a barber story
italian
Il rumore ritmico delle forbici l’aveva sempre rilassato. L’apparente ripetitività del gesto, ogni volta così simile al precedente, ogni volta così diverso. Non era facile come poteva sembrare. Del resto sarebbe bastato mettere a confronto il lavoro di un professionista con quello di un dilettante, per capire quanto fosse importante una buona preparazione. Le ciocche di capelli tagliate scivolavano silenziosamente sul telo di protezione fino ad arrivare a terra, insieme alle altre.
A Corrado era sempre piaciuto il suo mestiere. Gli piaceva ricercare la perfezione in ogni taglio. Il salone da parrucchiere nel quale lavorava era di sua proprietà, e questo era un motivo di orgoglio per lui. Tutto quello che possedeva, lo aveva ottenuto con le sue sole forze, partendo dal niente. A suo tempo aveva corso i suoi rischi imprenditoriali, inseguendo le sue idee e i suoi sogni. Aveva sempre vinto, gli era sempre andata bene. Era sposato, sua moglie Anna lo amava e aveva appoggiato le sue scelte. Ogni tanto lo aiutava al salone, stando alla cassa o prendendo gli appuntamenti.
Dovendo riassumere la vita di Corrado in poche parole, si sarebbe potuto tranquillamente dire che stava bene. Aveva tutto quello che un uomo avrebbe potuto desiderare, per essere felice.
Eppure...
È risaputo che parte integrante del mestiere del parrucchiere sono le chiacchiere: difficilmente si limita a tagliare e acconciare i capelli nel silenzio più totale. Persino con un cliente mai visto prima si cerca di scambiare qualche parola. Certo, se è proprio il cliente a non essere incline alla conversazione, può succedere di restare in silenzio, che viene comunque riempito dall’onnipresente musica di sottofondo. Nella maggior parte dei casi, si parla. Si parla degli argomenti più disparati, a seconda del livello di confidenza con la persona alla quale si stanno tagliando i capelli. Si parla del tempo, delle notizie al telegiornale, delle ultime avventure con le donne, del lavoro, della famiglia e di tante altre cose. Si parla. A Corrado, che ha un carattere aperto e solare, piace anche questa parte del lavoro. Dopo tante parole capita poi che alcuni dei suoi clienti vadano a trovarlo senza un motivo particolare. Per salutarlo, per farsi un caffè o una sigaretta, se ce n’è il tempo.
L’unica stranezza di Corrado, peraltro mai dichiarata apertamente ad anima viva, era quella di voler assistere al proprio funerale. Era un pensiero che lo aveva sempre affascinato, sia nei suoi sogni notturni sia nei suoi sogni a occhi aperti. Gli piaceva fantasticare su chi si sarebbe presentato e chi no, come si sarebbero comportati i presenti e cosa avrebbero detto di lui. Sicuramente molti ci avranno pensato almeno una volta, ma si può affermare che Corrado ci pensava più di quanto avrebbe fatto una persona normale. Con questa fantasticheria in testa, aveva cominciato a domandarsi oziosamente quali e quanti dei suoi clienti avrebbero partecipato al suo funerale. A quanti di quelli che andavano a trovarlo, importava veramente qualcosa di lui? Quanti invece lo usavano solo per avere qualcuno con cui parlare, qualcuno al quale raccontare cose che non avrebbero detto ad altri, come se si trovassero da una sorta di psicologo? Da una specie di prete dal quale ricevere l’assoluzione e andar via con la coscienza pulita?
Tuttavia era una domanda oziosa, non aveva alcuna importanza dare una risposta, perché quelli erano pur sempre clienti e, solo in rari casi, il rapporto si trasformava in qualcosa di simile all’amicizia.
Non aveva alcuna importanza, almeno in un primo tempo.
Una sera, Corrado si trovava al pub con alcuni amici, amici di quelli buoni, di quelli che si conoscono da una vita. Tra risate e birra, i presenti avevano superato da tempo il normale livello di guardia ed erano arrivati allo stato di ubriachezza molesta. Uno di loro, Marco, disse qualche sciocchezza su un argomento banale, suscitando l’ilarità generale. Nonostante i fumi dell’alcol, Corrado si era sentito in dovere di correggere l’amico, ma senza cattiveria né secondi fini. Marco, tuttavia, non era dell’umore adatto a essere corretto. Da qualche frase detta con leggerezza, la discussione era degenerata rapidamente, fomentata in parte dall’amico che quella sera sembrava cercare la rissa a tutti i costi, Dio solo sapeva per quale motivo. Erano volate parole pesanti, nulla di irrecuperabile, fino al momento in cui l’amico aveva lasciato Corrado impietrito.
– Non lo vedi? – Gli aveva detto – Non te ne accorgi? Tu fai tanto l’amicone, ma in realtà hai sempre questo atteggiamento, come se ci guardassi dall’alto di un piedistallo. Il tuo buon lavoro, la tua bella famiglia, tu che fai sempre la cosa giusta al momento giusto. Beh amico, sarà il caso che torni con i piedi per terra. Perché se continui a fare così, alla gente non fregherà più niente di quello che pensi e, alla lunga, non gli fregherà niente neanche di te! Morirai solo come un cane, lasciatelo dire!
Persino una frase come questa, viste le circostanze, sarebbe stata facilmente perdonabile. Una giornata no, l’alcol, una discussione accesa e si faceva presto a dire cose che non si pensavano davvero, solo per ferire l’interlocutore. Meglio ci si conosceva, meglio si riusciva a colpire dove faceva più male. Per Corrado, con la fissazione per il suo funerale, quelle parole erano state qualcosa di più, qualcosa che aveva turbato profondamente il suo normale stato di calma o forse il suo precario equilibrio.
Durante la serata, erano seguite frasi di scusa e pace era stata fatta prima che ognuno tornasse a casa. Ma qualcosa era cambiato. La domanda oziosa che Corrado si poneva ogni tanto nei confronti dei suoi clienti aveva fatto uno scatto, un passo in più nella sua testa, si era rivolta a una cerchia di amici ben più stretti e importanti. Lentamente e inesorabilmente, diventò un tarlo. Se persino ai suoi amici non fregava nulla di lui, chi mai sarebbe andato al suo funerale? Nei suoi sogni erano rimasti solo il prete e la moglie. Lui non riusciva in alcun modo a modificare la visione di questi sogni. Come poteva?
Corrado era consapevole che non fosse razionale preoccuparsi per una sciocchezza del genere, tuttavia non riusciva a smettere di pensarci. Ciò, inevitabilmente, cominciò a riflettersi sul lavoro.
Le chiacchiere non erano più così spontanee, ma quasi forzate, quasi fosse un modo per costringere l’interlocutore a dire: “Non me ne frega niente di quello che dici e che pensi”, che nella sua testa sarebbe diventato automaticamente un: “Non me ne frega niente di te”.
La situazione gli fece perdere rapidamente la gioia che trovava nel lavoro e, con questa predisposizione d’animo, cominciò a meditare di mollare tutto, prendere la moglie Anna e andarsene.
Non prima di aver inscenato in qualche modo la propria morte e aver assistito al proprio funerale, ovviamente. Così si sarebbe lasciato alle spalle tutto quanto. Dubbi, incertezze, falsi amici. Tutto.
Come realizzare un simile piano? Simulare la propria morte non doveva essere una sciocchezza.
Anche sparire nel nulla non doveva essere così semplice. Doveva pianificare bene le cose, per riuscire nel suo intento.
Corrado non aveva idea di quello che il destino aveva in serbo per lui. O forse fu solo una tragica combinazione di eventi e scelte sbagliate.
Quale che fosse la verità, tutto cominciò rapidamente e senza preavviso, un martedì sera qualunque.
*
Il boss era seduto alla scrivania. Lo squadrava in silenzio, mettendolo vagamente a disagio. Stefano sentiva la tensione e cercava di dissimularla alla meglio. Era la prima volta che vedeva il capo di persona. Controllare i nervi era molto importante. Tutto poteva essere interpretabile come un segno di debolezza e lui voleva fare il salto di qualità. Gli serviva un incarico importante. Suo fratello, il braccio destro del loro “datore di lavoro”, era seduto sul divano insieme alla sua ragazza, una certa Denise. In quell’ufficio, in effetti, non abbondavano i pezzi di arredamento. C’erano una scrivania, uno schedario, un paio di sedie per gli ospiti e il divano. Un vero inno allo stile minimal.
– I ragazzi mi dicono che stai lavorando bene.
Stefano non rispose. Suo fratello gli aveva detto di stare zitto quando il capo parlava. Non doveva ringraziare, non doveva sorridere, non doveva fare niente di niente. Se il boss voleva una risposta o un’opinione, faceva una domanda diretta. Solo in quel caso si poteva parlare.
