cronaca della luna sul monte
italian
Li Zheng di Longxi era un uomo erudito e di grandi capacità. Sul finire dell’era Tianbao, nonostante la giovane età, il suo nome era già annoverato tra quelli degli eletti che avevano superato gli esami di stato, e presto gli venne anche conferito l’incarico di funzionario governativo nella regione del basso Yangtze. Ma il suo temperamento solitario e inflessibile e la sua sconfinata fiducia nelle proprie capacità non gli permettevano di accontentarsi della carica di semplice funzionario. Non passò molto tempo che diede le dimissioni dall’incarico e fece ritorno al suo paese natale, Guolue, dove, troncato ogni rapporto col mondo, si dedicò con tutto se stesso alla poesia. Piuttosto che doversi sottomettere per anni a superiori rozzi e grossolani come funzionario di basso rango, voleva cercare di trasmettere il suo nome ai posteri come poeta. Tuttavia, la sua fama stentava ad affermarsi e la sua vita diventava più difficile man mano che i giorni passavano. Venne preso da un’ansia crescente, e anche il suo aspetto cominciò a trasformarsi: dimagrì e le ossa si fecero sporgenti. Solo i suoi occhi erano stranamente accesi, ed era impossibile riconoscere in lui il bel giovane dalle guance rosee che un giorno aveva superato gli esami. Dopo alcuni anni, non riuscendo più a sopportare lo stato di estrema povertà, decise di sacrificare le proprie aspirazioni per mantenere la moglie e i figli, ritornò ancora una volta nell’Est e si piegò ad accettare un impiego come funzionario di basso rango in una località rurale, anche perché aveva ormai perso ogni speranza di affermarsi come poeta. I suoi colleghi di un tempo erano ormai avanzati di grado, e non è difficile immaginare che duro colpo potesse infliggere all’orgoglio di Li Zheng, che era stato famoso per il suo genio, il dover sottostare agli ordini di quelli che un tempo aveva ignorato considerandoli delle totali nullità. Sotto il peso dell’amarezza e della disperazione, il suo carattere si faceva sempre più insofferente e stravagante. Un anno dopo, mentre si trovava nei pressi del fiume Ru in un viaggio di servizio, finì col perdere completamente la ragione. Una notte, all’improvviso, saltò su dal letto con un’espressione stravolta urlando cose incomprensibili e, così come si trovava, in un balzo si precipitò fuori e scomparve nel buio. Non ritornò più indietro. I monti e le valli circostanti furono setacciati alla sua ricerca, ma era scomparso senza lasciare nemmeno una traccia. Di lui nessuno seppe più nulla.
Un anno dopo, l’ispettore governativo Yuan Can di Chen fu inviato in missione nel Lingnan per ordine dell’imperatore, e durante il viaggio si fermò a pernottare nel paese di Shangyu. La mattina seguente, mentre si accingeva a riprendere il viaggio prima del sorgere dell’alba, l’ufficiale della stazione di posta lo avvertì che, a causa di una tigre divoratrice di uomini che infestava la strada, i viaggiatori non potevano mettersi in cammino prima che fosse pieno giorno. E dato che era ancora molto presto, li invitò ad aspettare un poco prima di riprendere il viaggio. Yuan Can, tuttavia, che poteva contare su una scorta numerosa, non diede peso all’avvertimento dell’ufficiale, e si rimise in cammino. Poco dopo, mentre Yuan Can e il suo seguito si inoltravano nella foresta, illuminati solo dalla pallida luna dell’alba, una tigre feroce emerse dai cespugli e con un balzo fu davanti a loro. Per un attimo sembrò che stesse per avventarsi su Yuan Can, ma poi con un movimento repentino ritornò sui suoi passi e scomparve nel boschetto da cui era venuta. Subito dopo, giunse il suono di una voce umana che ripeteva, in un mormorio: «C’è mancato poco…». A Yuan Can quella voce suonò familiare, e nonostante fosse ancora spaventato, la riconobbe subito e gridò: «Questa voce non è forse quella del mio amico Li Zheng?». Yuan Can, che aveva conseguito il diploma di laureato nello stesso anno di Li Zheng, era stato per lui, che aveva pochissime amicizie, l’amico più intimo, forse perché solo un temperamento mite come il suo poteva riuscire a non entrare in conflitto con un carattere duro e difficile come quello di Li Zheng.
