i turisti, i turisti
italian
In principio fu un bussare discreto ma imperiosetto.
E a chi ritiene che non si possano conciliare imperio e discrezione ricordo che gli ossimori esistono proprio per questo. Anche se devo ammettere che negli ultimi tempi ho cercato di disintossicarmi del tutto dagli ossimori. Con scarso successo, si direbbe.
Con le sigarette è più facile. Ma non sono riuscito a mollare del tutto nemmeno quelle. Tant’è che mentre risuonava la bussata discreta ma imperiosetta avevo appena incendiato la terza Camel della mattinata.
Sbuffai la prima boccata di fumo e alzai gli occhi verso la porta del mio studio, che di solito tengo spalancata perché mi piace avere sempre tutto sotto controllo e vedere chi va e chi viene per i corridoi e i laboratori del dipartimento di Biochimica applicata (applicata a che, poi?) di via Medina-Sidonia, dove abito stabilmente per buona parte delle giornate feriali della mia vita, e talvolta pure di quelle festive, se non ho niente di meglio da fare per santificare le feste.
«Si può?» disse la vecchia Virginia, la nostra decana dipartimentale.
Lo disse quando aveva già abbondantemente varcato la soglia e si dirigeva verso la postazione del sottoscritto. Nonostante il mio stato giuridico di arcaico gentiluomo del Sud non mi alzai, perché il dipartimento è un porto di mare, e se dovessimo alzarci ogni volta che una femmina entra in una delle nostre stanze passeremmo la vita a fare su e giù dalle sedie.
Fino a qualche tempo fa non mi calava proprio, la vecchia Virginia. Poi però è successo qualcosa che mi ha fatto scoprire le sue virtù nascoste. Non solo a me, per la verità, ma anche alle mie ex specializzande Francesca e Alessandra, ora in partenza per la Germania, dove hanno vinto, per mancato ostruzionismo da parte loro, una borsa di studio per un master. Da allora l’abbiamo rivalutata. Ha un senso dell’umorismo insospettato, una vitalità a prova di istituzioni universitarie, e una visione di cose e persone talvolta eccentrica in modo sorprendente.
Mi sorprese pure stavolta. Appena finì di dislocare il carapace e le sue ghiandole del Paleozoico contro lo schienale della poltroncina, distese le braccia di lato a formare una croce e gridò:
«I turisti, i turisti».
Mi chiesi se non le si fossero aggrippati di colpo tutti i neuroni del sistema nervoso simpatico e pure di quello odioso. Lei ripeté gesto e grido:
«I turisti, i turisti».
Rimasi a fissarla interdetto. E se invece la sera prima ci avesse dato dentro con quel suo mefitico limoncello al retrogusto di succo di palude, fino a rimanerne intossicata? Tutto sommato, era un lunedì mattina. Evento che si verifica sistematicamente subito dopo ogni domenica sera. Fase della settimana durante la quale le anziane accademiche solitarie si sbronzano con tutti i crismi nella solitudine delle loro dimore, buttando giù quantità industriali di Rosso Antico, di marsala all’uovo scadenti, oppure di limoncello di fascia bassa.
Ero a un punto morto, ma mi venne subito in mente qualcosa di decisivo da dire per rompere l’incaglio. Lo dissi pacatamente:
«Professoressa, non è che vuole che le prenda un bicchiere d’acqua? E magari anche un’aspirina... Che ne dice? Una bella aspirina effervescente, con vitamina C al gusto di limone».
«Ma quale acqua, Lore’, quale aspirina... Che fa non la conosci, proprio tu che fai sempre lo spiritoso?».
La parte positiva fu che non aveva raccolto l’offerta di un’aspirina, perché mi ero ricordato di avere consumato la mia ultima compressa effervescente e con vitamina C al gusto di limone il lunedì precedente. Perché nemmeno i miei lunedì sono gran cosa, di norma. Per dire, i lunedì mattina mi sembra che le strade siano infestate solo di maschi pelosi e muscolosi, tatuati fino alle tonsille. In linea di principio, non è che io sia ideologicamente contrario ai tatuaggi. Però mi piacerebbe che li portassero solo in privato, nelle notti senza luna, nell’oscurità delle loro baracche. Che sia l’intolleranza, il destino terminale di noi vecchi libertari duri e puri? In ogni modo, di lunedì mattina, se sei un eterosessuale affidabile e affezionato all’idea di esserlo, non c’è niente che ti tiri su il morale come una sfilza di pulzelle di bell’aspetto e addobbate come gli ormoni comandano. I loro e i miei.
