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Stories / Poems

Stories by salvatore tofano

luna comanche

italian

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Nathan Darshett era fuori dalla sua baracca a esercitarsi come sempre al lancio del coltello; ne aveva decine, ciascuno diverso dall’altro per forma e consistenza, e si esercitava per ore.
Non disdegnava la colt, ma era convinto che spesso un buon coltello può tornare più utile di una pistola o di un winchester.
Un colpo di fucile interruppe la traiettoria del suo Bowie knife, costringendolo a deviare prima verso l’alto e poi a destra, per abbattersi infine rovinosamente al suolo.
Nathan si voltò e vide in cima alla collinetta un cavaliere, che agitava con orgoglio il suo sharps.
Sì, solo uno sharps poteva far centro a quella distanza. Non per niente si diceva che uno sharps spara oggi per colpire domani.
E il cavaliere non poteva che essere Dan, il vecchio Dan Nielsenn.
«Era un Bowie knife con lama da quindici pollici e manico d’osso!» gli urlò contro Nathan, quando lo ebbe a tiro di sputo, indicandogli l’ormai inservibile coltello..
«Te ne comprerò un altro» disse Dan, schivando con destrezza l’immancabile grumo di saliva.
«E intanto?»
«Ti sturerai le orecchie e starai buono ad ascoltarmi»
«Dimmi, schifoso figlio di una cagna gravida e zoppa!»
«Mark Klyne è nei guai»
«Non vedo io che c’entro…»
«Mi ha chiesto una mano»
«E tu dagliela!»
«Una mano ha cinque dita»
«Lo so»
«Allora, saprai anche che mi mancano quattro dita»
«Mi prendi per il culo?»
«No, ma, se voglio dargli una mano, ho bisogno di quelle quattro dita.
Da solo, potrei a stento dargli un dito e un dito non è una mano»
«Continuo a non capire che c’entro io»
«La stessa risposta di Caino a nostro Signore, quando gli chiese conto di Abele»
«Mark Klyne non è mio fratello!»
«È un tuo amico…»
«Non è la stessa cosa»
«Vero, tuo fratello non ti ha mai salvato la vita, mentre Mark invece lo ha fatto»
«In che guai si è cacciato?»
«Guai grossi come una mandria di bisonti»
«Ossia?»
«Si è messo con una squaw comanche, ma c’è uno della tribù che non è d’accordo perché dice che quella squaw è promessa a lui»
«E noi due dovremmo metterci contro un’intera tribù di comanche?»
«Non contro un’intera tribù, ma contro una decina di scalmanati. Volpe rossa, il padre della squaw, dice che non ha mai promesso alcunché, anche se il giovane pretendente glielo ha chiesto più volte»
«Si tratta, comunque, di una decina di forsennati e in due rischieremmo solo di finire a Boot Hill sotto due croci improvvisate con su i nostri nomi o peggio abbandonati nella prateria, dopo essere stati scalpati, con le nostre carcasse divorate dagli avvoltoi o dai coyotes»
«Non ho detto noi due. O, comunque, non noi due da soli. Ci occorrono almeno altre tre dita» replicò Dan. E aggiunse: «Una mano ha cinque dita!»
«E chi sarebbero le altre tre dita?» chiese Nathan, arricciando il naso, come se avesse appena calpestato lo sterco di un cavallo e ne avesse sentito il puzzo.
«Uno è Bob Hilton, l’altro è Emmet Root. Poi, ho pensato a Jack Kerwatt. Bob è velocissimo con la colt, Emmet sa leggere una traccia meglio di un muso rosso e Jack oltre alla colt sa usare benissimo l’arco»
«Senz’altro una bella compagnia, ma avrei preferito starmene qui ad allenarmi al lancio dei miei coltelli»
«Invece, non vedi l’ora di montare a cavallo» disse Dan.
«Per niente».
«Prima di domattina, all’alba, non se ne parla» tagliò corto Nathan.
* * *
«Poker d’assi!» disse il giocatore.
«Non muoverti, amico, e tieni ferme le mani sul tavolo!» replicò Bob.
