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Stories by mario rigoni stern

la ricostruzione dell’altipiano di asiago (1919-1921)

italian

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Ai nostri padri e a tutti
quelli che con grande volontà
e amore diedero mano
a ricostruire l’Altipiano
distrutto dalla Grande Guerra.
Il primo gruppetto di civili raggiunse Asiago nel primo pomeriggio del 4 novembre 1918, il giorno dopo che era stato firmato l’armistizio. Erano partiti quella mattina da Zugliano e a guidarli era il maestro Andrea Pesavento Squinz che aveva combattuto ad Adua nel 1896, ma era troppo anziano per essere richiamato anche nella Grande Guerra. Con lui c’erano due dei suoi figli e Giovanni e Cristiano Carli Müller, ragazzi che disagi e lavoro avevano maturato in fretta. Erano tutti abitanti della contrada Ecchele, che allora era a metà strada tra il centro e la segheria dei Carisc.
Come tutti, il 16 maggio 1916 erano dovuti fuggire sotto il bombardamento e il conseguente incendio provocato dalla Strafexpedition. Loro, i Müller e gli Squinz, come altri del resto, non avevano voluto allontanarsi troppo dalle natie montagne e, in quella primavera, avevano deciso di fermarsi ai piedi del nostro Altipiano per essere piú vicini in uno sperato prossimo ritorno. E qui a Zugliano la notte di Natale del 1916, il prete don Titta Müller, che forse piú di ogni altro amava questa terra, morí di crepacuore guardando e ascoltando verso i luoghi dove da mesi, ormai, infuriavano le battaglie.
In quel giorno 4 novembre, a Granezza, i cinque avevano incontrato i compaesani Giovanni Stella Masein e Titta Scaggiari Borlon, militarizzati quali specialisti nelle condotte idriche, che dalla sottostante pianura salivano sull’Altipiano per attenuare la grande sete dei soldati. – State attenti, – avevano raccomandato i due, – ci sono posti di blocco e sentinelle. Nessun civile può andare dentro i paesi distrutti –. – Cammineremo per sentieri nascosti, – aveva risposto il maestro Andrea. E dopo averli salutati lasciarono la strada della Pria dell’Acqua e si inoltrarono per i boschi dello Sprunch.
Ma anche per i boschi piú discosti c’erano i segni della guerra: alberi stroncati o divelti, baracche, postazioni d’artiglieria con ancora i cannoni puntati verso la Val di Nos e la Val d’Assa, depositi di munizioni, camminamenti, trincee, reticolati. Tutti i soldati erano euforici e guardavano stupiti questo gruppetto di civili che, con la loro presenza, confermavano la fine della guerra. Ma nell’aria restava l’odore della tintura di iodio, di legno marcio, di gas prodotto dalle esplosioni, di merdai e di morte.
Fu guardando dall’alto della Luka verso la conca di Asiago che il maestro Andrea e i quattro ragazzi si resero conto di quanto era accaduto nei seicentottantaquattro giorni della loro lontananza. Il paese, le contrade erano solo cumuli di macerie; i prati, i seminativi, i pascoli erano sconvolti dai bombardamenti, bruciati dall’iprite, solcati da trincee e camminamenti, coperti di sassi e da grovigli di reticolati. E tra tutto questo restavano a centinaia, se non a migliaia, i corpi insepolti dei soldati. Il maestro Andrea venne preso da malore e svenne, e lacrime che non potevano esser trattenute scendevano sul volto dei ragazzi che cercavano di rianimarlo.
Questi furono i primi compaesani non militari a posare il piede sulle macerie dell’Altipiano. Nei giorni che vennero subito dopo, ancora qualcuno tentò di rivedere la casa, o meglio il luogo dove la sua casa esisteva. E come il centro di Asiago cosí erano tutti i paesi e le contrade dei Sette Comuni, da Rotzo a Foza. Un po’ meno distrutto appariva Enego.
Il 7 novembre giunsero a Gallio Angelo e Domenico Pesavento con Domenica Pertile e Giovanni Munari, un ragazzo di quindici anni. I carabinieri li avevano fermati a un posto di blocco poco prima del paese, ma per sentieri che ben conoscevano riuscirono a entrare tra le case che non c’erano piú. Il pianto accompagnò i loro passi tra rovine e morti abbandonati.
Il 17 dello stesso mese di novembre il parroco di Gallio, don Francesco Caron, ancora convalescente per la febbre spagnola, parte da Albettone e per la Val Frenzela, tutta ingombra di materiale bellico, risale quel versante: non ritrova piú niente della sua parrocchia e, fermo in piedi su quello che era stato il sagrato, dà sfogo al suo dolore.
Il 13 dicembre don Andrea Grandotto, nativo di Foza e parroco di Cesuna, già ingiustamente imprigionato e poi confinato nel sud dell’Italia come spione austriacante solo perché pacifista e critico nei confronti di chi voleva la guerra, fornito di un permesso speciale rilasciato dall’autorità militare, riesce a ritornare «… al paesello oggetto delle sue diuturne cure spirituali». Con il trenino a cremagliera arriva sino a Campiello, tra la curiosità dei soldati passa «… tra cataste enormi di oggetti bellici e granate di tutti i calibri» e dall’alto del Panocio ecco comparirgli l’Altipiano: «… Quale spettacolo! Non piú un campanile, non piú una chiesa, i paesi presentano qualche mozzicone di muratura, contrade e case disperse, da noi nemmeno l’ubicazione, terreni tutti convulsionati…» «Dov’è l’antica loro gaiezza? Dove il popolo cimbro cosí sobrio e allegro? Che mutamento! Ti trovi nel pieno dominio del silenzio e della morte!» (dal Diario di un prete internato).
Malgrado ciò, sporadicamente e di nascosto, eludendo la sorveglianza militare, qualche nucleo famigliare tenta di insediarsi tra le rovine delle contrade piú discoste, cercando faticosamente di iniziare la ricostruzione di quelle case che la guerra aveva distrutto, usando attrezzi e materiali che la guerra aveva lasciato sul posto.
Ci risulta che l’inverno del 1918-1919 non fu molto freddo, né oltre la media nevoso. Il silenzio degli uomini e della natura era sceso sulle macerie e nei boschi distrutti; i corvi e le cornacchie di giorno e le volpi di notte erano la presenza piú attiva; i soldati, i prigionieri e i rari profughi che vivevano nascosti e clandestini nelle contrade o tra ruderi isolati aspettavano la primavera. E fu con essa che la vita lentamente riprese.
A Padova, intanto, nel marzo 1919 esce il primo numero di un quindicinale che ha come titolo «Il Risorgimento» e come sottotitolo «Organo dell’Unione Profughi Sette Comuni - Valdastico e Brenta». A dirigerlo e amministrarlo è don Giuseppe Rebeschini, nativo di Roana e direttore dell’Ufficio Emigranti della diocesi di Padova. Suoi stretti collaboratori sono due studenti universitari, Angelo e Giuseppe Costa di Asiago, che si firmeranno Ancos e Pino. La sede di questa Unione Profughi è nell’ex Teatro Concordi di Padova; il giornale costerà quindici centesimi.
Il periodico, quattro pagine senza alcuna pubblicità commerciale, almeno nel primo anno di vita, diventa un legame affettivo tra tutti i profughi dell’Altipiano, della Valdastico e della Val Brenta. Ma è anche utilissimo notiziario per tutto quanto concernerà la ricostruzione. Subito, ancora nel primo numero, nell’editoriale don Rebeschini scrive:
[…] Consci della gravità dei problemi che si affacciano, noi faremo tutto il possibile per ridare a queste popolazioni la vita economica, civile e religiosa, richiamando l’attenzione e l’azione del Governo, degli Enti Pubblici a loro favore, e ciò in nome non solo dell’umanità ma anche e principalmente nel nome della giustizia. Giustizia! È questa la parola che racchiude tutte le aspirazioni dei profughi ed è questa la parola del periodico che nasce. In nome di essa chiediamo la restaurazione delle loro terre, delle loro case, dei loro paesi e ciò quanto prima perché con la fine della guerra tutti vanno riprendendo la vita normale, e non è giusto che abbia a prolungarsi anche d’un solo momento piú del necessario la già troppo lunga agonia di questi infelici.
E ancora:
[…] La burocrazia se è dannosa in tempi normali perché inceppa, coarta l’attuazione d’urgenti problemi, è dannosissima di fronte al problema dei profughi e della ricostruzione dei loro paesi poiché non farebbe che ritardare, e ritardando provocare la esasperazione e la delusione piú amare. Il decentramento, quindi, l’autonomia e l’unità d’indirizzo, cose tutte che si oppongono alla burocrazia statale, vanno propugnate fortemente e instancabilmente.
Ma oltre alla ricostruzione materiale il giornale dei profughi si propone anche di non far disperdere il patrimonio culturale che la guerra aveva frantumato:
[…] il giornale, quindi, mentre non trascurerà la difesa al diritto dell’assetto economico, gli interessi materiali del popolo, si farà in dovere di raccogliere dati statistici, episodi, ricordi di avvenimenti importanti svoltisi nei paesi, che altrimenti con il volger del tempo andrebbero irrimediabilmente distrutti. L’uomo vive di memorie e ogni lembo della terra distrutta, se ha in sé tanta forza d’attrazione, malgrado le rovine, l’ha perché raccoglie in sé i ricordi d’una vita vissuta sia individuale sia collettiva.
Nello stesso primo numero del «Risorgimento» Ettore Luca del 6° alpini, battaglione Bassano, cosí si firma, rivolge un accorato invito di unione tra tutti i profughi per far sentire la loro voce: «… È un diritto perché doppi sono i meriti che noi abbiamo portato sull’altare della Patria: l’olocausto dei nostri figli e dei nostri fratelli e le innumerevoli peripezie di un esodo tristissimo dal suolo natale».
Ma sono le cose pratiche, le cose di tutti i giorni che i profughi dell’Altipiano devono affrontare che piú ci rendono l’immagine di quei primi mesi del 1919: le procedure che devono fare per i pur miseri sussidi che certe amministrazioni non volevano piú pagare perché la guerra era terminata (variavano da ottanta centesimi a lire due al giorno per persona a seconda dell’età, aumentabile a lire due e mezza per i vecchi e i bisognosi di cure speciali); le brande, i materassi e una coperta che avrebbero dovuto avere e che invece giacciono nei magazzini militari; il passaporto famigliare per il rientro, e sul quale devono pagare la tassa di bollo (!); le medicine che anche i nullatenenti devono pagare; le code che gli ammalati di febbre spagnola devono fare davanti agli uffici per riscuotere il sussidio di lire tre giornaliere che pure qualche municipio del comune dove si erano rifugiati, si rifiuta di pagare. Ma quelli che sono ancora in forze chiedono patate da seme, chiedono quadrupedi da lavoro, chiedono di usare gli attrezzi abbandonati sui campi di battaglia e nelle retrovie: utensili da falegname, da fabbro, da mascalcia, oggetti che potrebbero venir buoni per la casa; e ancora mobili rustici, grano, avena, coperte, baracche: tutta roba abbandonata dagli eserciti, e lasciata a deperire sotto la neve del primo inverno di pace, che è reato raccogliere e usare.