Continuai a fissare la vecchia Virginia cominciando a chiedermi se non avrei fatto bene a chiamare il pronto intervento dello Psichiatrico.
«Non conosco chi, professoressa?» dissi invece, con tono ancora più pacato, come raccomandano si debba fare in questi casi.
«Ma come chi? Che cosa, semmai. Cioè la barzelletta, quella che...».
Si fermò, come a raccogliere le idee.
«Dunque» riprese, «siamo in una chiesa, una bella chiesetta di campagna, deserta, perché è un giorno feriale, è estate e c’è un caldo che fa sudare pure le balàte di marmo delle sepolture. Sopra l’altare maggiore c’è una croce di legno, con un Cristo a grandezza naturale. Di lato, altre due croci con i due ladroni. Insomma, è quello che si chiama un trittico».
Fece un’altra pausa per prendere fiato.
«Il caldo era proprio insopportabile. A un certo punto, il Signuruzzo, che proprio non ce la fa più, stacca un braccio dalla croce. “Che fa, picciotti” dice, “ce la fumiamo una bella sigaretta?”. Detto fatto, stacca pure l’altro, e poi i piedi, schiocca le dita, prima a destra e poi a sinistra, e come per miracolo anche i due ladroni sono liberi. E se ne stanno tutti e tre beati, a fumarsi la loro sigaretta e a farsi quattro chiacchiere, messi belli comodi, stinnicchiati sopra le panche della chiesa. A un certo punto, da fuori, arrivano rumori sempre più forti: voci, motori, sportelli che sbattono, passi che si avvicinano. “Gesùmio” fa Cristo, “i turisti, i turisti!”. E istantaneamente tutti e tre si ritrovano daccapo incocciati alle croci».
La decana si fermò in attesa della mia reazione. Che non ci fu.
«Ma che fa, non l’hai capita?» disse.
«Ma perché, era una barzelletta?».
«E a te che ti pareva, una storia vera? Un Vangelo apocrifo?».
Meditò. Sembrava ripercorrere a ritroso tutte le parole che aveva pronunciato.
«Vabbè, io le barzellette non le so raccontare come te, e questa forse come barzelletta non era un gran che» disse alla fine; «però mi devo essere persa qualche cosa strada strada».
«Tipo il finale?».
«Capace. Devo tornare da padre Cuttitta a farmela raccontare di nuovo».
«Padre Cuttitta?».
«Non mi dire che non ne hai sentito parlare mai. È un gesuita di Casa Professa, uno di quelli tosti. Sono loro che si inventano le barzellette sui preti e sulla religione. Va bene che tu non frequenti l’ambiente, però chi è che non lo conosce, a padre Cuttitta? Tutta Palermo lo conosce».
«Per caso, è uno di quei gesuiti che si tramandano la castità di padre in figlio?».
«Ma che sei, turco?».
Mi limitai a guardarla in viso cercando di rendere esplicito cosa mi passava per la testa. Che poi era quello che lei spiattellò subito dopo:
«Ti stai chiedendo se sono scesa dalla mia stanza fino qua solo per raccontarti una mezza barzelletta».
Non tentai nemmeno di dissimulare.
«La barzelletta mi è venuta in testa dopo essere entrata qua perché c’è una relazione con il motivo per cui sono scesa a parlarti. I turisti ci sono vero. E ti devo chiedere un piacere. Un piacere grande».
Avvertii un piccolo brivido premonitore, un brivido inerziale cui non detti troppo peso perché mi capita ogni volta che la vecchia Virginia cerca di coinvolgermi nelle sue cose. L’effetto rimembranza di eventi che preferirei dimenticare.
«Mi dica» sospirai con circospezione.
«Hai presente Lombino and Pykora?».
I nomi mi erano familiari ma non riuscivo a collocarli nello spazio e nel tempo. Lei se ne accorse:
«Quelli del lavoro uscito su Cold Spring Harbor, sulla sintesi di nuove sostanze potenzialmente utilizzabili in campo farmaceutico, a partire da molecole presenti in natura in certi organismi...».
«... tipo le ascidie. Lavorano da qualche parte nel Massachusetts».
