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Stories / Poems

Stories by ray aldridge

gabbia fredda

italian

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Gli orologi infestano l'intera nave. Sono ovunque, come pustole infiammate sulle pareti di acciaio levigato. Segnano che sono passati 271.358 giorni standard da quando abbiamo lasciato il limite estremo del sistema. Gli orologi mostrano anche il tempo che deve passare prima che possiamo fare ritorno: 1.343 anni standard. Cerco di non guardare mai quella cifra, ma la so a memoria.
È arrivata l'ora del mio giro di ispezione quotidiana. Se non voglio andare, il corpo metallico in cui vivo mi ci trascinerà comunque. Questo è uno dei molti obblighi della mia missione, che non riesco a capire. Se sono qui per conferire alla nave una prospettiva umana… come sono portato a credere:., perché, allora, ho così poca autonomia? Mi sembra di ricordare di essere stato, un tempo, un uomo forte. Mi chiedo: dovessi un giorno o l'altro dileguarmi da questo freddo cervello che mi trattiene, cambierebbe qualcosa?
Questo è un pensiero pazzesco. Chi escogiterebbe poi nuove punizioni per i prigionieri?
Per prima cosa ispeziono la stiva centrale, un bianco compartimento sferico in cui i prigionieri vengono mantenuti a una temperatura molto vicina allo zero assoluto. Stanno sospesi in file esatte, sei in altezza e trenta in larghezza, trattenuti da una rete trasparente di tubi e cavi. Sono piuttosto belli. Ognuno di essi è sigillato in una pellicola lucente come uno specchio, che protegge la carne inerte dal calore delle luci. Riflettono così brillantemente che non se ne possono distinguere dettagli. Non potrei dire quale sia il mio corpo.
Sotto il portello di osservazione sta appeso un quadro con spie luminose; controlla il flusso di dati che proviene dal cervello di ogni prigioniero. Sotto il mio nome è accesa una luce rosa che indica che la mia struttura cerebrale conduce in un involucro autocontenente, e non in uno degli inferni privati in cui vivono i prigionieri. Sotto il mio nome c'è anche scritto un titolo: guardiano. Questo però è per me meno significativo rispetto al bagliore opaco e fìsso della spia luminosa.
Sul piano del quadro, qualcuno ha inciso un graffito nella plastica nera: - …ogni pietà convien che qui sia morta. - Penso si tratti di Dante… il poeta giusto in questo caso, sicuramente. Mi chiedo chi abbia scarabocchiato la frase: un operaio del cantiere navale, uno dei secondini che tradussero i prigionieri alla nave oppure una delle autorità che erano presenti al lancio? Non riesco a capire se l'autore della scritta approvasse o meno lo scopo della nave. È una frase ambigua se staccata dal contesto.
Ora sto percorrendo il corridoio che conduce su al nexus di navigazione. Ho percorso talmente tante volte questo cammino che la sua realtà si è un po' attenuata per me. A volte posso quasi vedere attraverso le pareti, come se l'acciaio si fosse consumato. Questa, però, è un'illusione pericolosa e cerco di allontanarla.
Nel nexus mi siedo sotto una emisfera di cristallo levigato. Posso guardare la abbagliante perfezione del vuoto, non essendo la mia visuale offuscata dalla polvere nebulizzata che oscura le stelle all'interno del sistema. Tuttavia lo faccio raramente.
La nave percorre una solitaria e profonda orbita da cometa. Quando ci lasciammo indietro il sistema, la nave diffuse le nere ali dei suoi getti di idrogeno: il genere umano non ebbe più consapevolezza di noi e perse anche ogni possibilità di controllarci. In realtà non ho un preciso ricordo di questo, non direttamente almeno… è successo troppo tempo fa… ma ne ho una vaga sensazione. Una mente umana, per rimanere tale, può contenere solo un numero limitato di ricordi e così le nostre memorie vengono periodicamente riassunte e purgate. È infatti essenziale che i prigionieri rimangano umani. Quale sarebbe, altrimenti, l'utilità della missione? Possono forse essere puniti gli dei o i demoni? Alcuni potrebbero sostenere che i prigionieri sono già, in un certo senso, demoni; ma io la penso diversamente.
