il numero sei
italian
La testa gli girava. Aveva una strana sensazione di vuoto allo stomaco e di smarrimento generale. Allungò una mano per prendere l’orologio dal comodino di fianco al letto e vedere che ora fosse, ma afferrò solo l’aria. Com’era possibile? Il comodino doveva trovarsi proprio lì. Controvoglia, combattendo il sonno, si tirò su un gomito e si costrinse ad aprire un occhio. Quello che vide non gli piacque per niente. Si trovava in una stanza di circa quattro metri per quattro, apparentemente vuota, se non per il letto sul quale si trovava e un televisore LCD spento, sulla parete opposta. I muri erano di un verde pallido, vagamente rilassante per gli occhi, mentre le piastrelle del pavimento erano di un verde un po’ più scuro. La luce era fornita da diversi faretti incassati sul soffitto. In generale, l’arredamento più minimal che avesse mai visto in una camera. Una porta alla destra del letto, chiusa, permetteva probabilmente l’accesso ad altri locali e a un’ipotetica uscita. Il fatto di sapere che fosse chiusa anche senza provare ad aprirla, era dovuto a un led rosso lampeggiante posto di fianco ad essa. Tutto molto bizzarro. Tutto molto diverso dalla sua stanza, dove in realtà avrebbe dovuto trovarsi in quel momento. In condizioni normali sarebbe stato colto dal panico nello svegliarsi in un luogo sconosciuto, ma lo stordimento era tale che non gli riusciva di provare paura. Solo un grande senso di curiosità, seguito a ruota dalle classiche domande del genere: dove mi trovo, cosa ci faccio qui, chi mi ci ha portato, cosa vogliono da me e via discorrendo. Infine si accorse della telecamera. Fu l’ultimo pezzo dell’arredamento che notò, posizionato nell’angolo, sopra la sua testa. Non fosse stato per il ronzio che questa aveva emesso ruotando per inquadrarlo, non se ne sarebbe accorto. Chiunque fosse dall’altra parte, ora sapeva che era sveglio.
Come per rispondere alle mute domande che rivolgeva alla telecamera, lo schermo del televisore si accese. Dopo un breve stacchetto musicale che lui non riconobbe, sullo schermo comparve un logo. Un cerchio formato da spicchi di uguale dimensione, ma di diversi colori, con tanti ghirigori decorativi e un cerchietto più scuro al centro. Un logo piuttosto brutto, a dir la verità, ma lui si guardò bene dall’esprimere la sua opinione a voce alta. Non aveva intenzione di indispettire chiunque l’avesse portato fin lì.
– Buongiorno numero sei. – Disse una voce femminile attraverso gli altoparlanti del televisore. – Il mal di testa e le altre sensazioni strane che provi, dovrebbero dissolversi nel giro di quaranta secondi circa.
Infatti, quaranta secondi dopo, tutto il malessere e lo stordimento provati si dissiparono come nuvole spazzate via da un vento impetuoso, lasciandolo lucido e reattivo. Certo, lui non avrebbe saputo dire se fossero passati esattamente quaranta secondi, tuttavia doveva ammettere che chi faceva le stime, le calcolava con una certa precisione prima di sparacchiare numeri a caso.
– Come avrai notato, numero sei, quella in cui ti trovi non è la tua stanza. Un’osservazione a dir poco ovvia. Necessaria, tuttavia. Alcuni soggetti rifiutano la realtà fino al momento in cui non viene espressa ad alta voce da qualcuno. Un’altra cosa che avrai notato, è che mi rivolgo a te con l’appellativo numero sei, invece che col tuo nome di battesimo, per evitare spiacevoli fraintendimenti e casi di omonimia durante le comunicazioni. Il numero sei, da questo momento, sarà il tuo numero identificativo, se qualcuno dovrà dirti qualcosa, lo farà rivolgendosi a te in questo modo. Ti invito a lasciarti alle spalle il tuo nome di battesimo per un po’, aggrapparsi ad esso ti servirà solo a ricordare il passato e creare inutili blocchi psicologici. Finché ti troverai in questa struttura, il consiglio è di pensare a te stesso come al numero sei. Tutto chiaro, fin qui?
Numero sei non gli suonava malaccio, anche se doveva ammettere che preferiva il suo soprannome, “Mono”. Che con il suo nome di battesimo, Andrea De Stefano, non c’entrava nulla. Miracolo dei soprannomi. Gli amici erano sempre in grado di trovartene uno sconveniente, ma adeguato. Decise che non era ancora il caso di fare domande e di limitarsi a rispondere affermativamente, per sentire dove avesse intenzione di andare a parare la donna che gli parlava.
– Tutto chiaro.
– Ottima reazione, numero sei. Possiamo passare alla fase successiva. Se osservi la porta, noterai che il colore del led è passato da rosso a verde. Attraversandola, potrai accedere a un locale bagno, attrezzato di tutto quello che potrebbe servirti. Accappatoio, asciugamano, ciabatte, spazzolino da denti, sapone, rasoio e via dicendo. Hai un’ora di tempo a disposizione, terminata la quale, ti saranno fornite altre istruzioni. Sei pregato di non lasciare nulla in questa stanza, perché una volta lasciato, non ti sarà più possibile accedere a questo locale. Hai delle domande inerenti a quanto detto finora, numero sei?
– Che succede se decido di rimanere qui, invece di andare in bagno? – Chiese, per tastare il polso alla donna oltre lo schermo.
– La direzione si riserva il diritto di spronare i partecipanti alla collaborazione spontanea. In caso di ulteriore rifiuto, il soggetto partecipante può essere rimosso dal gioco prima che abbia inizio.
– Capisco. Semplice curiosità. Suppongo che questa politica valga per tutte le attività che seguiranno, giusto?
– La tua supposizione è esatta, numero sei. Desideri fare altre domande?
– Direi di no, per ora è sufficiente. – Rispose alzandosi e passando al locale successivo. La porta si richiuse alle sue spalle, come gli era stato detto. Anche nel bagno, se così lo si poteva definire, il tema principale era il verde. Stesso verde pallido alle pareti, stesse piastrelle verde scuro a terra. Era un locale leggermente più ampio del precedente, di due o tre metri quadrati abbondanti. Alla sua sinistra, vide un tavolo di plastica bianco e una sedia. Il tavolo terminava contro il muro, sul quale era fissato un televisore identico a quello della stanza in cui si era svegliato. Dalla stessa parte erano presenti, in fila, un lavandino di grandi dimensioni con due rubinetti, un water e un bidet. Sopra il lavandino c’era un mobiletto a specchio, ricolmo di ogni genere di cose di cui un uomo avrebbe potuto aver bisogno, come aveva detto la donna. Contro la parete di fronte c’erano una vasca da bagno e un grosso box doccia. Alla sua destra, c’era uno specchio a figura intera e la porta di uscita con il familiare led lampeggiante rosso. Una telecamera teneva sotto stretta sorveglianza l’ambiente. Sullo schermo del televisore un conto alla rovescia gli indicava il tempo a disposizione.
Si avvicinò al lavandino e diede un’occhiata alla sua immagine allo specchio. I soliti capelli corti neri, schiacciati da una parte dal cuscino durante la notte, la solita barba incolta corta, nera, con qualche striatura bianca qua e là, nonostante i suoi trent’anni scarsi, i soliti occhi scuri, insomma, il solito lui. Prese dall’armadietto uno spazzolino sigillato e un tubetto di dentifricio nuovo e si lavò i denti. Poi decise di farsi una bella doccia per riflettere su tutto quello che gli stava accadendo. Come al solito, stava prendendo le cose con troppa leggerezza, anche se in realtà gli sembrava di aver capito di non avere grossa scelta in proposito. Il soffione della doccia era molto largo, tanto che con l’acqua aperta al massimo e tenendo gli occhi chiusi, aveva l’impressione di stare sotto una piccola cascatella. Quel bagno era decisamente meglio di quello di casa sua. Mentre si rilassava, cominciò a riflettere sugli avvenimenti che lo avevano condotto fin lì.
La sera, venerdì sera, non aveva programmi. Era tornato a casa dal lavoro, come al solito, aveva fatto una cena veloce, come al solito, infine si era messo davanti al pc per vedere se qualche suo amico avesse intenzione di fare qualcosa. Che senso aveva telefonare quando si potevano tranquillamente usare contemporaneamente una decina di chat e social network, per accordarsi? Molto più economico. Nel giro di mezz’ora scarsa si era messo d’accordo con un pugno di amici per trovarsi dalle parti di piazza Vittorio e fare il giro dei locali, magari con due passi ai murazzi a vedere che aria tirava. Tutti single impenitenti nel gruppo, sempre a caccia di avventure. Ogni tanto qualcuno riusciva a mettersi con una ragazza, ma vuoi per un motivo, vuoi per un altro, non durava mai a lungo. Si era preparato ed era uscito, puntuale come un orologio era arrivato in piazza all’ora stabilita. Ovviamente dei suoi amici nessuna traccia, non era gente abituata a spaccare il minuto. Lo sapeva già da un pezzo, tuttavia non riusciva a sbarazzarsi della vecchia abitudine di arrivare puntuale, una volta stabilito un orario. Nella mezz’ora successiva, gli altri erano arrivati alla spicciolata e finalmente avevano cominciato a muoversi. Nel frattempo, come ogni weekend, il luogo si era affollato all’inverosimile. Una birra qui, una là, un cocktail, due chiacchiere, due passi e la serata andava alla grande, come sempre. Poi lo stato di lieve ubriachezza aveva dato coraggio a tutti e insieme avevano deciso di andare a ballare in uno dei locali del lungo Po. Si erano infilati in uno a caso ed erano stati investiti dalla musica incalzante. All’inizio, avevano optato per un altro giro di birra e altre due parole, ma la musica alta lo impediva, quindi avevano deciso di lanciarsi. Prima facendo i deficienti, poi provandoci con le ragazze. Una di queste, molto sensuale, sembrava non disprezzare i suoi goffi tentativi di approccio in pista e, dopo un tempo indefinibile, lo aveva preso per mano e accompagnato fuori. I suoi amici lo avevano salutato con aria divertita, sapevano che probabilmente non l’avrebbero rivisto per quella sera. Anche lui sperava la stessa cosa. Parlando del più e del meno, l’aveva seguita fino alla sua macchina, ma quando si era seduto sul sedile qualcosa l’aveva punto. Lì terminavano i suoi ricordi. Quindi lo avevano rapito. Adescato e rapito. E c’era caduto come un pollo. A quel punto si chiedeva se volessero davvero lui o puntassero a una persona qualunque. Nel primo caso, era un pollo, nel secondo, uno sfigato. Nessuna delle due ipotesi lo metteva in buona luce.
Uscì dalla doccia e si avvolse nell’accappatoio, continuando a pensare. Quella gente aveva parlato di un gioco. Non facevano mistero dell’essere disposti a usare la forza per costringere i partecipanti a giocare. Inoltre, non voler partecipare a tutti i costi significava essere rimossi. Una parola relativamente innocua, che probabilmente indicava l’eliminazione del soggetto in questione. Davvero una brutta storia. Inoltre la donna aveva parlato di partecipanti, al plurale. Significava che non era il solo finito in mezzo a quel casino.
Riscuotendosi da quei pensieri, con la fredda risoluzione di mantenere la calma fino a che le cose non fossero precipitate, si accorse che l’ora a disposizione era quasi scaduta. Gli restavano meno di quindici minuti. Forte della quiete raggiunta, si sedette comodamente senza rivestirsi, ancora avvolto nell’accappatoio, e si mise in attesa della comunicazione successiva, che non tardò molto ad arrivare. Allo scadere dell’ora a disposizione, il televisore si accese.
– Molto bene numero sei, sembra che fin qui tu non abbia avuto problemi di adattamento. La direzione di gara è sinceramente ammirata per il tuo atteggiamento positivo di fronte all’imprevisto. Nella prossima stanza troverai un buffet al quale potrai ristorarti. Tre pareti su quattro sono attrezzate per contenere l’equipaggiamento necessario al gioco, in cui sono compresi anche vestiti, ma se lo desideri, puoi indossare gli abiti che avevi quando sei arrivato. Il cibo a disposizione è il solo che avrai da qui al termine del gioco. Nulla ti vieta di portarti via qualcosa, ma ricorda che, una volta uscito dalla stanza, non potrai rientrare. Domande?
– Quanto può durare una partita?
– Domanda acuta, numero sei. Le partite durano in media meno di dieci ore. I minimi e i massimi rilevati finora sono stati di due e ventisei ore, rispettivamente. Quest’ultimo orario tuttavia non è più raggiungibile, la direzione di gara ha stabilito che una partita debba durare al massimo ventiquattro ore, al termine delle quali il gioco è concluso d’ufficio, senza alcun vincitore. Altre domande?
– No, fin qui siete stati chiari.
– Allora, sei pregato di accomodarti nella stanza successiva, numero sei.
Mentre passava oltre, non poteva fare a meno di pensare alle parole della donna. Il gioco terminato d’ufficio gli suonava proprio come la rimozione dei giocatori che si rifiutavano di prenderne parte. Eliminazione insomma. Nonostante il centro della nuova stanza fosse occupato da un tavolo con sopra ogni sorta di ben di Dio, la parola “eliminazione” risuonò cupa, come il rintocco di una campana a morto, dentro la sua testa. Alle pareti, dietro griglie di sicurezza in metallo, c’erano innumerevoli tipi di armi. Fucili, pistole, coltelli, spade, archi, granate e quant’altro un uomo avrebbe potuto utilizzare per ucciderne un altro. Eliminazione. Gli fu subito chiaro quale potesse essere lo scopo del gioco. Sperava di sbagliarsi, ma l’evidenza davanti ai suoi occhi non lasciava molte alternative.
Cominciava a perdere il suo sangue freddo. Anche se, nonostante tutto, gli veniva da ridere. La situazione era assurda. Nudo, avvolto in un accappatoio non suo, in una stanza piena di cibo e di armi, ma dal colore verde molto rilassante. La porta di uscita era sulla parete libera alla sua destra, così come il televisore. Cominciò a ridacchiare ad alta voce, una risata nervosa e un po’ folle, che lo fece stare un po’ meglio. Lui, in vita sua, non aveva mai ucciso nessuno. Come, probabilmente, la maggior parte delle persone normali. Aveva fatto a botte un paio di volte e il risultato era stato piuttosto incerto. In generale, poteva dire di essere un tipo tranquillo e razionale, che preferiva usare le parole al posto delle mani, per far del male a qualcuno. In apparenza, in quel posto, le parole si sarebbero scontrate con delle pallottole ben più dure. Si avvicinò al buffet, perché anche se la situazione stava precipitando in fretta, il suo stomaco non voleva sentire ragioni. Aveva bisogno di cibo. Sul tavolo c’era un po’ di tutto. Carne, pesce, piatti freddi e caldi e anche pietanze che si prestavano bene a essere portate via, come ad esempio torte salate, focaccine, frittate. Forse le focaccine erano la scelta migliore, il resto sarebbe diventato una poltiglia immangiabile, probabilmente. Al centro del buffet c’era un erogatore di bevande, simile a una spillatrice da bar. Birra chiara e scura, acqua, coca cola, sprite, tonica. C’erano dei bicchieri, mentre per portare via l’acqua, era possibile utilizzare delle borracce in stile militare.
Si riempì il piatto con uova strapazzate, pancetta, un po’ di salumi e una bistecca, mangiando piano, passando in rassegna i pezzi in dotazione per il gioco. Alle sue spalle si accese il televisore, ma lui gli diede solo un’occhiata distratta. Come prima, l’unica immagine trasmessa era il logo.