«Sì, prima stavano a Woods Hole, poi si sono trasferiti in una piccola università sconosciuta; il nome non me lo ricordo, ora però hanno un sacco di soldi perché hanno trovato finanziatori privati che investono nella ricerca. Lo sai com’è in America. Non mi ricordo nemmeno su quale specie lavorano loro; di ascidie ce ne sono quanto i fichi amari, lo sai».
«E...».
«E vengono a Palermo. Sotto il Festino».
«Che anche quest’anno viene il quindici luglio, ci scommetto».
«E il quattordici sparano il gioco di fuoco. Che ti senti, spiritoso? Pure con santa Rosalia, la santuzza? Turco sei, te l’ho detto io».
«Comunque i catanesi a noi palermitani neanche ci vedono, quanto a festeggiamenti, per sant’Agata. Ma loro sono più primitivi di noi».
«Tant’è che come patrona si sono scartati una palermitana. Lo sapevi, no, che pure sant’Agata era palermitana? Almeno, secondo alcune fonti».
«Ah, per questo il Catania è messo com’è messo».
«Non mi parlare di cose di fubbal che io non ci capisco niente».
«Ecco, proprio qua volevo arrivare: io invece non ne capisco niente di ascidie; a me, se mi fa vedere un’ascidia, nemmeno la riconosco. Che c’entro io con questi americani?».
«Il piacere che ti volevo chiedere non ha niente di scientifico. E per essere pillicusi, Vincent Lombino è oriundo siculo. Loro, come sai, sono una coppia, marito e moglie».
Non lo sapevo, ma non dissi niente.
«Siamo stati in corrispondenza scientifica per anni» riprese lei, «sempre per cose di ascidie, le metodiche di estrazione, insomma, quello che nei lavori noi chiamiamo Materiali e Metodi; e ci siamo pure incontrati due o tre volte ai workshop. E siccome hanno grande disponibilità di piccioli, una volta sono scoppati persino al congresso dell’Uzi, non mi ricordo dove, ed è inutile che lo chiedo a te perché voi molecolari avete la puzza sotto il naso e vi sentite sempre seduti sopra il montarozzo dell’immondizia».
L’Uzi, oltre a essere una micidiale mitraglietta israeliana, molto popolare in certi ambienti della bassa finanza, è pure la sigla dell’Unione Zoologica Italiana. Ed è vero che non sta nel cuore di mezzo dei molecolari.
«Ora, a luglio, ritornano in Europa. Fanno venticinque anni di matrimonio, le nozze d’argento, però non è solo un viaggio di piacere. Si sono organizzati pure un giro di seminari qua e là, per presentare le loro cose recenti. E siccome a lui è venuta questa fissazione di visitare il paese d’origine della sua famiglia...».
«A caccia delle radici, scommetto: non se ne può più» interruppi.
«Ecco, bravo. Io allora, a che c’erano, li ho invitati a tenere un seminario pure da noi. Loro si pagano il viaggio e io li ospito a casa di mio nipote Peppuccio, che lascia la casa libera perché va a trovare i suoceri in Russia, per fargli conoscere Boris, il nipotino che oramai ha sei mesi».
Sapevo chi era Peppuccio. L’avevo pure incontrato, alla sua festa di fidanzamento con la russa Nataša, a casa della decana. Era proprio uno di quei precedenti che avrei preferito dimenticare. Ma come dimenticarlo?
«E io?» sollecitai.
«Ora vengo e mi spiego. Lo sai, no, che devo fare lo spietramento?».
Mi sentivo sempre più preso dai turchi.
«Ma dove, in campagna?» balbettai.
«Ma quale campagna, Lore’, oramai le campagne sono solo collere e sangue fradicio. No, dico l’intervento per farmi levare le pietre dal rognone. I calcoli. Vado a farmi operare vicino a Novara, dove ho parenti. È un’operazione un poco più complessa, in anestesia generale, e alla mia età non si può sapere mai».
Pensava forse alla fatal Novara di Carducci? Ma quella era una nave.
«Non usano il litotritore, ormai?» dissi. «Con un’anestesia leggera?».
«E se si poteva fare con il litotritore io secondo te me ne andavo là sopra? No, mi hanno spiegato che nel mio caso, sia per la composizione dei calcoli che per le dimensioni, il litotritore non va bene. E siccome a Novara ho questi parenti, mentre qua a Palermo non ho nessuno, a parte mio nipote Peppuccio, che però non è cosa... Insomma, si sono offerti di darmi assistenza e mi ospitano a casa loro per la convalescenza».