– A vederti, non mi sembri uno spaccamontagne, ma se vali anche solo la metà di tuo fratello, sei meglio di tanti stupidi con cui mi tocca avere a che fare. Ma non corriamo troppo. Non voglio bruciarti subito. In compenso, voglio darti fiducia. Quindi ascoltami bene. Domani sera sarai qui alle ventuno e trenta esatte. Ti sarà data una valigetta, in cui ci saranno dei soldi e una pistola. La pistola in teoria non ti servirà e finirà nelle mani dei nostri amici. Nel caso che tu abbia dei problemi, avrai la combinazione della valigetta a disposizione. In nessun caso dovrai aprirla, se non ne avrai bisogno. Alle ventidue farai il tuo ingresso nel salone del parrucchiere davanti alla Maison Musique a Rivoli. Ti farai tagliare i capelli e ti dimenticherai casualmente la ventiquattrore. La lascerai nello spazio che c’è tra il banco della cassa e il divanetto di fianco all’entrata. Il proprietario non guarda mai in quell’angolo, prima di iniziare le pulizie. Pochi minuti dopo che tu sarai uscito, entrerà il corriere dei nostri amici, con una valigetta identica alla tua. Si farà un bel taglio nuovo anche lui e nel frattempo scambierà le valigette. A quel punto tu tornerai a recuperare la nostra e tornerai qui di filato. Tutto chiaro?
Stefano si affrettò a rispondere affermativamente.
– Allora ripeti quello che ti ho detto. Forza ragazzo.
Appellandosi alla memoria e cercando di non balbettare a causa della tensione e della gola secca, ripeté per filo e per segno tutte le istruzioni ricevute.
Il boss lo interruppe diverse volte per fargli perdere il filo, in totale gli fece esporre l’intero piano tre volte, partendo da diversi punti. Alla fine fu soddisfatto e lo congedò.
Fuori dall’ufficio Stefano tirò un sospiro di sollievo. Quell’uomo lo metteva in soggezione. Invidiò il fratello che gli stava sempre così vicino e aveva incarichi molto importanti. Alla fine, lui doveva portare a termine un semplice scambio. Ce l’avrebbe fatta senza problemi. E un giorno sarebbe stato accanto a suo fratello, seduto sul divano nell’ufficio. Sorrise e si allontanò, concentrandosi su quello che avrebbe dovuto fare la sera dopo e ripetendosi mentalmente i passaggi chiave.
*
Era un martedì sera come tanti altri. Non si era prenotato nessuno. In condizioni normali Corrado avrebbe chiuso il salone e sarebbe andato a casa da sua moglie. Ma quelle non erano condizioni normali. Stava passando in rassegna siti web che spiegavano, per filo e per segno, come sparire e non essere rintracciato. Non sembrava molto semplice. Non se si era in due, almeno. Comunque, quasi tutti i metodi prevedevano di procurarsi una scusa per avere qualche giorno di vantaggio e poi svanire come la nebbia spazzata via dal vento. Nessuno parlava di inscenare la propria morte, a parte i siti dei film in cui il protagonista uccideva qualcuno e ne usava il cadavere come se fosse il proprio. Assurdo. Era immerso in questo genere di letture quando la porta si aprì.
– Buonasera. – Disse il ragazzo entrando. – Siete ancora aperti?
Non doveva avere più di venticinque o ventisei anni. Era in giacca e cravatta e aveva con sé una ventiquattrore. Doveva essere uno di quei poveracci che si occupavano di consulenze che tornava tardi dall’ufficio.
– Sì, siamo aperti. Si accomodi pure. Serataccia al lavoro?
– Diciamo di sì. Non ho ancora finito per stasera.
Detto questo, il ragazzo diede alcune istruzioni sul taglio e non disse più una parola. Meglio, Corrado non aveva l’umore adatto per parlare. Gli unici suoni udibili erano quelli della musica su MTV e il rumore prodotto dalle forbici all’opera. Ogni tanto, il brusio prodotto dal passaggio di qualche macchina in strada spezzava la monotonia.
Non ci volle molto a terminare il lavoro. Il ragazzo espresse la sua soddisfazione annuendo più volte alla sua immagine riflessa nello specchio. Dopo aver pagato, si dileguò nella notte. A quel punto si era quasi fatta l’ora di chiusura. Corrado, non avendo più scuse per restare lì da solo a pensare, cominciò a riordinare tutto per tornare a casa. Lanciando un’occhiata distratta, si accorse che il ragazzo aveva dimenticato la valigetta. Era posata vicino al divanetto di fianco al banco della cassa.
*
Il telefono squillò e fece trasalire Stefano.
– Pronto?
– Stefano, c’è un problema con lo scambio.
A Stefano venne un mezzo infarto. Era il boss. C’era un problema con lo scambio. Se era colpa sua, era fottuto. La carriera era bruciata. Forse era bruciato anche lui, in tutti i sensi.
– Il nostro amico non ce la fa ad arrivare per lo scambio. È bloccato in coda in tangenziale, c’è stato un incidente e il traffico non va avanti. Devi rientrare e tirare fuori i nostri soldi da quel buco di merda. Poi torna subito qui. Spicciati.
La comunicazione fu interrotta. Il boss era alterato, ma non ce l’aveva con lui. Tirò un sospiro di sollievo. Scese dalla macchina e tornò verso il negozio.
*
Corrado prese la valigetta e fece per riporla, ma la curiosità era troppa. Provò ad aprirla, ma ovviamente non ci riuscì. Era una di quelle ventiquattrore a combinazione e il proprietario non era stato così sciocco da lasciarla aperta. Corrado provò diverse sequenze tra le più banali, ma non accade nulla. Stava per rinunciare, quando si ricordò di aver visto tre numeri sul dorso della mano del ragazzo. Forse un tatuaggio o forse, semplicemente, un’annotazione a penna.
– Ma dai! – Disse ad alta voce a se stesso. – Nessuno può essere così stupido.
Inserì i tre numeri e la valigetta si aprì. C’erano così tanti soldi che Corrado non avrebbe mai pensato di vederne così tanti nell’arco della sua esistenza. Erano banconote da cento euro, raccolte in mazzette. Così a occhio, doveva esserci qualche milione di euro.
Se il pensiero di tenere quei soldi gli aveva attraversato la mente, la presenza di una pistola con silenziatore gli aveva suggerito che non sarebbe stata una buona idea.
Quelli dovevano essere, senza ombra di dubbio, soldi sporchi, fatti con la vendita di droga, con la prostituzione o Dio sola sapeva in quale altro modo. Oltretutto, il ragazzo sarebbe sicuramente tornato a riprenderla. Non ci si poteva scordare a lungo di aver lasciato in giro una simile cifra. Prima di farsi venire strane idee, o peggio, di essere trovato dal ragazzo con la valigetta aperta, la richiuse e si impose di riporla. Cercò di compiere le normali operazioni di chiusura, ma la sua mente stava galoppando incontrollabile. Con tutti quei soldi sarebbe riuscito facilmente a rifarsi una vita, ovunque lui e sua moglie avessero deciso di andare. Si poteva fare qualunque cosa. Persino attuare il folle piano di inscenare la propria morte. Le cose più assurde cominciarono a frullargli in testa.
– Buonasera. – Disse il ragazzo, rientrando. – Credo di aver dimenticato qui la mia valigetta.
I sogni a occhi aperti di Corrado svanirono in un attimo.
– Sì. – Rispose esitante, poi più sicuro. – Sì, l’ha lasciata qui. Gliel’ho messa da parte.
Prese la valigetta dal retro e la porse al ragazzo.
– La ringrazio, mi ha salvato la vita. Credevo di averla persa chissà dove.
Corrado non metteva in dubbio di avergli salvato la vita. Di chiunque fossero quei soldi, non avrebbe certo reagito bene alla notizia di un loro smarrimento.
– Non c’è problema.
Il ragazzo gli lanciò una lunga occhiata, poi ringraziò ancora e uscì, dirigendosi verso il parcheggio di fianco al salone, all’aperto, ma più in basso rispetto al livello della strada.
Per qualche attimo Corrado rimase fermo, chiedendosi quale fosse il significato di quell’occhiata. Il ragazzo aveva capito che lui aveva aperto la valigetta? Possibile che il suo volto l’avesse tradito? O era stato il tono della voce? Se il ragazzo avesse avuto il dubbio che ci avesse guardato dentro, cosa poteva succedergli? Corse nel retro del negozio e vide il ragazzo al telefono, vicino alla sua macchina, nel parcheggio. Allora prese una decisione folle. Forse il ragazzo stava raccontando a qualcuno di lui. Forse no, ma non poteva correre rischi. E poi aveva un’occasione d’oro. Tutti quei soldi, a portata di mano. Afferrò il rasoio e si affrettò al parcheggio. Il ragazzo gli dava le spalle. Ciò gli diede la possibilità di avvicinarsi senza farsi sentire, proprio un attimo prima che il ragazzo chiudesse la comunicazione.
*
Prima di salire in macchina e ripartire, Stefano si sentì obbligato a chiamare la base. Rispose il boss in persona.
– Stefano, che problema c’è?
– Nessun problema, ho ripreso i soldi e sto per mettermi in macchina.
– Perché cazzo perdi tempo a chiamarmi, allora?
– Boss, ho il sospetto che il barbiere sappia cosa c’è nella valigetta.
– Com’è possibile? La ventiquattrore era chiusa?
