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Stories by mario rigoni stern

neve rossa sul don

italian

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Sessant’anni or sono era in pieno sviluppo la seconda fase della battaglia invernale del Don. Era solo su un tratto di quel lungo fronte che dalla Carelia giungeva al Caucaso. Dalla grande ansa dove il Don si avvicina al Volga per poi girare a Occidente nel Mar d’Azov, il 19 novembre1942 era incominciata la titanica lotta che avrebbe circondato a Stalingrado la 6a armata di von Paulus. Anche a Sud era in atto la manovra che avrebbe costretto i tedeschi e i romeni del Gruppo armate A tra Caucaso e Mar Caspio a ritirarsi a precipizio verso lo Stretto di Kerč per non restare intrappolati. Sul fronte russo era incominciata la nemesi del Terzo Reich.
All’inizio di quell’inverno lo schieramento dell’armata italiana in Russia, Armir, andava da nord a sud lungo la riva destra del Don; a nord di Babka era schierata la 2a armata ungherese, a sud di Vešenskaja la 3a armata romena. Tra Babka e Novaja Kalitva era in linea il Corpo d’armata alpino con le divisioni Tridentina, Julia e Cuneense; seguivano il 2° corpo d’armata con le divisioni Cosseria e Ravenna, il 318 reggimento granatieri tedesco, tre compagnie tedesche controcarro e il raggruppamento camicie nere «23 Marzo». Il 35° corpo d’armata aveva in linea la 298a divisione di fanteria tedesca, la divisione Pasubio e il raggruppamento camicie nere «3 gennaio»; completava lo schieramento dell’Armir il 29° corpo d’armata con la 62a divisione tedesca, le divisioni Torino e Sforzesca, la legione croata. Questo settore «del medio Don» era lungo 250 chilometri.
L’armata, comandata dal generale Gariboldi, aveva alle sue dirette dipendenze il battaglione sciatori Monte Cervino, il raggruppamento a cavallo con il Savoia Cavalleria e i Lancieri di Novara; genio, sedici autoreparti, una intendenza, un battaglione carabinieri e quarantuno sezioni Ccrr presso i reparti, ospedali di base. La forza complessiva degli italiani era di duecentotrentamila uomini in centoventidue battaglioni e cinquanta compagnie autonome, venticinquemila quadrupedi, 16 700 automezzi, 4470 motomezzi, 977 pezzi di artiglieria di vario calibro, un corpo aereo con ventitre aerei da ricognizione e quarantuno da caccia.
L’armata si era cosí attestata sul fiume dopo la prima battaglia difensiva dal 20 agosto al 1° settembre 1942 durante la quale l’avversario era riuscito a consolidare le teste di ponte di Verhnji Mamon e Ogalev Abrassimova, da dove sarebbe ripartito a dicembre per sconfiggere l’armata italiana.
In piú punti del fiume, appena la consistenza del ghiaccio si dimostrò sufficientemente solida, i russi riuscirono a costruire davanti al nostro schieramento otto passerelle con fondo di travi, terriccio e graticci posati direttamente sul ghiaccio e, sopra questi, tavolame da ponte. Due ponti collegavano le loro teste di ponte sulla sponda destra.
Di notte, dalle postazioni italiane sul fiume, si incominciarono a sentire i rumori delle autocolonne che scendevano dal nord; poi le loro batterie a inquadrare il tiro e gli aerei a sorvolare a bassa quota le nostre linee. A sud lampeggiavano i bagliori della grande battaglia verso il Volga e il vento portava il sordo e minaccioso brontolio. Presto si sarebbe spostato dalle nostre parti.
Le operazioni contro di noi ebbero inizio all’alba dell’11 dicembre con azioni di logoramento nel settore tenuto dalle divisioni Cosseria, Ravenna e Pasubio; erano attacchi condotti con insistenza da reparti della 44a e 38a divisione Guardie. Nei giorni 13, 14 e 15 i battaglioni russi continuarono ad attaccare accerchiando alcuni capisaldi. Furono contenuti ma non battuti e avevano posto le premesse per la battaglia di rottura. In questi frangenti veniva minacciato d’accerchiamento da sud anche il corpo d’armata alpino e il giorno 14 il battaglione sciatori Monte Cervino raggiunse le paludi gelate del Kalitva dove si schierò con l’89a fanteria della Cosseria. I combattimenti si estesero sul fianco destro della Cuneense dove era in linea il battaglione Saluzzo. La divisione Julia, che era tra Bassowka e Semeiki, il giorno 17 riceve l’ordine di portarsi a sud per fronteggiare la grave situazione. Il Pieve di Teco, il Morbegno e il Vestone che erano in secondo scaglione e i reparti della divisione Vicenza che erano di presidio e senza armi d’accompagnamento, in una notte di neve e di intenso freddo si mettono in movimento per sostituire la Julia. Il cambio in linea avviene nelle prime ore della notte del 18 dicembre. La vera e propria battaglia di rottura e annientamento era iniziata all’alba del 16 dicembre.
