anime perse, anime salve
italian
Esiste Dio? Se dovessi rispondere a questa domanda, direi di no. No, Dio non esiste. Però, se mi chiedessero se esiste il diavolo, risponderei di sì. Sì, il diavolo esiste, senza alcun dubbio. Lo so perché l’ho incontrato. Ho giocato con lui per la mia anima. Ancora non so se ho vinto o se ho perso. Quindi il diavolo esiste. Ma se esiste il diavolo, allora deve per forza esistere anche Dio. No, Lui non l’ho incontrato. In realtà sembra proprio che nessuno lo veda più da un bel pezzo, questo Dio. Dopo che ha mandato suo figlio tra noi e noi, nel giro di trentatré anni, l’abbiamo rispedito al mittente, non sembra interessarsi troppo. D’accordo, può darsi che sia un discorso vagamente blasfemo, ma che cavolo, ho anche io i miei buoni motivi. Cosa mi può succedere, finirò all’inferno? In questo momento la persona che più si avvicina a Dio per me, è padre Roberto, il prete che c’è fuori dalla porta di questa cella. Oh, già, forse dovrei dire che sono incatenato a un muro nella cella sotterranea di una chiesa abbandonata. Sono seduto su uno sgabello e, davanti a me, c’è un vecchio e malandato scrittoio di legno. Le catene mi pesano sui polsi e sulle caviglie. C’è una lampadina elettrica che illumina malamente l’ambiente. Come sono finito qui? Una buona domanda. Voglio rispondere scrivendo la storia di questa notte. Se farò in tempo. Ho fino al sorgere del sole. Se non accadrà nulla, padre Roberto mi libererà e io brucerò tutta questa inutile cartaccia. Se invece dovesse accadere qualcosa, padre Roberto userà il suo affilatissimo e benedetto spadone a due mani, per porre fine alla faccenda. Stanotte gliel’ho visto usare diverse volte e ha dimostrato una certa perizia. Credo di poter affermare che padre Roberto sia il mio migliore amico, nonostante l’abbia conosciuto solamente stanotte.
Vorrei riuscire a esprimere su carta la mia profonda amarezza. Posso affermare di aver vissuto una buona vita. Non ho vissuto nel lusso, ma nemmeno nella miseria. Però dannazione, concluderla in questo modo!
Non sto scrivendo per raccontare come mi sento, sto scrivendo per fare un resoconto. E per tenermi occupato. Per non impazzire nell’attesa. Perché se mi concentro su un compito, riesco a rimanere lucido. Finché sarò lucido, riuscirò a mantenere il controllo. Il controllo è una cosa molto importante. Credo. Non so bene nemmeno io perché mi sono messo a scrivere. Lui, comunque, mi lascia fare. Mi guarda beffardo dalla zona male illuminata della cella.
Quando Roberto mi ha messo le catene, su mia richiesta, lui è scoppiato a ridere. Ha smesso di sbeffeggiarmi ad alta voce solo quando ho posato la penna sulla carta. In realtà, credo sia affascinato da tutto questo. Si sta divertendo come un matto. Un bambino bellissimo, con due meravigliosi cornini che spuntano da folti riccioli d’oro e un’orribile zampa caprina al posto della gamba sinistra. A completare il quadretto, una lunga coda sottile. Detesto i luoghi comuni. E detesto i mocciosi. Se devo dire la verità, credo lo faccia apposta per irritarmi. Il fatto che mi sorrida mentre scrivo queste righe vuol dire che ho ragione. Lo prenderei a calci in culo se potessi, ma so che le prenderei. Lo so, perché il bilancio dei nostri scontri fisici, stanotte, è finito decisamente a suo vantaggio. Come dire mille a uno. Però quell’uno, oh, che soddisfazione! Non credo siano tanti quelli che hanno segnato il gol della bandiera e sono vissuti per raccontarlo. Certo, è molto seccante essere pestato da un moccioso. Ecco che ride di nuovo. L’unica cosa che gli toglie quel ghigno dalla faccia è che, come me, nemmeno lui conosce l’esito della sfida. Quindi sta qui ad aspettare insieme a me. La mia ‘vera fede’ basterà a sconfiggere il veleno malvagio che mi scorre nelle vene? E’ ridicolo che un miscredente come me possieda la ‘vera fede’. È proprio vero che il mondo è bello perché è vario.
Basta lamentarsi. Devo scrivere come sono andate le cose. Come sono arrivato a questo punto. Devo raccontare che razza di notte è stata quella che potrebbe essere l’ultima della mia vita mortale.
*
Il mio nome è Giovanni Fortunato. Cognome abbastanza ironico, date le circostanze. Ho trentaquattro anni. Mi guadagno da vivere facendo l’investigatore privato. Molti pensano che questo lavoro presenti un lato romantico, come la vita nell’ombra e cose del genere. Beh, quei molti hanno visto troppi film. Generalmente non si fa altro che scavare nel lerciume che le persone cercano di nascondere. Ogni tanto capita uno di quei casi vecchio stile, del genere marito geloso che vuole sapere che cosa combina la moglie, quando lui è fuori casa.
Questa storia, la mia storia, inizia proprio così. Con un marito geloso in cerca di risposte.
*
Era il tardo pomeriggio di un paio di settimane fa. Calma piatta in ufficio. Da un po’ di tempo, gli affari andavano male. Quasi nessuno si rivolgeva a piccole agenzie di investigazione come la mia. Venivano preferite quelle grandi, con disponibilità di uomini e mezzi. Persone che assicuravano professionalità e competenze certificate. Questo la dice lunga su cosa io intenda quando dico che gli affari andavano male. Nonostante la mia giovane età, avevo già sei anni di esperienza alle spalle e persino un paio di casi risolti finiti sui giornali. Ma la gente dimentica, fin troppo in fretta. Tanto in fretta che in quel momento la mia agenzia investigativa contava di soli due dipendenti. Io, in qualità di proprietario, agente sul campo, manager e quant’altro e la mia segretaria Elena Ruggeri, studentessa universitaria che aveva deciso di lavorare per me solo perché, dopo aver dato un’occhiata al posto, aveva deciso che durante l’orario di lavoro avrebbe potuto studiare tranquillamente, senza timore di essere disturbata. Piccola vipera.
Quel giorno stava passando come molti altri, ovvero con Elena nell’anticamera, china a sgobbare sui suoi testi universitari, io nel mio ufficio, chino a piangere sui libri contabili. A conti fatti, se entro l’ora di chiusura non si fosse presentato qualcuno, a fine mese, l’agenzia avrebbe chiuso i battenti.
In preda alla tristezza chiusi il libro e lo gettai nel cestino nell’angolo. Sapevo già che, come gli altri giorni, più tardi sarei andato a raccoglierlo. Il suono dell’interfono mi strappò alle mie riflessioni. Misi un dito sul pulsante.
– Elena, cosa c’è? – Chiesi distrattamente.
– C’è un cliente che chiede di vederla. – Mi rispose, con un tono che alle mie orecchie giunse tra lo sgomento e l’incredulo. Piccola vipera.
– Dammi solo un momento.
Bisogna sempre fare finta di essere impegnati, anche se nel mio caso mi serviva solo il tempo per riabbottonarmi la camicia e farmi una parvenza di nodo alla cravatta. Ero molto teso. Se questo possibile lavoro mi scappava, chiusura assicurata. Uno sguardo alla stanza. La scrivania era in ordine. Gli scaffali semivuoti, gli schedari alle mie spalle impolverati, ma accettabili. Premetti di nuovo il pulsante.
– Fallo entrare.
Pochi istanti dopo, dalla porta del mio ufficio entrò un uomo basso, grasso e calvo. Dal vestito firmato, così come le scarpe, intuii che fosse un uomo molto benestante. Mi alzai e gli andai incontro, tendendogli la mano.
– Piacere di conoscerla, signor Fortunato. Mi chiamo Angelo Nizzi. – Disse l’uomo con voce tremolante. Era in evidente imbarazzo, sintomo da prima volta nell’ufficio di un investigatore.
– Piacere mio, signor Nizzi. Prego, si accomodi. – Gli dissi con voce affabile, indicandogli la sedia.
Nizzi accettò l’invito, accomodandosi nella poltrona di pelle di fronte alla scrivania. Notai che aveva tratto di tasca un fazzoletto usandolo per tamponarsi la fronte imperlata di sudore. Il suo sguardo saettava indagatore per la stanza, come se il vecchio schedario potesse saltargli addosso e mangiarlo o l’armadio fosse un orco cattivo. Seduto a mia volta, diedi inizio alla conversazione.
– Allora signor Nizzi, cosa la spinge nel mio ufficio? – Chiesi, saltando le infiorettature iniziali. Nizzi era già abbastanza nervoso, non c’era bisogno di confonderlo ulteriormente con paroloni o roba del genere.
– In realtà, signor Fortunato, spero di non essere venuto a farle perdere tempo. Non so nemmeno se lei prenda in considerazione richieste come la mia.
‘Nella mia situazione economica attuale, anche se lei mi dicesse di cercare le sue mutande nel cassetto della biancheria, accetterei’. Era quello che avrei tanto voluto dirgli. Invece rimasi sul professionale.
– Non si preoccupi, mi dica pure.
Nizzi trasse un profondo respiro.
– Si tratta di mia moglie. – Disse, traendo di tasca una fotografia e porgendomela. – Vorrei sapere se lei può scoprire cosa fa quando è fuori casa. A volte, esce a tarda notte senza dirmi nulla, pensando che io stia dormendo e torna alle prime luci dell’alba. Oppure esce il pomeriggio e passa la notte fuori senza avvisare. Fino a ora ho lasciato correre perché l’amo, ma non ce la faccio più. Devo sapere. – Disse, tutto d’un fiato.
Fece per aggiungere dell’altro, ma si fermò, aspettando la mia risposta. Presi la foto. Un gran bella donna, niente da dire. Non trovavo strano che una del genere cercasse la compagnia di uomini diversi da suo marito, che da un lato aveva i soldi, ma dall’altro mancava completamente di quella che viene comunemente detta ‘bella presenza’. Ebbi il buon senso di non esprimere i miei pensieri ad alta voce.
– Non vedo alcun problema nella sua richiesta. Al momento non ho altri casi su cui lavorare, quindi posso occuparmene immediatamente.
Nizzi sospirò rumorosamente.
– Lei non sa che peso mi toglie dal cuore. Quanto tempo pensa di metterci?
– Questo dipende solo da sua moglie. Dovrò pedinarla per un po’ di tempo. In genere, per casi come questi, una settimana è più che sufficiente per avere delle risposte.
– E per il pagamento? – Mi chiese.
– La mia segretaria la informerà di tutto e le chiederà i dati e l’indirizzo. Per quanto mi riguarda, una volta preparato il materiale, potrò iniziare stanotte stessa.
Il signor Nizzi si alzò e mi tese la mano.
– La ringrazio di cuore.
– Non c’è di che. Mi farò vivo al più presto, per tenerla informata.
Nizzi fece un cenno affermativo con il capo e uscì, lanciandosi un ‘arrivederci’ alle spalle. Sprofondai nella poltrona. Incredibile. Un caso dei più banali, piovuto dal cielo nel momento più opportuno. Qualunque fosse stato l’esito del pedinamento, i soldi spillati al signor Nizzi avrebbero permesso di pagare i conti a fine mese e posticipare la chiusura a quello successivo. Nel frattempo, chissà. Presi la foto della moglie di Nizzi e la studiai a lungo. Davvero una bella donna. Lunghi capelli corvini, occhi da cerbiatta, un fisico mozzafiato. La misi da parte e tirai fuori da una scatola un po’ di strumentazione fotografica. Macchina, obiettivi e quant’altro.
Mentre compivo quell’operazione, Elena entrò nel mio ufficio.
– Il signor Nizzi è appena andato via. Qui c’è l’indirizzo. – Disse, appoggiando un foglio sulla scrivania. Notò la foto della moglie ed emise un fischio sommesso.
– Capo, si ricordi che deve solo pedinarla.
– Non raccoglierò la provocazione. – Replicai.
Elena lasciò la stanza con aria scontenta. Era evidente che cercava la lite per spezzare la monotonia dello studio. Non le avrei dato quella soddisfazione. Piccola vipera. Dopo che ebbi finito di raccogliere l’attrezzatura, mi avviai verso l’automobile, una vecchia Ford scassata. Elena, prima di andarsene, avrebbe chiuso l’ufficio.
Un’ora dopo, ero davanti alla casa del mio obiettivo: era una vera e propria reggia, poco fuori città, circondata da una bassa inferriata che permetteva di scorgere chiaramente la tenuta. Un prato all’inglese ben curato, una piscina con trampolino, un gazebo con sedie a sdraio, dondoli, tavolini. Dal cancello, un vialetto di ghiaia correva fino al garage con portone automatico, mentre dal passo d’uomo si arrivava davanti alla massiccia porta d’ingresso. Erano le otto di sera, le imposte erano già chiuse. Dalla luce filtrante si poteva capire che la famiglia era seduta a tavola. Guardai tristemente il mio pasto take-away, che giaceva sul sedile lato passeggero. Passai il resto della notte appostato davanti alla casa di Nizzi. Non successe un bel niente. Alle cinque del mattino, decisi di togliere le tende e andarmene a dormire.
Venni svegliato, verso le due del pomeriggio, dallo squillare incessante del telefono.
– Pronto?
– Ciao Giovanni, sono Elena. Ha telefonato il signor Nizzi, dicendo che sua moglie stava andando dal parrucchiere. Ti ho mandato un fax con l’indirizzo.
Emisi un grugnito. Non avevo ancora voglia di alzarmi.
– Prenderò quel brontolio per un ‘Sì Elena, sto andando sul posto’. – Disse la voce all’altro capo dell’apparecchio.
– Va bene, ora mi alzo e vado. Ok? Grazie della telefonata.
– E di che? – Rispose Elena sghignazzando. Poi Attaccò. Piccola vipera.
Mi vestii in fretta e buttai un occhio al fax che Elena mi aveva spedito. Un parrucchiere del centro. Presi le chiavi della macchina e mi misi in moto. Fu così che, una decina di minuti dopo, ebbi per la prima volta l’occasione di vedere la signora Nizzi dal vivo. Che io sia dannato, era davvero bellissima. Certo, non che fossi vicinissimo, visto che la stavo osservando attraverso la vetrina dall’altro lato della strada. Accidenti alle donne. Due ore e mezzo di parrucchiere per farsi una spuntatina di mezzo centimetro e lasciarsi alle spalle almeno una settantina di sacchi. I Nizzi non vacillavano certo per simili spesucce.
Non era particolarmente difficile pedinare la signora in mezzo alla folla. Bastava seguire la direzione dello sguardo della stragrande maggioranza degli uomini che si trovavano in strada. A ogni modo, dopo una camminata di una mezz’oretta, la signora si fermò davanti a una bacheca annunci vicino all’ingresso della metropolitana, scrutando. Visto qualcosa che le interessava, trasse un piccolo bloc-notes dalla borsetta, annotò qualche appunto, per poi tornare sui suoi passi, probabilmente alla macchina che era rimasta parcheggiata davanti al parrucchiere. Non la seguii, mi incuriosiva sapere cosa poteva esserci di così importante su una bacheca degli annunci per indurla a farsi mezz’oretta di camminata.
A una prima occhiata, non sembrava esserci niente di interessante. Studenti che cercavano coinquilini, propaganda politica, manifestazioni, corsi e via dicendo. Una normalissima bacheca con normalissimi annunci. Presi la macchina digitale e li fotografai uno per uno. Decisi di tornare in ufficio.