«Ho capito. Ottima soluzione».
«Grazie. Torniamo al piacere che ti volevo chiedere» disse lei.
«Non c’è bisogno, ho capito: gli americani arrivano mentre lei è su in Padania e non gli può andare appresso».
«Bravo. Mi hanno fissato la data dell’operazione dopo che ho saputo quando sarebbero arrivati loro due. E ormai non posso spostare nessuna delle due date. Allora la domanda è: non è che te li puoi annacare un poco tu? Degli altri non mi fido. Specialmente il Peruzzi, che è grèvio come la paglia lunga».
Anche lei, come tutti al dipartimento, aveva preso a chiamarlo il Peruzzi, perché è così che lui si è presentato quando è arrivato dopo essere andato in cattedra: sono il Peruzzi. Ed è così che si presenta sempre al telefono. Poi l’abbiamo pure eletto direttore. Lui ha preso l’evento come un tributo alla sua persona. E noi gliel’abbiamo lasciato credere.
«Allora che dici?» incalzò la vecchia Virginia.
«Per me va bene. Ma che tipi sono, questi due?».
«Sulla cinquantina. A vederli così, non gli daresti due lire. Però hanno pubblicato bei lavori. Lui è biochimico e lei nasce come chimica ma poi si è dirottata verso la biologia. All’inizio, quando erano appena laureati, davano la caccia a un enzima capace di metilare le basi azotate del Dna...».
«La Dna metiltransferasi».
«Bravo. L’intuizione geniale però l’aveva avuta un napoletano, un guaglione d’ingegno. Faceva la spola tra Napoli e Palermo, teneva i corsi sia qua che là. Lui lo cercava da per tutto, l’enzima metilante, dai ricci di mare...».
«Fino agli asini. Lo so, l’ho conosciuto pure io. Mi ha fatto il corso di Biologia molecolare. Un vero gentiluomo napoletano. E scienziato brillante, rigoroso, pulito. Pensava che la metilazione di una citosina, quando era seguita da una guanina, potesse alterare transitoriamente la sequenza del Dna in corso di duplicazione, cambiandone l’espressione genica. Il che poteva spiegare il meccanismo della regolazione genica nel differenziamento cellulare. Era in anticipo di un decennio rispetto ai tempi. Ma è morto troppo presto. Mi ricordo che gli piacevano le nostre arancine, però non si fidava del nostro olio. Infatti si portava dietro in valigia, da Napoli, la bottiglia con l’olio d’oliva. Ma i due americani che cosa vengono a presentare, qui da noi, per il seminario?».
«Ora si occupano di ingegneria genetica. La cosa di moda. La sintesi di molecole di potenziale interesse medico, a partire da Dna ricombinanti. Infilano certe sequenze di Dna di un organismo ics nel genoma di batteri tipo l’Escherichia coli e gli fanno produrre la corrispondente molecola dell’organismo di partenza. Il vantaggio è che si possono ottenere in quantità elevate e a costi contenuti, a parte l’investimento iniziale. Loro mi pare che partono dalle larve delle ascidie, all’epoca della metamorfosi. Non ti so dire i dettagli, perché io questi lavori li seguo con mezzo occhio e mezzo orecchio. Tu ne sai più di me. Io ho quattro cose in testa, impiccicate con la sputazza. Per il seminario gli basta il solito armamentario per le presentazioni con PowerPoint. Tu fatti il giro delle sette chiese in dipartimento e cerca di fare partecipare più persone possibile, se no la portiamo a mala figura con questi americani».
L’evocazione della sputazza della decana risultava lievemente anticlimax.
«A parte il seminario, io come me li dovrei annacare, secondo lei?».
«Perché non gli fai vedere il Festino?».
«Non se ne parla nemmeno: quest’anno non ho voglia di bagni di folla».
«Allora vedi tu. Per me, una volta che gli hai organizzato il seminario e gli hai azzizzato un minimo di presentazione, te ne puoi uscire con il giro standard Palermo Palermo: Cattedrale, Palazzo dei Normanni, Cappella Palatina, Teatro Massimo, Quattro Canti, Monreale, Mondello... Le solite cose. Con un paio di mezze giornate, capace che te ne esci. Magari te li porti a cena in uno di quei posti strambi che conosci tu. Poi se la spirugliano loro. In cassa abbiamo ancora qualche residuo per le piccole spese di rappresentanza, dirò a Santuzza che si tenga pronta».
