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Stories by mario rigoni stern

la vittoria nei giorni piú lunghi

italian

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Ottant’anni fa proprio in questi giorni l’imperial regio esercito austroungarico sferrò una studiata e ben preparata offensiva contro l’Italia, denominata in codice «Radetzky» per il settore riguardante Altipiano di Asiago-Grappa e «Albrecht» per il settore Montello-Piave. Le intenzioni erano quelle di finire vittoriosamente la guerra contro di noi e di occupare tutto il Veneto fino all’Adige e alle foci del Po. Era anche in programma un cospicuo bottino che, con il fertile territorio, avrebbe potuto levare la fame a milioni di sudditi e saziare i soldati in crisi di alimenti. Le operazioni della grande battaglia si svolsero dal 15 al 24 giugno dall’Astico al mare investendo l’Altipiano dei Sette Comuni o di Asiago, il Monte Grappa, il Montello e il Piave fino alle foci. Passerà alla storia come «battaglia del solstizio».
Gli austriaci avevano approntato sul fronte ben seicentomila uomini con seimila cannoni, migliaia di lanciabombe e di lanciafiamme. Cinquantasei divisioni erano divise in due masse di sfondamento con relativa riserva e un’armata di collegamento tra le due masse d’attacco. Dieci altre divisioni restavano a occupare il territorio veneto invaso a seguito della battaglia di Caporetto e fungevano anche da supporto logistico alle masse dell’esercito avanzante. Complessivamente le loro forze erano di molto superiori alle nostre e lo Stato Maggiore austriaco aveva curato ogni particolare della gigantesca azione ritenendosi sicuro di vincere.
L’offensiva era stata preparata anche moralmente fino all’ultimo soldato, rievocando le glorie della loro storia da Novara a Caporetto, e se la guerra non era ancora stata vinta era colpa dell’Italia che aveva tradito l’Intesa; si riaffermava che la conclusione di quell’ultima battaglia, con l’occupazione totale del Veneto, sarebbe stata anche la conclusione della guerra. La conquista di quelle terre voleva dire abbondanza di bestiame, di vino, di grano e di molte altre cose che la crisi rendeva preziose. Ai soldati delle armate austriache era stato raccomandato: prendetevi quello che è necessario ma non distruggete niente. «Si sono prese tutte le misure affinché vi sia riservata una parte del bottino e siano alleviate ai vostri parenti le privazioni imposte dai tempi tristi che si attraversano» era scritto nel documento che un ufficiale austriaco fatto prigioniero teneva in tasca. Ai soldati che seguivano le truppe d’assalto veniva ordinato di recuperare tutto quello che poteva essere utile e agli ufficiali di punire gli eccessi: «Non sparate sulle botti di vino, non sventrate i sacchi di farina».
Questo e altro aveva previsto il maresciallo Conrad del gruppo armate Altipiano-Grappa. Per Conrad l’Italia era l’eterno nemico. L’arciduca Giuseppe comandava l’armata del Montello-medio Piave; il feldmaresciallo Boroević l’armata dell’Isonzo, ora schierata dal medio Piave al mare. Di fronte avevano la 6ª armata dell’Altipiano, comandata dal generale Montuori; la 4ª del Grappa comandata dal generale Giardino; l’8ª del Montello comandata dal generale Pennella e, infine, la 3ª del Duca d’Aosta fino alla laguna veneta. Piú indietro stavano le nostre riserve: quella generale attorno a Treviso; quella per l’Altipiano a nord di Thiene; per il Montello tra Asolo e Castelfranco; tra Vicenza e Padova il corpo d’armata d’assalto del generale Grazioli e il corpo di cavalleria del Conte di Torino. Per quanto riguarda il momento dell’attacco, i nostri erano venuti a conoscenza del giorno, dell’ora e delle prime fasi della manovra.
Il Comando austriaco aveva minutamente preparato la grande battaglia ed era sicuro del risultato, tanto che il feldmaresciallo Conrad nel proclama alle truppe diceva: «Durante le bufere invernali avete sempre rivolto lo sguardo alle assolate pianure d’Italia. Il momento tanto atteso ormai è giunto. Il benessere, il futuro, l’onore della nostra antica, grande amata patria sono nelle vostre mani. È con piena fiducia che mi rivolgo a voi per dirvi: adesso avanti!»