Per il giorno 2 marzo l’Unione Profughi indice un raduno per le 10 a Dueville e per le 17 a Vicenza, con questo ordine del giorno: 1) Cooperative di consumo tra profughi; 2) Cucine economiche e magazzini cooperativi; 3) Società per acquisti collettivi; 4) Liquidazione dei danni di guerra. A Dueville la sala maggiore delle scuole comunali non riesce a contenere tutti i profughi che, nei paesi della pianura ai piedi dell’Altipiano, si erano passata la parola. Dopo due ore di discussioni e di interventi, l’assemblea vota un ordine del giorno in cui si chiede: 1) che quanto prima venga pubblicato e reso esecutivo con relativo regolamento il decreto sui danni di guerra; 2) che i danni stessi siano quanto prima liquidati, anticipando una polizza di credito, o denaro; 3) si respinge l’assegnazione di baracche non provvisorie da assegnarsi alle famiglie in quanto ritenute non igieniche e dannose alla moralità; 4) si chiede la costituzione di cantieri comunali o consorziali, cooperative di lavoro nei singoli paesi, ed inoltre cucine economiche e spacci di viveri per evitare le speculazioni.
La sala dell’Ufficio del Lavoro, in via Porti a Vicenza, non riesce a contenere le centinaia di profughi che intervengono all’assemblea pomeridiana. Anche qui, dopo le relazioni del tenente colonnello Lino Carrara, che dal maggio 1916 era stato nominato commissario dei comuni di Asiago e Roana (e che subito aveva capito e preso a cuore i gravi problemi dei profughi e della ricostruzione), di don Rebeschini, di Giuseppe Costa di Asiago e Angelo Lorenzi di San Pietro Valdastico, prendono la parola i profughi. Si discute, si vota. Si delibera di ampliare la commissione votata nella mattinata a Dueville: «… L’adunanza durò tre ore lasciando in tutti la migliore impressione come quella che segnò le basi di un lavoro pratico, fecondo per il bene delle nostre terre desolate».
Ma intanto dalle terre desolate arrivano notizie tristi: le case abbandonate e non ancora completamente distrutte vengono saccheggiate, «dalle lacrimate macerie» vengono scavati e rubati i pochi oggetti sfuggiti ai precedenti saccheggi dei soldati; le grandi travature del duomo di Asiago, ancora servibili e provenienti dagli alberi piú maestosi dei nostri boschi, vengono segate e usate come legna da bruciare; vengono infranti stipiti e pilastri di pietra lavorata che ancora potrebbero essere messi in opera.
Allora, ad abitare l’Altipiano erano per lo piú soldati inquadrati in attesa del sospirato congedo, prigionieri di guerra che erano ancora trattenuti perché nei loro lontani paesi d’origine si moriva di fame e di febbre spagnola, al punto che i loro governi avevano pregato il nostro di ritardarne il rimpatrio. Tutti costoro avevano vissuto il trascorso inverno tra le macerie, ricoverati in baracche o anche in tende.
Con l’inizio della buona stagione qualche nucleo di profughi risale i monti; ma per usare la ferrovia a cremagliera Rocchette-Asiago è necessario un permesso che rilasciano solo le autorità militari. Il trenino ferma ancora a Campiello in quanto il tratto successivo non è riattato. Antonio Spiller da Cesuna è un giovanissimo soldato di leva che riesce ad avere un permesso per rivedere la sua casa. Per un giorno ritorna a Cesuna con la madre «… che macello, tutto rotto. C’erano anche dei morti per le strade e nei boschi…»
Il 6 marzo don Guido Mazzocco, che alla morte del vecchio e venerando arciprete Domenico Bortoli, avvenuta la vigilia di Natale del 1917, era stato designato vicario economo della dispersa parrocchia di Asiago, dopo aver superato l’esame canonico viene nominato arciprete della parrocchia di San Matteo Apostolo. Ma per avere la pienezza della conferma, in forza del diritto di patronato dei cittadini di Asiago, deve avere i voti dei capifamiglia. Dopo accordi con la Prefettura di Vicenza e con il vescovo di Padova monsignor Pellizzo, soltanto il 13 luglio successivo si potranno allestire sezioni di voto ad Asiago, a Varese e a Vicenza. Ad Asiago votano centocinquanta capifamiglia ed è questo l’unico dato certo che ci consente di avere almeno un’idea di quanti nuclei famigliari erano ritornati a quella data.
Il 7 aprile l’arciprete di Gallio celebra la messa per la sua parrocchia in una baracca che adibisce a chiesa; e da altre baracche, da tetti provvisori tra le macerie, escono ad assistervi pochi parrocchiani emaciati, qualche gruppo di operai militarizzati, qualche soldato.
Il 9 aprile l’onorevole Fradeletto, ministro delle Terre Liberate, accompagnato dal prefetto Grignolo, dall’onorevole Roi, dall’avvocato Galla e dal generale Maglietta, visita Asiago, Gallio, Foza, Canove, Treschè-Conca per «prendere visione diretta dello stato miserando di quelle regioni».
La cooperativa operaia Sette Comuni - Valdastico, ai primi di maggio, trasferisce la sua sede da via Porti di Vicenza a Roana; anche l’impresa Gio Cristiano Rigoni e C. di Asiago apre i suoi uffici in una baracca di via Alessandro Rossi. Ora, ai reparti del genio militare e alle compagnie degli operai militarizzati, si aggiungono le imprese locali come quella dei Fratelli Stella, di Modesto Carli.
Anche a Roana, il 1° giugno, tra le rovine e in mezzo alla piazza di Santa Giustina, il parroco don Cavalli e don Rebeschini, il paladino dei profughi, possono celebrare la messa per i compaesani che incominciano a ritornare sulla riva destra della Val d’Assa.
Intanto, nei primi mesi di quella primavera, si lavora per ripristinare la ferrovia fino ad Asiago e per riportare la corrente elettrica. Il generale Maglietta, che ha assunto il comando del genio militare per i lavori sull’Altipiano, prende contatto con le rappresentanze dei profughi e i commissari per concordare la priorità dei lavori che, nell’aspettativa di tutti, procedono troppo a rilento.
Il 15 maggio l’Unione organizza un grande comizio di tutti i profughi dell’Altipiano tra le rovine del centro di Asiago. Nel programma dovrebbe essere una pubblica discussione di tutti i problemi inerenti la ricostruzione, ma il tenente Lombardi dei RR.CC., che ha avuto ordini superiori, vieta ogni discorso pubblico e a parlare agli ottocento profughi, convenuti dai paesi e dalle contrade intorno, sarà solamente il vescovo di Padova monsignor Pellizzo. I profughi volevano chiedere a gran voce il sollecito ripristino della ferrovia fino ad Asiago, il rientro degli uffici comunali, il rastrellamento dei proiettili dai terreni coltivabili, lo sgombero dei proiettili e delle macerie dalle vie dei paesi, la non occupazione dei terreni privati per costruire baracche o quanto meno la non occupazione dei terreni coltivabili da parte di gente estranea, di fornire i comuni di aratri e muli per non perdere del tutto un possibile raccolto per il 1919, baracche provvisorie per i contadini dove è possibile l’utilizzazione agricola; precedenza nell’assunzione della mano d’opera agli operai locali; che si dia mano a ricostruire subito i paesi e accelerare la procedura per il risarcimento dei danni di guerra; che il sussidio giornaliero ai profughi sia concesso fino a che non siano rese abitabili le case; che sia eliminata ogni forma di abuso nelle concessioni di licenze, baracche, esercizi ad estranei. Ma di tutto questo non è stato possibile parlare: fu solo un primo ritrovarsi assieme sulla terra dei padri dopo che su di essa era passata la furia della guerra.
Ormai, per gli esuli, quel «lassú» diventa lentamente «quassú». Il 22 maggio, dopo tre anni, due impiegati del comune di Asiago, GioBatta Pesavento e Cipriano Frigo, quali designati dall’Amministrazione, ritornano per il disbrigo degli affari correnti. Non hanno casa, non hanno ufficio, non suppellettili dove dormire o dove mangiare: si devono arrangiare in una baracca con due brande, un tavolo di assi grezze e qualche pasto lo vanno a prendere nelle baracche-mensa degli operai militarizzati. Intanto a Roma, in quello stesso mese di maggio 1919, con decreto ministeriale si stabilisce che con effetto dal 1° gennaio 1921 (!) saranno ripristinate su tutto l’Altipiano le imposte sui redditi dei terreni, fabbricati e ricchezza mobile. Il 14 giugno il colonnello Carrara invita a Vicenza i commissari prefettizi, autorità provinciali e rappresentanti dei profughi, proponendo di costituire consorzi comunali al fine di avere la forza per accedere ai mutui con gli istituti di credito, ma piú ancora per rilevare e trattare poi le liquidazioni dei danni di guerra con l’Intendenza di Finanza.
Eppure, con tutte le cose che bisogna incominciare a fare, con tutti i campi di battaglia da bonificare per rendere i terreni coltivabili, con tanti cadaveri ancora da seppellire, con lo scaricarsi o caricarsi di competenze, avvengono anche conflitti, ripicche, polemiche. Da una parte si preme per riportare gli uffici comunali e statali, dall’altra per dare precedenza alla ricostruzione delle chiese, delle scuole, degli ambulatori medici. Echi di questi conflitti li ritroviamo sulla stampa del tempo; ma anche gli scontri politici di quei particolari anni del dopoguerra trovano cassa di risonanza nel ricostruendo Altipiano. Gli echi della Rivoluzione russa arrivano tra le centurie di operai che organizzano manifestazioni, scioperi e alzano bandiere rosse sopra le impalcature. Dall’altra parte, con i primi rientri a seguito dei congedi dell’esercito, riprende vita il Partito Popolare di don Sturzo, ma anche trovano terreno le prime organizzazioni fasciste.
In quel tempo il vescovo di Padova, diocesi da cui dipende l’Altipiano, invita tutti i parroci a ritornare alle loro sedi, anche se canoniche e chiese sono pur sempre nelle baracche. A servire tutto il Mandamento viene aperto ad Asiago l’ufficio postale; ma ancora non viene dato il permesso per riaprire la rivendita di sale, fiammiferi e tabacchi, e chi vuole rifornirsi deve scendere a Thiene o a Bassano.
