industriale nel bacino del Donec tra alti cumuli di scarico delle miniere.
I nostri comandi capirono che era una cosa impossibile insegnare l’uso degli sci a reparti che tenevano la linea; ora poi eravamo verso la fine dell’inverno e, forse, lí non avevano nemmeno gli sci. Non si parlò piú di nuclei di addestramento e diventammo una compagnia del battaglione Cervino. Mi assegnarono il comando della seconda squadra del primo plotone fucilieri.
Il tempo alternava giornate di sole meno fredde ad altre con neve e tormenta. Pattuglie nostre facevano colpi di mano nelle retrovie dei russi. Un giorno mi venne comandato di andare in perlustrazione con una pattuglia nella campagna intorno a Rykovo; sugli sci eravamo veloci e mi spinsi lontano. Fu cosí che c’imbattemmo in una grande fossa quasi colma di corpi denudati: donne, bambini, vecchi. Rientrato all’accantonamento feci rapporto di questa scoperta al mio comandante di plotone, e il pomeriggio del giorno dopo, assieme a lui che voleva fotografarlo, ritornammo in quel posto. Troppo tardi, al mattino era stato tutto ricoperto e restava solo quella macchia di terra nera nell’infinito biancore della neve.
Era certamente il risultato di una di quelle azioni che gli Einsatzgruppen, reparti speciali, operavano nelle retrovie del fronte per la soluzione finale degli ebrei. Negli atti dei processi di Norimberga si legge che questi Einsatzgruppen furono quattro, distinti con le prime lettere dell’alfabeto, comandati ognuno da un ufficiale superiore delle ss. Nel loro ordine operativo era scritto: «Si comporta in modo corretto colui che, mettendo da parte tutti i moti del sentimento personale, procede spietatamente e senza misericordia». Da un loro rapporto si legge che, tra il 29 e il 30 settembre 1941, poco lontano da Kiev, procedettero all’esecuzione di 33771 civili. In contrappunto a questi episodi, ricordo che lessi quanto scrissero sui muri gli ultimi soldati russi accerchiati da due divisioni tedesche nella fortezza di Brest: «Moriamo senza vergogna».
Alla mezzanotte del 21 marzo, la seconda compagnia del Cervino e la nostra compirono un’azione che avrebbe dovuto essere di sorpresa: attaccare alle spalle il caposaldo russo di Olckovartka; ma la sorpresa l’avemmo noi perché chi ci guidava non aveva preso preventivamente conoscenza del terreno, e dopo aver camminato cinque ore nella notte per la terra di nessuno, invece che di spalle, all’alba, ce li trovammo di fronte, i russi, in contropendenza e con il sole dell’aurora che ci illuminava sulla neve. Faceva molto freddo, –32°, ci dissero dopo. Dovemmo stare acquattati nella neve sotto il tiro dei russi e vi furono un morto e piú feriti. Il maresciallo Gualdi e il sergente Bonomi, prima strisciando e poi di corsa, raggiunsero un nostro caposaldo; ritornarono con una mitragliatrice pesante e si misero a sparare raffiche continue sulle feritoie dei russi, cosí che potemmo ritirarci. Una trentina di noi furono ricoverati per congelamento; io persi la pelle delle orecchie e del naso e ancora oggi, quando fa freddo, ne risento: ricordo doloroso di quel brutto giorno.
In aprile venne improvviso il disgelo e le strade diventarono piste di fango. Il giorno 9 arrivò l’ordine che i nuclei di addestramento rientrassero in Italia. Qualcuno, e tra questi anche l’amico Renato, chiese di restare volontario con il Cervino. Il giorno 13 salimmo sul treno a Jassinovataia con destinazione Aosta. Era una tradotta mista, con soldati che rientravano per motivi famigliari o perché ammalati. È sempre bello il disgelo, e io stavo per delle ore seduto sull’entrata del vagone a godermi il paesaggio.
A Udine facemmo la contumacia in un collegio di suore; alla sera le brave monache ci aprivano una porta secondaria che dava su un vicolo per lasciarci andare in osteria. Con De Marzi feci persino una gita con delle biciclette prese a noleggio e arrivammo a Cividale per vedere la chiesa longobarda. Per far passare le giornate facevo partite a bocce con Panei, Bonomi e Marcellin. In considerazione del fatto che venivamo dal fronte russo eravamo anche trattati con riguardo e si mangiava pure bene.
Finita la pausa della contumacia partimmo per Aosta e passando da Mestre potei salutare mio padre che era stato richiamato e prestava servizio al Comando militare della stazione.
Anche ad Aosta fummo dei privilegiati; alloggiati in pochi nella vecchia caserma Mottino della mia iniziazione militare, eravamo esonerati dai servizi e andavamo a zonzo per la città.
Dopo una settimana raggiungemmo in Val Ferret i reparti della Scuola Alpina, là accampati per le esercitazioni estive. Ci fu un mese di buon alpinismo tra le Grandes Jorasses e il Mont Dolent. In palestra di roccia andavo con Panei e Chiara, i miei vecchi sergenti; un giorno Chiara, vedendomi in difficoltà su una placca di granito e con le gambe che incominciavano a tremarmi, perse la pazienza e mi tirò su di peso.
Il 15 luglio, al ritorno dalla salita del Dolent, una disposizione dell’Ispettorato Truppe Alpine ordinava il mio rientro al reggimento. A Torino ritrovai Marco e i vecchi compagni che mi fecero festosa accoglienza; mi dissero anche che la Tridentina era in partenza per la Russia. Ebbi una licenza di tre giorni piú due di viaggio.
A casa trovai un po’ di tristezza; mia madre era stata ricoverata in un istituto specializzato nella cura della sua artrite deformante; in assenza di mio padre, a governare la famiglia erano il fratello del nonno e Neni, la nostra unica sorella che aveva 15 anni. Gli altri tre fratelli erano tutti giovani tra i 10 e i 17 anni. Nei giorni in cui rimasi a casa andavo in bicicletta dal nostro paese all’Istituto dov’era ricoverata mia madre: il direttore aveva detto al personale che potevo presentarmi a qualsiasi ora. Mi fermavo con lei sulla terrazza dove faceva la cura del sole, davanti al bellissimo paesaggio del nostro altipiano, e ogni tanto lei posava sulle mie le sue mani deformate dalla malattia.
In quel tempo, dopo i sogni per la ragazza di Venezia, la mia attenzione si era spostata su una mia ex compagna di scuola, una tra le altre compaesane che, alla sera, passeggiando con gli amici, goffamente corteggiavamo. Però lei aveva qualcosa di diverso. Ci eravamo già scritti qualche cartolina e qualche lettera, ma ora sentivo che nasceva qualcosa di piú di una semplice amicizia. Poi stavo partendo per molto lontano e, forse inconsciamente, i soldati che partono per la guerra sentono il bisogno di un legame con una donna che li aspetti. Ci incontrammo e con imbarazzo le manifestai i miei sentimenti.
Allora, nei nostri paesi, era in uso che per corteggiare seriamente una ragazza si doveva chiedere prima il consenso ai suoi genitori. Quel giorno suo padre non c’era e ne parlai a sua madre. – Per me, – rispose, – va bene. Ma ne parli prima con suo padre.
Suo padre ritornò alla sera e assieme andammo ad aspettarlo all’arrivo del trenino. Lei si allontanò un poco e io espressi le mie intenzioni. – Per me, – disse, – va bene, ma parlane prima con sua madre.
La sera prima del ritorno al reggimento la salutai alla presenza dei suoi e sulla porta le sussurrai: – Domani mattina prima delle cinque verrò a battere sulla finestra della tua camera per darti un saluto.
Non mi aspettavo tanto, lei venne ad aprire in camicia da notte e spontaneamente ci baciammo. Aveva il tepore del letto, odore di bucato. Era una mattina luminosa d’estate e il ricordo di quel bacio, di quel mattino, mi fu di grandissimo aiuto nei giorni dove in tanti morivano.