Ora, dopo la pace di Brest-Litovsk, firmata con la Russia il 3 marzo del 1918, tutte le armate dell’esercito asburgico erano schierate sul fronte italiano, tutte le genti del grande territorio che andava dalla Polonia ai Balcani vi erano rappresentate. Una cosa però quei marescialli non avevano previsto e nemmeno valutato: il morale dei soldati italiani.
Dopo Caporetto l’esercito italiano era stato «rinnovato»; parte nei Comandi, parte nell’armamento e molto nel trattamento riservato alle truppe. Non piú, insomma, grandi masse da mandare all’assalto come sul Carso e sull’Ortigara, ma uomini, da trattare come tali. Mai come in quei giorni il morale dei nostri soldati era stato cosí alto, e in quel giugno del 1918 si aspettava con serena fiducia l’attacco dell’avversario.
Sull’Isonzo, a fine ottobre 1917, la nostra artiglieria non era intervenuta quasi per niente; sull’Altipiano, precedette l’attacco degli austriaci e fu quasi determinante. Al generale Roberto Segre, che comandava l’artiglieria della 6ª armata, non andava proprio quell’ordine che diceva di aprire il fuoco dei cannoni mezz’ora dopo l’inizio del fuoco avversario e, visto che si sapeva con precisione l’ora dell’attacco, mise tutta la sua fama di grande artigliere per convincere il comandante d’armata a dargli libertà d’azione. L’accordo fu soltanto verbale: se le cose fossero andate male, la colpa sarebbe stata solo di Segre.
Il 14 giugno, alle ore 22, il generale Segre rientrò al suo Comando e impartí l’ordine di controperazione anticipata. Alle 23,25 i grossi calibri a lunga gittata incominciarono a sparare sui luoghi di raccolta precedentemente localizzati e sulle vie di comunicazione verso la linea d’attacco; subito seguirono le numerose batterie nascoste nei boschi a sud della conca di Asiago, e nel fuoco di controbatteria si distinsero le artiglierie inglesi che avevano abbondante riserva di munizioni. A mezzanotte aprirono il fuoco i lunghi calibri francesi, montati su rotaie ai piedi delle montagne, che spararono a gas in valle di Campumulo dove erano concentrati grossi reparti.
Soltanto alle 3 del mattino le artiglierie austriache, come era previsto, risposero al nostro cannoneggiamento dopo aver subito un grave sconquasso. Infine, tra le 3 e le 3,30 si scatenarono tutte le nostre altre batterie di medi calibri che si erano camuffate di silenzio, e quattromila tra cannoni e lanciabombe di ogni tipo e calibro oscurarono l’alba del 15 giugno 1918. Il colonnello austriaco Laurer scrisse: «Ho sempre vivo il ricordo del duello di quel giorno tra le opposte artiglierie. Ben presto presero il sopravvento gli italiani e c’era da chiedersi chi veramente stesse preparando l’attacco».
Le fanterie asburgiche di questo settore, diciotto divisioni con duecentottantotto battaglioni, scattarono all’attacco alle 7,39, precedute da un tiro di sbarramento mobile delle loro artiglierie ormai piú che dimezzate nella loro efficienza. Dovevano sfondare nei punti prestabiliti e dilagare verso la pianura. Scrive Aldo Valori nel suo ottimo libro La guerra italo-austriaca 1915-1918:
Il fuoco violento della nostra artiglieria sorprese il nemico in piena crisi iniziale di manovra. I suoi cannoni dovettero in parte dimenticare gli obiettivi prefissi per ingaggiare duelli con i nostri. Le sue fanterie stentarono a uscire dai ricoveri: furono colpite nei punti di concentramento e di passaggio; i collegamenti resi difficili e in parte spezzati […]. Sul fronte dell’Altipiano, dove la natura accidentata del terreno rendeva piú difficili le mosse, il nemico ricevette in pieno petto l’urto inaspettato e parve restare quasi senza respiro. L’esecuzione materiale del disegno offensivo fu tuttavia iniziata; ma lo spirito delle truppe e dei loro capi non era piú quello.
Nel medesimo giorno, come violento temporale estivo, la grande battaglia si era estesa sul Monte Grappa, sul Montello e lungo il Piave fino al mare. Specialmente sull’Altipiano i risultati che gli austriaci avevano previsto non erano stati raggiunti, e molto limitati e di breve durata i successi ottenuti. Quella sera del 15 giugno in un paese del Sud Tirolo, dove era in sosta il treno imperiale, si stava cenando dopo che l’imperatore Carlo si era recato al Comando di Conrad; il morale era quasi euforico ma prima che la cena finisse giunse la notizia che tutti gli attacchi erano stati respinti. Con troppa precipitazione era stato stabilito che all’ingresso dell’imperatore Carlo a Vicenza l’arciduca Federico, decano dei marescialli, gli avrebbe offerto con solenne cerimonia il bastone di maresciallo.
