Korimba

Stories / Poems

Stories by moreno pavanello

everglades

italian

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Il fango che si attacca alle suole è la peggiore maledizione che si possa immaginare. Non te ne avevano parlato quando ti sei arruolato.
Ci sono le zanzare, nella palude. Nuvole di zanzare. Così tante che ormai hai rinunciato da tempo a scacciarle. La camicia è allacciata fino al colletto e infilata dentro i pantaloni, i pantaloni negli stivali, le maniche chiuse strettamente, non togli mai i guanti e tieni sempre il fazzoletto sul viso lasciando scoperti solo gli occhi. Ma alle zanzare sembra bastare. Le nuvole di moscerini intorno alla tua testa sono a volte talmente fitte che ti sembra di camminare in una nebbia affamata e feroce.
Ci sono le sanguisughe, che cercano di attaccartisi addosso ogni volta che il piede affonda fino al ginocchio, lasciando colare negli stivali fango e chissà che altro. All’inizio tenevi sempre una sigaretta accesa per staccarle quando ci fosse stato bisogno, ma tutti limitano le sigarette da quando Lenfield ha visto la sua barba sparire in una fiammata, dopo essere incappato in una nuvola di gas infiammabile prodotto probabilmente da una carcassa sepolta appena sotto il fango. Ormai sei diventato un esperto nel toglierle con le mani, stringendo la loro testa tra due dita.
C’è la dannata erba-sega, dai bordi taglienti, che spunta dove meno te lo aspetti per aprirti nuove ferite nelle gambe, ferite che si riempiranno di terra e di sudore. I tuoi pantaloni sono ridotti così male che hai dovuto avvolgerti delle foglie intorno alle gambe, almeno quelle si possono sostituire facilmente.
C’è lo spavento che provi ogni volta che qualcosa sfiora le gambe di qualcuno dei tuoi compagni, facendolo saltare come un pazzo e fendendo la melma con la baionetta, e allora tu e tutti gli altri iniziate ad imitarlo cercando segni dei mille tipi di serpenti velenosi che infestano questo luogo lontano dagli occhi di Dio.
E i miasmi, ecco, ci sono anche i miasmi. Erba marcia, bestie morte, decomposizione, decomposizione ovunque. Il fazzoletto che porti sul viso è l’unica cosa che ti salva dal passare tutto il tuo tempo a vomitare. Potrai lavarti fino a scorticarti, ma non potrai mai più toglierti quell’odore di dosso. Alcuni tuoi commilitoni, reduci di campagne precedenti, hanno addirittura tossito sangue per un po’ dopo essere tornati a casa.
C’è il caldo soffocante, e l’umidità, che formano una cappa che ti schiaccia a terra, sciogliendo tutti i liquidi del tuo corpo nel sudore che ti inzuppa i vestiti. L’umidità ti si appiccica alla pelle come un velo e penetra fino alle ossa, causandoti brividi che ti colgono di sorpresa in quella specie di zuppa bollente che stai attraversando.
Il fucile è così pesante sulla tua schiena che ti sembra che la tracolla stia per tagliarti in due. Fucile quasi inutile, tra l’altro, in una foresta, dove la visuale è limitata da queste dannate piante storte e intricate, con le foglie che arrivano fino a terra. Un luogo dove il nemico può arrivarti abbastanza vicino da rubarti il cappello prima che tu riesca a vederlo. Fai molto più affidamento sulla pistola e sul coltello, ma il regolamento vuole comunque che ti porti dietro il fucile. Bello schifo.
C’è il buio. Anche in pieno giorno, gli alberi formano una fottuta cappa impenetrabile sopra la tua testa. La poca luce che filtra tra le foglie ti dà l’impressione di essere dentro una chiesa.
Ma c’è soprattutto il fango, che rende i piedi pesanti come macigni. Ricordi quando portavi una palla di ferro incatenata alla caviglia a Yuma, ma non ti sembra che camminare fosse così faticoso. Ogni passo è una staffilata ai tuoi muscoli doloranti, ogni metro guadagnato nella palude è pagato con dolore e fatica e sangue. Peggio degli indiani, forse. Ci sono momenti in cui non ti sembra così cupa l’idea di una freccia tra le scapole che ti conceda finalmente di riposare.
È notte inoltrata prima che riusciate a trovare un pezzo di terreno abbastanza duro da potercisi sedere. Montate il campo in fretta, mentre il tenente Lindeman vi conta. Viene da te con la faccia cupa, mentre stai svuotando gli stivali dall’acqua e dal fango.
«Faccia accendere un fuoco, sergente.»
«Cosa? Ma...»
«Siamo uno in meno.»
«Oh, Dio santo. Di nuovo. Chi?»
