Korimba

Stories / Poems

Stories by massimiliano melotti

1848

italian

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Una cappa nera come la pece ammanta le montagne a occidente; l’imprevista oscurità nasconde allo sguardo degli uomini gli ultimi bagliori del tramonto, come se una assurda gigantesca balena avesse ingoiato il sole calante. Improvvisi lampi argentei, infallibili arpioni del Dio Njord, tagliano questa densa tenebra.
«Arriverà anche qui, quel temporale?» chiede Tom, indaffarato ad accendere il fuoco.
Il Vecchio osserva le montagne per quello che sono, mentre la caccia alle balene ritorna ad annidarsi tra i suoi ricordi. Lo sguardo si posa sul ragazzino affaccendato.
Figlio di parole al vento, di promesse infrante dai colli di troppe bottiglie, di tenere mani presto scomparse, ora attizza il fuoco con lo spirito di chi poco conosce ma che tutto vuol scoprire. Veste abiti di morti su entrambi i fronti; scarpe di un piccolo artigliere irlandese, ancora troppo grandi per lui, calzoni di un fante messicano con cinghia di moschetto per cintura e camicia di un disertore impiccato. Il cappello da soldato è un dono del vento sulla pista di Churubusco. Gli occhi grigi sono di un ragazzino che dovrebbe essere in un altro luogo, in un altro tempo insieme a quelli come lui. Il Vecchio in quegli occhi vede sé stesso, troppo tempo fa.
«No, non credo; ci sono almeno cinquanta miglia tra noi e quelle montagne. È un temporale estivo, forse da noi arriverà un po’ di vento durante la notte, o almeno lo spero, questo caldo mi ha sfiancato».
Si gratta la lunga barba bianca, raccoglie e getta un paio di ramoscelli sulla flebile fiamma. Nel fuoco il baluginio di una fiammella azzurra lo riporta ad altri istanti, vissuti in un lontano passato. Rammenta i corpusanti; sa di essere uno dei pochi uomini che possa dire di averli visti brillare e guizzare tra gli alberi di una baleniera, al largo di Terranova, nonché tessere una incredibile ragnatela di lucenti fiammelle sulle punte delle corna di una grande mandria di bufali, vicino ai Big Timbers.
Quanto tempo sarà passato? In questi strani giorni gli affiorano nella mente immagini e ricordi cui non sa dare una data; quando cerca di calcolare lo scorrere del tempo la sua mente corre ad altri ricordi, ad altre immagini, a istanti di quella che ora gli sembra un’altra vita.
* * *
Arrivano tre delaware con un magro capretto macellato e crocifisso tra due verdi rami di mesquite.
Tom è sempre intimorito da questi indiani, sa che sono pericolosi come serpenti ma anche che sono gli unici a saper scovare cibo nel desolato deserto che circonda il villaggio. Spesso lo scovano tra le case e i cortili, ma è da anni che il ragazzino sa bene che quando hai fame poco importa da dove arriva quello che metti sotto i denti.
I soldati regolari sono partiti quella mattina; nel piccolo villaggio sono rimasti Tom, il Vecchio, il convalescente Ross e quattro Delaware. Mulattieri sciancati, sguatteri imberbi e infide guide indiane non servono più, la guerra è formalmente terminata.
Il capitano li ha pagati e congedati; per il piccolo convoglio di salmerie al seguito del reparto ha trattenuto i mulattieri più esperti e robusti. I Delaware, anche se utili, lo urtavano sui nervi e così ha dato loro il benservito.
Gli indiani posizionano la carne accanto al fuoco, poi si accoccolano sui talloni scambiandosi qualche parola nella loro strana lingua. Appare anche Fumo, il quarto indiano, il capo del gruppetto. Lui e il vecchio si salutano con un cenno. Il nome Fumo glielo ha appioppato il capitano, a causa dell’ampia macchia nera di polvere da sparo che l’indiano ha impressa sulla guancia destra. Il Vecchio racconta che anni addietro, in un combattimento, l’indiano ha evitato la pallottola sparatagli a bruciapelo, non la vampata che lo ha così tatuato. Il vero nome, suo e degli altri tre, nessuno dei bianchi lo conosce. Li chiamano accennando a dei particolari; Camicia Rossa, Danzatore, Otto Dita.