Quando passammo oltre il campo di rivelazione, la nave iniziò ad inserire una serie di alterazioni casuali alla sua orbita. Quelli che avevano programmato la nave erano esperti e molto risoluti; avevano fatto in modo che essa non potesse essere ritrovata finché non fosse tornata nell'orbita solare. Quali furono gli eventi, scelti dai programmatori, per ordinare il ritorno della nave? La casualità assoluta non esiste, almeno credo. Forse però un frammento di isotopo è degenerato, e la nave ha adeguato le sue manovre su quel frammento di materiale morente. Oppure essa ha controllato il cielo in cerca di segni… una nuova supernova, una nuova esplosione. Non verremo mai ritrovati, trascorreremo il tempo che ci è stato assegnato qui nell'oscurità. Perché? La pietà è un impulso umano che resiste nonostante l'afflizione, l'orrore, la collera e il dolore ed è un obbligo umano esattamente quanto un umano vanto. I prigionieri a bordo della nave hanno tutti commesso crimini mostruosi e spietati, dopo cinquecento anni tuttavia chi ricorderà più le loro vittime? Qualche anima bene intenzionata non potrebbe quindi desiderare di trascinar via questi prigionieri dai loro inferni? "Non hanno sofferto abbastanza"? direbbe una persona piena di buon cuore, e verrebbe allestita una spedizione per recuperare la nave.
Questo non potrà mai succedere. Ci vorrebbero un milione di navi e mille anni per esaminare tutti i posti in cui potremmo essere e sarebbe uno sforzo di pietà ben poco pratico.
Ovviamente, non abbiamo trasmettitori a bordo, non possiamo quindi chiedere aiuto.
Esamino i tabulati. La nave funziona alla perfezione, come sempre d'altronde, e lascio il nexus.
Tre dei miei assistiti richiedono la mia attenzione. Scendo attraverso la nave in direzione della camera in cui sono posti i simulatori di esperienze. Su una parete luccicante c'è un pannello con 179 prese. Sto di fronte ad esso, estraggo un cavo da una nicchia sul mio avambraccio. Inserisco una delle sue estremità nella presa, l'altra nel mio petto, nel posto in cui batterebbe il mio cuore se ne avessi ancora uno. Tocco un interruttore sul pannello. Mi inserisco nel sogno di Farris Niello.
Lei cammina attraverso una galleria vuota, una donna piccola, ossuta, angolosa e spigolosa. Sulle pareti di cemento ruvido sono appese molte tele. I dipinti sono astratti: consistono in modelli sottili e confusi di marroni fangosi, verdi plumbei, grigi freddi e privi di vita. Ne ottengo una impressione di energia ossessiva, profusa in modo stravagante in concetti privi di valore. È esattamente come deve essere.
Lei si volta, mi guarda attraverso, non può vedermi. Il suo viso scarno ed emaciato è teso in una aspettativa disperata. - Per favore, questa volta… - sussurra, ma non c'è autentica speranza nella sua preghiera.
Come le altre, la portata del suo crimine fu eccezionale.
Lei era una artista. I critici ed il pubblico mancarono di riconoscere valore alla sua opera.
Nel suo mondo un impietoso sole blu faceva della cataratta una malattia molto frequente e di scarsa importanza. La gente usava una pomata per rigenerare il tessuto colpito. Farris Niello contaminò allora una grande partita di quella pomata con un enzima letale che si era in qualche modo procurata in un deposito militare. Le persone applicarono la pomata e i loro bulbi oculari si sciolsero, e, quasi prima che potessero sentire dolore, gli occhi colarono giù dai loro visi.