«Non lo so. Ma manca un uomo. Controlleremo meglio alla luce del falò.»
Il tenente va a sdraiarsi un po’ più in là, appoggiando il capo alle radici contorte di una mangrovia. Tu invece hai degli ordini da seguire, anche se non ti piacciono. Ma d’altronde le malattie che si annidano in questi acquitrini faranno più vittime dei Seminole, se gli uomini non riusciranno ad asciugarsi almeno un po’ le ossa prima di dormire.
Ordini a quattro uomini di appostarsi di guardia sugli alberi intorno al campo, lontano dal falò, e assegni i turni. Poi ci ripensi e ne mandi altri due, sperando che riescano a rimanere abbastanza svegli da non farsi tagliare la gola e da impedire che i Seminole si divertano a fare il tiro al bersaglio con le vostre sagome stagliate contro il fuoco.
Anche per il fuoco bisogna fare i turni. Accenderne uno è già un insulto al buon senso, di più un semplice suicidio. Ma non stai a pensarci tanto quando tocca a te allungare le mani verso quel calore ristoratore. Non che faccia freddo, nella palude, nemmeno di notte, ma sentire i vestiti che ti si asciugano addosso è una sensazione paragonabile all’abbraccio di una madre.
I Seminole vi erano stati presentati come degli straccioni disperati, che avreste spazzato via in un batter di ciglia. Ricordi il discorso del generale Andrew Jackson, con il quale ha mandato te e i tuoi compagni a trovare una sepoltura anonima e priva di sacramenti in una palude che ama tenere per sé i suoi cadaveri. Quel gigante stava ritto sul suo podio, con le braccia incrociate dietro la schiena, declamando le sue vanagloriose menzogne con voce tonante.
La Florida andava pacificata dopo che gli spagnoli l’avevano ceduta agli americani, e sarebbe toccato a voi portare la civiltà ai senza dio che erano rifugiati nelle foreste. I Seminole non potevano essere tollerati, non si poteva permettere a nemici così infidi di vivere accanto alla gente civile, né si poteva accettare che dessero ospitalità agli schiavi fuggiaschi. E un mucchio di altre parole sulla patria, su Dio, sulla bontà dell’uomo bianco che porta la civiltà agli indiani anche se non se la meritano.
Tante belle parole, già. Ma Jackson non è lì nella palude, con un bersaglio dipinto sulla schiena.
Lo scomparso è Frank Delgado. Hai conosciuto sua moglie. Speri che toccherà a qualcun altro portarle la notizia. Cercarlo, ovviamente, è inutile. La palude non restituisce. Niente. Mai.
Ti avvolgi nella tua coperta umida, sentendo i muscoli che si rilassano uno per uno, provocandoti fitte di dolore misto a piacere. Stai per addormentarti, quando nella notte risuona un grido.
Il campo prima tranquillo si trasforma in un attimo in una bolgia indiavolata. Tutti schizzano in piedi o cercano di farlo, inciampando nelle coperte arrotolate. Molti gridano. Qualcuno butta terra umida e acqua sul fuoco, maledicendo chi ha avuto l’idea di accenderlo. Il campo piomba in un’oscurità risuonante di ordini secchi e domande, e puzzolente di fumo, legno marcio e paura. Qualcuno spara, il tenente ordina di cessare il fuoco e disperdersi.
Strisci al riparo dietro un grosso tronco caduto, mezzo affondato nel fango, e rimani immobile. Intorno a te senti i tuoi compagni correre o cercare di farlo, un movimento confuso che non riesci a vedere nemmeno dopo che i tuoi occhi si sono abituati al buio.
Dovresti muoverti e girare intorno al campo, cercando tracce di chi ha gridato. Ma non lo farai. Non sei né abbastanza riposato né abbastanza coraggioso. Sai che nessuno lo farà. Anzi, lo speri. Quei maledetti indiani sembrano vederci anche di notte, e nessuno vorrà andare a cacciarsi nella bocca del leone. No, tu te ne starai buono buono al riparo, sperando che gli altri facciano altrettanto, muovendoti quel tanto che basta per scavarti una buca nel fango che ti renda ancora più difficile da individuare, e terrai gli orecchi bene aperti, visto che gli occhi non servono a niente. Sai che alcune tribù indiane usano cospargersi di unguenti che emanano un odore particolare, ma per quanto ti sforzi non riesci a ricordare se lo facciano anche i Seminole. Nel dubbio, starai all’erta anche per qualsiasi odore che ti sembri diverso da quello del marciume in cui sei immerso.
Non hai mai visto un Seminole dal vivo. Ti hanno mostrato una fotografia di Osceola, e ti hanno spiegato che vestono costumi complessi e variopinti, con tanto di turbanti e camicioni. Ma tu vieni dal Texas, e finora hai visto solo Apaches e Navajos.