Gli affilati coltellacci degli indiani iniziano ad affettare la carne appena abbrustolita; è il segnale, anche Tom e il vecchio si servono, dopo i delaware.
Il Vecchio più che masticare biascica, sparsi per la bocca non ha più di cinque o sei denti. Ogni tanto ci infila il mignolo per liberare un boccone ostinato.
«Settanta!» esclama all’improvviso puntando lo sguardo su Tom come se il ragazzino fosse parte attiva delle sue riflessioni a voce alta.
«Settanta cosa ?!» chiede Tom preoccupato, mentre si volta cercando con gli occhi i settanta chissà ché.
«Dovrei avere settant’anni, forse un paio in meno, ma dovrei esserci» risponde il vecchio, imbarazzato per il ritorno alla realtà.
Tom non sa che dire, a quattordici anni settanta di tutto sono una cifra mostruosa, nemmeno la sa contare. Per lui il Vecchio è un vecchio dai capelli bianchi come la barba, magro e ingobbito dall’enorme peso degli innumerevoli anni. Dalle lunghe marce con le colonne di muli e dalle sere seduti attorno al fuoco sa che le mani chiazzate ed ossute hanno intinto penne in calamai, aperto libri, pilotato navi e guidato cavalli, scagliato arpioni a balene e posato trappole per castori. Hanno cucito i calzoni di pelle ed i mocassini che il vecchio indossa sotto la lunga camicia di tela e il serape. Sa che gli stanchi occhi azzurri hanno visto gli oceani d’acqua e i mari d’erba.
Sa che sono occhio buoni.
Le tenui fiammelle che s’innalzano dalle braci rischiarano il gruppetto che s’ingozza veloce, ora in silenzio; sono accampati alla periferia settentrionale del piccolo villaggio, nello spiazzo formatosi tra le rovine di un paio di casette di adobe i cui tetti sono crollati cinque anni prima, quando furono incendiati durante un attacco degli apache. Tra le altre case del villaggio la luce di qualche candela brilla e scompare improvvisa, come le stelle nelle sere di vento e nuvole. Un curioso scosta per un istante le tende di tela di sacco dalla finestra, un’altro velocemente apre una porta. Oggi i soldati americani se ne sono andati, gli abitanti iniziano ad uscire, hanno ritrovato un po’ di coraggio, e, forse, di libertà.
L’unica luce che rischiara la plaza è quella che arriva dalla porta perennemente aperta della taverna, il solo luogo che abbia tratto guadagno dalla presenza degli americani.
* * *
Terminato il pasto, gli uomini si avviano verso quella luce ammaliatrice. Danzatore, il più giovane dei delaware, rimane a guardia del campo e dei cavalli; tutti loro sanno che Tom è inutile come sentinella, sarebbe sopraffatto da qualsiasi messicano del villaggio, forse anche dai vecchi rimbambiti. L’indomani vorrebbero partire, e lo vogliono fare in sella ai loro cavalli, senza dover rubare i pochi e magri ronzini rimasti al villaggio.
Il Vecchio e Tom entrano nella taverna, gli indiani si accoccolano nel cerchio di luce fuori dalla porta. L’oste porta loro una caraffa di birra apache, senza bicchieri; odia ogni indio, come chiunque in quel luogo, ma adora le tintinnanti monete che questi barbari selvaggi hanno nelle pieghe delle cinture.
Questa sera a Tom il locale pare diverso, gli sembra di essere capitato in un altro luogo, in uno strano tempo; i tavoli solitamente occupati dai soldati sono vuoti, ci sono soltanto quattro tirapiedi messicani seduti a un tavolo d’angolo. Il ragazzo osserva per la prima volta le brulle pareti del locale e scorge anche il canniccio del soffitto male intonacato; le sere precedenti era offuscato da una coltre impenetrabile di denso fumo grigio che odorava di tabacco, di acquavite, di peti e sudore. Lui e il vecchio siedono, l’oste serve loro l’aguardiente; i soldi del ragazzo tintinnano come quelli del vecchio e degli indios. I quattro messicani li guardano, uno accenna qualcosa e gli altri ridacchiano.