«Che ti prende?» chiese l’altro, non nascondendo l’irritazione.
Senza rispondergli, Bob si sollevò dalla sedia e, curvandosi sul tavolo, afferrò con la sinistra il polso del giocatore, torcendoglielo in modo che la mano mostrasse il palmo, e con la destra gli tirò su la manica della giacca, mostrando alla piccola folla che si era accalcata intorno le carte ivi nascoste.
«Sei un misero baro!» gli urlò contro, ergendosi dritto davanti a lui, pronto a estrarre la colt.
La piccola folla d’incanto si dissolse, mentre gli altri tre giocatori si alzarono e si allontanarono dal tavolo in cerca di riparo. Nel saloon calò il silenzio. Anche il pianista aveva smesso di suonare. Rimasero solo Bob e il baro, uno di fronte all’altro.
«Sono disarmato!» lamentò il baro.
«Lascia i soldi sul tavolo e vattene via, prima che ci ripensi!» replicò Bob, allontanando la mano dalla fondina.
D’improvviso, il baro si tolse la bombetta di feltro rigido con cupola bassa e ne estrasse dalla fodera una piccola derringer, puntandola su Bob. Non fece in tempo a premerne il grilletto, che stramazzò al suolo, centrato in piena fronte da una pallottola. Bob era stato più veloce.
«Al banco, gente! Da bere per tutti!» gridò, dirigendosi verso il banco.
«E tu – disse, rivolgendosi al pianista – dacci sotto col piano!»
«Hurrà!... Hurrà!...» gridarono gli astanti, felici dell’inaspettata bevuta gratis.
«Possiamo bere anche noi?» chiese Dan, dandogli una pacca sulla spalla.
Bob si voltò e lo guardò sorpreso.
«Dan, Dan Nielsenn! Che ci fai qui?»
«Che ci facciamo qui, vorrai dire. Non vedi che c’è anche Nathan Darshett?»
«Vecchi satanassi, è una vita che non ci vediamo!»
«Già…»
«Guai?»
«Possiamo sederci a un tavolo al riparo da tutto questo frastuono?»
«Certo, ma prima serviamoci, un whisky schiarisce la gola e stura le orecchie»
Dopo essersi risciacquati la gola, i tre si sedettero in un angolo e Dan raccontò di Mark Klyne e della sua richiesta di aiuto. Bob non si fece pregare.
«Quando un amico chiama, l’amico risponde» disse.
Emmet Root lo trovarono a Fort Laramy di ritorno da una missione. Gli chiesero se voleva far parte del gruppo.
«Devo chiedere al Colonnello Bloommer, ma non credo farà storie. Dopo la cattura dei due rinnegati che fornivano d’armi i musi rossi, non potrà negarmi qualche giorno di libertà»
«Vada, vada, Emmet, ma si tenga in contatto» disse l’ufficiale.
Ora si trattava di trovare l’ultimo componente del gruppo di amici, perché le cinque dita finalmente insieme dessero forma e concretezza alla mano da dare all’amico in difficoltà.
Jack Kerwatt si era unito a una piccola carovana di circensi e si esibiva col suo arco, tirando a degli oggetti che venivano posti sul capo di una minuscola ballerina, con la quale aveva stabilito di recente una traballante e conflittuale relazione sentimentale.
La richiesta di Dan fu l’espediente che gli consentì di tirarsene fuori.
«Scusami, Molly, ma devo andare. Mark è come un fratello per me. Non posso non andare, ma tornerò, credimi»
* * *
Mark Klyne abitava su di un’altura, a qualche miglio di distanza dall’accampamento comanche, in una piccola abitazione in legno composta da due locali, a due tre metri da un piccolo ruscello, dal quale attingeva l’acqua. Aveva un piccolo pollaio con un gallo e mezza dozzina di galline. E un orticello, dove coltivava alcuni ortaggi.
Quando arrivarono, Dan e i suoi amici, lo trovarono riverso a terra con la faccia in giù in una pozza di sangue, che fluiva copioso dalla nuca. Fortunatamente, era ancora vivo. Malconcio, ma vivo.