In quell’estate del ’42 le truppe dell’Asse avevano ripreso ad avanzare sui fronti di guerra. Ai primi di luglio in Africa settentrionale, italiani e tedeschi erano giunti a El Alamein. «Nemico battuto e inseguito verso il delta del Nilo», riportavano i giornali.
Sul fronte russo i tedeschi erano giunti sulle rive del Don e stavano dilagando verso il Caucaso. Ciano riferisce nel suo Diario che Mussolini aveva intenzione d’inviare su quel fronte altre venti divisioni italiane, ma che il re aveva manifestato «la sua netta avversione a tali propositi esprimendo i dubbi che l’Esercito italiano avesse tale possibilità di approntare in breve un contingente cosí importante perché effettivamente mancavano i mezzi». Le divisioni vennero ridotte a sei e alla mancanza di automezzi, necessari in tale frangente, il capo di Stato Maggiore, generale Cavallero, precisò «di aver risolto il problema della motorizzazione, non dando camion alla truppa, ma portando la tappa quotidiana di marcia della fanteria da 18 a 40 chilometri al giorno».
Ma Hitler vedeva le cose ancora piú in grande. Ciano riporta nel Diario: «Gli obiettivi di quella primavera 1942 erano il raggiungimento della linea del Volga, l’occupazione di Stalingrado, l’attacco al Caucaso e l’inizio della grande marcia a oriente che attraverso l’Iran, l’Iraq, la Siria e la Palestina dovrà condurre alla conquista di una delle posizioni chiave dell’Impero britannico: l’Egitto». In previsione di queste operazioni, Hitler «accoglierebbe con favore la presenza di divisioni alpine italiane nel settore sud del fronte russo. Truppe alpine che sa essere ottime e che in collaborazione coi tedeschi e con le attuali forze italiane, per le quali ha ancora avuto parole di elogio, dovrebbero attaccare il Caucaso. Una volta superate le montagne e iniziata l’azione in Oriente, la partecipazione italiana dovrà necessariamente assumere proporzioni di molto maggiore portata, soprattutto perché la lotta sarà trasportata in un settore destinato a far parte dello spazio vitale italiano». Forse nemmeno Alessandro il Macedone aveva pensato cosí in grande.
La sera in cui ritornai dalla licenza mi fermai davanti al Lingotto ad aspettare l’uscita dello zio Toni. Era la calda sera del 25 luglio 1942. Lo zio era molto riservato nelle manifestazioni d’affetto, ma in quell’occasione mi abbracciò. Con i tre amici operai andammo nella vecchia tampa come per riprendere una partita. Dopo aver giocato ai punti una bottiglia di bonarda e prima di riprendere la seconda partita, sottovoce e pacatamente lo zio argomentò sulla guerra. Mi disse che aveva sentito della partenza degli alpini per il fronte russo: – Vedi, – diceva, – Mussolini e Hitler credono di avere già vinto la partita; in Egitto sono arrivati alle porte del Canale di Suez, in Russia dicono sul Don, hanno occupato quasi tutta l’Europa, sull’Atlantico i sommergibili affondano i convogli che riforniscono l’Inghilterra ma l’Inghilterra resiste. Nei Balcani è incominciata la ribellione, anche in Francia a quel che si sente qui. E ora contro questi matti di fascisti c’è anche l’America.
Non avremmo vinto mai, che ci credessi. I suoi tre amici operai ascoltavano in silenzio e Menègo Pegola, che era giunto nel ’22 a Torino come manovale, annuiva con il capo.
– Anche gli operai di qui sono proprio stanchi, – continuò lo zio; – con il poco cibo della tessera annonaria e con i prezzi che hanno i generi al mercato nero, non possono durare. Mussolini è un matto criminale, il re un inetto, Hitler un pagliaccio peggiore di tutti i criminali.
Continuò: – Noi facciamo dieci autocarri e gli americani ne fanno cento, noi facciamo mille mitragliatrici e loro ne fanno diecimila, noi facciamo diecimila scarpe e loro ne fanno un milione. Se gli u-boot affondano una nave loro ne fanno dieci. Loro hanno ragione e noi torto.
Io non sapevo cosa dire. Era la prima volta che sentivo questo ragionamento, mi veniva quasi da rifiutarlo; nessuno, mai, mi aveva parlato cosí chiaro. Ero imbevuto di fantasie romantiche e sognavo il Caucaso come montagne nuove da scoprire e da scalare.
– Zio, – gli dissi, – vedrai che finirà presto. Quando noi arriveremo in Russia sarà già finito tutto.
Mi guardò in silenzio e in silenzio stavano i tre operai. Sussurrò: – Ragazzo, tu parti perché sei un soldato. Ti auguro solo di ritornare.
Queste ultime parole scesero pesanti e riprendemmo l’ultima partita. Loro, quelli contro cui andavo a combattere, avevano il settebello, gli ori, gli assi; noi le scartine.
Le nostre figure erano già state tutte giocate.
Quella sera, in un’osteria poco lontana, scoppiò una baruffa tra alcuni alpini del mio battaglione e un gruppo di camicie nere. Tra i militi ci furono dei feriti gravi. Si diceva di un morto. I giornali non ne parlarono e il giorno dopo, domenica 26 luglio, di buon’ora, partimmo per la Russia. Quando fummo in linea sul Don arrivarono gli atti giudiziari che, come molte altre cose, si persero nella neve della steppa.
Il giorno 8 agosto, dopo quasi 3000 chilometri in tradotta, giungemmo a Gorlovka e ci attendammo in un bosco di querce. Poco lontano da noi si erano accampati anche i genieri alpini della nostra divisione Tridentina. Tra loro avevo molti compaesani e amici: Rino, Toni, Adriano, Renzo, Vittorio, Silvio, Zanardini, De Guio; si erano portati dietro dal paese come portafortuna la Checca, una cornacchia addomesticata. In quella settimana che fummo lí c’incontravamo tutti i giorni, ed era come ritrovarsi in paese, perché il nostro discorrere era di parenti, conoscenti, ragazze, e la guerra pareva molto lontana. Scrivemmo anche due cartoline in franchigia con motti ironici e scherzosi a due compaesani, uno famoso come bighellone e l’altro come «eroico combattente» portabandiera nelle sfilate.
Nell’accampamento si diceva che da lí si sarebbe dovuti proseguire a piedi, e i primi chilometri da percorrere erano 250; dopo avremmo visto il Caucaso. Visto, non raggiunto. Intanto, alla sera, con il caro compagno Marco, lessavo con il sale le zucche che raccoglievamo negli orti abbandonati.
Qualche centinaio di chilometri verso est infuriava la battaglia tra il Don e il Volga per la conquista di Stalingrado. Dopo il tragico inverno, la stella di Hitler sembrava ritornasse a brillare e i marescialli e i grandi ammiragli del Reich non facevano i semplici ragionamenti degli operai della Fiat. In un mese i sommergibili tedeschi e italiani avevano affondato 700 000 tonnellate di naviglio angloamericano; il 21 agosto la bandiera con la croce uncinata era stata piantata sulla vetta dell’Elbruz a 5633 m, la piú alta del Caucaso. Con quella pattuglia c’era anche un ufficiale degli alpini. Il 23 agosto le avanguardie della 6ª armata tedesca avevano raggiunto le rive del Volga a nord di Stalingrado.
Sulle grandi carte geografiche il Comando supremo manovrava le armate: la 6ª verso Stalingrado, la 4ª al Caucaso. Con il Gruppo Armate Sud avevano progettato di aggirare Mosca, di arrivare al Mar Caspio per impossessarsi dei pozzi petroliferi di Groznij e Baku. Le quattro armate alleate andarono a schierarsi a nord di Stalingrado, nella grande ansa del Don: due erano rumene, una ungherese, una italiana.
In quell’estate del 1942 un milione e mezzo di soldati tra Voronež e Stalingrado si scontrava, combatteva, fuggiva, resisteva, si perdeva e si ritrovava nei deserti di erba ogni tanto interrotti da calanchi e da corsi d’acqua; tra calure e temporali improvvisi, tra attacchi aerei degli Ju-8 e scariche delle katiusce.