– Ora che sei arrivato alla stanza dell’equipaggiamento, è il momento di illustrare le regole. – disse la voce femminile, con un pizzico di allegria. – Come puoi notare, numero sei, le tre pareti contengono diversi tipi di attrezzature. Nella prima parete ci sono le armi da fuoco e le rispettive munizioni. Ti è consentito portare via una sola arma da fuoco. Puoi esaminarla, togliendola dal muro, ma non riuscirai a prenderne un’altra se prima non riporrai la precedente. Per rimettere a posto un’arma, devi posizionare l’anello di metallo montato sopra, vicino al blocco aperto, in modo che, chiudendosi, la fissi al muro. Non è consentito sparare all’interno di questa stanza, ogni tentativo in questo senso sarà interpretato come una rinuncia alla partecipazione. Consigliamo attenzione nel maneggiare le armi alle persone non abituate. Anche i colpi sparati fortuitamente sono considerati come una rinuncia. La direzione è molto rigida a questo riguardo. Passiamo oltre. Sulla seconda parete, ci sono le armi da taglio e da lancio. Il meccanismo è lo stesso, puoi soppesarle ed esaminarle, e in questo caso ti è consentito prenderne fino a due. Sulla terza parete è presente equipaggiamento vario, capi d’abbigliamento militare, torce, borracce, bussole, zaini di varie dimensioni. Da questa parete puoi prendere tutto ciò che vuoi, senza limitazioni. Hai ancora trenta minuti per mangiare, poi le griglie di protezione saranno sollevate e avrai un’altra ora per scegliere l’equipaggiamento. Una volta scelto ciò che vorrai utilizzare durante la partita, lascerai questa stanza per entrare in una piccola sala d’attesa, dove assisterai a un briefing pre partita in cui ti verrà spiegato tutto quello che c’è da sapere sulle regole e sullo svolgimento. Il mio accompagnamento termina qui, numero sei. Se non hai domande, ti auguro buona fortuna.
– Una domanda l’avrei. Che cosa sanno di me i miei cari? Sono semplicemente sparito o avete fatto in modo di coprire le vostre tracce in qualche modo?
Seguì qualche minuto di silenzio, rotto solo dal ronzio del televisore acceso.
– La direzione mi fa sapere che in questo momento i tuoi cari stanno effettuando il riconoscimento dei tuoi resti carbonizzati in seguito all’incidente mortale in cui sei stato coinvolto ieri sera. Altre domande?
– Quindi per il mondo sono già morto. Bastardi! – Disse a denti stretti, in un sibilo.
Se per il mondo era morto, anche sopravvivendo alla partita imminente, non ne sarebbe mai uscito del tutto. Non era più spaventato, la paura era stata sostituita da una rabbia cieca. La parte irrazionale di lui avrebbe voluto dare in escandescenze, ma quella razionale e pragmatica era più forte. Se avesse dato di matto, lo avrebbero ucciso. E non avrebbe risolto nulla. Se invece si sforzava di restare calmo, forse avrebbe trovato il modo di fargliela pagare. Oh, quanto avrebbe goduto nel fargliela pagare. Alla fine il suo animo si acquietò in uno stato di cupa determinazione.
– ...sei? Numero sei, rispondi. – Ripeteva la voce femminile. Era stato sopraffatto dai sentimenti tumultuosi che lo avevano travolto, da non sentire più la voce.
– Che vuoi? – Rispose, in tono aspro.
– Ci sono altre domande?
– No, ho saputo tutto quello che avevo bisogno di sapere. – Rispose minacciosamente.
– Buona fortuna, numero sei.
– No, ragazza, buona fortuna a voi. – Sibilò in risposta.
Se ce l’avesse fatta, avrebbe trovato un modo per spazzarli via dalla faccia della terra. Un morto in più o uno in meno, una volta cominciato a uccidere, non avrebbe fatto alcuna differenza.
I numeri sul televisore indicavano inesorabili quanto tempo gli restava a disposizione per mangiare. Lui lo fece meccanicamente, senza assaporare nulla, come se tutto quello che metteva in bocca si trasformasse in sabbia. Esaminò con cura ciò che il buffet gli metteva a disposizione e alla fine decise di mettere da parte una dozzina di piccole focacce tonde, grandi un po’ meno del palmo della sua mano e spesse circa un dito, sei dolci e sei salate. Sarebbero bastate. Solitamente, durante e dopo gli sforzi, non aveva mai molta fame. Le avrebbe prese con sé per precauzione, nel caso avesse avuto un calo di zuccheri o un attacco di fame nervosa.
Lo sferragliare delle griglie che si alzavano, gli segnalò che la mezz’ora per mangiare era terminata, ed era tempo di scegliere l’equipaggiamento. Decise di pensare prima a come vestirsi. Prese un paio di boxer scuri, un paio di pantaloni militari con quattro tasconi, due per gamba, una maglietta nera attillata e una cintura. L’intera operazione richiese pochi minuti. Gli abiti gli calzavano comodi e non gli intralciavano i movimenti. Nella parete delle armi da taglio, scelse un coltello a lama fissa, ricavato da un unico pezzo di acciaio, con l’impugnatura rivestita da materiale antiscivolo. Dopo un altro breve sguardo, optò per una piccola accetta da lancio. Entrambe le armi erano dotate delle rispettive custodie. Grazie alle cinghie in dotazione nella parete dell’equipaggiamento vario, riuscì a fissare fermamente il coltello sotto il ginocchio, deciso a dare una maggiore priorità all’accetta, che fissò al fianco destro. Infilò le focaccine nelle tasche più basse dei pantaloni, sei per parte. Alla cintura, dietro la schiena, fissò due borracce da un litro, una torcia e un kit di primo soccorso dentro una piccola sacca. Dentro un’altra tasca mise un rocchetto di filo di nylon. Poteva tornare utile in qualsiasi evenienza. Gli restava ancora una tasca dei pantaloni da riempire, ma non aveva idea di cosa gli sarebbe servito. C’era un sacco di roba appesa alla parete. Alla fine prese una scatolina rigida, contenente un paio di siringhe piene di antidolorifico. Sperava di non averne bisogno. Infine si dedicò alle armi da fuoco. Le granate gli sembrarono fuori discussione. Erano in gruppi di tre, ma una volta finite, che avrebbe potuto fare? Tra pistole e fucili, la scelta cadde su un fucile. Tutte le armi erano dotate di targhetta con nome e descrizione. Un po’ perché non ne sapeva quasi nulla e un po’ perché era l’unica arma che aveva sentito nominare, decise di prendere un kalashnikov. Si munì di un caricatore e lo infilò nel fucile. Un altro lo infilò nella tasca del filo di nylon. Altri due li fissò alla cintura, sull’addome, pronti all’uso.
Si esercitò per qualche minuto a mettere e togliere il caricatore, a studiare come i proiettili erano inseriti all’interno, a mettere e togliere la sicura. Insomma, cercò di capire come diavolo faceva a sparare quell’arnese.
Il tempo a sua disposizione finì. Il conto alla rovescia terminò e la luce passò dal bianco dei faretti al rosso lampeggiante. Non si sentiva ancora pronto, ma non lo sarebbe mai stato. Non aveva ancora fatto i conti con tutto quello che gli ronzava in testa, ma non c’era più tempo. Fece un respiro profondo, controllò di aver preso tutto e si lasciò alle spalle quella stanza, per fare un altro passo verso una possibile morte.
La nuova saletta era piccola e scarsamente illuminata. C’erano solo una panca e un televisore. E, ovviamente, l’ennesima porta. Si sedette e aspettò, l’attesa durò un lasso di tempo indefinito. Avrebbe voluto usare quei momenti per raccogliere le idee, ma la tensione lo soverchiava, impedendogli di pensare lucidamente. Finalmente la televisione si accese, accompagnata dal solito stacchetto musicale e dalla visualizzazione del logo. Invece della solita voce femminile, partì un nastro registrato.
– Gentile partecipante, di seguito le saranno illustrate le regole del gioco. – Il logo si allargò fino a occupare l’intero schermo, rivelando di non essere un semplice marchio, ma una mappa.
– Come può notare sul teleschermo, l’area di gioco è circolare, suddivisa in dodici aree, ciascuna contraddistinta da un colore. Ciascun colore identifica una peculiarità ambientale. Da ogni area è possibile accedere a quella adiacente attraverso due passaggi. Questo significa che il luogo in cui lei si trova, ha quattro punti di accesso. In questo momento lei é nella zona verde. – Un punto lampeggiante sullo schermo gli indicò la posizione. – In ciascuna area è presente un giocatore. Quando inizierà la partita, ciascun giocatore sarà libero di circolare all’interno dell’intero spazio di gioco, con lo scopo di eliminare gli altri. In ognuna delle dodici aree è presente una zona neutrale, dove troverà una sala comune, dei servizi igienici ed è a disposizione un servizio medico d’emergenza, che permetterà ai feriti di proseguire. Non è possibile utilizzare le armi all’interno delle zone neutrali, pena l’eliminazione da parte del servizio di sicurezza. Ogni zona neutrale ha quattro punti d’accesso, in modo che i giocatori non cadano facilmente preda di imboscate, durante l’uscita. Una volta che un giocatore è uscito dalla zona neutrale, un altro, che si trovi nella stessa area neutrale, non può fuoriuscire dalla stessa parte. Sparse in ciascuna delle dodici aree, sono presenti mappe del gioco e indicazioni per raggiungere le zone sicure. La prima fase del gioco termina quando rimane un solo giocatore, dai dodici di partenza. A quel punto, il vincitore sarà invitato a raggiungere la più vicina zona neutrale per usufruire del servizio medico, prima di passare alla seconda fase, in cui diventerà accessibile l’area centrale, in cui il vincitore della prima fase si scontrerà con il vincitore della partita precedente. Il vincente prenderà il posto dello sconfitto e gli saranno fornite altre istruzioni, oltre all’eventuale supporto sanitario. Eventuali comunicazioni durante la partita saranno effettuate attraverso interfono. Durante lo svolgimento della partita, è possibile che entrino in azione squadre del servizio di manutenzione e di sicurezza per contenere danni alla struttura. Un attacco alle squadre di manutenzione e sicurezza, verrà punito con l’immediata eliminazione del giocatore. Con questo si conclude il briefing pre partita. Buona fortuna.
La proiezione terminò all’improvviso. Il televisore si spense e il led della porta esterna passò da rosso a verde. Si andava a incominciare: si alzò dalla panca, imbracciò il kalashnikov e aprì. Si trovò in un corridoio, come aveva visto di sfuggita sulla mappa. Quello che non si aspettava, era di ritrovarsi in una sorta di giungla. Le pareti erano letteralmente coperte di rampicanti, che pendevano anche dal soffitto. Sicuramente il briefing non concedeva molto tempo per pianificare e non preparava in alcun modo alle ‘peculiarità ambientali’ delle aree di gioco. La luce era fornita da faretti che spuntavano dalla vegetazione. Si chiese come fosse possibile mantenere in vita tutte quelle piante rampicanti e si rese conto che, dal muro, spuntavano dei piccoli ugelli per l’irrigazione. Smise di curarsi dell’ambiente circostante e avanzò di qualche metro. Scostando un fitto muro di rampicanti si avvide che, sul muro davanti a lui, si trovava una mappa dell’area. La studiò brevemente. In pratica, ognuna delle dodici zone aveva un corridoio come quello in cui si trovava, che percorreva il bordo esterno, congiungendo da una parte all’altra i muri che davano alle aree adiacenti, per tuffarsi poi, nel labirinto di corridoi che permetteva di raggiungerle. Non c’era un modo lineare e semplice per passare da un’area all’altra, forse per costringere i partecipanti a logorarsi i nervi in una sorta di “ricerca e distruggi”. Lungo il corridoio esterno, era possibile infilarsi nel dedalo di passaggi interni e passare da un’area all’altra senza mai percorrere le corsie esterne. Lasciò perdere la mappa e si guardò rapidamente intorno, cercando di percepire qualche rumore lontano. Non sentiva niente, a parte il suono del suo respiro. Decise di andare a sinistra, una direzione valeva l’altra. Si mosse piano, le mani strette sull’impugnatura del kalashnikov, il dito pronto, disteso vicino al grilletto, come aveva visto fare nei film. Solo che quello non era un film e lui non era un marine. Cercò di rilassarsi. Il silenzio era totale. Poi gli parve di udire un ronzio di fondo. Non capì di cosa si trattasse fino a che non alzò gli occhi. Telecamere. Ovunque. Riprendevano ogni suo passo, ogni suo gesto, senza lasciare alcun angolo morto. Protette da scudi trasparenti, forse a prova di proiettile, per evitare che i partecipanti decidessero di distruggerle. Questo spiegava molte cose o quantomeno gli dava modo di pensare a un sacco di possibilità. La più probabile era che, dietro tutta la faccenda, ci fossero dei sadici bastardi che scommettevano sui risultati, pagando fior di quattrini per assistere allo show. La morte vende sempre, anche quando c’è grossa crisi. Riportò la sua attenzione al passaggio, dandosi ogni tanto qualche occhiata alle spalle. Avanzando curvava leggermente, la sua visuale era limitata dai rampicanti che pendevano dal soffitto davanti e dietro di lui. Calcolò mentalmente che, se avesse avuto visuale sgombra, avrebbe potuto vedere fino a una sessantina di metri circa. Questo significava che il complesso doveva essere bello grosso. Tutto quel verde cominciava a infastidirlo invece che rilassarlo. Giunto al primo incrocio, si addossò alla parete e sbirciò nel corridoio secondario. Vuoto. Avanzava per circa venti metri in linea retta, poi permetteva di girare a destra e a sinistra. Era presente della segnaletica, indicante la strada interna per l’area successiva e per la zona neutrale. Decise di ignorare il labirinto interno e proseguì deciso lungo il passaggio esterno. Era trascorso pochissimo tempo dall’inizio della partita, era difficile che qualcuno degli altri giocatori si fosse già addentrato in un’area diversa dalla propria. Cavolo, lui se la stava facendo sotto, anche per gli altri doveva era così. Con i nervi a fior di pelle, superò altre due diramazioni prima di raggiungere la fine del corridoio esterno. A quel punto, la curva a destra era obbligata. Facendo attenzione agli incroci e alle svolte, sempre con l’orecchio teso, sempre sbirciando dietro gli spigoli, raggiunse il primo passaggio per l’area attigua. Capì la differenza tra l’area verde in cui si trovava e quella successiva. Doveva trattarsi per forza dell’area nera: non la parte centrale, ancora chiusa, ma una delle dodici zone del labirinto. Non c’era luce. Si riusciva a vedere per qualche metro fin dove il chiarore entrava nel corridoio, ma poi nient’altro. Il fatto che il muro e le piastrelle di quel posto fossero neri non aiutava. Con un groppo in gola, cominciò a inoltrarsi nell’oscurità. In un primo tempo pensò di accendere la torcia per vederci qualcosa, ma questo avrebbe rivelato immediatamente la sua posizione. Ricordava di aver letto da qualche parte che, per uscire da un labirinto, bastava appoggiarsi a un muro con la mano, a destra o a sinistra indifferentemente, e limitarsi a seguirlo senza mai staccarsi. In un tempo più o meno lungo, questo metodo avrebbe condotto all’uscita. Sperava di ricordarsi giusto e di non esserselo inventato. Mise il kalashnikov a tracolla e si avviò nel buio assoluto. Tenere gli occhi aperti non serviva a molto, ma doveva farlo nel caso qualche stupido si stesse addentrando con la torcia accesa. Si rese conto che, lungo i muri, c’erano delle segnalazioni luminescenti, incapaci di illuminare se non loro stesse, che indicavano la zona neutrale e il passaggio per l’area successiva. Il sudore gli faceva aderire la maglietta alla pelle, nonostante non facesse caldo. Era una situazione logorante. Non riusciva a ricordare se appesi alle pareti dell’equipaggiamento ci fossero stati un visore notturno o uno termico. Ma forse variavano a seconda dell’area di partenza.
Gli stronzi dietro le telecamere magari se la ridevano del suo terrore, pasteggiando e chiacchierando e scommettendo su chi avrebbe ucciso chi. Poi gli tornò in mente che una volta, con un suo amico, era andato a vedere un allestimento e tra le altre opere c’era la simulazione di un labirinto vietnamita. Si strisciava in cunicoli bui senza vedere nulla e senza avere la possibilità di voltarsi e tornare indietro, se non facendo manovra a un punto di svolta. Era opprimente, anche se finto e, se la cosa si faceva troppo ossessiva, si poteva alzare un braccio e sollevare il coperchio per uscire. Lì non c’era nessun coperchio da sollevare.
All’improvviso, una luce. Si trovava a metà di un passaggio che terminava in un altro, posto trasversalmente: il fascio di luce proveniva proprio da lì e puntava nella direzione opposta. Chiunque fosse stato attaccato a quella torcia, si stava avvicinando a lui. Silenziosamente, si distese a terra e imbracciò il fucile. Tolse la sicura. Si mise in attesa. Non sapeva se avrebbe avuto il coraggio di sparare o no, ma se la torcia avesse illuminato il corridoio, lui avrebbe falciato chiunque la stesse reggendo. La fonte luminosa si avvicinò alla svolta, fino a fermarsi. Il suo dito era pronto sul grilletto. Si trovava a più di dieci metri dall’avversario, così a occhio. Se il tizio si fosse sporto, l’avrebbe visto sicuramente e sarebbe stato un bersaglio facile. Non aveva il tempo di tornare indietro, non senza fare rumore. Passò una mezza eternità, ma forse furono solo pochi secondi.