Per le prime ore di quel giorno anche dal Monte Grappa al mare era atteso il grande attacco austroungarico ma, a differenza del settore dell’Altipiano, non venne qui attuato il tiro di controperazione anticipata. Questo permise agli attaccanti di avvicinarsi alle nostre trincee senza aver subito gravi perdite e con il morale non squassato dal fuoco dei cannoni.
Il Monte Grappa, sulla sommità, era una fortezza sotterranea munita di numerose artiglierie, di postazioni di mitragliatrici in caverna collegate da camminamenti coperti e gallerie, il tutto contornato da un grande anello di reticolati in piú ordini; scavati nella roccia erano depositi di munizioni e di viveri, riserve d’acqua potabile: come una gigantesca corazzata a difesa di tutta la pianura sottostante. L’attacco diretto alla cima per far cadere tutto il massiccio era molto problematico e difficile. Gli avversari pensarono di farlo cadere attaccando dai fianchi: da ovest, dal Brenta al monte Pertica, con quattro scelte divisioni, e contemporaneamente da est con altre quattro che avrebbero sfondato dal Solarolo verso il monte Tomba e il Monfenera per poi aprire la via sulla destra del Piave.
Le artiglierie austriache aprirono il fuoco alle tre del mattino, aumentando via via fino a farlo diventare tambureggiante verso l’ora dell’attacco. La nebbia era salita dalle valli lungo i canaloni e le rocce e si spandeva sul campo di battaglia. Fu durissima lotta all’arma bianca.
Nella parte alta sopra il Brenta le nostre tre linee avanzate avevano tre nomi gentili. Ma chi erano Alba, Bianca, Clelia? Le figlie di qualche alto comandante? Attaccando dall’alto, gli austroungarici fecero cadere le tre linee dai nomi di donna. Resistettero i nostri fanti con le unghie e con i denti sulle ultime alture che guardavano la pianura verso Bassano, ma il Grappa, da ovest, era ormai aggirato. Fu a questo punto che da un osservatorio ai margini dell’Altipiano – come un balcone sul campo di battaglia in quelle pendici del Grappa – un ufficiale, che assisteva con sgomento a quella drammatica lotta, con grande tempestività ordinò ad alcune batterie di aprire immediatamente il fuoco sugli austriaci che stavano per avere il sopravvento. Se questa iniziativa non fu determinante, è certo che contribuí notevolmente a frenare lo slancio degli attaccanti e permettere alle nostre fanterie di fermarli sulla «linea di massima resistenza».
Il fatto che delle artiglierie dipendenti da un’armata intervenissero a favore di un’armata confinante senza avere ordini dal comandante dal quale dipendevano venne ritenuto un episodio grave di indisciplina e il generale Montuori emanò severe disposizioni. «Ad evitare il ripetersi di tale fatto, che potrebbe causare inconvenienti assai gravi, rimane stabilito che nessuno spostamento di rilevante massa di fuoco dai suoi obiettivi normali può essere ordinato, senza preventivo assenso di questo Comando». Ma se quell’ufficiale d’artiglieria – dicono sia stato un tenente colonnello comandante di gruppo – non avesse agito cosí rapidamente e avesse invece aspettato l’autorizzazione del Comando d’armata, come sarebbero andate le cose quel giorno?
Quella sera stessa l’entusiasmo delle forze attaccanti, dopo il primo successo, si stava attenuando, mentre si rinforzava e si esaltava la volontà dei nostri con la convinzione di fronteggiarle e batterle.
Accanita e violentissima fu anche la lotta sulla parte del massiccio che guardava il Piave. Pure in questa zona l’attacco austriaco fu molto energico, ma l’intervento delle artiglierie in galleria sulla sommità del Grappa il giorno dopo mise fuori combattimento due divisioni di fanteria ungherese: la 32 e la 4, mentre si avvicinavano alle nostre trincee.
I contrassalti dei nostri fanti e dei nostri arditi ridussero a ben poca cosa il successo degli austroungarici; cosí, dopo tre giorni, sul Grappa la battaglia si affievoliva; il momento piú pericoloso dell’offensiva era passato senza danni irrimediabili e il maresciallo Conrad rinunciava per sempre alla sua speranza di battere l’Italia.