Per un po’ dal boschetto non giunse alcuna risposta. Si udiva solo, a tratti, una voce fievole che pareva un pianto soffocato. Poi questa voce rispose: «Sì, sono proprio Li Zheng di Longxi».
Yuan Can, dimenticata ogni paura, scese subito da cavallo, si avvicinò ai cespugli e salutò con affetto l’amico, rammaricandosi del fatto che non si fossero visti per tanto tempo, e gli chiese perché non uscisse dal boschetto. La voce di Li Zheng rispose: «Ormai sono diventato una specie di mostro. Come potrei mostrarmi senza vergogna a te, amico mio, nello stato orrendo in cui sono ridotto? Perché vedi, se ti rivelassi il mio aspetto, anche tu non potresti provare per me che ripugnanza e paura. Ma ora che il caso ci ha fatto incontrare, tanta è la gioia da farmi dimenticare perfino la vergogna. Te ne prego, se ti è possibile vincere la repulsione per quello che sono diventato, non vorresti solo per un po’ restare a chiacchierare con me che sono stato il tuo amico Li Zheng?».
A ripensarci in seguito la cosa sembrava incredibile, ma in quel momento Yuan Can non provò la minima sorpresa, come se in quella situazione non ci fosse niente di strano. Diede ordine al suo seguito che il viaggio fosse per il momento interrotto, e restando al di qua del boschetto si mise a parlare con la voce invisibile. Gli riferì le ultime notizie della capitale, parlò dei loro vecchi amici e gli disse della sua carriera, e Li Zheng se ne congratulò con lui. Dopo che ebbero parlato di queste cose col tono intimo di due amici che erano stati molto legati al tempo della loro giovinezza, finalmente Yuan Can chiese a Li Zheng come fosse venuto a trovarsi in quella condizione. La voce dal boschetto rispose: «Fu circa un anno fa. Mentre mi trovavo in viaggio, mi fermai per la notte in una locanda nei pressi del fiume Ru. Mi ero appena addormentato, quando mi svegliai all’improvviso sentendo che fuori qualcuno chiamava il mio nome. Uscii all’aperto seguendo il richiamo: da qualche parte nel buio la voce continuava a chiamarmi con insistenza. Istintivamente cominciai a correre, cercando di raggiugerla. Mentre correvo come ipnotizzato, senza neanche accorgermene presi la strada per la montagna inoltrandomi nella foresta. Dopo non so quanto tempo, mi trovai a correre con le mani che graffiavano il suolo. Avevo la sensazione che tutto il mio corpo fosse pervaso da una energia irrefrenabile, e nella mia corsa potevo sorvolar le rocce con grande facilità. Mi accorsi che sulle mani e sulle braccia erano spuntati dei peli. Quando si fece un po’ più chiaro e andai a specchiarmi in un ruscello, vidi davanti a me una tigre. All’inizio non credevo ai miei occhi. Subito pensai: “Deve essere certamente un sogno”. Mi era già capitato di fare dei sogni in cui mi rendevo conto di sognare. Ma quando fui costretto a riconoscere che non era affatto un sogno, rimasi stupefatto. Poi terrorizzato. Pensavo che anche le cose più terribili potevano accadere, e provavo una paura spaventosa. Perché era successa una cosa simile? Non capisco. Non capiamo mai nulla. Accettare docilmente tutto ciò che accade senza mai capire la ragione, e continuare a vivere così è il destino di noi creature viventi. Subito pensai alla morte. Ma in quello stesso istante vidi un coniglio passare davanti a me correndo, e tutta l’umanità che c’era in me si dileguò in un lampo. Quando l’uomo si risvegliò di nuovo in me, la mia bocca era macchiata di sangue e i peli del coniglio erano sparsi tutt’intorno. Quella fu la mia prima esperienza come tigre. Quali