Uno sparo spezzò il silenzio, facendolo trasalire. La figura che reggeva la torcia barcollò in bella vista, un bersaglio perfetto. Imboccò il corridoio e crollò al suolo. La pila cadde a terra senza rompersi, illuminando l’imboccatura del passaggio, come se fosse stato lui a puntarla. Un gran colpo di fortuna. Si accese un’altra luce, che avanzò spedita nella sua direzione. Probabilmente chi aveva sparato veniva ad assicurarsi di aver fatto centro, oppure voleva semplicemente prendere l’equipaggiamento del morto. Una persona entrò nel cono luminoso. Lui sparò. Non aveva fatto caso di aver tolto la sicura e messo la levetta sulla modalità raffica, invece che su colpo singolo. Il kalashnikov strattonò in alto e, quando tolse il dito dal grilletto, l’ultimo colpo si piantò sul soffitto. Il rumore era stato assordante. Il fucile emanava un odore particolare. Un odore familiare per chi era avvezzo all’uso delle armi, del tutto nuovo per lui. La torcia illuminava il risultato della sparatoria: la parete era lorda di sangue e un uomo giaceva scompostamente accasciato sul pavimento, la schiena poggiata sulla parete. Era la cosa più simile a un essere umano tranciato in due che avesse mai visto dal vivo. Era lui il responsabile. Si alzò in piedi, barcollando, e si avvicinò ai due corpi. Si ricordò che la persona che aveva appena ucciso era morta a causa di una leggerezza e si fece più attento. Poi, la consapevolezza di aver appena ammazzato, lo colpì come un pugno allo stomaco. Si accasciò a terra in mezzo al sangue e vomitò. Cominciò a singhiozzare in silenzio. Le lacrime gli rigavano il viso, mentre i pantaloni si impregnavano del sangue dei morti. Sapeva che doveva spostarsi, che era pericoloso restare lì, che era irrazionale rimanere lì. Ma non riusciva. Era come paralizzato.
– Area nera. Il numero undici ha eliminato il numero sette. Il numero sei ha eliminato il numero undici. Restano in gioco dieci partecipanti. – Gracchiò una voce dal sistema di comunicazione.
La freddezza dell’annuncio lo riscosse dalla paralisi. Quegli idioti avevano appena rivelato la sua posizione. Chi poteva sapere se gli altri si sarebbero tenuti a distanza o gli avrebbero dato la caccia? Nel giro di un paio di minuti, recuperò il sangue freddo e si ricompose. Si pulì la bocca con il dorso della mano e si sciacquò con un po’ d’acqua. Accese la torcia e controllò il numero di colpi rimasti. Ne aveva sparati circa la metà. Spostò la modalità di fuoco da raffica a singolo. Aveva solo altri tre caricatori con sé, non poteva permettersi di sprecare munizioni. Poi diede un’occhiata ai cadaveri. Due uomini normalissimi, come lui. Quello morto nel corridoio aveva una pistola. Slacciò la fondina e se la allacciò alla gamba sinistra, poteva far comodo. Prese anche un paio di caricatori e li infilò nelle tasche per le mani, non avendo altro spazio a disposizione. L’altro aveva usato un fucile da cecchino. A lui non serviva, ma l’arma aveva un’ottica per la visione notturna. Quella gli avrebbe fatto comodo. Tolse le munizioni e le lanciò lungo il corridoio. Infine, mise il kalashnikov a tracolla e, con in mano la pistola appena rubata e nell’altra l’ottica per la visione notturna, avanzò velocemente cercando di uscire da quell’inferno oscuro. Una volta fuori, si sarebbe diretto alla zona neutrale, dove avrebbe avuto un po’ di tempo per riflettere.
Dopo quella che gli parve un’eternità, con il terrore di incontrare la morte dietro ogni angolo, finalmente giunse all’ingresso dell’area arancione. Era fastidioso per gli occhi tutto quell’arancio, ma sicuramente mai quanto stare al buio. Prima di entrare nel cono di luce, rimase un po’ nell’oscurità, dove non poteva essere visto, per riabituare gli occhi al normale chiarore. Ripose l’ottica nella tasca dei pantaloni. Ormai era a pieno carico, non avrebbe potuto portare altro a meno di non lasciare indietro qualcosa. Gli sembrava che tutto quello che aveva con sé fosse di vitale importanza. Ripose la pistola nella fondina e tornò a imbracciare il fucile. Dopo aver prestato attenzione ai rumori circostanti, si incamminò nella nuova area, seguendo deciso le indicazioni per raggiungere la zona neutrale. Ci arrivò senza troppe difficoltà. Mentre varcava la porta e tirava un sospiro di sollievo per essere momentaneamente in salvo, si chiese che senso avesse mettere della gente in un labirinto se poi si mettevano mappe e indicazioni. Sicuramente non avrebbe protestato per quello.
– Benvenuto alla zona neutrale dell’area arancione, numero sei. – Gracchiò l’altoparlante. – Il tempo massimo che puoi passare qui è di trenta minuti, allo scadere del quale sarai allontanato dal servizio di sicurezza.
L’annuncio era arrivato prima di dargli il tempo di guardarsi intorno. La prima cosa che notò furono gli schermi con il conto alla rovescia. Poi vide il resto. C’erano un paio di divanetti uno di fronte all’altro, separati da un basso tavolino. Due piante finte negli angoli, le immancabili telecamere e sei porte chiuse. Tre dovevano essere le uscite dalla zona neutrale, una conduceva ai bagni, una all’infermeria e l’ultima recava la scritta ‘Riservato al personale’.
In fin dei conti era una stanza abbastanza grande, circa quattro metri per otto. Si recò in bagno per darsi una ripulita e lo specchio lo mise di fronte allo spettacolo che offriva. Aveva uno sguardo allucinato, un po’ per gli shock psicologici subiti, un po’ per aver passato un sacco di tempo a scrutare il buio. La maglietta sudata gli aderiva al corpo, i pantaloni dal ginocchio in giù erano incrostati di sangue che si stava seccando in grosse chiazze brunastre. Si tolse la t-shirt e si diede una lavata, che lo fece sentire meglio. Tornato nella sala comune, si buttò su uno dei divanetti. Si rese conto che, per tutto il tempo, non aveva mollato il fucile. Si costrinse a rilassarsi e, dopo un piccolo sforzo, lo appoggiò di fianco al divano. Poi gli venne da ridere. Fino a poche ore prima non l’aveva nemmeno mai visto, un fucile. Ora riusciva a separarsene a stento. Come cambiavano le cose nel giro di poco tempo! Tirò fuori una focaccina dolce dalla tasca dei pantaloni e diede un morso. Sapeva di sangue. Corse in bagno e sputò tutto nel water, per poco non vomitò. Dopo essersi calmato, tirò fuori le focaccine. Erano tutte impregnate di sangue, che era penetrato nel tessuto. Le focaccine salate avevano avuto miglior fortuna e si erano salvate. Tornò sul divano e si mise a mangiare una di quelle. Le lacrime gli solcavano il viso mentre masticava. Piangeva perché avrebbe voluto una focaccina dolce. Piangeva perché quelle stupide focaccine si erano impregnate di sangue. Piangeva perché buona parte di quel sangue lo aveva versato lui. Piangeva per la sua innocenza perduta, per l’uomo che aveva ucciso e per quello che gli era morto davanti. Piangeva perché era felice di non essere morto e piangeva perché si vergognava di essere ancora vivo. Quando pensò di non avere più lacrime, ricominciò a piangere. Per suo padre, sua madre, i suoi amici, la sua tranquilla vita impiegatizia che tanto disprezzava. Alla fine smise. Aveva veramente finito le lacrime. Era rimasta una sorta di grande vuoto e di indifferenza dentro di lui. Fu con distacco che guardò una guardia armata uscire dalla porta riservata al personale. Indossava un’uniforme grigia senza insegne, gonfiata da un giubbotto antiproiettile. Portava occhiali con le lenti arancioni per amplificare la luce, era armata fino ai denti.
– Forza amico. – Gli disse. – Ti resta solo un minuto.
Era un essere umano come lui. Come poteva fargli questo? Forse prima del pianto disperato, la risposta avrebbe avuto un senso. Forse se qualcuno gli avesse preso la mano e gli avesse dato una ragione, una qualunque, per quanto squallida o malvagia, lui avrebbe capito. L’avrebbe accettata. Invece non gliene fregava più niente. Osservò la guardia con fredda indifferenza, uno sguardo così vuoto che dovette fare impressione, tanto da costringere un uomo di mestiere a stringere un po’ di più l’impugnatura del fucile. I secondi scorrevano veloci, sullo schermo. Ebbe il tempo di andare a sciacquarsi la faccia, poi raccolse le sue cose e imboccò l’uscita più vicina, senza guardarsi indietro.
Vagò come uno zombie per quei corridoi assurdamente arancioni, seguendo meccanicamente le indicazioni per l’area successiva. Il silenzio era il suo unico compagno. L’interfono aveva continuato a tacere, quindi erano ancora in dieci ad aggirarsi lì intorno. Non gli importava. Se li avesse trovati, li avrebbe uccisi. Se non ci fosse riuscito, sarebbe morto al posto loro. Perso in cupi pensieri fatti di vuoto e di morte, sbirciò dietro un angolo. Una squadra di sicurezza stava cercando di riparare alla meglio il varco di passaggio dalla zona arancione alla blu. Difficilmente ci sarebbero riusciti, senza il materiale adatto: parte del soffitto e del muro erano crollati. Qualcuno doveva aver fatto esplodere qualcosa durante uno scontro, anche se lui non aveva sentito deflagrazioni. Non c’erano state vittime, altrimenti quelli dell’interfono l’avrebbero annunciato allegramente.
Uscì da dietro l’angolo e si avviò verso gli uomini, sei in tutto, con l’intento di passare oltre. Appena lo videro, si fecero più attenti. Tre continuarono il lavoro, mentre gli altri lo tennero sott’occhio, senza puntare le armi, ma pronti a intervenire nel caso avesse tentato di fare una sciocchezza. Era a una decina di metri, quando vide qualcosa cadere in mezzo a loro.
– Granata! – Gridò qualcuno, ma non ci fu il tempo per fuggire.
L’esplosione fu terrificante. Venne sollevato in aria e scagliato indietro di un paio di metri, sbattendo violentemente contro il muro. La testa gli rimbombava e sentiva pulsare diverse ferite, anche se non ne conosceva la gravità. Nel suo momentaneo disorientamento, udì qualcuno ridere in modo folle. Sollevando un poco la testa cercò di guardare nel polverone che si era sollevato. Un’ombra si aggirava in mezzo alle macerie, ridendo e gridando, dando calci a qualcosa a terra ed esplodendo diversi colpi.
– Mi volevate fottere eh? Bastardi! Ma vi fotto io! Vi fotto io! – Gridava l’uomo.
– Il numero quattro ha infranto gravemente le regole del gioco e la direzione ne dispone l’eliminazione dalla partita. – Gracchiò la solita voce all’altoparlante.
– In culo il vostro gioco! – Gridò l’uomo. – In culo le vostre regole! Dovete crepare, crepare tutti!
Mentre l’altro sbraitava contro le telecamere, la polvere cominciava ad acquietarsi e lui si avvide di una figura che strisciava, emettendo gemiti strozzati e tendendo ogni tanto la mano nella sua direzione, in cerca di aiuto.
Cercò di mettersi a sedere, ma era ancora troppo stordito. Anche il numero quattro si accorse di loro e avanzò a grandi passi. Si accosciò e sollevò la testa della guardia, afferrandola per i capelli. Questa emise un breve grido.
– Lo vedi amico? Ci hanno messi in questo labirinto per ammazzarci! Per farli divertire. Ma io non ci sto, amico. Io non ci sto cazzo! Sarò io a divertirmi! Sarò io ad ammazzare questi porci!
– Ti prego, ti prego. – Gemeva intanto la guardia.
– Che cosa stai pregando? Chi è che stai pregando, lurido bastardo? Vi credevate immortali? Vi credevate Dei? Sono io il tuo Dio impietoso, ora. Sono io, quello che devi pregare, cane! – Gridò il numero quattro, dando uno strattone ai capelli e strappando un altro grido alla guardia ferita.
Lui provava sentimenti contrastanti. Quelli che credeva di non possedere più, dopo il lungo pianto nella zona neutrale. Da una parte non poteva far altro che godere di quella situazione. Uccidere chi li aveva messi lì dentro e tutti quelli che li spalleggiavano doveva essere una priorità. Ma era quello il modo? Delirando onnipotenza e falciando i nemici?
Il numero quattro lo riscosse da quei pensieri, piantando una pallottola nel ginocchio della guardia, che cominciò a strillare.
– Ti piace così? Ti piace eh? È quello che vedete dalle vostre fottute telecamere. Il sangue! Il dolore! È bello guardare finché si tratta del sangue e del dolore degli altri, vero, maiale? Non è vero?
La guardia non era in grado di capire nulla, stava vivendo il suo incubo personale. Forse anche lui aveva una famiglia, degli amici, degli affetti, e quello era solo un modo per sbarcare il lunario. Era giustificabile? No, non lo era in alcun modo. Nel momento in cui aveva deciso di appoggiare quel genere di attività, aveva perso il suo status di essere umano, regredendo a quello di bestia. E come una bestia poteva essere uccisa. Era necessaria anche la tortura, prima?
– Adesso ci divertiamo con un gomito, che ne dici? – Sussurrava, con tono sadico, il numero quattro all’orecchio del poveretto.
Un rumore fece voltare il numero quattro, il folle, verso il varco ridotto in macerie, ma era solo un pietrone che si spostava. Quando tornò a voltare la testa, fissò per un attimo il vuoto nero della canna di una pistola. Fu l’ultima cosa che vide.
– Ben fatto, numero sei. Area arancione. Il numero sei ha eliminato il numero quattro. Restano in gioco nove partecipanti.
Bestemmiò a denti stretti, la pistola ancora in pugno, il braccio teso di fronte a lui. Osservava il corpo del numero quattro, anzi, dell’uomo al quale avevano assegnato il numero quattro, giacere senza vita ai suoi piedi. Aveva tentato di ribellarsi e, ironia della sorte, non era stato il sistema a ucciderlo, era stato lui. Era stato uno che avrebbe dovuto dargli una mano ad abbattere quel sistema. Ma non lui. Non a quel modo. Per quanto cercasse di soffocare i suoi sentimenti nell’indifferenza e nell’odio, quelli erano ancora lì, a ricordargli che, per quanto fosse circondato da bestie, lui non lo era. Era un uomo e sarebbe morto come tale.
– Ti prego, aiutami. – Disse la guardia stringendogli la maglietta con la mano insanguinata – Aiutami.
L’uomo perdeva molto sangue dalla ferita al ginocchio, era conciato piuttosto male già dall’esplosione. Non avendo conoscenze mediche, non poteva fare granché, oltre a cercare di tamponare le ferite e attendere l’arrivo dei suoi compagni. La guardia, intanto, gridava di dolore. Gli vennero in mente le siringhe di antidolorifico che aveva con sé. Non c’erano istruzioni e lui non sapeva come fare. Forse non sarebbe stato capace di centrare una vena. Alla fine decise di provare e basta. La piantò nella gamba del ferito e rimase a vedere che succedeva, continuando a tamponare le ferite. L’uomo pian piano cominciò a calmarsi, in evidente stato di stordimento. Lo ringraziava in modo sconclusionato e blaterava di altre cose che lui non capiva. Qualche minuto dopo, il posto era letteralmente invaso da uomini della sicurezza. Erano una trentina. Presero in carico il ferito e lo misero su una barella. Fecero lo stesso con i morti e con il numero quattro. Poi la metà tornò da dove era venuta, mentre l’altra metà cominciò i lavori di riparazione. Lui rimase a guardarli per un po’, rendendosi conto che si trovava all’interno del cordone di sicurezza che avevano formato. Probabilmente non era un ordine esplicito della direzione, ma una sorta di favore che gli facevano per aver soccorso il loro compagno in difficoltà, pensiero confermato dalla guardia più vicina a lui che lo vide e gli fece un cenno con la testa, insieme a un mezzo sorriso. Suo malgrado, sorrise anche lui. Quando si sentì pronto, si sollevò in piedi e si diede una controllata. Perdeva sangue, ma poco, erano tutti graffi superficiali dovuti a pezzi di detriti scagliati dall’esplosione. Non era niente di serio. Fece un respiro profondo e si avviò verso l’area blu, scavalcando le macerie e uscendo dal cordone. Si voltò verso i soldati e fece un cenno di commiato con la testa. Questi risposero, era il massimo di umanità che potevano mostrare nei confronti di un giocatore. Ma era qualcosa. Era pur sempre qualcosa.