Decine di migliaia furono accecati permanentemente. Centinaia di persone Girono però meno fortunate: l'enzima penetrò loro nel cervello, producendo una follia particolarmente terribile. Vennero consumate da impulsi autodistruttivi: si tagliarono la gola, si gettarono da aki balconi, sbatterono la testa contro le pareti finché i cervelli marciti non ne sgorgarono fuori. Ho visto queste immagini, la nave mi mostra queste cose le volte in cui mi sento stanco del mio compito.
Credo che non si sia mai resa conto dell'imponenza del suo crimine, è una di quelle persone sfortunate che non hanno immaginazione. Io ascrivo proprio a questo suo difetto sia la sua carriera fallimentare, sia la sua vendetta inammissibile. Sono certo che non abbia mai avuto idea di quello che sarebbe successo: l'urlare, le mani simili ad artigli insanguinati, i visi con fosse al posto degli occhi, il brancolare indifeso delle sue vittime.
Eppure avrebbe dovuto forse evitare la giusta punizione solo perché troppo stupida per poter comprendere tutto l'orrore che aveva causato? La risposta deve essere no, ovviamente.
Per i primi cento anni subì questa punizione: le vennero fornite fugaci visioni di incommensurabili bellezze… dipinti meravigliosi, paesaggi favolosi, uomini e donne squisitamente belli. Poi venne accecata e costretta a vivere con queste cose che, per la testimonianza degli altri sensi, sapeva essere ancora lì, a portata di mano. La nave, come sempre, raffinò sensibilmente il progetto di partenza. Sebbene lei potesse toccare la trama della superficie dei quadri, un giorno avrebbe sentito un coltello squarciare tutta quella bellezza. Oppure, trovandosi a vivere nell'aria fresca è limpida di un qualche panorama alpino… avrebbe, un giorno, sentito una valanga abbattersi su di lei. Oppure, un giorno, le dolci voci delle sue splendide persone sarebbero ammutolite e subito si sarebbe addensato un tanfo di morte e lei, facendosi strada a tentoni lungo la parete, sarebbe caduta in un pantano di carne in decomposizione. Questo ciclo si sarebbe ripetuto all'infinito.
La sua prima punizione si basava però su un concetto difettoso. Lei credeva solamente che le importasse della bellezza, in realtà non era poi particolarmente commossa da essa. Dopo un po? cominciò a prendere la cosa con filosofia. Questo non poteva essere permesso e così quel modulo venne modificato…
Per seicento anni aveva trascurato di interessare i critici e il pubblico. La sua "vita" all'interno dei simulatori di esperienza non era stata poi molto diversa dalla sua precedente realtà.
Lei è ora pervasa da un desiderio ossessivo di dipingere; lei deve dipingere. È spinta da un'enorme fiducia nel suo talento inesistente. A tratti, quando le sue aspettative sono salite a un livello insopportabile, le viene concesso di esporre in una prestigiosa galleria, innalzando quindi quelle aspettative ulteriormente. Nel giorno dell'inaugurazione il suo stato mentale è indescrivibile.
Ovviamente, subisce una abbietta umiliazione. I critici presenti all'inaugurazione gareggiano l'uno con l'altro nell'affossare la sua opera. La nave può contare su circa diecimila anni di intelligenza umana per elaborare questi commenti, e ognuno di essi si conficca nel cuore di Farris Niello come un amo acuminato. Dopo tutti questi secoli, la nave conosce molto bene il suo cuore.
Ma è venuta nuovamente l'ora di cambiare modulo. Farris Niello non ha più speranza, e dove non esiste più speranza, non può esserci alcuna delusione. È diventata una macchina insensata; senza farsi preoccupazioni, produce centinaia di oscure croste. Abbiamo perso il dominio su di lei. Non conosce più gioia, ma non soffre nemmeno. E questo non può essere permesso.