Poco dopo che il Piave incontra la pianura trevigiana, alla sua destra, si trova un’altura scoscesa coperta da un bosco cespugliato: è la parte estrema di un lungo dosso boscoso che per sei chilometri si allunga dolcemente verso Montebelluna; il, suo punto piú alto tocca i 371 metri di quota al Colesé Val de l’Acqua. Nella pianura tra Bassano, Conegliano e Treviso è proprio un montesel: il Montello; da qui fino alle foci del Piave l’offensiva austroungarica del giugno 1918 prese il nome di «Albrecht» e sul Montello sei divisioni dell’arciduca Giuseppe avrebbero dovuto sfondare le nostre difese, tenute dall’8ª armata comandata dal generale Pennella.
Quella mattina, dopo un larghissimo uso di proiettili a liquidi tossici e lacrimogeni, con bombe fumogene e gas speciali che coprivano la superficie del Piave con un alto strato di nebbia densa che impediva di vedere quello che succedeva sulle rive, gli attaccanti attraversarono il fiume su barconi e assaltarono la prima linea di avamposti, eliminandoli e aggirando le ali. Si legge nella relazione storica dello Stato Maggiore dell’esercito: «Sul Montello, fanti, zappatori del Genio, mitraglieri e bombardieri resistettero finché la marea nemica li sommerse; artiglieri da campagna impugnarono i moschetti battendosi accanto alla fanteria». Se nella prima guerra mondiale vi fu epica lotta, questa certamente si svolse sul Montello: gli avversari continuavano ad attraversare il Piave, ora anche su passerelle, e la battaglia veniva alimentata con forze fresche; nel cielo c’erano scontri tra aeroplani; da parte nostra, dopo la prima eroica resistenza, si era passati alla controffensiva. Risulta, però, che quel Comando d’armata non riusciva a fronteggiare la situazione con la calma richiesta e non sempre possedeva l’autocontrollo indispensabile per guidare la manovra: si davano ordini ineseguibili non sapendo l’evolversi degli eventi. Quello che invece, nella controffensiva del Montello, sapeva agire nei momenti giusti, era il generale palermitano Di Giorgio, comandante del 32° corpo d’armata.
Il 23 giugno il generale Pennella veniva esonerato e, dal Comando supremo, sostituito con il generale Caviglia, che subito si portò in prima linea tra le truppe per capire la situazione: il loro morale era alto ma alcune cose non andavano. – È inutile, – dirà Caviglia, – fare degli ordini modello se la prima linea non è in grado di eseguirli.
Ora dove il Piave si immette nell’Adriatico sorgono stazioni balneari, ma ottant’anni fa quei luoghi erano paludosi e malarici: lí nei primi giorni dell’estate 1918 imperversò una battaglia che arrossò di sangue quelle acque cosí tranquille. Tra Caposile e Fossalta avevano sfondato le divisioni croate e ungheresi del feldmaresciallo Svetozar von Boroević e fu qui che ottennero il maggior successo sul fronte della gigantesca battaglia. Assalita di sorpresa la riva destra del Piave e annientate le difese occupando un territorio reso difficile da paludi e canali, si attestarono saldamente, quasi minacciando Venezia.
Su tutto il fronte l’offensiva del solstizio era fallita e il 23 giugno alle ore 23, sotto la protezione di forti gruppi di copertura, gli austroungarici iniziarono il ripiegamento cominciando da nord verso sud, a mano a mano distruggendo i ponti e le passerelle. Ma sempre restava la testa di ponte tra Caposile e Fossalta; all’alba del 2 luglio una nostra azione controffensiva effettuata dal 32° corpo d’armata, comandato dal generale Pettiti, rioccupava con slancio tutto il territorio tra Piave Vecchio e Piave Nuovo riducendo la linea del fronte.
Cosí terminava l’offensiva che doveva sollevare dalla fame l’Impero asburgico e porre fine alla guerra contro l’Italia. A loro la grandiosa e accurata preparazione non fu sufficiente; gli austroungarici, dicono le relazioni, si batterono bene ma i nostri soldati si batterono meglio: le difese preparate si mostrarono ottime, i Comandi minori agirono con tempestività, i servizi furono quasi perfetti. Nella relazione dello Stato Maggiore austriaco si legge: «Colla fine cosí dolorosa della battaglia di giugno, cominciava il crollo dell’esercito austroungarico e della monarchia danubiana».
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