– Sì, era chiusa, ma quando sono tornato a prenderla, il tipo aveva una faccia strana e un curioso tono di voce.
– La valigetta è chiusa adesso?
– Sì boss, sempre chiusa.
– Va bene. Torna qui. Del barbiere mi racconti più tardi, ma hai fatto bene ad accennarmelo.
– Arrivo subito.
Stefano chiuse la comunicazione. Il suo primo lavoro era andato male, ma non per colpa sua. Lui aveva fatto tutto quello che gli era stato detto. Forse il boss sarebbe stato persino felice di come lui si era comportato, durante la piccola crisi.
Poi sentì qualcosa scorrergli sul collo, lasciando dietro di sé un dolore bruciante e penetrante. Cercò di gridare, ma non ci riuscì. Non riusciva a prendere aria. Premette le mani sul collo, senza capire, sentendo il sangue caldo che sgorgava dalla ferita. Una voce alle sue spalle disse qualcosa, ma lui non riuscì a capire. Piangendo di rabbia, frustrazione e dolore, gridò le sue maledizioni silenziose al cielo stellato, mentre crollava in ginocchio. Lottava disperatamente per trarre anche un solo respiro, ma era uno sforzo inutile. La notte intorno a lui si fece più buia.
*
Corrado gli tagliò la gola appena ebbe finito di parlare al telefono. Purtroppo era arrivato troppo tardi per sentire cosa diceva al suo interlocutore.
– Spiacente amico, ma i soldi li prendo io. – Gli sussurrò in un orecchio.
Restò a guardare mentre crollava in ginocchio, le mani pigiate sul collo, gorgogliando bestemmie e maledizioni. Morì in pochi minuti.
Velocemente gli frugò le tasche, spostando meccanicamente il contenuto nelle sue, senza nemmeno guardare di che si trattasse. Poi corse a prendere la macchina e tornò nel parcheggio. Sollevò faticosamente il corpo e lo caricò sulla sua auto. Non sapeva se i tipi che il ragazzo aveva chiamato sarebbero venuti a cercarlo. Anzi, lo sapeva. Sarebbero sicuramente arrivati, solo non sapeva entro quanto. Tornò in negozio e svuotò la cassa. Mise in disordine, come se ci fosse stata una lotta. Soddisfatto del risultato, prese due o tre cosette che potevano servirgli e tornò al parcheggio, lasciando la porta aperta e la saracinesca alzata.
Controllò che la valigetta fosse nella macchina scura. C’era. Le chiavi erano nel quadro. A quel punto prese una tanica di benzina dal baule e la usò per cospargere bene la sua auto e il corpo. Aprì il serbatoio e, servendosi di un fil di ferro, fece arrivare un pezzo di stoffa fino alla benzina. Ci sarebbe stato un bel botto.
Diede fuoco e si allontanò con l’auto del ragazzo che aveva ucciso. Aveva percorso sì e no un centinaio di metri, quando ci fu l’esplosione. Nello specchietto retrovisore poteva vedere il bagliore delle fiamme che illuminavano la notte. Sorrise.
Aveva ancora un paio di cose da fare e doveva farle in fretta. Parcheggiò davanti a un bar in cui non era mai stato e chiese di fare una telefonata. Il barista non sembrava entusiasta all’idea, ma quando Corrado gli disse che aveva intenzione di portarsi via una bottiglia di Jack Daniel’s ottenne il permesso.
Prese il suo cellulare e cercò in rubrica il numero del suo amico, medico legale. Poi fece la sua telefonata dall’apparecchio del bar. Ci volle un po’ per ottenere una risposta.
– Pronto?
– Ciao Franco, sono Corrado. Sei in servizio?
– Mmmm, sì. Ma non succede niente, quindi ho tempo.
– Senti, ti faccio una domanda al volo. Se muore ammazzato qualcuno a Rivoli, lo portano da te per l’autopsia?
– Boh, in linea di massima sì. Perché?
– Perché, tra un po’, ti porteranno un cadavere bruciato. Dovresti falsificare i documenti, in modo che quel cadavere sia io.
Ci fu un attimo di silenzio.
– Scusami?
– Devi fare in modo che quel cadavere risulti essere il mio.
– Corrado, che cazzo dici? Mi pigli per il culo?
– No, no, che culo e culo. Adesso ti spiego.
– Sarà meglio.
Velocemente, Corrado fece il suo riassunto a Franco. Gli disse tutta la verità, sulle sue intenzioni e su come gli era piovuta dal cielo la possibilità di mettere le mani su un sacco di soldi. Franco era suo amico da tutta una vita, era l’unico amico che gli era rimasto vicino dalle elementari fino all’età adulta. Gli altri, vuoi per lavoro, vuoi per altri motivi, se n’erano andati col tempo, sostituiti da buoni amici, ma di datazione più recente. Con Franco, invece, aveva condiviso tutto. Guai, amicizie, soldi, a volte persino l’amore di una donna. Poteva fidarsi tranquillamente di lui.
– Ovviamente non ti chiedo di farlo gratis.
– Ci mancherebbe, se ci beccano, arrestano te per omicidio e me per favoreggiamento.
– Secondo me, centocinquantamila euro valgono il rischio di qualche documento falsificato.
– Eh, diciamo che una cifra così vale il rischio. Va bene, proviamo anche questa. Dove ti posso trovare, quando ho fatto, per dirti com’è andata?
– Prenderò una stanza al Des Alpes sulla statale. Quando hai finito, raggiungimi. Chiedi del signor Nero.
– D’accordo, andata. Però sei un pazzo. Ma sei anche un grande. A presto.
– A presto.
Con la certezza che Franco avrebbe fatto il possibile per falsificare i documenti, si sentiva molto più tranquillo. Pagò al barista la bottiglia di Jack e tornò alla macchina. Guidò, fischiettando, fino al parcheggio di Auchan e parcheggiò in una zona in ombra. Lasciò cadere il cellulare del morto in un tombino e spense il suo, togliendo la batteria. Fece un rapido giro d’ispezione in macchina, per controllare di aver preso tutto e non aver lasciato niente di utile; diede una pulita dove poteva aver toccato qualcosa, volante, maniglie e via dicendo, poi la chiuse. Decise di tenere le chiavi, anche se sospettava che presto la macchina sarebbe stata trovata dai compari del morto. Infine, con la valigetta in una mano, la bottiglia di Jack nell’altra e le tasche piene di cose sue e non, si avviò a piedi lungo la statale, in direzione dell’albergo.
Doveva offrire uno spettacolo bizzarro a quelli che passavano in auto. Un pappone? Un ubriacone? Uno che andava a puttane? Difficilmente qualcuno andava a piedi di notte lungo la statale. Pazienza. Ogni volta che una macchina si avvicinava, lui girava la testa in modo da non farsi vedere in faccia. Non voleva rischiare che qualcuno potesse riconoscerlo.
Dopo un tempo che sembrava infinito, arrivò all’albergo. La porta di ingresso era ancora aperta, nonostante fosse già tardi. Le luci nella hall erano già state abbassate. L’uomo dietro al banco della reception non aveva l’aria felice. Anzi. Sembrava seccato dalla sua comparsa. Nonostante l’espressione tradisse in modo evidente i suoi pensieri, la voce era cordiale. Frutto di anni di pratica.
– Buonasera. Desidera?
– Vorrei una stanza.
– Certo. Una singola?
– Ci sono delle matrimoniali uso singola?
– Nessun problema signore. Mi dà un documento per cortesia?
Corrado tentennò un attimo.
– Ipotizziamo che uno non voglia lasciare un documento. Sarebbe possibile avere comunque una stanza? – Chiese Corrado, allungando sul banco duecento euro. L’uomo guardò i soldi per un attimo, poi lo squadrò da capo a piedi.
– Certo qualcuno potrebbe fare delle domande.
Corrado aggiunse cento euro. L’uomo prese i soldi.
– Ripensandoci, credo che non ci sia nessun problema. Le faccio preparare una stanza. Quanto desidera fermarsi?
– Tutto il tempo necessario. Le pago una settimana subito. E un’altra cosa. Se si presenta qualcuno cercando il signor Nero, me lo faccia sapere.
– Certamente, signore. Va bene.
Corrado pagò la stanza e seguì la ragazza addetta alle camere, sopraggiunta nel frattempo. La targhetta sull’uniforme grigia diceva che il suo nome era Serena. Un gran bel pezzo di ragazza. Bel fisico, bei lineamenti. Mentre la seguiva lungo i corridoi, la sentì lamentarsi a denti stretti. Ogni tanto si voltava a lanciargli delle occhiate furtive. Giunti alla camera, Corrado si buttò sulla poltrona, mentre la ragazza preparava il letto, armeggiando con coprimaterasso e lenzuola. Guardandola lavorare, ingollò un paio di generose sorsate di whisky.
– Questa è la stanza che il capo fa preparare per gli ospiti speciali. – Disse lei, lanciandogli un’altra occhiata.
Corrado la guardò, sorpreso.
– Io sarei un ospite speciale?
– Sembra di sì.
– Suona bene.
– Dipende.