«Cos’è successo?»
«Falco nero coi suoi accoliti è venuto qui e mi ha colto di sorpresa. Ha rapito Anatra selvaggia e, a quanto vedo, si è portato via anche il mio cavallo e quello di Anatra selvaggia»
«Lo prenderemo e gli faremo passare la voglia di fare il gradasso» disse Dan.
«Se toglierà un solo capello a Anatra selvaggia, gli caverò gli occhi!»
«Non le farà niente, stai tranquillo…»
«Mmmmm…»
Emmet rimontò in sella e si mise a fare dei lunghi giri intorno alla casa, di volta in volta più ampi fino a che non notò alcune tracce.
«Sono andati di qui. Se ci muoviamo, forse potremo raggiungerli prima di sera»
Al tramonto i sei uomini, seguendo la pista che li portò lungo sentieri che si snodavano tra opunzie e altre minuscole piante grasse, intervallate a tratti da zone presidiate da fitti arbusti spinosi, si inoltrarono in uno stretto varco pietroso, una sorta di canyon, che si faceva strada tra gigantesche pareti rocciose spaccate dal sole e levigate dal vento, arrivando a ridosso del gruppo di comanche.
«Devono essersi accampati dietro quel dosso, meglio proseguire a piedi» suggerì Emmet.
«Magari – aggiunse – io vado avanti con Jack. Voi ci seguite a distanza, ma arrivati a quella boscaglia non proseguite oltre. Noi cerchiamo di avvicinarci e, dopo che avremo studiato la situazione, torneremo indietro e insieme decideremo il da farsi»
«Okay»
Emmet e Jack si avvicinarono al luogo, dove si erano accampati i Comanche, strisciando silenziosi come serpi.
Videro i Comanche. Erano poco più di una decina. Anatra selvaggia era legata a un albero e un guerriero alto e muscoloso, stretto in una giacca militare con alamari e con in testa un cilindro, le stava parlando. O, meglio, le stava urlando contro qualcosa. Era molto irritato. Gli altri avevano acceso un fuoco e vi si erano seduti accanto.
Emmet e Jack stavano per tornare indietro per riferire, quando sentirono delle urla. Erano una ventina di Comanche a cavallo, che avevano raggiunto il gruppo dei rapitori per unirsi a loro, armati di arco e di frecce, di lance e di scudi con su appiccicati pezzi di specchio rotto per abbagliare i nemici in battaglia. Qualcuno di loro aveva anche il winchester, frutto quasi certamente di recenti razzie.
«Non sono una decina, Dan. Sono tre volte di più» disse Emmet.
«E Anatra selvaggia come sta, l’avete vista?» chiese Mark.
«Sta bene. Era legata a un albero e un indiano alto e muscoloso le stava rimproverando qualcosa»
«Era di certo Falco nero!»
«Cosa facciamo?»
«Aspettiamo che sia notte. Col buio cercheremo di liberare Anatra selvaggia e di disperdere i cavalli di modo che possiamo allontanarci indisturbati»
* * *
La notte non si fece attendere. Era una notte nera e le tenebre avvolgevano l’intera volta del cielo. Le nubi spinte dal vento si addensavano compatte, gonfiandosi a dismisura. Minacciavano pioggia. I guerrieri dormivano sulla nuda terra al riparo di tende improvvisate. Solo tre di essi vegliavano intorno al campo, due di guardia ai cavalli, una a qualche passo da Anatra selvaggia.
Nathan e Jack si avvicinarono ai cavalli evitando di stare sotto vento per impedire che il loro odore inquietasse le bestie, facendole scalpitare o nitrire. Jack restò al riparo della macchia di salici, mentre Nathan si posizionò alle spalle di una delle sentinelle. Come un felino le si avvicinò senza fare alcun rumore e con un balzo le fu addosso e la sgozzò. L’altro guerriero di guardia si voltò, ma non ebbe il tempo di capire: il coltello ancora sporco di sangue di Nathan lo colpì alla gola, recidendogli la carotide.
