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Stories by mario rigoni stern

pista! passa il cervino

italian

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Il Cervino è la piú bella montagna delle Alpi. Solitario, possente, nitido dentro il cielo: rappresenta in assoluto tutte le vette. E il battaglione sciatori Monte Cervino sintetizza tutti i battaglioni dei dieci reggimenti alpini, dal 1° all’11°.
A Chivasso si convergeva dal Veneto, dalla Lombardia, dall’Abruzzo, dall’Appennino tosco-emiliano, dalla Liguria e dal Piemonte; e da Chivasso si saliva ad Aosta nelle caserme Testafochi o Mottino o al Castello. Quanti alpini sono passati e ripassati per questa linea ferroviaria? A volte cantando, a volte malinconici, venivano da tutte le valli, dai battaglioni che non hanno numeri ma nomi di paese: Ceva, Dronero, Mondoví, Ivrea, Tirano, Vestone, Bassano, Feltre, Gemona, L’Aquila. Nomi cari, di famiglia, perché già i nonni li pronunciavano con i numeri delle compagnie, anzi i nomi: la Settima di Dio, la Valanga, la Tran-Tran, la Malintesa; parlavano di sottotenenti come Magliano e Nasci; raccontavano imprese che erano leggende. Ma i nostri padri solo in certe occasioni ricordavano il Monte Nero, l’Ortigara, l’Adamello, Monte Fior; Cantore e Battisti. Noi, loro nipoti e figli, abbiamo ancora meno da dire.
Oggi, da questo treno che da Chivasso porta ad Aosta, guardiamo muti le vecchie montagne, la Dora, il forte di Bard, la centrale di Montjovet senza nulla vedere perché i ricordi salgono vivi da un profondo che credevi dimenticato per sempre e ritornano visi di compagni con i quali mai piú berrai e canterai insieme.
Il Cervino! Il piú bello di tutti i battaglioni alpini ed anche il piú bel monumento che la natura eresse a loro.
Dopo la campagna d’Albania, nel novembre-dicembre del ’41, ad Aosta si ricostituiva il battaglione che doveva essere impegnato sul fronte russo sul modello dei reparti sciatori finlandesi. A piccoli gruppi gli alpini arrivavano dai reggimenti con i pesanti zaini affardellati e i loro dialetti. Ad aspettarli c’erano il tenente colonnello D’Adda, il capitano Lamberti, il tenente Baisi, il caporal maggiore De Giorgi. Nella vecchia Aosta, cosí densa di soldati, il Cervino portò un’aria nuova e scanzonata: le divise bianche, le grandi giberne di tela, le scarpe vibram (una novità per allora), i primi parabellum, i diversi numeri e nappine sui cappelli. Si andava a Peroulaz per esercitarsi sugli sci o lungo la Dora con le nuove armi automatiche; il motto era «Pista!» e il motivo «…Si va sulla montagna».
Il 13 gennaio del 1942 era un martedí, nevicava. A mezzanotte dalla stazione di Aosta partí per la Russia la prima tradotta di alpini. Il primo di tanti lunghi treni della migliore gioventú che andava sottoterra.
Era l’inverno del gran freddo e fu un lungo viaggio di chilometri e di giorni. A Neustadt il treno si congelò e nei sette giorni di sosta gli alpini per riscaldarsi facevano lunghe corse con gli sci sulla neve secca come sabbia. A Kassel ancora un’altra sosta perché i partigiani polacchi avevano fatto saltare i binari. A sera gli alpini si restringevano negli scompartimenti gelati e Gualdi raccontava di quando era stato al Polo Nord con il capitano Sora, Bonomi narrava le sue avventure di contrabbandiere e Panei cantava sottovoce la canzone della Maiella.
Il treno correva nella pianura polacca piena di silenzio e di neve; con il fiato si scioglieva un piccolo cerchio di ghiaccio sul vetro dei finestrini e attraverso ad esso si vedevano villaggi semideserti e carcasse di carri armati e d’aeroplani. Leggo su un vecchio notes sgualcito: «4 febbraio: Siamo passati da Tarnow, nel cuore della Polonia. Le condizioni del popolo sono molto misere. Lande tristi. 6 febbraio: Sapova Wiszia. In un villaggio ho incontrato un polacco che nel ’17 è stato a fare la guerra nel mio paese…»
Il 21 febbraio, dopo quaranta giorni di treno, il Cervino giunge a Jassinovataia, dove un alpino ha la sorpresa di leggere sul muro di un’isba: «Saluti ai paesani che passano. Cunico Antonio contrada Costa» e dove il generale Messe viene ad accogliere i primi alpini che giungono sul fronte russo. C’era nella seconda squadra del primo plotone l’alpino Anzi Giuseppe. Da Bormio, sposato a Costanza Sartorelli, e il generale Messe disse guardando nella sua direzione: – …Non crediate d’essere venuti qui a fare la guerra lampo, anzi, ci vuol costanza per vincere una guerra –. Per questo, quando la girava male, i suoi compagni lo sfottevano: – Anzi! ghe voel la Costanza!