Il 20 agosto i soldati sovietici, per alleggerire la pressione su Stalingrado e rendere difficili i collegamenti degli aggressori, attaccarono il fronte tenuto dal nostro 35º corpo d’armata. Vi furono scontri durissimi, che passarono alla storia come «Prima battaglia difensiva del Don».
Era il tempo della «carica di Isbušenskij» guidata dal colonnello Bettoni alla testa del Savoia Cavalleria.
Noi eravamo in marcia verso il Caucaso: un giorno una tappa molto lunga con lo zaino sulle autocarrette, il giorno dopo piú breve, a pieno carico sulle spalle. Era l’attuazione della «motorizzazione Cavallero» che aveva risolto il problema portando la media giornaliera di spostamento dei reparti a piedi da 18 a 40 chilometri. Ironicamente gli alpini reclamavano il soprassoldo benzina.
Giungemmo cosí a Vorošilovgrad dove il 27 agosto, alle ore 16, vennero degli autocarri che in tutta fretta caricarono i battaglioni: Vestone e Valchiese del 6° alpini e il Tirano del 5°. Andammo nella grande ansa del Don per terreni deserti e sconosciuti; la steppa ogni tanto era interrotta da grandi voragini provocate dalle bombe che lasciavano cadere in picchiata gli Ju-8 e da rottami di carri armati. Una notte ci scaricarono vicino a un piccolo villaggio e c’infilammo in una balka tra scoppi di bombe e raffiche di mitragliatrici. Eravamo stanchi, assonnati, frastornati da una situazione molto confusa. Tra l’erba della steppa s’incontravano cadaveri di soldati: erano russi, tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi. Consumammo i viveri di riserva e bevemmo l’ultima acqua della borraccia.
Il 1° settembre il Vestone e il Valchiese vennero impiegati verso il Don in un’azione né preparata né studiata. I tedeschi stettero negli osservatori a guardare. Al mattino ero caposquadra dei mortai da 45, alla sera comandavo i sopravvissuti della mia compagnia.
A distanza di tanti anni, dopo aver letto relazioni e ascoltato voci di chi allora comandava, mi viene il sospetto, quasi la certezza, che quel massacro di alpini sia stato voluto dai comandi tedeschi per mettere alla prova noi, truppe di montagna, nella steppa; per vedere se potevano fidarsi di noi anche su quel terreno.
Nel libro del generale Messe, La guerra al fronte russo, si trova scritto: «…L’azione era affidata, per la parte italiana, ai battaglioni Vestone e Valchiese del 6° alpini, a un reparto di carri “L” e a un reparto di lanciafiamme. Il concorso tedesco doveva essere assicurato dall’intervento di una formazione di carri e da un’aliquota di aviazione da bombardamento. L’ala sinistra della 79ª divisione tedesca doveva concorrere all’azione […] L’attacco ebbe inizio alle 5,30 del mattino del I0 settembre. Nonostante la resistenza incontrata, il Vestone conseguiva subito concreti risultati con la conquista…» Com’è diversa la battaglia vista da un generale da quella vissuta da un sergente! «… Disorientato dalla foga degli alpini, il nemico ripiegava sollecitamente e il Vestone decideva allora di portare piú a nord la sua azione…» Ma gli alleati tedeschi non si mossero, non spararono un colpo, non un loro aereo volò, e il generale Messe conclude il racconto dell’episodio che distrusse due battaglioni di alpini e provocò centinaia di morti tra i miei compagni con queste parole: «…Ancora una volta il 17° corpo dava prova di scarso cameratismo. Questa volta anzi il suo contegno giustificava il sospetto di cosciente malafede, intesa a trar profitto dal sacrificio delle truppe italiane a vantaggio della propria situazione, con tanta sfrontata spregiudicatezza da sollevare ancora oggi un senso di profonda indignazione». Oggi, sessant’anni dopo, il mio sdegno per i tedeschi e il commosso ricordo di quegli amici lasciati sull’erba della steppa sono sempre piú vivi.
Nei grandi e drammatici combattimenti di quei giorni dell’estate del ’42 tra tedeschi e russi, gli uni per conquistare Stalingrado, gli altri per difenderla, questi episodi – quello del Savoia Cavalleria a Isbušenskij, quello degli alpini a Kotovskij – non sono che piccoli scontri rispetto a quello che stava avvenendo nell’immenso «Fronte Est», di cui noi non ci rendevamo conto.
I corpi dei soldati si decomponevano al sole tra le mosche e i vermi; al di là del Volga si ritiravano le truppe russe battute e i kolchoziani con i loro animali; ma nell’animo dei soldati dell’Unione Sovietica e nei loro generali si era rafforzata l’idea che i soldati dell’Asse non erano invincibili. Il generale Vassilij Čuikov nel suo libro di memorie La battaglia di Stalingrado, scrive: «Ricevuto da Hitler l’ordine di prendere Stalingrado per il 25 agosto, i tedeschi si rovesciarono sul Volga, incuranti delle perdite. Venne cosí un giorno tragico per Stalingrado: il 23 agosto 1942. In quel giorno alcune divisioni di fanteria e una divisione carri, a prezzo di enormi perdite, riuscirono a rompere il fronte della 52ª armata nel settore Vertiaci-Peskovatka. Le avanguardie nemiche, appoggiate da cento carri, raggiunsero il Volga nella zona dell’abitato di Rynok. Nel corridoio di otto chilometri cosí creato, il comando tedesco gettò alcune divisioni di fanteria motorizzate e corazzate. Si creò una situazione estremamente pericolosa. La minima esitazione e la minima manifestazione di panico sarebbero state fatali. E gli hitleriani contavano proprio su questo».
Il 23 agosto centinaia di aerei con la svastica bombardarono Stalingrado e la grande città che si estendeva per cinquanta chilometri lungo il Volga divenne un mare di fiamme.
I tedeschi furono costretti a conquistare ogni metro di terreno con enormi perdite, e tanto piú le fanterie d’attacco della 6ª Armata si avvicinavano al cuore della città, tanto piú duri si facevano i combattimenti, tanto piú valorosamente combattevano i soldati russi. Scrive Čuikov: «In quei giorni la nostra difesa ricordava una molla che, premuta, acquista maggior forza».
Nella loro corsa per la conquista di Stalingrado e dei pozzi di petrolio sul Caspio, i generali tedeschi non avevano tenuto conto dell’allungamento del fronte e delle vie di comunicazione e di rifornimento, né della resistenza dei soldati, della popolazione, della guerra partigiana nelle retrovie. Fu un grave errore strategico.
Dopo il combattimento del 1° settembre venne per noi un’improvvisa e strana calma. Il sergente furiere annotava sul ruolino della compagnia i morti e i dispersi, compilava l’elenco dei feriti, chiedeva a me possibili notizie di chi non rispondeva agli appelli: rispediva alla posta militare centinaia di lettere che sarebbero ritornate in Italia.
Di notte, lontano, dove steppa e cielo si univano, vedevamo i bagliori della grande battaglia e il vento ci portava un rumore cupo e profondo, continuo. Di giorno qualche colpo di mortaio cercava di colpire le nostre tane bene nascoste tra l’erba. Un mattino, alle prime luci dell’alba, un soldato russo venne da noi con le mani alzate.
Cercavo di rincuorare i miei compagni che ancora mostravano gli effetti del combattimento e che si sentivano come abbandonati nella steppa. Sulla destra eravamo collegati «a vista» con un caposaldo della nostra fanteria, a sinistra ci avevano detto che un caposaldo era tenuto dalle camicie nere.
Alla sera, con il primo buio, per non trovarsi sotto il tiro dei mortai dei russi che certamente ci osservavano, arrivava Dusi, il nostro conducente del primo scaglione, che con il suo mulo ci portava il pane e il rancio. Era bravo e paziente. Anche la sera del 1° settembre era riuscito a trovarci, quando in pochi, spossati, storditi e feriti leggeri, ci sistemammo a difesa: aveva portato pastasciutta, pane e vino per tanti, invece eravamo rimasti in cinquantasei su duecentouno.