La guerra, intanto, continua a mietere le sue vittime. A volte è un bambino che gioca con un residuato, a volte un contadino che falcia il prato, come Stefani Antonio Mash di Asiago che lascia nove figli. E da Roana a Castelletto di Rotzo non c’è ancora un medico. Qualche giorno manca anche il pane; e quell’autocorriera militare che faceva servizio da Vicenza a Roana per Arsiero viene soppressa.
Nell’estate, finalmente, incomincia a funzionare qualcosa: la posta, i servizi di comunicazione tra Marostica e Asiago, tra Thiene e Asiago, la cremagliera Rocchette-Asiago. Ma gli altri comuni rimangono isolati, e vengono raggiunti a piedi attraverso strade che ancora conservano i mascheramenti di guerra.
Anche Carlo Rosselli si trova in quel tempo a prestare servizio militare sull’Altipiano e il 14 agosto scrive alla madre, da San Giacomo di Lusiana: «… Questo Comando ha sotto di sé migliaia di prigionieri (cinquantacinque reparti), tutti addetti al recupero di materiale bellico. Come sai sono sull’Altipiano dei Sette Comuni. Per venire qui ho fatto quattro ore di camion…»
Dopo pochi giorni Carlo Rosselli viene trasferito ad Asiago e il giorno 27 scrive ancora alla madre: «… Ora siamo sistemati in una baracca abbastanza buona dove abbiamo ciascuno una stanza di metri tre per due. Però è due giorni che piove e questo rende molto triste il paesaggio; volere o volare a San Giacomo la sera la passavamo bene con le numerose signorine organizzando feste e scherzi. Qui l’unica cosa da fare è guardarsi l’uno l’altro alla luce di una candelina…»
Ma subito dopo parla di giornali che sempre aspetta e che legge con interesse, di problemi e orari di lavoro: «Pensa che qui ad Asiago gli operai vanno a lavorare alle otto del mattino e sono in maggioranza arrabbiati per non poter lavorare di piú. Ragion per cui molti prendono il lavoro a cottimo anziché a ore. Il lavoro principale che viene fatto qui è quello di coprire, coprire e coprire; il concetto informatore infatti è giusto perché cosí gli operai possono lavorare anche l’inverno. Ad ogni modo il paese è ancora quasi completamente a terra e si marcia tra le rovine. L’unica cosa magnifica è la rete stradale».
Ma se Carlo Rosselli, sottotenente di fanteria in servizio sull’Altipiano scrive cosí, c’è anche chi sul «Risorgimento» si lamenta dei lavori che vanno a rilento e il 15 agosto scrive: «… Qui fa stizza grande ai terrazzani il vedersi talora posposti ai forestieri, operai, cantinieri ecc. che vengono quassú a mettersi in carne sullo scheletro dei nostri paesi. Quali diritti hanno essi di precedenza cosí nell’assunzione di lavori, come nell’assegno di baracche e comunque nella cessione di lavori?»
Tra intralci burocratici e programmi di ricostruire in fretta i paesi, di bonificare i terreni per riprendere i lavori agricoli, di recuperare dai boschi il legname che giace preda degli insetti xilofagi improvvisamente esplosi, di riprendere gli alpeggi, i profughi che sono ancora sparsi per l’Italia fremono impazienti per il ritorno. E quelli che son coraggiosamente ritornati cercano invece, in qualche modo, di sopravvivere ai disagi della triste contingenza. Se le baracche non vengono assegnate, vanno per le montagne dove c’erano le immediate retrovie austroungariche a recuperare baracche, tavolame e lamiere per costruirsi un primo ricovero provvisorio accanto alle macerie della propria casa; cercano qualche ruota, magari di cannone abbandonato, per costruirsi un carretto per trasportare il materiale da costruzione; chiedono di comperare un mulo dal regio esercito che sta smobilitando.
Ma prendere la roba abbandonata dalla guerra è grave reato di furto nei confronti dello Stato, e la sezione mobilitata della legione territoriale dei reali carabinieri di Palermo, che svolge servizio d’ordine sull’Altipiano, ha il suo daffare per arrestare, verbalizzare denunce all’autorità giudiziaria quanti profughi, operai, soldati e militarizzati si impossessano di qualsivoglia materiale o armi abbandonate e reperibili ovunque. E avvengono scontri, liti, sparatorie, incendi. Vengono arrestati profughi che dal magazzino-recuperi di Gallio rubano una ruota e un asse di carro; e un uomo di Mezzaselva viene sorpreso ad asportare da una baracca austriaca sul monte Zivelo qualche tavola per riparare la sua baracca. Dice il verbale: «… il legname da lui asportato serviva per riattare la sua baracca incendiatagli poco fa e lo aveva tolto in località Civillo da una baracca austriaca abbandonata». Il perito dichiara che il danno cagionato è di trenta lire; alle informazioni che il giudice chiede al commissario, questi risponde: «… bracciante coniugato senza prole – nullatenente – licenza di scuola elementare – fama buona – condotta ottima – carattere leale».
In questa frenesia di lavori, di contrasti, di arresti, di manifestazioni c’è anche penuria di viveri: e chi ha le concessioni di rivendite di generi alimentari ne approfitta. Il commissario impone i calmieri, ma chi vuole zucchero lo deve pagare quindici lire anziché cinque e settanta, la carne di pecora lire dieci invece di lire otto al chilo, e cosí per gli altri generi. Certe guardie di finanza hanno persino una distilleria clandestina di grappa, ma viene arrestato un giovane di Asiago perché ha infisso senza autorizzazione un manifesto dove si invitavano i coscritti a una festa prima della visita militare. Un ragazzo di dieci anni viene ucciso da un ordigno che aveva raccolto per gioco; un soldato di guardia spara e uccide un prigioniero bosniaco con il quale aveva altercato.
Tra leggi, decreti e circolari che il governo e il ministero delle Terre Liberate mandano ai prefetti, ai generali, ai commissari, finalmente la macchina della ricostruzione si mette in moto; ma piú per merito di chi sta alla periferia e di alcune singole persone che prendono a cuore i problemi non certo piccoli che si trovano a dover affrontare giorno per giorno. Il commissario tenente colonnello Lino Carrara è tra questi ultimi; non è un militare di professione ma un professionista bolognese richiamato, che ancora nel 1916, al momento dell’esodo, era stato nominato responsabile per i comuni di Asiago e Roana. È un uomo profondamente aperto e onesto, lavora «sul campo» in una baracca, a diretto contatto con i profughi, con gli operai militarizzati, con le imprese che appaltano i lavori, con i molti reparti militari addetti alla bonifica dei terreni e alla raccolta delle salme, alla sorveglianza e al lavoro dei prigionieri. Viaggia da Asiago a Roana, a Vicenza, a Noventa Vicentina, dove ha ancora sede il comune di Asiago e a Poiana Maggiore, dove ha ancora sede il comune di Roana. E non piú lentamente, ora, l’Altipiano si avvia alla rinascita.
Il commissario Carrara non è andato a cercare urbanisti o architetti di chiara fama. Non c’era il tempo per fare bandi di concorso e di nominare commissioni: aveva dato appena possibile all’ingegner Girolamo Girardi l’incarico di approntare per il capoluogo un piano regolatore e di provvedere all’impianto di un ufficio tecnico in una baracca tra le rovine di Asiago, cosí come a Gallio e a Foza. Girardi era tecnico di indiscusso valore e di grande probità, aveva sposato una Colpi, e sull’Altipiano era di casa. Si mise al lavoro senza risparmiarsi e con orgoglioso impegno, e nel suo ufficio di Bassano, con la collaborazione di Armando Lazzeri, un toscano che aveva fatto l’assistente tecnico ai lavori per la costruzione di strade militari e di fortificazione sull’Altipiano e che poi venne richiamato come capitano del genio militare, stende tre tipi di piano regolatore con diversi orientamenti di strade e piazze. Di questi, in accordo con il Carrara e con i profughi maggiorenti, verrà scelto uno da tradursi in definitivo e particolareggiato. Questo fu possibile in base alla legge sul risarcimento danni di guerra, che ammetteva la ricostruzione con criteri di miglioramento dei centri di una certa importanza totalmente distrutti.
Nelle baracche dove operano gli uffici tecnici dei comuni si raccolgono, intanto, gli accertamenti dei fabbricati distrutti, sia delle pubbliche amministrazioni che dei privati. Accanto a questi l’ingegner Girardi aveva impiantato un ufficio privato per raccogliere e documentare con relazioni tecniche le denunce per i danni di guerra da presentare per il risarcimento all’Intendenza di Finanza di Vicenza. Ad Asiago quest’ufficio era affidato a Giosuè Pesavento, un giovane asiaghese che da profugo aveva lavorato per tre anni alla direzione del genio militare di Torino. Al Pesavento, sempre per incarico del Girardi, si era affiancato il Lazzeri con il compito di controllare la scrupolosa precisione delle denunce: aree, volumi, condizioni dei fabbricati prima della distruzione, al fine che i tecnici degli uffici statali non avessero a trovare contestazioni nei riscontri, e quindi rilenti nella conclusione dei concordati e, infine, alla rapida ricostruzione. Questo ufficio, come rimborso spese, chiedeva solamente l’uno per cento sui danni, valore anteguerra.
A Vicenza il tenente generale del genio Pollari Maglietta, ora capo dell’Ispettorato tecnico delle Direzioni militari di lavoro delle Province Liberate e Redente, prende a cuore la rinascita dei nostri paesi e ad Asiago distacca un suo ufficio provvisorio. Con i reparti alle sue dipendenze ordina e fa eseguire la riparazione dei fabbricati periferici non completamente distrutti: cascine rurali, qualche fattoria di proprietà comunale, qualche albergo, persino, per alloggiare tecnici e funzionari. Provvede anche a far costruire baracche in laterizi e legno per meglio alloggiare profughi e operai.
Ma si sa: alle volte i militari fanno i lavori tipo «naia», e quando il Lazzeri si accorge che si accingono a coprire la cupola del duomo con lamiere zincate di recupero e che le catene che legano le capriate del tetto invece di essere continue sono a segmenti in qualche modo collegati, si presenta dal generale Maglietta, e a nome del comune di Asiago fa decise rimostranze. E cosí la cupola viene ricoperta con lamine di rame e si trovano le catene di un unico pezzo per le capriate. Il Lazzeri riesce pure a far modificare il progetto per le Scuole elementari, che l’impresa di Modesto Carli Duri porterà a termine con ottimo lavoro.
