l’ultimo fronterizo
italian
Sam, Sam, vecchio bastardo, svegliati, al diavolo la tua poltroneria, hai una casa che fa schifo, piatti e vestiti da lavare, caffè che ristagna nella gabella di metallo, i resti del pranzo lasciati lì, così, per mosche e ratti malati, vecchia carogna decadente, alza il culo dal letto e va al recinto dal tuo cavallo, vecchio e malato come te, ascolta i tuoi maiali che ti chiamano, devi dar loro da mangiare, merda vogliono, la tua, la loro, quella che vuoi, ma vogliono merda, smettila di pensare a quel coyote, è conciato peggio di te, mezzo accecato, non farebbe paura a un vitello, non toccherà i tuoi maiali, stanne certo, sono così magri da scambiarli per gatti pelati, svegliati Sam, vecchio gatto rabbioso, è arrivata l’ora di levare il culo dal letto.
Sam aprì quegli occhietti lucidi e inquieti, di un azzurro sconcertante, quasi albino, che illuminavano ancora la sua anima nonostante avesse già superato gli ottanta. Passò lento la mano sulla barba incolta. L’apprezzò. Gli piaceva sentirsi ruvido. Il suo cuore dopotutto lo era stato così tanto da far scappare due mogli e sette figli. Lui era l’ultimo, il vecchio Sam era l’ultimo fronterizo con i coglioni al posto giusto. Da quelle parti vivevano solo messicani o indiani ubriachi. Una volta c’erano anche diversi ranch, ma la terra avida e il sole cannibale fecero scappare tutti. Tranne lui. Lui non mollò mai quelle quattro mura. Quel vecchio recinto e quel vecchio porcile. Rimase là in alto, su quello spuntone aspro e scabroso che da Hacheta, giù nella valle, si vedeva solo di striscio. La Sierra Hacheta, divideva il New Mexico dal territorio di Chihuahua. Sam lo sapeva bene che là sull’altopiano la vita sarebbe stata dura per donne e bambini, ma lui ci stava bene lassù, e non ne voleva sapere di alzare il culo. Scendeva al villaggio una volta al mese a rifornirsi di ciò che i suoi mezzi non gli permettevano. Non salutava mai nessuno. Si grattava il viso ruvido come un cane pulcioso, ciccava per terra il tabacco in grossi grumi scuri e andava via dritto per la sua strada.
Puzzava il vecchio Sam, e non andava nemmeno a puttane, né loro lo andavano a cercare. Non ne aveva più bisogno ormai. Passava le giornate sotto il portico, a dondolarsi guardando il tramonto. Un po’ di whisky di pessima distilleria, e un sacco di tabacco da masticare, anche il peggiore. Vivere di soli maiali non era facile e portare di tanto in tanto la pelle di qualche bestia non lo faceva di certo un uomo ricco, ma lui amava quella vita. Gli piaceva alzarsi la mattina e sentire ancora l’odore dello stufato della sera prima. Il sapore della lepre presa nel pomeriggio e ripassare la lingua sulle labbra e i folti mustacchi.
Finalmente alzò il culo dal letto. Guardò fuori dalla finestra. Eccolo, quel coyote mezzo cieco. Il tempo di svegliarsi sul serio e prese il fucile che teneva sul letto, al posto della moglie. Si specchiò nei vetri della credenza che gli stava di fronte, si riconobbe sfatto e disfatto e aprì la finestra. La bestia fece un piccolo passo indietro, ma rimase lì a fissarlo. Il vecchio Sam, grosso e scontroso come un orso, sorrise viscido pregustando i soldi che la pelliccia di quel cagnaccio selvatico gli avrebbe fruttato. Mancò la mira.
Il coyote corse via. Sam, appoggiandosi alla finestra, lo seguì con lo sguardo per vedere dove sarebbe andato. Era una giornata velata. Il sole tipico di quelle terre dimenticate da dio. Il cielo era di piombo, sembrava dovesse piovere. Sam si vestì. Calzoni lerci e strappati sotto, una maglia di lana rossa a maniche lunghe sopra, aderente al suo grosso fisico ormai esausto. Stivali rotti, fucile sghembo, munizioni stantie e il suo amato lercio cappello floscio. Questo era Sam, una pallida caricatura del cowboy che da giovane portava vacche da una parte all’altra della frontiera, uccidendo banditi e bestie feroci e domando stampede improvvisi. Adesso dava la caccia solo ad un vecchio coyote mezzo cieco che se non moriva era solo per la maldestria di chi cercava di accopparlo.
