la lunga marcia fino al dnepr
italian
Nel novembre del 1941 il Csir, Corpo di Spedizione Italiano in Russia, si attestava nel bacino minerario del Donec. Le divisioni Pasubio, Torino e 3ª Celere Principe Amedeo d’Aosta nel mese di luglio si erano raccolte in Romania, al di là dei Carpazi che la Celere dovette valicare a cavallo per 280 chilometri, e da qui con interminabili marce nella polvere o nel fango, attraverso sterminati campi di grano che aspettavano di essere mietuti e distese di girasoli, dalla Moldavia alla Bessarabia all’Ucraina, si erano portate a ridosso dell’11ª armata tedesca.
In quel tempo dal Mare di Barents al Mar Nero, lungo un fronte di tremila chilometri, dodici milioni di soldati lottavano a morte: prima dell’inverno le armate tedesche dovevano raggiungere la linea Archangel’sk-Astrahan per eliminare l’Urss. Le direttive di Hitler erano state: «…non si tratta semplicemente di distruggere lo Stato con Mosca come centro… piú precisamente si tratta di eliminare i russi e disperderli»; e il generale von Keitel con le disposizioni del comando supremo della Wehrmacht aveva sancito «… in queste nostre azioni dobbiamo tenere presente che la vita umana in questi paesi non vale assolutamente nulla, e che l’azione intimidatoria è possibile solo se mettiamo in pratica una ferocia inusitata».
Dopo la prima sorpresa e i primi cedimenti il popolo russo stava eroicamente riprendendosi, con ogni fibra dello spirito e con ogni mezzo materiale; e in questa lotta mortale i soldati italiani, che Mussolini aveva voluto mandare quasi pregando Hitler di accettarli per partecipare alla «marcia su Mosca», con poveri mezzi (fucile mod. 1891, cannoni mod. 1911 e stivaletti da libera uscita), si trovavano coinvolti da paria e solamente la loro umanità li fece allora distinguere e oggi ricordare anche dai «nemici».
Primi caduti
La Pasubio ebbe il primo scontro con le retroguardie sovietiche l’11 agosto del 1941 a Nord dell’abitato di Pokrovskoe, sulla riva destra del Bug, e i suoi caduti furono i primi di una lunghissima schiera che sul fronte dell’Est ebbe termine nei pressi di Leopoli, quando dopo l’8 settembre 1943 vennero dai tedeschi fucilati i soldati italiani che non volevano piú combattere al loro fianco.
Era calda quell’estate del 1941 e sui campi di battaglia della Crimea i cadaveri dei soldati appestavano l’aria. Gli italiani nelle campagne dell’Ucrania meridionale trovavano villaggi incendiati, depositi di grano, parchi di macchine agricole che stupivano i nostri contadini richiamati, stormi di oche, branchi di maiali; donne, vecchi e bambini li guardavano passare lungo le piste tra il turbinio della polvere ocra sollevata da quella terra grassa dai carri armati e dagli automezzi dell’esercito tedesco.
Dopo altri scontri sostenuti dalla Pasubio, dopo contrasti del generale Messe con i comandi tedeschi e lo Stato Maggiore di Roma per l’insufficienza dei mezzi di trasporto e la scarsità di benzina che già ne limitava l’uso per quelli esistenti (Messe, con spirito bersaglieresco, aveva telegrafato a Roma: «Indispensabile che tutti i reparti avviati a questo fronte siano esclusivamente autotrasportati alt Caso contrario est preferibile rinunciare qualsiasi apporto truppe perché esse sarebbero destinate rimanere inevitabilmente centinaia di chilometri indietro alt»), il servizio dei rifornimenti era diventato estremamente difficile tanto che molte unità del corpo d’armata «… erano ancora sparpagliate su una linea profonda circa 300 chilometri. Ospedali, forni da campo, depositi di munizioni, materiali del genio, magazzini di vestiario ed equipaggiamento, delegazioni di intendenza, parchi, officine sostavano lungo la interminabile linea di comunicazione, privi di ogni possibilità di spostamento per insufficienza di mezzi di trasporto (Le operazioni delle unità italiane al Fronte Russo [1941-1943], Ussme, Roma 2000).
Cosí, come vasi di creta tra vasi di ferro, i nostri reparti si dovevano come sempre arrangiare a mano a mano che proseguivano, inventando carrette e cavalli, cibo e viveri in natura lungo le piste che li portarono fin sulle rive del Dnepr dove la Torino giunse dopo cinquanta giorni di estenuanti marce.
Già l’avanzata dei tedeschi aveva subito un arresto, e per la resistenza non prevista dei russi e per le difficoltà dei rifornimenti, cosí i fanti, i bersaglieri e gli squadroni di cavalleria italiani si vennero a trovare in prima linea lungo le rive di un larghissimo fiume, a nord della città di Dnepropetrovsk, l’antica Jekaterinoslav, dove una testa di ponte tedesca non riusciva a sbloccare la situazione che permettesse il congiungimento con le colonne provenienti dal nord e dare compimento alla grande battaglia del Dnepr.
