sfida a cima xii
italian
Sul finire dell’autunno, anche mio autunno, assieme al nipote settenne volli ancora una volta salire alla Cima delle Dodici. La giornata era limpida e fredda e nei posterni restavano ancora lenzuola di neve gelata; aveva nevicato ai primi di ottobre ma poi era venuta la bonaccia e quindi il freddo: la neve era cosí diventata compatta e dura; gli scarponi lasciavano appena il segno e Roberto si divertiva a battere forte il piede per scalfire la crosta.
I solivi invece erano liberi e giallastri per erbe secche e grigi per rocce dilavate; anche lontano, dentro per il nord e dall’Adamello al Pelmo, le montagne che di solito sono bianche fino ai piedi, non erano caricate di neve.
Camminavamo e raccontavo di queste montagne e delle loro storie; poi sostammo al bivacco dove incontrai un altro nipote con la sua ragazza e ci raggiunsero quattro alpinisti di Borgo che erano saliti dalla Valsugana. Questo bivacco del Soccorso Alpino della Società Alpinisti Tridentini è posto al di là del vecchio confine di Stato, e ora non ci sono piú guardie di finanza, gendarmi e contrabbandieri e nemmeno contestazioni per qualche metro di arida roccia come era avvenuto nel passato tra le autorità dei due governi.
Prima, nei tempi antichi e fino all’Ottocento, per noi dell’Altipiano, questa montagna, che è la piú alta, era dedicata a Freya, sposa di Odino e dea di fertilità, nascita e morte, e che «godeva della poesia amorosa»; ed era chiamata Freyjoch, montagna, giogo di Freya. Come pure altre montagne, o valli o luoghi singolari erano e sono ancora dedicati a Odino, Thor (sulle carte un Monte Thor è diventato Cima Torino!), Skadhi, o alla profetessa Ganna.
Questo raccontavo a mio nipote e anche, raccontavo, della vicenda della croce di Cima XII che in tempi non poi tanto remoti, i nostri vecchi posero sulla vetta quando, invece di Freyjoch, venne italianizzata in Ferrozzo sulle mappe del Lombardo-Veneto e in Cima delle Dodici da quelli di Borgo perché a mezzogiorno faceva cadere l’ombra sulle loro case.
Attorno agli inizi di questo secolo era accaduto che qualche pattuglia di soldati austriaci ogni tanto sconfinasse, ma forse era solo per incontrarsi con le nostre pattuglie di alpini con il fine di scambiarsi un sorso di grappa o una borraccia di vino, lí, ai piedi della Dodici; ma è da supporre che anche i nostri soldati qualche volta passassero di là. E che cos’era poi questo «confine» che né i cacciatori, né i pastori, né i contrabbandieri erano capaci di definire? Ma ai patrioti e ai nazionalisti questa cosa non andava e sulla «Gazzetta di Venezia» il 28 dicembre 1908 si scrisse di «usurpazione di Cima XII e della Val Caldiera da parte dell’Austria, con la tacita acquiescenza dell’Italia».
In paese comparvero questi versi (allora era usanza molto seguita; se il caso riguardava il civico i fogli satirici venivano appesi alla porta del Municipio, se la Chiesa sulla porta del campanile): «Pochi giorni fa sono sconfinati | Un caporal maggiore e tre soldati; | E l’altro giorno poi, per farla eguale | Passaron tre soldati e un caporale. | Possibile mai che solo i nostri alpini | Conoscono i geografici confini? | E che i tedeschi siano cosí addietro | Da non saper se andar avanti o indietro?»
Con l’attivazione del nuovo Catasto terreni, che sostituiva quello Lombardo-Veneto, la Cima delle Dodici, chissà come e perché, venne assegnata all’Austria e in quello stesso anno, il 1909, il senatore Colleoni solleva la questione al Senato del Regno ponendo interpellanza al ministro degli Esteri senatore Tittoni: «Tanto le carte geografiche e topografiche austriache, tanto quelle italiane, a cominciare dal 1838, … ora nell’ultima operazione del catasto, con grande meraviglia degli abitanti di quel territorio, la Cima del Dodici viene assegnata al territorio austriaco…»
Non è per la montagna, dice, che è sterile e rocciosa, ma perché, piuttosto, «è una specula superba di importanza strategica che domina le cime e le vallate e il Trentino irto di fortilizi». E poi, aggiungono i giornali dell’epoca, da tempo immemorabile era sempre stata patrimonio a uso di pascolo ovino e di caccia degli abitanti dell’Altipiano.
Di queste questioni non sa nulla, risponde il ministro degli Esteri: deve prendere informazioni, per quanto riguarda il Catasto, dal ministro delle Finanze, e per la questione strategica dal ministro della Guerra.
Intanto gli animi dei patrioti si riscaldano e il giorno diciassette di settembre del 1910 un futuro deputato, due guardie di finanza e due chierici seminaristi salgono la vetta e sopra la croce issano il tricolore. Il giorno dopo «furtivi come gatti comparvero alcuni gendarmi austriaci, ammainarono il tricolore, se ne appropriarono e scesero a Borgo consegnandolo al loro comando».
Si fa sapere per via diplomatica alle autorità italiane che la bandiera era stata posta quaranta metri oltre il confine. La risposta fu anche pronta perché il 25 dello stesso mese alcuni alpinisti di Bassano salgono la cima con tre vasi di colore e dipingono la croce. Forse pensavano che gli austriaci, da bravi cattolici, non avrebbero osato toccarla!