Santuzza è la segretaria del dipartimento, tiene pure la piccola cassa del gruppo della decana, ed è neoborbonica.
«Vabbè, si può fare» dissi. «Ma non c’è bisogno dei fondi».
«Cerca di non fare lo splendido al solito tuo. Ora gli dico a Santuzza che scende lei con il conquibus».
Ogni volta che sento un gli dove andrebbe un le mi vengono le convulsioni. Senza contare che detesto il vocabolo conquibus. Però sorvolai. Poi le chiesi i dettagli indispensabili, tipo data di arrivo della coppia, indirizzo di Peppuccio, numeri di telefono... Alla fine mi venne una curiosità:
«Mi ha detto che Lombino è oriundo siculo; sa se per caso la sua famiglia era originaria di Bisacquino?».
«Non ne ho idea. Ma perché proprio Bisacquino?».
«Perché di Bisacquino, a parte il regista Frank Capra, erano originari pure i genitori di un famoso scrittore americano, Ed McBain, noto anche come Evan Hunter e con altri cinque o sei pseudonimi. Lei mai li ha visti i telefilm della serie dell’87° Distretto? Li hanno presi pari pari dai libri di Ed McBain».
«Sì, qualche cosa devo avere visto. Però mi devi scusare: che c’entra questo qua con Vincent Lombino?».
«Il vero nome di Ed McBain è Salvatore Lombino».
«Ah. Vabbè, quando vi vedete puoi chiedere a lui se sono parenti».
«E della moglie che cosa si sa? Cognome strano, questo Pykora. Sa da dove viene? Mi suona baltico. Qualcosa tipo Lituania, Lettonia, Estonia, quei posti lì. È bionda?».
«No, di capelli è nera come una turca, ma bianca di carni. Però ci sei andato vicino. Una volta mi ha detto che la sua famiglia era originaria della Finlandia».
Si può parlare di recidiva per un brivido? O di richiamo, come per le vaccinazioni? Come che sia, quello che avvertivo ora surclassava il mio brivido iniziale, partiva dai capelli e arrivava ai talloni attraversando tutte le frattaglie dell’anima.
Un agguato della memoria. Un’altra ugro-finna. La seconda della mia vita. Del passaggio della prima conservavo ancora cicatrici profonde anche se invisibili a occhio nudo.
La vecchia Virginia avviò con cautela l’operazione di disincagliarsi dalla poltroncina. Quando fu in piedi fece una mezza smorfia.
«Stanotte non ho chiuso occhio per i dolori alla carena» disse. «Io cerco di ignorarla la vecchiaia. Il problema è che purtroppo la cosa non è reciproca».
Non trovai niente di appropriato da replicare. Ma lei non sembrava aspettarsi una replica.
«Lore’» aggiunse, «mi hai levato veramente un peso dal cuore. Ti ricorderò nelle mie preghiere a san Tarcisio e a san Pancrazio».
Non mi sfuggì il lampo malizioso dei suoi occhi. Non volevo darle la soddisfazione di chiederle perché avesse tirato in ballo proprio quei due santi, sicuramente patroni di qualcosa che non avrei gradito.
«Non si disturbi» replicai, «non è il caso».
Si avviò verso la porta. Quando fu sulla soglia si voltò verso di me:
«Bìììh, perciò Bisacquino così importante è? Addirittura uno scrittore famoso e un regista, Frank Capra, che lo conosco pure io. Un paesino di niente... Quante anime conterà, Bisacquino?».
«Anime non lo so. Gli abitanti forse non arrivano a cinquemila. E comunque, se proprio ci tiene a raccomandarmi a qualcuno nelle sue preghiere, preferirei che fosse sant’Oliva, che oltre a essere una delle cinque sante protettrici di Palermo, che di sicuro ne ha bisogno più di qualunque altra città, è pure l’unica santa della storia a essere morta extravergine».
«Ma proprio turco sei».
«Ci vada piano con le generalizzazioni: se per turco intende maomettano, sappia che a Tunisi c’è una moschea intitolata a sant’Oliva. Allahu Akbar».
Lei accennò il gesto di farsi la croce con la mano manca, poi spalancò le braccia e prima di sparire gridò:
«I turisti, i turisti».