Erano città ancora lontanissime e il Corpo di Spedizione Italiano veniva impiegato in una operazione manovrata con le sue sole forze e con i suoi soli mezzi. Avvenne il 28, 29 e 30 settembre, e mentre la divisione Celere teneva un tratto di fronte lungo il fiume per una cinquantina di chilometri, la divisione Torino a sud e la divisione Pasubio a nord, che il fiume l’avevano già passato nel corso di operazioni precedenti, conversero a Petrikovka riuscendo a completare una manovra da manuale, grazie anche all’opera del 1° e 9° battaglione pontieri che nel corso della battaglia seppero tenere efficienti i ponti di barche tra le due rive del larghissimo letto anche sotto il continuo bombardamento.
Ma se fino al Dnepr l’Armata Rossa aveva tentato di arrestare l’attacco tedesco con battaglie campali, ora, dopo la caduta di Kiev, di Harkov e Poltava avvenute ad opera delle armate di von Rundstedt, il Comando supremo sovietico orientava l’azione della guerra verso la strategia dello spazio e dell’inverno; i tedeschi, d’altra parte, intendevano approfittare dei successi conseguiti e arrivare a colpire nel cuore la Russia prima della stagione critica.
Mentre il Corpo corazzato di von Kleist puntava da nord verso sud per raggiungere il Mar d’Azov e chiudere la Crimea, il nostro Corpo di Spedizione ebbe prima il compito di proteggergli il fianco sinistro sul fiume Voltsctja e poi, nel novembre, quale ala settentrionale della I Armata corazzata tedesca, concorrere all’occupazione del bacino minerario e industriale del Donec. Ma già alla fine di ottobre vi furono giorni di duri scontri di nostri reparti della Pasubio e della Celere con retroguardie sovietiche che lottavano con valore e abilità strategica tra piogge insistenti e violente che impantanavano i mezzi di trasporto tanto che fanti e bersaglieri dovevano proseguire a piedi e gli artiglieri spingere a braccia i cannoni che sprofondavano nel fango. I lancieri del Novara e i cavalleggeri del Savoia apparivano nei villaggi come fantasmi; la colonna Chiaromonte formata con reparti della Pasubio era audacemente penetrata verso Gorlovka; la Torino, sempre appiedata, era giunta nella zona di Jassinovataia dopo aver macinato millequattrocento chilometri da Falticeni, in Romania.
Soli nel vuoto
Il 6 novembre l’80° fanteria della Pasubio occupò Nikitovka nei cui pressi c’era la stazione di sbocco terminale dell’oleodotto che proveniva dal Mar Caspio; era il suo ultimo obiettivo. Occupò la cittadina e si sistemò a difesa, ma attorno c’era tanto vuoto e si sentiva la presenza minacciosa dei reparti sovietici pronti al contrattacco. Il reggimento venne accerchiato e ci vollero giorni alterni di furibonda lotta e l’intervento del 3° bersaglieri e del lancieri Novara perché il 12, con il favore della notte, il reggimento, dopo gravi perdite, potesse raggiungere Gorlovka e ritenersi in salvo.
Con l’occupazione di Gorlovka e di Rykovo il generale Messe fece sapere al comandante tedesco della 1ª armata corazzata da cui dipendeva che i nostri reparti non erano piú in grado di proseguire l’azione: troppe cose mancavano, troppo scarsi e lontanissimi erano rimasti i rifornimenti, troppi soldati avevano consumato le scarpe, e formulò precise richieste per far arrivare a Stalino i treni che partiti da mesi dall’Italia sostavano in remote stazioni, chiese anche di poter accedere ai magazzini tedeschi per poter sfamare i soldati italiani. Ironica fu la risposta: «Concorso Csir molto desiderato fino al raggiungimento meta finale Armata nelle due Ipotesi: 1° obiettivo Stalingrado; 2° obiettivo Pozzi Majkop».
Erano città ancora lontanissime e divennero tragiche a Hitler un anno dopo. Intanto il 19 novembre, con temperatura che già era arrivata a –20° i fanti della Torino attaccarono Ubescicce dove la nebbia, un lago gelato e una forte reazione li costrinsero a ritornare sulle posizioni di partenza.
Tra il 6 e il 14 dicembre, dopo abbondanti nevicate e con il termometro che segnava –30° nelle ore piú solatie, tutto il nostro Corpo d’armata partecipò all’offensiva di Chazepetovka, in concordanza con altri reparti tedeschi, che aveva lo scopo di raccorciare il fronte e di saldarsi a Debalzevo con la 12ª armata tedesca. Ma per raggiungere questo la divisione Torino in particolare ebbe molte perdite.
L’inverno e lo spazio preparavano intanto la riscossa dei russi come già per Napoleone dopo Borodino cosí anche per le armate della Grande Germania. Davanti a Mosca i soldati dell’Armata dell’Estremo oriente comandati da Žukov ricacciarono i tedeschi che, nella storia di questa guerra, indietreggiavano notevolmente per la prima volta. A Natale anche i nostri soldati del Csir vennero coinvolti in una durissima battaglia, e resistettero in un gelo feroce, da cento anni mai era stato cosí freddo. Hitler, per chi aveva superato un mese in linea sul fronte orientale in quell’inverno del 1941-42 inventò un nastrino rosso con strisce nere. I soldati lo chiamarono «L’Ordine della Carne Congelata».