Ross è in piedi accanto alla porta della puta, immobile come una statua di gesso. Fino alla sera prima c’era la ressa davanti all’ingresso della stanza del piacere.
Ross ha solamente due o tre anni in più di Tom, ma si considera un uomo fatto. Le efelidi in volto e i grandi ingenui occhi azzurri dimostrano il contrario.
Non è scaltro come un uomo, altrimenti non si sarebbe immischiato in una rissa tra soldati ubriachi facendosi spezzare a calci due o tre costole. Sembra fissare qualcosa tra i suoi piedi, talmente affossata sotto il pavimento che potrebbe anche essere il marchio del bottaio sul fondo di un secchio in Cina.
Si desta dal torpore dell’ubriacatura, barcolla un attimo ma non cade; forse il saluto del vecchio lo ha richiamato nel mondo reale. Nelle precedenti sere il saluto sarebbe stato sommerso dal frastuono di voci e risate.
Bussa violentemente alla porta, chiama la donna.
«Querida ... queridaa!!! »
I messicani al tavolo lo indicano e ridono.
La porta si apre, appare la figura della donna; non è certo più vecchia di Ross.
Il Vecchio ha approfittato dei suoi servigi una sola volta, qualche sera prima. Era alticcio e non ha saputo resistere al richiamo della carne e alle prese in giro dei compagni. Mentre le era sopra e spingeva e sudava affannato ha incrociato lo sguardo della ragazza, fugando i dubbi delle sere precedenti e capendo all’istante chi è e da dove viene; dai suoi giovani occhi sono scomparsi i ricordi delle montagne dove è nata e dove ha mosso i primi passi all’ombra di una capanna di rami. L’uomo ha subito capito che essa non ricorda più i freschi e spumeggianti ruscelli, il cielo azzurro, il profumo del polline, le mani di mamma tra i capelli, il cuore che palpita al fugace sguardo di un giovane guerriero.
Sono scomparsi l’aria e il vento, il giorno e la notte, i canti e le parole nella lingua natia. In lei non c’è più alcun desiderio. Ora è solo una giovanissima schiava apache.
Si è alzato, rosso in volto e col fiatone, il pene umido e flaccido già rintanato tra la grigia peluria, i calzoni alle caviglie; impacciato le ha dato il triplo di quanto pattuito, si è ricomposto e se ne è andato con gli occhi bassi. Il Vecchio, una quindicina di anni addietro, visse quasi un anno con gli apache delle montagne e li rispetta ancora oggi.
Questa sera la vede apparire nella sua infranta bellezza e sa che per lei nulla mai cambierà; distoglie lo sguardo e osserva l’opaco fondo del bicchiere.
Tom la vede per la prima volta, dopo aver tanto desiderato di poter entrare nei segreti di quella stanza. Non ha l’esperienza del vecchio ma anch’egli conosce quello sguardo; lo ha già visto sui volti degli schiavi incatenati tra le banchine del porto di Corpus Christi. Allora, quando li vide, provò un gran dispiacere, perché quei neri occhi avevano la stessa espressione degli occhi azzurri di sua madre, che al collo non aveva catene. Il mercante notò l’espressione di Tom e disse «Non ti impietosirai certo per dei negri, eh?»
Ogni desiderio di una serata di lussuria gli passa all’istante.
Ross si allunga verso la stanza alle spalle della ragazza, «Ancora, ..otra vez..» biascica con la voce impastata dall’alcol.
«No..no tu es impotente!!.» risponde lei frenando l’impeto del giovane con le mani e indicando poi il suo inguine.
Il viso della donna rimane impassibile. A lei non importa nulla del bianco, che entri oppure no . Importa solo delle botte che prenderà dal suo padrone se lo farà entrate ancora una volta, senza pagare.
Il ragazzo non capisce lo spagnolo, ma ricorda che poco fa ha pagato, per poi fare cilecca, e comprende a cosa allude la donna. Vorrebbe dirle che raddoppierà la tariffa, ma la sua mano di ubriaco ragiona in modo diverso dalla sua ingenua testa.
Lo schiaffo parte improvviso, il sangue del labbro di lei schizza in mille goccioline fin sullo stipite.
Uno dei messicani, il padrone della donna, si alza, afferra Ross per il colletto della camicia e lo scaraventa di peso contro il vicino bancone. Gli altri messicani ridono sonoramente.