Voltò loro le spalle e si inoltrò nell’area blu.
Nonostante la situazione assurda, si sentiva rinfrancato dal gesto di umanità compiuto poco prima. Salvando la vita della guardia, era come se avesse salvato sé stesso. Certo, questo era andato a scapito di un altro essere umano, ma il numero quattro era chiaramente oltre ogni possibilità di recupero.
– Area gialla. Il numero dieci ha eliminato il numero uno. Restano in gioco otto partecipanti. – Gracchiò la voce nell’altoparlante.
Ogni volta che questi annunci risuonavano nei corridoi, un brivido freddo gli scendeva lungo la schiena. Com’era facile per gli esseri umani dimenticare loro stessi. Una frase letta da qualche parte, molto tempo prima, gli affiorò alla memoria. Diceva “gli esseri umani sono creature sventurate”. Era proprio vero. Sventurate oltre ogni livello di immaginazione.
Appoggiandosi al muro e guardandosi attorno con attenzione, si concesse di bere un po’ d’acqua, squadrando una cartina del complesso. Lui era partito dall’area verde. Aveva attraversato l’area nera e quella arancione. In quel momento si trovava nella blu. Proseguendo nella stessa direzione, si trovavano l’area viola, l’area marrone, l’area grigia, l’area rossa, l’area gialla, l’area bianca, l’area rosa e l’area azzurra. Da cui si tornava all’area verde. Al centro, il punto nero che indicava l’area della seconda fase di gioco.
Dopo un altro momento di sosta si rimise in cammino o, per meglio dire, si rimise in caccia. Non era più passato per i corridoi esterni, ma si era sempre tenuto in mezzo al dedalo di quelli interni. Era più facile nascondersi dietro un angolo. Ripensò alla granata esplosa in mezzo alle guardie. Lui era stato sbalzato indietro e aveva subito diversi danni, pur trovandosi a una decina di metri dall’esplosione. Se gli fosse successo in uno spazio aperto, sarebbe sicuramente morto. Con un angolo dietro il quale nascondersi, aveva più possibilità. Muovendosi furtivamente, attraversò l’area blu senza troppe difficoltà. Quella viola aveva un aspetto disturbante. Non come quella nera con la sua oscurità, ma la luce era fornita da neon colorati. Senza contare i muri e i pavimenti viola. L’effetto visivo aveva un che di ipnotico e alienante. Come al solito senza scelta, strinse di più il fucile e si avviò. La visibilità complessiva non era buona e, come se non bastasse, tutti quei neon creavano giochi di ombre che producevano strane illusioni di movimento al limite del campo visivo. Sapeva che era solo la sua immaginazione, ma spesso si trovava a gettarsi un’occhiata alle spalle, ogni volta sorprendendo solo la sua ombra. Ignorarle completamente, però, poteva essere fatale. Una di quelle ombre avrebbe potuto non essere la sua.
Qualche minuto dopo, avanzando in quella che nella sua testa era diventata un’astronave aliena, sentì dei gemiti soffocati provenire da una direzione imprecisata, davanti a lui. Si fece più circospetto e proseguì. Dopo un paio di svolte, i rumori si fecero sempre più forti e fu chiaro che chiunque li stesse provocando si trovava dietro l’angolo successivo. Diede una sbirciata e ricevette un altro esempio di quanto un essere umano poteva cadere in basso, scendendo non al livello di una bestia, ma più giù.
La ragazza aveva le mani legate da qualcosa, probabilmente del nylon. Le teneva sopra la testa, la parte superiore del corpo schiacciata contro il muro. Un rivolo di sangue usciva là dove il filo aveva tagliato la carne e le colava fino al collo, scomparendo tra ciò che restava dei vestiti. I pantaloni erano calati alle caviglie. Le lacrime le solcavano il viso, ma non poteva gridare a causa di qualcosa di appallottolato che le era stato infilato in bocca. L’uomo che la stava violentando, le teneva con una mano un coltello alla gola, mentre con l’altra si aiutava per rendere più comodo il “lavoro”. La luce viola dava un tocco surreale alla faccenda, però stava accadendo davvero. Non bastava dover uccidere una persona, no, era necessario umiliarla fino in fondo. Con la rabbia che gli montava dentro, provò l’impulso di uccidere l’avversario con le mani nude invece che fargli il dono di una morte veloce, poi prese accuratamente la mira. Se avesse sbagliato, la ragazza sarebbe morta sgozzata. Avrebbe voluto aspettare ed essere sicuro di avere un colpo perfetto, tuttavia ogni secondo in più era un oltraggio a quello che gli era stato insegnato. Prima di poter pensare, premette il grilletto del kalashnikov. Forse fu la luce, forse la potenza dell’arma, gli sembrò che la testa dell’uomo esplodesse. La ragazza si accasciò al suolo, senza forze. Con circospezione, lui si avvicinò. Lei si tolse il bavaglio dalla bocca e afferrò il coltello che il morto aveva lasciato cadere. Veloce, lo puntò contro sé stessa e fece per affondare il colpo. Lui riuscì a colpirle le mani con il calcio del fucile, prima che lei riuscisse nel suo intento.
– Area viola. Il numero sei ha eliminato il numero due. Il numero sei è attualmente il top scorer della partita. Restano in gioco sette partecipanti. – Disse la voce all’altoparlante.
– Sei tu il numero sei, bastardo! Vuoi ammazzare anche me? Certo che vuoi, tu vuoi essere il “top scorer”. Magari vuoi violentarmi anche tu prima, porco bastardo! – La ragazza gli sputò contro. Gridava, piangeva e si dimenava, ma le mani legate e i pantaloni calati non le facilitavano il compito. Non era molto alta, gli arrivava sì e no alla spalla, ma era molto bella. Occhi, capelli, pelle, sangue, sudore, tutto di lei era viola, per cui era difficile sapere quali fossero i colori reali, ma aveva un fisico mozzafiato.
– Lasciami morire! Preferisco ammazzarmi piuttosto che essere violentata di nuovo! – Gridò ancora. Si avvicinò e le afferrò il viso con la mano, mentre con l’altra raccoglieva il coltello.
– Spiacente ragazzina, ma io non ho intenzione di ucciderti e nemmeno di lasciarti morire. Tu adesso vieni con me alla zona neutrale e ti fai visitare dal servizio medico. – Disse duro. Con il coltello recise il laccio che la teneva legata. Lei si fece indietro e si tirò su i pantaloni, sempre piangendo, ma senza perderlo di vista. Qualunque cosa avesse indossato prima come maglietta, era stato ridotto a brandelli dall’animale che l’aveva violentata. Lui si tolse il kalashnikov da tracolla e, dopo essersi sfilato la t-shirt, gliela lanciò. Lei l’afferrò al volo.
– Perché fai questo per me? – Gli chiese indossandola.
– Ricordiamo al numero sei che lo scopo del gioco è eliminare gli altri giocatori. – Disse la voce all’altoparlante nello stesso momento.
– Fate silenzio, Bastardi! Voi mi avete detto di uccidere, ma non come e quando! Questa è una scelta che spetta solamente a me. Statevene seduti dietro i vostri schermi e non rompetemi il cazzo! – Sbottò esasperato.
– Mi chiedi perché lo faccio. Forse perché sono ancora umano. Forse perché mi va di farlo e basta. O forse perché sono solo un idiota. Quale che sia il motivo, farò così! – Disse poi, tendendole la mano. – Adesso vieni, ti accompagno alla zona neutrale.
Si avviarono insieme lungo il corridoio e, quando passarono accanto al cadavere, lui si chinò a raccogliere l’arma, una sorta di uzi. Poi proseguirono. Lei gli teneva stretta la mano. Impugnando nell’altra l’uzi appena raccolto, la cinghia del kalashnikov gli sfregava sulla pelle nuda della spalla e il fucile gli sbatteva, a ogni passo, contro la schiena. Si sentiva bene stringendole la mano. Lo faceva sentire più normale. Avrebbe voluto parlarle, ma aveva paura che il suono della loro voce attirasse attenzioni indesiderate. Lei non sembrava curarsi del rumore che faceva, ma era più che comprensibile dopo ciò che aveva passato e che stava ancora passando. Anche se in confronto a uno stupro, la minaccia di morire per una pallottola doveva essere una piccola cosa.
Alla fine fu lei a rompere il silenzio.
– Grazie. – Disse semplicemente. Quella parola lo riempì di calore. Avrebbe voluto stringerla e dirle che sarebbe andato tutto bene, ma sapeva che avrebbe detto una cazzata. Gli sembrava che da quando era cominciata quella tortura, tutti i sentimenti fossero amplificati. L’odio era più profondo, il disgusto era più sentito, l’amore era accresciuto. In quel momento gli sembrava di amare la piccola ragazza che gli stringeva la mano e della quale non sapeva niente.
– Non ho fatto granché. – Rispose lui, impacciato.
– Non fosse stato per te, avrebbe continuato a violentarmi e poi mi avrebbe uccisa.
– Sì, probabilmente sarebbe andata così.
– Mi hai salvata. Due volte. Da lui e da me stessa.
– Non eri in te.
La luce viola illuminava il loro cammino. Non si erano ancora guardati in volto, da quando si erano incamminati in direzione della zona neutrale.
– Sei stato gentile a darmi la maglietta. – Disse lei dopo un po’.
– Era il minimo.
– Scusa se ti ho gridato contro.
– Non c’è problema.
– Non mi stai ascoltando.
– Sì invece, hai detto qualcosa a proposito di una maglietta.
– Quello è stato prima!
– Prima di che?
– Allora non mi ascoltavi davvero!
Per quanto assurdo, lui scoppiò a ridere.
– Sì che ti stavo ascoltando, ti stavo solo prendendo in giro.
Lei rimase in silenzio per qualche attimo, poi rise a sua volta.
– Certo che sei un tipo strano tu. Ti trovi in un labirinto pieno di gente che vorrebbe la tua testa e ti metti a scherzare con una ragazza salvata pochi minuti prima e che potrebbe ucciderti.
– Certo che non la fai sembrare una cosa furba eh?
– Certo che no, è assurdo. Voglio dire, per la situazione è assurdo!
– Che dovrei fare secondo te? – Le chiese.
– Nulla più di quello che hai fatto. – Rispose lei, abbracciandolo e posandogli la testa sulla spalla.
Proseguirono così fino alla zona neutrale. Fortunatamente, anche se l’interno era viola, la luce era normale, così lui poté finalmente guardarla. Bellissima.
– Benvenuti alla zona neutrale dell’area viola, numero sei e numero tre. – Gracchiò l’altoparlante. – Il tempo massimo che potete passare in quest’area è di trenta minuti, allo scadere del quale sarete allontanati dal servizio di sicurezza.
– Dovresti farti vedere dal servizio medico. – Le disse.
– Mi aspetterai? – gli chiese.
– Ti aspetterò.
La seguì con lo sguardo, mentre entrava nella stanza del servizio medico. Se l’avesse incontrata fuori da lì, probabilmente non si sarebbero nemmeno parlati. Gli piaceva il carattere forte di quella ragazza. Nonostante lo stupro subito e il tentativo di suicidio, nel poco tempo che erano stati insieme, aveva trovato la forza di reagire e persino di scherzare. Non lo avrebbe creduto possibile, invece era successo. Con il fucile appoggiato al divanetto e i piedi appoggiati sul tavolino, cercò di rilassarsi un po’ mentre aspettava. Estrasse una focaccina dalla tasca e cominciò a sbocconcellarla distrattamente, svuotando la mente. Non voleva pensare, ma non era semplice. Fu aiutato dal rumore di una porta che si apriva.
– Benvenuto alla zona neutrale dell’area viola, numero otto. Il tempo massimo che puoi passare in quest’area è di trenta minuti, allo scadere del quale sarai allontanato dal servizio di sicurezza.
Girò la testa per osservare il nuovo arrivato. Una parola che poteva rendere bene l’idea era “massiccio”. L’uomo, sulla cinquantina, dava una sensazione di stabilità, di fermezza e di robustezza. Non sembrava sconvolto dalla situazione e anzi pareva trovarcisi a suo agio, come se stesse facendo una gitarella. Nonostante il divano di fronte fosse libero, il numero otto si sedette sul suo stesso sofà, assumendo la sua stessa posizione.
– Così tu saresti il numero sei, il top scorer della partita. – Disse con tono ironico. – Devi essere uno bello tosto eh? O è stata solo fortuna?
Non riusciva a capire per quale motivo lo stesse provocando, ma non aveva intenzione di abboccare all’amo. Gli era bastato avere a che fare con il numero quattro, aveva già avuto la sua razione di pazzi. O forse l’uomo cercava sfide personali?
– È stata solo fortuna, se riuscire a uccidere può chiamarsi fortuna. – Rispose alla fine. L’uomo ruotò leggermente il busto per riuscire a guardarlo.
– Non sembri il tipo che va a caccia di teste, eppure sei quello che ne ha raccolte di più.
– Anche se non mi conosci, ti assicuro che è la verità quando dico che non ne sono fiero.
L’uomo lo scrutò per qualche istante. Poi parve soddisfatto.
– Potresti tornarmi utile più avanti, quando sarà il momento di uscire da qui. Cerca di non morire.
Lo disse così piano che gli parve di esserselo immaginato. Però l’uomo lo guardava sorridendo. Non attese una risposta e fece per andarsene. Lui si alzò in piedi e lo trattenne, prendendolo per un braccio, dando le spalle alla telecamera.
– Tu conosci un modo per uscire da qui? – Chiese in un sussurro.
– Può darsi. – Rispose il numero otto, senza voltarsi.
– Non so se mi stai mentendo o no, ma se veramente conosci un modo, allora la ragazza deve venire con noi.
– Quale ragazza?
– Quella che si trova in infermeria.
Il numero otto rimase silenzioso.
– Si può fare. – Disse alla fine. – Ma lei viene con me.
– Perché?
– O fai come dico io o ti puoi scordare di lasciare vivo questo posto.
– Se le fai del male, ti troverò.
Il numero otto si voltò e sorrise, poi scoppiò in una risata, forse a beneficio di chi li stava guardando.
– Ti giuro che questa vorrei vederla davvero! – Disse ad alta voce, tornando a voltarsi per dare le spalle alla telecamera.
– Quando la direzione di gara annuncerà che saranno passate dodici ore dall’inizio del gioco, indipendentemente dal numero di partecipanti rimasti in vita, noi ci troveremo alla zona neutrale rossa. Una volta lì, ti spiegherò il da farsi.
– D’accordo.
Avrebbe voluto fargli diecimila domande su cosa avesse in mente o sul perché la ragazza dovesse andare con lui. Poteva fidarsi? La poveretta aveva già subito uno stupro. Ma l’uomo non sembrava il tipo. Sentiva di potersi fidare. Forse sarebbe morto per quel motivo. Forse era solo un’elaborata trappola per dividere due potenziali rivali. Che scelta aveva alla fine? Se esisteva anche solo una possibilità di uscirne vivi, doveva aggrapparcisi stretto e sperare. Voleva che lei fosse con lui. Proprio in quel momento lei uscì dall’infermeria. Le bende a coprirle i polsi erano i soli segni di medicazione visibile. Lui si alzò e la strinse in un abbraccio che la lasciò spiazzata.
– Il tipo che vedi qui, il numero otto, dice di conoscere un modo per uscire. Tu devi andare con lui, ci incontreremo di nuovo nella zona neutrale rossa. Io mi fido di lui, anche se non so perché, e ti chiedo di fare altrettanto. – Le sussurrò in un orecchio. La tentazione di affondare la testa tra i capelli era fortissima.
– Farò come dici. – Gli rispose, stampandogli un bacio sulla guancia.
– Che bella signorina che abbiamo qui! – Esclamò il numero otto. – Che ne dici di lasciare il nostro top scorer per i fatti suoi e cercare di fargli la pelle insieme? Se è duro la metà di quello che sembra, in due avremo più possibilità! Se ti va, uscirò dalla prima porta e ti aspetterò fuori dalla seconda.
Senza attendere una risposta, uscì, lasciandoli soli.
– Se vuoi uccidermi in compagnia di quel nonnetto, avrai bisogno di un’arma. – Le disse, porgendole l’uzi. – Usalo bene.