Per bere e lavarci andavamo di sera in un laghetto d’acqua piovana raccolta nel cratere provocato da una di quelle enormi bombe che gli stukas portavano agganciate sotto la pancia: era penetrata profondamente nella terra, ed esplodendo aveva scagliato a decine di metri grandi blocchi di terra nera. Quando il calore del sole giorno dopo giorno fece evaporare l’acqua, sul fondo apparvero cadaveri di soldati russi. Dusi ci procurò l’acqua per bere.
Scavammo e mascherammo molto bene anche due postazioni per le mitragliatrici. Di notte coordinavo il cambio delle vedette, di giorno cercavo di dormire in una buca tra l’erba, rannicchiato come un animale nella tana.
Una sera di quel settembre dissi a Pintossi: – Vado a fare un giro verso i russi. Pensa tu alle vedette e avvisale di stare attente a non spararmi quando rientro.
Era una sera senza rumori di guerra, insolita; la brezza contraria non ci portava il brontolio della battaglia di Stalingrado. Nel nostro settore non si sentiva nemmeno uno sparo isolato. M’inoltrai nella steppa, camminai senza coscienza del tempo nel silenzio della guerra tra il canto delle quaglie e il brusio degli insetti, nel naso il profumo delle erbe aromatiche e dei fiori selvatici. Grandi nuvoloni salivano dall’orizzonte della notte. Mi sdraiai sulla terra e mi lasciai portare per l’universo, perdendomi. Quando ripresi coscienza, non riuscii a orientarmi. Non si vedevano piú le stelle. Da che parte erano i miei compagni? Dove i russi? Forse mi ero inoltrato dietro i loro capisaldi passando nel vuoto tra l’uno e l’altro. No, non mi prese paura, anche se in quel momento mi pareva di essere l’unico uomo vivente per centinaia di chilometri. Chissà perché mi venne in mente un verso di Leopardi: «…del tacito infinito andar del tempo».
Camminai nella presunta direzione dei miei compagni; uno squarcio nel cielo mi fece apparire le stelle e mi orientai con precisione.
– Ma dove sei stato tutta la notte? – mi chiese Pintossi quando rientrai all’alba. – Eravamo preoccupati.
Quell’estate moriva tra combattimenti che costavano centinaia di migliaia di vite umane; si moriva di fame e di bombe a Leningrado, di bombe e pallottole a Stalingrado. Hitler era convinto che se le due città che portavano i nomi degli artefici della Rivoluzione d’Ottobre fossero state conquistate dalle sue armate, tutta la Russia sarebbe caduta nelle sue mani. Ma la stessa cosa pensavano i russi, tutti. Combattevano nella steppa distesi dentro singole buche coperte d’erba, nei kolchoz, nei villaggi, nelle strade delle città, nei cortili, da via a via, da casa a casa, da stanza a stanza, da finestra a finestra fino all’ultima cartuccia, all’ultima bomba a mano, all’ultimo fiato.
I comunicati dicevano che già alla fine di agosto le difese russe di Stalingrado erano state sfondate e che le fiamme di un gigantesco incendio avvolgevano la città. Parlavano anche delle gesta dell’armata italiana sul Don, dove interi battaglioni russi erano stati travolti dai bersaglieri e dai cavalleggeri del Savoia. In quei giorni ricevetti da casa il ritaglio di un nostro giornale dove in un titolo a quattro colonne si leggeva: «Con gli alpini all’assalto sul Don». Raccontava del nostro 1° settembre, e l’inviato speciale sul fronte russo scriveva che era venuto con noi. Non c’era una parola di verità, ma anche le bugie erano raccontate male, e non un cenno di pietà per i nostri morti. Quando, dopo qualche giorno, incontrai Marco, che era rimasto come portaordini al Comando di reggimento, gli chiesi se il 1° settembre fosse arrivato lí un giornalista. – No, – mi rispose, – è venuto qui due giorni dopo, ha parlato un poco con l’aiutante maggiore ma è scappato via subito, appena ha sentito scoppiare qualche colpo di mortaio sulla collina.
A fine settembre incominciarono a rientrare i feriti leggeri; a comandare la compagnia il maggiore Bracchi aveva mandato il tenente Abram, un trentino della Val di Non che portava occhiali dalle lenti molto spesse e qualche volta confondeva le cose. Aveva la mania degli elmetti: li voleva sempre sporchi di terra e non si accorgeva che già lo erano. Con noi c’era sempre il tenente medico Giannotti; Braida, il tenente dei conducenti, stava in qualche kolchoz con tutti i muli: era l’unico nostro reparto che non aveva subito perdite. Nessun ufficiale era venuto a prendere il comando del plotone mitraglieri, e gli altri plotoni erano praticamente guidati dai caporalmaggiori. Un giorno arrivò un capitano richiamato di origine fiorentina: era distinto, bravo, volonteroso, ma dopo una decina di giorni se ne tornò in Italia. Forse la breve presenza al fronte gli fu sufficiente per ottenere una medaglia, o una promozione, o una benemerenza. Ritornò tra noi, invece, il sottotenente Moscioni Negri, che ancora zoppicava, e prese lui il comando. Il 1° settembre era stato colpito da una pallottola in una gamba e una sera mi raccontò che era fuggito dall’ospedale perché non ce la faceva piú a sopportare come andavano le cose nelle retrovie, dove quelli della Sussistenza e degli Autocentro barattavano viveri contro icone e oggetti d’oro con la popolazione affamata e con le ragazze russe. Persino nell’ospedale dov’erano stati ricoverati i nostri feriti, rubavano sulle razioni, al punto che dopo essersi accertato del fatto, con tre nostri alpini aveva assaltato il magazzino viveri. Presero zucchero, cioccolata, latte in scatola, marmellata, tonno, gallette, e distribuirono il tutto ai feriti e agli ammalati. La stessa sera era fuggito ed era venuto a raggiungerci in linea dopo due giorni di viaggio con mezzi di fortuna. Non ebbe nessuna denuncia.
Ai primi di ottobre i rumeni vennero a darci il cambio e c’incamminammo, zaino in spalla, a occupare la linea piú a nord dello schieramento italiano, a contatto con l’armata ungherese.
Andammo per dieci giorni da Gorbatovo a Certkovo, attraverso la steppa che aveva preso i colori dell’autunno. Il rancio non era sempre sufficiente a calmare il nostro appetito e allora ci arrangiavamo a migliorarlo con le patate e le zucche che erano rimaste da raccogliere nei campi e negli orti attorno ai villaggi dei cosacchi. Quando pioveva le marce diventavano molto faticose a causa del fango che si attaccava agli scarponi e invischiava i nostri passi. La mia ferita al gomito destro si era ben chiusa, tastando sentivo ancora una piccola scheggia tra pelle e osso; ma non mi sentivo bene in salute, forse a causa dell’acqua guasta che avevamo bevuto nei giorni dopo la battaglia. Nel vedermi cosí, il tenente Moscioni mi fece caricare lo zaino su un mulo. Restavo sempre al comando del plotone mitraglieri.