Il battaglione si alloggiò a Rykovo, in quelle case a piú piani vicino alle scuole nuove. Pattuglie di sciatori facevano scorribande nella zona e una sera la pattuglia rientrò sconvolta: non avevano incontrato né partigiani né regolari ma, in aperta campagna, avevano visto una grande fossa ricolma di cadaveri nudi, d’ogni età e sesso: erano ebrei trucidati dai tedeschi.
Le compagnie, a turno, andavano in linea a fare colpi di mano. Leggo nel vecchio notes: «7 marzo. Tutto il giorno vento e neve. Quelli della prima compagnia sono andati a fare un colpo di mano. 19 marzo: Stanotte allarme per i partigiani. Tutta la notte di pattuglia. Vento e neve. 21 marzo: Partenza per la linea con tutto il battaglione. Due ore di marcia con gli sci. Il 23 marzo a Ubiscicce c’è la prima azione importante. Si passa la nostra trincea e si tenta l’aggiramento delle postazioni russe. Non si sa quali siano gli intendimenti dei comandi ma si è in piena luce e i russi sventagliano raffiche sopra la testa degli alpini appiattiti sulla neve per ore e ore. Cadono il tenente Carbone e l’alpino Berton Guido è gravemente ferito. Molti sono i feriti e molti i congelati; i primi in terra di Russia di una lunga interminabile schiera». Sfoglio ancora il vecchio notes: «1° aprile: Neve e tempesta. Alla sera si parla sino a tardi di sci e di montagne, di quello che sarà dopo la guerra…»
La neve si scioglie al sole di primavera e al vento del Mar d’Azov; le strade diventano canali di fango e la steppa rifiorisce. Sui fiori della steppa cadono il 18 maggio il sergente Chianale, che si era formato in Albania alla scuola di Annoni, il sottotenente Frascoli, l’alpino Panozzo e tanti altri ancora. Alla fine di agosto i russi contrattaccano nell’ansa del Don e nei vuoti lasciati dagli altri accorrono gli alpini. Non sci, non piccozze e corde per montagne come le nostre ma steppa come mare: erba e cielo, erba e cielo.
Gli alpini sciatori diventano fanti e il tenente Ognibene cade riverso sulla trincea, stroncato da una scheggia, mentre incita il suo plotone a resistere.
Finché venne un’altra volta l’inverno. Le autocarrette portarono dai magazzini sci e tute bianche che sarebbero divenuti croci e sudari. Il 16 dicembre 1942, quando il corpo d’armata alpino è minacciato d’accerchiamento, il Cervino e l’Aquila partono da Rossoš e da soli, nella nuda steppa, affrontano i carri armati T34 e reggimenti di mongoli. Come nessuno avrebbe saputo fare o prevedere resistono a «Quota Pisello», sopra Novaja Kalitva, da soli. Il Cervino e l’Aquila. Da soli hanno salvato da un primo accerchiamento gli altri diciotto battaglioni dei sei reggimenti alpini e i nove gruppi di artiglieria alpina schierati sul Don mentre tutti gli altri… Ma quanto è costato fratelli del Cervino?
Il 22 dicembre l’alpino Longhini Domenico vede morire cosí il suo tenente Sacchi: era salito su un carro armato tedesco che non voleva entrare in combattimento e con il mitra spianato costringeva i tedeschi a combattere con gli alpini gridando: – Avanti Cervino, pista! – La neve, lí attorno, era macchiata di rosso e coperta di caduti, il carro armato cerca di evitare un ferito ma questi subito si gira e con una raffica di parabellum fulmina il tenente Sacchi ritto sul carro armato. Combattendo con le bottiglie di benzina contro i T34 il giorno 31 cade il caporale Gabrieli Angelo. Il piccolo e sparuto battaglione diventa come il monte di cui porta il nome. Il capitano Lamberti comanda quel gruppo di disperati come Leonida i suoi Trecento.
Arrivò la Julia a dare il cambio e i pochi vivi riportarono indietro i troppi morti. Ma ancora il 16 e il 17 gennaio a Rossoš sono i resti del Cervino ad affrontare i T34 che volevano spianare il comando del generale Nasci. Ancora cade, degno dei suoi alpini, il tenente Corte di Montanaro e nella mischia si dissolve il caporale Pesavento Mario e il Cervino in una bufera di neve e di fuoco.
Sulle montagne del Piemonte nel ’44 e nel ’45 i partigiani cantavano la canzone di Nuto Revelli: «… Bandiera nera… è morto un partigiano nel far la guerra… laggiú sotto terra trova un alpino | caduto nella Russia con il Cervino… | Che Dio maledica chi ci ha tradito | lasciandoci sul Don ed è poi fuggito…»
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