Jack, rassicurato, si diresse verso l’albero al quale era legata Anatra selvaggia e, portandosi l’indice alla punta del naso, le intimò il silenzio, le tagliò le corde che la trattenevano e, dopo averle fatto segno di avvicinarsi ai cavalli, prese la mira e scoccò il dardo, uccidendo la terza sentinella che giaceva a qualche metro di distanza, semiaddormentata sotto un albero.
Mentre Nathan e Anatra selvaggia montarono su due dei cavalli, Jack scoccò una decina di frecce incendiarie, dando fuoco a quattro cinque tende. Le più lontane dai cavalli. Attirati dalle grida, i comanche si diressero in quella direzione, dando modo ai tre di allontanarsi indisturbati, trascinandosi dietro gran parte dei quadrupedi. Quando si accorsero della fuga di Anatra selvaggia e del ratto dei cavalli fu troppo tardi.
Falco nero con gli occhi iniettati di sangue gridava come un ossesso, agitando il suo tomahawk. Afferrato uno dei pochi cavalli che non si erano allontanati di molto vi montò e, seguito da una mezza dozzina di guerrieri che erano riusciti ad agguantare il proprio mustang, si mise alla caccia della fuggitiva e dei suoi compagni di avventura, ma il buio rallentava l’inseguimento perché era difficile seguire le tracce.
D’improvviso, da dietro le nubi portate lontano dal vento apparve la luna comanche, la luna piena che da sempre aveva seguito i comanche nelle loro razzie e nelle loro infinite incursioni cruente ai danni dei bianchi o di altre tribù nemiche. Il grido di guerra echeggiò potente e terrifico, Jack e Nathan sentirono un brivido gelido lungo la schiena e spronarono più forte i cavalli, Anatra selvaggia li seguiva silente. Nel frattempo altri comanche erano riusciti a ricuperare i loro cavalli ed ora i comanche che galoppavano illuminati dalla luna erano una buona ventina. Al grido di guerra del primo gruppo si unì quello del secondo. Gli occhi affossati di Falco nero brillavano cattivi sul volto scavato e l’odio dava forza al desiderio di vendetta. Non poteva perdonare a Anatra selvaggia di avergli preferito un wasichu né a un wasichu di togliergli la squaw che avrebbe voluto sua sposa. I wasichu già gli avevano tolto la terra, non potevano togliergli anche la donna. Lui non era come quel codardo di Volpe rossa, che aveva preferito seppellirsi nella riserva. Lui sì che era un guerriero, un vero capo. E il suo valore lo si poteva leggere nei giovani guerrieri che erano scappati con lui dalla riserva. Un guerriero che muore in guerra per difendere la sua terra risorgerà. Il Grande spirito lo protegge. Lo aveva promesso il «profeta», lo sciamano che stava girando in lungo e in largo tra le varie tribù, perché il popolo rosso si mettesse insieme e insieme cacciasse l’invasore bianco dalle terre degli avi. E lui aveva danzato la danza della riscossa insieme allo sciamano, la danza sacra, ben accetta al Grande Spirito, che assicurava il ritorno alla vita e morte ai wasichu.
Il cavallo di Jack si accartocciò su se stesso, colpito da una freccia. L’uomo, per quanto ammaccato, si rialzò e impugnata la colt cominciò a sparare. Un guerriero comanche cadde colpito, e poi un altro, ma gli altri guerrieri gli furono addosso e lo trafissero con le loro frecce. Uno di essi, sceso da cavallo, con una mano lo afferrò per i capelli e con l’altra gli strappò lo scalpo con un affondo netto del coltello. Il cranio di Jack ora ricordava il polipo in umido che lui aveva mangiato nel saloon del vecchio Sam qualche giorno prima di partire. Nathan spinse con violenza gli speroni nei fianchi del suo cavallo e proseguì, invitando Anatra selvaggia a non rallentare.