Alcune brocche e ciotole cadono; il secco rumore delle terrecotte frantumate allarma gli indiani fuori dal locale.
L’alcol e l’acuto dolore alle costole annebbiano il giovane, che si lancia d’impeto contro il messicano colpendolo con una gragnola di pugni al volto.
Non ci sono più i soldati, il messicano lo sa bene. Da oggi ha perso fior di guadagni e ora si ritrova la puta col viso tumefatto e con un labbro spezzato. Non è tempo di far calcoli di convenienza. Non è più tempo di frenare la rabbia. È ora di far capire chi comanda.
Il coltello scintilla nella mano dell’uomo per un istante, poi scompare nel ventre del ragazzo.
Gli azzurri occhi di Ross tremolano di stupore, cercano la pietà in fondo ai neri occhi del messicano.
È una supplica inutile, tutti nel locale sanno che non la troveranno mai.
Potrebbe comperare la sua vita, ha i soldi, ma non trova le parole, solo un fortissimo dolore che gli fa mordere la lingua e colare il sangue sul mento.
La forte mano del messicano passa il coltello da un lato all’altro del ventre del giovane americano, aprendolo come un sacco di fagioli.
Il giovane cade in ginocchio, con le mani cerca di trattenere le viscere sanguinolente, si affanna di riportarle all’interno del proprio corpo.
«Dio no! Dio no..no..no!!» la voce è sempre più flebile, sulla bocca esplodono bolle di sangue e saliva; spira stringendo in grembo i suoi caldi intestini. Si accascia sul pavimento; gli spasmi delle gambe sembrano far correre il suo corpo lontano dal sangue e dal lercio piancito per inseguire e riprendere quella che è stata la sua breve vita.
La ragazza è rientrata nella stanza, quello che è accaduto la lascia indifferente; vorrebbe solo mettersi a letto e dormire per far passare il dolore al volto e al cuore.
Uno sparo affloscia il messicano; l’uomo scivola a terra con gli occhi spalancati e lo stupore impresso sul volto. Non cerca nemmeno di aggrapparsi al bancone.
Fumo gli si getta contro con la furia di un orso, il suo terrificante grido di guerra turberà i sonni dei presenti per molto tempo a venire. Strappa il coltello insanguinato dalla mano del messicano e lo squarta dall’inguine allo sterno, tagliando vestiti e carne con una velocità e una destrezza che dimostrano la sua abilità di carnefice.
Gli altri indiani sono nel locale, hanno i fucili spianati e rispondono all’urlo. Al tavolo un messicano terrorizzato si alza di scatto dalla sedia, vorrebbe fuggire. La palla di piombo lo scaraventa contro la parete alle sue spalle. Mentre l’uomo scivola lentamente verso il pavimento cercando di resistere alla chiamata della morte, il sangue scrive la fine della sua storia imprimendo una striscia scarlatta sullo sporco muro. Camicia Rossa lascia a Otto Dita il fucile scarico e entra nella stanza della ragazza. I due messicani rimasti sono immobili, impietriti. Da un pezzo non ridono più.
Il locale si è riempito di fumo denso e grigio che profuma di guerra, paura e morte. La canna del fucile di Otto Dita minaccia i due uomini; ognuno dei due spera che il colpo tocchi all’altro.
Camicia Rossa esce dalla stanza trascinando per il colletto la ragazza, quasi sollevandola da terra; i piccoli piedi nudi sbattono disordinatamente sul pavimento mentre con le mani cerca invano di allentare la presa del delaware.
Anche Tom è in piedi, addossato alla parete di adobe con le unghie conficcate nel fango secco; ha cercato di passarci attraverso, ma il decrepito muro non ha assecondato il suo desiderio. L’orina colatagli tra le gambe ha formato una strana pozzanghera nel polveroso pavimento. Il vecchio è ancora seduto, rigido come se fosse di legno, con gli occhi spalancati e il fucile stretto tra le mani dalle pallide nocche.
Fumo rivolta Ross, fruga tra i vestiti insanguinati; sa che tra le bende del costato sono nascosti i soldi della paga. Ross aveva un debito di gioco con l’indiano, è solo questo il motivo per cui il delaware è intervenuto nella contesa con il messicano. In fondo pensa che lo stolto giovane bianco se lo sia meritato.