– Buongiorno capo. – Mi accolse Elena, appena messo piede nell’agenzia. – Com’è andata?
– Ho del lavoro per te. Dovresti farmi una stampa di tutte le foto che ho fatto.
– Sì capo.
Elena prese la macchina digitale e s’incamminò verso il fotografo, dall’altro lato della strada. A volte quella ragazza poteva essere antipatica, ma quando le dicevi di fare qualcosa, la faceva immediatamente e senza lamentarsi. Poco dopo gli ingrandimenti erano già appesi alla bacheca del mio ufficio. La signora Nizzi aveva già una casa, quindi scartai tre annunci di ricerca di coinquilini. La signora poteva essere interessata a un torneo di calcio a cinque? Improbabile, ma non impossibile. La signora era credente? Avrebbe partecipato volentieri a un ritrovo di lettura di passi della Bibbia? Chi lo sa? C’erano diverse comunicazioni di servizio per gli utenti della metropolitana, ma la signora aveva la macchina, non sembrava il tipo da mischiarsi ai comuni mortali. Tutto lì. Niente di illuminante.
Presi il telefono e chiamai il signor Nizzi al cellulare per riferirgli quello che avevo visto e chiedere delucidazioni. A quanto ne sapeva, sua moglie odiava ogni forma di sport e non era credente. Gli dissi che mi sarei appostato anche quella sera e riagganciai.
Poche ore dopo, ero di nuovo davanti a casa Nizzi. Come la sera prima, il sacchetto del take-away era posato sul sedile del passeggero. Come la notte prima, nulla si mosse. E così quella successiva. E quella dopo. La signora Nizzi conduceva una vita irreprensibile. Andava a fare la spesa, frequentava alcune amiche, andava in palestra, faceva un tuffo in piscina ogni tanto. Una vita talmente noiosa e schematica da uscirne matti.
Sabato notte ebbi di che ricredermi. Alle tre e un quarto del mattino, la saracinesca del garage cominciò a sollevarsi e, pochi istanti dopo, la signora Nizzi, alla guida di una potente BMW, aspettava che il cancello automatico si aprisse per sfrecciare via nella notte. Dopo che fu uscita, misi in moto e mi lanciai con discrezione all’inseguimento, sperando che la signora non amasse la velocità. Con la macchina che aveva, avrebbe potuto seminarmi in un attimo. Fortuna volle che la sua destinazione fosse una strada male illuminata in periferia. Doveva esserci una specie di raduno o qualcosa del genere, perché la via era strapiena di auto. La signora Nizzi trovò un posto e parcheggiò. Passai oltre e trovai un posto a mia volta. La vidi dirigersi, con una certa fretta, verso la porta di un palazzo custodita da due energumeni che la lasciarono passare senza problemi. Presi dal portaoggetti le foto degli annunci e, sorpresa, l’indirizzo corrispondeva a quello dell’annuncio del gruppo di lettura della Bibbia. La signora non era credente e dubitavo che lo fossero anche i proprietari di tutte le Porsche, Mercedes e SUV parcheggiati lungo la strada. La mia vecchia Ford là in mezzo faceva la stessa figura di un vecchio che volesse correre la finale dei cento metri contro atleti di vent’anni, saltando all’occhio con la stessa violenza di un pugno allo stomaco.
Infiltrarsi era stato più facile di quanto pensassi. I gorilla all’ingresso erano solo scenici, individui trovati in qualche palestra che arrotondavano facendo presenza. Passando da una finestra al pianterreno, che Dio solo sapeva per quale motivo fosse stata lasciata socchiusa, mi trovai all’interno senza alcun problema. Un forte odore di incenso mi aggredì le narici. Una cosa nauseabonda. Come facevano a sopportarla? A ogni modo, non mi trovavo lì per investigare sui loro gusti olfattivi.
Il corridoio che aveva salutato il mio ingresso era drappeggiato alle pareti con pesanti manti di velluto scarlatto, l’illuminazione fornita da alcune artistiche lampade piazzate a intervalli regolari. Molto d’effetto. Nessuna porta visibile, forse erano nascoste dietro le stoffe. Ero entrato esattamente a metà, dieci metri circa alla mia sinistra e alla mia destra il corridoio girava. Nessun rumore proveniente dalle due direzioni. Niente di niente. Accarezzai la mia fidata Beretta e decisi di andare a sinistra. In pochi passi giunsi alla svolta e sbirciai dietro l’angolo. Il corridoio terminava circa venticinque metri più avanti, svoltando a destra, inducendomi a pensare che girasse intorno a un’unica stanza centrale. Non vedevo porte, doveva essercene solamente una, di fronte all’ingresso. Decisi di scoprire se questa mia ipotesi potesse avere un senso. Altro angolo, altra sbirciata. Bingo.
Mi chiesi che razza di persona potesse aver commissionato un lavoro del genere e che razza di architetto potesse aver avuto il coraggio di firmare un simile progetto. Attraversai l’ultimo tratto e raggiunsi l’angolo. Da quella posizione potevo vedere chiaramente la porta d’ingresso. All’esterno stazionavano i due gorilla. Come avevo supposto, di fronte c’era la porta che permetteva l’accesso all’unica stanza interna della casa. Chissà come diavolo si poteva arrivare al piano superiore. Un elevatore forse? Delle scale? Giunsi davanti alla porta senza tanti problemi. Un po’ mi seccava dover dare le spalle al portone principale, ma non avevo scelta. Cominciai a saggiare la serratura per vedere se nascondesse qualche sorpresa. Non erano passati neanche tre secondi quando sentii scattare la serratura alle mie spalle. Mi voltai appena in tempo per vedere uno dei due bestioni fare il suo ingresso in casa.
– E tu da dove cazzo sei uscito?
Colto con le mani nella marmellata. Lo afferrai per il colletto e gli diedi una testata sul naso. L’uomo ruzzolò in strada, la camicia bianca rovinata dal sangue che sprizzava copioso dal setto nasale fratturato. Il secondo gorilla non restò fermo a guardare e cominciò a caricare a testa bassa fermandosi, saggiamente, quando si accorse che più andava avanti, più la sua testa si avvicinava alla canna della mia pistola.
– Ti pagano abbastanza per questo? – Gli chiesi.
Scosse la testa.
– Lo sospettavo. Direi a te e al tuo amico di farvi un giro, ma ho paura che potreste combinare qualche cazzata.
Sentendo queste parole, l’uomo sgranò gli occhi. Cercai di tranquillizzarlo, senza fargli passare la strizza.
– Tranquillo, questa pallottola non ha ancora il tuo nome scritto sopra. Per ora. Penso che vi chiuderò nel baule della macchina. Voi avete una macchina, vero? Perché se non l’avete non saprei proprio che fare di voi.
– Sì signore, ce l’abbiamo la macchina. Non ci uccida, per favore. Noi non sappiamo niente di quello che succede qua dentro. Abbiamo solo una lista di nomi da controllare all’ingresso. Per favore. – Piagnucolò il bestione.
– Spero per voi che il bagagliaio sia spazioso.
Pochi minuti dopo, mi trovavo di fronte alla porta della stanza interna, mentre i due gorilla erano ben impacchettati all’interno della loro BMW a noleggio. Avrebbero avuto dei problemi a spiegare il sangue sulle tappezzerie, al momento della restituzione, ma potevo scommettere che questo non era il primo dei loro pensieri. Comunque, ognuno ha i suoi grattacapi. Prima che passassero quarantotto ore dall’aver pensato questa frase, mi sarei accorto che sì, ognuno aveva davvero i propri guai.
Dopo essermi accertato che la maniglia non riservasse sorprese, l’abbassai e spinsi. La porta scivolò silenziosamente sui cardini. Aprii quel tanto che bastava per infilarmi dentro, poi la richiusi alle mie spalle. L’architettura del luogo continuava a stupirmi. Il secondo piano non era altro che un grande soppalco accessibile tramite un’elegante scala di legno accostata al muro destro della stanza. In realtà ‘stanza’ non era un termine adeguato per descrivere l’ambiente. Mi trovavo su un pianerottolo, che si affacciava su una scalinata di marmo bianco con striature nere, che a sua volta portava al piano interrato e si affacciava su un corridoio. Pure quello con pareti, pavimento e soffitto rivestiti dallo stesso tipo di materiale. Che mancanza di fantasia. Il tutto era arricchito da pesanti decorazioni dorate. Dal basso proveniva un vociare sommesso. Lasciai le mie considerazioni artistiche e mi concentrai su quello che dovevo fare. Scesi le scale e mi nascosi dietro una delle colonne poste lateralmente. Davanti a me, sulla destra c’era il bagno per gli uomini, dalla parte opposta quello delle donne. Al fondo del corridoio scorsi un altro di quegli odiosi drappi di velluto scarlatto, semi sollevato. Potevo vedere la gente che passeggiava e parlava amabilmente, ai piedi di un piccolo palco. Decisi di avvicinarmi quando la porta del bagno delle donne si spalancò nell’istante in cui ci passavo di fronte. Non era il mio giorno fortunato. Non lo era neanche per la giovane donna che prese un pugno in faccia prima di poter emettere un fiato. Quella sera stavo pestando davvero un sacco di gente e non mi ero ancora avvicinato all’obiettivo. Trascinai la ragazza all’interno del bagno, ridussi il suo vestito a strisce che utilizzai per legarla e imbavagliarla. Per un attimo, mi passarono per la testa strani pensieri, ma li accantonai subito. Non ero andato fin lì per violentare una donna legata in un bagno di una casa sconosciuta.
Visto l’andazzo, mi aspettavo di trovare qualcun altro ad attendermi, invece il corridoio era deserto. Il silenzio era sceso anche nella sala, dove la gente era riunita. Un uomo ben vestito stava parlando dal palco. Ne approfittai per nascondermi dietro il tendaggio e scrutare indisturbato.
Sedici persone, diciassette con l’oratore. Tra loro, il mio bersaglio che, comunque, fino a quel momento non aveva combinato granché. Non si può chiedere il divorzio solo perché una moglie frequenta compagnie dai gusti bizzarri, ecco.
– Spero che l’inizio della serata sia stato piacevole. – Stava dicendo l’uomo sul palco. – Questa sera ho preparato una grande sorpresa per tutti voi.
Un brusio eccitato si diffuse tra la folla.
– Prima di iniziare con i nostri riti, a cui tutti voi siete avvezzi da tempo, vi prego di dare un caloroso benvenuto a un grande maestro spirituale, giunto dalla lontana India rispondendo cortesemente a un mio invito. Ci rende un grande onore con la sua presenza, stasera.
Detto questo, fece cenno verso un piccolo arco, dal quale sbucò un vecchio raggrinzito, con un turbante in testa e vestito solo di stracci. Che spettacolo da quattro soldi. La gente sembrava gradire. Il nuovo arrivato fu salutato da un piccolo applauso, al quale rispose con un profondo inchino. Poi i presenti fecero silenzio, per non perdersi neanche un gesto. Vecchio per niente loquace. Si sedette su un tappetino, già predisposto sul palco, trasse dai suoi stracci alcuni bastoncini di incenso e li posizionò tutto intorno a lui. L’uomo ben vestito li accese prontamente e si fece da parte. Il santone inspirò forte, si guardò intorno e annuì soddisfatto. Incrociò le gambe e chiuse gli occhi, cominciando a salmodiare in una lingua a me ignota.
– Avanti amici miei, aiutiamo il grande maestro nell’invocazione, forse il principe delle tenebre ci darà un segno della sua benevolenza. – Disse il presentatore dal suo angolo.
Subito tutti si unirono in un coro, ripetendo le stesse scemenze proferite dal vecchio. Dal mio nascondiglio potevo vedere i sorrisi divertiti sui volti dei presenti. Era più che evidente che non credessero veramente nel maligno e che sapessero bene che, probabilmente, il santone non era altri che un barbone raccattato in strada e pagato per fare presenza. In realtà era solo uno spettacolino di dubbio gusto, che avrebbe fatto da antipasto ai loro ‘riti’, come li aveva chiamati il tizio sul palco. Potevo ben immaginare di che razza di riti si trattasse. Dovevo solo aspettare per avere le prove dell’infedeltà della signora Nizzi. Nel frattempo la finta invocazione continuava, con il lamento del coro che cresceva di intensità e la voce del vecchio talmente acuta che pensavo che di lì a poco gli sarebbe venuto un ictus.
Poi cominciò ad accadere qualcosa di strano. Il fumo prodotto dagli incensi, invece di perdersi in volute verso il soffitto, cominciò a condensarsi. Sempre di più, sempre più denso. La platea era eccitatissima. Pensava a qualche strano effetto speciale.
Io cominciavo ad avere seri dubbi sulle mie facoltà mentali, perché mi sembrava che una figura umanoide stesse prendendo forma all’interno della nube. Forse l’incenso era a base di allucinogeni. Strano, anche qualcuno del pubblico cominciava a indicare e il numero di sorrisi stava diminuendo velocemente. Quando fu chiaro che all’interno della nuvola c’era qualcosa, nessuno sorrideva più. Anche il salmodiare era cessato. Solo la voce del vecchio spezzava il silenzio. Poi anche quella si spense. Il fumo si disperse come se un forte vento lo avesse soffiato via.
In piedi, di fianco al vecchio, c’era un bambino nudo. Bellissimo a prima vista. Poi, guardandolo meglio, ti dicevi che no, era impossibile: dai folti riccioli biondi spuntavano due piccole corna, gli occhi erano completamente neri, una coda pelosa si agitava dietro di lui e, al posto del piede sinistro, aveva uno zoccolo caprino. Stava lì in piedi, sul palco, a guardarci divertito con un mezzo sorriso stampato in faccia. Non credevo ai miei occhi. Non ci potevo credere. Il bambino si mise a gambe larghe, con le mani sui fianchi.
– Perché state tutti zitti ora? Non mi invocavate forse, fino a pochi momenti fa? Ebbene, il vostro principe è qui. Osannatelo. – Disse il bambino con voce ammaliante.
Era come una carezza che, appena passata, lasciava un brivido di gelo. Nessuno si mosse. Nessuno disse nulla. Il bambino scosse la testa.
– Non ci sono più gli adoratori di una volta! – Disse scuotendo la testa. Poi scoppiò a ridere, una risata cristallina.
– Ebbene, ormai sono qui, ma questo l’ho già detto. Tuttavia non mi sto divertendo, quindi, dato che non sembra che abbiate l’intenzione di porre rimedio alla cosa, dovrò pensarci io stesso.
Sollevò una mano verso i presenti, che fecero meccanicamente un passo indietro. La mano si illuminò di luce sanguigna: da essa si staccarono dei filamenti che andarono a toccare ciascuno dei presenti. Là dove la pelle veniva sfiorata, si formava una piccola cicatrice a forma di cerchietto frastagliato. Un filamento mi raggiunse dietro la tenda ma, per qualche motivo, non riuscì a lasciare alcun segno su di me, però attirò un’attenzione indesiderata. Gli occhi del bambino si appuntarono su di me, incuriositi, poi chiuse il pugno e la luce si spense. Le cicatrici invece rimasero.
– Ora è solo questione di tempo. Vi trasformerete in orribili belve assetate di sangue, crudeli e spietate. Darete la caccia ai vostri simili per il mio divertimento. Quando sarete abbattuti, le vostre anime verranno a me. Il tempo di trasformazione non dipende da me, ma da voi e dalla vostra resistenza. Pochi minuti, qualche ora. Giorni. Anche questo fa parte del divertimento. Il mio divertimento, voi soffrirete come mai avete sofferto prima. E ora, che la festa abbia inizio.
