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Stories by mario rigoni stern

la piú alta battaglia

italian

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Duecento anni dalla prima ascesa al Monte Bianco: da allora la grande montagna d’Europa è stata scalata da ogni versante, ogni guglia di granito è stata raggiunta, ogni colata di ghiaccio risalita, ogni alta parete violata, ogni cresta percorsa. – Sulle nostre Alpi, – mi dicevano due guide di Gressoney, i fratelli Squinobal, – alpinisticamente, e non solo alpinisticamente, possiamo trovare tutto quello che cerchiamo –. E tra le Alpi il Bianco condensa storie di uomini e di conquiste, contrasti tra scalatori, curiosità di naturalisti, sogni e leggende, ma anche lotta di montanari per strappare all’ambiente ostile un pezzetto di terra coltivabile. (Ricordo che nel 1939 c’era un campo di segale sopra Entrèves, proprio accanto all’ultimo lembo del ghiaccio della Brenva).
Il Monte Bianco era anche rimasto uno dei pochi luoghi dove la guerra non era arrivata; in antico i romani erano passati per i valichi del Piccolo e del Gran San Bernardo e quella grande montagna di granito e di ghiaccio incuteva soggezione anche a guardarla da lontano. I primi abitatori di quelle montagne, i salassi, che tennero in scacco le legioni romane per piú di cento anni, saranno certo transitati per il Col de la Seigne e il Col du Grand Ferret, ma mai la guerra era salita sul massiccio. Ci arrivò, invece, nel 1940 e nel 1943-45: divenne cosí il settore operativo piú alto e di fronte si trovarono, come antichi cavalieri, i piú bravi alpinisti di quel tempo.
Già nel settembre del 1939, reparti della Scuola militare d’alpinismo occuparono bivacchi e rifugi sul versante italiano e pattuglie composte da un paio di cordate ogni tanto si spingevano lungo la cresta di confine; altrettanto facevano i francesi con le Sections éclaireurs skieurs: volontari e abili alpinisti scelti tra i Bataillons chasseurs alpins.
Qualche volta le cordate opposte si incontravano ma l’antagonismo restava alpinistico e spesso si scambiavano doni. Venne istituito il reparto autonomo Monte Bianco con tre distaccamenti o sottosettori; a comandarlo venne designato il capitano Giuseppe Inaudi. Il sottosettore del Miage era guidato dal sottotenente d’artiglieria Giusto Gervasutti, il sottosettore Gigante dal tenente degli alpini Renato Chabod, il sottosettore Ferret dal tenente degli alpini Emanuele Andreis.
Anche i francesi schierarono la compagnia Mer de Glace del battaglione Chasseurs de haute montagne. Quindi, per le bufere dell’inverno, alpini e chasseurs rientrarono a Courmayeur e a Chamonix; ma quando il tempo lo permetteva le cordate salivano al Dente del Gigante, alle Grandes Jorasses, all’Aiguille de Trélatête, al Dolent; dall’una o dall’altra parte. Fino al 10 giugno del 194o, quando un grande, cupo silenzio venne a gravare quella sera sul massiccio del Monte Bianco.
Il tenente Jean Bulle, che comanda un reparto di Éclaireurs skieurs e che già il 1° giugno era salito sull’Aiguille des Glaciers per osservare le posizioni degli italiani, si trova in un ricovero della Seigne; dorme pesantemente dopo giorni e giorni di duro lavoro e viene svegliato da un radiotelegrafista che gli porge un messaggio appena ricevuto: «Il re d’Italia ha dichiarato guerra alla Francia e all’Inghilterra. Le ostilità incominceranno a mezzanotte». È la «pugnalata alla schiena» mentre le divisioni corazzate tedesche stanno marciando su Parigi; ma è anche la fine di un incubo: – Bene, – dice Jean Bulle, – finalmente c’è qualcosa di certo.