Le impronte sapeva leggerle ancora bene il vecchio Sam. Seguì così, senza problemi, quelle che era sicuro fossero del suo coyote. Cammino fino a mezzogiorno senza trovarlo. Finì la poca acqua che s’era portato nella borraccia. Capì che dell’animale oggi non se ne sarebbe più vista l’ombra. Girò i tacchi facendo leva su un grosso masso chiaro e prese la via del ritorno. Decise che sarebbe passato dalla vallata per evitare lo strapiombo che aveva fatto all’andata scendendo. Risalirlo voleva dire perdere altri anni di vita in pochi minuti. Prese il suo tempo e si avviò verso il tugurio fino a che le sue squallide quattro mura riapparvero dal lato dell’ingresso. Sorrise vedendo il suo vecchio cavallo legato al palo grezzo del recinto salutarlo con la testa.
Trovò il coyote. Se ne stava poco distante da lui, come a prenderlo in giro. S’era appollaiato su tre grosse rocce bombate e rossicce che davano su una piccola fossa che Sam usava come immondizzaio prima di portare tutto nel villaggio ai piedi della Sierra. L’animale aveva il muso sporco di sangue. Sam pensò subito che gli avesse fatto fuori qualche maiale. Tenendo fisso lo sguardo sulla bestia rinsecchita mosse lentamente le mani per afferrare il fucile come un tordo delicato. Non doveva fallire la mira stavolta o gli avrebbe dato filo da torcere ancora per molto tempo. Non riuscì nemmeno a puntare l’arma che il coyote prese e balzò di sotto, in direzione della pietraia gialla che scendeva verso Hacheta. Sam bestemmiò e con le palle girate come una frittata venuta male si diresse verso quelle rocce rossicce a sbriciare nella fossa la carogna che aveva fatto da pasto al suo cagnaccio.
Si sporse. C’era un cadavere. Non un maiale. Un cadavere. Un uomo. Aveva tre fori di proiettile sul corpo, uno al cuore, uno all’addome e uno alla gola. Il sangue si era ormai seccato. Il coyote aveva infierito sulla gamba sinistra, di cui restava il bianco osseo dello scheletro e qualche brandello di carne rossa. Era un uomo bianco sui trent’anni. Era caduto supino. La testa era piegata sulla spalla destra come per leccarsi una ferita, mentre le braccia e le gambe sembravano andare dove volevano loro. La pistola era ancora stretta in pugno. Vestiva da cowboy. Indossava delle chaps di pelle nera come quelle che aveva il vecchio Sam alla sua età. Provò tenerezza, ma solo per qualche secondo. Nulla più. Non ebbe nemmeno la decenza di portarlo in casa, per evitare che coyotes e animali vari facessero un macello di quel cristiano. Lo lasciò lì tutto il pomeriggio. Sotto il sole. Senza ripari. Senza un velo pietoso a nascondere la putrescenza. Entrò in casa. Si tolse la maglia rossa. Si lavò al catino. Alla meno peggio, ma si lavò. Viso, collo, petto e ascelle. Si fece la barba. Si sedette sulla vecchia sedia instabile della vera e espettò che venisse sera. Il fucile disteso sulle gambe e del tabacco in bocca. Sul tardi, all’imbrunire, prese della carne affumicata, del whisky e del caffè bollente. Raggiunse il cadavere che il sole ormai era uno sbergolo rosso. Rimase lì a fissarlo finché non terminò la cena.