– Ti prenderò senz’altro. – Gli disse lei, con tono di sfida e un’aria divertita negli occhi.
– Lo spero. – Le disse lui, abbracciandola di nuovo. Poi si sciolsero dall’abbraccio e lui, dopo aver preso il fucile, si avviò verso la terza porta di uscita. La luce viola lo accecò per un attimo e, sentendo lo sguardo di lei sulla schiena, si avviò lungo il corridoio. Alle sue spalle la porta si chiuse, lasciandolo solo con i suoi dubbi. Il numero otto conosceva davvero un modo per uscire da quella situazione orrenda? Lui sarebbe riuscito ad arrivare alla zona neutrale dell’area rossa? Lei ci sarebbe arrivata? C’era abbastanza tempo?
Il ricordo dell’abbraccio lo riscaldava ancora.
Fucile alla mano, si avvicinò al primo angolo. Tutto tranquillo. Cominciò ad avanzare verso l’area marrone, seguendo le indicazioni. La luce viola ricominciava a fargli vedere ombre ovunque. In pochi minuti la paranoia si riappropriò di lui e il tempo si dilatò fino a fargli pensare di aver lasciato la zona neutrale da ore. Era logorante. Stava con la schiena appoggiata al muro per prepararsi a voltare l’ennesimo angolo. Il corridoio era vuoto. Stava per fare un passo quando qualcosa di freddo gli si appoggiò contro la nuca.
– Fossi in te, non mi muoverei. – Gli sussurrò una voce all’orecchio. – Lascia cadere il fucile, da bravo.
Con una pistola alla testa, non aveva altra scelta. Era comunque fottuto. Non avrebbe più raggiunto la zona neutrale rossa. Non sarebbe mai riuscito a uscire da lì. Non avrebbe rivisto la ragazza. Non le aveva nemmeno chiesto come si chiamava. L’ultima cosa che avrebbe visto sarebbe stato il pavimento viola che si avvicinava, poi il buio. L’uomo alle sue spalle sembrò leggergli nel pensiero.
– Non fare cazzate. Voglio solo parlare, per ora. Adesso posa il fucile o ti ammazzo come un cane.
Eseguì l’ordine lentamente.
– Bravissimo. – Lo canzonò l’uomo. – Adesso tutto il resto, dai. Via tutto. Poi mi racconterai che cosa vi siete detti di bello tu e l’otto.
Un brivido freddo gli corse lungo la schiena.
– Mi ha detto solo stronzate riguardanti gli annunci all’altoparlante sul “top scorer”. – Rispose lui.
– Non prendermi per il culo e sfilati quelle cazzo di armi. – Replicò l’uomo, punzecchiandogli la nuca con la canna della pistola. – Credi che gli organizzatori di questo circo siano stupidi? Credi che non ci siano dei tecnici che controllano ogni singolo movimento dei giocatori? Come faceva a sapere che ti trovavi nella zona neutrale? Per quale motivo aveva bisogno di parlarti e non di spararti direttamente? No, amico mio, voi due, anzi, voi tre, perché c’è dentro anche la pupattola, state architettando qualcosa e questo alla direzione non piace. Se mi fai ripetere ancora una volta di sfilarti le tue cazzo di armi, ti ammazzo e poi vado a chiedere direttamente all’otto.
Non gli restò altro da fare che assecondarlo. Sfilò l’accetta dal fianco, il coltello dalla caviglia e la pistola dall’altra caviglia. Nel frattempo, pensava.
– Tu sei un infiltrato dell’organizzazione! – Esclamò alla fine, ad alta voce.
– Come siamo bravi. Sì, hai fatto centro. Ho anche la possibilità di andarmene da questo labirinto di merda attraverso i passaggi del personale, cosa che invece voi topi di fogna non potete fare. Adesso svuota le tasche. Voglio che tu non abbia niente addosso.
Alla fine fu tutto ammonticchiato per terra, sotto la luce viola. Era tutto lì, persino le focaccine salate superstiti. Tutto tranne la seconda siringa di antidolorifico. Era riuscito a sfilarla dalla scatoletta mentre la toglieva dalla tasca e la teneva nascosta nel palmo della mano. Quella roba era potente, sulla guardia aveva avuto un effetto assurdo. Iniettarsela voleva dire restare stordito per ore. Era l’unica speranza che aveva, doveva usarla bene.
– Adesso facciamo due passi, dai, che tanto questa roba non ti servirà più.
Si avviarono insieme, lui avanti e il suo aguzzino dietro.
Alla fine l’uomo gli intimò di fermarsi e girarsi. Aveva di fronte un altro tizio normale, di quelli che, incontrati per strada, non attiravano una seconda occhiata. Lo minacciava con una pistola bella grossa. Era molto brutto stare dalla parte sbagliata di un’arma, aveva lo stomaco stretto in una morsa per la paura. La siringa ancora nascosta nel palmo.
– Adesso dammi le mani, così te le lego e poi parliamo un po’. – Gli disse.
Era la sua occasione. Se lo avesse legato, non avrebbe potuto fare più nulla. Invece la fortuna aveva deciso di dargli una possibilità. Stava a lui prenderla al volo. L’uomo distolse un attimo lo sguardo per prendere il filo di nylon dalla tasca, che non ne voleva sapere di aprirsi. Con il cuore a mille, alzò il braccio di scatto e spostò la pistola, che sparò a vuoto, mentre con l’altra mano gli piantò la siringa nel collo, iniettando il contenuto.
– Figlio di puttana! – Gridò l’avversario, cadendo a terra e perdendo l’arma. Senza cercare di raccoglierla, si diede a una fuga disperata. Un proiettile gli fischiò forte vicino alla testa prima che potesse girare l’angolo, ma non si fermò. Le grida erano sempre alle sue spalle, ora più vicine, ora più lontane, ma il dannato gli stava alle costole. Senza rendersene conto, arrivò all’ingresso dell’area marrone. Aveva un aspetto strano, ma nella corsa non riuscì a capire cosa fosse. Prima di attraversare la porta, sentì un suono secco dietro di lui e girò la testa per capire se fosse stato raggiunto. Questo gesto non gli permise di vedere il gradino e cadde rovinosamente in avanti. Prima dell’impatto, riuscì a vedere dell’acqua fangosa che gli veniva incontro. Non era profonda, ma andò sotto del tutto, lungo disteso. Pensò di rialzarsi, ma sapeva che dall’inseguitore lo separava solo una svolta. Prese una decisione disperata. Espirò quel tanto di aria che bastava per non tornare a galla e poi trattenne il fiato, spostandosi sott’acqua fino a toccare il muro. Passarono secondi interminabili. Sentiva il battito del cuore nelle orecchie, sempre più forte. Cercò di recuperare la calma, per non sprecare ossigeno. Più manteneva la calma, più piano andava il cuore, più tempo poteva stare sotto. Cercò di immaginarsi nella piscina sotto casa, quando per vedere quanto riusciva a stare in apnea, si sedeva sul fondo e aspettava. Il pensiero che la sua vita stesse per terminare dentro una pozza di fango lo tormentava. Avrebbe dovuto continuare a correre? L’altro aveva rinunciato all’inseguimento? O l’aveva visto immergersi e aspettava solo il momento giusto per fargli la pelle? Certamente non poteva rimanere sott’acqua ancora a lungo. Ormai cominciavano a bruciargli i polmoni. Proprio quando era vicino a cedere e l’unica cosa che voleva era una boccata d’aria, il tonfo di qualcosa che entrava in acqua gli arrivò alle orecchie. I suoni sott’acqua si propagavano in modo strano, ma quelli che gli stavano passando a fianco erano sicuramente passi. Prima forti, poi sempre più lontani. Non ce la faceva più. Appoggiò le mani sul fondo e spinse piano verso l’alto, per emergere senza fare rumore. Pochi metri più avanti, la pozza finiva ed era sostituita da terreno fangoso. Le pareti e persino il soffitto erano completamente ricoperti di terra. Sembrava di stare dentro una galleria scavata nelle viscere della terra e l’impressione era amplificata da alcuni architravi di legno posti a distanza regolare per sostenere il soffitto, ai quali erano appese lampade elettriche che gettavano una luce fioca sull’intero ambiente Le onnipresenti telecamere spuntavano direttamente dal soffitto. In mezzo a quella sorta di galleria, una decina di metri più avanti, vide l’uomo che lo stava inseguendo. Era a un incrocio e scrutava in tutte le direzioni per capire da che parte fosse scappato. Si vedeva che era in difficoltà. Nonostante fosse fermo, perdeva l’equilibrio e doveva appoggiare un ginocchio a terra o una mano contro la parete. Quell’antidolorifico era decisamente debilitante. L’uomo scomparve nel corridoio e lui si trovò solo. Cercò di sollevarsi, quando si accorse che il fango si stava staccando dalla parete e ne stava emergendo qualcosa. Qualcuno. Una donna! Ricoperta di melma dalla testa ai piedi, aveva sfruttato l’irregolarità delle pareti per mimetizzarsi con l’ambiente. Se non l’avesse visto non ci avrebbe mai creduto. Era la riproposizione del trucco utilizzato nel film “Predator”, solo che era così assurdo, che non avrebbe creduto possibile si potesse fare veramente. La donna, silenziosa come un animale in caccia, si avviò dietro l’uomo, un lungo coltello in mano.
Aspettò ancora qualche secondo poi indietreggiò, fino a tornare all’ingresso dell’area marrone. Non poteva passare disarmato per quelle gallerie. Uscì dall’acqua e tornò nell’area viola. La tibia destra gli lanciava fitte ogni volta che ci posava il peso sopra, per la gran botta presa contro il gradino che conteneva l’acqua fangosa, in quella sorta di piscina.
– Area marrone. Il numero nove ha eliminato il numero cinque. Restano in gioco sei partecipanti.
Sbirciando l’ingresso della zona marrone, vide la donna ricoperta di fango tornare nella sua nicchia nel muro. Dopo pochi secondi di camuffamento, era come se fosse stata inghiottita dalla parete. Se non avesse saputo che si trovava in quel punto, sarebbe morto anche lui. Almeno l’altro non aveva provato dolore, con quel potente antidolorifico che gli scorreva in corpo. Forse era per quel motivo che non aveva urlato, o forse perché lei gli aveva tagliato la gola. Intanto il tempo scorreva. E lui era disarmato. E tormentato dalle domande. Perché l’organizzazione non aveva informato il suo infiltrato della sua posizione esatta? O della donna che stava per ucciderlo? Forse dover simulare di essere un partecipante comportava certe carenze. Probabilmente gli spettatori paganti non avrebbero gradito un’intromissione nel gioco. Del resto, se c’erano delle scommesse di mezzo, sarebbe stato come truccare il risultato. Era tutto molto plausibile, ma era solamente una teoria. Doveva concentrarsi su problemi più immediati. Tornare indietro disarmato a cercare la sua roba era rischioso tanto quanto affrontare la donna a mani nude. Lui aveva un vantaggio su di lei. Sapeva dove si nascondeva. Ma lei si era accorta di lui? Doveva aver udito il rumore che aveva prodotto, quando era piombato in acqua. Forse non l’aveva finito solo perché stava sopraggiungendo un altro. In quel caso, perché non era tornata fino alla pozza a dare un’occhiata? Forse perché la mimetizzazione le imponeva di tenere gli occhi chiusi e si muoveva solo quando qualcuno le passava di fronte. Il numero cinque era stato il primo a cadere nella trappola, perché gli annunci, fino a quel momento, non avevano parlato dei successi del numero nove. Non potendo tergiversare oltre, decise l’azzardo. Era un rischio che doveva correre. Avanzò lungo la galleria in modo circospetto. Superò la pozza d’acqua che gli aveva dato rifugio e giunse in prossimità dell’incrocio. Giunto a un passo dalla postazione della donna, si scagliò con tutto il suo peso contro di lei, il gomito in fuori, confidando che avesse gli occhi chiusi.
L’effetto fu attutito da tutto il fango che lei aveva addosso, ma si fece comunque sentire. Colpita al petto, fu costretta a mettere un ginocchio a terra per riprendere fiato, tra un colpo di tosse e l’altro. Senza darle il tempo di mettere mano alle armi, le piazzò un calcio in faccia dal basso verso l’alto, colpendola sotto il mento. Fu più efficace del primo assalto. Lei rotolò a terra, inerme. Lui non le diede tregua. Le fu sopra e la immobilizzò. Le tolse la fibbia con il coltello e se lo allacciò alla caviglia. Poi continuò la perquisizione. Sembrava non avesse altro. Forse aveva nascosto le altre armi in mezzo al fango, dove potevano esserle più utili. In tal caso lui non le avrebbe mai trovate.
– Quale numero? – Chiese la donna con un filo di voce, sputando terra.
– Quale numero cosa? – Rispose lui, interdetto.
– Quale numero hai? – Spiegò lei.
– Mi hanno dato il sei.
A quell’affermazione lei fu scossa da un brivido e cominciò a singhiozzare.
– Sei quello che ha ammazzato più gente. Adesso ucciderai anche me?
Lui era molto indeciso. Quella donna era pericolosa. Molto pericolosa. Lasciarsela dietro era un rischio e toglierle la vita era piuttosto semplice. Tuttavia...
– Tu mi hai fatto un favore, uccidendo il numero cinque. Mi aveva disarmato e mi dava la caccia. Se non fosse stato per te, sarei morto. Del resto, se fossi passato prima io, mi avresti sicuramente ucciso. No, non ti ucciderò. Non così. Dimmi solo se hai nascosto le armi che l’uomo aveva addosso o se le hai lasciate a terra.
– Non ho perquisito il corpo, non mi serviva altro, oltre al coltello.
– Ascolta. Non so se tu hai altre armi nascoste. Non mi interessa neanche. Adesso andrò dal tipo che hai ucciso, prenderò le sue armi e lascerò lì il tuo coltello. Non cercare di fregarmi però, perché non sarò così gentile da lasciarmi ammazzare senza reagire.
– Ho capito. Va bene.
Lui si alzò lentamente, permettendole di massaggiarsi il volto e il petto, tra le lacrime che si mischiavano al fango che aveva addosso. Anche lui doveva offrire uno spettacolo simile, ma non poteva farci niente.
Senza darle le spalle, arrivò all’incrocio e si lanciò di corsa lungo il passaggio che aveva preso il numero cinque. Fortunatamente, trovò il corpo dopo poche svolte. Le armi erano lì. Slacciò la cintura del morto e se l’allacciò in vita. C’erano agganciati una borraccia, un kit di pronto soccorso e un po’ di munizioni che utilizzò per ricaricare la pistola appena raccolta. Dulcis in fundo, l’uomo aveva una granata in tasca. Si chiese se fosse lo stesso modello che aveva causato il macello nell’area arancione: quella piccola bastarda poteva tornare molto utile, a patto che non fosse colpita da un proiettile vagante. In quel caso di lui sarebbe rimasta solo una macchia rossa. Lasciò il coltello della donna e prese quello del morto, poi si avviò alla ricerca del passaggio per l’area successiva. Ne aveva abbastanza di terra e fango.
Arrivò all’ingresso dell’area grigia: un denso fumo inondava i corridoi, rendendo quasi impossibile la visuale. Quanto a visibilità, quella zona era molto peggio dell’area nera. Laggiù una torcia, per quanto pericoloso fosse tenerla accesa, permetteva di fugare le paure dell’oscurità. Qui avrebbe solamente rischiarato un muro di nebbia, che sembrava uscire dagli ugelli sul soffitto. L’illuminazione contribuiva a rendere tutto più difficile. Osservando la scena con l’occhio della fantasia, sembrava di doversi immergere in una nube temporalesca intrappolata in un piccolo spazio. Ad ogni modo, l’area grigia era l’ultima che lo separava dall’area rossa. Mosse qualche passo, alla cieca, con una mano sulla parete e nell’altra la pistola.
Si accorse di tre cose. Primo: la visibilità era ridotta a un metro scarso. Secondo: il rumore dei passi era amplificato dal pavimento e rimbombava lungo i corridoi. Terzo: il fango e la terra che lo ricoprivano dalla testa ai piedi lasciavano una traccia così evidente, che solo un cieco sarebbe riuscito a perderla.
Cercò di ripulirsi gli scarponi dando calci alla parete, ma l’unica cosa che ottenne fu lo sprigionarsi di un fragore eccezionale. Se c’era qualcuno, ora sapeva che un deficiente era appena entrato. Oltretutto, non era riuscito a risolvere granché. Non poteva farci niente, quindi si risolse a proseguire. Se l’oscurità aveva avuto un effetto logorante sui nervi, l’arancione era stato disturbante e il viola alienante, il fumo grigiastro aveva un che di onirico. Sembrava di camminare in un sogno. O un incubo. Le volute dense si muovevano a causa delle correnti d’aria, formando figure fantasiose e bizzarre.