Per intere settimane la nave mi ha pressato perché studiassi un nuovo tormento per lei. La nave mi mostra il suo crimine, mi sollecita con voce pedante e mi infligge dolore. Il dolore è irresistibile, è per me un altro aspetto sconcertante della mia missione. La nave chiama il dolore "incentivo", ma mi sembra che questa parola avesse un tempo un significato differente. Il dolore sembra una cosa viva all'interno del mio corpo morto, una creatura tutta artigli e aculei che mi lacera la spina dorsale, gli occhi, il cervello, gli intestini. Non possiedo, al momento, nessuno di questi organi, ma il dolore riesce a trovarli comunque.
Non sono un uomo audace, non ho risorse con cui resistere a questo dolore. Inoltre io sono d'accordo con la premessa di base della missione e cioè che crìmini di tale grandezza meritino punizioni eccezionali. Sono veramente d'accordo. Non ho mai indugiato quando è divenuta necessaria una nuova punizione. Se occasionalmente soffro di una sorta di esaurimento di creatività, la nave potrebbe anche farmi delle concessioni. Ma non le fa.
Spesso mi chiedo quali ulteriori sottili costrizioni sono state piazzate dentro di me. I miei pensieri hanno forse sempre seguito canali così freddi e precisi? Sono forse stato, un tempo, un uomo dotato di senso dell'umorismo? Ho forse mai urlato o maledetto le mie sfortune quando avevo ancora carne sul corpo?
Il corpo di Farris Niello si irrigidisce, visto che è una donna fatta di ghiaccio traslucente. Il suo mondo si sposta nel nuovo modulo. I dipinti cambiano: acquistano vitalità ed energia, i modelli fremono di passione, i colori si illuminano in modo prodigioso. I quadri sono diventati splendide opere di genio. Non sono però più di Farris Niello.
La galleria si riempie di figure fantasmatiche, che prendono gradatamente corpo. È evidènte che i visitatori sono estasiati dai quadri. Ora Farris Niello torna a vivere, si muove tra gli altri. Ed è estasiata esattamente quanto loro. Nella realtà le mancherebbe la capacità di apprezzare opere di questo valore, ma la nave la mette in condizione di farlo. È amaramente invidiosa. L'artista si avvicina a Farris Niello, sorridendo e scambiando saluti con i suoi ammiratori. È una donna amabile, alta, aggraziata, con capelli lunghi fino alla vita, di un colore argento brunito. È la visione idealizzata dell'ultimo antico amore di Farris Niello, e Farris Niello emette un sospiro addolorato.
L'artista le si accosta. - Che ne pensi? - le chiede.
- Meraviglioso - replica Farris Niello. Gli occhi le guizzano dai quadri all'artista e dall'artista ai quadri.
La pittrice le sorride, in modo dolce e coinvolgente che scorre come fresca acqua balsamica sul cuore straziato di Farris Niello. - Vieni con me - dice a Farris Niello, allungandole la mano.
Farris Niello svilupperà un attaccamento molto intenso per la donna dai capelli argento bruniti, si leverà con lei sulle più alte vette e sprofonderà negli abissi e il suo tormento sarà nuovamente vivo. Soffriamo di più per le ferite di coloro che amiamo di quanto non facciamo per i nostri stessi mali. È una caratteristica umana che ho sfruttato ormai parecchie volte. Mi chiedo per quanti secoli Farris Niello soffrirà per questa nuova pena prima che il suo cuore sviluppi un altro callo protettivo.
Il dolore mi abbandona. È il modo in cui la nave mi comunica la sua approvazione.