Quando in quell’anno incominciò la smobilitazione delle classi richiamate, l’Ufficio dell’Ispettorato tecnico delle Direzioni militari venne assorbito dal Commissariato per le Terre Liberate di Treviso, che portò a termine i lavori del genio; tra questi il duomo, il fabbricato di via Cinque già destinato a ospedale e ora usato per gli Uffici postali, comunali, del consorzio dei Sette Comuni, le scuole elementari; l’asilo dove aveva sede provvisoria la chiesa parrocchiale.
Mentre si cercava di eseguire queste opere di prima necessità, c’era anche chi non si riteneva soddisfatto e sul battagliero «Risorgimento», a firma di Pino, si leggono critiche spietate verso onorevoli, autorità romane e provinciali:
[…] è davvero un mostruoso delitto che i Sette Comuni, i primi sacrificati in Italia, oggi siano ignominiosamente dimenticati. Ma si finisca di abbindolare, di turlupinare i malnati profughi dell’Altipiano! È inconcepibile che nessuna delle autorità si muova ancora. Siamo nel cuore di giugno; e nei Sette Comuni si è fatto un bel zero! Ma che significa Autorità? pezzi di legno? immobilità? marmi? mummie? Vuol dire peggio: nullità!
In contrapposto all’Unione Profughi di matrice cattolica e padovana, nascono in quel tempo anche i Comitati d’Azione di matrice laica e vicentina tra i profughi e i danneggiati dell’Alto Vicentino. A presidente di questi Comitati troviamo l’avvocato Raffaello Stratta, a segretario l’avvocato Olinto Vigna, consiglieri e forse presidenti dei vari Comitati comunali, l’avvocato Romano Lorenzi, il cavalier Cristiano Pesavento, Giovanni Frigo Milo, Amedeo Cunico, Pietro Benetti, il dottor Largaioli di Velo d’Astico e Luigi Gasperini di Arsiero.
Per la prima domenica di giugno questi Comitati avevano organizzato ad Asiago una riunione di tutti i profughi dell’Altipiano. E vi convennero tutti coloro che erano ritornati, camminando tra le distruzioni della guerra. In silenzio e ordinati aspettavano le relazioni e i programmi: ma un ordine del prefetto di Vicenza, giunto quella stessa mattina al Comando della tenenza dei RR.CC., proibiva la manifestazione. Solo nel pomeriggio il tenente Lombardi, di propria iniziativa, permise all’avvocato Stratta di tenere una «conferenza all’aperto», proibendo a tutti gli altri di prendere la parola. La riunione si sciolse in ordine, senza alcun incidente, e Stratta scrisse sui giornali una «lettera aperta» al prefetto:
[…] il senso pratico del tenente dei carabinieri di Asiago – che vivendo sul luogo ha chiara visione delle necessità del momento – ha solo concesso a me di tenere nel pomeriggio una conferenza ai rimasti, che pure erano ancora numerosissimi e diedero esempio di ordine e di coscienza civile. E mentre la sua proibizione dell’ultimo momento avrebbe potuto provocare manifestazioni ostili, perché non si offende cosí un popolo con l’impedirgli di manifestare la sua volontà sulle rovine delle case distrutte, io ho fatto opera di pacificazione col mio discorso, come l’ò sempre fatta in tutte le riunioni. Ma, signor Prefetto, intendiamoci chiaro. Nei limiti della legge i profughi e i danneggiati di guerra esigono il piú alto rispetto della loro libertà di organizzazione […].
Intanto in quei giorni la sede del comune di Asiago da Noventa Vicentina, dove era dal maggio 1916, si trasferisce a Vicenza, in una scuola di Borgo Riale. Anche il comune di Roana da Poiana Maggiore si trasferisce a Vicenza.
Nell’estate di quel 1919, nella confusione operosa di genio militare e genio civile, autorità militari, cooperative, imprese, appalti, bonifiche di residuati bellici e seppellimento di salme di caduti, incontriamo reparti di prigionieri di guerra, reduci allo sbando, avventurieri, uomini di parte, operai che aspettano la rivoluzione, sindacalisti, prostitute, parroci. Il colonnello Carrara, che mantiene chiare le sue idee, pensa di proporre ai maggiorenti di Asiago – alcuni già nelle baracche, altri ancora in pianura in attesa – di costituire dei consorzi comunali per la riedificazione dei paesi distrutti; una organizzazione pratica che operi oltre i campi dell’Unione Profughi di don Rebeschini e i Comitati d’Azione dell’avvocato Stratta. Indice una riunione a Vicenza, dove invita tutti i commissari prefettizi dei comuni, autorità e politici provinciali, i rappresentanti dei profughi. E subito per primo viene formato un Comitato Promotore per Asiago, composto dal Carrara stesso, dall’avvocato Attilio Colpi, da Amedeo Cunico e altri. Il 28 dello stesso mese il consorzio comunale di Asiago prende sostanza e forma, sarà il primo e farà da modello a tutti gli altri che seguiranno poi, fino a che il ministro per le Terre Liberate, Raineri, li confermerà con decreto nel 1920 e diventeranno enti giuridici.
L’ufficio che Girardi e Lazzeri avevano impiantato ad Asiago per istruire le denunce per danni di guerra, diventa l’ufficio del consorzio Ricostruzione tra Danneggiati. Attilio Colpi ne diviene il presidente, il Lazzeri direttore tecnico, Giosuè Pesavento segretario; tra i consociati si stabilisce un contributo minimo a titolo di rimborso spese. I profughi che ritornano sempre piú numerosi trovano in questa Baracca 17 assistenza tecnica ai tanti problemi che devono affrontare (estratti di mappa, certificati catastali, stima dei danni, relazioni, progetti, concordati, eventuali ricorsi). Ma entra in funzione anche un ufficio tecnico per la stima dei danni ai terreni agricoli e ai boschi. Il Consiglio d’amministrazione del consorzio di Asiago viene eletto con questi rappresentanti: Attilio Colpi presidente, Lino Carrara, Romano Lorenzi, Giovanni Vellar, Stefano Pesavento, Mario Cavazzani, Amedeo Cunico, Giovanni B. Rigoni, Cristiano Rigoni, Luigi Paganin, Giovanni Stefani, Pietro Benetti, Domenico Rigoni, Matteo Rigoni, Cristiano Pesavento. Sono nomi da ricordare.
L’esempio di Asiago viene seguito da Roana, Gallio e Foza dove tra luglio e agosto i rispettivi consorzi aprono i loro uffici. Decisamente si sta preparando la ricostruzione dell’Altipiano, ma ancora si legge sul «Risorgimento» del 10 luglio 1919:
È piú che necessario che sugli Altipiani si rimuovano e si seppelliscano avanzi di cadaveri e carogne in putredine (è chiaro?) che a tutt’oggi appestano i luoghi contermini, l’aria e le vene d’acqua. È piú che necessario che apposite squadre organizzate e numerose, contro le morti, le mutilazioni e i ferimenti continui, specialmente sull’Altipiano, percorrano con itinerario prefisso durante l’estate tutte le varie zone dell’Altipiano per la ricerca e la raccolta degli esplosivi disseminati.
Il battagliero foglio quindicinale di don Rebeschini denuncia, stimola, critica forse qualche volta spinto da troppo fervore clericale, e si arriva al punto che «Il popolo d’Italia», il giornale di Mussolini, in una relazione sulla situazione dei Sette Comuni per lo piú ricavata dallo stesso «Risorgimento», taccia don Giovanni Rebeschini di sovversivismo.
Nel mese di settembre il ministro Nava fa una veloce visita sull’Altipiano; ma ad Asiago non ha tempo di fermarsi a parlare con i profughi: uno sguardo alle macerie, poche parole con le autorità provinciali e militari che lo accompagnano. «Un umilissimo contadino», cosí si firma in una lettera aperta, scrive al ministro:
Io vi avrei dichiarato che in Asiago vi sono dei vampiri che succhiano il sangue alla nazione. 2) Che gli operai svezzano, dí e notte, con l’alcol e i narcotici; mentre le cantine ordinano in pianura quantità incredibili di assenzio e di rhum: non v’è una disposizione che restringa almeno tanto abuso e il grave danno che deriva all’operaio? 3) In Asiago si parla di clandestini giuochi d’azzardo, sembra che proprio qui non si riconoscano le rigorose ordinanze esistenti sull’abolizione delle bische. 4) Vi sono molti che presentarono domanda per la concessione di una baracca; le loro pratiche giacquero tre mesi; in ultimo gli ultimi venuti con lo sborso di centinaia di lire ebbero la loro baracca. Queste somme sono come i 30 denari di Giuda che si carpiscono agl’infelici profughi. Tempo fa un povero operaio uscito dall’ospedale, per aver presto una baracca, dovette privarsi di una grossa somma; e una povera vedova, dopo averne ottenuta finalmente una, si accorse di aver speso, in unzioni, 600 lire. 5) Esistono località circonvicine ancora pericolose per i proiettili; ad esempio ne furono trovate delle buche piene vicino alla stazione; un ragazzo, giorni or sono, veniva ferito da una bombarda vicino all’albergo Al Mondo: la popolazione domanda se a nessuno tocca l’ufficio del rastrellamento. 6) Vi sono esercizi pubblici che stanno aperti oltre la mezzanotte; e si prolungano chiassi e balli nelle baracche. 7) Si chiede inoltre se non potrebbe esser fatta pulizia di tanto elemento umano che contamina Asiago. Una nostra ragazza non potrebbe passare per certe strade del centro. E, a che girano certe allegre automobili attraverso il paese? 8) Un ultimo reclamo: i posti a sedere nella corriera automobilistica sono 24; perché essi devono servire quasi tutti i giorni per un numero doppio di viaggiatori?
Se cosí è nel centro dell’Altipiano, non molto diverse sono le cose negli altri comuni. A Roana scarseggia l’acqua e i ritornati vivono tra gli stenti; il latte si paga una lira al litro mentre nelle città di pianura costa sessanta centesimi; manca il pane perché i forni non sono stati ricostruiti. A Rotzo i reduci si riuniscono in una Società Smobilitati e chiedono che anche nel loro comune venga aperto un ufficio per l’istruzione gratuita delle domande di risarcimento. Gli agricoltori, i cui terreni sono quelli che sull’Altipiano piú si prestano alla coltivazione dei cereali e delle patate, chiedono sementi per poter effettuare le semine autunnali. Intanto stanno ripulendo i campi dalle scorie della guerra prima ancora di ricostruire le case. Ai comuni dell’Altipiano, da parte del ministero delle Terre Liberate, vengono assegnate venticinque (sic!) pecore.