Vorrei proprio sapere come diavolo hai fatto a finire qui, gli disse mentre masticava un tocco di carne. Hai tre buchi di proiettile in corpo e dubito tu ti sia ammazzato da solo. Un cowboy, bello mio, è l’uomo più felice del mondo, non può uccidersi. Sempre in giro, a cavallo, all’aria aperta, pieno di amici e di donne: una per ogni bottiglia scolata. Dicono che siano più felici i pistoleri, senza un destino e un’idea che li spinga avanti. Forse è vero. Ma io sono stato un cowboy come te, e non parlo per gli altri. C’è quel diavolo di coyote che ti ha spappolato un po’ di coscia oggi, ma adesso ci sono io. Non permetterò che ti tocchi ancora. Poi un giorno qualcuno verrà a cercarti. O almeno lo spero. Be’ amico, ti sei scelto il posto e il momento sbagliato per farti ammazzare. Se c’ero io qui con te, gliele avremmo fatte vedere a quei bastardi. A proposito, come ti chiami? Jimmy? Avevo un amico nel Texas che si chiamava Jimmy, abbiamo portato 2.000 capi di bestiame al di là del Colorado un anno. Ma non devi certo essere tu, lui dovrà avere la mia età ora se non addirittura essere già a ingrassare la terra.
Rise il vecchio Sam con la bocca ancora impastata. Già, morto, concluse di sbieco guardando la luna.
Quella notte non passò velocemente.
Sam si svegliò che era ancora seduto sulla roccia. Aveva passato lì tutta la notte col fucile in mano, senza spostarsi di una virgola. Si alzò e si fece un caffè nero. Si ripeteva che l’indomani sarebbe stato un grande giorno. Aveva ancora un ospite per pranzo. Era da un po’ che non aveva tutta questa compagnia. Compagnia che non fosse quella di coyotes, avvoltoio, crotali e maiali. Si mise felice a fissare il suo vecchio cavallo sgualcito. Passò così tutta la mattina, dal sorgere del sole fino al becco di mezzogiorno puntato sul collo. Lo accarezzava poco per non irritarlo. Da anni non lo cavalcava. Lo legato al biroccio per scendere in paese e basta. Evitava così di infastidirlo. Se ne stava a debita distava e se lo mangiava con gli occhi. Lo amava. Gli voleva bene più che a tutte le donne e a tutti i figli avuti e ora dispersi chissà dove. Provava per quell’animale riconoscenza. Riconoscenza per averlo portato, per avere sudato con lui nel tentativo di arare quel terreno pietroso e infruttifero e per aver trasportato merci, donne e amici in anni di viaggi e notti all’addiaccio Avrebbe voluto mettersi una sella i groppa e ricambiare tutti quei favori, ma è questo il destino di un cavallo, servire e guardare il padrone con occhi che parlano e che dicono tutto il bene inimmaginabile. Sam lo sapeva e continuava a fissarlo senza farsi troppe colpe. Gli passava del fieno ogni tanto, e coglieva l’occasione per accarezzargli il muso appena gli era vicino. Ho capito vecchio mio, ho capito, disse il vecchio Sam quando all’improvviso il suo malandato cavallo gli sfiatò in viso avvicinandosi come non faceva da tempo. Lo sellò. Strinse i morsetti senza fargli male. Regolò le staffe. Ci saltò sopra. Guardò l’intorno ostile, sotto il sole spietato che il giorno prima s’era nascosto dietro le nuvole. Faceva molto caldo, e lo sentivano entrambi. Guardò quelle curve di terra bruciata che l’avevano ospitato per tutti quegli anni. Si ricordò anche di quei banditi che mise in fuga dopo un’intera notte d’assedio. Ricordò quel disgraziato di un rinnegato indiano, scampato alla morte, ferito al costato, curato e salvato dalla sua prima moglie. Ricordò poi, con piacere, le battute di caccia con i figli. Tutti e sette. Gli scappellotti e le botte che volavano via come il pane. E il pane, che invece mancava spesso. Si morsicò il labbro inferiore e strinse gli occhi per appiattire l’orizzonte e schivare il sole. Vide solo la grossa distesa di terra rossa, pietre e deserto che vedeva ogni giorno. Diede il là al suo cavallo. Passò vicino in fianco alla fossa. Scrutò dentro. Jimmy era lì. Non s’era mosso nemmeno lui per tutta la notte. L’odore cresceva, ma era ancora in buono stato. Lo salutò e lo rassicurò che sarebbe stato indietro per pranzo, o forse per cena. Lo presentò al cavallo, che nitrì scuotendo la testa.