Parlò senza mai staccarmi gli occhi di dosso. Quando tacque, fu come se un incantesimo fosse spezzato. Le persone cominciarono a gridare e a fuggire. Feci appena in tempo ad appiattirmi contro il muro, per non essere travolto. Pochi secondi dopo nel sotterraneo eravamo rimasti solo io, il bambino, il santone, l’uomo che aveva avuto la brillante idea di invitare il vecchio, rannicchiato in un angolo del palco e un tizio che si contorceva a terra. Allucinogeni o no, un braccio era già diventato scuro e squamoso e la mano assomigliava sempre più a una zampa munita di artigli.
– Vieni avanti. – Mi disse il bambino.
Non mi sentivo bloccato come durante il suo discorso, né mi sentivo obbligato ad andare, ma avanzai comunque. Scansai l’uomo, o ciò che ne restava, che si contorceva in preda a orribili spasmi, mutando forma in qualcosa di sconosciuto e arrivai ai piedi del palco.
– Sai perché non sei rimasto marchiato? – Mi chiese.
– Non saprei. – Risposi.
– Una specie di aura, apparsa all’improvviso, ti ha protetto. Qualcuno lassù ti vuole bene. O mi sta sfidando. O forse mi trovo di fronte a un rarissimo caso di ‘vera fede’. Ciò non toglie che tu sia un individuo affascinante. Gli altri sono scappati di fronte a me, di fronte a quello che la mia comparsa implica e, ovviamente, in seguito a quello che ho detto e fatto. Tu no. Tu sei rimasto qui e sei venuto a parlarmi, di tua spontanea volontà. Non solo, continui a fissarmi negli occhi con un’impertinenza tale da irritarmi sempre di più, mi studi come se fossi uno strano animale scappato da qualche zoo. Mi affascina che tu sia conscio che potrei annientarti in un secondo e tuttavia non muovi un singolo passo nella direzione opposta.
Non sapevo cosa rispondere. Non sapevo se rispondere. Percepivo il potere dell’essere che mi stava di fronte, eppure non potevo far altro che stare lì. Non perché qualcuno o qualcosa mi impedisse di andarmene, semplicemente sentivo che era giusto restare. Il gioco di sguardi continuava, più fissavo quegli occhi neri, più mi sembrava di precipitare in essi. Nelle promesse di disperazione e orrore che contenevano.
Decisi di fare quello che mi veniva meglio quando mi trovavo in una situazione di pericolo e non riuscivo a contenere il nervosismo. Feci del sarcasmo. Probabilmente non fu la scelta migliore.
– Tu hai un’eternità a disposizione per fissare me, ma io ho solo una vita per fissare te. Cosa vogliamo fare?
Il volto del bambino fu illuminato da un sorriso maligno.
– Giochiamo! Io ti desidero, dunque giocheremo per la tua anima. – Mi rispose.
Sentii di aver appena fatta una grossa cazzata.
– Se non fossi d’accordo?
– Ti ucciderei qui e subito, ma sarebbe meno divertente. – Mi rispose, come se stesse spiegando una cosa semplicissima.
– Ah! Non voglio certo rovinarti il divertimento.
Il discorso aveva preso una brutta piega, ma immagino che un colloquio con il diavolo non abbia alcuna possibilità di prendere una piega buona.
– Il gioco è questo. Se riuscirai a eliminare tutti quelli che sono stati marchiati, prima che l’ultimo di loro si sia trasformato in belva, la tua anima sarà salva. Se fallirai, la tua anima sarà mia. Sembra divertente vero? Ovviamente deve esserci un limite di tempo, altrimenti non arriveremo da nessuna parte. Il sorgere del sole di dopodomani segnerà la fine del tempo a tua disposizione.
Non dissi niente. Stavo valutando le mie possibilità. Il diavolo si avvicinò fulmineo e mi afferrò il braccio.
– Non stai sognando, Giovanni, è tutta realtà. – Disse sibilando.
Gridai dal dolore e, senza pensare, afferrai il bambino e lo scagliai in aria. Lui perse la presa sul mio braccio, lasciandomi un’ustione dove la mano mi aveva stretto. Piroettò a mezz’aria e lì si fermò, sostenuto da due ali da pipistrello spuntate dalla schiena. Svolazzò sul palco di fianco al santone e le ali scomparvero, come riassorbite.
Il bambino mi fece un sorrisone.
– Sento che io e te ci divertiremo un mondo insieme. Buona caccia. A presto.
Detto questo, scomparve in una nube di fumo. In quel preciso istante, il santone fu colto da violenti spasmi. Collassò a terra, morto stecchito. Mi guardai in giro. Eravamo rimasti solo io e l’organizzatore della serata. Andai verso di lui. Se l’era fatta addosso, si copriva il volto con le mani. Nessun segno di cambiamento. Lo afferrai per il bavero e cominciai a scrollarlo forte. Alla fine sembrò avere un attimo di lucidità.
– Hai un elenco delle persone che erano qui stasera? Ce l’hai? – Gridai.
Balbettò qualcosa a proposito di una stanza sul retro, dove erano conservati registri e nastri con le riprese delle sedute. Poi fu impossibile cavargli altro se non gemiti e lamenti. Pensai a quello che dovevo fare. L’uomo che si stava trasformando, quando parlavo con il diavolo, non era più nel salone. Mi ero sognato tutto? L’ustione sul braccio rispose per me. Tirai fuori la Beretta e gliela puntai alla testa. Ero molto indeciso. Non potevo uccidere a sangue freddo senza uno straccio di prova. Mi era già capitato di uccidere in passato, ma avevo sempre avuto degli ottimi motivi. Si era sempre trattato di ‘o me o loro’. Mi diressi verso la porta da cui era entrato il santone. Dava in una piccola stanzetta semivuota. Oltrepassandola, trovai l’ufficio del padrone di casa. Un bell’ufficio davvero. Su una scansia c’erano tutti i nastri con le registrazioni delle sedute svolte da diversi anni a quella parte. Un videoregistratore con la spia accesa indicava che un nastro funzionava anche in quel momento. Di fianco, un televisore. Premetti il pulsante di stop e riavvolsi il tutto, poi play. Le immagini della serata cominciarono a scorrere. Mandai avanti veloce per arrivare al punto che mi interessava, ma del bambino nessuna traccia. Si vedevano solo i presenti, a un certo punto, fuggire terrorizzati. Potevo vedermi, mentre conducevo una conversazione con uno spazio vuoto mentre, alle mie spalle, l’uomo che aveva cominciato a trasformarsi, completava il suo mutamento in bestia e si avviava verso l’uscita. Era una dimostrazione sufficiente. Era tutto vero. Diressi la mia attenzione altrove, alla scrivania, trovando quello che cercavo: una copia dell’elenco dei partecipanti. Di fianco ai presenti c’era un segno verde, invece gli assenti erano stati segnati in rosso. Avevano avuto fortuna a non partecipare, quella sera. Qualunque cosa avesse impedito loro di venire, beh, gli aveva salvato la vita. C’erano altre carte di poca importanza e una mazzetta di banconote da venti. Le infilai in tasca insieme alla lista. Presi dei nastri e li ammonticchiai ai piedi della scansia. Ci buttai sopra un po’ di carta. Non contento, tornai nella sala principale e strappai un po’ di quel grazioso velluto dal supporto, buttando anche quello nel mucchio. Quindi presi l’accendino e appiccai il fuoco. Non avevo mai sospettato che il velluto bruciasse tanto bene e tanto in fretta.
In men che non si dica le fiamme avevano invaso tutto l’ufficio, presto si sarebbero diffuse al resto della casa. Tornai nella sala grande e giustiziai l’organizzatore. Sono convinto che giustiziare sia la parola più corretta per quell’omicidio a sangue freddo. Anche lui era stato marchiato, tanto valeva cominciare subito. Non avevo intenzione di perdere la mia anima tanto facilmente.
Attraversando il corridoio, vidi che la porta del bagno delle donne era stata divelta e una scia di sangue si allungava fino in cima alle scale, verso l’esterno. Sbirciai e per poco non vomitai. La donna che avevo lasciato legata, aveva incontrato una macabra fine. Parti del suo corpo erano sparse ovunque. Doveva essere opera del tizio trasformato mentre parlavo con il bambino demonio. Era davvero orribile. Tirai fuori la pistola e mi avviai circospetto su per le scale: la porta principale era stata sfondata. Feci rapidamente il giro della casa, ma non trovai nessuno. Uscii all’aperto, mentre le fiamme avevano raggiunto la sala grande. Nel parcheggio era rimasta solo la mia macchina e poco più in là quella dei buttafuori. Una grande e deforme ombra scura era china sul baule aperto. Strinsi più saldamente la pistola e mi avvicinai, cercando di fare meno rumore possibile. Più la distanza tra me e l’essere diminuiva, più avrei preferito allontanarmi da lì. Non aveva niente di umano. Braccia e gambe erano diventate zampe dotate di lunghi artigli affilati, il busto era divenuto bitorzoluto e gobbo, ricoperto di un folto pelame ispido. Non potevo ancora vedere la testa, era immersa nel bagagliaio, dal quale proveniva un orribile rumore di masticare animalesco. La sorte toccata ai buttafuori era stata terribile come quella della ragazza nel bagno. Non riuscivo a non pensare di aver contribuito a farli morire così, ma quello non era il momento adatto ai sensi di colpa. Quando fui a meno di dieci metri dalla bestia, mi appostai dietro un bidone dell’immondizia e mi misi in ginocchio. Presi la mira e sparai a una zampa. Il colpo andò a segno e la creatura, privata all’improvviso di un punto d’appoggio, crollò a terra. Il muso era allungato, gli occhi un po’ infossati ma ancora umani, file di zanne insanguinate facevano bella mostra in bocca mentre la creatura gridava il suo dolore alla notte. Sparai ancora, questa volta mirando alla testa, ma con mio disappunto il colpo non ebbe effetto. La pallottola fu respinta dalle rigide squame che ricoprivano parte del muso del mostro.
La creatura decise di essersi lamentata a sufficienza e di avermi lasciato abbastanza tempo per pensare, trascinandosi verso di me ad alta velocità. Esplosi un paio di colpi senza successo. Non erano solo le squame a proteggerlo, anche la pelle doveva essere molto robusta. Il potere di penetrazione della Beretta non era sufficiente. Probabilmente il primo sparo era stato fortunato o forse c’erano punti deboli vicino alle articolazioni che potevano essere penetrati più facilmente.
Il mostro era troppo vicino e troppo rapido per sparare ancora a casaccio, così mi allontanai di corsa. Potevo sentire il suono delle zampe che artigliavano il terreno dietro di me. Mi infilai nuovamente nella casa in fiamme e mi precipitai giù per le scale. Non si rivelò una grande idea. Non c’erano vie di fuga. Mi voltai. La creatura ferita mi fissava con odio dal fondo delle scale. Da lì non potevo più passare. Cominciò ad avanzare piano. Non potevo neanche indietreggiare, dietro di me il palco in fiamme mi impediva di andare oltre. Il calore stava diventando insopportabile, ma se la creatura fosse riuscita a prendermi, il caldo sarebbe stato l’ultimo dei miei problemi. Il mostro si acquattò e mi balzò addosso. Mi lanciai di lato, ma non fui abbastanza svelto. Gli artigli lasciarono lunghi solchi sanguinanti sul mio petto. Atterrò in mezzo alle fiamme, ruggendo per il dolore e saltando indietro. Io ero pronto. Gli arrivai alle spalle e gli passai il braccio intorno al collo, stringendo con tutta la forza a mia disposizione.
Gli infilai la pistola in bocca e sparai.
Per fortuna l’interno non era corazzato come l’esterno. Le cervella e il sangue mi ricoprirono da capo a piedi. Restai come ipnotizzato a fissare la scena, poi mi riscossi. Coperto di sangue, andai di corsa fino alla macchina e mi allontanai, mentre i bagliori rossastri del fuoco illuminavano la notte.
Guidando, guardai l’orologio. Le cinque del mattino. Un moto di stanchezza mi pervase, ma per quella notte, non avevo ancora finito. La ferita bruciava e continuavo a sanguinare, ma non potevo fermarmi. Giunsi fino alla villa del mio cliente, il signor Nizzi. Le luci erano accese. Meglio. Evidentemente la donna sconvolta aveva svegliato il marito per raccontargli tutto, o forse il marito la stava aspettando. Chi poteva saperlo? L’unica cosa certa era che, quella notte, sarebbero morti entrambi.
Abbassai il finestrino e citofonai. La voce del mio cliente gracchiò nell’altoparlante.
– Chi è?
– Sono il detective Fortunato. Ho delle grosse novità. – Risposi.
– Le apro subito.
Parcheggiai l’auto davanti alla porta di ingresso. Prima di scendere, presi il silenziatore dal portaoggetti. Nel frattempo il mio ospite aveva aperto e mi stava venendo incontro. Scesi dall’auto.
– Grazie a Dio è qui. – Mi disse. – Mia moglie è appena rientrata, è sconvolta, ma non vuole assolutamente dirmi cosa le è successo. Non sapevo cosa fare, dico sul se... – Le parole gli morirono in gola quando entrai nel cono di luce. Una pallottola gli aprì un foro in piena fronte. L’uomo si afflosciò all’indietro, riverso nel suo sangue. Senza smettere di avanzare, raccolsi il bossolo da terra e trascinai il cadavere dentro, poi mi chiusi la porta alle spalle.
– Caro, chi era? – Disse una voce femminile, da una stanza adiacente. Seguii la direzione della voce e arrivai in una grande cucina. La donna era seduta su una sedia e mi dava le spalle, ancora con il vestito da sera, una coperta avvolta sulle spalle. Davanti a lei, sul tavolo, una tazza di tè fumante. Non si accorse di me e forse nemmeno dello sparo che le tolse la vita. Raccolsi il bossolo. Era stato piuttosto semplice. Aprii i rubinetti del gas e chiusi la porta della cucina. Poi girai un po’ dappertutto, ammucchiando pile di roba infiammabile in punti strategici. Infine appiccai il fuoco. Fatto questo, aprii il cancello automatico e me ne andai. Parcheggiai a un centinaio di metri, dove potevo seguire l’evolvere dell’incendio. Quando il fuoco raggiunse la cucina, ci fu una grande esplosione che scagliò lontano centinaia di piccoli frammenti infuocati. Per la seconda volta, quella notte, fui costretto ad andarmene lasciandomi alle spalle un edificio in fiamme.
Guidai fino a casa, gettai a terra l’impermeabile bruciacchiato e insanguinato e mi buttai a letto senza svestirmi o medicarmi. Appena toccato il cuscino, mi addormentai.
Il mio fu un sonno popolato da incubi. Sognai di poter vedere con gli occhi di una di quelle belve. Potevo sentire i suoi pensieri, o meglio, non pensieri, ma emozioni. Percepivo dolore, tanto dolore e rabbia. Una rabbia senza pari. Questa creatura si mosse veloce e furtiva tra le ombre, lungo strade che mi sembrava di riconoscere. Al passaggio delle automobili si mimetizzava. Poi, raggiunto un palazzo dall’aria familiare, con una potente zampata distrusse il portone, salì le scale, frenetica, spinta da un desiderio di sangue incontenibile. Quello che cercava si trovava più su. Un moto di gioia feroce la pervase, quando quello che cercava entrò nel suo campo visivo. Questo fece accelerare lei e svegliare di soprassalto me.
Quella era la porta di casa mia!