Dopo qualche minuto gli fu chiaro che non era solo in quella zona. Qualcun altro si muoveva lungo gli assordanti corridoi.
– Ti sento! – La voce lo raggiunse da chissà dove. – Vuoi giocare con me?
Maledisse quel labirinto e i pazzi scatenati che lo popolavano. O era stato proprio il labirinto a renderli pazzi? Forse era solo la vera natura di ciascuno che piano piano emergeva. Nella vita reale non era concesso andare a caccia di essere umani, non senza essere puniti dalla legge. Lì dentro non c’era niente a fermarti. Ogni cosa era concessa. Abusi, violenze, stupri, omicidi, torture. Le peggiori nefandezze che una persona potesse compiere, lì si potevano esercitare liberamente. Lui ne aveva avuto un’abbondante dimostrazione.
– Oh andiamo, non essere timido, dimmi che numero hai, prima che venga ad ammazzarti. Io sono il dieci, quello che ha eliminato il numero uno nell’area gialla. Non mi ha dato soddisfazione, si è fatto uccidere troppo in fretta, non ho avuto neanche il tempo di dargli la caccia come si deve. E poi ne ho accoppato solo uno, mentre il numero sei ne ha già ammazzati tre.
Si stavano muovendo entrambi, ma non aveva idea di quanto fossero vicini. In quei corridoi non si capiva niente. Quel tizio sembrava divertito dalla situazione, oltre ad ambire alla vetta della classifica.
– Dai insomma, non mi vuoi dire il tuo numero? Ti ho sentito arrivare dall’area marrone. Quindi potresti essere il nove. Però nell’area viola c’era il sei, che si stava dirigendo da questa parte. Sei il numero sei vero? Sì! Devi esserlo per forza, se non rispondi.
Noi due siamo uguali, sai? Ci piace la caccia. Ci piace sentire il sapore della paura delle nostre prede. Io fuori ero un designer, però nel tempo libero andavo a caccia. Ma era così noioso. Che gusto c’è a sparare a qualcosa che non può rispondere al fuoco? Ecco perché mi piace questo gioco. Non pensavo fosse così gustoso. Attrae anche a te, non è vero?
Il numero dieci era ancora più matto del numero quattro, che era impazzito, ma almeno se l’era presa con le persone giuste. Questo, invece, era proprio fuori di testa.
– Oh, e questa cos’è? Ti lasci dietro la scia? Gentile da parte tua. O pensavi che, altrimenti, sarebbe stato troppo facile uccidermi? È questo che pensi? – L’umore dell’uomo cambiò repentinamente. – Non mi credi all’altezza? Bastardo, io non ho bisogno di aiuto e non cadrò in questa stupida trappola. Ti ammazzo, numero sei, mi hai capito? Ti ammazzo!
Inaudito come, anche senza dir niente, era riuscito a far incazzare uno che gli avrebbe presto messo il sale sulla coda. Anche se aveva scovato la traccia, non sembrava avesse allungato il passo. Forse non si fidava. Il che gli avrebbe permesso di mantenere una distanza sufficiente. Forse poteva seminarlo.
– Senti, dai, scusa se mi sono incazzato. Con te voglio fare una vera sfida, capisci? Tu sei l’unico qua dentro che può darmi un po’ di soddisfazione. Però non mi rispondi neanche. Non è molto amichevole da parte tua.
– Non mi sembra il momento adatto per fare amicizia. – Rispose alla fine, sperando di tenerlo buono.
Ci fu un attimo di silenzio.
– Oh no, che delusione. Hai risposto davvero. Forse non sei così bravo. Forse non sei il numero sei. Sei solo un’idiota qualunque, sporco di terra, che non ha capito come funziona l’acustica di questi corridoi. Va beh, peccato. Fammi il piacere di morire in fretta, che non ho tempo da perdere con gli stupidi.
Qualcosa gli diceva che si era appena messo in merda. Il numero dieci, a giudicare dal rumore, aveva iniziato a correre, lui fece altrettanto. All’improvviso i suoni sparirono.
– Ti ho fregato. – Disse una voce alle sue spalle, a un volume normale. Una raffica di mitra sventagliò il corridoio e lui fu colpito due volte, una al fianco e una al braccio. Cadde a terra con un grido, ma riuscì a trascinarsi freneticamente fin dietro l’angolo, mettendosi al riparo.
– Sei proprio un cretino! O uno sprovveduto. O entrambi. Non ti sei accorto che il rimbombo cessa, se qualcuno si trova sufficientemente vicino a te? Se tu avessi gettato qualcosa per terra e ti fossi messo a camminare, ti saresti reso conto che l’acustica era normale. Adesso rimbomba perché siamo fermi. So per certo che ti trovi a meno di dieci metri da me.
Un’altra raffica sventagliò il corridoio.
– A quanto pare, sei dietro un angolo. A questo punto la domanda è quanto gravemente tu sia ferito. Morirai dissanguato? O tenterai un assalto disperato?
La domanda era pertinente, senza dubbio. Dandosi una rapida occhiata, vide che il fianco era stato colpito solo di striscio, ma il braccio sinistro era stato passato da parte a parte. Sentì un suono echeggiante. Il numero dieci che si avvicinava. Si sporse e fece fuoco con la pistola, svuotando il caricatore. Un grido e un tonfo. L’aveva beccato? Ricaricò e sparò un altro paio di colpi alla cieca.
– Stai cercando di ammazzarmi sul serio, figlio di puttana!
L’aveva beccato.
Decise di giocarsi il tutto per tutto. Prese la granata, tolse la spoletta, contò fino a tre e la gettò nel corridoio. Poi si slanciò con tutte le forze nella direzione opposta, tenendo le orecchie tappate e la bocca aperta, come aveva letto in qualche libro. L’esplosione fu assordante, ulteriormente amplificata dall’acustica. Nonostante si fosse chiuso le orecchie, il rumore superò abbondantemente la soglia del dolore. Questo voleva dire che se non si fosse infilato le dita nelle orecchie, i suoi timpani sarebbero andati a puttane. Lo spostamento d’aria faceva in modo che il fumo corresse con lui. Riuscì ad arrivare alla zona neutrale dell’area grigia. Non c’era fumo là dentro.
– Benvenuto alla zona neutrale dell’area grigia, numero sei. Il tempo massimo che puoi passare in quest’area è di trenta minuti, allo scadere dei quali, sarai allontanato dal servizio di sicurezza.
Ignorando l’annuncio all’altoparlante, si diresse barcollando verso l’infermeria. Un uomo e una donna, con camici bianchi, lo guardarono inorriditi.
– Ehi amico, si suppone che questa sia una zona sterile. Se non stai per morire e vuoi farti ricucire, vai a farti una doccia prima di inondare il locale di fango. – Gli disse l’uomo.
Fu sul punto di protestare, ma fece dietrofront e andò in bagno. Lo specchio gli rivelò le sue condizioni pietose. Il corpo, dalla punta dei capelli fino ai piedi, era completamente incrostato di fango e striato di rosso. Si svestì e si infilò sotto la doccia. L’acqua nel piatto ci mise cinque minuti buoni, prima di tornare trasparente, leggermente striata del sangue che colava dal buco nel braccio. Pensava che una pallottola fosse più dolorosa, ma forse erano solo l’adrenalina e la tensione a salvarlo. O le ferite non erano gravi. Sciacquò anche gli indumenti, ripulendoli alla meglio. Infilò i boxer bagnati, lasciò l’equipaggiamento in bagno, i vestiti appoggiati sul termoarredo per farli asciugare. Prese con sé solo la pistola e, a piedi nudi, tornò in infermeria. I dottori lo guardarono e gli parve che la dottoressa lo approvasse.
– Così somigli a un essere umano. – Gli disse il dottore. – Fatti dare una guardata.
Esaminarono i tagli, i lividi e il buco nel braccio.
– In generale non ti è andata male, pensavo fossi messo peggio quando sei entrato. Al braccio ti diamo giusto un paio di punti, per il resto non c’è molto da fare.
I due si misero al lavoro con fredda efficienza. Lo ricucirono senza anestesia. Fu doloroso, ma niente di insopportabile. In pochi minuti aveva una benda che gli fasciava il braccio dalla spalla al gomito e un cerotto di medie dimensioni sul fianco.
– Ok amico, abbiamo finito. Buttati un po’ sul divano, prima di ripartire, ti resta ancora un quarto d’ora. – Gli disse il medico.
Lui ringraziò e uscì. Posò la pistola sul tavolino e si distese. Non erano passati neanche due minuti quando una delle porte si aprì.
– Benvenuto alla zona neutrale dell’area grigia, numero dieci. Il tempo massimo che puoi passare in quest’area è di trenta minuti, allo scadere del quale sarai allontanato dal servizio di sicurezza.
Il numero dieci aveva un aspetto orribile. I lineamenti aguzzi del viso, che già normalmente dovevano dargli un aspetto truce, erano contorti in una smorfia di dolore. Il sangue gli colava dalle orecchie e da una coscia, che lui tamponava con le mani. Indossava un giubbotto antiproiettile che aveva preso un paio di colpi, probabilmente quelli sparati da lui. Aveva decine di tagli, sul viso e sul resto del corpo. La granata non lo aveva ucciso, ma lo aveva conciato piuttosto male. Doveva aspettarselo, visto che non avevano annunciato la sua morte.
Trascinando la gamba, il numero dieci si avviò verso l’area medica, poi si accorse della sua presenza.
– Sei tu, bastardo! Ci hai provato eh? Ti avevo sottovalutato, stai sicuro che appena esco, vengo a cercarti. Sei contento di come mi hai ridotto? Io ti farò molto di peggio, quando ti avrò preso.
Lui si limitò a fissarlo, senza rispondere.
– Allora, che cazzo hai da guardare? Contempli il tuo lavoro? I tipi come te mi hanno sempre fatto incazzare. – Disse, avvicinandosi.
Appoggiò la mano sulla pistola.
– Eh no bello, qui siamo nella zona neutrale, non puoi uccidermi solo perché ti vengo vicino. Hai paura, eh? Sì che ce l’hai, te lo leggo negli occhi.
– Allora devi imparare a leggere meglio. – Rispose lui stizzito, allontanandosi dal divano.
L’uomo sembrò calmarsi, annuendo con la testa.
– Come temevo. L’esplosione mi ha fatto diventare sordo. Non preoccuparti, con o senza udito, riuscirò lo stesso a staccarti la testa dal collo, prima della fine della partita.
Lo guardò ancora con aria di sfida, poi scomparve all’interno dell’infermeria.
Gli sarebbe piaciuto rimanere lì ancora un po’, ma l’incontro con il numero dieci era stato sgradevole e decise di andarsene prima che finissero di medicarlo. Non ci teneva ad ascoltare un altro monologo di quello psicopatico. Raccolse i suoi effetti, si rivestì e, dopo aver controllato di non aver lasciato niente in giro, si inoltrò nuovamente tra le volute.
Il fumo disegnava complessi intrecci intorno a lui. In un altro momento si sarebbe soffermato a guardarli. Ma aveva altri pensieri per la testa. Per esempio, quanto mancasse al dannato annuncio di metà gara. O quali provvedimenti avrebbe preso la direzione per scoprire cosa si fossero detti lui e il numero otto. Il fatto che avessero un agente sul campo era abbastanza scioccante. Cosa poteva aver convinto il numero cinque a partecipare al gioco volontariamente? I soldi? Un ricatto? L’aveva fatto solo perché gli piaceva uccidere? Quale che fosse il motivo, era morto e non potevano certo dare a lui la colpa. Un sacco di interrogativi gli ronzavano in testa, ma andavano e venivano alla velocità del suono. Non aveva senso farsi domande se non poteva avere risposte. Non c’era modo di avere certezze su nulla. Nemmeno sulla sopravvivenza.
– Area gialla. Il numero otto ha eliminato il numero dodici. Restano in gioco cinque partecipanti.
Si mosse velocemente fino alla mappa più vicina. Il suo “amico” si trovava dalla parte opposta rispetto all’area rossa. Lei doveva essere con lui, o quantomeno ancora viva, perché non ne era stata annunciata la morte. Questo lo lasciava ben sperare. Il solo pensare a lei gli faceva in parte dimenticare tutto lo schifo che lo circondava. Finché lei era viva, lui avrebbe avuto qualcosa a cui aggrapparsi. Certo, anche prima di incontrarla si era aggrappato alla vita e al desiderio di sopravvivere, ma lei gli aveva dato un motivo in più. Gli aveva dato un motivo per sognare a occhi aperti su un ipotetico futuro. E il numero otto gli aveva dato un’ulteriore spinta in quella direzione, regalandogli la speranza di uscirne vivo, in qualche modo. Sì, tutto andava nel migliore dei modi. Certo, si era preso una palla nel braccio, ma non era niente rispetto a quello che avrebbe potuto capitargli fino a quel momento.
– Allora bastardo, dove sei? – La voce del numero dieci risuonò furiosamente nei corridoi. – Ti sei preso il mio udito, ti sei preso il mio sangue. Io prenderò molto di più!
Continuando a spostarsi, si chiese come potesse fare il numero dieci a trovarlo, in mezzo a quel fumo, senza poter usare l’udito. Tuttavia decise di accettare la sfida, non poteva permettersi di portarselo dietro fino all’incontro con gli altri due. I passi rimbombavano forte nei corridoi.
All’improvviso qualcosa cambiò. Non erano più in due, a giocare. Erano in tre.
Se si escludevano i suoi due amici, che si trovavano da tutt’altra parte, restavano solo lui, il numero dieci e la donna dell’area marrone, la numero nove. Probabilmente aveva fatto una cazzata a lasciarla in vita. Eppure gli era sembrata sufficientemente spaventata. Dannazione.
– Che hai fatto, sei tornato a giocare nell’area marrone mentre non c’ero? Ti mancava il tuo fango? Lurido bastard... – Il grido si spense in un rantolo gorgogliante.
– Area grigia. Il numero nove ha eliminato il numero dieci. Restano in gioco quattro partecipanti.
Era quasi finita. Se la numero nove non li avesse intralciati, non correvano altri pericoli. O meglio, lui non avrebbe corso altri pericoli. Decise di tornare alla zona neutrale per far passare un po’ di tempo. Oltre a lui, non si muoveva nessuno. La donna doveva essere immobile insieme alla sua preda appena uccisa. A meno che non avesse trovato un modo per eludere la strana acustica di quel luogo. Appena varcò la porta, fu accolto dal solito annuncio.
– Benvenuto alla zona neutrale dell’area grigia, numero sei. Il tempo massimo che puoi passare in quest’area è di trenta minuti, allo scadere del quale sarai allontanato dal servizio di sicurezza.
Aveva trenta minuti. Trenta minuti tutti per lui. Si buttò sul divano e cercò di rilassarsi. Avrebbe voluto dormire, ma aveva paura di perdere l’eventuale annuncio di metà partita. Così si limitò ad ascoltare il battito del cuore, nel silenzio della stanza.
Un battito regolare, come non se lo sarebbe mai immaginato. La sua vita precedente gli sembrava lontana anni luce. I suoi amici, come fossero passati anni dall’ultima volta che li aveva visti. I suoi cari, come li avesse già seppelliti da tempo. Nel suo fantasticare, immaginò di essere una di quelle persone che venivano dichiarate morte e poi, miracolosamente, il cuore riprendeva a battere. Il suo era ancora fermo. Era sul fondo della fossa e guardava il mondo dei vivi dal basso. Il bordo era troppo alto per essere raggiunto saltando, la terra troppo friabile per cercare di arrampicarsi. La sua unica speranza era un filo, un piccolo filo sottile, che si perdeva lassù. Dov’era attaccato quel filo? Avrebbe retto il suo peso? Non lo sapeva, ma dato che era lì, poteva usarlo. Faceva male, però. Così sottile, segava le mani, procurandogli un grande dolore. Se l’avesse lasciato, allora non avrebbe avuto più speranza.
– Gentili partecipanti, la direzione vi informa che sono state raggiunte le dodici ore di gara e fa i complimenti ai sopravvissuti. Buon proseguimento di partita.