Passando per i villaggi e le cittadine che stavano a ridosso della riva destra del Don, incontravamo qualche volta sulla piazza la forca eretta dai tedeschi per impiccare i partigiani o chiunque avesse compiuto atti ostili all’occupazione. Un giorno i soldati della mia compagnia, passando in marcia, assistettero all’impiccagione di due uomini e di una ragazza. Io non ero presente, perché mi ero attardato in coda al reparto in marcia per accompagnare i piú stanchi. Il tenente Moscioni Negri raccontò poi cosí: «…Sulla piccola piazza, in mezzo ad armati in divisa italiana e tedesca, sorgeva la forca, molto semplice e rozza: un palco, una tavola girevole sostenuta da un bastone e sopra tre corde. I partigiani erano un giovane grande, un uomo anziano e infine una donna con il viso coperto da uno scialle che da lontano sembrava vecchia. Salirono sul palco per una scala a pioli, con molta fatica perché avevano le mani legate sul dorso: scivolavano ogni tanto sui gradini e i tedeschi li guardavano ridendo. Poi un sottufficiale proclamò la sentenza e li preparò all’impiccagione passandogli la corda attorno al collo. Nel fare cosí tolse lo scialle alla donna e allora mi accorsi che era giovane, quasi bambina. Aveva lo sguardo ansioso, ma si faceva forza e non diceva parola. Il vecchio piangeva ballando da un piede all’altro come una scimmia. L’altro uomo sembrava di pietra e ci guardava con disprezzo. Non li impiccarono subito perché volevano scattare delle foto e quelli con le macchine si dilungavano a misurare le distanze lí sotto. Poi finalmente qualcuno diede uno strappo al bastone che reggeva la tavola e questa ruotò sulla cerniera lasciando i corpi sospesi nell’aria. Il vecchio morí subito, la donna restò presa alla corda per la bocca e la nuca guizzando nel vuoto come un pesce, all’uomo si ruppe la corda e cadde per terra. Ma non guardavo lui perché i miei occhi erano fissi su quel corpo di donna che non poteva morire e si scuoteva girando sospeso alla corda. Sentivo ridere intorno. Allora impugnai il revolver e mossi in avanti ma un tedesco mi precedette: sparò rapido, prima all’uomo per terra e lo uccise subito, poi su di lei. Forse la mano gli tremò perché dovette vuotare tutto il caricatore mentre il corpo sussultava ad ogni colpo, e solo con gli ultimi due prese la testa. Quindi rimise l’arma nel fodero e andò via silenzioso. Gli altri ancora ridevano e scattavano foto».
Quando, dopo mezz’ora, passai io con gli ultimi alpini, il corpo della ragazza e del vecchio pendevano dalla forca, l’uomo era disteso sul terreno.
In quei giorni giunsero dall’Italia i complementi per rifare le compagnie. Provenivano dal 7° alpini, reclute del ’22 e anziani del ’13. Tutta gente in gamba. Il comando del plotone lo passai a un tenente che era arrivato con loro: Sarpi, di Catania, che mi parlò del mio paese dove aveva fatto il corso sciatori, ma anche, con mia grande sorpresa, della mia insegnante di matematica alla Scuola d’Avviamento, sua concittadina e conoscente. Subito lo sentii «compaesano» e amico. Altri tre sottotenenti presero il comando degli altri plotoni; tra questi Cenci, studente in medicina. La compagnia venne a comandarla il capitano Signori, già volontario nella guerra di Spagna e per questo chiamato «il Tercio».
Ai primi di novembre prendemmo posizione sul Don dando il cambio agli ungheresi; il corpo d’armata alpino era già schierato da qualche tempo. «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato…» scrissi nel Sergente nella neve.
Ero un piccolo uomo che tra milioni di altri uomini stava combattendo lontanissimo da casa in una guerra cosí orribile che mai le stelle videro nel loro esistere. Sentivo solo la grande responsabilità verso i miei compagni che il fato mi aveva portato a guidare; sentivo che il mio corpo era forte, che in Italia ero amato e aspettato. «Sergentmagiú ghe rivarem a baita?» Dovevo tenerli uniti e fare il possibile per riportarli a casa.
Le barche dei battellieri passavano di notte il Volga e all’alba i difensori avevano ancora munizioni e viveri, ma il trasporto diventava sempre piú difficile perché i cannoni tedeschi tenevano costantemente sotto tiro gli imbarchi e gli sbarchi. Poi a novembre il fiume gelò e il rifornimento fu agevolato.
All’alba del 19 novembre, durante una bufera di neve, i soldati russi iniziarono la riscossa e si può dire che da allora incominciò la loro marcia verso Berlino. Quel giorno Hitler era a godersi con i suoi cortigiani le montagne bavaresi a Berchtesgaden, nel suo «Nido dell’aquila», e lí ebbe la notizia dell’inizio dell’offensiva invernale dell’Armata Rossa. Subito venne sfondata la linea difensiva tenuta dall’Armata rumena tra Serafimovič e Kletskaja, a nord-ovest di Stalingrado: erano i luoghi dove noi avevamo combattuto in agosto e settembre.
Contemporaneamente, a sud di Stalingrado assediata venne attaccata la 4ª armata corazzata tedesca e l’altra armata rumena. In pochi giorni di battaglia gli assedianti si trovarono assediati. Durerà, questa battaglia, iniziata nell’agosto, sino al 3 febbraio del 1943, e coloro che si ritenevano invincibili per capacità strategiche e tattiche, per forza di armi e qualità di combattenti, trovarono l’amarissima sconfitta a causa degli Untermenschen, uomini inferiori, che difendevano la loro patria.
Lo zio Toni, quella sera alla vigilia della mia partenza per il fronte russo, mi aveva parlato della superiorità materiale dei nostri avversari, non della loro superiorità morale; ma certamente lo pensava e non osava dirmelo per non deprimermi, perché anche lui aveva conosciuto la guerra.
Il 2o gennaio Paulus riferí via radio che i suoi soldati erano al limite della sopportazione umana per il freddo, la fame, le epidemie; aveva anche un grande numero di feriti e congelati. Chiese di accogliere la proposta di resa offerta dai russi. «La capitolazione è impossibile. Il soldato tedesco combatterà fino all’ultimo per adempiere il suo dovere storico». Fu la risposta di Hitler.
Il 31 gennaio promosse Paulus feldmaresciallo: era come un invito al suicidio perché mai nella storia un feldmaresciallo tedesco si era arreso. La notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio Paulus e il suo Stato Maggiore si presentarono con la bandiera bianca, arrendendosi ai soldati russi.
La sera del 31 gennaio, Čuikov scrive che si trovava assieme ai suoi amici Gurov e Krilov a conversare nella sua baracca con gli alti ufficiali fatti prigionieri:
«…vedendo che avevano fame ed erano nervosi, li tranquillizzai sulla loro sorte, feci portare del tè e li invitai a mangiare. Tutti indossavano l’uniforme di alta parata con le decorazioni. Il generale Otto Korfes, prendendo in mano un bicchiere di tè e un panino chiese: – Che cos’è? Propaganda?
«Risposi: – Se il generale ritiene che questo tè e un panino contengano propaganda, non insisteremo perché li accetti».
Quel giorno uscivo dalla sacca del Don dopo sedici giorni di combattimenti e circa trecento chilometri di cammino nel cuore dell’inverno russo. Il freddo, la fame, la stanchezza, le battaglie avevano lasciato sulla neve una lunga striscia nera che dai capisaldi del Don arrivava fin dopo Nikolaevka: erano i nostri compagni che non arrivarono a baita. Giuanin non c’era. Ci ritrovammo in pochi.
Il giorno 3 febbraio giornali italiani riportavano: «Dal Quartiere Generale del Führer, il Comando supremo delle Forze Armate ha comunicato: “Tra il Caucaso e il corso inferiore del Don, le nostre armate, proseguendo i loro movimenti secondo i piani prestabiliti, hanno raggiunto gli obiettivi comandati per la giornata. Potenti attacchi sferrati dall’avversario presso Novorossijsk e azioni di molestia piú a est sono stati respinti. I gravi combattimenti difensivi, con alterne vicende, che si svolgono nel settore tra il Don e il corso superiore del Donec, proseguono…”»
Nel medesimo giorno un comunicato straordinario dello stesso Comando supremo diceva:
«La battaglia di Stalingrado è finita.
«Fedele fino all’ultimo respiro al giuramento prestato alla bandiera, la 6ª armata, sotto l’incomparabile guida del maresciallo Paulus, ha dovuto cedere davanti alla stragrande superiorità del nemico e delle avversità della circostanza. Essi sono morti affinché la Germania viva. Il loro esempio resterà luminoso fino ai piú lontani tempi, a dispetto di tutta la propaganda bolscevica. Le divisioni della 6ª armata verranno nuovamente ricostituite».