Mi sollevai di scatto nel preciso istante in cui la porta della mia camera esplodeva letteralmente in mille schegge sotto il peso della creatura infernale che, con un possente balzo, si lanciò contro di me. Riuscii a rotolare giù dal letto prima di essere investito e, senza guardarmi indietro, mi slanciai fino alla vetrinetta del salotto. Non avevo tempo di cercare la chiave, spaccai il vetro con un pugno e presi il fucile a pompa dal supporto. Mi voltati giusto in tempo per vedere il mostro che usciva dalla camera da letto, puntando verso di me. Augurandomi che i proiettili del fucile fossero meglio di quelli della pistola, sparai tre colpi in rapida successione. La creatura si accasciò a terra rantolante, ma ancora viva. Mi avvicinai con cautela e poggiai la canna sulla sua testa, fissandola. Il mostro mi restituì lo sguardo, uno sguardo carico di sentimenti. Per un attimo mi sembrò di veder passare un velo di gratitudine in quegli occhi ancora umani, ma forse fu solo un’impressione. Premetti il grilletto e sparpagliai il cranio di quell’essere infernale per tutta la stanza. Poi crollai a terra, di fronte alla carcassa.
Pochi minuti dopo il mio vicino si affacciò all’ingresso. Diede una breve occhiata alla scena e rigettò la cena sul mio pavimento. In breve quasi tutti gli abitanti del palazzo fecero capolino per avere la loro dose di macabro spettacolo. Nessuno si avvicinò a me o tentò di parlarmi. Nessuno si fidava abbastanza. Dopotutto, stringevo in mano un fucile a pompa ed ero coperto di sangue, mio e non. Il fucile era scarico, ma loro non potevano saperlo.
Mentre qualcuno da una distanza di sicurezza mi diceva di non preoccuparmi perché la polizia stava arrivando, ripensai agli avvenimenti della notte. Non potevo più avere il minimo dubbio circa l’identità del bambino: era il diavolo in persona. E la mia anima era davvero in gioco, nel giro di poche ore ero diventato un assassino che uccideva le sue prede e tutti quelli che si mettevano in mezzo. La donna legata in bagno. I due buttafuori. Il mio cliente. Sua moglie. L’organizzatore del festino e i due mostri. In quel momento ero seduto in casa davanti al cadavere di una di quelle bestiacce, con un fucile in mano. Che cosa avrei potuto dire alla polizia? Salve, mi chiamo Giovanni Fortunato e sto lottando contro il Diavolo per conservare la mia anima.
Mi avrebbero fatto rinchiudere in un amen. L’arrivo delle forze dell’ordine mi strappò dalle mie elucubrazioni. Cinque uomini in divisa si fecero largo tra la folla di curiosi e avanzarono con cautela, tenendo sotto tiro me e i resti della creatura.
– Posi il fucile a terra, per favore. – Mi disse il capo del drappello.
Eseguii l’ordine, con lentezza alzai le mani e mi tirai indietro. Un agente mi fu a fianco, pronto ad ammanettarmi. Il capo fece segno di no con la testa.
– Cosa è successo? Soprattutto, cosa diavolo è questo? – Disse, dando un leggero calcio alla creatura morta.
– Posso rispondere alla prima domanda, agente, ma riguardo la seconda, ne so quanto lei.
– Cominci a rispondere alla prima, allora.
Gli raccontai della creatura che aveva fatto irruzione in casa mia e di come avevo fatto a sfuggirle. Attribuii a lei i graffi sul torace e il sangue sull’impermeabile. L’agente sembrò soddisfatto dalla storia. Se avesse ascoltato meglio, avrebbe trovato delle lacune, ma il suo interesse era calamitato dalla cosa stesa nel mio salotto e per me fu un bene. Mi disse che mi avrebbe fatto accompagnare in ospedale, mentre la scientifica faceva i rilevamenti del caso e ripuliva lo schifo. Non avrei potuto portare il fucile, ma lo avrei ritrovato al mio ritorno. Dopotutto era un’arma regolarmente denunciata, così come la pistola. Mi seccava dover lasciare il fucile dopo aver scoperto che funzionava meglio della pistola, ma non potevo certo spiegare loro il motivo per cui avrei voluto tenerlo. Non insistetti e mi feci accompagnare fino all’ambulanza che mi condusse al pronto soccorso, dove mi medicarono la ferita e dove passai la notte sotto osservazione.
Quando mi svegliai, mi sembrò che si fosse trattato di un incubo. Il sole filtrava attraverso le tende nella stanza asettica, creando bizzarri effetti di luce. Mi sollevai su un gomito e rimpiansi di averlo fatto. La magia e il torpore del risveglio furono spazzati via dal dolore provocato dalla ferita al petto. Rimasi piegato e boccheggiante per un paio di minuti buoni. La sera prima l’adrenalina che pompava nelle vene mi aveva impedito di sentire male. Alzai il cerotto e diedi un’occhiata. Non sembrava una ferita troppo profonda, non mi avevano nemmeno dato dei punti, si erano limitati ad applicare quelli adesivi. Tornai a stendermi cautamente, riuscendoci senza soffrire troppo. Quella ferita era una seccatura indesiderata. Di fianco al letto c’erano i miei vestiti sporchi e laceri, gettati alla meglio su una sedia. Frugando nella tasca interna dell’impermeabile, trassi l’elenco dei partecipanti al ‘festino diabolico’. Lo guardai svogliatamente. Non avevo modo di sapere chi fossero i due mostri che avevo già eliminato. L’unico nome a me noto era quello della moglie del mio ex cliente. Mentre leggevo e rileggevo la lista, in cerca di chissà quale ispirazione, una linea rossa comparve sul nome della donna che avevo ucciso. Mi sfregai gli occhi. La linea era ancora lì. Poi altre due comparvero su due nomi, maschili. Probabilmente i mostri che avevo ucciso. In fondo alla lista cominciarono a materializzarsi altri nomi. Uno era quello del mio cliente. Dovevano essere quelli dei morti, collegati in qualche modo a quelle bestie. Questa doveva essere opera del mio piccolo e infernale amico. In risposta a una domanda mai formulata, mi sembrò di sentire una risata gentile e cristallina provenire da ovunque e da nessun posto. Poi tornò il silenzio.
Un brivido freddo mi scese lungo la schiena, come se la morte mi avesse appena dato un’amichevole pacca sulla spalla. Il demonio mi teneva informato sul mio operato: doveva fare parte della sua bizzarra forma di divertimento. Lo sguardo mi ricadde sul foglio. In quel momento apparve una nuova linea rossa su un altro nome. Com’era possibile? Io avevo ucciso solo due mostri e una donna che ancora non si era trasformata. Nessun altro. O meglio, nessun’altra creatura. Forse qualcuno si era suicidato? Non ebbi il tempo di fare altre supposizioni, perché una nube di fumo cominciò a formarsi ai piedi del letto. Maledizione. Pochi secondi dopo, il demonio bambino mi fissava con quei suoi neri occhi da incubo.
– Così non ci capiamo. – Mi disse, senza tanti preamboli, con tono di voce seccato.
– Che vuoi dire?
– La nostra è una partita a due, non sono previsti altri giocatori.
– Perché lo vieni a dire a me? Che ne so io di chi ha fatto fuori la tua bestiaccia?
– Lo dico a te, perché tra gli altri tuoi compiti c’è anche quello di trovare chi sta interferendo nel nostro gioco e farlo fuori –Disse insidiosamente, aggirando il letto e sedendosi su una sponda.
– Perché non lo fai da solo?
– Perché non lo fai da solo? – Rispose con voce stridula, facendomi il verso. – Non lo faccio da solo per un sacco di motivi. Forse sono troppo occupato, oppure semplicemente non ne ho voglia. Tu hai capito bene cosa sta succedendo?
– Stiamo giocando per la mia anima. O meglio, tu stai giocando. – Risposi calmo.
Il Demonio bambino mi fissò senza parole, per un attimo. La semplicità con cui gli avevo risposto lo aveva lasciato di sasso. Si ricompose.
– Appunto! E il gioco cambia regole quando decido io. Quindi, vedi di fermare chi si è messo in mezzo.
– Se cambi le regole a partita iniziata, non sei molto sportivo. Paura di perdere? – Lo pungolai.
– Giovanni. – Mi disse, facendosi pericolosamente vicino. – Non provocarmi. Non ti piacerebbe vedermi arrabbiato. Però quando hai ragione, hai ragione. Avrei dovuto dirlo prima. Ti voglio venire incontro: tutti quelli che interferiscono nella nostra sfida sono ammessi in quanto casualità, ma se provi a farti aiutare da qualcuno, io lo uccido. Siamo d’accordo?
– Diciamo di sì.
– Molto bene.
Scese dalla sponda del letto e sparì in una piccola nube di fumo nello stesso istante in cui la porta della mia stanza si apriva. Entrò un dottore.
– Avrei dovuto dire alle infermiere di portarle via le sigarette. È vietato fumare qui dentro. A ogni modo, le sue analisi sono buone. Ora mi faccia dare un’occhiata ai tagli sul petto.
Dopo aver dato uno sguardo sotto le bende, il medico mi disse che la ferita sarebbe guarita bene e che, se volevo, potevo lasciare l’ospedale in qualunque momento. Volevo. In quel momento. Mi alzai cautamente dal letto e cominciai a vestirmi. Non fui sorpreso quando, in corridoio, vidi avanzare due divise che gentilmente mi pregarono di seguirle in centrale. Non avevo modo di tirarmi indietro, sperai solo che ci mettessero poco a fare le loro stupide domande. Avevo un’anima molto importante da salvare e poco tempo per farlo. Andò proprio così. Loro non sapevano cosa chiedermi e io non sapevo cosa rispondere. Un paio d’ore dopo, fui a casa. Un poliziotto mi aspettava con la chiave di una porta che qualche anima pia aveva fatto montare. La stessa anima pia che poi mi avrebbe presentato il conto, pensai cinico.
In salotto sembrava fosse esplosa una bomba. I ragazzi della scientifica avevano ribaltato casa come un calzino, peggio di quanto non avesse fatto il mostro. Almeno avevano pulito tutto. Trovai l’unica cosa di qualche interesse per me, il mio fucile. Presi dalla credenza un po’ di munizioni, poi uscii di nuovo.
Mi trascinai fino all’ufficio. La mia piccola vipera era già lì e quando mi vide entrare così malridotto, per la prima volta da quando l’avevo assunta, non fece dell’ironia, anzi. Divenne una maschera di preoccupazione.
– Capo, che ti è successo?
Cosa potevo risponderle? Non certo la verità. Scrollai le spalle, come se fosse accaduta una cosa di poco conto.
– Niente di particolarmente interessante. Durante il pedinamento di ieri sera mi sono imbattuto in alcuni ragazzi che volevano giocare con i coltelli. Ho giocato un po’ con loro, ma nessuno si è fatto seriamente male. Per favore, potresti vedere se riesci a rintracciare numeri di telefono e indirizzi delle persone su questo elenco?
La mia piccola vipera non era stupida. Sapeva che le stavo mentendo, ma si limitò ad annuire.
– Ti dico, appena ho qualcosa.
Lesse velocemente i nomi, poi mi guardò come se l’avessi schiaffeggiata.
– Che c’è? – Chiesi, sulla difensiva.
– Cos’è questo elenco? Cos’hanno fatto queste persone?
– Perché lo vuoi sapere?
– Beh, per cominciare qui sopra c’è il nome di mio padre. E quello di un amico di famiglia, che però è cancellato con una riga.
Merda. Ecco perché uno di quei nomi mi sembrava tanto familiare. Non pensavo potesse esserci un legame di parentela. Ero nei guai. Anche suo padre lo era, dato che avrei dovuto ammazzarlo. E anche lei, dal momento che suo padre sarebbe morto.
– Allora?
E pensare che il demonio bambino quella mattina aveva specificato che, in quella partita, erano ammesse solo interferenze casuali. Che obblighi avevo nei confronti della ragazza che mi stava di fronte? Beh, qualcuno lo avevo. Cosa avrebbe comportato coinvolgerla? La guardai senza sapere bene cosa dire. Lei interpretò il mio silenzio come qualcosa di grave.
– Perché il nome di mio padre è su questo elenco? Su cosa stai indagando? Perché ci sono dei nomi cancellati con una riga? Ti prego, devi dirmelo! – Disse con voce rotta e prossima al pianto. Non potevo non dirle niente. La invitai a seguirmi nel mio ufficio e la feci sedere.
– Elena, quello che sto per dirti ti farà male e non so se mi crederai o meno.
– Non importa, voglio sapere. – Mi rispose, tirando su con il naso.
– Ieri sera ho seguito la moglie di Nizzi. Mi ha condotto dritto a una sorta di festino con tanto di seduta per invocare il demonio. Solo che, a un certo punto, ci è scappato il morto. La lista riporta i nomi dei presenti. La polizia mi ha chiesto di collaborare. Le ferite me le sono fatte perché sono stato pizzicato da quelli della security.
Speravo di essere stato abbastanza convincente. Non avevo detto nulla di compromettente. Mi spiaceva mentire alla mia piccola vipera, ma di lì a poco avrebbe dovuto affrontare un dolore molto più grande. Lei intanto guardava la lista e piangeva, scuotendo la testa. Non avevo parole di conforto per lei. Non ne avevo nemmeno per me. Il destino che attendeva suo padre non era dissimile dal mio. Perdere l’anima. Non avevo ancora avuto il tempo di riflettere bene sulla questione. Non ero mai stato un tipo particolarmente religioso, non sapevo cosa potesse comportare la perdita dell’anima. Ricordando il sorriso maligno del demonio bambino doveva essere una cosa che procurava sofferenza. Una sofferenza eterna.
– Lascia che ti aiuti. – Disse lei all’improvviso.
– Non posso lasciartelo fare. Questa è una partita che posso giocare solo io. È pericoloso.
– Si tratta di mio padre.
Mi alzai e l’abbracciai.
– Non posso coinvolgerti più di quanto non abbia già fatto. È troppo pericoloso. Guarda come sono ridotto io. È gente che non scherza. Potresti restare uccisa. Se davvero vuoi aiutarmi, trovami i numeri di telefono e gli indirizzi delle persone sulla lista.
Quando sollevò la testa per guardarmi, le asciugai le lacrime che le scorrevano sul viso.
– Cercherò i numeri e gli indirizzi.
Uscì dall’ufficio con l’elenco in mano, per iniziare la ricerca. Rimasi solo nella stanza. Presi il fucile e una scatola di cartucce e cominciai a caricarlo. Dopo aver finito, lo appoggiai contro la scrivania, a portata di mano, e restai seduto a pensare. Non feci in tempo a farlo.
Elena gridò.
Afferrai il fucile e mi diressi verso la porta, aprendola con un calcio. Elena era dietro la scrivania, fissava con orrore il foglio. In quel momento mi resi conto che lo stress e la stanchezza mi avevano fatto fare un’enorme cazzata.
– Su un nome è comparsa una linea. – Balbettò lei, guardandomi.
Gigantesca cazzata.
– Ma dai, è impossibile. – Invece sapevo che era possibilissimo. – Sarai solo sconvolta per la faccenda di tuo padre, forse è meglio che tu vada a casa.
– So cosa ho visto! Prima il nome era lì, un attimo dopo era sbarrato.
– Sicura?
– Certo che sono sicura, non sono mica stupida.
– Dai, fammi vedere ‘sto foglio. Quale sarebbe il nome che prima non era sbarrato e ora invece sì?
Lei si alzò e me lo indicò. Io sospirai, poco convinto. Lei mi strappò il foglio di mano e tornò a sedersi. Prima che potesse fare altro, comparve un altro nome in fondo alla lista. Lei urlò di nuovo, poi mi guardò con aria trionfante.
– Questo come lo spieghi?
Non sapevo cosa dire, senza rivelare niente di compromettente.
– E questo come lo spieghi? – Ripeté una voce ben nota proveniente dal mio ufficio.