L’annuncio lo fece sobbalzare. Era arrivato il momento di raggiungere la zona neutrale rossa. Era arrivato il momento di avere delle spiegazioni. Raccolse la sua roba e si avviò a passo di carica fuori dalla zona neutrale grigia, ma si arrestò subito: si vedeva una traccia di fango, che si perdeva, poi, tra le volute di fumo del corridoio. La numero nove era passata di lì, ma non era entrata. Gli stava tendendo una trappola? Imprecando tra sé e sé, si maledì per averla risparmiata. Certo, gli era stata utile in ben due occasioni, ma da lì in poi poteva diventare un problema. Calcolando i tempi sulla mappa di gioco, aveva notato che, correndo senza fare attenzione, poteva impiegare cinque minuti scarsi a raggiungere la destinazione. Poiché, però, la situazione era rischiosa, con la donna di fango nei paraggi, decise di andarci cauto. Le tracce di fango erano ovunque. Il rumore dei suoi passi veniva amplificato dall’acustica. Ben presto, se ne aggiunsero altri. La donna si era messa in caccia. Arrivato al passaggio per l’area rossa, proseguì senza fermarsi. Il caldo era infernale. Le pareti e il pavimento erano bollenti, il calore era tale da far tremolare l’aria. Sudando copiosamente, arrivò alla zona neutrale rossa e varcò la soglia pieno di speranza e timore. Loro erano là. Il numero otto, impassibile, le braccia incrociate, e lei il numero tre, sudata, ma bellissima, che gli sorrideva. Le andò incontro e si abbracciarono forte.
– Non vorrei sembrarvi invadente, ma non è questo il momento. Ora è il momento delle spiegazioni, finché ne abbiamo il tempo. Poi dovremo muoverci in fretta. – Disse il numero otto.
Riluttanti, si lasciarono, ma continuarono a tenersi per mano.
– Non ho intenzione di dirvi il mio vero nome, potrebbe essere sconveniente. Continuate pure a chiamarmi numero otto, va benissimo così. In secondo luogo, parlate liberamente, in questo momento non possono né vederci né sentirci. A giudicare dalle vostre facce direi che sono io quello che deve parlare. E allora parlerò. Sono un mercenario. In realtà sono il capo di una squadra di mercenari che lavorano per me sotto contratto, solitamente in aree di guerra. Questa missione è un favore personale che ho chiesto ai miei uomini e loro non si sono tirati indietro. Non avrei mai messo il becco in questa faccenda se non fosse per mio fratello. Anche se questa organizzazione sembra perfetta e oggi ha sicuramente un meccanismo ben rodato, all’inizio non era così: ai partecipanti veniva offerto un premio in denaro e il vincitore era libero di andare per la sua strada. Questo sistema si é presto rivelato inefficace. Per quanto ci si raccomandasse, la gente parlava o lasciava tracce. A fatica sono riusciti a insabbiare tutto e a far sparire quelli che sapevano. Mio fratello fu uno di loro. Non gli volevo particolarmente bene, era una testa calda. Ma era pur sempre mio fratello. Ci ho messo un sacco di tempo a trovare questi stronzi. Ho inserito un uomo in sala controllo e un altro tra i loro reclutatori. Durante il gioco, ero a conoscenza degli spostamenti di tutti e il tuo colloquio con l’infiltrato dell’organizzazione è stato adeguatamente epurato. Nessuno ha visto niente, a parte l’inseguimento. Tra poco alcuni dei miei scenderanno dalla porta di servizio e prenderanno il nostro posto per un po’. Due uomini e una donna in realtà. Le nostre sembianze saranno sovrapposte alle loro in tempo reale grazie a un software del mio gancio. Così avremo il tempo di fare irruzione nella villa sopra di noi, prendere i nastri e sparire alla velocità del vento.
Il racconto lo aveva lasciato stupefatto.
– Perché hai deciso di coinvolgerci? Perché non sei entrato in azione prima? Perché non hai fatto irruzione direttamente alla villa?
– Beh, dovevo infiltrarmi perché avevo bisogno di segnare alcuni punti, qua sotto. Ho intenzione di far saltare il sotterraneo. Per quanto riguarda voi due, è stata una decisione presa al volo. Ti ho usato come esca per togliermi dai piedi il numero cinque. Sapevo che era un membro interno dell’organizzazione e sapevo che mi seguiva, perciò mi serviva un diversivo. Eri la mia esca. Ti ho usato.
Lo aveva usato.
– Hai cercato di farmi ammazzare.
– Beh, non proprio.
– Mi hai usato.
– Niente colpi di testa proprio adesso, amico. Tu sei vivo, la tua ragazza è viva. Avete la possibilità di uscire da qui. Non vi è andata così male. I miei uomini piazzeranno gli esplosivi e raccoglieranno gli altri superstiti, ma pare sia rimasta solo una donna, oltre al fantomatico “campione” nell’area centrale. In realtà non c’è alcun campione. L’ultimo rimasto viene semplicemente ucciso. A ogni modo, voi due non parteciperete all’attacco nella villa, ma aspetterete al punto di raccolta, con il pilota dell’elicottero.
La donna menzionata pochi secondi prima, fece il suo ingresso. Coltello in mano, coperta di fango dalla testa ai piedi, li guardava con occhi spiritati.
– Voi! – Disse. – Voi state per combinare qualcosa.
Il numero otto si portò una mano all’orecchio.
– Sì, in effetti stiamo proprio per combinare qualcosa. I miei ragazzi stanno scendendo.
Come evocati, la porta del personale di servizio si aprì e ne uscirono due uomini e una donna, ben equipaggiati e con pesanti zaini sulle spalle.
– Ho segnato i punti nei corridoi, li trovate su queste piantine. Seguite il piano e andrà tutto bene. – Disse loro il numero otto, porgendo a ciascuno una copia della mappa del labirinto.
– Che sta succedendo qui? – Gridò la donna coperta di fango.
– Succede che ce ne andiamo. – Le rispose il numero otto – Ma tu devi aspettare il ritorno dei miei uomini, se vuoi uscire.
– No! No! Portatemi con voi, vi prego. – Disse lei, gettandosi in ginocchio.
– Mi spiace ragazza. Una donna per una donna. Dovrai aspettare il ritorno dei miei.
– Impazzirò, se resto qui ad aspettare da sola!
– Che sciocchezza. Non impazzirai affatto. Adesso stai qui, aspetta e non farci perdere tempo! Andiamo!
I tre nuovi arrivati si addentrarono nei corridoi, mentre il numero otto e la numero tre si avviavano verso la porta di servizio. Lui rimase un attimo a guardare la numero nove. Poi le voltò le spalle e seguì gli altri.
– Voglio venire anch’io! – Gridò lei, cercando di superarlo per arrivare alla numero tre, il coltello levato. Lui fece in tempo a prenderla per la maglietta, scagliandola sul pavimento. Poi le puntò contro la pistola.
– Non ti stiamo abbandonando. Devi solo aspettare. Provaci di nuovo e morirai a un passo dalla libertà. – Le disse duramente.
Lei lasciò cadere il coltello e cominciò a piangere, rannicchiandosi sul pavimento.
– Non lasciatemi qui, vi prego. Anch’io voglio vivere. Non lasciatemi qui. Voglio vivere.
La porta si chiuse sottraendolo a quello spettacolo pietoso. Si trovava in una stanza relativamente piccola, con un ascensore. Gli altri due lo guardarono, il numero otto annuì.
– Ben fatto.
La ragazza gli tenne stretto il braccio durante la risalita. Stavano tornando in superficie. Ci stavano tornando davvero. Se quel mercenario era così in gamba come sembrava, ce l’avrebbero fatta senza problemi.
L’ascensore si aprì e si trovarono in un gigantesco parcheggio sotterraneo. A pochi metri c’era un furgone parcheggiato, bianco, senza insegne. Il portellone laterale si aprì e un uomo con l’uniforme delle guardie di sicurezza fece cenno di avvicinarsi. Il numero otto si avviò e loro gli tennero dietro, avendo solo il tempo di dare una fugace occhiata a quello che li circondava.
Appena saliti, il furgone partì. Un uomo era al volante, un altro seduto al lato passeggero, mentre un terzo, quello che aveva aperto il portellone, stava porgendo un’uniforme da guardia al numero otto, che intanto cominciò a snocciolare qualche informazione sul luogo in cui si trovavano.
– Questa struttura ha due piani sotterranei. Il più profondo è il labirinto. Poi questo piano, che non è altro che un enorme spazio vuoto al quale arrivano gli ascensori delle zone neutrali. Al centro di questo livello, c’è una sala delle guardie e un dormitorio, mentre il personale medico, al termine di ogni partita, viene riportato all’esterno. Ci sono un mucchio di colonne portanti per sostenere il peso di tutta la terra sopra le nostre teste, per non parlare della villa. In questo momento ci troviamo a circa trenta metri di profondità. Appena avremo risalito la rampa e saremo in superficie, sbucheremo di fianco a un gabbiotto della sicurezza, che ora è presidiato da un mio uomo. Ci fermeremo e vi faremo scendere, a quel punto dovrete inoltrarvi nel bosco, correndo dritti davanti a voi, fino a che non troverete un altro dei miei, che vi aspetta. Se tutto va bene, non dovrete far altro che attendere meno di mezz’ora, poi ce ne andremo con le prove necessarie a inchiodare questi figli di puttana. Tutto chiaro?
Entrambi fecero cenno di aver capito. Non c’era nulla di difficile. Non dopo quello che avevano passato.
Pochi minuti più tardi si fermarono e il numero otto li fece scendere. La notte li avvolse. Il furgone ripartì in direzione di una villa che sorgeva più avanti.
L’uomo nella guardiola fece loro gesti di incitamento, indicando la direzione da seguire.
Correre tra le piante lo eccitava come un bambino, sentire l’odore dell’aria fresca e della vegetazione lo riempiva di una gioia profonda. Assaporava la vita come mai aveva fatto prima. Farlo con la mano di lei stretta nella sua, gli dava una sensazione ancora più grande. Sembrava che il cuore dovesse scoppiargli in petto per la felicità. Nella corsa lei si voltò a guardarlo e lui seppe che provava le stesse cose. Seppe che non l’avrebbe lasciata, per nessuna ragione al mondo. Avrebbe vissuto con lei il resto della vita.
Arrivarono a una radura in prossimità di un muro di cinta alto circa tre metri. Lì, organizzata con sacchi di sabbia, era stata montata una mitragliatrice. Un uomo fece loro cenno di avvicinarsi, doveva trattarsi dell’elicotterista. Senza scambiarsi saluti, porse loro dell’acqua e un po’ di barrette energetiche e indicò con un gesto vago la parete dietro la postazione. Una struttura simile a un’impalcatura con le ruote era montata sotto la chioma di un grande albero.
Si accoccolarono e si misero a mangiare a e bere, senza dirsi una parola, solo accarezzandosi a vicenda. Lei gli affondò la testa nel petto e cominciò a piangere piano. Senza poter resistere, cominciò a piangere anche lui.
Qualche minuto dopo, riuscirono a ricomporsi.
– Allora numero tre, pensi di dirmi il tuo nome? Il tuo vero nome intendo. – Le chiese sollevandole il viso con la mano.
– Mi chiamo Rebecca. Rebecca Chirico. – Rispose lei con un sorriso. – E tu invece, misterioso numero sei, temuto top scorer della partita, come ti chiami?
– Andrea De Stefano.
Rimasero così, il viso di lei posato sulla mano di lui, a guardarsi negli occhi e nient’altro. Il mondo attorno sarebbe potuto svanire di colpo e non se ne sarebbero accorti. Poi il momento passò e tornarono entrambi con i piedi per terra.
In quell’istante, fecero il loro ingresso nella radura i tre mercenari incaricati di piazzare gli esplosivi nel labirinto. Con loro c’era la donna dell’area marrone. Non riusciva a stare in piedi da sola e bofonchiava parole senza senso. Lui si sentì in colpa per come era ridotta. Era stato lui a dare il colpo di grazia alla sua già fragile psiche. Si chiese se avrebbe mai potuto recuperare un equilibrio mentale normale.
I mercenari parlavano in modo concitato con l’elicotterista, che continuava a fare cenni negativi con la testa, ma i tre non sembravano della stessa opinione, qualunque fosse il motivo della discussione. Lui si alzò per andare a sentire che cosa stesse succedendo.
– Qualcosa non va?
I quattro si girarono a guardarlo.
– Il capitano non è ancora tornato. L’ordine, in questo caso, era di far saltare tutto e andare via.
– Non è passato troppo poco tempo da quando siamo usciti?
– Senti amico, noi siamo professionisti. Non ci è voluto molto a piazzare l’esplosivo. Il capitano aveva stimato come tempo complessivo dell’operazione, esattamente venti minuti. Non uno in più, non uno in meno. Dentro e fuori. E sono passati, quindi dobbiamo levare le tende come da ordini. I nostri infiltrati riusciranno a uscire da soli, se non sono stati scoperti. Il capitano, beh, il capitano non è uno che si fa ammazzare da questi quattro dementi. Però le comunicazioni si sono interrotte, qualcosa è andato storto. Adesso noi ce ne andiamo, se vuoi restare, sono tutti cazzi tuoi.
Senza dargli il tempo di replicare, si mise a dare ordini secchi ai compagni. Nel frattempo sopraggiunse l’uomo della guardiola.
– C’è agitazione alla villa.
L’uomo che aveva il comando imprecò.
– Ok ragazzi, facciamo saltare questo posto di merda e alziamo i tacchi. – Esclamò.
Due si fecero sotto per rimettere l’impalcatura vicino al muro, altri smontarono la mitragliera. Freddi ed efficienti, i soldati raccolsero tutto nel giro di pochissimo.
– Tu devi assolutamente andare con loro. – Disse a Rebecca. – Io devo trovare i nastri. Senza, non possiamo tornare a vivere. Non possiamo dimostrare un bel niente. Continueremo a essere dei bersagli.
– Mi stai chiedendo di lasciarti, dopo ciò che hai fatto per me? – Gli rispose lei tra le lacrime.
– Non te lo sto chiedendo. Nonostante il poco tempo, nonostante la situazione, nonostante tutto, non credo di aver mai amato nessuna così profondamente. – Si avvicinò a lei e la baciò.
Si separarono.
– Io resto. – Disse al mercenario. – Lei viene con voi. Dove vi posso trovare, nel caso riesca a uscirne?
L’uomo lo guardò, poi gli porse il suo fucile mitragliatore e un paio di caricatori.
– Non siamo così distanti da Roma. Diciamo stazione Termini, alle dodici in punto domani, all’uscita che dà su piazza del cinquecento. Spero di rivederti. Buona fortuna.
Si voltò e prese Rebecca per il braccio. Lei cercò di dimenarsi, ma il soldato era molto più forte e, con un po’ di aiuto, riuscì a issarla sull’impalcatura e a portarla oltre il muro. Lui rimase a guardare fino a che anche l’ultimo della comitiva non fu sparito, poi si inoltrò nella boscaglia in direzione della villa.
Poco dopo, sentì un elicottero levarsi nel cielo notturno. Era molto silenzioso, se non fosse stato per la vicinanza, non l’avrebbe sentito affatto.
In compenso udì la detonazione sotterranea. La terra tremò per diversi minuti, assestandosi. Sentiva una sirena suonare dritto davanti a lui, oltre la linea degli alberi. Con la pistola nella fondina e il mitra a tracolla, si avvicinò al rumore. Fu costretto a fare diversi giri perché, con il crollo dei piani sotterranei, alcune zone erano sprofondate, creando crepacci e buche profonde cinque o sei metri. La villa aveva subito danni pazzeschi. Il piano terra era sprofondato in modo da lasciare il primo piano a livello del terreno. Come se non bastasse, si profilava un allagamento: l’acqua contenuta nell’immensa piscina, quasi un piccolo lago, si stava riversando nel buco lasciato dal piano terra. Tutti quelli che non fossero riusciti a uscire, sarebbero annegati come topi. C’era gente che fuggiva in ogni direzione in preda al panico, mentre le guardie di sicurezza cercavano di capire cosa stesse succedendo. I fuggiaschi erano ben vestiti e ostentavano ricchezza. Dovevano essere gli animali che pagavano affinché lo spettacolo continuasse. Chissà quanto si erano divertiti vedendo la gente morire tra sangue, paura e dolore. Adesso che toccava a loro, non ridevano più. Cercò con gli occhi una persona che avesse, più o meno, la sua corporatura. Fu un riccone lo sfortunato vincitore della caccia. Muovendosi nell’ombra, lo seguì fino a bloccarlo all’improvviso, con un violento colpo in faccia. L’uomo crollò a terra, lui lo trascinò nel fogliame, gli tolse i vestiti in fretta e furia e li indossò. Non gli calzavano alla perfezione, ma nella confusione nessuno se ne sarebbe accorto. Mise la fondina sotto la giacca. Non potendosi portare dietro il fucile, lo nascose in un cespuglio. Poi legò e imbavagliò l’uomo svenuto e si diresse verso il disastro.