Riscosso il debito, Fumo si pulisce le mani insanguinate nella camicia del morto, poi lui e gli altri indiani escono dal locale, coprendosi l’un l’altro coi fucili spianati. Camicia Rossa ride mentre trascina la ragazza recalcitrante.
Il vecchio guarda i due messicani superstiti e l’oste, vede la paura scomparire dai loro volti e capisce che tra poco vi comparirà la maschera della vendetta;
«Andiamocene!!»
Tom non se lo fa ripetere.
* * *
All’accampamento, risoluti e veloci, i delaware stanno preparando i cavalli; Danzatore si avvicina alla cavalla di Ross.
«No» esclama con voce ferma il vecchio. L’indiano lo guarda, il Vecchio risponde deciso allo sguardo, in mano tiene sempre stretto il fucile, con la testa indica Tom. Fumo grida qualcosa al compagno. L’indiano sembra pensarci, poi lascia cadere la corda e si allontana.
«Svelto, prendi la cavalla e anche la roba di Ross prima che ci ripensino» dice il vecchio a Tom. Il ragazzino raccoglie la corda della giumenta pezzata e recupera sella e fucile di Ross prima che ci arrivino le mani degli indiani.
Sella la cavalla e ci assicura il suo bagaglio; due coperte, un piccolo otre di acqua e un sacchetto di tela con poche cose. Tra i muli abbandonati dai soldati, i delaware hanno preso i tre meglio in arnese; il vecchio ne imbriglia uno, robusto ma guercio ad un occhio e ci carica velocemente le sue cose. Altri sette o otto muli sfiancati e dai dorsi piagati rimangono nel corral, nervosi e agitati dall’odore di sangue fresco; uno di loro è stato rapidamente macellato dagli indiani che gli hanno asportato il dorso e i quarti posteriori. Il vecchio taglia alcune strisce di carne sanguinolenta dagli anteriori e dal collo e le ripone in un sudicio tascapane.
I delaware montano a cavallo e si avviano nel buio, la ragazza è legata come un fagotto sul dorso di un mulo. Il Vecchio prende una lunga fune di crine, lega un’estremità al collo della cavalla e l’altra la avvolge in vita a Tom.
«Se cadi da cavallo così non lo perdi. Se rimani a piedi questi ci mollano».
Indica la fila degli indiani che scompare inghiottita dalla notte.
Voci e grida di messicani e abbaiare di cani spezzano il servile silenzio del villaggio.
Da alcune finestre vengono strappati i teli che le oscuravano; la debole luce che filtra tremolante crea ombre spettrali tra il cupo buio diffuso fra le case. Spuntano gialli bagliori di lampade e torce in movimento, veloci come le code dei diavoli dell’inferno.
«Si sta spargendo la voce; andiamocene, o non vedremo l’alba!»
Il vecchio monta a cavallo e si avvia trainando il mulo recalcitrante, Tom lo segue rapido .
I cavalli dei due incespicano al buio, Tom ha il batticuore, e il mal di pancia.
Nei mesi trascorsi al seguito dei combattenti ha visto uomini malati o gravemente feriti abbandonati a morire nel deserto.
Ha impresso nella mente un volontario lasciato lungo la pista con la schiena addossata ad una roccia, le braccia incrociate in grembo e gli occhi velati di lacrime ad attendere invano un saluto dalle schiene dei commilitoni affossate su ossuti deretani di cavalli che si allontanavano al passo. Tom non conosceva quell’uomo; di nascosto pianse per la sorte del volontario e al pensiero che lo stesso potesse toccare a lui.
Il ragazzo stringe redini e criniera tra le mani e cerca di non perdere di vista il sauro del vecchio, al passo nel buio di fronte a lui. Ogni movimento improvviso della cavalla è una nuova fitta di paura. Serra le labbra perché crede che il cuore impazzito gli possa balzar fuori dalla bocca.
I cavalli degli indiani evitano i sassi e i cespugli spinosi del chaparral; sembrano poter vedere al buio come gatti. I cavalli dei due bianchi non sono così scaltri ed addestrati.