In Italia nessun comunicato parlava della nostra disfatta, i corrispondenti da Berlino scrivevano degli eroici difensori di Stalingrado e nessuno dell’8ª armata italiana, che non piú ormai esisteva. Un giorno la radio vaticana diede qualche velata notizia. Una mattina, alla prima messa, il nostro parroco disse di pregare per gli alpini, per le loro anime, perché pochi erano ancora in vita. Arrivò voce che anch’io ero considerato tra i caduti. I miei fratelli, mia sorella e mio padre non dissero niente a mia madre che, inferma, continuava a pregare per il figlio in Russia. In paese c’era tristezza perché tanti non sarebbero ritornati. Una sera il nostro postino Bortoletto Bet, passando la posta arrivata con l’ultimo trenino, trovò una cartolina in franchigia che ero riuscito a spedire da una città dell’Ucraina. Ricordo che era verso la fine di febbraio, nevicava. Corse in via Ortigara, dai miei, a portare quella cartolina che annunciava la mia vita. Piansero.
Era bella la primavera, quando tornammo in Italia. Qualche nostro compagno aveva voglia di cantare; anche nella steppa tra Don e Volga e nella campagna friulana erano ritornate a cantare le allodole. Mi ero intristito. Cosa potevo dire a quelli che venivano a chiedermi dei loro congiunti? Perché io ero rimasto vivo e loro no? Avevo quasi vergogna a parlare con loro.
Ogni tanto una radio misteriosa – Vaticano? Mosca? Londra? – comunicava lunghe liste di nostri prigionieri caduti in mano russa, e una mattina, mentre prendevo un surrogato di caffè in un bar di Salò, sentii i nomi di alcuni miei compagni. Me li rividi davanti come l’ultima volta. Ma dove poteva essere stato? Durante quale combattimento? O quale bufera? Com’era lontano! Ma dov’erano adesso? Forse in marcia verso la Siberia?
Il giorno 14 maggio ero ancora in campo contumaciale a Udine quando i giornali riportarono che la 1ª armata italiana in Tunisia, comandata da Messe, si era arresa alle forze angloamericane. Diceva il comunicato n. 1003: «La 1ª armata italiana, cui è toccato l’onore dell’ultima resistenza dell’Asse in terra africana, ha cessato stamane, per ordine del Duce, il combattimento. Sottoposta all’azione concentrica ed ininterrotta di tutte le forze terrestri ed aeree angloamericane, esaurite le munizioni, priva ormai di ogni rifornimento, essa aveva ancora ieri validamente sostenuto, col solo valore della fanteria, l’urto nemico…» Concludeva: «L’eroico comportamento dei nostri soldati che, sotto la guida del maresciallo d’Italia Giovanni Messe, hanno nella lunga battaglia assolto tutti i compiti loro commessi e conquistato nuova gloria alle proprie bandiere, riconsacra nel sangue e nel sacrificio la certezza dell’avvenire africano della nazione».
Con quanta retorica, con quanta poca realtà venivano poi riportate le notizie sui giornali. Anche nella mia giovanile ignoranza riuscivo a capire l’assurdità di continuare una guerra che non vittoria, ma solo morte e distruzione avrebbe portato alla nostra Italia. Le battaglie e quanto avevo visto dell’occupazione nazista in Russia mi avevano insegnato l’indignazione. Non si doveva scrivere sui giornali che «…questa resistenza, questa tenacia combattiva, questa aspra e rabbiosa volontà di vittoria sono la piú alta riaffermazione, nonché il nostro diritto, delle piú alte virtú militari del nostro popolo». Non si doveva giocare cosí una guerra già perduta in partenza usando come posta la vita di tanti cittadini. Con quale diritto i governanti l’avevano fatto? Erano loro i veri nemici della patria.
Era questo che lo zio Toni voleva dirmi quella sera dell’ultima partita a carte nell’osteria alla periferia di Torino.
Com’era triste il mio animo in quell’estate del 1943, che macigno pesava sul cuore. No, non avevo rimorsi per come mi ero comportato nelle battaglie; quando mi avevano ordinato di uccidere e non era necessario, avevo disubbidito. Ora, verso la fine della mia vita, posso dire che sono piú quelli che ho salvato di quelli che ho ucciso.
La notte del 10 luglio gli angloamericani sbarcarono in Sicilia e compresi in tutta la sua tragica banalità il discorso del «bagnasciuga» di Mussolini. Ma come avevano potuto gli italiani che ragionavano dar credito a discorsi cosí privi d’intelligenza? Quante parole vacue per confondere le idee, per nascondere la verità, per illudere ancora chi non voleva aprire gli occhi alla realtà: «Il nemico ha iniziato questa notte, con l’appoggio di poderose forze navali ed aeree e con il lancio di reparti paracadutati, l’attacco alla Sicilia…» diceva il bollettino n. 1141: tante, finallora, erano state le giornate di guerra.
In un articolo di fondo si scriveva: «L’ora della grande prova è scoccata! La coalizione nemica ha iniziato l’attacco contro una delle piú belle e nobili regioni della nostra adorata Italia, contro la Sicilia generosa e ardente, nei millenni faro di civiltà mediterranea. Soldati barbari piovuti da terre che il genio italiano chiamò alla vita, come la Gran Bretagna, o che l’audacia di un navigatore italiano scoprí all’umanità, tentano di calpestare il suolo…» Finiva cosí: «Sulle coste della Sicilia si difendono la nostra libertà, la nostra indipendenza, la nostra unità; sulle coste della Sicilia si difendono le nostre case, le nostre donne, i nostri bambini. Non ci sono alternative. Sul giuramento che sale dai cuori di 46 milioni di italiani splende una certezza, l’Italia non perirà, l’Italia sorgerà dal cimento in cui combatte quale protagonista mondiale, verso l’avvenire di potenza e di gloria che è nel suo destino».
Basta! Basta con le parole prive di verità; non solo noi che eravamo sopravvissuti agli inverni russi, ma anche molti italiani ormai avevano capito in quale baratro ci avevano precipitato fascismo e monarchia.
Era domenica, quella notte del 25 luglio, stavo a casa in licenza breve; mio padre mi svegliò per dirmi che la radio aveva annunciato la caduta del governo fascista. Provai un senso di liberazione, una cosa che mai prima avevo sentito, e dal petto mi uscí un profondo sospiro: come se un pesante macigno fosse volato via da me.
Né il re né Badoglio avevano avuto il coraggio di cambiare radicalmente le cose; i loro proclami, a rileggerli oggi, fanno rabbrividire per la vacua retorica delle solite parole: ora solenne, destini della Patria, valore delle Forze Armate.
Il re finiva cosí: «Sono oggi piú che mai indissolubilmente unito a Voi dall’incrollabile fede nell’immortalità della Patria».
Ma lassú in Prussia orientale, nel Quartier Generale di Hitler, la pensavano diversamente, e nel verbale di una riunione di quei giorni si legge: «HITLER: – Per quanto quel fottuto Badoglio abbia dichiarato subito che la guerra sarebbe proseguita, questo non fa alcuna differenza. Lo dovevano dire, ma il tradimento rimane. Ma noi staremo al gioco e intanto ci prepareremo ad agguantare con un sol colpo tutta la banda, a mettere le mani su tutta quella marmaglia. Domani manderò giú un uomo con l’ordine al comandante della 3ª divisione Panzergrenadiere di marciare su Roma con un distaccamento speciale e di arrestare subito il governo, il re e tutta la masnada…»
A chi gli faceva osservare qualcosa in merito al Vaticano ribatteva: «Questo non ha importanza. Andrò diritto in Vaticano. Credete che il Vaticano mi preoccupi? Ci prenderemo anche quello. Intanto tutto il corpo diplomatico è laggiú. Per me fa lo stesso. Quella masnada è là. Tireremo fuori di là quel mucchio di porci. Poi faremo le scuse. Non ha nessuna importanza». Il Führer era davvero furioso.