Dalla piccola altura dietro la quale si erano posizionati, Dan, Bob, Emmet e Mark aprirono il fuoco sui comanche, gridando nello stesso tempo a Nathan e Anatra selvaggia di affrettarsi. Sei o sette guerrieri caddero sotto i colpi, suggerendo a Falco nero di non insistere con l’attacco frontale.
Nel frattempo, i due fuggitivi si erano riuniti ai loro compagni.
«Come stai, ti hanno fatto del male?» chiese Mark a Anatra selvaggia.
«No – rispose lei – Falco nero non mi ha tolto un capello»
«Cosa ti stava dicendo?»
«Quando?»
«Quando ti parlava mentre eri legata all’albero…»
«Che i wasichu gli hanno tolto tutto e che non potevano prendersi anche la sua donna»
«Ma tu non sei la sua donna…»
«È vero, ma è anche vero che i wasichu si sono prese le terre dei Comanche e li hanno rinchiusi nelle riserve come bestie in un recinto!»
* * *
«Dan…»
«Cosa c’è, Emmet?»
«Bob è morto e Nathan è ferito»
«Mmm… povero Bob!...
Nathan è grave?»
«No, ma ha una freccia nel braccio.
Estrarla è difficile, la punta rischia di non venirsene…»
«Perché?»
«L’asta è pericolosamente ballerina: potrebbe spezzarsi e lasciare la punta metallica dentro»
«Mmm… meglio dare uno sguardo. Andiamo…»
«Ciao, Nathan»
«Mi sa che andrò a fare compagnia a Jack e Bob!»
«Non sputare cazzate, la nostra mano ha già perso due dita. Perderne un terzo sarebbe troppo, smetterebbe di essere una mano!»
«Intanto, io sto per perdere il braccio»
«Mmm… fa vedere»
«Allora?...»
«Prendi questa borraccia, è whisky di quello buono, scolatelo tutto fino a stordirti – disse Dan – e poi subito dopo metti in bocca questa cintura e stringila forte tra i denti. Vedremo cosa si può fare»
«Come intendi procedere?»
«Invece di estrarla, spingerò la freccia fino a farne uscire la punta dall’altra parte del braccio»
«Ce la farai?»
«Non lo so, lo spero. Certo, ci vorrebbe un medico…»
«Porco di un cane rognoso, lo dici così?»
«Perché detto in un altro modo cambierebbe le cose?»
«No, purtroppo!...»
«Allora bevi e stai zitto!»
Dopo due tentativi falliti, la punta della freccia attraversò il braccio e Dan la estrasse con la lama del coltello che aveva precedentemente sterilizzato.
«Il braccio è salvo!» disse Dan.
«Bene, vuol dire che Jack e Bob dovranno fare a meno della mia compagnia» scherzò Nathan, ritrovando lo humor nero di cui era solito.
«Guarda, Dan – disse Emmet, indicando la luna – si è tinta di rosso. Come se sanguinasse! E i coyotes nella prateria si rimandano i loro lugubri lamenti: sentono l’odore di morte che si respira nell’aria e si apprestano a placare la loro insaziabile fame, divorando i cadaveri che giacciono laggiù davanti a noi impregnati di polvere e sangue. Maledetta luna comanche! Maledetta luna nefasta! Ogni volta che appare nel cielo c’è sempre qualcuno che ci rimette la pelle, qualcun altro che piange»
«Dicerie… vecchie superstizioni. In fondo si tratta solo un’eclissi di luna. La Terra si frappone tra il sole e la luna, costringendo i raggi del sole a deviare con l’effetto di colorare la luna di rosso. Non c’è alcuna entità maligna che si scatena. Sono solo fandonie!»
«Dillo ai musi rossi, loro lo sanno che la luna comanche è foriera di morte» borbottò Emmet, indicando col mento Anatra selvaggia, che si stava avvicinando preceduta da Mark.
«I comanche amano la luna, quando è nel pieno del suo splendore, perché mostra loro le prede, uomini o bestie che siano – disse Anatra selvaggia – e la sentono amica. Anche quando sanguina!...