– Da cosa?
– Da quanto sei cattivo.
– Non credo di essere troppo cattivo.
Durante il rapido scambio di battute, lei si era avvicinata e lui si era alzato in piedi. In quel momento, li separavano solo pochi centimetri. Lei era molto bella e lui si sentiva in subbuglio, a causa degli avvenimenti della serata. L’omicidio, l’incendio, la fuga nella notte, la paura viscerale di essere scoperto. Il tutto mischiato e condito da una generosa quantità di alcol. Fu solo con un estremo sforzo di volontà che riuscì a resisterle.
– Scusami, davvero, ma non posso farlo. – Le disse.
Se ci rimase male, non lo diede a vedere. Terminò di mettere a posto e si avviò verso la porta.
– Se cambi idea, io sono sempre qui. – Gli disse con un sorriso, prima di uscire.
Corrado si svegliò di colpo. Era ancora notte.
Quella notte aveva rubato. Aveva ucciso. Peggio, aveva ucciso con una sicurezza che non credeva di possedere. Con una tale freddezza! Rivide mentalmente la scena. Non gli sembrava reale. Era come ricordare la scena di un film. Eppure lo aveva fatto. Era stato proprio lui.
Il sonno lo colse nuovamente.
Si svegliò intorno a mezzogiorno. Si alzò pigramente, poi si fece la doccia. Si sentì subito meglio, i dubbi della notte precedente fugati dalla luce del giorno. E dalla vista dei soldi. Erano proprio tanti. Esaminò la pistola. Il caricatore era pieno e la sicura inserita. Infine, si mise a esaminare quello che aveva preso dalle tasche del ragazzo. Un pacchetto di sigarette, un accendino, un portamonete senza documenti, ma con un po’ di contante e una penna. Poi aveva il suo portafogli, i pezzi del suo cellulare smontato e il rasoio usato per l’omicidio. E le sue forbici preferite. Andò in bagno e lavò accuratamente il rasoio. Doveva sbarazzarsene in qualche modo. Si vestì e lo infilò distrattamente in tasca, insieme a un biglietto da visita dell’albergo. Poteva aver bisogno del numero di telefono. Scese al ristorante dell’hotel. Tornato in camera, si stese sul letto, a riflettere sulle sue prossime mosse. Era giunto il momento di chiamare sua moglie. Non poteva lasciarla all’oscuro a lungo. Si fece chiamare un taxi, facendosi portare in un paese a una ventina di chilometri da lì, dove era sicuro di non incontrare nessuno di sua conoscenza. Girovagò in cerca di una cabina telefonica, trovandone una nell’atrio della stazione del paese.
Compose il numero di casa.
– Pronto?
La voce che rispose era, indubbiamente, una voce maschile. Sembrava quella del suo amico Marco. Riappese. Per quale motivo Marco si trovava a casa sua? Gli venne in mente che potevano aver già dato ad Anna la notizia della sua morte e che lei avesse chiamato qualcuno per chiedere sostegno. Perché proprio Marco e non una delle sue amiche? Mille vocine parlavano nella sua testa, sussurrandogli malignità. Si impose di metterle a tacere. Dalla sera in cui aveva litigato con Marco al pub, la loro amicizia non era più stata la stessa, ma da lì ad andare a letto con Anna, no, non poteva essere. Anna non lo avrebbe mai tradito. O sì?
Tornò al taxi per rientrare in albergo.
*
– Pronto?
– Edo, vieni subito qui. Chiama anche Robi.
– Che succede capo?
– Tuo fratello non è tornato alla base ieri notte.
– Stai scherzando?
– Non scherzo mai quando ci sono i miei soldi di mezzo. Adesso alza il culo e vieni qui, porta anche l’altro. Dobbiamo scoprire che fine ha fatto la valigetta.
– Non crederai mica che mio fratello se la sia filata con i soldi?
– Io non credo un cazzo di niente, credo solo che tuo fratello non è tornato. E neanche i soldi. E forse c’è di mezzo il barbiere.
– Chiamo Robi e siamo da te in un lampo!
*
Corrado tornò in albergo e si attaccò alla bottiglia di whisky. Sapeva che bere non avrebbe risolto i suoi dubbi, eppure non riusciva a non essere incazzato. Tra tutti quelli che potevano rispondere, proprio Marco? Quello non riusciva a mandarlo giù. Non credeva che Anna potesse tradirlo, ma il dubbio restava. L’alcol non faceva che alimentarlo. Decise di aspettare il giorno del funerale per contattarla, così avrebbe potuto accertarsi della sua fedeltà. Qualcuno bussò alla porta.
– Chi è? – Chiese seccato.
– Sono Serena, l’addetta alle camere.
La cameriera ai piani. Cosa voleva da lui? Si alzò e andò ad aprire.
– Di cosa hai bisogno?
– Io? Di niente. Ero venuta a vedere se a te serviva qualcosa.
Corrado la guardò. Ci pensò un attimo. Si fece da parte per lasciarla entrare. Lei sorrise.
*
Edoardo e Roberto entrarono nell’ufficio del capo. Tirava una brutta aria.
– Eccoci.
– Era ora!
– Dicci tutto, boss. Dov’è mio fratello?
– Se sapessi dov’è, non ti avrei chiamato, avrei mandato qualcuno a prenderlo. No ragazzi, qui è successo qualcosa. Ieri sera ho chiamato tuo fratello per dirgli che il nostro scambio era saltato. Così lui è tornato dal barbiere per riprendere la valigetta. Sarebbe dovuto venire qui, direttamente. Invece mi ha chiamato, dicendomi che aveva recuperato la ventiquattrore, ma sospettava che il barbiere conoscesse il contenuto. Gli ho detto di tornare, ma non si è fatto vivo. Il telefono ha suonato a vuoto tutta la notte, da un po’ non è più raggiungibile. Stamattina mi hanno detto che qualcuno è morto bruciato in una macchina nel parcheggio di fianco al barbiere. Il negozio era a gambe all’aria e la cassa era vuota. La faccenda mi puzza. Adesso voi andate a vedere che diavolo succede. Trovate tuo fratello. Trovate i miei soldi. Trovate chi ha fatto il casino. E portatemelo. Non mi interessa in quanti pezzi. Ora andate.
Edo e Robi uscirono dall’ufficio senza fare domande. Il boss non era dell’umore adatto per dare risposte.
– Pensi che quello nella macchina sia tuo fratello?
– Non voglio pensarci. No! Non può essere lui.
– Dovresti avvisare Denise e vedere se qualcuno della sua rete sa qualcosa.
– Lo farò più tardi.
I due si avviarono di buon passo verso la macchina, in silenzio. Robi rispettava la preoccupazione dell’amico.
*
I pomeriggi e le notti dei due giorni successivi furono allietati dalla presenza della ragazza. Il giornale riportò la notizia dell’omicidio, bollandolo come una rapina finita male. Il nome della presunta vittima era il suo, anche se i risultati dell’autopsia dovevano ancora confermarlo. Fortunatamente era un trafiletto piccolo e senza fotografia. La polizia stava indagando, ma non aveva piste da seguire. Questo lo rassicurò un po’, anche se i giornalisti potevano non sapere tutto. Forse la polizia aveva qualche traccia e aveva preferito non divulgare la notizia per non mettere in allarme i bersagli, nella fattispecie lui.
Dopo quei due giorni di limbo, il telefono della sua camera squillò.
– Pronto?
– Buongiorno, qui è la reception, c’è un certo signor Franco che chiede del signor Nero.
– Lo faccia salire, grazie.
Pochi minuti dopo, Franco bussò alla porta della sua camera. Corrado aprì e si guardarono per un attimo, poi si abbracciarono.
– Che cazzo di casino che hai combinato! – Gli disse Franco sciogliendosi dall’abbraccio ed entrando nella stanza. – Non è stata mica una passeggiata.
– Com’è andata?
Corrado chiuse la porta e si sedette sul letto, mentre Franco si accomodò sulla poltrona.
– Tu sei ufficialmente morto, quindi direi che è andata bene.
– Grande!
– Il tuo funerale sarà domani alle tre del pomeriggio, al cimitero di Rosta. Cerca di non farti vedere, o manderai tutto a puttane.
– Tranquillo, non sono stupido. Come sta mia moglie?
– Come vuoi che stia? Non l’ha presa bene.
– È successo tutto troppo in fretta, non ho fatto in tempo a dirle niente.
– Che intenzioni hai adesso?
– Te l’ho detto, dopo il funerale voglio andarmene via con lei.
– Sicuro che lei sia d’accordo?
– Diciamo che lo spero. Se proprio non lo è, spero che la vista dei soldi le faccia cambiare idea.
Prese la valigetta e l’aprì: Franco fece un fischio.
– Però!
– Eh già. Intanto contiamo la tua parte.
Si misero a contare quante banconote conteneva ogni mazzetta. Cento banconote da cento. Quindici mazzette. Centocinquantamila euro. E non si cominciava nemmeno a grattare via la superficie del contenuto. Misero i soldi dentro una federa di cuscino e la federa dentro una sporta di plastica.