Era veramente un fottuto casino. Più si avvicinava, più vedeva gente ferita o corpi coperti alla meglio. Guardie e civili. Una parte di lui godeva a quello spettacolo, ma il suo lato umano restava sempre forte e provava pena per quelle persone. Non era facile trovare un accesso a quell’enorme villa devastata. Fece il giro di ciò che rimaneva del piazzale sull’ingresso principale, ma anche lì il terreno pareva bombardato. I crolli rendevano impossibile avvicinarsi. Il lato sinistro, che dava su un altro pezzo di bosco, non era in condizioni migliori. Decise di entrare nell’unico modo possibile, cioè insieme all’acqua. Sapeva nuotare molto bene e quel giorno aveva già fatto così tante scommesse che una in più o in meno non avrebbe fatto molta differenza.
Studiò la situazione: c’era un salto di circa tre metri per raggiungere il livello dell’acqua. Si intravedeva quindi una vetrata, il fondo doveva essere più in basso di altri tre metri. Un salto accettabile. Il difficile sarebbe stato trovare delle sacche d’aria o la strada giusta per il piano superiore prima di restarci secco. Più passava il tempo, più si sentiva il numero sei e non Andrea. Si stava calando nella parte del duro. Chissà che cavolo gli aveva detto il cervello per farlo rimanere lì, invece di filarsela con gli altri. A ogni modo, era tardi per pentirsi. Calcolò che in condizioni normali in piscina, stando fermo, poteva trattenere il fiato per due minuti, muovendosi riusciva a rimanere in apnea per poco più di cinquanta metri. Ventilò qualche secondo i polmoni, controllò che non ci fosse nessuno a guardare e si tuffò di piedi. L’acqua si chiuse sopra di lui e la corrente lo spinse all’interno dell’edificio. Evitò per un soffio di sbattere contro lo stipite di una delle vetrate e si trovò a galleggiare schiacciato sul soffitto di un grande salone. Si doveva dare atto al costruttore di aver fatto un impianto elettrico veramente resistente. Nonostante i danni subiti, le luci rimanevano accese sott’acqua. Era una fortuna poiché, se fosse stato buio, sarebbe stato in trappola. C’erano diversi corpi nell’acqua, la morte per annegamento doveva essere terribile. Nuotò in fretta, ignorando quello che lo circondava. Dal salone attraversò un arco e vide una porta con l’indicazione per il piano superiore. Raggiunse un locale con ascensore, da cui partiva anche una rampa di scale. Dirigendosi verso l’alto, raggiunse la superficie poco prima che i polmoni cominciassero a bruciargli. Era stato piuttosto semplice.
Uscì dall’acqua e salì gli ultimi scalini: il vano scale era separato dal resto del piano. Oltre la porta, rumori, grida, confusione. Si diede un’occhiata. Sembrava un riccone conciato molto male. Poteva essere credibile. Aprì e fu investito dal caos che regnava all’interno: ovunque c’erano persone che si agitavano, pensando ai loro effetti personali invece di preoccuparsi dei feriti, che si aggiravano ovunque. Di fronte a lui c’era un accesso a un’area riservata, dal quale usciva un gran fumo.
Facendosi largo tra la calca, si portò una manica bagnata al volto per non respirare la fuliggine ed entrò in quella che doveva essere la sala di controllo. C’erano dei principi d’incendio qui e là, molti computer erano inutilizzabili. Seguendo il fumo, gli occhi che bruciavano, sbucò in un altro passaggio. Incespicando, finì in braccio a una guardia di sicurezza con un estintore in mano.
– Cosa ci fa lei qui? Questa è un’area riservata.
– Ah, mi scusi, tutto quel fumo, il crollo, devo aver preso la porta sbagliata. – Rispose lui senza, sapere cos’altro inventarsi.
– Non si preoccupi. – Gli disse la guardia. – Basta che ripercorra il corridoio in senso opposto e tornerà alle suite.
– La ringrazio. – Disse lui, rimettendosi in piedi e puntando la pistola alla testa della guardia. – La ringrazio perché adesso mi dirà che fine hanno fatto gli uomini che sono entrati qui prima dello scoppio.
La guardia strinse le mani sull’estintore.
– Non sarai il primo che ammazzo oggi, se ci provi. – Gli disse minaccioso. – Appoggia molto lentamente quell’estintore a terra e voltati.
La guardia eseguì gli ordini. Lui gli sfilò la pistola dalla fondina. Non era affatto sicuro che la sua avrebbe sparato, dopo essersi bagnata.
– Fammi strada.
Oltrepassarono un “magazzino”, la “direzione” ed entrarono nella stanza con la dicitura “dormitorio”.
Incatenati ai letti, c’erano i mercenari del furgone: tutti morti.
– Dov’è il numero otto? Dov’è il loro capo? – Gridò alla guardia.
– Hey, io sono solamen...
– Dove cazzo sono? – Gridò, colpendolo alla nuca con il calcio della pistola.
– Nell’ufficio della direzione. Lo stanno interrogando.
– In quanti?
–In quattro, compreso il direttore. Cinque se conti il prigioniero. Ti prego, non ammazzarmi. Ti ho visto sui monitor. Tu sei il numero sei, tu non uccidi la gente se puoi evitarlo. – Piagnucolò la guardia.
– Devo essere umano solo quando fa comodo a voi?
Voleva farlo svenire, ma non pensava avrebbe funzionato. Decise di usarlo in un altro modo. In un attimo furono davanti alla porta della direzione. Bussò e attese, quindi lo spinse contro quello che aveva aperto ed entrambi finirono a terra. Entrò con le pistole spianate.
– Non muovetevi o vi ammazzo tutti.
La stanza era a dir poco sfarzosa. C’erano cinque uomini all’interno, due erano a terra. Uno era in piedi vicino al numero otto, legato a una sedia. Un omino grassoccio e piuttosto pallido era seduto alla scrivania, alle sue spalle si trovavano altre due guardie.
– Numero sei. – Disse l’omino grassoccio, sfregandosi le mani – Sono sicuro che stai bluffando. Tu sei troppo umano per sparare a qualcuno a sangue freddo, se la tua vita non è in pericolo.
Fece un cenno e i suoi uomini si mossero meccanicamente per cercare di prenderlo, troppo abituati a eseguire gli ordini. Sparò prima contro i tre in piedi, centrandone uno al petto, ma la pistola bagnata si inceppò. Puntò la seconda arma contro i restanti due. Uno degli uomini a terra gli fece perdere l’equilibrio. Fece fuoco ugualmente, centrando un bersaglio, poi cadde a terra, in un groviglio di corpi. Alla cieca, esplose diversi colpi.
Tornò il silenzio. Pensò che fossero morti tutti, ma fu percosso duramente alla testa. Con uno sforzo di volontà, riuscì a mantenersi cosciente e sparò all’ultima guardia.
– Certo che non sei molto furbo. – Disse rivolgendosi all’omino grassoccio. – Prima affermi che non sparerei, a meno che la mia vita non sia in pericolo e poi ordini ai tuoi di saltarmi addosso. O sei stupido, o io mi sono perso qualche passaggio logico.
L’omino non rispose. Si limitava ad agitarsi scompostamente sulla sua sedia, sudando.
– Tu sei a posto? – Chiese al numero otto.
– Ho visto tempi migliori. – Rispose con un sorriso il capitano, con il sangue rappreso colato dal naso innaturalmente storto. Era stato pestato. Con qualche difficoltà, riuscì a slegare i nodi che tenevano il numero otto prigioniero alla sedia, sempre sul chi vive, guardando ora le corde, ora l’omino, ora la porta. Il numero otto fu libero: si massaggiò i polsi e si fece dare una pistola.
– Pare che la situazione sia cambiata di nuovo. – Disse rivolgendosi all’omino, che ormai sembrava sul punto di avere un infarto per l’agitazione. – Ora voglio i nastri. E l’elenco degli ospiti. E tutto quello che hai su chi sta sopra di te. Voglio tutto. E lo voglio ora!
– Io non posso, non nella mia posizione! Mi uccideranno. – farfugliò l’omino.
– Loro ti uccideranno? Perché, noi no? – Gli disse il numero otto, sorridendo ferocemente e premendogli la canna della pistola in fronte. – Avete rapito un sacco di gente e l’avete costretta ad ammazzarsi a vicenda. Per mantenere l’equilibrio, il minimo che potete fare è morire anche voi. Adesso forza, dammi quello che ti ho chiesto.
L’omino si alzò stancamente e barcollò fino all’angolo della stanza. Aprì l’anta di un mobile che nascondeva una cassaforte. Digitò alcune cifre su un quadrante. Si udì un tonfo sordo provenire dall’interno della cassaforte. L’omino si girò a fronteggiarli, con una luce malvagia negli occhi.
– Che hai fatto? – Gridò il numero otto.
– Non pensavo. – cominciò l’omino, la voce nuovamente calma – Non pensavo che la mia vita sarebbe finita a causa di alcuni topi da laboratorio che sono scappati dal labirinto. – Disse, guardandoli.
– Perché è questo che siete, topi. Topi che devono correre e dibattersi e morire, per il piacere degli spettatori. Chi non è nato sotto una buona stella non può raggiungere il cielo. Chi ha soldi e potere, invece, il cielo se lo può comprare. I topi, per quanto possano lottare e graffiare e mordere, non potranno mai elevarsi dal loro status. Resteranno sempre topi. Per questo non avrei mai immaginato che due roditori riuscissero a raggiungermi, uccidendomi con le loro malattie.
L’omino era in pieno delirio di onnipotenza. Il numero otto lo afferrò per il colletto della camicia e lo scosse forte.
– Che cosa hai fatto alla cassaforte? – Sibilò.
L’omino sorrise.
– Ho digitato un codice che ha fatto saltare una carica interna. Tutto il contenuto è distrutto.
– Aprila.
– È inutile.
Il numero otto gli sparò a una gamba.
– Aprila. – Ripeté con lo stesso tono piatto.
L’omino si dibatteva a terra, ma riuscì a sollevarsi quel tanto che bastava, per digitare dei numeri sul tastierino. Tra sé e sé, malediceva i topi e la loro progenie.
Come annunciato, il contenuto era distrutto. I documenti cartacei erano bruciati e i supporti informatici erano a pezzi o seriamente danneggiati. Il numero otto sorrise.
– I topi riescono a fare cose che tu non immagini neppure, anche solo con la cenere e qualche pezzetto di hardware.
L’omino sollevò la testa.
– Vi cercheranno e vi uccideranno. Io sarò lì, a godermi lo spettacolo!
– No, tu non sarai da nessuna parte. Tu sarai all’inferno. – Disse il numero otto, premendo il grilletto.
Sulla fronte dell’omino si aprì un forellino rosso. Niente in confronto al foro di uscita che, fortunatamente, era fuori visuale.
– Se non l’avessi fatto tu, l’avrei fatto io.
– Tu hai fatto abbastanza. Non pensavo che qualcuno venisse a prendermi. Sei un tipo fuori di testa. Non dimenticherò mai quello che hai fatto per me.
– È solo grazie a te, se sono ancora qui. Non sarei mai riuscito a uscire da solo.
Si strinsero la mano. Poi, con un cenno d’intesa, si misero al lavoro. Lui andò alla porta e si mise di guardia, mentre il numero otto infilava rapidamente il contenuto della cassaforte in uno zainetto di tela nera. Ci infilò anche il portatile dell’omino e un paio di raccoglitori, trovati nei cassetti della scrivania.
– Se le registrazioni vengono copiate dopo le partite, quella di oggi potrebbe essere ancora negli hard disk della sala controllo. – Gli disse il numero otto.
Uscirono dall’ufficio della direzione, l’incendio, che prima divampava in magazzino senza che nessuno cercasse di spegnerlo, si era esteso a parte del corridoio. Tenendosi bassi tornarono in sala controllo. La visibilità era nulla. Il numero otto armeggiò un po’ con i computer, ma le macerie e il fuoco rendevano impossibile qualsiasi tentativo di recupero. Dovevano uscire, prima di morire bruciati. Attraversarono la guardiola vuota e tornarono alle suite. Anche lì il fumo la faceva da padrone. Dovevano essersi sviluppati degli incendi anche dentro le camere. Due guardie erano vicino alla finestra. Appena li videro, tentarono di imbracciare le armi, ma furono abbattute dai loro colpi. Guardarono fuori. Il livello dell’acqua nella piscina era bassissimo, il piano terra era ormai completamente allagato.
– Ti va di farti un bagno? – Chiese al numero otto.
– Certo, se è l’unico modo per uscire! Mi sa che danneggerà ancora di più la poca roba che sono riuscito a prendere.
Scesero le scale, fino a raggiungere il livello dell’acqua e si immersero. Senza corrente era molto più facile nuotare. In pochi minuti furono fuori, al limitare del bosco. Le torce illuminavano la vegetazione. Era evidente che li stavano cercando. Il numero otto fece per avviarsi.
– La pistola bagnata non funzionerà. – Lo avvertì.
– Non ho intenzione di usarla, tranquillo. Resta qui e aspettami, ci metterò poco.
Lo vide allontanarsi verso uno dei fasci di luce. Pochi minuti dopo la luce si spense e il mercenario fu di ritorno. Gli porse una pistola con un gran sorriso, tenendo per sé un fucile, quindi mise lo zaino in spalla. Grazie a lui, fu quasi facile passare attraverso il cordone di sorveglianza organizzato alla meglio.
Poco dopo si trovarono sul viale d’accesso alla villa. Dal lato opposto videro un parcheggio che si stava svuotando rapidamente: le guardie non riuscivano a tenere a freno gli ospiti che desideravano solo fuggire. Approfittando della confusione, si impadronirono di una macchina, scaraventando a terra l’occupante. Lui si mise alla guida, il numero otto si nascose sui sedili posteriori, abbassandosi. Vestito com’era, poteva facilmente passare per uno dei ricchi, quando fosse stato il momento di varcare il cancello. S’incolonnò alle altre macchine e attese il turno per passare.
Il cancello era aperto a pochi metri da lui, quando un sorvegliante gli fece cenno di fermarsi.
– Il suo nome prego? – gli chiese, tenendo in mano una lista.
Il numero otto si alzò e sparò attraverso il finestrino.
– Vai, vai, vai! – Gli gridò. Lui non aspettò di sentirselo ripetere. Tenendo la testa bassa, attraversò il cancello e s’immise sulla strada. Nessuno sparò contro di loro.
*
Alle dodici del giorno dopo erano davanti alla porta che dava su piazza del cinquecento, alla stazione Termini di Roma. Pazzesco come una cosa tanto assurda si svolgesse a pochi chilometri dalla capitale. Non si accorse di Rebecca fino a quando lei non gli saltò letteralmente addosso, piangendo e coprendolo di baci, ripetendogli che era uno stupido e che non avrebbe mai più dovuto lasciarla sola. Lui non sapeva neanche come cominciare a esprimere tutto l’amore che provava per lei ma, guardandola negli occhi, ebbe la certezza che lei sapesse, capisse e ricambiasse tutto quanto.
L’incontro tra il numero otto e il suo vice, fu molto meno drammatico. Si strinsero la mano, guardandosi negli occhi.
– I due infiltrati sono tornati all’ovile.
– Molto bene. Io ho salvato del materiale, ma è in pessime condizioni e non so se ne caveremo qualcosa.
Proseguirono la conversazione camminando verso la macchina, continuando mentre lasciavano la città.
*
Faceva caldo a Bologna, quella sera. Non riusciva a capire come facesse Rebecca a dormire con quell’afa. Accarezzò piano il suo corpo nudo per non svegliarla. Erano passati quasi sei mesi da quando avevano lasciato i mercenari ed erano andati a vivere a Bologna. Stavano ancora aspettando che il numero otto scatenasse la sua vendetta mediatica grazie ai dati recuperati. Si accorse che Rebecca lo guardava. Doveva averla svegliata inavvertitamente. La baciò e lei sorrise, poi gli si accoccolò contro e richiuse gli occhi.
Lo squillo del telefono ruppe il silenzio del loro appartamento. Senza distogliere gli occhi da lei, allungò la mano e rispose, chiedendosi chi potesse essere a quell’ora della notte.
– Pronto?
– Numero sei e numero tre, la partita inizia tra quindici minuti, l’area di gioco è la città...