Se ne andarono uno in groppa all’altro, così senza meta. Girarono intorno alla casa per tutta la mattina e oltre. Il vecchio Sam aveva ancora le forze per portare il cavallo per altre ore nonostante il sole cocente del primo pomeriggio. Gli piacevano quei posti. Brulli, bradi, senza civiltà alcuna. Lui solo era la civiltà di cui aveva bisogno. Senza mediazioni, senza compromessi. Faceva quello che voleva, non rompeva l’anima a nessuno, e nessuno la rompeva a lui. Fin a quando aveva una famiglia era allegro e spensierato, con la sola preoccupazione di dar loro da mangiare. Adesso, l’unica sua preoccupazione, era di riuscire a ricordare i momenti migliori della sua vita. Sentì una fitta al costato, il braccio destro gli fece male per un istante. Il cavallo, intelligente, se ne accorse ed evitò movimenti bruschi come buche e sassi. Una pacca sul collo, una carezza alla criniera, ed erano a posto entrambi. Sam lo girò così verso casa, deciso a scendere e a mettersi un po’ sotto il portico a guardare il giorno che diventava sera e infine notte.
Il suo coyote era là ad aspettarlo. Lo fissava da sopra un masso. Grazie a dio non sei un coguaro, brutta bestiaccia, e sorrise abbassando lo sguardo imbarazzato, come se si fosse dichiarato ad una bella donna. No bestiaccia, oggi non c’è guerra, me ne torno a casa. Sai, c’è chi mi aspetta adesso.
Passò la giornata come se l’era immaginata. Si dondolò all’ombra del portico ad aspettare che diventasse sera. In una mano una bottiglia mai secca di whisky, nell’altra il fucile. Non si sa mai. Questa terra è nata con la violenza, e con la violenza morirà, amava dire, anche se con riluttanza. Pioniere sì, ma non irrispettoso della vita altrui, soprattutto di chi popolava prima di lui quelle terre. Bianco, di origine irlandese, con due occhioni azzurri che sembravano tocchi di ghiaccio al sole senza sciogliersi. Più trasparenti, che azzurri. Si alzò dalla sedia sbattendo le ciglia. Forse si stava per addormentare. Non se ne rese conto. Appena aprì bene gli occhi vide il suo coyote a una decina di metri dal porcile, con la lingua a penzoloni e lo sguardo assonnato. Lo salutò con un cenno della testa, senza badarci più di tanto. Un giorno ti farò il pelo, amico mio, non c’è fretta, gli disse il vecchio Sam sicuro che non avrebbe sentito ed entrò in casa togliendosi il cappello e passando l’avambraccio destro sulla fronte.
Accese il fuoco e si fece un buon caffè. Aspettò che salisse, poi se lo versò nella tazza fissando il denso liquido nero. Lo assaporò come se fosse il primo della sua vita. E forse, in cuor suo, lo era. Lavò la tazza. Non l’aveva mai fatto. La mise al suo posto e notò i disegni che aveva sul bordo. Non gli aveva mai notati. Ne prese altre, impolverate dal tempo e inusate per l’assenza di moglie e figli. Le studiò una ad una e scoprì che la preferita del figlio maggiore aveva un indiano disegnato sopra. Un brivido gli percorse la schiena fino a pungergli il cuore. I figli sono sempre migliori dei padri, sbiascicò mentre riponeva tutto al suo posto. Non ne era sicuro, ma andava bene così. Scosse la testa. Fuori era buio, come lo era dentro di lui. Troppo buio per ripensare ad una vita a cavallo, fatta di mogli e figli sparsi per il New Mexico o il Texas o chissà dove. Magari qualcuno era pure morto, o magari no e aveva dei figli bellissimi, coccolati dalla nonna. Mentre lui restava solo, solo nel deserto, orgoglioso della sua libertà.
Prese il fucile e andò da Jimmy. Voleva salutarlo. Sentire come stava. Non si sarebbe addormentato lì stanotte. Era vecchio ormai, dormire fuori non era più come a trent’anni quando portava le mandrie da un confine all’altro del New Mexico. Doveva starci attento. Aveva un sacco di acciacchi nonostante il grosso fisico solido e ruvido, modellato dalla guerra, dal bestiame e dal lavoro nei campi.