Merda.
Mi voltai. Il diavolo era seduto sulla mia sedia, con le mani intrecciate sotto il mento: mi guardava severamente, con le sue pozze di oscurità.
– Eri stato avvertito. – Disse alzandosi. – Questa non è una casualità. Questo è un tuo errore.
Era vero. Era dannatamente e diabolicamente vero. Avevo commesso una leggerezza consegnando a Elena quel foglio. Ora ne avrebbe pagato le conseguenze, ma non finché potevo fare qualcosa in proposito.
– Non puoi averla. – Gli dissi, piazzandomi sulla soglia, sbarrandogli il passo, il fucile puntato.
– Giovanni, non vorrai mica spararmi. Io sono il diavolo. Non muoio per un colpo di fucile.
Elena, nel frattempo, si era alzata per cercare di capire cosa stesse succedendo, quando vide il bambino demonio, con le sue corna e lo zoccolo caprino, lanciò un grido e crollò a terra, immobilizzata dal terrore.
– Vedi. – Mi disse il diavolo. – Questa è la reazione che suscito, in genere. Paralisi. Terrore cieco. In te, no. Tu osi sbarrarmi il passo. Tuttavia le regole sono regole. Se le cambi a partita iniziata, non sei molto sportivo. Parole tue, ricordi? Adesso spostati.
– Non credo proprio.
Gesticolò con la mano e una forza invisibile mi fece volare attraverso la stanza, fino a sbattermi contro il muro.
Elena piangeva disperata, incapace di muoversi. Il diavolo la sovrastava. Mi rimisi in piedi e mi scagliai contro di lui, ma ottenni solo di fare un altro volo per la stanza.
Non potei far altro che guardare impotente mentre con la mano le strappava il cuore dal petto. Poi mi sorrise, mostrandomelo. Il cuore di Elena. Della mia piccola vipera. L’avevo condannata a morte e la sentenza era stata eseguita davanti a me. Era stata colpa mia.
– Ti avevo avvertito. – Mi disse nuovamente.
Fu la classica parola di troppo. Non capii più nulla. Mi alzai in piedi e mi avventai contro di lui e di nuovo fece un cenno per scagliarmi via: non funzionò. Mi sentii respingere, non riuscivo a respirare, non riuscivo quasi più a vedere. Ma non venivo allontanato. Non volevo essere allontanato. Dovevo fargliela pagare. Se solo avessi avuto un briciolo di forza in più! Solo un briciolo.
– Posso sentire la tua sofferenza e il tuo dolore. Non immagini nemmeno come siano dolci per me. È proprio questo che volevo da te. Che mi facessi gustare queste emozioni. Avere la tua anima sarà per me motivo di grande gioia. L’anima di un guerriero forte come non avrei mai immaginato.
Con tutte le mie forze lottavo per contrastare il suo potere. Nel frattempo lui continuava a parlarmi.
– Tutti questi sforzi solo per la morte della ragazza? Voi esseri umani siete così fragili. Mi è bastato strapparle il cuore dal petto per spegnerle la vita. Sono stati attimi di puro terrore per lei, che mi sono gustato fino in fondo. È stato un simpatico diversivo nel nostro gioco. – Mi disse, mostrandomi nuovamente il cuore di Elena. Della mia piccola vipera.
Quelle parole mi fecero scattare qualcosa dentro, mi sentii come se qualcosa di potente mi scorresse nelle vene. Spezzai la morsa che mi teneva bloccato e, approfittando dello stupore del bambino demonio, gli diedi un pugno in piena faccia, in cui misi tutta la mia rabbia. Il bimbo volò attraverso la stanza, finendo contro il muro. Mi slanciai contro di lui, ma il suo smarrimento fu breve e mi ritrovai nuovamente inchiodato, questa volta a terra. L’aria intorno si era fatta elettrica, piccole scariche blu gli balenavano attorno. Lo avevo fatto incazzare. Per un attimo il suo volto assunse altre sembianze, indescrivibili con parole umane, ma fu solo un attimo.
– Si! – Esclamò. – È proprio così che deve essere questa sfida! Mi raccomando, impegnati a fondo, figlio di Adamo. Fammi vedere dove puoi arrivare con i tuoi limiti di essere umano. Fammi vedere la forza della ‘vera fede’ smossa dalla disperazione, dall’odio e dalla necessità.
Poi cominciò a ridere, sparendo lentamente alla vista. Capii che se n’era andato quando la forza che mi teneva bloccato scomparve. Non mi alzai subito. Ero disperato. La mia piccola vipera.
Povera ragazza, cosa c’entrava con quella storia? Che cosa aveva fatto per meritarsi una fine simile? Mi alzai lentamente. Non potevo restare lì. Non potevo tornare a casa. Non potevo nemmeno lasciare il corpo di Elena in quelle condizioni. Così, per la terza volta in meno di ventiquattro ore, mi trovai a dare fuoco a un edificio. Sigillai bene le finestre, per evitare che il fumo uscisse subito. Accatastai gli oggetti più infiammabili attorno al corpo. Con un po’ di benzina, che tenevo nel baule della macchina, mi assicurai che il posto bruciasse bene. Poi appiccai le fiamme. Afferrai la lista e la infilai nella tasca del cappotto. Presi tutti i soldi che mi erano rimasti. Infine presi il fucile e la pistola. Aspettai che l’incendio divampasse prima di uscire in strada, chiudendomi la porta alle spalle.
Una cupa determinazione mi spingeva a fare un altro passo avanti. Ma fu un sentimento passeggero.
Senza sapere bene cosa fare, girovagai per la città. Era da poco passato mezzogiorno e avevo bruciato ciò che restava della mia vecchia vita. Mi sentivo di merda, il senso di colpa per aver causato la morte di Elena era opprimente. Come se non bastasse, il foglio dei nomi pesava in tasca come un macigno. Nonostante la perdita, la mia mente ancora cercava di focalizzarsi sull’obiettivo primario, ovvero conservare la mia anima. Gli esseri umani sono veramente egoisti.
Alla fine, decisi di fermarmi in un hotel da due soldi in periferia. Mi registrai alla reception e salii in camera. Nulla di eccezionale. Le solite cose che si possono trovare in una stanza d’albergo, solo in pessime condizioni. Cosa potevo aspettarmi per una trentina di sacchi a notte? Solo gli ostelli costavano meno. Il bagno era in condizioni pietose, ma avevo bisogno di farmi una doccia. Poi mi ricordai della ferita al petto e fui costretto a lavarmi a pezzi, nel lavandino. Estremamente seccante.
Alla fine mi buttai sul letto, il fucile a portata di mano. Il bello di quel genere di posti è che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di chiedere perché portavi un fucile in camera.
Presi la lista e la scrutai. Elena Ruggeri. Eccola là: a ricordarmi il mio grande errore, il suo nome sbarrato sul foglio. Sdraiato sul letto, rividi mentalmente tutta la scena. Non avrei potuto fare nulla più di quanto avessi fatto per cercare di salvarla ma, se avessi ragionato prima di darle il foglio, sarebbe stata ancora viva.
Rimasi a fissare il nome di Elena almeno un’oretta. Avevo vagamente idea del tempo che passava, ma cosa potevo fare? Anche rintracciando i recapiti di quelle persone, non era detto che fossero tornate a casa. Come non era detto che non si fossero già trasformate e andate a nascondersi chissà dove.
Ovviamente il diavolo non gradì a lungo la mia inattività. Comparve, accompagnato dal solito sbuffo di fumo.
Lo guardai, ma non riuscii a odiarlo. Non intensamente come prima. Certo, aveva ucciso Elena, ma per colpa mia. Era come se il cuore gliel’avessi strappato io.
– Che vuoi?
– Stai sprecando tempo.
– Che te ne frega?
– Dovresti impegnarti di più per la tua anima.
– Lo dici solo perché ti annoi.
Non disse niente. Non sorrise nemmeno. Si limitò a guardarmi un po’ seccato.
– Dov’è finita tutta la combattività di prima? Mi avevi eccitato, pensavo di aver trovato una sfida. Guardati adesso, sembri l’ombra di te stesso.
– Trovo ironico che cerchi di stimolarmi a combattere quando non desideri altro che io perda.
– Beh, avevo delle aspettative. Resisti al mio marchio. Non tremi dal terrore. Sei persino riuscito a colpirmi. Anche adesso te ne stai lì a parlarmi con quel tono di sufficienza, come se fossi un seccatore qualunque. Se ti lascio a te stesso, non farai altro che aspettare lo scadere del tempo e darmi la tua anima su un piatto d’argento. Allora che gusto ci sarebbe?
– Quindi ti annoi. Come dicevo prima.
– Va bene, mi annoio. Per questo sono venuto. Per darti una mano e vivacizzare la sfida.
Mi misi a sedere sul letto, portando la mano al fucile e drizzando le orecchie.
– Cosa intendi esattamente per vivacizzare?
Sorrise.
Per la seconda volta nel giro di poche ore, qualcuno sfondò la porta della stanza in cui mi trovavo. Un uomo, vestito con una tunica nera e che brandiva un pesante spadone, turbinò come un fulmine nella stanza. Gli puntai contro il fucile. Il nuovo arrivato vide me, il mio fucile puntato e il diavolo di fianco al letto.
– Vade retro, Satana! – Gridò, sollevando lo spadone a mo’ di croce.
Non successe niente.
– Mi sa che ti devi impegnare un po’ di più, prete. – Disse il diavolo, sorridendo.
– Sarebbe questo che intendi per vivacizzare? Un prete? Che cavolo me ne faccio di un prete?
– Non sottovalutare “questo” prete. Benché abbia fatto una pessima figura con la sua entrata, è un valido demonologo ed esorcista che viene dritto dritto dal Vaticano, pensa un po’.
– Non ascoltare le parole della bestia! – Mi gridò il sacerdote, tenendo lo spadone sospeso davanti a sé. Sembrava un po’ confuso dalla situazione.
– Guarda, potessi, eviterei di ascoltarlo, ma pare proprio che in questi giorni io sia il suo bersaglio preferito. Come fai a evitare di incontrare uno che si materializza ovunque ti trovi?
– Non posso tollerare oltre la presenza di questo essere diabolico davanti a me! – Disse, cominciando a bofonchiare qualcosa in latino.
– Ecco, vedi, il sacerdote si è appena ricordato di essere un buon esorcista. Sta recitando l’esorcismo breve di Leone tredicesimo contro Satana e gli angeli ribelli. In realtà è poco più di una seccatura, dal momento che sono qui fisicamente e non mi sto unicamente manifestando, però è solo una visita di cortesia. Come ti ho detto, lui ti aiuterà. Così magari ti agiterai ancora un po’, prima di gettare la spugna.
Scomparve con la solita nuvoletta di fumo, lasciandomi da solo con quella specie di invasato.
Il prete smise di bofonchiare.
– Se n’è andato. – Disse.
Poi si accorse che avevo ancora il fucile puntato.
– Non hai bisogno di quell’arma, fratello, non ho intenzione di farti alcun male.
– Se me lo dici impugnando uno spadone e guardandomi come se fossi dello stesso stampo di quell’essere, mi spiace ma non sono incline a crederti, padre.
– Percepisco un’aura maligna provenire da te. Sono arrivato fin qui seguendo la sua traccia, ma ora che se n’è andato la malvagità permane. E viene da te.
– Non penso proprio. Io non sono stato marchiato come gli altri.
– Marchio? Altri? Che cosa significa?
– Se abbassi quello spadone ti racconto come stanno le cose.
Finalmente il prete sembrò rilassarsi e decise di correre il rischio di abbassare la sua arma. Io feci lo stesso con la mia. Poi gli raccontai tutta la faccenda dall’inizio, fino al suo ingresso nella stanza.
Era sinceramente impressionato dal mio racconto e, ogni tanto, durante il resoconto, mi fece delle domande. Non sempre sapevo rispondere, ma alla fine fu soddisfatto.
– Non avrei mai immaginato di incontrare un individuo con una ‘vera fede’, forte abbastanza non solo da respingere un marchio, ma addirittura da arrivare a colpire il demonio in persona.
– Cos’è questa ‘vera fede’ di cui parli? Io credo di essere al limite dell’ateismo. Non sono un credente.
– Quello che tu pensi di essere non necessariamente coincide con quello che sei in realtà. Non è una questione di andare in chiesa a sentire un sermone. È una cosa più profonda. Una cosa che fa parte dell’essere. Un individuo può vivere tutta una vita senza nemmeno sospettarne l’esistenza, forte delle sue convinzioni. Però è lì e, in caso di necessità, ti protegge e ti dà forza. La ‘vera fede’ è un grande mistero divino.
Decisi che non era il caso di mettere in dubbio il suo delirante sproloquio, anche perché se il prete e il diavolo concordavano che esistesse una grande forza, un fondo di verità doveva esserci.
– Se io sono protetto da questa ‘vera fede’, come mai percepisci del male che viene da me?
– Probabilmente è a causa della ferita. Le persone ferite dalle belve infernali che non restano uccise, sono destinate a trasformarsi anche loro. Nel tuo caso il risultato non è così scontato.
– Quindi che io uccida o meno tutti quelli che si trovano sulla lista, rischio comunque di trasformarmi in una di quelle bestiacce?
– Sì, il rischio esiste. Però se non uccidi quelle persone, perderai comunque la tua anima. A proposito, hai notato se si sono aggiunti dei nomi non sbarrati?
Non ci avevo fatto caso, ma effettivamente l’elenco si era allungato. Non c’erano solo i partecipanti al festino e i morti collegati alle bestie, ma anche nomi nuovi.
– Se le persone ferite si trasformano e i loro nomi finiscono qua sopra, perché il mio non c’è? Vuol dire che non sono a rischio?
– Potrebbe voler dire che non sei a rischio, come potrebbe voler dire che il risultato è incerto. Il diavolo non ti ha dato quel foglio stregato per darti una mano, ma per scoraggiarti. Sarà una grande vittoria per lui, se riuscirà ad appropriarsi dell’anima di un individuo come te.
Restammo a parlare ancora un’oretta circa i diversi aspetti e implicazioni della vicenda. Alla fine avevo la sua più totale solidarietà. Quello fu il mio incontro con padre Roberto, demonologo ed esorcista del Vaticano giunto in città sulla spinta di una forza sconosciuta. Lui era convinto che la mano di Dio l’avesse condotto fin lì. Io avrei detto che avevo avuto un gran culo. Alla fine, era stato il diavolo a guidare il prete, o almeno era quello che mi voleva far credere.
Per vivacizzare la cosa.
Non oso immaginare quante risate si sarebbe fatto se dopo essersene andato, ci fossimo ammazzati a vicenda. Ad ogni modo, padre Roberto era deciso ad aiutarmi.
Era primo pomeriggio e grazie alla sua capacità di percepire il male, potevamo rintracciare tutti i “contagiati” ed eliminarli. Prima dell’alba. Potevamo farcela. Avevo una speranza.
Il diavolo si sarebbe divertito a strapparmela.
Uscendo dall’albergo, lasciai un po’ di soldi in più per la porta sfondata, più un piccolo extra per non fare domande. L’uomo accettò i soldi, come se fosse la cosa più normale del mondo che un prete con uno spadone e un uomo con un fucile a pompa girassero tranquillamente per il suo albergo. A volte il muro di omertà eretto da un po’ di banconote ben piazzate è molto utile. Ovviamente padre Roberto era contrario, glielo si poteva leggere in faccia, ma dato che la porta l’aveva rotta lui, non disse niente. Salimmo sulla mia macchina decisi a fare piazza pulita in fretta.
– Dove si va? – Gli chiesi.