azioni abbia continuato a commettere da allora sino ad oggi, non ho la forza di raccontare. Ma ogni giorno, per poche ore, la mia coscienza umana ritorna. In questi momenti, come una volta, la mia mente può pensare in modo complesso, posso esprimermi nella lingua degli uomini e posso anche recitare versi dei classici. Se con questa coscienza umana guardo al mio destino, e vedo le tracce delle azioni feroci che ho compiuto come tigre, tanto più grandi sono per me la disperazione, l’orrore e la rabbia. Purtroppo queste poche ore in cui l’umanità ritorna in me, man mano che i giorni passano, si fanno sempre più brevi. Anche se fino a poco tempo fa ho continuato a chiedermi perché ero diventato una tigre, da un po’ di tempo mi è capitato di accorgermi che mi stavo chiedendo perché mai ero stato un uomo. E questo è terribile. Forse in breve tempo la coscienza umana in me sarà completamente oscurata da azioni bestiali e scomparirà, come le fondamenta di un antico palazzo restano sepolte sotto terra e sabbia. Se così sarà, finirò col dimenticare del tutto il mio passato e sarò solo una tigre che vaga assetata di sangue, e se ti incontrassi sulla strada in un giorno come questo, forse, non riconoscendo il mio amico, ti farei a pezzi e ti divorerei senza provare il minimo rimorso. Mi chiedo: tutti noi, animali e uomini, non siamo forse stati dapprima qualcos’altro, qualcosa che all’inizio riusciamo a ricordare appena, e finiamo poi col dimenticare? E non crediamo inoltre che la nostra forma attuale sia sempre stata solo quella sin dall’inizio? Ma che importa! Se ciò dovesse accadermi, e l’umanità in me scomparisse per sempre, sarebbe meglio. Tuttavia, quanto è doloroso, spaventoso, angoscioso il pensarlo! Tutti i miei ricordi di quando ero un uomo scompariranno! Chi può capire quello che provo? Nessuno, nessuno. Solo chi si fosse trovato nella stessa situazione potrebbe. Ecco, questa è la mia storia. Ma prima che l’umanità in me si spenga per sempre, c’è una cosa che vorrei chiederti di fare».
Yuan Can e la sua scorta ascoltavano col fiato sospeso l’incredibile racconto della voce dal boschetto. La voce continuò così: «Ecco quello che vorrei chiederti. Come sai, un tempo la mia aspirazione era quella di raggiungere la gloria come poeta. Tuttavia questa vocazione non si è mai realizzata, e mi è toccato questo destino. Delle centinaia di poesie che ho scritto in passato non è rimasto niente, e credo che ormai non si sappia nemmeno dove si trovino. Tra tante poesie, ve ne sono alcune che ho imparato a memoria. Vorrei che tu le trascrivessi per me. Non che con questo voglia passare per poeta. Non so quanto valgano queste mie cose, ma non posso morire senza aver trasmesso ai posteri almeno una piccola parte di ciò a cui mi sono attaccato al punto di perdere tutto quello che avevo e di smarrire la ragione».
Yuan Can diede ordine a un uomo del suo seguito di prendere il pennello e scrivere tutto quello che la voce dal boschetto avrebbe recitato.
E per un po’ di tempo, limpida e sonora, si udì la voce di Li Zheng, che dal boschetto recitava le sue poesie.
Yuan Can notò il tono elevato dello stile e la ricchezza del contenuto, che a un primo impatto facevano pensare a un talento straordinario. Però, nonostante l’ammirazione, a questa impressione se ne aggiungeva, vagamente, un’altra: «Certo, non c’è dubbio che si tratti di un autore di prim’ordine. Tuttavia c’è qualcosa, qualcosa di impercettibile, che manca per poter dire che le sue opere sono veramente eccellenti».