In un’antica leggenda, che ho appreso da piccola, si narra che un lupacchiotto si era perso nel bosco e che la luna apparendo nel cielo ne aiutò il padre con la sua luce a ritrovarlo e a soccorrerlo proprio mentre stava per cascare in un precipizio. Grande fu la gioia del genitore lupo e degli altri componenti del branco.
Le fate del bosco che avevano assistito alla scena decisero così di premiare la luna, consentendole ogni trenta giorni di ridiventare tonda, grossa e luminosa. Forse è per questo che i lupi, alzando nella notte gli occhi al cielo, ogni volta che vedono la luna comanche, per ringraziarla le inviano festosi il loro ululato»
«A me il loro ululato tutto pare fuorché festoso!» replicò Emmet.
* * *
La luna comanche aveva smesso di sanguinare. Ora era un enorme disco luminoso, che irradiava tutto intorno la sua luce, facendo impallidire il sole dall’invidia. La notte si era appena vestita a giorno che il grido di guerra dei Comanche risuonò forte nell’aria. Il tempo delle parole era finito!
Dan scrutò l’orizzonte e guardò in direzione dei Comanche: erano una ventina, nonostante le perdite che avevano subito durante l’attacco di qualche ora prima. Molto probabilmente, anche i guerrieri che erano rimasti privi di cavalli si erano riuniti al gruppo.
«Tenetevi pronti – disse Dan – stanno per attaccare…»
«Con questa luce saranno un ottimo bersaglio» osservò Mark.
«Sì, ma siamo uno a sette, un po’ pochini» masticò amaro Emmet.
«Mai disperare. Emmet!» biascicò Dan, accendendosi il sigaro.
«Avanzano… attenti a non sprecare neanche un colpo»
I Comanche si lanciarono all’attacco, sembravano tutt’uno coi loro mustang. Più che galoppare sembravano volare. Giunti a tiro di winchester, cominciarono a girare veloci intorno alla piccola altura sulla quale si erano asserragliati Dan e i suoi. Sotto una pioggia di frecce, gli assediati sentirono netto il respiro della morte, che si apprestava al nuovo raccolto. E passarono al contrattacco.
Caddero sotto i loro colpi quattro comanche e cinque mustang, ma non indietreggiarono. Falco nero era lì che li incitava all’attacco. Statuaria e terribile icona, degna di un malefico dio.
«Wasichu – gridò – vengo a prendere il vostro scalpo!»
Emmet fu colpito da una freccia, che gli spaccò il cuore. Lo seguì a ruota Nathan, che questa volta ci lasciò la pelle. Dan prese la mira col suo sharps e Falco nero stramazzò al suolo colpito in piena fronte. I Comanche si fermarono interdetti e altri sei di loro caddero sotto i colpi di Dan e Mark. I superstiti stavano per ritirarsi, quando Falco nero si rialzò da terra con in viso il sangue che gli fluiva abbondante dal foro sulla fronte.
«Wasichu, ladri di terra e uccisori di bisonti, Falco nero non ha la lingua biforcuta, ciò che ha detto fa; e ora viene a prendere il vostro scalpo. Forza guerrieri, chi muore per la terra degli avi torna in vita. Morte ai wasichu, yahehhi!!!»
Dan e Mark si guardarono pallidi e increduli. Dan prese di nuovo la mira e sparò. Falco nero ancora una volta stramazzò al suolo, colpito all’altezza del cuore. Pochi attimi e a dispetto di qualsiasi credibile copione si rialzò. Rimontato a cavallo, gridò: «Wasichu, vengo a prendere lo scalpo!». E ripartì all’attacco, seguito dai suoi.
Dan e Mark, quasi per inerzia continuarono a sparare, uccidendo e ferendo un bel po’ di assalitori, ma i Comanche sembravano come automi impazziti, avanzavano nonostante la pioggia di fuoco, sempre incitati dal due volte morto e due volte risorto.
L’ultima cosa che Dan vide prima di essere scalpato fu il tomahawk di Falco nero che si abbatteva su di lui. Mark e Anatra selvaggia erano caduti qualche attimo prima, trafitti da una decina di frecce.