Il giorno 14 c’è un primo scontro di pattuglie a cui partecipa anche Bulle. Il sergente Celestino Perron della 133ª compagnia alpina rimane ferito a un braccio (dopo l’8 settembre ’43 Perron diventerà capo partigiano nella sua Vallée). In un altro scontro del 16 rimane ucciso l’alpino Gianni Maveri e ferito gravemente l’alpino Fermo Poma. Scrivo questi nomi ricordando i loro volti.
Nella notte tra il 20 e il 21, al fine di dominare il movimento degli italiani, il tenente Bulle e i suoi esploratori occupano la cresta che si alza dal Col d’Enclave verso sud: da Tête d’Enclave a Tête de Belleval. La mattina del 21, verso mezzogiorno, vede delle cordate salire al Mont Tondu dal Glacier des Glaciers: sono gli alpieri comandati dal capitano Barbieri e dai tenenti Lamberti e Fabre.
Entrano in azione le batterie francesi. Racconta Lamberti:
La cresta dell’Escailles du Mont Tondu era gremita di alpini […] La vallata rimbombava in maniera continua e assordante per l’eco di mille esplosioni. Le traiettorie dei 105 della batteria di Contamine rasentavano la Tête de Belleval ed ogni volta gli uomini che si trovavano lassú abbassavano la testa, tanto i colpi sembravano sfiorarli. Slavine e scariche di sassi e ghiaccio ritardavano la nostra marcia.
Una di queste slavine investe un plotone, due cordate finiscono in fondo al ghiacciaio dopo un salto di sessanta metri e non hanno piú possibilità di risalire: laggiú rimangono feriti il capitano Barbieri e dodici alpini.
Il tempo è pessimo, l’ambiente è ostile e si alza una violenta tormenta, i fulmini si scaricano sulle rocce e questa contro la Francia è una guerra schifosa. Un gruppetto di alpieri, superata la Combe d’Enclave, è al riparo alla base della Tête d’Enclave, dall’alto un sottufficiale degli Éclaireurs, Anxionnaz, cerca di mandarli via lanciando granate ma non li raggiunge. Il tenente Bulle scende a corda doppia dalla Tête de Belleval e con un fucile mitragliatore spara a sorpresa sugli alpini che rapidamente abbandonano il riparo; quindi con grande fatica ritorna sulla vetta. Dall’altra parte gli alpini della 52ª compagnia dell’Edolo conquistano un fortino a Ville des Glaciers e due ufficiali francesi, De Castex e Decision, muoiono da valorosi.
All’alba del 23 giugno, tra la tormenta che continua a imperversare, il tenente Bulle riesce a raggruppare i suoi uomini alla Tête d’Enclave; sono semiassiderati e stremati e si può dire che lottano solo per l’onore della Francia e della montagna, senza alcuna speranza perché già Hitler ha imposto l’armistizio.
Gli alpini, sparsi in gruppi, trovano ricovero in ripari di neve sopra il ghiacciaio: l’errore è stato quello di attaccare direttamente, anziché agire dall’alto, in cresta, dall’Aiguille des Glaciers-Mont Tondu. Nel pomeriggio del giorno 24 si tenta ancora di proseguire, ma sembra che anche la tormenta si accanisca contro la sconsideratezza degli uomini. Alle ventitre di quella notte si scatena tutta l’artiglieria francese: sembra l’Apocalisse. Infine, un grande silenzio: a mezzanotte entra in vigore l’armistizio tra Francia e Italia.
Alcuni reparti di alpini rimangono ancora lassú tra ghiacciai e pareti di granito, e non sanno nulla: sono solamente stupiti per la grande improvvisa pace. Scrive ancora Lamberti: «Soltanto nel pomeriggio sentiamo gridare nella nebbia, le voci provenivano dal canalone alle nostre spalle, ci chiamavano. Era Tassotti con altri due alpieri delle cordate travolte dalla slavina che venivano a cercarci per dirci che la guerra era finita».