Nulla di tutto questo sarebbe possibile, se non fosse per l'ingegnoso apparecchio di contatto che collega i cervelli ibernati dei prigionieri con i mondi costruiti per la loro punizione. I cervelli non mutano affatto; la loro unica funzione è di fornire un punto costante di riferimento per i simulatori di esperienze. I prigionieri bruciano quindi eternamente in quel mare di fiamme, ma non si consumano. Il dolore dimenticato, però, non è affatto dolore, e così noi ricordiamo, e cambiamo e questo perché la nave mantiene nei suoi elaboratori copie omologhe di noi stessi. Di tanto in tanto la nave epura il materiale irrilevante, così come il materiale che potrebbe smascherare l'illusione in cui vivono i prigionieri. L'esistenza ha quindi continuità. Le nostre menti sono come gusci di conchiglie marine che si accrescono in questo oceano, che è il più profondo, aumentando con mille strati madreperlacei di dolore. Quando il processo sarà finito, quando saremo tornati alla luce e le menti dei prigionieri saranno praticamente fuse con quelle delle copie omologhe, mi chiedo quali strane creature emergeranno da queste complesse spirali.
Disinserisco il cavo di Farris Niello e lo attacco a Kaelin Mote.
Kaelin Mote è un tipo di prigioniero completamente diverso. È un uomo brillante, un uomo che pensa troppo, che rimugina su tutte le sfaccettature di ogni singolo pensiero, che non è soddisfatto finché non lo ha del tutto prosciugato di significato. Per questo motivo è stato uno dei miei assistiti che mi hanno creato minori difficoltà. Nella maggior parte dei casi si è sempre punito da sé: richiede da parte mia solo una assistenza minima.
Era un exobiologo e amministratore e guidava una metacolonia verso un mondo gradevole. Per il suo talento nell'affrontare quel mondo per le forme di vita terrestre, aveva acquistato il diritto di dargli un nome e lo aveva chiamato Goshen.
Per qualche anno la colonia prosperò, ma poi un incidente distrusse il ricetrasmettitore di iperluce e la colonia perse ogni contatto con gli altri mondi umani. Kaelin Mote non aveva alcun motivo di credere che il contatto sarebbe mai stato riattivato.
Cominciò a meditare: Goshen gli sembrava il posto più bello che avesse mai visto, con i suoi oceani purpurei, le azzurre pianure erbose, e le imponenti montagne bianche. Le forme di vita indigene avevano ceduto il passo davanti ài terrestri trapiantati solo con enorme riluttanza; era come se, pensava Kaelin Mote, come se quelle amassero la vita con una passione ben più intensa di quanto non facessero gli intrusi. Si rimproverò per queste fantasticherie sentimentali, ma esse misero profonde radici nella sua mente. Era tormentato dal pensiero di cosa sarebbe diventato Goshen quando si fosse esaurita la biosfera originale e l'umanità avesse ricoperto ogni posto abitabile.
Infine prese una terribile decisione. Durante i successivi dieci anni programmò la morte di tutti i coloni, più di cinquemila fra uomini, donne, vecchi e bambini. Riesco a malapena a immaginare come sia stata possibile una cosa del genere, ma Kaelin Mote possiede volontà e risorse quasi sovrumane. Aizzò i gruppi l'uno contro l'altro, provocò danni nel settore medico e nel settore rifornimenti, mandò lavoratori in posti in cui erano inevitabili incidenti mortali. Convinse i superstiti della colpevolezza dei più impopolari fra di loro, così che ebbero luogo molte esecuzioni capitali. Braccò infine gli ultimi, implacabile come il più crudele degli dei. In qualche modo non riesco ad essere in grado di formarmi un chiaro quadro mentale di come debba essere avvenuto tutto questo. Kaelin Mote è un uomo di bell'aspetto, perfino affascinante, sicuramente deve avere avuto degli amici fra i coloni. Avrà risparmiato fino alla fine i suoi amici migliori?
Quando però, contrariamente ad ogni previsione, arrivò una nave di ispezione, Kaelin Mote era diventato un essere selvatico, che viveva in un crepaccio nella roccia, logorato da una dozzina di malattie aliene, praticamente inebetito, quasi morto. L'equipaggio di ispezione lo ibernò e lo riportò alla civiltà per rigenerarlo: Durante il processo di ricostruzione della sua mente, i dottori scoprirono il suo delitto. Sarebbe dovuto sfuggire alla nostra vendetta solo perché oramai si era già punito da sé in modo così completo? Non poteva essere.