Incominciarono a sparare oltre 2 mila cannoni, i lanciarazzi multipli katiuscia e i piú pesanti vaniusci da 300 mm; carri armati pesanti, medi e leggeri, battaglioni e battaglioni di «guardie» delle armate 1a e 6a attaccarono il fronte tenuto dal 2° corpo d’armata italiano. Il primo giorno avanzarono per pochi chilometri; accaniti combattimenti proseguirono il 17 e il 18; il giorno 19, per la breccia aperta, dilagarono per 20 chilometri verso ovest raggiungendo Novaja Kalitva; poi verso sud-est. Il giorno 19 giunsero a Kantamirovka interrompendo la ferrovia Rossoš-Millerovo.
I mezzi corazzati dell’Armata Rossa dilagarono ancora piú profondamente verso sud-est contro l’ala meridionale dell’Armir che nel contempo era stata attaccata frontalmente su tutta la linea del Don. Il giorno 19 il generale Gariboldi emanava l’ordine di ripiegamento dopo che tutte le forze disponibili erano state gettate nella battaglia, compresi pontieri e ferrovieri usati come fanteria.
Fu grandissima la tragedia che seguí: dopo i combattimenti sulle rive del Don fronteggiati con grande impegno e tante perdite, i reparti in movimento dissanguati dalla battaglia difensiva, in precarie condizioni di equipaggiamento, privi di artiglieria e di protezione aerea, con i congelati e i feriti che ancora potevano camminare, abbandonando gli altri negli ospedali, si trovarono ad affrontare scontri nell’inverno russo tra bufere di neve e temperature che raggiungevano i –30°.
Il giorno 19, a Kantamirovka, dove confusamente erano retrocessi numerosi reparti disorganizzati, i carri armati russi che si erano messi a osservare quel brulichio di uomini, automezzi, treni in partenza, vennero scambiati per tedeschi: ma poi aprirono il fuoco con cannoni e mitragliatrici provocando sorpresa, disorientamento e panico tra la grande massa che si sbandava cercando disperata salvezza. Quello stesso pomeriggio due attacchi di carri armati al comando della divisione Celere distrussero tutto quanto si trovava: ospedali da campo, sussistenza, munizioni, automezzi e carburanti.
Le unità dell’Armir che erano in ritirata formarono due blocchi: verso sud e verso nord. Alla vigilia di Natale il freddo era sceso a –40°. A Cerkovo venne formato un caposaldo di resistenza che fu subito accerchiato. 14.000 erano gli assediati, la metà tedeschi; pochi quelli che avevano ancora un’arma, scarse le munizioni; molti erano i feriti e i congelati. Resistettero cosí fino al 15 gennaio quando si aprirono un varco verso un reparto corazzato tedesco che veniva in soccorso. I feriti e i congelati e tutti quelli che non potevano camminare, circa un migliaio, vennero abbandonati sul posto.
I superstiti delle Divisioni Torino e Pasubio, nuclei della Ravenna e della Celere, truppe e servizi del 35° corpo d’armata, poche migliaia di persone, alla sera del 22 gennaio raggiunsero Belovodsk dove i feriti e i congelati furono avviati con le autoambulanze verso gli ospedali di Vorošilovgrad e Kupjansk.
Intanto che succedeva questo tra il 19 dicembre e il 17 gennaio 1942 sul fianco destro del corpo d’armata alpino, in piatta steppa senza ripari, gli attacchi dei russi vengono affrontati dagli alpini della Julia, dai battaglioni Saluzzo e Cervino, dai resti di un corpo corazzato tedesco che aveva a disposizione pochi semoventi.
Il 13 gennaio era iniziata l’operazione Ostrogožsk-Rossoš: una manovra a tenaglia dei russi che partendo da nord e da sud avrebbe dovuto annientare il corpo d’armata alpino e parte della 3a armata ungherese. Il 14 gennaio da una breccia aperta nel settore tenuto dagli ungheresi i carri russi dilagano per dodici chilometri, lasciando cosí praticamente scoperto il fianco sinistro del corpo d’armata alpino. L’armata ungherese praticamente si disperde. Si suicida il generale tedesco Yarr che aveva preso il comando delle residue forze tedesche e il 15 gennaio, verso le quattro del mattino, una ventina di carri russi raggiunge Rossoš, sede del comando del nostro corpo d’armata. Lo stesso giorno il generale Gariboldi insiste presso il comando del Gruppo di armate B per ottenere l’ordine di ripiegamento degli alpini. La risposta viene da Hitler: Nein!
Nei giorni 15 e 16 sono respinti gli attacchi sferrati dalle fanterie russe contro i capisaldi tenuti sul Don dalle compagnie del Vestone e dell’Edolo. Alle ore 11 del 17 gennaio, quando i carri armati russi avevano già chiuso il cerchio da nord e da sud occupando Karpenkovo e Postojalji, giunge al comando del corpo d’armata alpino l’ordine di ripiegare. Il messaggio chiude con le parole: «Iddio sia con voi!»
Quella notte che lasciammo la linea nevicava. Poi vennero tormenta e molto freddo. La bufera si prese i nostri primi morti. Dopo giorni e notti di marce e combattimenti, il 26 gennaio giungemmo in vista di Nikolaevka. I resti del Vestone, del Valchiese, del Verona in quella mattina partirono all’attacco per aprire la porta verso l’Italia. Prima di sera giunse anche l’Edolo e scese a valanga la marea degli sbandati.
In Italia nessuno sapeva o parlava della nostra sorte: 74 000 soldati italiani non ritornarono e di questi 33 120 erano alpini. Ora laggiú, e in tanti villaggi delle Alpi, solo neve e silenzio.
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