Salutò il cadavere come avrebbe salutato un figlio. Voleva toccarlo, ma era troppo lontano e scendere nella fossa poteva essere rischioso, soprattutto per risalire. Se ne andò a dormir prima del previsto. Non si spogliò nemmeno, come faceva ormai tutte le notti. Fissò per qualche minuto il soffitto di travi vecchie e marce e ricordò quanto lavoro quell’anno. Assi di legno, fango, paglia, una moglie in attesa del primo bambino e gli indiani sulla creste delle colline. S’addormentò. Forse sognò. Le membra s’erano intorpidite, le mani e le dita incartapecorite come se fossero passati secoli. Aprì gli occhi piano. Molto piano. Era ancora notte fonda. Gli capitava spesso di svegliarsi a quelle ore senza un motivo. Schioccò il collo, sbadigliò e si grattò il mento con il polso destro. Le dita sembrano doversi ancora svegliare. Passò poi la mano sulla barba che ricresceva come l’erbaccia sui muretti a secco del porcile. I baffi gli davano un certo piacere. Ricordava la fila dal barbiere. I minuti passati a toccarsi i mustacchi sorridendo a belle signore.
Si svegliò completamente appena sentì qualcosa di simile ad un ringhio. Sì, era un ringhio. Qualcosa stava ringhiando vicino a lui. Alzò cauto il collo e guardò verso i piedi del letto, in direzione della credenza. Due puntini rossi lo fissavano e ringhiavano insieme. Quella bestiaccia era entrata nella sua stanza e adesso era lì davanti a lui, nel buio della notte, per divorarlo. Maledetto cane rabbioso. Lo fissò. Sei venuto a prendermi, vero, ebbe il coraggio di dirgli digrignando i denti.
Il vecchio Sam non era uno sprovveduto e il fucile lo teneva sempre sulla piazza libera del letto, quella di sua moglie. Lo caricò all’istante e prima che il coyote gli balzasse addosso sparò tre colpi secchi. Secchi. Così secchi che quasi non fecero rumore, se non quello dei vetri in frantumi della credenza che saltarono come frecce indiane in ogni direzione della stanza, riempiendola di scintillanti coriandoli di vetro in cui la luna si rispecchiava e moltiplicava. Non c’era nessun coyote nella stanza. C’era soltanto il vecchio Sam con il suo fucile. Lui, il fucile, i vetri rotti e i pezzi delle tazze di ceramica andate in frantumi. Rivide la scena davanti ai suoi occhi. I tre proiettili che partivano dalla canna del fucile, uno in culo all’altro, e andavano a sventrare la vetrina della credenza. Vetri da tutte le parti, cocci di ceramica sparsi ovunque. Rivide di nuovo la stessa scena. I suoi occhi non volevano ancora cancellarla. Rivide i tre proiettili, i vetri, i cocci. Rivide tutto, ma nessun puntino rosso. Nessun coyote ringhiante.
L’indomani aprì la porta sul deserto che era già piena mattina. Il sonno rubatogli dall’allucinazione dovette recuperarlo con il primo mattino. Stirò la pelle e con le dita sporche cercò di arrivare a toccare il tetto del portico, cosa che una volta riusciva a fare. Allora è vero che quando s’invecchia ci si rimpicciolisce, pensò ironico.
Voleva andare da Jimmy per la colazione, anche se era tardi e forse l’amico l’aveva già fatta, ma un uomo a cavallo, in lontananza, lo bloccò all’improvviso sulla soglia della porta. Erano settimane che non passava nessuno e l’ultimo uomo che vide fu il droghiere dell’emporio di Hacheta quando scese per il whisky il mese scorso. Aspettò che il tipo gli si avvicinasse e gli piazzasse il muso del suo nero cavallo proprio davanti al viso.
Gran bella bestia, gli disse il vecchio Sam per salutarlo. Omaggiare il cavallo di un cowboy è omaggiare il cowboy stesso. Lo sapeva bene.
Non mi lamento, rispose il vagabondo.
Vuoi scendere o sei di passaggio, ragazzo?
Di passaggio, ma potrei anche scendere se l’uomo che cerco è qui da te, vecchio.
Vivo solo da una vita in mezzo a questo posto dimenticato da dio.
Da dio magari, ma non da me.
E chi cerchi?
Un tizio che devo uccidere.
Un bandito?
No.
Un ladro di cavalli?
No.