Nella testa di Tom il tempo sembra essersi fermato; il buio permea la sua mente. Cupe immagini e turpi sensazioni corrono più veloci del vento sulle pianure, eppure è sempre convinto di non muoversi affatto. Pensa che le fauci nere della notte lo abbiano ghermito, come un grande serpente con un piccolo scoiattolo, e lo stiano traendo lentamente a sé, per poterlo inghiottire dalla parte della testa.
* * *
«Il latte di Era sparso tra le stelle…. Scivola il Serpente con le sue pieghe e come un fiume passa attorno e attraverso le due Orse…» Sopra il rumore dei passi dei cavalli Tom ode le strane parole del vecchio levarsi dall’ignota coltre in cui procedono.
«Che succede ?» chiede il ragazzo con un filo di voce, impaurito ora anche da serpenti e orsi.
Il cavallo come il ponte della nave nelle notti senza luna, tra rollio delle onde e lo sfavillio delle stelle in cielo, le forti mani salde sulle redini come sulla barra del timone, il buio che nasconde il mondo a un pollice di distanza, che occulta l’età agli occhi.
«Nulla, mio giovane amico!» c’è baldanza nella voce dell’uomo, non accadeva da tempo: sembra contento di quello che sta accadendo. È dritto in sella come un generale in parata.
«Non ricordo da quanti anni non uscivo di notte, con il pericolo in agguato e al contempo la voglia di affrontarlo e sconfiggerlo! Non temere il buio, guarda le stelle, innumerevoli e sagge, sono lì da sempre e sempre ci saranno. Ci segnano la strada per il giorno e per la vita e lo indicano anche ai messicani del villaggio.»
«Che vuoi dire ?»
«I peggiori tipi del villaggio erano i quattro seduti nella cantina, e due ora sono all’inferno; se fossimo rimasti si sarebbero sicuramente vendicati, forse con l’aiuto dagli altri abitanti, ma ora che siamo fuggiti non si metteranno di certo sulle nostre tracce, nessuno ci seguirebbe; sanno dove siamo diretti, ma ancor più sanno di cosa sono capaci gli indiani del nord.»
Il Vecchio sputa e alza lo sguardo al cielo luccicante; aria fresca in volto, strusciare di invisibili rami come sventolio di sartie, il mare e i canti dei suoi uomini, voci da tempo dimenticate che tornano in gola con nuove parole.
«Ora addio a voi, belle signore spagnole. Ora addio a voi, schiavi di Spagna.
Abbiamo ricevuto l’ordine di salpare per la vecchia America.
E forse non potremo mai più rivedervi.»
Il canto dell’uomo arriva inaspettato alle orecchie di Tom: stupito pensa che se il Vecchio canta come una sturnella forse le cose non vanno così male come sembra. Si rilassa in sella e asseconda la cavalla nella marcia al buio; le nere fauci del grande serpente lentamente scompaiono.
Il Vecchio non procede nel buio, ma a ritroso nella sua vita: il tempo è tornato sui suoi passi.
«…È lì che il fiume scorre sopra sabbia dorata. Perché noi siamo diretti al Rio Grande..
Inseguici Messicano, fin quando i lupi avranno il tuo corpo e il diavolo la tua anima»
* * *
La sottile linea dell’aurora appare eburnea al limitare tra terra e cielo, il ragazzo solleva la testa e apre gli occhi dall’ennesimo colpo di sonno e scorge avanti la grigia fila degli indiani, ingobbiti in sella, stagliarsi nel pallore dell’alba; si volta e intravede un grigio velo che si allontana da rocce, cespugli, sabbia e paure. Con la prima smorta luce del sole ritrova la speranza e la consapevolezza di farcela; il gruppo punta a nord, il giovane sa che lassù c’è il Texas.
Il Vecchio ha smesso di cantare, con l’albore ha visto le sue mani, ha ritrovato di colpo tutti i suoi anni; è curvo in sella sotto il loro peso.
Si fermano solo a metà giornata, il caldo è insopportabile, gli animali procedono da tempo con le teste ciondoloni; i delaware hanno scovato un costone di roccia che offre un po’ d’ombra, con vicino qualche ciuffo d’erba ancora buona per i cavalli. Gesticolando fanno capire a Tom di andare alla ricerca di ramoscelli secchi tra il chaparral. Vogliono accendere un fuoco che non faccia fumo per arrostire la carne di mulo, prima che puzzi tanto da guidare gli eventuali inseguitori solo con l’olezzo.