Il Peppuccio della decana abitava nel mandamento Tribunali, in una stradina nei dintorni di piazza Rivoluzione, il cuore della Fieravecchia, con la sua brava fontana senza acqua, completa di statua regolamentare del Genio di Palermo – una delle tante – piazzata al centro, e cinta di macchine assedianti.
Da quando è tornato di moda prendere casa nei Quattro Mandamenti ed è partito il restauro dei palazzi antichi, pure la Fieravecchia è diventata uno dei luoghi della movida che piace ai giovani panormiti, un alternarsi di pub raffinati e di ristorantini più o meno improvvisati, dai quali emanano effluvi di street food locale, misti a sentore di innominabili salsine sintetiche da buatta, per uso hamburger, panini al cartoccio & affini. E musica mediocre, a palla, fino all’alba. Una delizia, per i residenti. Specie di sabato e per giunta a luglio, quando si tiene tutto aperto. Chi sa se ci aveva pensato, la vecchia Virginia, quando aveva offerto l’appartamento del nipote ai due americani. E dire che lei abita non lontano da lì, e dovrebbe saperlo. Però, siccome è un po’ sorda, magari non se ne è resa conto. O, magari, quei due le stavano sulle ovaie per qualche ragione che non mi aveva confidato.
Lei era partita da qualche giorno per l’operazione-spietramento, e come concordato io mi ero messo a tempo debito in contatto con Mr. Vincent Lombino, che nel pomeriggio si era insediato, con la sua legittima Mrs. Vincent Lombino, nata Pykora, nell’appartamento del giovane Peppuccio, che da qualche giorno era disperso nelle steppe russe.
La decana, prima di partire, aveva organizzato le cose per bene, spedendo la sua aiutante domestica in casa del nipote, il giorno dell’arrivo della coppia, per la consegna delle chiavi e le istruzioni per l’uso.
Casa Peppuccio era un appartamento al terzo piano in una palazzina appena restaurata, senza pretese di nobiltà. Ci arrivai verso la fine del pomeriggio. La targhetta del citofono era a doppio cognome: Santopalato e Rybakova. Ovvero, Peppuccio e legittima.
Schiacciai il pulsante e subito rispose il maschio della specie americana. Al telefono, poche ore prima, mi aveva parlato in inglese. Stavolta fece lo sforzo di usare l’italiano. O quasi.
«Noi jiuso in uno minuto» disse.
Avevo infilato la mia Golf bianca nello scarrozzo del palazzo di fronte, giusto per il tempo di prendere a bordo gli ospiti. Mi guardai intorno. Poco distante, seduto a uno dei tavolini all’aperto di un pub, notai un tale che conoscevo, un certo Puleo, il principale collaboratore del mio amico sbirro Vittorio Spotorno, nonché a sua volta sbirro, non so di che grado. Bravo picciotto, Puleo, per il poco che l’avevo conosciuto. Se non altro, per il fatto che doveva sopportare Vittorio, che nel frattempo era diventato vicequestore. Aveva davanti una spina bionda da zero due, e pareva intento a studiare il fondo del boccale attraverso la spuma residua. Era in borghese.
Feci per avvicinarmi e scambiare due parole, quando il portone si aprì con uno scatto e gli americani vennero fuori.
Aveva ragione la vecchia Virginia, a dire che a vederli così uno non gli avrebbe dato due lire. Erano un po’ dimessi, tarchiato lui, con il riporto a occultare una calvizie imponente, allampanata lei, disarmonica, caracollante e con una faccia lievemente cavallina. Ma aveva occhi vivi e bei capelli neri, lunghi, che facevano contrasto con la carnagione candida e le scendevano ai lati del viso, fino alle spalle. Indossava un vestito nero che esibito da Juliette Gréco sarebbe stato definito esistenzialista. Lui portava calzoni grigi di popeline e una camicia a righine a mezze maniche. Io jeans azzurri, polo blu e giacca di lino color corda.
Mi avvicinai e ci furono le presentazioni, seguite dai soliti momenti di imbarazzo, quando nessuno sa esattamente cosa dire.
«Lorenzo» avevo detto io; e poi l’usuale: «Plisd-tu-mit-iù».
«Vinsent» aveva detto Lombino. E poi, dopo un’esitazione, aveva rettificato: «Vicenzo. End dis is Helen».
Helen, dunque. Cioè Elena. Come la prima e, fino a quel momento, ultima ugro-finna della mia vita. Quella delle cicatrici.