Ti si è fottuto tua moglie, e gli rise in faccia sputando tabacco.
Nemmeno.
E perché vuoi ucciderlo, ragazzo?
Perché è arrivata la sua ora.
Sam tolse a fatica il sorriso dal suo viso. Be’, ragazzo, prima o poi viene l’ora per tutti.
La mia è ancora lontana, rispose il forestiero dall’alto della nera cavalcatura.
Si fissarono. Un vecchio e un giovane. Un cowboy e un pistolero. Due mondi diversi nati dalla stessa terra e dalla stessa cultura del movimento, della scoperta e della libertà. Eppure Sam aveva capito che di quel ragazzo vestito di nero non doveva fidarsi.
Allora vecchio, è passato da qui un cowboy?
Io non vedo un uomo da settimane, l’ultimo è uno stronzo di droghiere da cui ho comprato il peggior whisky della mia vita, e lo disse lanciando un’occhiata alla bottiglia rovesciata a terra come per dimostrarlo, vuoi un sorso, ragazzo, gli chiese.
Ascolta vecchio, se da queste parti dovesse passare un uomo che ha il fuoco al culo da che parte andrebbe?
Non so, verso il confine?
Mettiamo che non voglia espatriare.
Sam si prese qualche secondo per riflettere. Fissò quelle tre rocce arrotondate dal vento e pensò al suo amico Jimmy nella fossa che gli stava sotto. Buono Jimmy, buono, si ripeteva, non fare stronzate che tra poco se ne va. Rimani dove sei.
Il ragazzo seguì la traiettoria del suo sguardo e gli chiese cosa stesse guardando. Il coyote, rispose Sam sbattendo le ciglia degli occhi come le ali di una mosca, il coyote per dio. E poco più in là apparse quella bestiaccia che lo infastidiva da una vita. Gli stava reggendo il gioco.
Brutte bestie quelle, peggio degli sciacalli, disse il forestiero fissando con occhi torvi la sagoma del coyote stagliarsi sulla roccia più alta.
Già... ma mi fanno compagnia, disse Sam.
Sei solo vecchio?
Da troppo tempo.
I due tornarono a fissarsi come due predatori. Il forestiero strisciò il pollice sul cane della pistola stretta nel cinturone. Un giorno tornerò, gli disse a denti stretti, forse domani, forse tra dieci anni. E potrei ucciderti. So cosa mi nascondi.
Ho sparato per tutta la vita, ragazzo. Non mi troverai impreparato.
Io ho appena cominciato, gli rispose di contro e speronato il cavallo se ne tornò da dove era venuto.
Il vecchio Sam lo guardò allontanarsi mentre la sua nera figura si scioglieva tra le rocce e le pietre del deserto, ma un movimento furtivo del suo coyote lo richiamò alla realtà. S’arrampicò verso le tre rocce rossicce e guardò incattivito dentro la fossa.
Chi sei Jimmy, gli chiese Sam fissando il cadavere del cowboy, perché sei venuto qui a morire?
La notte la passò interamente giocando con la bottiglia vuota di whisky. Era l’ultima. La finì che era ancora presto e dovette rassegnarsi a passare il resto della notte senza alcol. La faceva rotolare da un lato all’altro del tavolo cercando di non farla cadere. Cadde due volte, senza però rompersi. Sam la raccoglieva e poi si rialzava ciondolando mentre guardava la fiammella della lampada a olio spegnersi lentamente.
E così successe.
Finito l’olio, finito il whisky, finito il tabacco e finita pure la carne affumicata. Di uscire a caccia non ne aveva voglia, né quella notte né l’indomani. Passò il resto della veglia seduto nel buio della baracca a fissare i pochi angoli di luce lunare a cui non aveva mai fatto caso. Ogni tanto sorrideva e ogni tanto s’addormentava. Nei momenti di lucidità puliva, caricava e scaricava più volte la sue vecchia pistola. Non la usava da tempo e l’aveva tirata fuori da sotto il letto spinto da una sensazione anomala che non aveva mai avuto. Aveva sentito come dei brividi invadergli il corpo e aveva subito inteso che doveva prepararsi e difendersi. Gli tremavano le mani mentre infilava i proiettili nella pistola e gli tremavano mentre la scaricava. Alla fine la posò orgoglioso davanti a sé.