Il Vecchio ha le giunture indolenzite dalla lunga cavalcata; incespica fino a un grosso sasso deve c’è Fumo che pulisce il fucile e gli si siede accanto offrendogli acqua e un po’ di tabacco. Tra loro due si capiscono; l’indiano comprende l’inglese e risponde con il linguaggio dei segni delle tribù delle pianure, gesti che il bianco conosce bene. Tom da lontano osserva il vecchio gesticolare e annuire ai gesti dell’indiano.
Raccolta nella macchia un po’ di legna il ragazzo la porta dove stanno gli indiani: Camicia Rossa è mezzo nudo, si sta sistemando i gambali. Otto Dita ride e incita Danzatore che è senza gambali, sdraiato sopra la ragazza tra le gambe di lei larghe ed immobili adagiate tra la polvere. Il ragazzo scorge le piccole braccia , anch’esse larghe e stese a terra immobili come le zampe del capretto crocifisso della sera prima. Danzatore si alza ansimando e appare il volto della ragazza, tumefatto e violaceo e incrostato di sangue, gli occhi gonfi e chiusi, Tom la riconosce a stento. Camicia Rossa dice qualcosa a Tom, nella sua lingua incomprensibile, ride indicando i due corpi stesi a terra. Il ragazzino getta a terra la legna e corre via.
È una sosta breve; per gli indiani il tempo di arrostire la carne e divertirsi ancora con la ragazza.
Il gruppo riparte, mentre il sole inizia ad abbassarsi nel cielo; il caldo opprimente rimane. Il temporale della sera precedente, se mai c’è stato, si è smarrito tra i monti lontani.
Tom osserva la ragazza; la credeva morta, invece è seduta in sella al mulo, senza più esservi legata, con un lembo della lacera veste si tampona la bocca e il volto.
Il Vecchio non la guarda mai.
A sera inoltrata raggiungono una pozza d’acqua, della quale Fumo si rammentava; è un brodo verde dove sguazzano insetti e girini ma uomini e bestie ci affondano le teste assetate.
Ora che si sono rifocillati e tranquillizzati, la stanchezza affiora prepotentemente nelle membra dei due bianchi; stendono le coperte e si accampano per la notte, i delaware fanno altrettanto poco distante.
Tom non si è mai sentito così stanco, eppure fatica ad addormentarsi, non tanto per i dolori che sente in ogni parte del corpo, quanto per i gemiti, i lamenti e le incitazioni che arrivano dal campo degli indiani. Il Vecchio osserva le luccicanti stelle, cercando di udire il loro brusio.
* * *
Tom apre gli occhi, stropicciandosi tra le coperte calde di sole; l’alba è passata da tempo, il fresco della notte nel deserto è già rimpianto. Il vecchio russa placido.
Il ragazzo si alza, le gambe doloranti per la lunga cavalcata, un paio di passi e orina tra le rocce; osserva distratto i cavalli impastoiati pascolare a una cinquantina di yarde dal bivacco. Ci sono soltanto i loro due e il mulo guercio.
«Vecchio, Vecchio!»
L’uomo sembra destarsi da chissà quale millenario letargo ristoratore, un filo di densa bava cola sulla barba.
«Se ne sono andati?» Chiede a Tom prima che questi spieghi perché lo abbia svegliato.
«Si»
L’uomo si solleva a sedere con gran dolore alle giunture intorpidite.
«Me lo aspettavo; ieri Fumo mi ha detto di voler raggiungere i cacciatori di scalpi che bazzicano più a ovest, vicino alla California, immagina un facile bottino. Noi due saremmo stati solo un peso per loro».
Tom lo guarda preoccupato.
«Fortuna che i nostri capelli non passano certo per capigliature indiane!» dice il vecchio, accennando un sorriso, mentre osserva il ragazzino sbalordito
«Non temere, ora mi raccapezzo anch’io; tra quello che so e quello che mi ha spiegato Fumo credo di poter orientarmi in questi territori. Con un po’ di attenzione in tre o quattro giorni passeremo il confine, arriveremo addirittura prima delle colonne dei soldati».