– Raccontami di nuovo com’è andata.
Corrado gli raccontò tutto, stavolta minuziosamente. Al telefono era stato piuttosto sbrigativo.
– Avrei preso i soldi anch’io. – Disse Franco alla fine. – Voglio dire, quello che hai ammazzato non era uno stinco di santo e il denaro è sicuramente sporco. Meglio a te che a loro.
– Già. Senti, per qualche giorno, dopo il funerale, sarò ancora qui. Mi farebbe piacere se passassi a trovarmi un’altra volta prima che io tagli definitivamente la corda.
– D’accordo amico, contaci. Occhio per domani!
– Ci starò attento.
Franco prese la busta di plastica dal prezioso contenuto e dopo un ultimo saluto lo lasciò solo.
Il resto della giornata passò lentamente. Il tempo sembrava dilatarsi, quasi volesse fargli un dispetto. L’attesa lo snervava. Finalmente, dopo tanti sogni, sarebbe riuscito veramente ad assistere al suo funerale. Finalmente avrebbe saputo.
Giunta la sera, Serena venne a bussare alla porta della sua camera. Come già accaduto in precedenza, dopo il sesso si addormentò, accoccolandosi al suo fianco, lasciandolo solo con i suoi pensieri.
Mentre le accarezzava i capelli, pensava a quanto era strana la situazione. A lui non era mai neanche passata per la testa l’idea di tradire sua moglie, eppure alla prima occasione non aveva esitato. Del resto credeva anche di non essere il tipo da omicidio a sangue freddo, ma aveva dovuto ricredersi.
Lui e Serena non avevano parlato molto, eppure lei sembrava molto presa. Forse era solo un’impressione, o forse le piacevano i personaggi avvolti nel mistero. Sparito quello, sparita la passione. La verità era che lui la stava usando. Avrebbe assistito al suo funerale, poi avrebbe preso sua moglie e sarebbe scappato con lei. Non c’era spazio per Serena in questo suo disegno.
Si addormentò a metà di una riflessione su quanto fosse facile cadere in una spirale di azioni malvagie, una volta fatta la prima.
Si svegliò intorno alle dieci. Di Serena, nessuna traccia. Era stata così silenziosa nell’andarsene, che gli sembrava quasi di essersela sognata. Si buttò sotto la doccia, si vestì, si mise un po’ di soldi in tasca e si fece chiamare un taxi dal receptionist. Questo lo lasciò davanti al cimitero un paio d’ore prima della funzione e, una volta identificato il luogo della sua ormai prossima sepoltura, cercò un buon posto d’osservazione dal quale assistere senza essere visto. Quando ebbe trovato uno spazio idoneo, si dispose all’attesa.
La gente cominciò ad arrivare alla spicciolata. Alcuni gli sembrava di non averli nemmeno mai visti. Chi poteva essere così scemo da andare al funerale di uno sconosciuto? Poi arrivò il grosso dei partecipanti, quelli che probabilmente avevano assistito anche alla funzione in chiesa. C’erano tutti. Sua moglie, i suoi amici, i suoi genitori, tutti. Una lacrima gli solcò il viso. C’era così tanta gente che gli voleva bene. Gente che soffriva per lui. Già pensava a come sarebbe stato bello saltare fuori all’improvviso e gridare “Hey, non sono io quello. Sono ancora vivo”. A quel punto il pianto si sarebbe mutato in riso, tutti sarebbero corsi ad abbracciarlo e baciarlo e sarebbero stati felici.
Ma non era possibile. Non poteva farlo. Si rese conto di trovarsi davanti alla vita alla quale aveva rinunciato, nel momento in cui aveva ucciso il ragazzo per derubarlo. Si rese conto della sua follia. Certo, poteva ancora tornare indietro, ma a che prezzo? Così, mentre il feretro veniva depositato nella fossa e il prete celebrava gli ultimi riti, mentre gli altri piangevano per lui, lui piangeva per loro. Si trovò a porgere l’ultimo saluto alla sua esistenza passata e a quelli che l’avevano accompagnato. Un saluto silenzioso.
La cerimonia finì, Corrado vide amici vecchi e nuovi che sparivano oltre l’uscita del cimitero. Un’uscita simbolica dalla sua vita. Non li avrebbe più rivisti. Gli sembrava di aver letto da qualche parte che ciascuno di noi è attore sul palcoscenico della vita degli altri. Con parti più o meno lunghe e più o meno importanti. Mai come in quel momento similitudine gli sembrò più azzeccata. Man mano che le persone se ne andavano, il suo teatro si svuotava. Alla fine rimasero solo Anna e Marco a guardare gli operatori coprire la fossa. Marco, lo stesso con cui aveva litigato quella fatidica sera al pub. Marco, lo stesso che aveva risposto al telefono quando aveva provato a chiamare. Si teneva molto vicino ad Anna. Troppo vicino per i suoi gusti. Dopo essersi trattenuti per qualche altro minuto, si allontanarono insieme. Tutta la tristezza provata fino a pochi minuti prima fu sostituita da un senso di stordimento prima, poi di rabbia, gelosia e sospetto. Senza farsi vedere dagli addetti che stavano completando il lavoro di erezione della lapide, sgusciò fuori dal cimitero e corse per il chilometro di strada che lo separava dal bar Sport, nei pressi della stazione. Come da accordi, trovò il tassista che lo aspettava, sorseggiando una birra. Incitandolo a fare in fretta, gli diede l’indirizzo di casa. Riuscirono ad arrivare in tempo per vedere Anna che invitava Marco a salire. Corrado sentì la rabbia scorrergli nelle vene. Non aveva ancora la certezza che lo tradisse con Marco. Come poteva? Non aveva prove, era solo gelosia. Ma era sufficiente a farlo impazzire.
– Figlio di puttana. – Disse ad alta voce.
– C’è qualche problema? – Chiese il tassista.
– No, nessun problema. Niente che non si possa risolvere. – Rispose Corrado, guardando i due sparire dentro al portone.
Passò qualche minuto con lo sguardo perso nel vuoto, pensando e ripensando se fosse il caso di fare irruzione nell’appartamento. Sapeva che era una follia, ma la tentazione era fortissima. Alla fine il buon senso prevalse, disse al tassista di riportarlo in albergo. Il giorno che doveva vedere coronato il suo sogno, non era andato come se lo era aspettato. Non doveva proprio andare in quel modo.
*
Parcheggiando la macchina nel posto riservato al personale dell’ospedale, Franco ripensava alla funzione a cui aveva assistito. Aveva fatto fatica a non ridere. Erano tutti là, tutti tristi, tutti in lacrime, senza sapere che Corrado era da qualche parte a guardarli. L’aveva cercato con gli occhi per tutto il tempo, ma non era riuscito a vederlo. Forse era meglio così, voleva dire che aveva preso sul serio il suo avvertimento e si era nascosto bene. Sempre che fosse andato a vedere e non avesse deciso, di punto in bianco, di tagliare la corda.
Scese e si avviò verso l’ingresso dipendenti, fischiettando. Un uomo uscì da dietro una macchina, sbarrandogli la strada. Franco lo guardò, poi si voltò per un rumore alle sue spalle. Un altro tizio gli bloccava la fuga. Era in trappola. Il suo umore mutò in fretta. Dall’allegria alla paura, in meno di due secondi.
– Il dottor Franco Valente? – Chiese l’uomo davanti a lui.
Franco non rispose. L’uomo si fece più vicino.
– È lei il dottor Franco Valente? Il dottore che ha eseguito l’autopsia sul cadavere bruciato del signor Corrado Lanotti?
– Lasciatemi passare, sono in ritardo. – Disse Franco, cercando di mantenere la calma.
– Amico, se non ti sbrighi a rispondere, l’unico posto in cui passerai sarà la sala autopsie.
– Sì, sono io. Che diavolo volete da me?
– Vogliamo i referti dell’autopsia.
– Non si può, finché le indagini sono in corso nessuno che non sia della polizia può vederli.
– Oh, ma io sono fermamente convinto che per noi lei farà un’eccezione. Non è così?
– Non vedo perché dovrei. Andrei in un mare di guai.
– Perché, adesso non sei nei guai? – Disse uno dei due, facendo intravedere il calcio di una pistola sotto la giacca. Franco rabbrividì. Poi vide che una guardia si stava avvicinando. Franco fece un cenno nella sua direzione. La guardia lo vide. Anche i due uomini se ne accorsero.
– Ti è andata bene, ma non ti illudere. Noi vogliamo quel referto. Quindi farai meglio a darci una mano a prenderlo. Ci rivedremo molto presto.
I due si allontanarono prima che la guardia fosse a portata di tiro. Franco le andò incontro e si fece accompagnare all’interno della struttura.
*
Corrado non aveva fatto altro che rimuginare per il resto della giornata. Finalmente scese la sera e arrivò Serena. Che però si accorse subito che qualcosa non andava.
– Che ti succede?
– Giornata pesante. Ho la testa piena di pensieri.
– Ne vuoi parlare?
– Perché dovrei?
– Non so, perché a volte fa bene confidarsi con qualcuno. Se ti tieni tutto dentro, finirai con l’impazzire.