Mi venne l’impulso di voltare le spalle ai due, salire sulla Golf e sparire dai loro orizzonti. Invece strinsi volenterosamente le mani che occorreva stringere e mormorai le frasi volenterose che la circostanza richiedeva. Cioè le consuete banalità tra sconosciuti al primo incontro.
Seguì un momento di stasi. Poi, in nostro soccorso arrivò la strombazzata di una grossa moto che pretendeva libero accesso allo scarrozzo che avevo occupato con la Golf. Tenni lo sportello aperto per fare salire Helen, poi feci il giro dall’altro lato, cercando con gli occhi l’agente Puleo, per fargli un cenno di saluto. Ma lui si era alzato, aveva voltato le spalle e stava mollando qualche banconota da mille sul tavolino. Notai che conservava diligentemente lo scontrino nel portafoglio. Ligio, l’agente Puleo. Cosa aspettarsi di diverso, da uno che aveva il mio amico Spotorno come capo supremo? Però avevo avuto l’impressione che mi avesse riconosciuto e che preferisse tagliare la corda, piuttosto che incontrarmi. Forse temeva che potessi riferire a Vittorio che il suo braccio destro passava i pomeriggi liberi a sbevazzare per i pub del centro storico.
Vidi che puntava verso una Fiat Uno color grigio topo, parcheggiata poco più avanti. Nel superarlo gli feci un cenno con la mano, ma lui non se ne accorse. O finse di non vedermi.
In macchina mi sforzai di intavolare un minimo di conversazione decente. Vicenzo si sforzò ancora più di me. Era lui l’addetto alle relazioni pubbliche della coppia. Helen appariva molto riservata e parlava solo se interrogata direttamente.
Avevo prenotato un tavolo al Kalhesa, che fa sempre colpo sugli stranieri, con quelle volte immense di pietra viva, il bar che a destra sfuma gradualmente in libreria e a sinistra nell’angolo della musica dal vivo; e il ristorante all’aperto, nel giardino pensile, al piano di sopra.
Avevo cercato di coinvolgere Michelle nella serata, ma lei era più che mai impantanata nella sua routine di medico dei morti ammazzati. Negli ultimi tempi, per la verità, e per motivi che risultavano misteriosi ai non addetti ai lavori, l’ex capitale del crimine sembrava avere sospeso la produzione di cadaveri da kalashnikov & lupara.
In compenso, era emerso un certo numero di delitti, diciamo così, normali. La città esigeva le sue libbre regolamentari di carne e sangue, la sua aliquota standard di male, e compensava in altro modo la carestia di cadaveri del filone tradizionale. Per ragioni imperscrutabili, ogni tanto questo genere di ammazzatine si concentrava in un breve periodo di tempo. È quello che era accaduto negli ultimi due giorni: tre delitti da coltello, oggetto contundente e forbici: una casalinga, una credit manager (che sarà mai?) e un callista ghei, le vittime; e nessun presunto colpevole all’orizzonte. A Michelle sarebbero toccati gli straordinari. E, finito il lavoro, sperava solo di starsene tranquilla a casa e pensare alle cose sue, dopo una cena raccogliticcia. Io non le avevo forzato la mano e lei me ne era stata sobriamente grata.
Al Kalhesa, la grande sala del piano terra debordava di ex yuppie stempiati e di jeunesse placcata oro, alle prese con l’aperitivo. Era il tempo dell’happy hour, e tutti ci davano dentro con i calici di vino e la solita roba d’accompagnamento. Gli americani ricusarono l’offerta di un aperitivo, così li guidai al piano di sopra, ancora deserto, perché era ancora presto per i nostri standard spagnoleggianti.
Il tavolo era piazzato sotto le fronde di uno dei grandi ficus del giardino pensile. Studiai la carta, spiegando agli ospiti cosa aspettarsi dai varî piatti. Dopo averli consultati, ordinai anche per loro. Carpaccio di polpo, caponata di pesce spada, linguine con la bottarga e filetti croccanti di triglia di scoglio. Il tutto accompagnato da una bottiglia di Yrnm.
Vicenzo si era rigirato in bocca il primo sorso e poi aveva fatto schioccare le labbra:
«Cchiù megghio du vino di California» disse.