La voce di Li Zheng, appena ebbe finito di recitare le sue vecchie poesie, mutò improvvisamente e, in un tono di autoderisione disse: «Lo so, è vergognoso, ma ancora oggi che sono ridotto in una condizione così pietosa, mi accade a volte di vedere in sogno la raccolta delle mie poesie sulle scrivanie degli esperti della capitale. Ed è un sogno che faccio steso a terra nelle caverne! Ridi pure: un poveraccio che invece di diventare un poeta è diventato una tigre». Yuan Can lo ascoltava rattristato, gli sembrava di ritrovare in quei discorsi il Li Zheng di una volta, sempre ironico e sprezzante verso se stesso. «E a proposito di cose ridicole, vuoi che cerchi di esprimerti i miei pensieri attuali in una poesia improvvisata, per dimostrarti che in questa tigre sopravvive ancora il Li Zheng di un tempo?»
Ancora una volta Yuan Can diede ordine a un suo subordinato di scrivere. La poesia diceva così:
Crudele il destino
mi colpì
come un fulmine il cielo.
Mi portò la pazzia
e zanne e artigli di belva feroce
che nessuno osa sfidare.
Cosa rimane della gloria passata?
Tu vai sui carri dorati
e io striscio per terra.
Questo dolore dicevo stanotte
ruggendo alla luna
che illumina il monte.
Già la luna impallidiva nella fredda luce del mattino, la rugiada cadeva più fitta, e il vento gelido che attraversava gli alberi annunciava l’alba. Tutti sembravano ormai dimentichi della stranezza della situazione, e in un commosso silenzio compiangevano la triste sorte di quel poeta. La voce di Li Zheng continuò: «Ho detto prima di non aver mai capito il perché di questo destino, ma se ci penso, in effetti c’è qualcosa che mi viene in mente. Quando ero un uomo, facevo di tutto per evitare la compagnia degli altri. Si diceva di me che fossi superbo e pieno di boria. La gente non capiva che quello che loro chiamavano superbia era in realtà qualcosa di molto vicino alla timidezza. Naturalmente non dico che in me, che ero considerato il “genio” del mio paese, non ci fosse dell’orgoglio. Ma si trattava di un orgoglio molto fragile. Anche quando pensavo di raggiungere la fama grazie alla poesia, non ho mai cercato di perfezionare le mie doti seguendo un maestro o frequentando altri poeti. Però, allo stesso tempo ero troppo orgoglioso per mischiarmi con la gente da poco. Tutto questo per il mio fragile orgoglio e per la mia arrogante timidezza. Temendo che il mio gioiello non fosse prezioso, non osavo darmi da fare affinché splendesse, ma siccome credevo almeno in parte che fosse invece di grande valore, non me la sentivo neanche di mescolarmi con la gente comune. Così mi allontanai sempre di più dal mondo e dalla gente, e la rabbia e la frustrazione ebbero l’effetto di alimentare e far crescere sempre più il mio fragile orgoglio. Si dice che l’umanità sia come un domatore di belve feroci, e che il carattere di ogni individuo sia la belva da domare. Nel mio caso, la belva era questa mia timidezza piena di arroganza. Era lei la tigre. Lei mi ha rovinato, è stata il tormento della mia famiglia, ha ferito i miei amici, e ha finito col trasformare anche la mia stessa forma, mutandola in qualcosa che rispecchia meglio la mia natura più intima. E, se ci penso adesso, ho finito con lo sprecare anche quel po’ di talento che avevo. “La vita è troppo lunga per non realizzare niente, ma troppo breve per realizzare qualcosa.” Dicevo sempre così, ma erano solo parole. In verità, in me non c’erano altro che paura meschina di scoprire che il mio talento era in fondo molto scarso, e la pigrizia mi faceva evitare di impegnarmi. Vi sono molti che, pur avendo un talento di gran lunga inferiore al mio, per essersi applicati a coltivarlo con