* * *
«Vieni a sederti vicino a noi, Dan, e raccontaci di nuovo di quel pellerossa due volte morto e due volte risorto!» disse l’anziano ex scout Tom Sawter, accompagnando con un eloquente gesto della mano l’invito.
Dan, con il cranio pelato come un uovo e solcato da profonde cicatrici circolari non ancora del tutto rimarginate, e con gli occhi segnati da notti insonni, si riteneva un miracolato, perché pochi al mondo potevano vantarsi come lui di essere sopravvissuti dopo che gli era stato strappato lo scalpo.
«Bravo, Dan, dai, racconta!» fece Tom, suggerendogli di sedersi al tavolo insieme agli altri sodali.
Dan si versò da bere e guardò i suoi interlocutori. Sorridevano. Nel loro sguardo c’era lo scherno di chi non crede alle parole di una persona che reputa in preda all’alcol o alla follia. Gli chiedevano di raccontare quella strana storia solo per ridere di lui, di come la vita può trasformare un uomo rispettato in un mentecatto.
Fu tentato di alzarsi e mandarli a quel paese, ma non poteva tenersi solo per sé quell’esperienza che lo aveva segnato. Doveva parlarne, anche a costo di essere deriso.
«Falco nero la prima volta io l’ho colpito in piena fronte e lui è stramazzato al suolo. Il foro del proiettile non mentiva. L’avevo centrato. Eppure, lui dopo qualche secondo si è rialzato ed è rimontato sul suo maledetto mustang. Ed è ripartito all’attacco. Allora, ho preso la mira e col mio sharps l’ho centrato di nuovo. Col mio sharps non ho sbagliato una volta. È il solo amico che non mi ha mai tradito. Ma anche stavolta Falco nero si è rialzato ed è venuto a prendermi lo scalpo come aveva promesso…»
«Forse si è rialzato, perché sia la prima che la seconda volta era stato solo ferito…» azzardò Sawter.
«Non sono un contafrottole, brutto stronzo!» urlò Dan, afferrandolo per il fazzoletto a quadri, che l’altro portava al collo, e strattonandolo con violenza.
«Lo so che non mi credi, ma è così. Falco nero era morto ed è risorto, sia la prima che la seconda volta!»
«Calma, Dan, la mia era solo una ipotesi innocente. Non volevo certo offenderti… Ti conosco da una vita e so chi sei. Siamo amici, no?»
«Alzati – disse Dan, prendendo una bottiglia dal tavolo – seguimi e vieni fuori con me!»
Usciti dal locale, Dan si avvicinò al suo cavallo e sfilò dalla fondina lo sharps.
«Vedi quel palo con l’insegna di benvenuto sul sentiero alla fine della main street?»
«Sì…»
«Quanti metri saranno?»
«Se dico mille milleduecento metri abbondanti, credo di non sbagliare»
«Bene. Prendi questa bottiglia e poggiagliela sopra. Poi torna qui»
Sawter obbedì.
«E ora?»
«Zitto e guarda»
Dan impugnò lo sharps, lo posizionò e prese con cura la mira. Tutto intorno, nonostante la presenza degli avventori del locale e di una moltitudine di curiosi che si era aggregata ad essi, il silenzio era totale. Non volava una mosca. Un colpo e la bottiglia rovinò in frantumi. Centrata in pieno!
«Come vedi, Tom, non racconto frottole. Io Falco nero l’ho centrato prima alla fronte e poi al cuore. Era morto ed è risorto!»
«Certo, era morto ed è risorto – disse Sawter, attento a non urtare di nuovo la suscettibilità dell’amico – ma, come ti ho premesso, non volevo mettere in dubbio le tue parole»
«Lo so, Tom, lo so. Il fatto è che anch’io avrei riso di uno che avesse raccontato quel che ho raccontato io: un uomo non può morire e risorgere, né una volta né a maggior ragione due volte, però…»
«Però?»
«Falco nero, per quanto possa sembrare incredibile, è morto e risorto sia la prima che la seconda volta!»
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