Né nessuno della compagnia ha mai visto un Seminole in questa palude, tranne quelli che sono stati uccisi da loro.
Il primo è stato Brian Cole. È sparito, e basta. Non ha gridato, non ha sparato, nessuno ha visto quello che è successo. Non avete nemmeno capito quando esattamente sia scomparso. Al mattino c’era, alla sera non c’era più. Era il primo, e siete tornati indietro a cercarlo, con l’unico risultato di rischiare di perdervi anche voi. Lì avete imparato che la palude non restituisce ciò che prende, né mantiene le tracce. Avevate l’impressione di lasciare impronte profonde, una pista che anche un bambino avrebbe potuto seguire, poi vi siete accorti che il terreno è talmente pregno d’acqua da ritornare piatto e informe poche ore dopo che siete passati.
Chuck Roberts è stato il secondo. Vi eravate accampati per la notte, senza falò. C’erano diverse sentinelle tutto intorno al campo. Al mattino la sua coperta era vuota, e accanto ad essa c’erano le sue armi, il cappello e gli stivali. L’erba intorno era schiacciata come se vi avessero strisciato. Le tracce si perdevano in uno specchio d’acqua profondo come una pozzanghera e grande quanto un piccolo lago.
Poi c’è stato Cooper, e Dio ti danni se riesci a ricordare il suo nome. Era pieno giorno, stavate marciando e lui era tra gli ultimi. Si era fermato per pisciare, rimanendo staccato dagli altri solo per pochi metri. Il suo fucile ha sparato, ma quando l’avete raggiunto era l’unica cosa che era rimasta di lui, abbandonato a terra. Avete sprecato decine di colpi contro le fronde degli alberi, convinti che ci fossero Seminole nascosti ovunque. Avete perso l’intera giornata cercando le loro tracce.
È con Miller che ci hanno preso gusto. Avete trovato il suo cadavere, impiccato, lungo il vostro cammino, prima di accorgervi che era sparito.
Di Evans vi hanno fatto trovare un pezzo per volta. Il primo, una mano, l’avete seppellito tributando gli onori che spettano a un morto. La cerimonia per il resto del braccio è stata più breve, più ancora per il piede. Per i pezzi successivi vi siete limitati a scavare delle buche. L’ultimo, una gamba ancora avvolta nei pantaloni della divisa, l’avete ignorato. La testa manca ancora.
Young deve aver lottato ferocemente. Avete sentito una serie di spari lontani, e grida. I Seminole l’hanno probabilmente trascinato via vivo, e lui dev’essere riuscito a liberarsi. Avete cercato di raggiungerlo, ma anche i suoni si comportano in modo strano nella palude, rimbalzando contro alberi contorti e inabissandosi in specchi d’acqua marcia e sabbie mobili. Quando siete riusciti a trovarlo era troppo tardi. Il sangue che sgorgava dalle sue ferite si allargava sotto di lui, faticando a penetrare nel terreno già fradicio.
La ribellione di Young deve aver riportato i Seminole a un atteggiamento più prudente, perché oggi Delgado è di nuovo sparito senza colpi di teatro.
E chissà chi altro ci ha lasciato la pelle, stanotte. Quello era un grido di morte.
Chissà se lui ha visto chi lo ha ucciso.
Stanco, appoggi la fronte al braccio cercando una posizione più comoda, con il mento affondato nel fango. Un po’ del gusto di putrefazione del terreno filtra attraverso le tue labbra serrate.
Non l’avresti mai creduto possibile, eppure ti addormenti.
«Sveglia!»
Per poca che sia, la luce che riesce a filtrare attraverso il fogliame è sufficiente per ferirti gli occhi quando cerchi di sollevare le palpebre.
«In piedi, soldato!»
Bofonchi un «Signorsì...» poco convinto. Strano, invece che quella del tenente questa voce ti sembra quella di tuo padre, morto tre anni fa per una polmonite. Affondi gomiti e ginocchia nel fango e ti tiri faticosamente in piedi, abbozzando un saluto che ha ben poco di militaresco.
Ma tanto non c’è nessuno a vederlo.
Ti guardi intorno, in cerca del tenente, ma non lo vedi da nessuna parte. Siete insieme da davvero troppo tempo, se hai iniziato a sognartelo.
Strofini gli occhi, sedendoti sul tronco. La notte è passata, e sei ancora vivo: la giornata inizia bene.
Poi ti rendi conto di non sentire nessun’altra voce, né l’odore del caffè che Stuart prepara ogni mattina in cui riesce a strappare il permesso di accendere un fuoco. Spalanchi gli occhi.