Dentro di sé il vecchio è sollevato; gli indiani gli hanno lasciato i cavalli.
«Che faremo, poi…? Dove andremo?» chiede Tom.
Il vecchio si alza in piedi, barcolla un istante, poi si stabilizza aiutato dal ragazzino.
Osserva i colori delle stratificazioni alle pareti di un costone poco distante, i bassi cespugli striminziti tra cui i loro cavalli strappano avidi la scarsa erba secca, una quaglia su una roccia lancia il suo richiamo, il cielo sempre più chiaro con l’aumentare della calura. Pensa a come vide nitidamente simili immagini per la prima volta, moltissimi anni fa, a come le vede sfocate ora, a come ancor peggio le vedrà questa stessa sera, a cosa vedrà domani.
Pensa alla cavalcata nel buio che gli ha donato vecchi ricordi e nuovi giorni per una sconosciuta vita.
«Credevo di poter fare un po’ di soldi con questo ultimo lavoro, e ritirarmi in una casetta di fango con una donna messicana. Ho scoperto che la paga era misera, e tu ben lo sai. Ho anche capito che tra questi messicani non mi ritrovo, che la vita in un villaggio non fa più per me, mi sento a disagio. Troppi anni passati per mari e montagne, a cacciare per vivere una vita a modo mio. Devo tornare a fare quello. Però sono vecchio, e molte cose non le so più fare come dovrebbero esser fatte. Ho bisogno di un aiutante…».
Guarda Tom e sa che, nonostante sia soltanto un ragazzino, ne ha già viste di brutture nel mondo degli uomini; allunga il braccio e gli da una veloce e imbarazzata carezza sul capo.
È forse la prima volta in vita sua che fa questo ad un’altra persona che non sia una puttana.
Il gesto stupisce Tom; non ricorda se nemmeno suo padre lo abbia mai fatto.
«Preparo i cavalli e ripartiamo» risponde sentendosi, per la durata di un battito di ciglia, spensierato come quando era bambino accanto alla madre, dove semplici piccoli gesti donavano grandi felicità.
* * *
Il Vecchio a fatica si china, arrotola le coperte e raccoglie le loro poche cose. Si puntella al fucile e si risolleva; scorge il ragazzino immobile, là dove erano accampati i delaware.
«Tom !!» grida l’uomo.
Il ragazzino non risponde; dietro di lui i cavalli e il mulo sembrano essere anch’essi in contemplazione. Agitano le code e scuotono le teste. L’uomo si avvia, le gambe doloranti e la mente che corre, un groppo gli si blocca in gola, deve tossire per liberarsi dell’affanno.
Il corpo della ragazza è steso a terra, nudo e impolverato. Il pallore della parte superiore delle cosce contrasta col cupo violaceo di dove poggiano a terra.
Un sottile filo argenteo cola nella polvere dalla vagina bluastra oscenamente aperta. I seni sembrano grigie escrescenze fuori posto, spuntate in petto per caso. Il volto gonfio e incrostato di sangue galleggia in una scura pozza di ruggine che sale come una stalagmite purpurea fino alla gola squarciata. Alcune grosse mosche zampettano tra la fronte e il nudo osso del cranio. I lunghi capelli neri non ci sono più.
«Perché?» chiede Tom al vecchio, gli occhi gonfi e rossi di pianto.
Il Vecchio prende un lungo respiro; vorrebbe rispondere che questo è l’uomo, in ogni luogo della Terra e in ogni momento del tempo, passato, presente e futuro. Vorrebbe gridarlo. Vorrebbe ammazzare a bastonate chi ha fatto questo. Vorrebbe sdraiarsi e dormire per svegliarsi ed accorgersi di aver sognato. Vorrebbe dimenticarsi di tutte le scene come questa, che ha visto negli anni.
Di tutti i sogni che ogni volta non ha fatto.
Si inginocchia e inizia a scavare il terreno con le mani.
È impossibile farlo, la terra arida è troppo dura.
«Sono indiani !!! … sono indiani; hanno già iniziato il nuovo lavoro… Non vogliono raggiungere i cacciatori di scalpi a mani vuote! … Raccogli un po’ di pietre e seppelliamola.»
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