– Perché ti preoccupi così tanto di uno di cui conosci a malapena il nome?
– Perché tu mi piaci. Credo di essermi innamorata di te nel primo momento in cui ti ho visto. A te magari avrò fatto l’impressione della ragazza facile, ma non credere che io vada a letto con tutti quelli che incontro. Ti sembra strano?
– Beh, sì. Per quello che ne sai, domani potrei sparire.
– Lo so. So che potrebbe andare così. Anzi, andrà sicuramente così. Che male c’è a sognare un po’? Credi che sia facile passare qui dentro ogni singolo istante della propria esistenza perché non si guadagna abbastanza per pagarsi un affitto? Credi che sia facile osservare la vita degli altri ogni singolo giorno, senza poterne vivere una propria? Che cosa mi resta, se non posso neanche sognare?
Scoppiò in lacrime. Corrado rimase un attimo interdetto, poi la cinse con un braccio.
– Scusami.
– Non è colpa tua se ho una vita di merda. – Disse lei tra un singhiozzo e l’altro.
– Mi fai sentire in colpa lo stesso.
– Scusami. – Gli rispose lei.
– Naa, non preoccuparti, non è colpa tua se sono una persona di merda.
Lei alzò lo sguardo pieno di lacrime e sorrise.
– Sai, le buone frasi vanno riutilizzate sempre.
Lei lo abbracciò forte e, per la prima volta da quando aveva iniziato a frequentare la sua camera, aspettò che lui si svegliasse, prima di sgattaiolare via.
Serena gli piaceva, in qualche modo riusciva con la sua sola presenza a fargli dimenticare i dubbi, la rabbia, la gelosia. Ma lei era andata via e i dubbi erano tornati. Stava già pensando di andare a spiare la moglie in negozio quando suonò il telefono della camera.
– Pronto?
– Buongiorno, qui è la reception. C’è il signor Franco per il signor Nero.
– Lo faccia salire.
Corrado si era già dimenticato di aver detto a Franco di passare a salutarlo. Quando aprì la porta, non si trovò davanti il Franco che si era aspettato, gioioso e vitale, ma un Franco pallido e spaventato. Non aspettò di essere invitato a entrare. Corrado chiuse la porta alle sue spalle.
– È un casino Corrado. Lo sanno.
– Eh?
– Lo sanno ti dico!
– Franco, controllati e metti un soggetto, un verbo e un complemento, se no non ti si capisce.
– Ci provo. Ok. Ieri, dopo il funerale, sono tornato all’ospedale perché ero di guardia. C’erano due tizi che mi aspettavano nel parcheggio. Volevano i referti della tua autopsia.
– E tu?
– Io gli ho detto che non potevano averli. Gli ho detto che erano protetti perché utilizzati per un’inchiesta ancora aperta. Non erano mica sbirri quelli. Continuavano a insistere. Mi hanno anche minacciato. Comunque, alla fine è arrivata una guardia e hanno rinunciato. Mi stavo cagando sotto. Uno dei due mi ha detto che li rivedrò. Sanno di sicuro che il morto non sei tu e ti danno la caccia.
– Sta calmo. Solo perché qualcuno fa qualche domanda non vuol dire che abbiano certezze. Sospettavo che qualcuno si facesse vivo, prima o poi. Il proprietario dei soldi non sarà mica contento di averli persi.
– Sì, ma che vogliono da me?
– Tu hai firmato i documenti dell’autopsia. Il tuo nome è sul giornale. Per forza sono venuti a chiedere a te. Se mantieni la calma e il sangue freddo, non succederà nulla. Piuttosto, hai controllato di non essere seguito?
– No. Sì. Cioè, sì, non mi ha seguito nessuno, ci sono stato attento. Credi che voglia essere ammazzato? Tu, però, devi tagliare la corda al più presto. Più resti, più rischi. E, di riflesso, rischio anch’io.
– Non posso ancora andare via.
– Perché no?
– Ho visto Marco che saliva in casa con Anna, ieri.
– Allora?
– Sembravano molto vicini.
– Sei un paranoico del cazzo. Sei riuscito a parlare con Anna?
– Ho provato a chiamare il primo giorno della mia latitanza, prima che mi venissi a trovare la prima volta.
– E?
– Ha risposto Marco al telefono.
– Sarà stato un caso. Cazzo amico, per lei sei morto. Non ha modo di sapere che non è vero. Non mi sembra così strano che chieda alle persone di starle vicino. Sei solo un paranoico. Preoccupati dei problemi seri piuttosto. Come quelli che ti stanno cercando. Prendi Anna e fila via.
– Lo farò al più presto.
– Corrado, so che siamo amici e che mi hai dato un sacco di soldi, ma voglio che prometti che te ne andrai il prima possibile.
– Te lo prometto. Grazie di essere venuto ad avvertirmi.
– Figurati.
Si guardarono, imbarazzati.
– Allora ci si vede in un’altra vita.
Corrado sorrise.
– Ci si vede in un’altra vita.
Franco se ne andò senza guardarsi alle spalle. Un altro personaggio che lasciava il palcoscenico. In altre circostanze Corrado avrebbe prestato più attenzione agli avvertimenti del suo amico. La sua unica preoccupazione era sapere se Anna lo tradiva. I tizi che gli davano la caccia potevano aspettare. Deciso a fugare ogni dubbio in merito, decise di andare a spiarla, come stava per fare prima che arrivasse Franco. Si fece chiamare un taxi dalla reception e si fece portare al parcheggio di Auchan. Miracolosamente, la macchina del ragazzo ucciso era ancora lì, dove l’aveva lasciata. Evidentemente nessuno l’aveva ancora trovata o forse era passato troppo poco tempo. Con la nuova vettura, giunse nelle vicinanze del suo salone. Non visto, andò ad appostarsi dall’altro lato della strada. Tutto era stato rimesso a posto, come se niente fosse successo. Nonostante il suo funerale fosse stato solo il giorno prima, l’attività era aperta. Questo poteva dirla lunga sull’attaccamento di Anna. Quasi nullo. Oppure poteva darsi che buttarsi sul lavoro fosse un modo per affrontare il dolore. Il dubbio restava. Restò nascosto a guardarla lavorare per qualche ora. Non pareva particolarmente affranta. Stava alla cassa, parlava con i clienti, sorrideva. Poi accadde qualcosa. Un SUV scuro si fermò davanti al negozio e ne scesero due uomini. Improvvisamente gli tornarono alla mente gli avvertimenti di Franco.
*
– Buongiorno. – Disse Edoardo entrando.
– Buongiorno. – Gli rispose Anna.
Roberto non disse nulla.
– Lei è la moglie di Corrado Lanotti?
– Sì, sono io.
– Le spiace se le faccio qualche domanda?
Anna si sentiva vagamente a disagio.
– No, prego.
– Mi può dire se suo marito aveva qualche luogo preferito dove andare, quand’era vivo?
– Beh, non saprei. Passava tutti i giorni qui e quando non era in negozio, stava a casa con me.
– Capisco. Lei non ha sentito suo marito dopo il funerale vero?
Anna restò un attimo in silenzio.
– Che sta dicendo? Chi è lei?
– Chi sono non ha la minima importanza. Mi dica se ha sentito suo marito in questi giorni.
– Mio marito è morto!
– Ne è proprio sicura?
– Se ne vada!
– Io non credo che suo marito sia morto, signora. Non si preoccupi. Se lo trovo, morirà sicuramente.
– Via!
Anna scoppiò a piangere, mentre Edoardo e Roberto uscivano dal salone.
– Credi veramente che questo Corrado sia ancora vivo?
– Non voglio credere che mio fratello sia scappato con i soldi. Credo piuttosto che quello stronzo di barbiere l’abbia ammazzato. La moglie sembrava sincera, quindi non si è ancora fatto vivo. Ah, ma tanto lo trovo. Tanto lo trovo.
*
Corrado rimase impotente a guardare, mentre i due entravano e cominciavano a parlare con Anna. In pochi minuti la vide perdere la calma e cominciare a piangere e a gridare, tanto che, nonostante la porta chiusa e la distanza, lui riusciva quasi a percepire qualche parola. Fortunatamente la cosa non degenerò e alla fine i due rinunciarono e uscirono. Dovevano aver fatto domande su di lui. Senza perdere tempo, corse verso la macchina parcheggiata, senza badare ad Anna che piangeva senza posa dentro il negozio. Doveva assolutamente seguirli. Doveva saperne di più. Fortunatamente non sembravano avere fretta, così riuscì a raggiungerli. Non andarono molto lontano.
*
– Che tu ci creda o no, Edo, probabilmente il tizio che cerchiamo ci sta seguendo con la macchina di tuo fratello.
– Che cazzo dici?
– Non è la macchina di tuo fratello quella dietro di noi?
Edoardo si girò per guardare, senza preoccuparsi di essere visto, grazie al vetro posteriore oscurato.
– Figlio di puttana. Non ci posso credere. Frena. Scendo e l’ammazzo.
– Non puoi, dobbiamo farci dire dove sono i soldi.