Nessuno.
Ti chini a raccogliere il fucile, imponendoti di stare calmo. Ti sei addormentato nel fango. Gli altri devono essere tutti andati a cercare chi ha gridato.
Ma l’appello del mattino? Possibile che siano via da tutta la notte?
Ti chini a raccogliere il fucile, aggrappandotici come un naufrago a un pezzo di legno. Ti dici di mantenere la calma. Ti chiedi se sia il caso di chiamare. Se ci fossero Seminole in giro ti sentirebbero. Ma dovrebbero già sapere dove sei, no? Ieri sera sapevano dov’era il campo. Ma, e se i tuoi compagni se ne fossero semplicemente andati lasciandoti indietro, magari credendoti morto? Se i Seminole stessero seguendo loro, gridando rivelerai di essere solo e diventerai un bersaglio.
Cosa fare? Saltelli da un piede all’altro, nervoso e spaventato. Decidi di provare ad esaminare il campo.
Se fosse stato teatro di uno scontro dovresti trovare segni di lotta. Zolle di terra smosse, pietre rovesciate, sangue. Ma non c’è niente di tutto questo.
Se i tuoi compagni fossero scappati a rotta di collo, magari sotto un attacco massiccio dei Seminole, dovresti trovare tutto quello che hanno abbandonato. Coperte, suppellettili. Ma non è così, e poi se fosse successo qualcosa del genere ci sarebbero state grida e spari. Ti saresti svegliato, no?
Però qualcosa c’è. Ti muovi nel campo con circospezione, attento a dove metti i piedi per non calpestare nessuna traccia importante, sforzando gli occhi nel tentativo di vedere anche le cose più minuscole e trattenendo irrazionalmente il fiato, per fare silenzio. Trovi delle tazze per il caffè accanto ai resti del falò (le ceneri sono ancora calde), un fazzoletto, una borraccia, uno scovolino per la pulizia del fucile, posate, un pezzo di corda... piccole cose, che possono essere dimenticate quando un campo deve essere smontato in fretta.
La storia che ti raccontano quegli oggetti abbandonati è chiara: i tuoi commilitoni non sono scappati, ma se ne sono comunque andati il più rapidamente possibile, quando era ancora buio, dimenticando le cose meno importanti... e te.
Ora cerca di mantenere la calma. Sei solo, ma loro non possono essere lontani. È addirittura possibile che non si siano ancora accorti che manchi, come è già successo. Ripensi a Brian Cole, Chuck Roberts, Cooper di-cui-non-ricordi-il-nome, Frank Delgado. Nessun cadavere, nessuna traccia. Non vuoi diventare come loro.
Chissà se gli altri hanno trovato quello che ha gridato ieri sera. Ma è più importante che tu ritrovi loro, adesso.
Se la compagnia ha ripreso il cammino l’ha probabilmente fatto alle prime luci dell’alba. A giudicare dalla posizione del sole, o quella sua pallida imitazione che intravedi attraverso le foglie, non dovrebbe essere più tardi di metà mattina. Hanno qualche ora di vantaggio. Troppo lontani per sentirti se ti mettessi a sparare per aria, e comunque rimane il problema dei Seminole. Se cammini spedito dovresti poterli raggiungere prima di sera. In fondo sei riposato, adesso. Ah ah, ah.
Quando se ne sono andati i tuoi compagni hanno preso anche la tua roba, nella fretta. Recuperi la borraccia che avevi trovato, che per fortuna è piena, ma non hai niente da mangiare, né riuscirai a trovare qualcosa in questa palude. I Seminole forse mangiano il muschio e i serpenti, ma loro sono indiani. Ma sei sicuramente in grado di digiunare per un giorno, no?
Ti incammini nella direzione opposta a quella da dove siete arrivati, ma dopo un centinaio di passi ti accorgi che c’è qualcosa che non va.
Per quanto la palude possa nascondere le tracce, un’intera compagnia di soldati passata poche ore prima non può essersi messa a volare. Dovrebbero aver lasciato qualche segno. Qui, invece, non passa nessuno da molto tempo. Forse non è mai passato nessuno da quando Adamo ed Eva sono stati scacciati dal paradiso.
Questa idea ti inquieta. Potresti stare posando il piede dove nessun uomo è mai passato prima. D’un tratto, quel terreno putrido e puzzolente si trasforma nel pavimento di un tempio sacro a qualche divinità pagana e antica, in cui gli uomini non sono ammessi. Torni indietro, quasi scappando, grato di tornare in un posto conosciuto e nel quale è ancora vivo il ricordo della presenza dell’uomo, nell’immondizia che si è lasciato dietro.