diligenza, sono diventati poeti famosi. Ma mi rendo conto di tutto questo solo ora che sono diventato una tigre. Quando ci penso, ancora adesso sento un rimpianto che mi corrode l’anima. Ormai per me la vita degli uomini è finita per sempre. E anche se ora nella mia mente prendesse forma una poesia bellissima, un capolavoro, come potrei farla conoscere al mondo? E i miei anni passati sprecati? Ahimè, non ce la faccio più. In momenti come questi salgo sulla cima di quel monte che sta di fronte a te, e lì, fermo su una roccia, ruggisco alla valle deserta. Vorrei potermi lamentare con qualcuno, dare sfogo a questo dolore che mi tormenta il cuore. Anche ieri sera, lassù, ho ruggito alla luna, sperando che qualcuno potesse capire questa mia sofferenza. Invece, al sentire la mia voce, anche le bestie selvatiche si acquattano a terra per il terrore. Per le montagne, gli alberi, la luna e la rugiada, sono solo una tigre che ruggisce assetata di sangue. E anche quando mi lamento mentre striscio per terra o salto verso il cielo, non c’è nessuno che capisca quello che provo. È proprio come quando ero un uomo e nessuno capiva come fossi vulnerabile. Vedi, non è solo la rugiada notturna a bagnare la mia pelliccia».
Poco a poco l’oscurità tutt’intorno si andava diradando. Da qualche parte una tromba squillò per annunciare l’alba, e il suono echeggiò tristemente tra gli alberi.
«È giunto il momento di dirci addio. Tra poco si ripeterà l’incantesimo, tra poco sarò di nuovo solo una tigre» riprese la voce di Li Zheng. «Ma prima di separarci c’è un’ultima cosa che vorrei chiederti. Riguarda la mia famiglia, che sta ancora al mio paese. Siccome è impossibile che abbiano saputo del mio destino, quando ritornerai dal Sud, ti prego, va’ a trovarli e dì loro che sono morto. Non voglio che vengano mai a sapere cosa è veramente stato di me. Quando li vedrai, se potrai, occupati di loro e assicurati che non abbiano a soffrire la fame e il freddo. Scusami se ti chiedo tanto, ma abbi pietà di loro che sono ormai soli al mondo: non c’è regalo più grande che tu possa farmi.
«Certo, se fossi stato un essere umano avrei dovuto chiederti questo come prima cosa. Ma è proprio perché sono uno che si preoccupa più della sua vocazione poetica fallita che del fatto che la moglie e i figli possano morire di fame e di freddo, che sono finito in questo modo. Ancora una cosa: quando ritornerai dal Lingnan, ti raccomando di non rifare questa strada per nessuna ragione, perché la prossima volta potrei essere sotto l’incantesimo e, non riconoscendoti, potrei assalirti e divorarti. Dopo che ci saremo detti addio, quando avrai raggiunto quella collina a un centinaio di piedi da qui, vorrei che ti voltassi a guardare da questa parte, in modo che possa farti vedere come sono ora. Non che mi faccia piacere mostrarmi in questo stato, ma forse, quando avrai visto il mio aspetto agghiacciante, ti passerà la voglia di ripassare di qui per venirmi a trovare ancora una volta.»
Yuan Can si congedò dall’amico con parole affettuose, continuò a guardare il boschetto per un po’, e infine montò a cavallo. Dai cespugli si udiva l’eco di un pianto straziante. Yuan Can si allontanò col cuore pesante, e ancora molte volte si girò indietro a guardare.
Quando Yuan Can e la sua scorta furono giunti sulla collina, tutti si voltarono in direzione del boschetto, come Li Zheng aveva detto di fare. All’improvviso una tigre emerse dalla macchia e con un balzo fu sulla strada. Guardando verso la luna, la cui luce pallida stava per dissolversi, emise due, tre ruggiti profondi, poi spiccò un balzo verso il boschetto da cui era venuta, e la sua figura scomparve alla vista.