Cambiava tutto e niente. Mi ricordai di come in Albania il tenente colonnello Dino Grandi, primo artefice della caduta del duce, e il maggiore Giuseppe Gorla, confabulassero tra di loro quando li accompagnavo in linea.
«La guerra continua», aveva proclamato Sua Eccellenza il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, nuovo capo del Governo e primo segretario di Stato del Regno d’Italia.
Poi venne l’8 settembre. Non tutti a casa. Malgrado la mia esperienza non ce la feci. Mi presero e mi scortarono, a piedi, da Colle Isarco a Innsbruck. Provavo amarezza e rabbia a ogni passo che mi allontanava dall’Italia; meditavo di fuggire per le montagne e cercavo il momento opportuno. Qualcuno mi fermò in tempo, prima che mi sparassero. Ci rinchiusero nello stadio e ci ritrovammo in tanti della Tridentina; molte le reclute sgomente. Ora alla rabbia si accompagnava la fame. Dormivamo all’aperto.
Dopo due giorni che eravamo rinchiusi lí, mi sentii chiamare per grado e nome da un soldato tedesco che, sugli spalti, stava accanto a una mitragliatrice con il nastro infilato, pronta a sparare. Mi avvicinai e mi trovai davanti a un Feldwebel degli Alpenkorps che subito riconobbi, perché nel 1939, prima dell’opzione dei sudtirolesi per il Reich, era stato recluta nel mio plotone alla Scuola militare di Aosta. Era un famoso sciatore gardenese.
Ci salutammo sorridendo amichevolmente. Disse che sapeva della mia presenza e si mostrò contento di avermi ritrovato dopo piú di quattro anni. Mi sorprese non poco il fatto che conosceva le mie vicende in Russia: sapeva perfino che ero stato decorato e promosso ufficiale. Per essere a conoscenza di queste cose doveva certamente aver frugato tra le carte del Comando reggimento, a Vipiteno. Infine disse che mi aveva cercato perché voleva propormi di arruolarmi con loro, anzi: di passare con loro. Mi avrebbero dato gradi e decorazioni e anche una licenza per restare un poco a casa con i miei.
Gli risposi subito di no, senza spiegazioni. Ma perché tanta attenzione verso di me? Forse calcolavano che avrei convinto altri a seguirmi? Non insistette nella proposta, forse si aspettava quel mio no e mi parve persino un poco sollevato da un non gradevole incarico. Ci salutammo cosí e piú non lo rividi.
No! Anni prima, nel 1939, mi ero persino fatto mandare da un amico studente i libri per prepararmi a un esame di scuola media superiore perché sognavo di diventare ufficiale degli alpini. Anche quando tornammo dall’Albania dissi di no a un ufficiale subalterno della compagnia comando che mi aveva proposto di presentarmi con lui all’Università di Bari e, raccontando qualche frottola, farmi iscrivere alla Facoltà di lettere e dare persino qualche esame: – È facile e semplice, – mi aveva detto. – Ti presenti in divisa e con i nastrini e ti chiederanno solo della guerra. Tu potresti parlare di Dante; qui, in quindici giorni, ho fatto quattro esami di ingegneria.
Il 13 settembre, nel pomeriggio, dagli altoparlanti che avevano trasmesso un paio di canzoni patriottiche a tutto volume, una voce trionfale annunciò che Mussolini era stato liberato dalla sua prigione sul Gran Sasso per opera di un ardito colpo di mano eseguito da un gruppo speciale di SS aviotrasportato, e che ora si trovava nel Quartier Generale del Führer. Quando ritornò il silenzio, prima una bordata di fischi e poi un lungo mugugno risuonarono nello stadio come nostra risposta.
Dopo qualche giorno, ci portarono via come i tedeschi deportavano quelli che non la pensavano come loro. Con me c’erano Dotti, Baroni, Bertazzoli, Antonelli, Barp, Tardivel, Rossi e altri pochi compagni che sulle spalle avevano le fatiche dell’Albania e della Russia. Non Marco, che l’8 settembre si trovava a casa in convalescenza a causa del congelamento ai piedi. Diventò partigiano; come partigiani diventarono i tenenti Moscioni e Cenci, già feriti gravemente, che con me durante il ripiegamento avevano guidato i plotoni della nostra compagnia dal Don fino a Nikolaevka. Con noi anche padre Marcolini, dell’Oratorio della Pace di Brescia, che ci aveva raggiunto in Russia prima del ritorno in Italia. Si era rifiutato di andare con gli ufficiali per dividere la sorte de’ i so’ asen, diceva in dialetto bresciano.
Dei venti mesi di prigionia che vennero dopo ho raccontato qualcosa in altri miei scritti; non ho invece ancora raccontato come ci accolsero i ragazzi delle scuole che i loro insegnanti avevano accompagnato, in una passeggiata educativa, lungo la strada che portava al Lager I-B sito in un luogo che allora si chiamava Hohenstein e che ora è diventato Olsztynek. Ci accolsero cosí: con sputi e lanci di sassi. I grandi cancelli di filo spinato a piú giri si richiusero alle nostre spalle.
Sotto la mira delle mitragliatrici ci condussero a occupare un gruppo di baracche, divise in blocchi di quattro: in ogni baracca tre centinaia di persone. Reticolati, torrette con faro, mitragliatrici e sentinelle armate attorno ai recinti. Decine di migliaia di prigionieri erano rinchiusi là dentro. Lager nel Lager era una baracca sorvegliatissima dove stavano custoditi ufficiali superiori dell’Armata Rossa.
Dopo qualche giorno venimmo a sapere che le baracche dov’eravamo alloggiati erano state prima occupate da prigionieri russi; poi la fame e il tifo petecchiale le avevano «liberate».
Noi, la sera del nostro arrivo, come mandria affamata uscimmo a mangiare l’erba che era cresciuta intorno, e un faro illuminava il nostro pascolo.
Ci presero le impronte digitali, ci fotografarono e ci diedero un numero. Diventai nei loro registri: 7943I-I-B; quell’I stava per italiano.
La fame, il ripensare a com’erano andate le cose, a come ci avevano accolti i ragazzi delle scuole, avevano esacerbato il mio animo. In quei primi giorni discutevo con i miei amici di com’eravamo stati abbandonati da chi aveva il potere e governava. Il pensiero dominante, e che esprimevo accalorandomi, era questo: se un uomo deciso, se un comandante, avesse dato l’ordine di far saltare le gallerie, i ponti, la ferrovia e le strade che dal Brennero portavano in Italia, se altrettanto avessero fatto sugli altri valichi alpini, le divisioni tedesche che erano scese verso sud sarebbero rimaste imbottigliate; se avessimo impegnato battaglia sulle Alpi, gli angloamericani avrebbero potuto con piú facilità risalire la penisola e la guerra sarebbe finita prima. Di questa convinzione erano anche al Quartier Generale di Hitler, lo si legge nei loro verbali di quei giorni, da cui emerge questa paura.
Invece re e Badoglio e generali vari ci avevano abbandonato nelle mani dei tedeschi che ora si vendicavano su di noi e ci chiamavano traditori badogliani.
Un giorno, mentre discutevo di questo nella tetra baracca, e dicevo animatamente della guerra contro la Francia e contro la Grecia, della Russia, dell’8 settembre e della nostra mancata rivolta, padre Marcolini, che ascoltava in silenzio, lasciò finire il mio dire e alla fine aggiunse: – Crapun de n’asen, quanti di noi sarebbero ancora vivi? Resistiamo qui, ora, e basta.
In una di quelle notti morí un nostro compagno, un alpino della provincia di Verona che con il 6° reggimento aveva combattuto su tutti i fronti. Fu il primo di tante migliaia.