Non hanno proseguito lungo il cammino stabilito. Il perché a questo punto non importa, importa solo sapere da che parte sono andati. Altro tempo che perdi.
Giri intorno al campo esaminando il terreno, finché non trovi le tracce tra due alberi contorti e piegati come se si stessero inchinando. La terra è schiacciata, i rami spezzati. Hanno preso a sudovest. Vai a sudovest.
Cerchi di camminare in fretta, ma ovviamente il fango continua ad attaccarsi sotto le tue scarpe. Lo odi più di quanto lo odiassi ieri. Seguendo le tracce puoi essere tranquillo che non affonderai in sabbie mobili o pozzanghere nascoste da rami morti, ma devi comunque stare attento ai serpenti che potrebbero calarsi dagli alberi o nascondersi tra l’erba. Se dovessero morderti non ci sarà nessuno per aiutarti. E, visto che non sai dove stanno andando, devi anche fare attenzione alle tracce. Cominci a disperare di riuscire a raggiungere i tuoi compagni entro sera.
Ti volti in continuazione, e questo non fa che aumentare il dolore alle spalle. Quando eri in gruppo ognuno copriva una direzione diversa, ma ora sei solo e ti servirebbero altri cento occhi. Quanti quelli con cui la foresta ti sta osservando. O quante le bocche con cui ti sta parlando.
Tutti questi rumori. Era così rumorosa la palude, ieri? È un chiacchiericcio infinito che si perde in lontananza, la piazza di un mercato dietro l’angolo, la folla fremente riunita in attesa di un’impiccagione. Se sono zampe di animali, sono così piccoli che non li vedi. Ma li immagini mentre strisciano e scavano passando sotto la superficie, insinuandosi negli alberi e nella terra come malattie sotto la pelle. Se sono scricchiolii del legno, allora forse gli alberi stanno cercando di estrarre le radici dal terreno per raggiungerti e catturarti, e spingerti sotto il fango per concimare i loro semi. E quei tonfi lontani, sono tronchi morti e marci che cadono o i passi di un gigante affamato?
Scuoti la testa, cercando di scacciare questi pensieri. Non esiste niente di tutto questo. Ci sono già abbastanza pericoli reali. Devi stare attento alle infide pozze che cercano di risucchiarti nel terreno, ai serpenti, alle sanguisughe, ai Seminole. Niente alberi stregati, niente giganti, niente vermi che ti penetrano sotto pelle. Intanto, però, alle tue labbra affiora una preghiera.
Le serri con forza, interrompendola a metà. Niente rumori, niente rumori. E se i Seminole ti avessero sentito? Ti abbassi su un ginocchio spianando il fucile e ruotando rapidamente su te stesso. Sbarri gli occhi, per non perdere nemmeno il minimo movimento. Quasi lasci partire un colpo verso una foglia che cade.
Dopo qualche minuto sei costretto a respirare, e questo ti dà la spinta per rialzarti. Non è arrivato nessuno. Riprendi a camminare e a pregare, ma solo col pensiero.
Da quanto tempo stai camminando? Cerchi di individuare il sole, che sembra imparare sempre meglio il gioco del nascondino in quell’intrico, e concludi che mezzogiorno è passato da un pezzo. Cominci a sentire la fame, e la ignori. Non che tu possa fare diversamente. Cammini ancora. Le tracce sono chiare.
Le gambe fanno sempre più male, e staccare i piedi dal fango è ormai un’impresa titanica. Stanco, ti appoggi a un tronco.
Lo senti muoversi sotto la tua mano. «Dio!» esclami, saltando all’indietro e puntando il fucile. Ma il tronco non si ferma all’altolà e continua a cadere, lentamente, con un coro di scricchiolii. Si adagia pesantemente con un tonfo che ti schizza di fango fino in viso.
Con tutto quel rumore ti avranno sentito di sicuro. Ti butti dove gli alberi sono più fitti con tutta la velocità che il fango ti concede, saltellando come una rana ubriaca. Il cuore ti batte all’impazzata, il respiro si fa ansimante, gli occhi sono così spalancati da farti male. Ti nascondi dietro un albero, ne esci con il fucile spianato, ti sposti dietro un altro albero e ripeti la trafila, non sapresti dire quante volte. Ogni volta ti sembra di vedere qualcuno e il tuo dito freme sul grilletto, ogni volta ti accorgi all’ultimo istante che si tratta solo di un piccolo tronco spoglio o di un cespuglio dall’aria malata.
Nessun indiano si fa vivo, e allora appoggi la schiena contro un altro albero e scivoli a terra, riprendendo il fiato.
Forse non c’era nessuno nei paraggi, ma ti avranno comunque sentito. L’ideale sarebbe andarsene, inoltrarsi nella foresta, lontano dalla pista lasciata dai tuoi compagni. Ma ti perderesti di sicuro. Allora torni sul cammino e continui come prima, moltiplicando, se possibile, le attenzioni.