Quando il sole venne a bussare ai suoi occhi stanchi, Sam vide in lontananza, dietro i vetri lerci della cucina, un uomo vestito di nero che cavalcava lento lungo il crinale dell’alta collina di pietra. Faticò a deglutire, per l’assenza di liquidi o per la paura. S lo chiese, ma non si rispose. S’alzò invece con energia. Guardò le sue vecchie mura. Si tolse i calzoni rattoppati e la maglia di lana rossa a maniche lunghe. Indossò, non senza far fatica, i suoi vecchi jeans da cowboy e li lisciò con cura come se accarezzasse i capelli di una bambina. Camicia a quadri, la più bella che aveva. Maniche rimborsate e primi bottoni aperti quel tanto per mostrare il fazzoletto rosso al collo. Cinturone. Pistola e proiettili. Perse l’equilibrio infilandosi gli stivali. Cadde e se gli infilò seduto a terra. Infine il cappello. Uscì sotto il sole. Passò davanti al suo cavallo e ai suoi maiali insolitamente silenziosi. Vide il ragazzo là in alto, ai piedi delle tre rocce rossicce, arrotondate dal vento e dagli anni. Se ne stava in piedi davanti alla fossa di Jimmy. Sam gli si avvicinò. Il coyote sbucò da sopra un’altura lì vicino con la lingua a penzoloni e si sdraiò incrociando le zampe anteriori. Aveva fame e non vedeva l’ora che quei due s’ammazzassero.
Te l’ho detto che sarei tornato, vecchio, disse per primo il forestiero. Il vento si levò forte improvvisamente e trascinò manciate di polvere e ghiaia sottile nell’aria. Sam si ritrovò i vestiti impolverati e la bocca piena di terra. Non so cosa vuoi, disse sputacchiando granellini di deserto, e non so perché vuoi uccidere Jimmy, ma non ti permetterò di farlo. Il ragazzo guardò il vecchio inclinando la testa verso destra. Non si chi sia questo Jimmy, gli disse con le dita che iniziavano a prudergli, so solo che adesso ci sei tu davanti a me e questo mi basta per eccitarmi. Gli brillarono gli occhi e la smorfia viscida che gli si disegnò sul volto fece intuire al vecchio Sam che le intenzioni e il coraggio di quel ragazzo vestito di nero non erano solo scintille.
I due, come se un’armonica lontana portata dal vento li spingesse, si distanziarono l’uno dall’altro. Si fissarono senza battere ciglio. Tutt’intorno il deserto. Le pietre, le sterpi, i coyotes. Solo uomini e pietre. Nessuna donna, nessuna chiesa. Nessun negozio, nessuna bancarella. Solo asperità, sassaie e terra gialla.
Sam era pronto. Il ragazzo pure. Intelligentemente, si mise a favore del sole, mentre a Sam toccò averlo in fronte, dando le spalle alla fossa.
Se sei ancora capace, vecchio, spara!, tuonò il ragazzo al vecchio intimandogli di essere ormai un incapace.
Solo un colpo riecheggiò nel silenzio di quel deserto addormentato. La sagoma dei duellanti si stagliava contro il cielo terso. Sullo sfondo il vuoto della vallata. Il ragazzo cadde in ginocchio. Non riusciva a capire come. Non riusciva a capire il perché. Si lasciò poi andare all’indietro. Sam gli si avvicinò mesto.
Era il mio sogno morire nel deserto, disse il giovane fissando il paesaggio, ma non oggi, vecchio.
Primo colpo e Sam fu colpito al cuore. Secondo colpo e Sam fu preso all’addome e gettato poco più indietro. Terzo colpo e gli fu centrata la gola. Sam finì scaraventato giù nella fossa. Cadde supino. La testa si piegò sulla spalla destra come per leccarsi una ferita, mentre le braccia e le gambe sembravano andare dove volevano loro. La pistola ancora stretta in pugno.
Il ragazzo vestito di nero si sporse sulla fossa a guardare il cadavere del vecchio Sam per poi fissare con occhi di sfida il coyote che avanzava affamato. E’ tutto tuo, bestiaccia, gli disse rifoderando la pistola.
L’animale scese nella fossa e prese a divorargli la gamba sinistra.