(Curzio Malaparte, che era stato richiamato come capitano nel 5º alpini, ricorderà questi fatti nel romanzo Il sole è cieco, pubblicato a puntate nella rivista «Tempo» tra gennaio e febbraio del 1941; ma tre capitoli furono soppressi dalla censura fascista e non piú ritrovati. Malaparte fu l’unico, allora, a condannare pubblicamente, durante la guerra, il «coup de poignard dans le dos». Il tenente degli Éclaireurs skieurs Jean Bulle diverrà comandante di maquisards, di partigiani, e morirà nell’agosto del 1944 sulla strada di Chambéry-le-Vieux, freddamente trucidato dai tedeschi presso i quali si era recato per trattare la loro resa).
In quegli anni sul Monte Bianco c’è un intervallo e non molte saranno state le cordate che si avventureranno a cercare vie nuove. Ma il 14 agosto 1940 Bollini e Gervasutti saliranno per primi il pilone di destra del Frêney, e nel 1942 ancora Giusto Gervasutti affronterà e vincerà i mille metri di granito della parete est delle Grandes Jorasses.
Dopo l’8 settembre del 1943 le truppe tedesche occupano la zona. Ma anche i partigiani, dalla Savoia, arrivano al rifugio Torino dove ai primi di ottobre del 1944, con un audace colpo di mano, i Gebirgsjäger austriaci catturano e distruggono la guarnigione. Il rifugio Torino viene abbandonato alle tormente con porte e finestre spalancate; gli avamposti francesi si attestano al Col du Midi, rifugio del Requin e Hôtel du Montenvers per impedire alle pattuglie nemiche l’accesso alla Val d’Arve.
Nell’inverno del 1945 arriva lassú, al Torino, un capitano austriaco; è Singel, comandante della compagnia d’assalto della 5ª divisione di montagna. Ha con sé un piccolo distaccamento particolarmente addestrato per una azione che dovrebbe dare risonanza e dimostrare la decisione dell’esercito tedesco di tenere il fronte alpino. La notte del 7 febbraio una pattuglia attraversa la Combe Maudite, raggiunge il Col du Gros-Rognon e comunica con un razzo a Singel, in attesa sotto i Flambeux, che la via è libera: i francesi non tengono le quote alte.
Il 16 febbraio una pattuglia di partigiani comandata dal sergente Thévenet raggiunge il colle ovest de Toule e da lassú avvista una lunga colonna che dal Mont Fréty sale verso il Colle del Gigante; lo comunica subito al suo comandante. Viene dato l’allarme e con la teleferica diciannove eterogenei partigiani salgono al Col du Midi, dove c’è una baracca abbandonata dagli operai del cantiere.
Nella notte del 17 una vedetta annidata nella guglia che domina la capanna vede un razzo verde lanciato dal Rognon e crede anche di sentire delle voci. A gruppi di sei, armati di mitragliatore, i partigiani francesi escono nella notte, scrutano nel buio, evitano con cautela crepacci e rumori, ascoltano. Ma sembra che sulla montagna non ci sia nulla di vivo. Improvvise compaiono davanti delle ombre bianche, immobili; dopo, una raffica frantuma il silenzio, la montagna ripete gli echi; i partigiani riescono a evitare un accerchiamento che si manifesta inesorabile. Ha inizio un singolare e unico combattimento tra il Mont Blanc du Tacul, l’Aiguille du Midi, la Vallée Blanche e la Combe du Géant.
Il capitano Singel guida un gruppo all’attacco del Col du Midi: è da lassú che con due mortai dovrebbe bombardare Chamonix, ma una raffica che parte dall’alto del Tacul lo colpisce in pieno petto e Singel cade sul ghiacciaio.
Cosí finisce la battaglia sul fronte piú alto d’Europa, sulla grande montagna dove ora passano sicure le cabine delle funivie e cordate di alpinisti veri o di dilettanti vanno e vengono dalle vette agli alberghi.
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