Per tre volte punti il fucile contro delle ombre, prima di renderti conto che sono solo quello. Eppure, sei convinto che ti stiano osservando. Da qualunque parte ti volti, senti quel prurito alla nuca che ti avvisa che c’è qualcuno alle tue spalle. Ma non c’è mai nessuno, o meglio, non si fanno vedere.
Forse sono pochi, o uno. Forse un esploratore, che non ti ha ancora ammazzato perché non è armato, o aspetta i suoi compagni. Ma qualcuno c’è. Ti sembra di sentirlo respirare, a volte. Ti sembra che quel vento caldo e carico di miasmi che ti si infila nel colletto sia il suo fiato, e che se ti volterai ti troverai faccia a faccia con lui. Riesci quasi a visualizzarlo. Un indiano dal viso largo e dal mento appuntito, con occhi piccoli e obliqui e un grande naso a becco, con la testa coperta da un turbante come quello della foto di Osceola ma dello stesso verde marcio della poca erba qui intorno. Ti volterai e sarà lì, così vicino che il suo naso sfiorerà il tuo, e i suoi lineamenti saranno distorti in un ringhio, e senza dire una parola ti pianterà un coltello nello stomaco, e tu sentirai la bocca riempirsi del tuo sangue...
E ti volti ancora, e ancora non c’è nessuno.
Cammini da ore, ormai, e ancora non hai raggiunto i tuoi compagni. Ti sei sforzato come mai nei giorni scorsi, eppure non ce l’hai fatta. Quel sole che ha giocato a nascondino con te per tutto il giorno sta per tramontare del tutto e tu sei ancora solo, a parte quelli che, ne sei quasi certo, ti stanno seguendo. È già da un paio d’ore che hai smesso di voltarti a ogni rumore, e succeda quel che succeda. Forse temi che il cuore non ti reggerebbe se ti trovassi davvero di fronte il tuo indiano.
L’aria si sta facendo più fresca, e la luce comincia a offuscarsi. Ancora una mezz’ora e faticherai a vedere dove metti i piedi. Figuriamoci seguire le tracce della compagnia. Per quanto l’idea ti ripugni, dovrai trovare un posto dove passare la notte.
Ma vai ancora avanti, sforzandoti di sfruttare ogni minuto di luce residua. Speri di riuscire a sentire almeno le voci dei tuoi compagni, ma forse anche loro osservano la regola del silenzio. Continui ancora un po’, solo un altro po’.
La radura in cui sbuchi ti coglie di sorpresa. Di colpo perdi l’equilibrio, cadi sulle ginocchia. Appoggi il calcio del fucile a terra, ma non ti rialzi ancora. Ne approfitti per riprendere un po’ di fiato. Sei entrato in un ampio spiazzo privo di alberi, nel quale la luce del sole riesce finalmente a penetrare senza ostacoli. Peccato che ne sia rimasta così poca.
Ancora abbastanza per continuare a camminare, comunque. Ti alzi facendo forza sul fucile, e allora noti i cappelli.
Sono cappelli dell’esercito, come quello che indossi anche tu. Sono sparsi per lo spiazzo, tutti alla stessa distanza l’uno dall’altro, tutti rivolti dalla stessa parte, tutti appoggiati ordinatamente a terra in una lunga fila.
Un brivido gelido percorre la tua schiena, mentre ti chiedi perché i tuoi compagni abbiano dovuto abbandonare i loro capelli. E in quel modo, poi. Non ammucchiati tutti insieme, non appesi ai rami, ma appoggiati al suolo come se ognuno se lo fosse tolto nello stesso momento e l’abbia posato nel punto dove si trovava. Sembra quasi di stare guardando la compagnia in marcia dall’alto, come se ora stessero camminando sotto la superficie della palude.
Avanzi di un passo, esitante, per raccogliere il più vicino. Senti il tuo piede che viene tirato giù.
«No!»
Ti butti all’indietro con tutto il tuo peso, afferrando radi ciuffi d’erba per trascinarti via. A fatica riesci a svellere la gamba, ma stavolta la palude non ti restituisce il tuo stivale.
Ti accorgi di ansimare come un cavallo che abbia attraversato di corsa il deserto, ma non riesci a smettere. Ti metti in ginocchio e ti sporgi in avanti protendendo la punta del fucile, abbastanza da dare un colpetto al capello, rovesciandolo.
Gridi.
Ti premi le mani sulla bocca con forza, rendendoti conto di aver infranto di nuovo il silenzio. Giri lo sguardo intorno, ma non si vede nessuno, per ora.