– Allora scendo, gli faccio confessare dove li ha nascosti e l’ammazzo.
– Non vuoi gustartelo neanche un po’? Lo prendiamo, lo portiamo dal boss e, dopo che ci ha detto quello che ci serve, te lo lavori con calma.
– Cazzo. Quel figlio di puttana ha ammazzato il mio fratellino. Quella merda ha ammazzato il mio fratellino. Hai ragione. Me lo devo lavorare con calma. Vai al castello di Rivoli. Lo inchiodiamo al parco. Con il trucco della panchina. Figurati se non ci prova. Figlio di puttana.
*
I due fermarono la macchina al parcheggio sopra il castello di Rivoli. Scesero e si allontanarono a piedi nel parco. Lui si fermò poco oltre e tagliò per la collinetta erbosa, per arrivargli davanti. Li vide seduti su una panchina, poco lontano. Parlavano tra loro, ma era troppo lontano per sentire quello che si dicevano. Poi uno si alzò e tornò verso il parcheggio, doveva aver dimenticato qualcosa. Era la sua occasione per saperne di più sulla gente che lo cercava. Se tutto fosse andato bene, una volta tornato alla panchina il tizio avrebbe trovato il suo amico con la gola tagliata. Per arrivare alle spalle dell’uomo rimasto, dovette fare un lungo giro, quasi correndo, per rimanere fuori vista e fare in fretta. Ci mise relativamente poco. Tra lui e il suo obiettivo c’erano una ventina di metri di spazio, relativamente aperto, ma doveva correre il rischio. Portò una mano in tasca per prendere il rasoio. Poi, fece per lasciare il suo nascondiglio.
– Guarda un po’, un morto che cammina. – Disse una voce alle spalle che lo freddò sul posto. – È la prima volta che ne vedo uno. Sembra anche meno putrefatto di quello che mi aspettavo. Voltati, idiota.
Corrado si voltò lentamente. A un paio di metri da lui c’era il secondo uomo. Lo avevano pizzicato.
– Sembri sorpreso. Certo che tu ci pedini con la macchina del fratello del mio amico, per forza ti fai beccare. Tra l’altro, lui non è contento che gliel’hai ammazzato. Ti aspetta una morte orribile, caro mio. E il bello è che nessuno ti verrà a cercare, perché tu sei già morto. Va beh! Sei così scemo da venirci dietro, voglio ben sperare che tu sia armato.
Corrado non disse niente. Strinse la mano sul rasoio, in tasca. L’altro lo interpretò come una risposta negativa.
– Tu sei matto come un cavallo. A quest’ora potevi essere ovunque, invece ti sei consegnato da solo. Con chi credevi di avere a che fare?
Di nuovo, Corrado non rispose. Aspettava un’occasione.
– Va beh, non sei molto sportivo. Se sei stupido, non è colpa di nessuno. Adesso muovi il culo.
L’uomo tese un braccio per dargli una spinta in direzione del suo partner, che si era alzato in piedi e li guardava. Era la sua occasione.
Veloce come un serpente, estrasse il rasoio di tasca e lo aprì con un unico fluido movimento. Riuscì a tagliare profondamente il suo aggressore sotto il polso.
– Bastardo! – Gridò l’uomo ferito.
Corrado caricò a testa bassa, senza lasciare all’altro il tempo di riprendersi dalla sorpresa. I due rotolarono per un breve tratto in discesa, la loro corsa arrestata bruscamente da un tronco. Il corpo del sicario fece da cuscinetto tra lui e l’albero e l’uomo rimase senza fiato per la botta. Corrado, invece, fu subito in piedi, in tempo per accorgersi che il secondo uomo si era lanciato all’inseguimento. Senza pensarci due volte, si mise a correre verso la macchina. Con la coda dell’occhio vide il suo inseguitore interrompere la corsa per chinarsi a raccogliere qualcosa nel tratto in discesa lungo il quale era rotolato poco prima. Senza fermarsi, fece mente locale su quello che poteva essergli caduto. Dandosi una palpata veloce, si accorse che una tasca dei pantaloni era completamente strappata. Cosa poteva essergli uscito da lì? Il rasoio l’aveva ancora, i soldi che aveva preso uscendo anche. Le chiavi della macchina erano ancora lì. Mancava solo...
– Porca puttana! Porca puttana! – Gridò mentre correva. Il secondo uomo aveva smesso di inseguirlo, ma tanto non ne aveva bisogno. Sapeva già dove andare. Bestemmiando contro la sua stupidità e la sua mania di infilarsi i biglietti da visita in tasca, salì in macchina e partì a tutto gas. Fu costretto a frenare bruscamente. I due erano scesi in strada e gli bloccavano il passaggio, pistole spianate. Fece una rapida inversione e puntò nell’altra direzione. Guidava con la consapevolezza di dover arrivare prima di loro, se voleva vedere ancora quei soldi. Che idiota che era stato. E che sfiga. Tra tutte le cose che poteva perdere, proprio il biglietto da visita dell’albergo? Non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare prima, passando per quella strada. Loro avrebbero preso la via più diretta e sarebbero arrivati in un batter d’occhio.
Mentre guidava, cominciò a chiedersi se fosse veramente il caso di tornare all’albergo. Non credeva che i due si sarebbero accontentati dei soldi, dato che uno era il fratello del ragazzo che aveva ucciso. Oltretutto, mancavano i centocinquantamila che aveva dato a Franco. No, l’avrebbero aspettato per ammazzarlo. Ma che se ne faceva di restare vivo senza il contenuto della valigetta? Non avrebbe fatto molta strada. Inoltre, tornando alla legalità e facendosi proteggere dalla legge, avrebbe dovuto spiegare come mai c’era un altro nella sua tomba. Anche se per molti la prigione era un’opzione migliore della morte, Corrado non era disposto a prenderla in considerazione. Era in ballo e doveva ballare.
*
– Ti fa male?
– Che cazzo credi, mi ha tagliato il polso con il rasoio, certo che fa male. – Rispose Robi mentre armeggiava con le bende del kit di pronto soccorso che avevano in macchina.
– Te l’ho detto, dovevamo fermarci e ammazzarlo subito. Tanto i soldi saranno all’albergo.
– Cazzo, hai ragione, quello è un figlio di puttana. Non lo ammazziamo subito. Lo becchiamo e ce lo lavoriamo. Tu per tuo fratello e io per questo scherzetto.
– Guarda, non so neanche da che parte cominciare a farlo a pezzi, tanto sono incazzato.
– Ok, sono incazzato anch’io, ma teniamo d’occhio l’obiettivo primario, i soldi. Dopo potremo fare quello che ci pare.
– Tranquillo, tanto siamo già arrivati. Non era mica andato a nascondersi lontano.
Edoardo e Roberto parcheggiarono davanti all’albergo. Un giovane receptionist annoiato li guardò entrare.
– Buongiorno.
Edoardo non aveva voglia di perdere tempo con quel ragazzino, per cui passò subito alle maniere forti. Tirò fuori la pistola. Il ragazzo sbiancò sensibilmente.
– Io sono convinto che voi abbiate un ospite non registrato. Dimmi in che camera è. Se gridi ti ammazzo. Se chiami la polizia ti ammazzo. Se non mi dici subito dov’è, ti ammazzo.
Il ragazzo non riusciva a parlare dalla paura.
– Guarda che se non parli ti ammazza davvero. – Disse Roberto.
Il ragazzo tentennò un altro paio di secondi, poi prese la chiave di una delle stanze e la consegnò a Roberto.
– Bravo ragazzo. – Disse Edoardo, mettendo via la pistola e dandogli un buffetto sulla guancia. – Ricordati che ti ammazzo come un cane, se provi a dare l’allarme. Capito? Oh, sveglia, hai capito?
Il ragazzo fece un cenno affermativo. Edoardo si voltò verso il corridoio e si mise in cerca della stanza con Roberto. La trovarono facilmente, non era un albergo così grande.
Aprirono la porta ed entrarono.
*
Serena era seduta sul letto dove aveva passato le ultime notti in compagnia di Corrado. Lui le piaceva veramente e aveva sentito il bisogno di cercare di non perderlo. Così, era andata in camera sua ad aspettare il suo ritorno. Dato che lui tardava a rientrare e la curiosità è femmina, la valigetta ci aveva messo poco ad attirare la sua attenzione. Non che Corrado l’avesse lasciata in bella vista, ma una stanza d’albergo non offriva grandi nascondigli. Nonostante questo, chiunque l’avesse trovata avrebbe avuto le sue difficoltà nel cercare di aprirla, senza la combinazione. Ovviamente se la valigetta fosse stata chiusa. Ma era aperta perché, dopo aver dato i soldi a Franco, Corrado l’aveva chiusa distrattamente.