Io appaio a Kaelin Mote come sono. Lui sta in cima ad una collina inaridita. Guarda un paesaggio morto ed in rovina… suolo sterile, scorie sgretolate, distese di rifiuti fumanti. Si volta verso di me con un sorriso debole ed affaticato. - Ah - dice. - Il mio demonio. Deve essere ora di fare un nuovo gioco. - Kaelin Mote era, strano a dirsi, un uomo molto religioso. La nave gli permetteva di credere di trovarsi in quell'inferno che un tempo temeva.
Kaelin Mote è un uomo di intelligenza spaventosa. È, in qualche modo, sopravvissuto alla distruzione di Goshen, un processo che è durato per tutti questi secoli. Ora ha incorporato il suo tormento in una nuova filosofia: tutta la vita è aberrazione e la condizione più elevata è il vuoto. Guarda quindi verso il suo mondo distrutto e trova la cosa positiva.
- Sì - rispondo. - E arrivata l'ora per qualcosa di nuovo.
Prende la mia mano metallica e viene immerso all'istante nel suo nuovo tormento. Si trova a bordo di una delle Holdig Ark che orbitano attorno a Dilvermoon. L'Arca brulica di carne. Nella luce rossa dei segnali di emergenza, si svolge una scena da inferno di acciaio. Gente che lotta per un posto vicino alle griglie dei ventilatori, per una manciata di cibo, per un sorso di acqua putrida. Lascio la mano di Kaelin Mote e lui si inabissa lentamente giù, in questo tragico oceano di braccia alzate che supplicano senza speranza. Gli occhi gli si gonfiano, la bocca gli si apre in un urlo che non riesce ad emergere dal boato delle migliaia di persone intrappolate lì.
Stacco il mio cavo dalla presa di Kaelin Mote. Sono scosso, come Io sono sempre, dalla sofferenza dei miei assistiti. Provo una speciale empatia per Kaelin Mote, siamo in qualche modo simili. A me manca la sua genialità, la sua inflessibilità di propositi, ma sono anche io un uomo che medita. Esamino anche io la logora superfìcie della mia realtà troppo attentamente, e la cosa è di per se stessa un tormento.
La nave mi invia dolore, e mi dimentico di Kaelin Mote.
Mi devo occupare, oggi, ancora di un altro prigioniero, poi la nave mi concederà un riposo privo di sogni finché non arriverà il nuovo giorno.
Demimin Ann Goere era capitano di una nave da carico, il capitano della Vigia Maru e rappresenta il più difficile dei miei incarichi. Non perché sia particolarmente furba o resistente al dolore che studio per lei, ma in quanto io sono stato, in qualche modo, implicato nel suo crimine. È difficile per me convincermi completamente che sia solamente lei da condannare per il disastro che ha causato. Spesso mi chiedo se non dovrei forse sopportare anche io parte del suo tormento per averle permesso di agire. E, in realtà, io condivido la sua punizione, perché quando si tratta di punire Demimin Ann Goere, divento indeciso ed inefficace. Quindi la nave mi invia dolore.
Decido di fare di più. Il dolore raddoppia per un istante come per conferire più forza alla mia risoluzione.
La Vigia Maru trasportava un contingente di apprendisti giullari da Anders End a Dilvermoon, quando una malattia cominciò a diffondersi nel cargo. Era una malattia insolita. Gli ultimi stadi erano ripugnanti… pustole sanguinanti ed estese necrosi della pelle… tanto che le vittime avevano l'aspetto di cadaveri ambulanti scuoiati. Peggio ancora, le vittime erano spinte da una energia immensa e maniacale. Le prime vittime a bordo della Vigia Maru impegnarono quella energia per fuggire dalla stiva del cargo. Stavano quasi per riuscirci, quando ci arrivò la richiesta di soccorso di Demimin Ann Goere.