Da sotto il cappello sbuca la punta di una testa completamente pelata. L’unico senza nemmeno un capello in testa era Rogers. Non si toglieva mai il cappello, la luce del sole direttamente in testa gli procurava dei capogiri. Ora, invece, è esposta agli ultimi raggi del tramonto.
«Perdonami, Rogers...»
Guardando meglio, ora noti i ciuffi di capelli biondi che spuntano da un altro cappello più in là. Murray era fiero dei suoi lunghi capelli, diceva che se non erano riusciti a strapparglieli gli Apache nessun ufficiale rompipalle avrebbe mai potuto farglieli tagliare. E, vicino a quell’altro, quelle che spuntano sembrano davvero le dita di una mano. Impossibile capire di chi sia.
Ma come hanno potuto cadere tutti insieme nelle sabbie mobili, dimenticando la prudenza con cui avevano avanzato fino al giorno prima? L’unica spiegazione che ti viene in mente è che stessero correndo. Per inseguire qualcuno? O scappando da qualcosa?
E con orrore ti rendi conto di essere definitivamente, inesorabilmente, solo.
Calmo, mantieni la calma, avanti. Non ti sei lasciato prendere dal panico quella volta in cui Sanders e tutta la sua cricca volevano farti fuori, a Yuma. Eri solo anche allora. Né quando la diligenza su cui viaggiavi è stata attaccata dai Comanche sulla strada per El Paso. Pensa.
Non sai se siano tutti. Forse qualcuno si è salvato e ora è disperso da qualche parte nella palude come te. Forse dovresti contare i cappelli. Ma qualcuno potrebbe essere stato trascinato di sotto con il suo padrone, no? Fa niente, intanto conta.
La compagnia era composta di trentacinque uomini. In sette, forse otto sono spariti o morti, e qualcun altro può aver fatto la loro stessa fine mentre non eri inseme a loro. Conta.
Sei arrivato a dodici cappelli, quando senti di nuovo quella sensazione: c’è qualcuno che ti osserva. Ma stavolta non è dietro di te.
Ti basta alzare lo sguardo di poco. È in piedi, con le braccia lungo i fianchi, dall’altro lato delle sabbie mobili.
Per un attimo ti sembra che abbia un viso largo con occhi obliqui e naso adunco, e la testa coperta da un turbante. Ma ti basta sbattere le palpebre per scacciare quella visione.
È a torso nudo, e scalzo. È completamente coperto di fango, al punto da risultare dello stesso colore della terra e degli alberi, ma sotto il fango ti sembra di intuire che indossi i pantaloni di un’uniforme. Infilati nella cintura ha un fagotto e due coltelli di quelli in dotazione all’esercito. Il fango incolla i suoi capelli alla testa e gli ricopre anche il viso, ma riesci a distinguere perfettamente i suoi denti bianchi scoperti in un ringhio animalesco.
Non è un indiano.
Alzi lentamente il fucile, mentre un raggio di luce disperde la nebbia che ti ottenebra la mente. Ti sembra di riconoscerlo, nonostante il fango. Ma non è possibile.
«...Brian Cole?»
L’uomo lancia un grido rauco e porta le mani davanti al volto, come se quel nome fosse una pietra scagliata contro di lui. Scompare tra le piante con un balzo.
«Brian Cole!»
Il primo della compagnia a scomparire. Allora è ancora vivo. Si era solo perso.
«Brian! Sono io!»
Ti rialzi a fatica, liberandoti anche del secondo stivale.
«Brian!»
Non si fa vedere. Certo, è plausibile che sia un po’ fuori di testa, se è rimasto da solo in questa palude tutto quel tempo. Intanto però tu stai urlando.
Ti togli dallo spiazzo, ma continui a chiamare. Meglio farsi scoprire che rimanere un attimo in più da solo. «Brian, vieni fuori, non mi riconosci? Che ti è successo? Avanti, vieni qui e torniamocene a casa!»
Ma Brian non risponde, anzi, la palude sembra più silenziosa di quanto sia mai stata.
Lo chiami ancora due volte, poi smetti. Se è impazzito, forse sarà scappato. E sarà meglio che ti sposti da lì anche tu, ora che hai annunciato la tua posizione a tutta la foresta.
Già, ma per andare dove? A questo punto dovrai provare a uscire dalla palude da solo. Cercando di non ridurti come Brian.
Cerchi di richiamare alla mente le cartine che hai studiato prima dell’inizio della missione (cartine che ora sono nello zaino del tenente, mezzo metro sotto le sabbie mobili). Non riesci a quantificare la strada che hai fatto, ma decidi comunque che la cosa migliore da fare dovrebbe essere dirigersi verso ovest. Se riuscirai a mantenere la direzione dovresti essere fuori di lì in una settimana.