– Percepisco diverse fonti. – Mi disse. – Suggerirei di cominciare dalla più vicina.
Tenendo gli occhi chiusi, mi indicò una direzione. Io misi in moto e mi avviai. Era un’esperienza al limite dell’onirico. Un uomo a occhi chiusi pretendeva di indicarmi la posizione del bersaglio, ma sembrava sapere il fatto suo. Avrei avuto tempo per prenderlo in giro se avesse sbagliato.
Seguendo le indicazioni del mio nuovo compagno di avventure, arrivammo in una zona industriale dall’aspetto abbandonato. In quella dannata città era pieno di posti simili a quello.
– Ferma, siamo arrivati.
Parcheggiai di fronte a un grosso magazzino fatiscente. Scendemmo dalla macchina e ci avviammo verso l’edificio, cercando un punto per oltrepassare la recinzione. Fortunatamente fu abbastanza facile: la belva, nel suo passaggio, doveva aver divelto parte della rete. Anche la porta non era in condizioni migliori. Sbirciai dentro, con il fucile pronto. Era vuoto. Padre Roberto si guardava intorno nervosamente, qualcosa lo preoccupava.
Mi portai al centro della grossa area di scarico. Da lì potei vedere che la bestia era entrata sfondando la porta e uscita sfondando il muro. Mi girai per comunicarlo a Roberto, quando vidi un’ombra stagliarsi sulla soglia e lanciarsi verso di lui.
– Dietro di te! – Gridai.
La bestia balzò.
Il prete fece un rapido salto di lato e, con un unico movimento fluido, fece roteare il pesante spadone. La belva, decapitata, rovinò al suolo in un ammasso di membra e zanne.
– Controlla il foglio. – Mi disse.
Vidi una striscia comparire su uno dei nomi. Lo guardai e annuii.
– Molto bene. Procediamo verso il prossimo mostro. Quanti ce ne sono?
Contai. Sul foglio c’erano ancora quindici nominativi. Erano diciassette all’inizio e, nonostante cinque uccisioni, si erano verificati diversi contagi: forse parenti delle vittime.
– Ancora quindici.
– Quindici eh? Avremo un po’ da fare. – Disse, pulendo lo spadone con un fazzoletto.
Lo seguii e risalimmo in macchina.
– Certo che deve essere uno spadone bello affilato per riuscire a staccare la testa a uno di quei cosi. La mia beretta non gli fa un graffio. – Dissi, mentre guidavo verso la destinazione successiva.
– È un’arma benedetta, ha la forza di combattere il male. – Mi rispose, senza aprire gli occhi e continuando a indicare la nostra meta.
Restammo in silenzio fino a che non mi ordinò di fermarmi. Ci trovavamo davanti a una villetta in una zona residenziale. La strada era abbastanza trafficata e c’era gente nei cortili.
– Dobbiamo fare dentro e fuori e filare in fretta. – Gli dissi, piazzando un lampeggiante blu sul tetto della macchina.
– Non è uno solo, dobbiamo fare attenzione. – Mi disse padre Roberto, mentre ci avvicinavamo alla casa. Mi resi conto che avevamo già attirato l’attenzione. Senza badarci, il prete sfondò la porta ed entrò. Aveva una strana concezione di “fare attenzione”.
Lo seguii. C’era un tanfo pazzesco. Facemmo il giro del piano terra, ma era vuoto. Il prete si diresse nel seminterrato, mentre io cominciai a salire i gradini. Il rumore di un animale in corsa mi mise in allarme, prima ancora di vederlo. Mi balzò addosso. Sparai due colpi, centrandolo, ma riuscii a scansarmi solo parzialmente. Fui trascinato a terra dal peso della creatura che, fortunatamente, era stata neutralizzata dai due spari. Mi rialzai tra le fitte di dolore causate dalle vecchie ferite e dalle contusioni appena procurate. Niente di rotto. Trovai il cadavere sbranato di una donna, ma per il resto, il piano era pulito. Scesi e trovai padre Roberto che puliva lo spadone in salotto.
– Qui abbiamo finito.
Il prete era freddo ed efficiente. Molto sicuro di sé e delle proprie capacità, sembrava uscito da un romanzo fantasy. Non incarnava l’eroe che stava maturando, bensì l’eroe che aveva già sconfitto il nemico finale e, nel pieno delle forze, cominciava un’altra avventura, spianando come uno schiacciasassi, gli avversari di rango più basso. Sirene in lontananza suggerirono che era ora di muoversi.
Fuori, la gente osservava da una certa distanza, incuriosita. Qualcuno dal mucchio chiedeva cosa fosse successo. Facendo sfoggio della mia faccia tosta, dissi di non avvicinarsi alla casa fino all’arrivo delle pattuglie. Senza che nessuno cercasse di fermarci, salimmo in macchina e ripartimmo.
– Ho idea che da qui in poi, incontreremo dei problemi.
– La lotta contro il male non è mai semplice.
– Non è del male che mi preoccupo, ma se non cambiamo macchina, presto sarà la polizia a darci la caccia. Con tutti quei testimoni vuoi che nessuno abbia preso la targa? Ci hanno visti in faccia, possono tranquillamente fornire decine di descrizioni.
– Basterà non farsi prendere, allora.
– Sono convinto che tu la stia facendo troppo semplice.
– E tu troppo complicata. Per queste cose ci va ottimismo. E fede.
– Non è con l’ottimismo che si bloccano le pallottole. Se ci fermano a un posto di blocco che gli diciamo, che stiamo dando la caccia ai demoni per salvare la mia anima?
– Nel caso succeda, ci inventeremo qualcosa.
– Beh, vediamo di non farlo accadere allora, cominciando col cambiare macchina.
– Uno dei comandamenti dice di non rubare. – Mi disse spazientito.
– Ossignore, cosa mi tocca sentire.
– Ce n’è anche un altro che dice di non nominare il nome di Dio invano.
Lo guardai stizzito. Improvvisamente mi ero ricordato per quale motivo detestassi i preti.
– C’è per caso un comandamento che vieta le auto a noleggio? – Chiesi in tono ironico.
– No, né io né il Signore abbiamo nulla contro il noleggio.
Lasciammo la vettura in un parcheggio coperto e ci dirigemmo al più vicino autonoleggio. Convivere col prete non era semplice e sul foglio c’erano ancora tredici nomi. Ma c’era tempo, erano le quattro e mezza del pomeriggio. Alle cinque ripartimmo con un nuovo veicolo. Preso legalmente.
Roba da matti.
*
Da quel momento, tuttavia, ogni forma di ilarità e di battibecco terminò, le ore successive furono ore di sangue e di morte, di cui preferirei non parlare. Ho fatto e visto cose che non avrei mai immaginato, ma se smettessi di scrivere farei torto a un ipotetico lettore, oltre a me stesso, dal momento che ho ancora tempo prima dell’alba e devo restare lucido. Non credevo fosse un compito così impegnativo. Il diavolo non si è mosso, continua a scrutare i miei gesti con attenzione. Sorride, sbuffa, ogni tanto si mette persino a giocare con delle nuvolette di fumo, che produce lui stesso, dall’odore sulfureo. Penso che l’attesa lo stia annoiando. Ma la curiosità lo tiene qui. Un conflitto interessante per una creatura ultraterrena. Noia e curiosità. Sembra così umano. Torniamo a noi, alla storia.
*
Avevamo girato per il centro città, creando il panico nei cittadini, ma riuscendo a togliere di mezzo tre belve. Nel frattempo, si erano fatte le diciannove e il mio ultimo sole stava cominciando a calare. Iniziava quella che poteva essere l’ultima notte della mia vita.
Mentre guidavo, seguendo la direzione indicata da padre Roberto, buttai un’occhiata veloce alla lista. Per poco non mi venne un colpo. Erano comparsi almeno una ventina di nomi in più dall’ultima volta che avevo guardato. Finii quasi fuori strada e imprecai.
– Che succede?
– Problemi di carattere numerico. – Risposi.
Smise di puntare verso la meta successiva e diede un’occhiata al foglio.
– Lo avevo percepito, mentre ci spostavamo. Sembra che le bestie si stiano facendo furbe. Non uccidono più, ma feriscono per allargare il branco.
– Così tanti, tutti insieme? Com’è possibile?
– Penso che lo scopriremo presto, la nostra prossima destinazione è il luogo dove si è verificata l’anomalia.
Con un brutto presentimento, continuai a guidare fino a quando padre Roberto non mi fermò. Eravamo davanti ad un orfanotrofio.
– Stai scherzando vero?
Padre Roberto non disse nulla. Scese dalla macchina con lo spadone e si avviò lungo il vialetto, verso l’ingresso. Caricai il fucile e controllai la pistola, poi lo seguii. Entrammo nella struttura. Era tutto buio. Cercai tentoni l’interruttore e accesi la luce: una scala saliva al piano superiore, mentre diverse porte conducevano ad ambienti attigui. Davanti a noi c’era un bambino. Da una ferita alla spalla il sangue colava lungo il braccio fino alla mano, per formare una piccola pozza a terra. Ci guardava.
– Aiutatemi. – Disse.
Merda.
Il prete sollevò la spada e si avvicinò.
– Cosa credi di fare? – Esclamai, trattenendolo.
– Quello che è necessario. – Mi rispose senza voltarsi.
– E’ solo un bambino!
– È stato toccato dal male, presto si trasformerà.
Si liberò dalla mia stretta con uno scrollone e lo decapitò con un unico colpo. Restai a guardare inebetito, senza fare nulla, in un tumulto di emozioni.
– Tu ce l’hai un cuore? Sei sicuro di essere un prete?
Lui si voltò, impassibile, ma con il fuoco che gli ardeva negli occhi.
– Io ho un cuore. E sanguina per loro, ma ho anche una missione. Che la tua anima sia in gioco o no, io dovrei comunque fare quello che sto facendo.
Non seppi cosa rispondere: era il primo accenno di umanità che vedevo il lui. Non gli piaceva quello che faceva, ma lo faceva ugualmente. Non doveva essere facile mostrarsi così impenetrabili e tenersi tutto dentro.
– Adesso datti una mossa e fai attenzione. Oltre ai piccoli ci sono almeno tre belve, qui dentro. Stanno cominciando a radunarsi.
Scavalcò il corpo del bambino e varcò la prima porta. Lo vidi scomparire, ma non lo seguii. Non mi andava di stargli vicino in quel momento. Avevo bisogno di combattere quella battaglia da solo. Sapevo perfettamente che anche se erano solo bambini, il loro destino era segnato.
Mi riscossi e mi avviai su per le scale, facendo attenzione ai rumori. Arrivato al piano di sopra, mi trovai in un corridoio speculare a quello del piano inferiore. Mi diressi verso la porta in fondo, mentre dal piano di sotto provenivano suoni di lotta. Quel prete mi era necessario, ma non ero sicuro di volere che sopravvivesse. Poi mi vergognai di quel pensiero.
Aprii la porta con un calcio. Mi trovavo in un dormitorio. Su ogni letto c’era un bambino a un diverso stadio di trasformazione. Quelli in stato più avanzato si contorcevano come ossessi, soffrendo, mentre quelli ancora normali piangevano, sapendo che quello era il loro inevitabile destino. Al centro della camera, una belva faceva la guardia: non mi saltò addosso, anzi. Un comportamento decisamente anomalo rispetto agli incontri precedenti. La bestia emise una sorta di ululato grottesco. Subito i ragazzini in stato di trasformazione avanzata, corsero giù dai letti e si misero davanti a farle da scudo. Da un’altra apertura uscì un altro mostro, che venne verso di me a passi lenti. Non sapevo che fare. Mi stavano accerchiando. Quando la seconda bestia passò davanti alla scala, venne decapitata.
– Che stai aspettando? – Mi gridò il prete. – Tu non hai scelta, come non ce l’hanno loro!
Mi misi a piangere quando tirai il grilletto del fucile. Una, due, tre volte. Fino a quando la bestia e i bambini che le stavano davanti non furono abbattuti. Gli altri, a quella vista, saltarono giù dai letti e si misero a piangere, gridare, invocare aiuto. Estrassi la pistola ed entrai. Per quanto continui anche ora a dirmi che fu una cosa necessaria, la morte di quei ragazzini è un pesante fardello da portare.
Quando anche l’ultimo giacque morto ai miei piedi, fui raggiunto dal prete. Mi mise una mano sulla spalla.
– Non essere troppo duro con te stesso. Tutta questa faccenda non è colpa tua. Non sono morti per colpa tua. Se non fossi stato tu, avrebbe dovuto farlo qualcun altro.
– Parole sante da un uomo di fede. – Disse una voce fin troppo familiare alle nostre spalle.
Ci girammo di scatto. Il diavolo era lì, seduto su uno dei letti, che si gustava la scena.
– Fate davvero un buon lavoro insieme. Ah, sareste degli ottimi comandanti per le schiere demoniache. Spargete sangue come fosse acqua sul raccolto.
Gli sparai in fronte. La pallottola fece un foro e uscì dall’altra parte, ma la ferita si rimarginò istantaneamente.
– Che gesto inutile. Dovresti risparmiare le cartucce per quelli che puoi uccidere sul serio. – Disse, indicando platealmente la stanza e i piccoli cadaveri.
Sentii di nuovo la forza che mi pulsava nelle vene. Mi avvicinai pronto a un nuovo round.
– Sul serio, tu sei un essere umano speciale, ma credi veramente di riuscire a colpirmi di nuovo senza l’effetto sorpresa? – Mi disse, alzandosi.
Pensando a quanto stavo male io e a quanto stava bene lui, sentii la furia affiorare dentro di me.
Alzò la mano e di nuovo la sua forza mi schiacciò a terra. Non ci andava leggero, o almeno non come la prima volta. Mi posò lo zoccolo caprino sulla tempia, guardandomi beffardo.
– Sei debole. Sei ancora debole. Potrei schiacciarti la testa con una facilità disarmante. Però hai un sacco di potenziale inespresso e io voglio vederlo. Te lo caverò anche a costo di distruggere la tua psiche.
Il diavolo fece un balzo indietro, incalzato dal prete. Cercò di respingerlo usando la stessa forza usata contro di me, ma bastò solo a rallentarlo. Una sorta di medaglione sgusciò fuori dalla veste del sacerdote. Il diavolo soffiò.
– Tu giochi sporco, prete!
Padre Roberto non rispose e, messo lo spadone a croce, cominciò a salmodiare.
– San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; contro le malvagità e le insidie del diavolo sii...
– Taci, miserabile! – Gridò il demonio bambino, imponendo entrambe le mani per esercitare il suo potere, che riusciva a far vacillare debolmente il prete, infrangendosi contro lo scudo eretto dallo spadone benedetto.
– ...ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime. Amen!
Il diavolo sparì, avvolto dal solito fumo. Restammo soli. Mi rialzai a fatica e cercai di capire. Alla fine ovviamente non ci riuscii e gli chiesi spiegazioni. Lui mi sorrise.
– Il medaglione che ho al collo è parte integrante dell’esorcismo di San Benedetto, il patrono degli esorcisti. Tra le altre sue capacità, serve a proteggere i combattenti. Unito alla benedizione sullo spadone, ha permesso al mio scudo di fermare la forza del demonio. Invece ciò che ho recitato per scacciarlo è la preghiera di liberazione a San Michele Arcangelo. Tuttavia non lo terrà lontano a lungo, se decide di tornare.
– Cosa bisogna fare per rispedirlo all’inferno?