Enego, il meno distrutto, in quell’anno 1919 è il primo a dare segni di rinascita: si lavora a riparare le case, già funzionano due alberghi: il Sette Teste e il Tre Pini; prima dell’inverno si riuscirà a coprire la chiesa parrocchiale, ma ancora non è ripristinata la linea elettrica e manca l’ufficio postale. La rasa al suolo Foza è ancora cosí com’era il 4 novembre del 1918; la poca gente che è ritornata vive tutta nelle baracche abbandonate dagli eserciti e pensa, prima dell’inverno, di ritornarsene in pianura. Lí, unico lavoro è stato quello dei prigionieri che al comando del tenente Giannini hanno raccolto migliaia di salme di caduti cercando di dare a tutti un nome e una croce. A Gallio, invece, si è ricostruito con alacrità: parecchie case sono risorte ex novo, altre sono state riparate alla meno peggio per passare l’inverno ma, scrive «Il Risorgimento», «… non v’è sorveglianza alcuna: disturbatori della quiete pubblica e canti antipatriottici e sobillatori…» Un medico che si firma D.L.C. si rivolge agli operai dell’Altipiano con questo invito:
Consumate meno, e specialmente in bevande alcoliche. Non sprecate i guadagni necessari alla famiglia durante il lungo inverno per arricchire i cantinieri. Non sperperate il denaro racimolato a gocce di sudore nelle sigarette. I liquori e il fumo sono dannosi non solo alle vostre tasche ma ancora alla vostra salute. Il nostro «popolo forte» non deve indebolirsi nel vizio! Producete di piú nella riedificazione delle vostre belle case, abbellitele con i vostri sacrifici. Non attendete tutto dal Governo! Abbandonate l’idea, perché avete fatto la guerra, di voler vivere oziando. L’ozio è il detrimento delle forze fisiche. Siete stati valorosi in guerra: siatelo anche in pace! Questa non è solo la parola dell’autorità, ma quella della scienza, dell’amicizia e dell’amore alla terra natia. Fatene tesoro.
Con l’avvicinarsi dell’inverno molti pensano di non poterlo superare e di ritornarsene in pianura. In previsione del freddo si chiedono stufe per le baracche e coperte. Ma si chiede anche la riapertura delle scuole elementari perché i ragazzi non abbiano a perdere ancora un anno scolastico. Al ministro Nava, che in ottobre effettua una seconda visita sull’Altipiano, si chiedono rotoli di cartone catramato per riparare i tetti e le pareti delle sgangherate baracche. Sempre in ottobre il commissario tenente colonnello Lino Carrara, che tanto si era prestato per alleviare le sofferenze dei profughi e per la ricostruzione dei paesi, non sappiamo per quale ragione si dimette dalla carica e comunica:
Il Signor Prefetto, aderendo alle mie reiterate istanze, mi ha dispensato dall’incarico di Commissario Prefettizio, nominando a sostituirmi il Signor Cebba Rag. Giambattista. Per troppo tempo io fui in quotidiano rapporto coi profughi di questi due Comuni cosí provati dalla guerra, perché io possa allontanarmene senza inviare a tutti un cordiale saluto. Agli impiegati municipali che mi furono compagni di lavoro, esprimo la piú viva ammirazione e gratitudine per l’opera loro intelligente e indefessa. Auguro che la pronta rinascita dei paesi devastati segni una nuova era di prosperità e di pace per i gloriosi Altipiani custodi delle tombe venerate dei nostri martiri.
Sui vivi e sui morti cade la prima neve a coprire pietosamente le miserie della guerra che ancora, dopo un anno dalla fine, persistono sull’Altipiano. In questa atmosfera il 16 novembre ci sono le elezioni politiche. Con non poche difficoltà sono state rifatte le liste elettorali che l’incendio del 1916 aveva distrutte; con non poca fatica e tanta volontà è stato possibile allestire i quattro seggi nell’ex ospedale di via Cinque. Le schede arrivano poche ore prima dell’apertura dei seggi. Gli iscritti, nel comune di Asiago, sono duemilaquattrocentonovantasette ma soltanto novecentouno saranno i votanti; alcuni erano già ritornati in pianura perché non si sentivano di trascorrere l’inverno in quelle condizioni, altri, i piú, erano ancora profughi per l’Italia o soldati ancora in servizio. Ottocentocinquantanove voti andarono al liberale Brunialti, ventinove ai popolari di don Sturzo, e sei ai socialisti.
Il dicembre si presenta molto freddo, secco e ventoso. Da Foza, quasi tutti i profughi che in primavera erano ritornati pieni di speranza, sono costretti a ridiscendere al piano. Anche i lavori che erano stati iniziati si fermano. Sul colmo del duomo di Asiago era stato issato l’abete augurale forse troppo in fretta: ora è lí, nel vuoto del cielo freddo che si intravvede tra le capriate del tetto.
Anche se alla fine del 1919 sull’Altipiano sono duecento le baracche-osteria e solo quattro le baracche-scuola, anche se si spara non certamente a salve per festeggiare l’arrivo del 1920 (in tutti gli angoli si possono raccogliere armi efficienti), e molti (che magari la guerra non l’hanno fatta o profughi non sono) criticano quest’aria sregolata, festosa, confusa e di rivolta a una disciplina imposta che sempre ritroviamo nei dopoguerra, malgrado tutto questo, si vuole rinascere e ricostruire. L’ingegner Girardi nel suo Ufficio tecnico lavora a preparare il piano regolatore della ricostruzione; il geometra Alfonso Brugnaro e i tecnici Marco Pini e Silvio Pesavento Landi eseguono i rilievi sul campo; il geometra Armando Lazzeri si preoccupa del reperimento dei materiali necessari e per il trasporto a piè d’opera dalla pianura alle montagne. Si raccolgono le denunce, si istruiscono, si trasmettono all’Intendenza di Finanza, si discutono. Si avviano le perizie per i danni ai terreni agricoli e ai boschi, sia privati che comunali. E se il freddo non consente le opere in muratura, si levano le macerie dalle vie ancora ingombre, si ammassa il legname spurgato dai boschi danneggiati.
Il 7 gennaio 1920, dopo che la Befana ha messo nella calza dei bambini una mela vizza, quattro castagne, due caramelle e un mandarino, si riprende l’istruzione elementare. Sono quattro classi che ad Asiago il direttore Carli e il maestro Andrea Pesavento riescono a far funzionare nell’edificio dell’ex ospedale civile, dove hanno pure trovato posto l’ufficio postale e un paio di uffici comunali. Coperti da indumenti militari riaccomodati dalle madri, con ai piedi scarponi spropositati o sgalmare, con i geloni alle mani e ai piedi, nelle aule malamente riscaldate con stufe da campo, con l’inchiostro che gela nei calamai, i primi ragazzi, quelli che avevano provato l’amarezza e la sofferenza dei profughi e superato l’epidemia di febbre spagnola, si ritrovano con allegro impegno a scrivere sui quadernetti che l’Eulalia Stern e Cristiano Fossa erano riusciti a far arrivare nelle loro baracche-bazar da Thiene o da Bassano.
Intanto, con decreto governativo del 27 dicembre 1919, si era stabilita la soppressione del sussidio ai profughi di guerra a partire dal 30 aprile. Per quanto riguardava l’Altipiano la maggior parte degli abitanti non aveva ancora la casa, molti ancora erano sparsi per l’Italia. Ma c’è anche la proposta di rimborsare i danni di guerra in titoli vincolati del nuovo prestito nazionale al cinque per cento in questi rapporti: rimborso intero per le denunce concordate e omologate, dell’ottanta per cento per quelle concordate con l’Intendenza di Finanza e del sessanta per cento per quelle presentate. Quello che non manca è il fisco che tassa, in eguale misura delle città di pianura, i pochi esercenti che hanno avuto il coraggio di riprendere le loro attività commerciali tra le macerie dei paesi e che intende applicare l’imposta sul patrimonio anche sui beni distrutti.
Il treno che collega Asiago con Thiene ha, per i civili, solo una corsa giornaliera, molto poco per le necessità della ricostruzione, e cosí i trasporti vengono fatti con i carri, come prima del 1910. E per tutto l’Altipiano c’è una sola farmacia: quella antica dei Bortoli che ad Asiago ha riaperto la porta il 10 febbraio.
L’inverno ha una tregua, il freddo sembra attenuarsi, ma in marzo, quando già si pensava di riprendere i lavori, ricompare la neve. Intanto anche a Gallio, a Roana, a Foza, a Sasso le scuole si riaprono in baracche allo scopo preparate. Un gruppo di cittadini di Roana provvede a trasportare in paese la cappella in legno dedicata a santa Zita che gli austriaci avevano costruito nei pressi della loro grande base logistica e ospedaliera di Campo Gallina, nella zona di Cima Portule. Una iscrizione su una tavola dice cosí: «Questa cappella dal nemico eretta sulle impervie rocce di Cima Portule, segnacolo di resurrezione e di pace qui trasportarono i roanesi».
In aprile l’Unione Profughi invia un questionario ai fiduciari nei vari paesi per avere un quadro della situazione che cosí appare: ad Asiago si deplora la lentezza se non il letargo nell’espletare le denunce dei danni presso l’Intendenza di Finanza di Vicenza. Pochissimi proprietari hanno potuto avere un anticipo sui danni. C’è disoccupazione rilevante; i contadini non hanno potuto riprendere il lavoro sui campi; si chiede l’impiego dei disoccupati per lo sgombero delle macerie. Sono state ricostruite sessanta case nel centro e trenta cascine agricole. Ci sono lamentele per i prezzi dei generi alimentari. Si chiede l’invio di vacche lattifere. In aprile sono rientrati quasi tutti gli uffici comunali e si chiede il rientro della Sottoprefettura e della Pretura; ci si lamenta per il trascurato servizio dei RR.CC. A Roana anche ci si lamenta per la lentezza delle pratiche di risarcimento (ancora non ne è stata liquidata una!) e per i sussidi in arretrato da mesi. Nelle baracche piove dentro dai tetti malconnessi; le case ricostruite sono quindici; sono rientrati il parroco, il medico e una maestra. A Canove sono riaperti gli uffici comunali, ma gli abitanti a destra della valle per accedervi devono scendere e risalire perché il ponte sull’Assa non è ancora ricostruito. A Camporovere sono state ricostruite cinque case e tre cascine. A Rotzo le case ricostruite sono quaranta e centonovanta sono in costruzione; si richiede con insistenza l’invio di sementi. A Gallio sono un centinaio coloro che hanno presentato la domanda per il risarcimento danni, solo sei hanno avuto gli acconti; cinquecento sono le domande da presentare; sono state ricostruite quaranta case, ne rimangono da costruire quattrocentocinquanta. Anche qui si chiedono sementi, animali bovini e il rientro del municipio. A Foza solo due o tre persone hanno riscosso i danni a beni mobili e per metà della somma denunciata; solo alla fine di marzo viene corrisposto il sussidio di gennaio e febbraio. Le case ricostruite sono tre, cinque non sono ancora abitabili; non ci sono sul posto rappresentanti del comune e si chiede la presenza di qualche carabiniere perché «i furti sono all’ordine della notte». A Enego si è riparato e costruito, non ci sono baracche ma le condizioni di vita sono poverissime. Prima dell’esodo c’erano duemila animali bovini, cinquemila ovini, trecento equini, mille suini, ora in tutto gli animali sono trecentocinquanta. Si lamentano il ritardo e la riduzione del sussidio alle famiglie «specialmente a quelle che non hanno uomini atti al lavoro. È una barbarie che povere vedove cariche di figli piccoli non siano sussidiate, almeno fino al raccolto. Senza casa, senza mobilio, senza vestiti, senza coperte, senza campi e con viveri ognor piú cari».