In quei giorni a Roma, come scrive Paolo Monelli nel suo importante libro Roma 1943, alla fuga del re e di Badoglio successe il caos; c’era chi combatteva contro i tedeschi, chi con loro, chi a loro si vendeva, c’erano gerarchi che stavano nascosti e ragazzi in divisa che cantavano: «Duce, duce chi non saprà morir? | Il giuramento chi mai rinnegherà?» C’erano stati i combattimenti a Porta San Paolo, a Porta Pinciana; vi era stato il suicidio-omicidio del generale Cavallero. I soldati della divisione Piave vennero circondati in una caserma. Il 19 settembre, Kesselring ordinò che gli fossero consegnati seimila cittadini da avviare al lavoro coatto in Germania come rappresaglia per l’uccisione di sei soldati tedeschi. Ufficiali tedeschi si presentarono agli ufficiali della divisione Piave, rinchiusi in una stanza, con quest’ordine: «Il capo del Governo, Roma 23 settembre 1943. Il Duce ha costituito ufficialmente il nuovo governo assumendone la presidenza e delegandomi le funzioni. In tale qualità dò ordine alla divisione Piave di deporre le armi e di consegnarle alle autorità germaniche. La divisione si recherà in altra località, in direzione nord, in attesa di ulteriori disposizioni. Per il capo del governo, il ministro delegato alla firma, Pavolini». Il fascismo rispuntava per ordine della Germania nazista.
Cosí a Roma cessava la resistenza del regio esercito, ma incominciava quella vera: «…Un brulicare sotterraneo e assiduo: renitenti alla leva e alla chiamata alle armi e al lavoro che si tenevano nascosti, ufficiali e soldati che non hanno voluto partire, funzionari e impiegati dello Stato e di enti pubblici che s’erano ribellati ai tedeschi e avevano dovuto darsi subito alla macchia; cospiratori, gruppi politici, partiti, giornalisti che stampavano foglietti clandestini, sabotatori, distributori di armi, fabbricatori di bombe a mano, operatori di radio clandestine, ebrei sfuggiti alle retate, squadre, compagnie, battaglioni che si preparavano per il giorno della rivolta o della fuga dei tedeschi…» Cosí scriveva Monelli (P. Monelli, Roma 1943, Einaudi, Torino 1993, pp. 287-88).
Intanto nei Balcani, nelle isole dell’Egeo, divisioni di militari italiani abbandonate a se stesse sceglievano la lotta accanto ai partigiani contro i tedeschi, o anche la resa ai tedeschi, o la guerra aperta ai tedeschi come a Cefalonia. Molti tra i pochi sopravvissuti a Cefalonia vennero portati a lavorare come schiavi sul fronte dell’Est e lí finirono la loro vita.
Per noi era sempre fame e sempre fame. Volevano stremarci per farci aderire alla Repubblica sociale di Mussolini e arruolare nell’esercito di Graziani. Un giorno particolarmente duro decisi di barattare la mia bella penna stilografica di ottima marca, dono di un parente di Milano al mio ritorno dalla Russia. Al di là del triplo recinto di reticolati c’era una coltivazione di carote; una sentinella con fucile in spalla camminava sempre lí intorno: la chiamai e le feci vedere la penna accennando al campo di carote. Incominciò a gesti la trattativa; dicevo trenta carote in cambio della penna, lui proponeva dieci. Trattammo a lungo: venticinque, no, dieci, venti, no, quindici. Accettai quindici e gli gettai il cappuccio dorato. Mi buttò cinque carote; gli lanciai la penna e non mi diede piú niente.
Un giorno di ottobre venne da Berlino una delegazione per convincerci ad arruolarci con Graziani. Ci avevano avvisato di quest’arrivo con qualche giorno d’anticipo, e gli altoparlanti del nostro settore del grande Lager iniziarono a trasmettere canzoni patriottiche, di alpini, ma anche canzonette «romantiche» come Mamma, Caro papà, C’è una chiesetta alpina. Prepararono una specie di palco addobbato da bandiere tricolori con il fascio al posto dello stemma sabaudo e altre con la croce uncinata. Al di là del primo recinto erano in mostra grandi marmitte fumanti dove i cuochi giravano con il mestolo minestrone e pastasciutta.
Arrivarono, parlarono: patria, fedeltà, onore, dovere, il Patto d’Acciaio, i nemici bolscevichi e quelli demoplutocratici; la Repubblica sociale italiana per la rinascita della patria, un valoroso maresciallo. Un mese d’istruzione in campi appositi lí in Germania e poi in Italia a combattere contro i barbari invasori: – Voi, che avete dato gloria alla patria combattendo in Francia, in Grecia, in Russia, fate un passo avanti!
Noi vecchi sergenti: Baroni, Dotti, Bertazzoli, io e quelli giovani di grado ma non di naia, Antonelli, Tardivel e il cappellano padre Marcolini, ci eravamo messi in testa alle file. Facemmo un passo indietro. Nessuno uscí e i loro incitanti inviti si trasformarono in insulti; ma il vero insulto per noi erano le loro divise smaglianti, le loro tronfie parole, le loro decorazioni, i loro alti gradi, le loro persone ben curate e ben nutrite. C’erano generali e addetti militari, diplomatici, forse anche l’ambasciatore Anfuso, ufficiali tedeschi delle varie armi e delle SS. Non sapevamo ancora delle camere a gas e di quello che succedeva nei campi di sterminio, né degli esperimenti che i medici tedeschi facevano su centinaia di ebrei e di prigionieri e donne russe. Non sapevamo. Ma avevamo visto le fosse comuni in Ucraina, le donne ebree costrette a pulire nella tormenta le stazioni ferroviarie polacche, i partigiani impiccati, i prigionieri russi che venivano mitragliati. I bambini affamati.
Se ne andarono via scornati, indignati e delusi per la nostra viltà.
Da molti mesi non avevamo notizie da casa nostra; non sapevamo quello che succedeva sui fronti di guerra. Le nostre giornate erano eterne, di notte si sentivano i ragazzi di vent’anni piangere per la fame. Qualche notizia potevamo solo averla dai prigionieri russi che incrociavamo al momento della distribuzione della poverissima zuppa o anche intuirla dall’umore dei nostri guardiani. Sapevamo che i tedeschi avevano fallito una grande offensiva sul fronte centrale, a Kursk, e che avevano dovuto ritirarsi dietro il Dnepr. Erano stati gli ultimi prigionieri russi a portarci queste notizie che alleggerivano il tempo della nostra prigionia, e il loro comportamento, il loro disprezzo per i tedeschi del Lager, erano l’espressione del loro stato d’animo. Non erano dei vinti.
Ma in Italia cosa stava succedendo? Da sei mesi non avevamo alcuna notizia. E cosa ne era delle nostre famiglie? Per noi rinchiusi dentro l’I-B venne un inverno grigio con pioggia, umido, freddo, neve, pidocchi e voli di corvi nel cielo. E sempre quella fame che ci rendeva ogni giorno piú emaciati. In questo squallore avevo compiuto il mio ventiduesimo anno. In questo squallore sognavo un Natale come quello del 1937 a casa mia, un ferragosto come quello del 1938 in un bosco profumato di ciclamini, un’alba come quella sulla Grivola nel luglio del 1939, il Piano dell’Azaria nella primavera del 1940, il Lago Maggiore nelle notti estive del 1941, la salita alla Punta Leschaux nel giugno del 1942, le Grotte di Catullo a Sirmione nel luglio del 1943 e quella notte della caduta di Mussolini.
Padre Marcolini mi aveva donato un piccolo Vangelo. Incominciai a leggere. Quando arrivai al Discorso della Montagna tutto mi apparve chiaro, mi sembrava di capire senza alcuna ombra. Era la fame che mi aveva portato a questa chiarezza di pensiero? Capii che gli uomini liberi non erano quelli che ci custodivano, tanto meno quelli che combattevano per la Germania di Hitler. Che noi lí rinchiusi eravamo uomini liberi.
Asiago, 15 aprile 2002.
Questa mattina, con il primo sole, sono uscito a fare una breve passeggiata con il cane Sirio. Con dieci giorni di anticipo ho ascoltato il canto del cuculo. È un buon segnale e il cuore si è rallegrato.
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