– Purtroppo non è semplice. Mi pare di aver capito che sia qui in forma fisica, ovvero che si sia manifestato senza possedere nessuno. In questo caso, l’unica cosa che possiamo fare è continuare a colpirlo, fino a che non avrà esaurito l’energia che gli consente di restare. A quel punto, sarà costretto a tornare all’inferno e non potrà uscirne senza essere evocato di nuovo. C’è da considerare che la madre degli stupidi è sempre incinta e, da qualche parte nel mondo, c’è comunque qualcuno che cerca di invocarlo. In questo caso è un punto a nostro favore. Lui deve resistere alle invocazioni e questo gli sottrae energia in quantitativi più o meno grandi, a seconda del potere impiegato nel chiamarlo.
– Quindi potremmo semplicemente smettere di vederlo?
– Potenzialmente sì, confido nel Signore che sia così. Affrontare il diavolo è un compito spossante e noi abbiamo ancora da fare stanotte. Dobbiamo rimanere saldi negli intenti.
Un po’ barcollante, si diresse verso l’uscita. Io diedi un’ultima occhiata allo scempio, poi lo seguii. Mi rendevo conto che mi stavo appoggiando alla figura di padre Roberto. Senza di lui a fare il primo passo, io sarei rimasto fermo a girare su me stesso, come una trottola, aspettando la fine della spinta iniziale.
Rimanere saldi negli intenti. Difficile. Soprattutto dopo aver ucciso dei poveri innocenti. Sapevo che non sarebbe finita così: il diavolo l’aveva detto. Avrei dovuto soffrire. Non riuscivo a immaginare nulla di più terribile di sparare a dei bambini in lacrime. Rimanere saldi negli intenti. Con quelle parole a coprire tutto il resto, uscii dall’orfanotrofio e raggiunsi padre Roberto in macchina.
– La nostra prossima destinazione si trova da quella parte. – Mi disse stancamente, indicando col dito la direzione.
Misi in moto e ci avviammo. Sbirciando la lista, vidi che restavano solo dieci marchiati. Non andammo molto lontano, e come io avevo sussultato quando ci eravamo fermati davanti all’orfanotrofio, lui sussultò vedendo dove ci eravamo fermati: davanti a una chiesa.
– Signore proteggici. – Sussurrò a denti stretti, prima di scendere.
Lo raggiunsi e lo fermai.
– Posso farlo da solo. Tu sei ancora stanco.
Mi guardò, valutando la proposta. Si vedeva che era tentato di accettare. Poi sorrise stancamente.
– No. Devo esserci anch’io.
– Ne sei certo?
– Come potrei dirti di restare saldo negli intenti se poi sono il primo a sottrarsi? Sì, ne sono certo.
– D’accordo allora. Entriamo. Quanti sono?
– Uno soltanto.
Entrammo direttamente nella navata centrale. La pianta a croce latina non permetteva di vedere tutto l’ambiente dal nostro punto d’osservazione, ma quello che ci interessava era proprio davanti a noi, inginocchiato presso l’altare.
Uno dei marchiati. Metà uomo, metà bestia, lottava per mantenere il controllo, ma stava perdendo. Ci incamminammo lungo la navata. Lui ci sentì avanzare e si girò a guardarci.
– No! Andate via!
La sua voce stava perdendo umanità.
– Che succede papà?
Due bambini e una donna uscirono da una delle nicchie laterali.
Imprecai.
Padre Roberto al mio fianco era impassibile. Continuammo ad avanzare e scorsi tra le panche il cadavere di un prete. I bambini presero i ceri da un piedistallo e cominciarono a tirarceli contro.
– Lasciate stare il nostro papà. – Gridavano.
Anche la donna si era messa tra noi e l’uomo. Impugnava una pistola. Padre Roberto si fermò. Io caricai il fucile. La donna sobbalzò, ma ebbe abbastanza sangue freddo da non sparare. Il mio partner si sedette su una delle panche e restò a guardare.
– Che stai facendo? – gli chiesi.
– Loro sono innocenti. O almeno, sono ancora innocenti. Non posso ucciderli nella casa del Signore. Guardali. Stanno difendendo quella creatura, metà uomo e metà bestia, benché non abbia più nulla dell’uomo che conoscevano. Qualunque cosa io possa dire o fare, non li farà desistere. Non resta altro che aspettare che si trasformi del tutto e li uccida o li ferisca. Poi potremo abbatterli.
Fino a pochi minuti prima, per una frase del genere lo avrei preso per il bavero e gli avrei chiesto che cazzo gli passasse per la testa, ma ormai sapevo che, per quanto freddo potesse apparire, prendere simili decisioni lo lacerava dentro. Ero disperato, perché sapevo che aveva ragione. Decisi di fare un tentativo e tentai di parlamentare.
– Signora. Si volti e guardi la creatura ai piedi dell’altare. Quello non è più suo marito. Non è più il padre dei suoi figli. Tra poco la trasformazione sarà completa e a quel punto sarà lui a uccidervi.
– Fai silenzio! – Gridò la donna sparando in aria. I bambini si spaventarono e smisero di lanciare candele, andando poi ad abbracciare il padre, che si contorceva ai piedi dell’altare, cercando di pregare tra uno spasmo di dolore e l’altro.
– Sono sicura che c’è una spiegazione scientifica. Sono sicura che mio marito possa tornare normale. – Disse lei con una luce folle negli occhi.
Non c’era niente da fare. Mi sedetti di fianco a padre Roberto, disponendomi ad attendere l’inevitabile.
– Lacera il cuore, non è vero? – Disse una voce alle nostre spalle. – Una cieca dedizione che non porta altro che alla morte.
– Questa è una chiesa, terreno consacrato, come fai a essere qui?
– Questa era una chiesa fino a quando il sangue del prete non è stato sparso. A quel punto il terreno ha perso la sua sacralità. E tanto per amore di cronaca, il prete è stato ucciso dalla donna, perché non voleva lasciar entrare il marito. Quindi potreste tranquillamente uccidere loro e salvare i bambini, non credete?
Guardai il diavolo. Sorrideva. Guardai padre Roberto. Stringeva i denti, la mandibola talmente serrata da mettere in risalto i muscoli del viso.
– Le mie parole ti disturbano, prete? Puoi sempre cercare di scacciarmi come hai fatto prima. A meno che tu non sia un po’ stanco. Non sono l’unico che perde energia a quanto pare. Chi la finirà per primo?
– Giovanni. – Mi disse padre Roberto, ignorando il demonio alle nostre spalle. – Spara alla donna. Io penserò all’uomo.
– Vuoi dargli retta? – Chiesi allibito.
– Non c’è bisogno che tu la uccida. Solo che tu la ferisca. Ora mi alzerò e lei punterà l’arma contro di me. A quel punto tu dovrai sparare.
– Che piano ingegnoso. – Disse il diavolo alle nostre spalle. – Sono curioso di vedere come va a finire. Mi raccomando Giovanni, attento a non rendere orfani i due bambini. Sono convinto che, già così, quei due mi daranno un sacco di soddisfazioni quando saranno grandi.
– Adesso! – Disse padre Roberto, alzandosi.
La donna gli puntò contro la pistola. Io estrassi la mia e sparai. Solo che al momento dello sparo, il diavolo mi sfiorò il collo e un brivido mi percorse tutto il corpo. Avevo mirato al braccio, ma la colpii in fronte. Cadde morta senza avere la possibilità di dire addio ai suoi figli. Questi si staccarono dal padre e corsero dalla madre, piangendo e gridando.
– Ops! – Disse il diavolo, ridendo allegramente.
Mi girai di scatto, cercando di colpirlo con il dorso della mano, ma lui mi evitò agevolmente, continuando a ridere. Nel frattempo padre Roberto aveva raggiunto l’uomo che ormai aveva raggiunto lo stadio finale della trasformazione. Morì trafitto dallo spadone. Le grida dei bambini e la risata del demonio si mischiarono nell’aria. Padre Roberto ripulì lo spadone e lo agganciò alla schiena. Prese i bambini per mano e li trascinò all’esterno, lasciandomi da solo con il demonio.
– Allora, come ti senti? – Mi chiese il diavolo tra una risata e l’altra.
– Come vuoi che mi senta?
– Non dovresti prenderla così sul personale. Se solo ti decidessi a farmi vedere quello che nascondi davvero. Sei più forte di quel prete che si serve dei suoi patetici esorcismi. Io lo sento. Prima della fine di questa notte, voglio vedere quella forza. Capisci? Lo voglio!
– Se non me ne fregasse niente di quello che vuoi tu? Io ucciderò tutti i tuoi mostri e poi riuscirò a sconfiggere il veleno che mi circola nelle vene. La mia anima resterà a me. E tu resterai con le tue voglie.
– Vedremo, Giovanni, vedremo.
Scomparve. Un diavolo veramente molesto.
Raggiunsi padre Roberto fuori dalla chiesa. Stava parlando con i due bambini.
– Questi due vengono con noi fino alla più vicina stazione di polizia.
Anche se la polizia ci stava cercando, non me la sentivo di dirgli di no. Non dopo quello che avevamo fatto ai genitori. Guidai fino al posto di polizia più vicino e li lasciammo lì. Anche padre Roberto capiva che non potevamo entrare, perché ci avrebbero sicuramente trattenuti.
Io e padre Roberto continuammo la nostra folle caccia notturna. Anche se cercava di nasconderlo, aveva l’aria stanca. Tuttavia continuava a indicarmi la strada. Giungemmo davanti a una villetta a schiera in uno dei quartieri residenziali. Un altro luogo dove il rumore avrebbe attratto l’attenzione. Le luci all’interno erano accese.
– C’è qualcosa di strano. – Mi disse padre Roberto.
– Che cosa?
– In casa ce n’è uno, ma percepisco che gli altri non sono lontani.
– Una trappola?
– Probabilmente.
– Quindi?
– Abbiamo scelta?
– Io non ce l’ho, di sicuro.
– Allora abbiamo la nostra risposta.
– Roberto.
– Sì?
– Grazie.
Padre Roberto mi sorrise stancamente.
– È presto per i ringraziamenti. Mi ringrazierai domattina, quando sarà tutto finito e potremo riposarci un po’.
Annuii. Caricai di nuovo le armi. Sei colpi nel fucile, quindici nella Beretta. Con la pistola però bisognava avere fortuna e colpire zone deboli. Per ricaricare il fucile serviva tempo. Sperai di avere fortuna. Ci avviammo verso la casa. La porta era aperta. Solo porte aperte o sfondate per noi quella notte. Meglio così.
Non ci mettemmo molto a trovare il bersaglio: era in salotto, seduto sul suo divano, un cellulare all’orecchio. L’uomo marchiato non presentava alcun segno di metamorfosi, ma aveva negli occhi una luce malvagia.
– Sono entrati ora. Cercherò di trattenerli. Mi raccomando, fate presto, sono armati e vogliono uccidermi.
Chiuse la conversazione e appoggiò il cellulare sul tavolino, con gesti misurati.
– Vi stavo aspettando. – Ci disse. – Posso invitarvi a sedere un momento con me?
Un comportamento bizzarro. Padre Roberto non sembrava incline alla conversazione, ma lo fermai e gli feci un cenno. Lui non protestò. Mi sedetti a mia volta.
– E ora che ci siamo accomodati?
– Ora non dovete far altro che aspettare di essere arrestati. Nella fretta, non vi siete accorti che fuori sono già appostati degli agenti che faranno irruzione non appena arriveranno i rinforzi. Vi sta cercando parecchia gente.
– Perché fai questo?
– Perché a me non dispiace questo potere. Osserva.
Tese la mano che si trasformò in una zampa dotata di artigli. Poi tornò normale, quindi fu il turno della testa che si mutò in un muso sbavante e ringhiante, per poi tornare a essere una testa.
– Se riesci a controllarlo, non è tanto male. Per quanto riguarda l’anima, il diavolo mi ha assicurato che ha un occhio di riguardo per chi lo serve fedelmente.
Roberto scoppiò in una risata carica di disprezzo.
– Fidarsi del demonio. Che idiozia.
– Idiozia o no, voi tra poco sarete storia, mentre io potrò fare quello che mi pare.
– Se ti sparo in fronte invece?
– Allora troveranno il cadavere di un uomo e tu verrai incriminato per omicidio.
– Sembri molto sicuro che non sparerò.
– Ragionevolmente certo, sì. Forse perderai la tua anima, ma non vorrai passare il resto della vita in carcere no?
– Magari scopro che il carcere mi piace.
Sgranò gli occhi quando capì che facevo sul serio. Gli sparai in testa. Non fece in tempo a trasformarsi. Morì come un idiota.
– C’era bisogno di sedersi e perdere tutto questo tempo per ucciderlo? – Mi chiese padre Roberto.
– Mi sembravi affaticato, pensavo ti facesse bene riposarti un po’. – Gli risposi con un sorriso tirato. – Ora sappiamo che fuori dalla porta ci sono degli agenti.
Rumori dall’esterno e grida mi dissero che i poliziotti non sarebbero rimasti all’esterno a lungo. Guardai padre Roberto.
– Sono innocenti, giusto?
– Non sono tutti innocenti, ma in questo caso fare distinzioni porterebbe a un fraintendimento. Che terminerebbe con la nostra morte, temo.
– Dobbiamo arrenderci senza combattere?
Annuì.
– Merda!
Posai le mie armi sul tavolino prima che gli sbirri facessero irruzione nella stanza. Nel giro di dieci minuti eravamo su una macchina, diretti in centrale. Non era una bella situazione. Non lo era per niente. E cominciava a farsi tardi. Padre Roberto manteneva la calma, decisi di fare lo stesso. In qualche modo ne saremmo usciti. Continuai a ripetermelo lungo il tragitto. Durante la sosta per la foto e le impronte. Durante la telefonata di padre Roberto. Fino a quando non ci misero in una cella in attesa di essere tradotti in carcere, l’indomani. A quel punto cominciai a sospettare che non ce l’avremmo fatta.
– Siamo al capolinea.
– Il signore opera in modi misteriosi. – Mi rispose criptico.
Restammo in silenzio per un tempo indefinito. Non sapevo cosa stesse pensando, ma sapevo cosa stavo pensando io. Sapevo che in quarantotto ore scarse avevo sparso più sangue di quanto avessi mai creduto possibile. Mi veniva da vomitare. Anche se in realtà l’unico sangue di cui mi importava veramente era quello della mia piccola vipera. Lei sì che era stata una vittima innocente. Certo, anche i bambini all’orfanotrofio non avevano fatto nulla, non avevano meritato quello che era accaduto loro. Ma la mia piccola vipera aveva la priorità nel mio cuore.
Fui riscosso dalle grida che risuonarono nella centrale. Si sentirono spari, urla, bestemmie e infine il silenzio. Qualcosa, là fuori, aveva fatto piazza pulita. La porta delle celle si aprì e ne entrò un uomo ferito e barcollante. Venne verso di noi. Si appoggiò alle sbarre: le mani si trasformarono in zampe. Le inferriate furono divelte in pochi secondi.
Eravamo fottuti!
– Avete poco tempo. Gli altri stanno arrivando per fermarmi.
Non eravamo fottuti!
Padre Roberto si avviò come un fulmine fuori dalla stanza, passando accanto all’uomo, senza una parola di ringraziamento.
– Perché fai questo per noi? – Gli chiesi stupito.
– Io ho fatto tante cose in vita mia, ma non ho mai pensato veramente di invocare il diavolo e offrirgli la mia anima. Anche se l’ho persa, non voglio che altri la perdano a causa mia. La mia mente e il mio corpo appartengono ancora a me. Posso disporne come voglio. Ora vattene. Io morirò qui per mia stessa mano, non mi lascerò uccidere. Buona fortuna.
Non feci neanche in tempo a ringraziarlo. Si squarciò la gola con i suoi stessi artigli. Cadde a terra in una pozza di sangue. Emise qualche rantolo, poi morì.