In questo clima si cerca di bonificare i campi, livellare i prati sconvolti dalle trincee per avere un po’ di fieno per una vacca, per seminare mezzo sacco di patate.
Il 3 maggio, alle dieci del mattino, un grande boato sconvolge Canove e scuote le baracche: tra la chiesa e il cimitero Luigi Ambrosini sta recuperando del filo spinato; il figlio Antonio di cinque anni, che segue il padre, è seduto come per gioco su una bombarda da trecento millimetri che per qualche ragione deflagra: il bambino scompare nella fiammata, il padre muore colpito al petto dalle schegge, altri quattro compaesani che erano nelle vicinanze sono gravemente feriti. Ma questo, purtroppo, è solo uno dei tanti incidenti dovuti alle bombe inesplose.
Il 2 giugno, ad Asiago, davanti al fabbricato dove sono gli uffici municipali, le scuole e le poste, centinaia di donne si danno convegno per protestare vivacemente per il mancato pagamento dei sussidi (che sono arretrati da tre mesi) e per la soppressione degli stessi decisa a partire dal prossimo luglio. La soppressione totale di questi pur esigui mezzi di sussistenza vorrebbe dire la fame per le molte famiglie che vivono nelle baracche, senza alcun reddito, e dove ancora non sono possibili i raccolti. Vi sono dei tumulti, viene invaso l’ufficio del segretario comunale dottor Fortunato e lo stesso viene minacciato dalle donne infuriate. Intervengono alcuni uomini che riescono a portare un po’ di calma; viene decisa una commissione mista di donne e uomini che costringono il dottor Fortunato a partire con loro per Vicenza, dove vogliono conferire con il prefetto. Si teme il peggio da chi non ha piú niente da perdere. Dopo qualche settimana, da Roma, i parlamentari vicentini faranno sapere che il sussidio ai profughi continuerà anche dopo il mese di luglio.
Intanto il commissario Cebba, dopo aver sentito il parere dei tecnici e dei profughi piú influenti e stimati, scelse uno dei tre progetti di massima presentati dall’ingegner Girardi, incaricando lo stesso di sviluppare il piano regolatore particolareggiato. In un primo tempo, da parte di alcuni asiaghesi, si era ventilata l’idea di lasciare sul posto, cosí come erano, tutte le macerie di Asiago e di ricostruire il paese ex novo tra le contrade Rodighieri e Costa, alle pendici ultime del monte Catz, luogo soleggiato e riparato dai venti freddi del Nord. Non senza animate discussioni questa proposta venne messa da parte dopo le ragioni portate dai cittadini piú tradizionalisti.
Sul prescelto piano regolatore di massima dell’ingegner Girardi, sotto lo stimolo dello stesso e del Lazzeri, con gli architetti Cabrini e Castellani come disegnatori e dei tecnici di campagna Brugnaro, Bravo, Pini e Pesavento, si diede mano allo sviluppo particolareggiato: fognature, regolarizzazione degli isolati, profili longitudinali delle vie quotate con esattezza, computi metrici, dimensioni dei vari manufatti.
Tra i profughi piú in vista e stimati, venne costituita una commissione per l’assegnazione delle aree; fatto molto importante e determinante dopo che tutto il paese era stato raso al suolo e, per necessità di cose, non poteva esser ricostruito sulle stesse aree. Questa Commissione, sugli sviluppi particellari delle mappe, assegnava ai proprietari l’area per la ricostruzione della casa e degli annessi tenendo conto del preesistente.
Il secondo inverno incombeva sui profughi e sulle macerie; la disoccupazione, il malcontento e anche la fame tormentavano i profughi che non volevano abbandonare i loro luoghi per ritornare in pianura. L’ingegnere Raimondo Ravà, commissario governativo per le Terre Liberate con sede a Treviso, salí ad Asiago per avere diretta conoscenza dei problemi. Nella Baracca 17 avevano preparato in bella mostra sui cavalletti tutti i progetti e gli studi predisposti. Dopo un incontro con il commissario Cebba, il Ravà decise di stanziare la somma di lire trecentomila da impegnarsi secondo il previsto piano regolatore. Il Lazzeri, in quella situazione, la ritenne una fortuna inaspettata e gli venne la bella idea di stralciare dal piano lo spianamento della collina dell’Hodegar, che forse non sarebbe stato approvato nell’esame ultimo. Lavorano una notte, tutti, nella Baracca 17, e il giorno dopo Cebba partiva per Treviso con i disegni dei profili, sezioni, calcoli e preventivi. Il lavoro venne subito approvato; si costituí immediatamente una cooperativa tra i profughi, e i lavori dettero grande sollievo alla disoccupazione di quell’inverno. L’Hodegar, o Hodengarten, era una gibbosità rocciosa dove la tradizione poneva un piccolo tempio o simulacro al dio Odino prima che i nostri avi venissero cristianizzati. Questa piccola collina dalla stazione ferroviaria scendeva verso il viale Jacopo Scaiaro, ed era coperta da antichi orti ridotti a sterpaglia.
Con l’avvicinarsi della primavera del 1920 si sperava in una rapida ripresa dei lavori; ma se gli Uffici tecnici comunali e i consorzi per la ricostruzione lavoravano sodo, dal governo centrale (che si trascinava da una crisi all’altra) non venivano stanziati i fondi necessari per la ricostruzione. Dopo la scelta del piano regolatore di Asiago, il geometra Lazzeri lavorava per conto del comune alla preparazione dei progetti esecutivi di interesse pubblico, come rifacimento degli acquedotti del centro e delle contrade (per questi diede la sua opera il genio militare, su ordine del generale Maglietta), ricostruzione delle malghe, riparazione delle strade, sistemazione del cimitero e ricostruzione degli edifici scolastici, sgombero definitivo delle macerie, scavi, livellamenti, rinterri cosí da essere pronti all’attuazione del piano. In quel tempo l’asiaghese Giovanni Stefani sostituí il commissario Cebba; a segretario comunale c’è sempre il dottor Fortunato, funzionario di grande esperienza anche se egocentrico e autoritario.
A Foza, a dirigere quel consorzio comunale per la ricostruzione, troviamo il geometra Celestino Verlato, serio e onesto professionista salito da Vicenza, che con la sua presenza serena e partecipe ai bisogni di quella povera gente riesce a dare avvio alla ricostruzione. A Gallio, dove è commissario il professor Giacomo Rossi e presidente del consorzio Stefano Gianesini, a progettare la ricostruzione è l’ingegner Girolamo Girardi. Dappertutto c’è tanta buona volontà, ma intanto non ritornano in sede gli uffici dello Stato, non vengono stanziati fondi: con le circolari non si ricostruiscono i paesi, e le entrate patrimoniali dei comuni dell’Altipiano erano ridotte a ben poco perché il legname giacente nei boschi era quasi tutto rovinato dalle battaglie e intaccato dagli insetti; le malghe non erano in condizioni da essere monticate, non c’erano cespiti da poter tassare.
Le pratiche istruite per i risarcimenti giacevano a centinaia presso l’Intendenza di Finanza di Vicenza e chi andava negli uffici per concordare si sentiva tacciato da frodatore dello Stato in quanto non si ritenevano corrispondenti al vero i danni denunciati e i tecnici dei consorzi venivano tacciati da sfruttatori e ladri.
A questo punto i tecnici, Lazzeri in testa, chiesero udienza all’intendente, decisi fino in fondo a sostenere le loro ragioni. Chiesero all’onorevole Galla di accompagnarli perché temevano di essere messi alla porta; ci fu una discussione dura e aspra, ma non sufficiente a chiarire ogni dubbio.
Il 10 giugno all’albergo Paradiso di Asiago, che il genio militare aveva restaurato per le necessità d’alloggio, si tenne una riunione di tutti i commissari dei comuni, rappresentanti dei consorzi e tecnici dell’Altipiano. Si concordò di andare a Roma con una delegazione per esporre la situazione al ministro per le Terre Liberate. Venne approvato un memoriale da sottoporre al ministro Raineri dove si lamentava che dopo quasi due anni dall’armistizio, nonostante leggi, decreti, circolari, disposizioni eccetera, ben poco era stato fatto e che gli uffici dello Stato non corrispondevano alle necessità e speranze dei profughi. Si chiedeva l’immediato rientro ad Asiago degli uffici mandamentali (Imposte e Catasto, Registro, Sottoprefettura, Pretura, Notariato) e che, se per questi non c’erano fabbricati in muratura, bene, potevano anche loro lavorare nelle baracche come tutti! Si chiedeva che l’Istituto Federale di Credito si decidesse a finanziare la ricostituzione della produttività agricola; che l’Intendenza di Finanza di Vicenza (che aveva rivolto l’attività solo al rimborso dei danni riguardanti i beni mobili), si decidesse a esaminare e liquidare i danni agli immobili in quanto solo questo avrebbe dato il via all’effettiva ricostruzione delle abitazioni. Si chiedeva anche che i materiali residuati di guerra, abbandonati sul posto ma idonei a essere utilizzati, fossero messi a disposizione per la ricostruzione. Il memoriale finiva chiedendo per l’ennesima volta lo sgombero dei rottami, in particolare reticolati e bombe, che ostacolavano il lavoro agricolo, e il finanziamento dei piani regolatori in corso di approvazione.
La delegazione dell’Altipiano partí per Roma il 2 luglio. Era composta da Lazzeri e Cristiano Pesavento per Asiago, Dalla Palma per Enego, dall’ingegner Mussoni per Roana, da Finco per Gallio e Foza. Il giorno 3, accompagnata dagli onorevoli Brunialti e Zileri e da altri deputati del collegio, fu ricevuta dal ministro Raineri che aveva in mano il memoriale contrassegnato in blu. Si disse perfettamente d’accordo con le proteste dei profughi, assicurando l’intervento del suo ministero e di quello degli Interni. Alla presenza dei delegati nominò suo plenipotenziario per l’Altipiano il generale del genio Maggiorotti, che subito incaricò di andare, ispezionare, prendere e proporre provvedimenti. Il giorno dopo, la delegazione fu ricevuta dal sottosegretario agli Interni, onorevole Corradini, che assicurò che al piú presto sarebbero ritornati ad Asiago, in piena funzione, gli uffici pubblici.