Difatti il 30 settembre l’I. R. funzionario Leopold Lauton ritorna sulla vetta con una pattuglia e al ritorno fa un rapporto dettagliatissimo al Bezirkshauptmannschaft di Borgo: «… Allorché il sottoscritto con il comandante del reparto Johan Maring giunsero a C. Dodici scorsero la già nota croce di legno sulla quale era stata issata la bandiera tricolore che dal sottoscritto e dal comandante Johan Maring venne confiscata il giorno 18, e videro che essa croce era completamente dipinta con colori a olio verde, bianco e rosso come dall’unito disegno. Le strisce colorate mostrano una larghezza da 13 a 22 cm… Sulla croce di legno alta m 3 1/2 e larga m 2 1/2, sezione m 0,14 x 0,12, a circa m 1,30 dal suolo, su una larghezza di m 0,49 si trova un Signore crocefisso sul quale, senza alcun rispetto, furono dipinte le strisce colorate.
Al di sotto della croce di ghisa si trova un cuore pure in ghisa di m 0,19 x 0,28 che venne dipinto di verde bianco e rosso. Dietro la croce a 1,31 m dal suolo è collocata la cassettina di latta – 25 x 18 x 4 cm – dove era contenuto il già confiscato libretto di vetta, consegnato al K. K. Bezirkshauptmannschaft di Borgo. Nella cassetta di latta si trovano soltanto biglietti da visita…
La croce in legno col crocefisso di ghisa fu eretta per incarico di Giuseppe Dalmaso del Consorzio dei Sette Comuni il 18 agosto 1900; nello stesso giorno fu benedetta da un parroco di Asiago il quale di fronte alla croce stessa celebrò una Santa Messa.
Il fronte della croce è rivolto verso Asiago, il rovescio è verso Borgo. Come comunicato la croce si trova a m 40 1/2 a nord della linea di confine stabilita sul terreno nel 1905 dalla Commissione Internazionale. Anche la pietra vicina alla croce è dipinta di bianco, rosso e verde…»» La relazione del meticoloso asburgico funzionario continua descrivendo la misura del pennello e dei barattoli di vernice lasciati sul posto (a m 20 dalla croce), vernice inglese con la scritta in italiano «bianco Genova, rosso inglese, verde Italia»; dice pure a quanti metri dalla croce ha rinvenuto i resti di una colazione e descrive anche questi e che a 62 metri dal culmine, a guardare il Trentino «… fu dipinta in verde la parola ital con grandi lettere di 39 x 34 cm…» Raccoglie anche fogli di carta, «… 25 settembre Cima Dodici aò visto i maghi, il soldato Giuppe Zoccama, 6. Alpini, 74 Comp., Asiago»; c’è anche un biglietto da visita: «Prince Ferdinando Rospigliosi – Sottotenente di complemento 3° reggimento alpini – li 22 settembre 1910 qui venne sotto la neve».
Il rapporto diceva anche che non si poteva dar colpevolezza della pittura ai finanzieri in servizio sui confini; si allegavano disegni e schizzi e concludeva «… la croce dipinta col tricolore dal sottoscritto fu lasciata intatta».
Ma la lotta per la contesa cima continua e il 6 di ottobre una compagnia di soldati austriaci con i loro ufficiali, l’I. R. Commissario di Borgo, un sacerdote e qualche civile salgono dalla Val di Sella e dalla Lanzuola per riconsacrare la croce profanata e levare cosí l’offesa recata dai regnicoli. Davanti ai Kaiserjäger impettiti il sacerdote riconsacrò la croce e celebrò la messa; poi si levò una impetuosa e forte bufera di neve e quando vollero ridipingere la croce di nero, a metà operazione, il colore gelò e dovettero discendere con celere prudenza per evitare tragedie.
A don Malfatti, parroco di Vela di Trento che era salito lassú con i Kaiserjäger perché il vecchio arciprete di Borgo non era in condizioni di affrontare la salita e il cappellano don Cesare Refatti di sentimenti irredentisti si era dato ammalato, qualche giorno dopo giunse una anonima Cartolina Postale Italiana che portava scritto: «Ributtante davvero quella santa azione della Cima. Vergogna al ministro di DIO !» e sul retro continuava: «Bada a te mascalzone di un prete rinnegato che qualcuno non ti vernici come si deve il muso col giallo ed il nero! Bella carità cristiana aiutare dei prepotenti a conculcare la nazionalità d’un popolo!! Verrà il tuo turno sacerdote indegno, senza patria peggio dei sindacalisti! E te ne accorgerai parola d’onore!! Viva l’Italia!! Viva, viva, viva!…»
Forse su quella vetta la croce rimase in parte tricolore in parte nera; ma pastori e cacciatori non se ne curavano, e nemmeno i contrabbandieri; continuavano le loro attività come avevano sempre fatto. Quella montagna restava Freyjoch o Cima delle Dodici e l’antico e il nuovo esistevano insieme: Freya e Cristo. Francesco Giuseppe e Vittorio Emanuele restavano lontani; l’uno a Vienna e l’altro a Roma. Poi venne la Grande Guerra e da ogni parte dell’Italia sabauda e dell’Impero absburgico vennero qui gli uomini a morire a decine di migliaia. Ancora oggi ogni tanto affiorano le ossa spezzate.
Salendo, mio nipote raccoglieva un pezzo di granata, una cartuccia sparata, una pallottola: «Se continui cosí, – gli dissi, – quando saremo di ritorno peserai il doppio». Arrivati in vetta si stupí di trovare due croci. Gli raccontai, allora, che nel 1947 quelli di Asiago sostituirono l’antica che il tempo e i fulmini avevano ormai distrutto e che di quella è rimasta solamente la piccola croce istoriata in ghisa fusa inserita nelle braccia di legno, e che quell’altra croce in tubi di ferro l’hanno portata su nel 1973 i paesani di Borgo. Il loro poeta scrisse: «… De le do Crose: una | l’è la nostra, del Borgo, | l’altra la è la vostra, | cari fradei de Asiago!»