– Che idiota! Se non l’avessi visto con i miei occhi, non ci crederei!
– Perché devi sempre apparire alle spalle della gente?
– Abitudine, credo. Tende a spaventare. Mi piace quando le persone si spaventano.
Mi girai a fronteggiarlo.
– Non puoi controllarli.
– Non del tutto, no. C’è sempre il libero arbitrio di mezzo. – Rispose seccato.
– Beh, grazie al suo intervento sono ancora in pista.
– Ricordati che per arrivare da te ha ucciso tutti quelli che stavano qui dentro. Non si è dimostrata una brava persona. Penso l’abbia fatto per farmi un dispetto. Per quanto ti riguarda, mi pare di ricordare che, quando qualcuno di voi è particolarmente fortunato, diciate che ha ‘più culo che anima’.
– Serve un po’ di fortuna ogni tanto no? Ora scusami, ma sembra che le tue bestiacce stiano convergendo qui per farci a pezzi. Sarà il caso di accoglierle come meritano.
Dissi, voltandogli le spalle e avviandomi verso l’uscita.
– Vai, che la notte non è finita ancora. Continua a ballare per me. – Disse alle mie spalle.
Raggiunsi padre Roberto nella sala che dava sulla strada, lui mi gettò il fucile. Controllai. Ancora carico. Cercai altre cartucce, mentre il mio amico prete, a occhi chiusi, controllava i movimenti delle belve. Trovai quello che cercavo appena in tempo.
– Sono qui!
Quando il portone della stazione di polizia crollò sotto l’assalto delle bestie, mi sembrò di trovarmi davanti al cancello dell’inferno. Un inferno fatto di zanne e artigli, di occhi colmi di malvagità e promesse di dolore eterno.
Sparai a ripetizione nel mucchio, quattro colpi, ma non riuscii a fermare l’impeto delle creature. Entrarono come un fiume in piena e si sparpagliarono in fretta, per non offrire un bersaglio facile. Padre Roberto, protetto dal suo talismano, cominciò la sua danza di morte in mezzo a loro, ombra tra le ombre, riconoscibile solo dallo scintillio dello spadone benedetto che balenava nell’aria. Vidi tutto con la coda dell’occhio, perché anch’io dovetti ingaggiare battaglia. Colpii una bestia che puntava contro di me, centrandola in pieno, ma non riuscii a voltarmi abbastanza in fretta per sparare a un’altra che mi caricava dalla direzione opposta. Saltai via e cercai di rimettermi in piedi, ma non potei far altro che rotolare su me stesso, prima che una terza mi sfiorasse il petto con una zampata che spaccò le piastrelle del pavimento. Continuai a lanciarmi qua e là fino a trovarmi di fianco al cadavere di un poliziotto. Presi la sua pistola e rotolai via di nuovo. Ora le tre bestie si trovavano di fronte a me, a ventaglio. Con un solo colpo nel fucile e una pistola che, a meno di colpi fortunati, non serviva a nulla, dovevo azzardare. Le ferite mi facevano un male cane, ma l’adrenalina attutiva il dolore. Balzarono contemporaneamente. Mi gettai contro di loro scivolando a terra all’ultimo momento. Mi passarono sopra. Io, sotto di loro, con l’ultimo colpo di fucile aprii la pancia a uno dei mostri: fui inondato di sangue scuro. Mi sentivo come Sandokan contro la tigre. Solo che di tigri ce n’erano tre. Mi rimisi in piedi per fronteggiare di nuovo i miei avversari. Credo sapessero che avevo finito i colpi. Misi la pistola nei pantaloni e imbracciai il fucile come una mazza da baseball. Se me la giocavo bene, potevo ancora farcela. Le due bestie si avvicinarono piano, senza troppa fretta. Cominciarono a tirare zampate, che io cercavo di evitare. Alla fine una saltò, la bocca già aperta. Mi slanciai in avanti e le infilai il fucile dritto in gola, fino al calcio, ma non riuscii a evitare una zampata dell’altra, che mi aprì il braccio sinistro dal polso alla spalla. Barcollai indietro. La bestia stava soffocando. Ne restava ancora una e stavo perdendo sangue. Presi la pistola e pregai che il caricatore fosse pieno. La belva avanzò a zig zag, velocissima. Non potevo sprecare colpi. Aspettai fino all’ultimo secondo, quando mi fu addosso, infilai l’avambraccio nella bocca della creatura e svuotai il caricatore nella gola, insistendo nello stesso punto. Lo svuotai prima di toccare terra. Poi tutto divenne nero.
Rimasi svenuto per non più di due o tre minuti. Il peso della bestia morta sopra di me era opprimente. Riuscii a sfilare il braccio dalle fauci serrate. Fortunatamente era morta prima di fracassarmi le ossa. Mi aveva dato un bel morso, però. Con il braccio libero, mi divincolai per sgusciare fuori. Ci impiegai diversi minuti, ma alla fine mi liberai. Fu allora che mi accorsi del silenzio che regnava sovrano. Mi alzai a fatica, mentre il mio corpo urlava proteste. Vidi padre Roberto in piedi, appoggiato allo spadone. Non capii subito chi reggesse chi. Era conciato piuttosto male: l’abito era strappato in diversi punti e non si capiva bene quanto del sangue che lo copriva fosse suo e quanto delle belve che giacevano uccise. Mi sorrise e mostrò il pollice alzato.
Avevamo combinato un bel casino.
Barcollando riuscimmo a trovare l’infermeria. Non restò molto della dotazione di disinfettanti e bende dopo il nostro passaggio. Sembravamo due mummie. Ed eravamo a pezzi.
– Ancora uno. – Disse padre Roberto, stancamente.
– Ancora uno. – Ripetei, sbirciando la lista.
Mi accorsi che il mio nome era apparso in una casella recante la scritta “Premio”. Compariva e scompariva, come se non fosse sicuro di restare o no. Chiesi lumi.
– Con tutte le ferite che ti hanno inferto, il quantitativo di veleno che ti circola nelle vene è alto. Sarà difficile combatterlo, ma non impossibile. Ricorda, quel foglio è lì per scoraggiarti, se il tuo nome dovesse divenire indelebile, ciò non corrisponderebbe necessariamente a verità!
– Spero tu abbia ragione. E tu invece?
– Io sono protetto dal medaglione. Non basterà una semplice ferita per infettarmi.
Trovai le chiavi di un auto di servizio e uscimmo dalla stazione. Padre Roberto indicò la direzione e, in meno di mezz’ora, fummo fuori città, davanti a una vecchia chiesa. Il diavolo ci aspettava sulla soglia.
– Dalla spocchia con cui siete usciti dalla cella, pensavo ci metteste di meno ad arrivare. Siete ridotti piuttosto male. – Disse ridacchiando – L’ultima delle mie creature è lì dentro e vi aspetta.
Lo superammo senza dire una parola.
– Merda! – Esclamò padre Roberto.
Lo guardai esterrefatto. Non lo avevo ancora sentito imprecare da quando lo avevo incontrato. Davanti a noi c’era una donna incinta.
Il diavolo, che ci aveva seguiti, scoppiò in una fragorosa risata, poco adatta alle sue sembianze di fanciullo. La donna era spaventata e, nonostante il marchio, non presentava segni di trasformazione.
– Come ve la caverete adesso? – Ci canzonò il demonio. – Se ucciderete lei, ucciderete anche l’innocente nascituro.
Rideva e ballava, battendo le mani, mentre io e padre Roberto fissavamo la donna.
– Tienimi questo. – Disse padre Roberto, passandomi lo spadone benedetto.
Si avvicinò alla donna e, tratto da una tasca interna un libriccino miracolosamente integro, le impose una mano sulla fronte e cominciò a leggere a voce alta. Il tono era diverso da quello utilizzato quando parlava. Era più profondo e più caldo. Dava una maggiore sensazione di forza. Il diavolo smise di danzare e soffiò, dirigendosi verso l’uscita e arrestandosi a distanza di sicurezza. Il rito proseguì a lungo, in un crescendo di volumi, fino alla benedizione finale. La donna fece per accasciarsi, ma padre Roberto la prese al volo, adagiandola piano sul pavimento, poi si lasciò cadere su una delle panche, esausto.
Mi avvicinai.
– Guarda la lista. – Mi disse.
Non c’erano più nomi, il foglio era bianco. Restava solo il mio, che andava e veniva.
– Ha funzionato. Ce l’hai fatta.
– No, amico mio. Stanotte ce l’abbiamo fatta, insieme.
*
Il resto è storia, come si usa dire in questi casi. Io sono qui in catene, nella cripta della chiesa dove padre Roberto ha esorcizzato la donna e ha eliminato il marchio con gran dispendio di energie. Aspetto l’alba. Ormai ho fiducia nel fatto che non mi trasformerò, le parole di padre Roberto sono come un faro che illumina la notte e io mi ci aggrappo con tutte le mie forze. Rimanere saldi negli intenti. È proprio quello che ho intenzione di fare.
*
Giovanni posò la penna e lanciò un’occhiata al demonio bambino, nell’ombra. Nessuno dei due disse nulla per molto tempo. Quando infine giunse l’alba, non accadde niente. Giovanni non si trasformò. Aveva vinto la battaglia. Aveva salvato la sua anima. Il diavolo si alzò dal punto in cui lo aveva osservato scrivere per metà della notte. Il viso da fanciullo era imbronciato.
– Pare che tu abbia vinto. Tra poco padre Roberto verrà a liberarti dalle catene e tu sarai libero di andare. – Disse.
– Sembra di sì. Senza di lui non ce l’avrei mai fatta.
– Già, è quello che stavo pensando.
– Che cosa vuoi dire?
Il diavolo non rispose, aprì la porta della cella e la chiuse alle sue spalle. Giovanni rimase solo, ma riuscì a captare una discussione oltre la soglia, sebbene non capisse cosa stessero dicendo. Una gran luce rossastra divampò nel corridoio e si udirono urla umane e disumane, accompagnate da un forte odore di zolfo. Poi, rapido come era cominciato, tutto finì. La luce si spense e calò il silenzio.
Il diavolo rientrò nella stanza, portando con sé lo spadone benedetto di padre Roberto. Era evidente che non riusciva a impugnarlo. Lo prendeva con due dita e lo lanciava un po’ avanti. Poi un colpetto con lo zoccolo. Un altro lancio. Un altro colpetto. Alla fine lo spadone si trovò davanti a Giovanni, pochi centimetri oltre la portata delle sue catene.
– Che cosa hai fatto a padre Roberto, bastardo! Che cosa hai fatto al mio amico? – Gridò Giovanni.
– Come tu stesso hai ammesso, senza padre Roberto non ce l’avresti fatta a portare a termine l’impresa. Quindi mi sento defraudato. Come se non bastasse, non mi hai ancora mostrato la tua forza. Così ho deciso di fare un nuovo gioco.
– Fottiti, tu e i tuoi giochi. Dimmi cosa hai fatto a Roberto!
Il diavolo sorrise.
– Due potenti esorcismi nel giro di una notte. Il tuo amico era molto stanco e le sue protezioni divine erano provate, così sono riuscito a imporgli il marchio. Nonostante le sue condizioni, ho fatto fatica, perché da lassù lo proteggevano. Ma, dal momento che io sono qui e loro no, ho vinto io. L’anima se la sono presa loro, se questo può farti stare meglio.
– L’hai ucciso!
– Sì, ma non è questo che stavo dicendo.
– L’hai ucciso!
Il diavolo gli diede uno schiaffo.
– Adesso calmati e ascolta. Quando ciò che resta del corpo di quel pretastro si sarà trasformato, il suo unico obiettivo sarà sbranarti. Se prima di allora riuscirai a prendere lo spadone, ti salverai. Se non ce la farai, morirai. Non ti sembra equo? Se tu riuscissi a utilizzare la tua forza latente, romperesti queste catene come se fossero carta. Purtroppo ho consumato troppa energia e non potrò assistere allo spettacolo in prima persona, ma lo seguirò con interesse. Che altro dirti, se non che ti tengo un posto in caldo?
Scomparve in una nuvoletta di fumo, lasciandosi dietro gli echi di una risata malvagia.
Giovanni sentiva dei rumori provenire dall’esterno. Non sapeva quanto tempo avesse, doveva prendere lo spadone a costo di staccarsi un braccio. Se la ‘vera fede’ era una fonte di energia, quello era il momento giusto per utilizzarla: ma le catene non cedevano di un millimetro e i rumori si facevano sempre più violenti e convulsi. Se solo avesse conosciuto un modo per svegliare quella forza latente! Se solo fosse riuscito a liberarsi dalle catene! Se solo fosse riuscito a mettere le mani sullo spadone di padre Roberto!
Il frastuono cessò e un lungo verso straziante echeggiò nel corridoio.
Quando l’ultima eco fu spenta, Giovanni vide la porta aprirsi. Lo spadone giaceva lì, pochi centimetri oltre la sua portata.
La bestia lo fissava con odio. La paura gli serrò lo stomaco. Poi la belva balzò e tutto si fece confuso.
*
Giovanni si svegliò di soprassalto e si tirò a sedere di scatto. Era in un letto, in una stanza sconosciuta. A prima vista, la camera di un albergo. Non aveva idea di come avesse fatto ad arrivare fin lì, il suo ultimo ricordo era quello della belva, che un tempo era stata padre Roberto, che gli saltava addosso per sbranarlo. Si rese conto che le ferite erano state curate mentre era privo di conoscenza. Però era solo. Si alzò e guardò fuori dalla finestra. Era in centro, riconosceva il posto. Che ci faceva lì? Chi lo aveva portato? Come aveva fatto a liberarsi delle catene? Come aveva fatto a sopravvivere?
Diede un’altra occhiata alla stanza. Non c’era niente di particolare in quel luogo. Alcuni oggetti posati sul tavolo attirarono la sua attenzione.
Il primo era l’elenco delle persone da uccidere, che il diavolo gli aveva dato. In fondo, alcune parole: Ti è andata bene. Giocheremo ancora.
Un brivido freddo gli corse lungo la schiena. Il secondo oggetto era un medaglione, quello indossato da padre Roberto. Il terzo era un foglio piegato in due. Lo lesse.
Caro Giovanni,
nostro fratello Roberto ci ha parlato di te e della tua situazione, durante la telefonata dalla stazione di polizia. Siamo riusciti a trovarti prima che fosse troppo tardi e ti abbiamo aiutato, anche se forse non ce ne sarebbe stato bisogno. Purtroppo nostro fratello non ce l’ha fatta ma, salvandoti, ha reso un grande servizio al Signore e noi pregheremo a lungo per lui. Vogliamo farti sapere che non sei solo. Non lo sarai mai.
Resta saldo negli intenti.
Il biglietto non era firmato. Dunque padre Roberto aveva contattato qualcuno dalla stazione di polizia. Il messaggio diceva che non avrebbe avuto bisogno di aiuto. Aveva liberato la sua forza? Era stato salvato? Non riusciva a ricordare nulla. Forse, si disse, era meglio così.
Voltò le spalle ai tre oggetti e guardò nuovamente fuori. Il sole illuminava il mondo, come ogni giorno e la gente ignara camminava per strada, come sempre, inseguendo chissà quali occupazioni e pensieri.
Per quanto lo riguardava, era felice di essere ancora lì. Non si preoccupava di come avrebbe fatto a vivere o quali spiegazioni avrebbe dovuto dare. Era solo felice di vedere ancora la luce del giorno.
Continuavano a tornargli alla mente padre Roberto e le sue parole, tanto da dargli l’impressione che fosse ancora al suo fianco.
– Resta saldo negli intenti. – Ripeteva la voce dentro di lui.