Il giorno 10, il generale Maggiorotti era già ad Asiago. Dopo aver fatto un giro di sopralluogo in tutti i paesi, volle, all’albergo Paradiso, sentire la voce dei rappresentanti dei profughi. Il 20 agosto il ministro Raineri è nel Veneto: e con il commissario per le Terre Liberate, Ravà, il giorno stesso riunisce nella sala del Consiglio provinciale di Vicenza i rappresentanti dei comuni distrutti, gli onorevoli e le autorità vicentine. Si fa il punto della situazione e il rappresentante del consorzio di Asiago, con puntuali criteri tecnici, chiede che il coefficiente di maggiorazione del valore anteguerra sulle perizie sia portato da 5,5 a 7.
Alla ripresa della ferrovia a cremagliera Rocchette-Asiago, si affianca la filovia Marostica-Asiago che si dimostrerà molto utile per il trasporto del materiale da costruzione e per il collegamento con quella parte della pianura vicentina. Anche gli uffici pubblici, in quell’estate, ritornano finalmente nel capoluogo. Da Roma, intanto, si è anche provveduto a sostituire l’intendente di Finanza: e a Vicenza viene il dottor Egano, uomo energico e di larghe vedute, che subito, con poche parole, riceve i tecnici dei consorzi: – Non ho tempo da perdere, – disse, – e non fatemene perdere anche voi –. È da questo momento, si può dire, che la ricostruzione dell’Altipiano prende il primo grande impulso.
Ad Asiago viene anche costituito un patronato giuridico a favore dei danneggiati; presidente è Giovanni Vellar, membri gli avvocati Cavazzani e Lorenzi, Cristiano Pesavento GioAntonio Carli e GioAntonio Rigoni Stern, che già fa parte della Commissione aree. Vi è anche funzionante un Segretariato del Popolo a indirizzo clericale, diretto da Angelo Guariso.
Dall’Intendenza di Finanza si ha intanto un impulso decisivo sull’istruttoria delle pratiche; gli ingegneri e i geometri dell’Ufficio tecnico erariale (Guglielmone, Olivetti, Sibilla) e i funzionari amministrativi dell’Intendenza (Stumpo, Albieri e Del Fante) si dedicano interamente, e anche oltre l’orario normale di lavoro, alla definizione delle domande di risarcimento. Il pretore Zanini, ad Asiago, può cosí omologare i concordati e renderli esecutivi per i finanziamenti. Sí, ovviamente vi furono contestazioni, discussioni, lamentele per l’assegnazione delle aree; per gli scioperi degli operai; per l’assegnazione dei lavori o per come venivano eseguiti. E poi molestie, liti, furti, spari e scontri anche politici che avvenivano quasi ogni notte.
È sempre tragica e continua la presenza di tante armi abbandonate che venivano spregiudicatamente usate da adulti e ragazzi, e quella degli ordigni inesplosi che continuavano a provocare lutti e mutilazioni, specialmente tra chi voleva riprendere l’attività agricola. Come ai fratelli Pasqualon di Enego, orfani, che volevano preparare un campo per la semina nei pressi della loro abitazione; o a Giovanni Basso di Asiago che al Pusterle, caricando legname sul carro, pose un piede su una bomba nascosta tra l’erba e spirò tra le braccia dei compagni che erano lí per il medesimo lavoro.
Il 5 settembre, sabato, vi è ad Asiago una grande riunione di tutte le organizzazioni cattoliche, con l’intervento di onorevoli del Partito Popolare, bande e fisarmoniche, vessilli e inni: si vuole festeggiare la beata Giovanna Maria Bonomo, fiore tra le rovine. Il giorno dopo sulla vetta dell’Ortigara si ritrovano duemila alpini superstiti di quella battaglia; vi sono le bandiere dei comuni dell’Altipiano, i gagliardetti dei battaglioni alpini Bassano, Stelvio, Spluga, Valtellina. Padre Bevilacqua, già sottotenente del battaglione Stelvio e futuro cardinale, parlando su quella vetta dirà: «…Fra mille anni il segno distintivo del popolo italiano sarà l’Ortigara, il monte della trasfigurazione e della passione».
Il 14 settembre il ministro Raineri vuole fare un sopralluogo sull’Altipiano, e dopo scende in Valdastico per Roana e Rotzo. In quei giorni in Val d’Assa, dentro una galleria di guerra, vengono nascosti quintali di esplosivo e di bombe a mano, forse in attesa di una ipotetica rivoluzione proletaria; una spiata denuncia il fatto, e dall’autorità militare vengono messe delle sentinelle. In quella notte stessa avviene una sparatoria che dura fino all’alba, e non si sa se contro o tra le stesse sentinelle; il giorno dopo il deposito viene fatto brillare e il boato viene inteso fino in pianura.
Il 19 settembre anche sull’Altipiano si tengono le elezioni amministrative; ad Asiago sono iscritti nelle liste duemilatrecentotrentadue elettori; voti validi saranno millequattordici: piú della metà degli iscritti non hanno votato, ma questo non per astensione, ma perché non ancora rientrati dal profugato. Ad Asiago, Gallio, Rotzo vincono i popolari, a Roana i popolari con i liberali, a Foza i socialisti, a Enego una lista locale, a Treschè-Conca (ancora non unito con Roana) una lista di «smobilitati». Ma a votare dovunque sono in pochi. Da queste votazioni usciranno i primi sindaci che sostituiranno i commissari prefettizi, che a loro volta avevano sostituito i commissari nominati dall’autorità militare. Ad Asiago viene eletto sindaco Giovanni Stefani, a Gallio Antonio Pertile, a Foza Giuseppe Lunardi, a Rotzo Domenico Sartori, a Roana Antonio Frigo, a Enego Stefano Bertizzolo, a Conca Panozzo.
Il 7 gennaio 1921 si tiene ad Asiago una riunione promossa dal Comitato per la sorveglianza degli interessi dell’Altipiano. Vi partecipano i deputati vicentini, i sindaci, il presidente della Deputazione provinciale, quello della Camera di Commercio, il rappresentante della Società Veneta Ferrovie, quello dell’Istituto Federale delle Venezie e molti altri ancora. Presiede il pro sindaco di Asiago Vittorio Bonomo. Si parla e si discute con buoni propositi, si fanno anche proposte che poi risulteranno inattuabili. Alla relazione tecnica del Lazzeri seguirà una discussione di due ore. Alle 15 si va tutti a colazione all’albergo Paradiso e a tavola si continuerà a discutere sino a notte tarda.
In quell’inverno del 1920-1921 furono veramente gettate le basi per la rinascita dell’Altipiano. Ad Asiago, ogni sera, nella Baracca 17 si riuniva la Commissione per le aree; volta per volta veniva esaminato un isolato, invitando quei proprietari che nell’anteguerra avevano i sedimi dei loro fabbricati entro o confinanti con l’isolato in discussione. Un minuzioso estratto particellare attestante la consistenza dell’area di ogni fabbricato in comune di Asiago, allegato al piano regolatore, serví da norma per le assegnazioni. C’erano interessi pubblici e privati da rispettare, e molte volte le discussioni si facevano animate, ma una volta decisa l’area, all’assegnatario venivano forniti gli estratti planimetrici con le misure precise, i riferimenti e le norme da osservare nelle ricostruzioni. Questi atti venivano sottoscritti sia dal proprietario che dall’Amministrazione comunale.
Cosí assegnate le aree, si provvedeva a riportare le misure sul terreno dove oramai si erano sgomberate le macerie. Questo incarico importante e delicato fu affidato al tecnico Alfonso Brugnaro che con i suoi aiutanti picchettò strade, piazze, isolati e, dentro gli isolati, i limiti dei nuovi fabbricati. Con la fine dell’inverno del 1921 tutto risultò tracciato senza perdita di tempo e ulteriori inutili discussioni. Ora quasi tutti i danneggiati erano in possesso dell’assegnazione dell’area, del progetto, del concordato e quindi degli anticipi sul finanziamento.
Nelle sere in cui si discuteva l’assegnazione delle aree, molte volte profughi, membri della Commissione e tecnici si fermavano sino ad ora tarda per parlare anche di altri problemi generali. Uno di questi, e non da poco, era la sistemazione del centro di Asiago, reso piú ampio in conseguenza del piano regolatore che aveva spostato l’allineamento delle case. Le proposte erano molte: Commissione delle aree e Ufficio tecnico suggerirono all’Amministrazione comunale di nominare una commissione di artisti per esprimere un parere. Furono chiamati a farne parte l’architetto Chemello di Vicenza, l’ingegnere Monterumici di Padova e il pittore Dall’Oca Bianca di Verona, che in data 22 e 23 febbraio si incontrarono ad Asiago.
Il pro sindaco Vittorio Bonomo e il Lazzeri illustrarono il problema, e sul posto si esaminarono volumi e spazi e si fissarono al suolo delle paline per delimitare le aree dei due fabbricati centrali: caffè Roma e municipio, con le vie di sbocco. I molti cittadini che assistevano approvarono alla fine la proposta e, a parte la struttura del municipio (che venne costruito cosí per concorso nazionale), il centro di Asiago – piazza Giovanni Carli, piazza II Risorgimento – prese in quel giorno l’aspetto attuale.
Nel marzo di quell’anno, appena si sciolse la neve, i cantieri ripresero l’attività in tutto l’Altipiano. I cumuli di pietre erano accatastati con criterio accanto a ogni sedime assegnato; la filovia da Marostica, la cremagliera da Piovene Rocchette e gli automezzi scaricavano senza pausa materiali per l’edilizia. I vagoni del trenino e i camion ritornavano in pianura carichi di balle di filo spinato; questi reticolati venivano raccolti dai prati e dai pascoli e venivano pagati dall’impresa Briata di Rovereto, che aveva l’appalto per i residuati bellici, lire otto e cinquanta al quintale. In quel mese di marzo, vero segno di ripresa della vita sull’Altipiano, il consorzio dei Sette Comuni (che amministrava i beni dell’ex secolare Reggenza) mise all’asta per l’affittanza quinquennale le malghe Pozze e Moline. E a Stoccaredo, la frazione di Gallio completamente rasa al suolo nella battaglia dei Tre Monti, una cooperativa tra quei compaesani ricostruí tutto il paese. Con questo mese cessa anche il sussidio giornaliero ai profughi rimpatriati.