Io ero governatore dell'Astroporto. Quando la Vigia Maru raggiunse l'orbita di difesa sopra il nostro mondo, ricevetti un collegamento video con il vascello assediato.
U capitano Goeré era una donna di età avanzata, con i capelli bianchi e il viso indurito dall'esposizione a molti soli. I suoi occhi erano dilatati per quella che io, a prima vista, ritenni essere dignitosa preoccupazione, ma che in seguito scoprii essere una sconvolgente e irrazionale paura. Come posso avere commesso un simile errore? Non potrei dirlo.
- Che tipo di emergenza avete, capitano? - le chiesi.
Dal collegamento video arrivò un lontano martellare. Lei strizzò leggermente gli occhi. - Abbiamo parecchi casi di Sindrome Sorense a bordo - disse nominando una malattia pericolosa ma non incurabile. - La nostra unità medica è inutilizzabile. Impossibile ripararla. Possiamo atterrare senza l'autorizzazione ufficiale? Alcuni casi sono vicini allo stato terminale. - Ricordo di essermi grattato il mento in maniera magistrale. - Le nostre procedure di autorizzazione non sono poi così complesse. Non può aspettare che le inviamo una squadra medica?
- Non c'è tempo. Guardi! - Deviò la videocamera inquadrando un uomo e una donna posti su apparecchi acceleratori. Erano entrambi belli: la donna aveva capelli neri di seta e un affascinante viso ovale, l'uomo era muscoloso come un grande felino con la superficie del viso fresca e vitale. Entrambi giacevano immobili con gli occhi chiusi e il respiro veloce e superficiale, pallidi come il ghiaccio. Non era diffìcile immaginare che fossero quasi morti, ma scoprii in seguito che erano due giullari che si erano venuti a trovare nel quartiere del capitano prima che cominciasse l'epidemia. L'avevano aiutata a far passare il tempo e, in seguito, abilmente istruiti, l'avevano aiutata a raggirarmi.
La videocamera si spostò nuovamente sulla intensa espressione del viso del capitano. - La prego! - Un tempo non avrei mai ammesso che fu proprio la loro bellezza a spingermi a compiere il mio disastroso atto di pietà. Ma, dopo tutti questi secoli, ho imparato ad essere più onesto. Se Demimin Ann Goere mi avesse mostrato i deliranti mostri che si trascinavano nella stiva del suo cargo, avrei certamente distrutto il vascello con qualche arma nucleare prima che entrasse nella nostra atmosfera.
Ma non lo feci. Le detti istruzioni per atterrare con la sua nave da carico in un campo di decontaminazione adatto e lei vi portò la Vigia Maru. Ovviamente non aveva alcuna intenzione di scendere con la sua nave. Un migliaio di metri sopra il campo, staccò la navetta di salvataggio e fuggì via. Non so come potesse pensare di evitare la cattura.
La Vigia Maru atterrò bruscamente, ma sfortunatamente in modo non abbastanza brusco da uccidere tutti quelli che si trovavano all'interno. Essi si precipitarono fuori dallo scafo deformato, correndo come cervi, a balzi enormi, come se credessero di poter scappare via dalla malattia che li stava distruggendo. Perdevano la pelle mentre correvano, mettendo a nudo ossa, muscoli ed interiora. Superarono le mura di protezione e si trovarono in città prima che potessimo reagire. Non avevo mai assistito ad una vista tanto terribile fino al momento in cui ho iniziato il mio servizio a bordo di questa nave.
Milioni di persone morirono e non soltanto per la virulenza della malattia. Nella maggior parte delle epidemie tradizionali, i morenti diventano troppo debilitati per potersi spostare. In questa invece le vittime sembravano radunare le loro energie per uno sforzo finale. Con disperato furore cercavano e infettavano i sani finché la deidratazione e il collasso li abbattevano.