Serena era seduta sul letto, con una valigetta aperta piena di soldi di fianco e una pistola con silenziatore in grembo. Non sapeva cosa pensare. E non ebbe tempo di farlo. La porta si aprì ed entrarono due uomini. Videro lei, i soldi, la pistola. Fecero per estrarre le armi. Serena ebbe un flashback improvviso. Era piccola, non più di cinque o sei anni. Stava giocando in salotto, mamma e papà la stavano guardando. Poi c’era stato un rumore sordo e due uomini erano entrati nella stanza, armati. Un attimo dopo, il suo papà e la sua mamma erano spariti e i killer erano scappati chissà dove. Nessuno le seppe mai dire per quale motivo i suoi genitori fossero stati uccisi, né per quale motivo lei fosse sopravvissuta.
Con questi ricordi violenti in mente, Serena dimenticò ogni tipo di paura e fu avviluppata da un genuino istinto omicida. Più lesta di loro, mise mano alla pistola e cominciò a sparare.
*
Quando Corrado arrivò al parcheggio dell’albergo, la macchina dei sicari era già lì. Come aveva sospettato. Senza perdere tempo e senza pensare alle conseguenze, si lanciò all’interno. Il receptionist era bianco come un lenzuolo.
– Da quanto sono qui?
Il ragazzo non rispose.
– Rispondi cazzo!
– Circa dieci minuti – Balbettò.
– E la mia chiave?
– L’ho data a loro.
– Merda.
Lasciando perdere il povero receptionist si diresse verso la stanza. Dal corridoio poteva vedere la porta aperta. Si avvicinò con cautela e sbirciò all’interno. Lo spettacolo che si trovò davanti non era proprio ciò che si era aspettato. I due sicari giacevano scompostamente a terra, in una pozza di sangue. Serena era seduta sul letto, la pistola ancora in mano. La valigetta era aperta al suo fianco.
– Serena, sono Corrado. Non spararmi.
La ragazza trasalì e sembrò tornare in sé.
– Oddio Corrado, cosa ho fatto? – Chiese lei, guardandosi intorno.
– Non hai fatto altro che sopravvivere.
– Li ho uccisi!
– Loro avrebbero ucciso te.
– Sono un’assassina.
– È stata legittima difesa.
– Ma loro sono morti.
– E tu sei viva.
Corrado le sfilò piano la pistola di mano e la posò sul letto.
– Questi soldi?
– Erano loro. Mi stavano cercando.
– Glieli hai rubati?
– Sì.
– Sei un ladro. Ed io un’assassina.
– Anch’io ho ucciso per avere quei soldi. E con meno motivazioni di te. Sono un assassino anch’io.
– Anche tu?
– Sei sicura di stare bene?
– No, ho appena ucciso due persone e l’uomo di cui sono innamorata è un ladro e un assassino. Non sto bene.
– No, certo. Tu resta seduta mentre io tiro dentro i corpi e chiudo la porta.
Serena rimase a guardarlo durante l’operazione. Non aveva pensato a chiudere la porta. Non aveva pensato a niente. Era rimasta lì a fissare il vuoto.
– Ok, fatto. Adesso vado a calmare il receptionist. Aspettami qui.
– Ok.
Non riusciva a ragionare lucidamente. Lo guardò con uno strano miscuglio di sentimenti, mentre prendeva una decina di banconote da una mazzetta e infilava il resto in tasca. Poi uscì scavalcando i cadaveri, come se niente fosse. Lei non riusciva a capire come lui potesse essere tanto freddo. Quei due lo stavano cercando e probabilmente lo avrebbero ucciso, se non fosse stato per lei. E lei aveva ammazzato due persone. Due assassini a loro volta. Le sembrò che improvvisamente il mondo fosse popolato solo da assassini. O perlomeno, il suo mondo. La porta della camera si riaprì.
– Ecco fatto. Con il receptionist è tutto a posto. Un migliaio di euro gli hanno fatto passare lo spavento e non chiamerà la polizia. Adesso direi che è il caso di muoverci in fretta. Io ho ancora una cosa da fare. Tu ce la fai ad aspettarmi qui? Non ci metto tanto.
– Ce la faccio. Però quelli?
Disse, indicando i cadaveri. Lui prese un lenzuolo e coprì i corpi.
– Meglio?
– Sì, meglio. Ti aspetterò qui allora.
– Ok. Torno tra poco.
Le diede un bacio in fronte, prese la pistola e uscì. Di nuovo in macchina, di nuovo maledicendo i limiti di velocità. Non sapeva che fare. Ormai non poteva restare. Se Anna avesse deciso di andare con lui, che avrebbe dovuto fare di Serena? Avrebbe dovuto ucciderla? E se invece avesse deciso di non seguirlo? A quel punto avrebbe saputo che lui era vivo. Poteva fidarsi di lei?
Mille domande lo assillarono fin sotto casa sua. Parcheggiò la macchina e attese il momento buono per entrare senza farsi vedere nel palazzo. Salì fino al suo piano. Velocemente, infilò il braccio nel portaombrelli davanti alla porta del loro appartamento e sfilò il doppiofondo, prelevando la chiave per le emergenze. Entrò silenziosamente, chiudendosi la porta alle spalle.
Si rese conto che Anna non sarebbe andata con lui. Sparsi in giro per l’ingresso c’erano abiti maschili e femminili e, dalla camera da letto, provenivano gemiti inconfondibili. Aveva sempre pensato che in simili circostanze si sarebbe infuriato. Invece non fu così. Fu avvolto da un’estrema freddezza. Serrò la mandibola. Con la pistola in mano e lo sguardo che rifletteva il gelo del suo cuore, si avviò verso la stanza.
La porta era aperta. C’era Anna. C’era Marco. Erano nudi e facevano sesso. Sul suo letto. Sua moglie e il suo amico.
Accese la luce. I due trasalirono e guardarono verso la porta. Trasalirono ancora, senza sapere se essere più increduli o più spaventati.
– Non è possibile. – Disse Marco. – Tu sei morto.
– No, Marco. Tu sei morto.
Gli sparò senza esitazione. Un fiore rosso sbocciò sul muro dietro il letto. Anna emise un grido strozzato, vedendo il suo amante morire. Piangeva terrorizzata.
– Da quanto? – Le chiese Corrado.
Lei non rispose. Si copriva con il lenzuolo sporco di sangue, guardando ora lui, ora il cadavere di Marco, piangendo.
– Da quanto? – gridò.
– Qualche giorno prima del tuo funerale, tu eri diventato freddo e distaccato, io mi sentivo trascurata e lui era lì: da anni, erano anni che lui aspettava.
– Non me lo hai mai detto. E io che credevo...
Prima che il suo cuore perdesse convinzione, premette il grilletto. Anna morì senza emettere un fiato, piangendo.
Corrado rimase un attimo a guardare. Sua moglie e uno dei suoi amici. Gli faceva meno male di quanto avesse creduto possibile. Spense la luce, uscì dalla stanza. Era disgustato. Si guardò intorno. La sua casa era diventata un luogo freddo, estraneo, non gli apparteneva più. Decise di non prendere niente. Uscì dall’appartamento e chiuse la porta a chiave. Prestando attenzione, tornò alla macchina e poi all’albergo. Serena lo aspettava in camera.
– Che cosa farai adesso?
– Me ne vado. Via, lontano. Vuoi venire con me?
Gli occhi pieni di lacrime di gioia, lei gli saltò al collo. Era un sì molto eloquente. In modo rapido ed efficiente, mentre Serena raccoglieva le sue poche cose, lui raccolse le armi dei sicari. Potevano tornargli utili, in futuro. Tolse un po’ di coperte dal letto e le ammucchiò sui corpi. Con l’accendino appiccò il fuoco a tende e coperte. Quindi raccolse tutto quello che aveva preparato e uscì. Serena lo aspettava in corridoio.
Uscendo, Corrado si fermò dal receptionist.
– Tra poco scatterà l’allarme antincendio. Tu non ci hai visti, oggi. Tu non hai visto nessuno oggi. Neanche i due tizi che stanno arrostendo nella stanza.
Prese la mazzetta di banconote che aveva in tasca e l’allungò al ragazzo.
– Con i soldi che ti ho dato prima, fanno diecimila. Occhio amico. Se sento che le autorità mi cercano, io vengo a cercare te. Intesi?
Il ragazzo arraffò i soldi e sorrise.
– Io non voglio guai. Lavoro qui part time. Oggi non ho visto nessuno. Saranno entrati dal retro e non ho sentito niente.
– Proprio così. Goditi i soldi e fatti una bevuta alla mia.
Corrado e Serena salirono in macchina. Dietro di loro, l’allarme antincendio dell’albergo cominciava a dare i primi segni di vita, mentre la notte iniziava a impadronirsi di quella fetta di mondo.
– Ci lasciamo alle spalle un po’ di merda e ci rifacciamo una nuova vita – Disse Corrado a Serena, mentre si immetteva nel traffico.
Lei gli sorrise e annuì.
*
Denise li guardò uscire dall’albergo e salire in macchina. Se loro erano vivi, allora Edoardo e Roberto erano morti. Non spese una lacrima per il suo defunto ragazzo. Lui l’avrebbe presa in giro. Piuttosto le avrebbe detto che non avrebbe avuto pace, fino a che quei figli di puttana non fossero andati a masticare un po’ di terra insieme ai vermi. Quello era il suo Edoardo.
Si immise nel traffico dietro di loro.