Ad Asiago sulle baracche e sulle case in costruzione viene infisso un manifesto dell’Amministrazione comunale:
Vista l’ordinanza 6 marzo 1921 si prescrive: 1) Le ricostruzioni devono restare a sud fino a Capovilla, a nord sino alla Contrada Cinque, ad est sino a Valdorco e a ovest sino all’altezza della stazione. 2) I piani terreni devono essere elevati il piú possibile con cantine. 3) Le altezze dei piani terra siano di metri 2,70 e di metri 2,50 nei piani superiori. 4) Le latrine devono essere interne con pavimentazione in pietra, chiusura ermetica, metodo Marras con due pozzi, uno a livello costante l’altro a livello variabile. 5) Le pendenze dei tetti devono esser del 60% e devonsi eliminare le brutture della differenza delle pendenze. 6) Le grondaie devono sporgersi non meno di 60 centimetri per i fabbricati a due piani e 80 per quelli a tre.
Sono poche cose chiare ed essenziali che, sebbene non del tutto scrupolosamente osservate, hanno consentito di uniformare stili e volumi in una certa armonia alpina che poi sarà definitivamente rotta con lo sviluppo edilizio degli anni Settanta.
Il 3 luglio il commissario per le Terre Liberate, ingegner Ravà, sale da Treviso sull’Altipiano per vedere come si lavora a ricostruire. Nella sede della Viceprefettura di Asiago ha un incontro con amministratori comunali e tecnici; rendendosi conto dello sforzo fatto dagli asiaghesi «per la piú bella e sollecita ricostruzione della loro città», ha calde parole di elogio per tutti.
Eppure, tutta questa operosità era insidiata da due pericoli incombenti: gli insufficienti fondi di finanziamento per lavori pubblici da parte dello Stato e la proposta di ridurre il coefficiente di maggiorazione dei danni che era «valore anteguerra moltiplicato sette» concordato e ottenuto per l’Altipiano per la sua particolare situazione. (Nelle zone della sinistra Piave il coefficiente era di 6). A questo punto della ricostruzione era anche importantissimo ripristinare gli acquedotti e l’economia produttiva: agricoltura, alpeggio, boschi, turismo. Il Comitato di sorveglianza interessi dell’Altipiano promosse e invitò a un convegno membri del governo e della deputazione provinciale.
Questo convegno si tenne ad Asiago il 24 agosto; vi parteciparono il ministro Raineri, i sottosegretari Teso e Merlin, gli onorevoli Curti, Galla, Piva, Roberti, Marchioro e Giacometti, il prefetto Guttierez, il presidente della Provincia con diversi consiglieri, tutti i sindaci e i tecnici dei consorzi e altra gente ancora di Treviso, di Venezia e di Vicenza. Dopo i saluti e i convenevoli i convenuti da Roma manifestarono ammirazione per quanto si era fatto, ma gli altipianesi portarono il discorso sul sodo e al ministro e ai politici che l’accompagnavano sottoposero i seguenti problemi: finanziamento concreto e adeguato dei concordati omologati; necessità di conservare il coefficiente 7 per tutto l’anno 1921; accertamento e liquidazione dei danni ai terreni secondo criteri scientifico-agricoli; stimolare gli enti competenti all’esame delle perizie dei danni ai boschi comunali e privati; provvedere alla revisione e classificazione dei terreni con relativa variazione dei redditi catastali e sospensione dell’imposta sui terreni fino all’avvenuta nuova classificazione; finanziamenti solleciti del ministero del Tesoro, tramite Commissariato di Treviso, per le opere pubbliche, in particolare acquedotti. Infine si chiedeva che il ministero delle Terre Liberate concentrasse la sua attività nell’esecuzione dei lavori di spettanza pubblica, lasciando ai consorzi e alle cooperative la ricostruzione privata.
Dopo la solita colazione il ministro Raineri e il seguito visitano i cantieri di Asiago. Passano la Val d’Assa su una passerella sospesa tra le due arcate del ponte in costruzione, e visitano la destra della Val d’Assa fino a Castelletto. Ritornano per il Ponte del Gesso e sostano a Camporovere; ritornano ad Asiago e proseguono per Gallio, Foza, Enego, dove sostano per la cena prima di scendere a Primolano per poi l’indomani visitare il Canale del Brenta. Dappertutto tante buone parole, tanta ammirazione per il fervore dei lavori e per la gente dell’Altipiano.
Ma nei giorni che verranno subito dopo, e per quanto riguarda il coefficiente di rivalutazione, si incontreranno difficoltà, specialmente quando l’Ufficio tecnico del Commissariato per le Terre Liberate di Asiago farà sapere il parere contrario a questo provvedimento, assicurando che il coefficiente si poteva diminuire di un punto o, almeno, di mezzo punto. Questo atteggiamento, si risponde dall’Altipiano, è una ripicca nei confronti dei consorzi per la ricostruzione che avevano criticato i lavori pubblici eseguiti dal Commissariato per le Terre Liberate.
A voler confermare le richieste fatte al ministro Raineri e poiché il malcontento tra la gente dell’Altipiano incominciava a manifestarsi molto palesemente, il 16 settembre venne proclamato un giorno di sciopero generale. Tutto l’Altipiano si fermò e ad Asiago, da ogni paese e contrada, convennero migliaia di persone per elevare la loro protesta. Parlarono Lazzeri, Pesavento, Lorenzi, e si votò per acclamazione un ordine del giorno in cui si diceva che tutti i sindaci e i consiglieri comunali dell’Altipiano avrebbero dato le dimissioni se non si fosse mantenuto il coefficiente 7. Tra la folla vi fu anche chi istigò ad assaltare gli uffici del ministero delle Terre Liberate. Il Lazzeri fece in tempo ad avvisare il tenente dei carabinieri. Il tenente Luciano, Cristiano Pesavento e altri maggiorenti di Asiago riuscirono ad arrivare davanti agli uffici delle Terre Liberate, in via Jacopo Scaiaro, prima della folla, ottenendo cosí di sventare la distruzione degli stessi.
Il giorno dopo una commissione del Comitato di sorveglianza partí per Roma, dove furono ascoltati al ministero dei Lavori Pubblici da una commissione presieduta dall’ingegner Rocco, un funzionario che si dimostrò a dir poco astioso nei confronti degli altipianesi. Il Lazzeri non volle ritornare ad Asiago se prima non aveva parlato con il sottosegretario onorevole Teso che, verso questi problemi, aveva dimostrato comprensione. Teso ascoltò, promise interessamento e dal Ministero delle Terre Liberate si assicurò che per l’Altipiano si sarebbe mantenuto il coefficiente 7. Ma quando tutto sembrava chiarito e deciso, avvenne il voltafaccia romano: Teso apparteneva al Partito liberale, e quando un gruppo di parlamentari appartenenti ad altro partito fece presente l’aggravio finanziario qualora fosse stato mantenuto il coefficiente concesso, il ministero del Tesoro confermò la riduzione. Forse, semplicemente, si trattava di impedire un successo di Teso perché certo non sarebbero stati quei pochi milioni in piú affluiti sull’Altipiano a compromettere il bilancio nazionale! Ma la cosa non finí cosí: vi furono ancora dimostrazioni pubbliche, esposizioni tecniche, viaggi a Roma con elaborate tabelle per dimostrare che i costi di ricostruzione della pianura non erano uguali a quelli della montagna. Da Roma vennero due ispettori che dopo aver parlato con l’ingegner Bortolotti dell’Ufficio per le Terre Liberate, di buon mattino andarono a casa del pro sindaco Giacomo Carli evitando uffici comunali, consorzio, Comitato di sorveglianza e ritornarono di fretta a Roma. Non si sa cosa riferirono, ma i ministeri dei Lavori Pubblici e del Tesoro confermarono il coefficiente 7 solo e non oltre il 15 dicembre.
Oramai, in quel frenetico 1921, in quasi tutto l’Altipiano le case di abitazione erano state ricostruite. Con decreto del novembre il coefficiente di rivalutazione venne portato a «5+1». Dal gennaio 1922 i finanziamenti e i saldi dei concordati vennero fatti con obbligazioni delle Venezie. Ma ora il piú era fatto.
In tutto questo fervore di cantieri, di contrasti, di lotte sindacali, di progetti, di incidenti gravi, è da ricordare che l’8 ottobre di quell’anno tutto l’Altipiano si fermò per onorare la salma del milite ignoto, che, raccolta sulle pendici dell’Ortigara, sostò ad Asiago nel cimitero militare sotto una montagna di fiori prima di ripartire per Aquileia, dove, tra dodici, doveva venire scelta quella che sarebbe stata tumulata a Roma il 4 novembre nell’Altare della Patria.
In quell’autunno nasce ad Asiago anche la Scuola d’Arte e Mestieri; e a dirigerla viene chiamato il professore Dalla Colletta, ma solo nel febbraio del 1922 sarà pronta ad accogliere i primi allievi. Con tavolame, malta e mattoni, nei pressi dell’albergo Cima XII viene anche aperto il cinema Italia dove, oltre alla proiezione di film, una compagnia filodrammatica di dilettanti presenterà drammi e commedie. Anche la banda cittadina diretta dal maestro Pozza riprenderà i suoi programmi dopo la sua prima uscita avvenuta il 16 ottobre quando, sull’Odegar dei Rela, verrà inaugurato con grande solennità il monumento alla brigata Regina.
L’inverno del 1921-1922 non sarà particolarmente freddo e nevoso; molti lavori interni potranno essere portati a termine. Oramai quasi tutti i profughi hanno ricostruito la casa dove abitare; le baracche incominciano ad essere smantellate, anche se qualcuna resterà ancora abitata per qualche anno. Rimangono da ricostituire migliaia di ettari di boschi distrutti o danneggiati, ma per i boschi, si sa, i tempi sono lunghi. Su qualche campanile dell’Altipiano sono ritornate le campane che dopo sei anni mandano la loro voce a scandire i giorni e la vita degli uomini. Nei cimiteri militari raccolti attorno ai paesi sono state seppellite trentunmilasettanta salme di caduti italiani, austriaci, ungheresi, slavi, inglesi, francesi, ma molte ancora rimangono provvisoriamente sepolte sul campo di battaglia, o anche insepolte.
Ogni tanto, ancora oggi, ad un’esplosione improvvisa tra le montagne e i boschi fa seguito un lutto tra la gente dell’Altipiano. Ma nella primavera del 1922, alla vigilia dell’Ascensione, dopo sette anni riprende la tradizione votale della Terza Rogazione, che è un inno d’amore del popolo di Asiago verso la sua patria e i suoi avi.
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