Dei miei ricordi più remoti solo questo fatto è completamente chiaro in ogni dettaglio. Sopravvissi, come Demimin Ann Goere, e ora eccoci qui.
Per i primi secoli, la nave la colpì con tutte le malattie dolorose conosciute dall'umanità, e questo fu sufficiente. Non mi fu mai richiesto di esercitare le mie abilità. Morì a causa di una terribile malattia dietro l'altra. Tra un attacco e l'altro inseguiva la guarigione con determinazione priva di gioia, ma senza alcun risultato. Alla fine però divenne stanca di vivere e tollerante rispetto al dolore fisico, qualità che le invidio. Da allora è stata causa di molto dolore per me… anche di colpa, ovviamente.
E ora mi trovo a dover studiare nuovi tormenti per Demimin Ann Goere. È difficile in quanto lei è, almeno io credo che sia, la più debole fra i prigionieri. La sua mente è poco elastica: temo che, se la colpirò troppo duramente, soccomberà ed eviterà quindi la punizione. Non riesco ad afferrare precisamente come questo sarebbe possibile, a meno che io non abbia frainteso il meccanismo col quale la nave mantiene i prigionieri, ma continuo tuttavia a temerlo. La nave farebbe soffrire me al suo posto.
Da quando si è stancata di vivere, ho concentrato i miei sforzi nel farle temere la morte e le sue abbiette conseguenze. Per ora ha avuto successo solo parzialmente. L'ho seppellita in una terra tropicale facendole provare ogni sfumàtura def decadimento del suo corpo in putrefazione. I primi stadi furono molto dolorosi. Pullulava di batteri. Il suo corpo era gonfio, a volte si spaccava, traboccante di larve. Carne liquescente le gocciolava dalle ossa e lei sentiva tutto. Ma quando queste cominciarono a sprofondare nel terreno, mi resi conto che lei aveva accettato la conclusione del ciclo, e poteva perfino trovare una certa bellezza simbolica nel ritorno dei suoi elementi nel suolo da cui le era venuta la vita.
Ora tenterò nuovamente. Ho escogitato un tormento grottesco, spero che funzioni. Ho dato Demimin Ann Goere all'impagliatore. Assisterà a tutte le spiacevoli cose che lui deve fare per preparare il suo cadavere per l'esposizione; sentirà il bisturi, il gancio con cui le estrarrà il cervello, le sostanze chirpiche cauterizzanti che userà per conciarne la pelle. Lui immergerà le ossa di lei in una tinozza di acido per eliminare completamente la carne morta, poi praticherà piccoli fori nelle ossa in modo che le speciali formiche che usa a questo scopo possano ripulirle dal midollo. E tutto questo come preparazione per il momento in cui verrà messa in mostra, con un chiodo di acciaio infilzato nel busto perché rimanga in posizione eretta. Starà in un museo dedicato all'esposizione di mostri, e dovrà sopportare i commenti dei visitatori. Esplorerà percorsi del dolore finora mai tracciati.
Non posso dire di essere orgoglioso del mio lavoro, ma almeno la nave mi solleva dal dolore.
Prima di recarmi a riposare, mi sento costretto a visitare la stiva centrale ancora una volta. Afferro il quadro con le spie luminose nei miei pugni di metallo, e mi riempio gli occhi col bagliore rosa della luce che indica il mio nome. Ripeto a me stesso in continuatone che è reale, che io sono il guardiano, non il prigioniero, che non sono stato costretto a commettere questi atti impietosi come punizione per la mia folle pietà di tanto tempo addietro.
Guardo l'orologio. Mi dice che devono passare 1.343 anni prima che possiamo ritornare. Penso di potermi ricordare di quando quel numero era più grande.
Sono quasi sicuro di ricordarlo.
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