Una settimana, buon signore, una settimana. Se va tutto bene. Se trovi da mangiare.
Ti avvi verso ciò che resta del sole, intenzionato a mettere più strada possibile tra te e quel cimitero di acqua e fango prima che sia troppo buio.
Ma hai fatto pochi passi quando senti lo scricchiolio di un ramo alla tua destra.
Un intero giorno da solo in una palude infestata di indiani, con i nervi a fior di pelle. Basta una foglia che si muove nel vento per metterti sull’avviso. Un rumore che non saresti nemmeno riuscito a sentire ieri, ora ti salva la vita.
Ti giri di scatto mentre fai un passo verso sinistra, colpendo con il calcio del fucile l’ombra che si sta lanciando su di te.
L’urto vi fa finire a terra entrambi. Il fucile ti sfugge di mano chissà dove. Rotoli rialzandoti poi su un ginocchio, estrai la pistola, spari senza mirare, il proiettile sparisce nel fango con uno schizzo trascurabile. L’indiano è stato più rapido di te, è già in piedi e ti salta addosso brandendo un pugnale. Alzi d’istinto il braccio per proteggerti, urli quando la lama ti morde la carne, spari un altro colpo a cui fa eco un grido. Il tuo aggressore indietreggia spruzzando sangue da una spalla, mentre tu osservi terrorizzato il coltello che è rimasto piantato nel tuo braccio fino all’elsa. La lama spunta dall’altra parte, completamente rossa.
Ma l’uomo afferra l’altro coltello alla cintura e di nuovo capisci di esserti sbagliato: non è un indiano. Brian Cole si avventa ancora su di te a braccia protese, con una mano allontana la pistola dalla sua faccia e con l’altra cerca un varco sotto il tuo braccio ferito. Con quello circondi il suo collo e lo tiri verso di te, per impedirgli i movimenti, gridando ancora quando la lama nel tuo braccio si pianta nella sua schiena. Grida anche lui, e non c’è mai stato tanto rumore in quella foresta da quando l’uomo cammina sulla Terra. Perde la presa sulla tua pistola, e finalmente puoi scaricarla tutta nel suo stomaco.
I quattro colpi vanno tutti a segno, ma lui riesce ancora a guardarti e a mormorare qualcosa che non riesci a capire. Non riesci a riconoscere il tuo commilitone in quei lineamenti distorti dalla follia. Poi reclina la testa sulla tua spalla.
Cerchi di respirare, ma senti una fitta terribile al fianco. Rovesci di lato il cadavere di Cole con uno sforzo terribile, e tu accorgi che mescolato al suo sangue sulla camicia c’è anche il tuo. Il pugnale è penetrato a fondo, il taglio butta sangue come una fontana e deve aver anche perforato un polmone, vista la fatica che stai facendo a respirare.
Ti metti a sedere a fatica, cercando di fermare il sangue con la mano sana. Ma sai che è inutile.
«Ma che ti è successo, pazzo dannato...»
Osservi il cadavere con un moto di disgusto. Il fagotto che portava appeso alla cintura si è aperto, e il suo contenuto è scivolato fuori per metà. È ridotta male, ma è senz’altro la testa di Evans. L’unico pezzo che mancava.
E ti rendi conto di non aver mai visto un solo indiano dall’inizio della campagna.
Cosa è successo a Brian? Se l’avessero preso i Seminole, non ne sarebbe uscito vivo. Forse è solo rimasto indietro, come te. È inciampato e ha sbattuto la testa e voi siete andati avanti, dimenticandovelo. E lui si è perso nella palude per giorni, e ha cominciato a odiarvi. O è semplicemente impazzito. Hai visto cosa fa la palude alla gente, avresti potuto essere tu. Non c’è mai stato nessun indiano.
Il taglio al fianco continua a sanguinare, e il braccio ti fa un male infernale. Anche se riuscissi a ricucirti, e non vedi come, non potresti mai uscire da quella foresta, anche senza indiani in giro.
Stringi i denti per il dolore e ti alzi, prima un ginocchio, poi un piede, poi una bestemmia e infine in piedi, finalmente. Ti trascini stancamente verso il punto dove riposano i tuoi compagni, un passo dietro l’altro. Gridi, mentre lo fai. Gridi a squarciagola, spezzando il maledetto silenzio con una punta di soddisfazione. Tanto non c’è nessuno che possa sentirti. Arrivi sul ciglio delle sabbie mobili, mentre l’ultimo raggio di luce sparisce e il buio arriva benigno a nascondere tutte le tragedie delle Everglades.
Non rimarrai più da solo in quella palude, nemmeno per un istante.
Ti tuffi.
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