la patria nei campi di stalin
italian
Con la rivelazione dei documenti inviati a Berija sui tentativi di reclutamento da parte dell’Nkvd nei campi di concentramento dell’Urss, si torna a parlare della tragedia dell’Armir. Le vicende della seconda guerra mondiale in cui l’Italia venne coinvolta dal giugno 1940 all’aprile 1945 suscitarono in molti di noi considerazioni, confronti, riflessioni e, infine, esami di coscienza che in ben altro modo ci fecero considerare il sostantivo patria. L’educazione, che da ragazzi e da giovani adolescenti ci avevano impartito insegnanti, sacerdoti e perfino famigliari, ci portò a considerare la nostra come la migliore di tutte le patrie, la piú gloriosa e la piú forte. I motti mussoliniani che erano scritti sui muri delle case di tutti i paesi, le cerimonie, i riti, le canzoni che ci facevano cantare ci avevano, alla fine, convinto che il nostro primo obbligo era Credere, Obbedire, Combattere e che l’obbedienza doveva essere Cieca, Pronta e Assoluta: questo era il nostro dovere da compiere per Dio, la Patria e la Famiglia.
Ma che amarezza prende il cuore, che dolore pensare che tanti nostri compagni sono caduti sui campi di battaglia per questi «falsi scopi» che avevano deviato la nostra intelligenza e i nostri sentimenti piú naturali. E che impotente rabbia, dopo, verso coloro che cosí veramente avevano tradito e rovinato la nostra patria e la nostra gente, e ingannato la nostra fede.
Dopo ogni sofferenza subita e la morte tante volte affrontata e sfiorata, dopo tante distruzioni e dissolvimenti di vite umane (ma perché fu necessario tutto questo?) considerammo la nostra patria con altro spirito perché l’animo si era liberato dagli orpelli e gli occhi si erano lavati, a molti di noi capitò di essere tacciati da antipatrioti, di propagatori di idee antinazionali; eravamo soggetti da tenere sotto controllo perché pericolosi all’ordine costituito. Capitò anche che molte associazioni d’arma e periodici a queste legati deliberatamente ignoravano anche chi valorosamente aveva combattuto e poi chiaramente scritto i fatti e i modi della nostra sciagurata guerra, mentre venivano esaltati coloro che ancora la lezione non avevano capito.
Per cambiare questa patria di orpelli e di vuoti e sbagliati grandi ideali, molti che avevano capito la lezione della storia e riflettuto sulle lezioni di mistica fascista, affrontarono i veri nemici sulle montagne della Resistenza; o subirono i Lager tedeschi sognando una patria piú semplice, meno gloriosa ma piú giusta e seria. Tutto qui il nostro poco patriottismo di cui ci accusavano, o di cui ancora ci accusano. E ai piú giovani che forse non hanno capito questo trapasso vorrei ripetere le parole di Robert Musil ne L’uomo senza qualità: «… ciò induce a riflettere e Ulrich scrisse nel componimento sull’amor di patria che un vero patriota non deve giudicare la sua patria la migliore di tutte…»