Ogni tanto si sforzava di parlare in italiano, una memoria residua della lingua degli avi, ma per lo più la conversazione si svolgeva in inglese, anche per non tagliare fuori Helen. Lei si andava smollando, man mano che diminuiva il livello di vino nella bottiglia e che si andavano dissolvendo le vettovaglie.
Come dessert ordinammo biancomangiare, accompagnato da un bicchierino di marsala vergine.
Sembravano brava gente, tutti e due, ma un po’ noiosi. Avrei preferito un’altra compagnia, per la serata. Parlammo brevemente del seminario previsto per il giorno dopo. Loro non avevano esigenze particolari, a parte il laptop per la presentazione delle diapositive. Sarebbe stato Vicenzo a parlare, ma poi anche Helen sarebbe stata disponibile per le domande del pubblico.
Pagai il conto, lasciando diecimila meritatissime lire di mancia.
Giù, sulla pedana dei musicisti, una bruna snella, fasciata di crêpe nero, lungo, scollato e sexy, cantava Garota de Ipanema, accompagnata da basso, batteria e piano. Non male.
Fuori, chiesi loro se fossero stanchi e se gli andava di fare un giro in macchina per la Palermo bai-nait. Accettarono senza grande entusiasmo.
Il giro standard prevede tutto l’asse del Cassaro, da Porta Felice a Porta Nuova e ritorno per via del Bastione e Villa Bonanno. La Cattedrale illuminata non manca mai di fare colpo. Per non parlare degli archi di luminaria che avevano appena finito di montare per il Festino.
Pensavo che mi avrebbero chiesto conto e ragione delle macerie residue dei bombardamenti anglo-americani del ’43, in certi punti del mandamento Palazzo Reale, ma la cosa che sembrò incuriosirli di più furono le targhe trilingue, con i nomi delle stradine in italiano, arabo ed ebraico. Però non fecero domande. Mi venne la tentazione di portarli a vedere la targa con il nome di strada più poetico in cui mi sia imbattuto finora: via della Rosa alla Gioiamia, in zona Capo-Papireto. Poi pensai che la cosa li avrebbe lasciati termicamente inalterati.
Avevo l’impressione che si fossero stancati e proposi di riaccompagnarli a casa. Mi parve che accettassero con sollievo. In macchina, durante il giro notturno, Helen si era smollata ancora un poco, e mi aveva interrogato con discrezione sui miei interessi di ricerca. Al ristorante le avevo chiesto se avessero figli, e lei mi aveva laconicamente risposto di no. Non aveva ricambiato la domanda.
Quando li lasciai a casa la movida cominciava a montare nelle nostre praterie metropolitane. Un’ora, e avrebbe raggiunto il climax. Che Manitù o chi per Lui li assistesse, pensai.
Avevamo preso accordi che trascorressero la mattinata successiva per conto proprio; avevo segnalato loro alcuni posti che avrebbero potuto visitare, aggiungendo un paio di dritte gastronomiche. Io sarei passato a prenderli con un certo anticipo prima del seminario, che era previsto per le diciassette.
A casa, mi versai un dito di Lagavulin, incendiai l’ultima Camel della giornata e uscii sul terrazzo con il bicchiere in mano e la sigaretta tra le labbra, a contemplare la notte sulla vecchia Palermo. Il frastuono della movida mi arrivava attutito, appena percettibile, più un’intuizione che una presenza.
Quando la Camel si estinse schiacciai la cicca in un posacenere pieno di sabbia. Prima di rientrare, spalancai le braccia in croce:
«I turisti, i turisti» gridai ai tetti e alle cupole illuminate dei Quattro Mandamenti. Tanto non c’era il rischio che mi sentisse nessuno. E se qualcuno mi avesse sentito, non avrebbe pensato che ero pazzo, ma che stavo parlando col telefono di tasca. Una delle ricadute positive delle nuove tecnologie, secondo me. Ma per dirla tutta, non mi sarebbe sembrata chi sa quale tragedia, essere preso per pazzo.
Rientrai e mi allungai sul divano per dare una passata ai film in corso su tutte le reti. Solo roba deprimente. Un’occhiata all’orologio. Era troppo tardi per chiamare Michelle.
Fu lei a chiamare, un secondo dopo. Non riusciva a dormire.
«Vieni» mi disse.
Obbedii.
Persino Garibaldi l’aveva fatto.
Ma non con lei.
Il giorno dopo ero passato a prenderli all’ora concordata. Helen aveva gli occhi cerchiati e Vicenzo disse che non avevano dormito fino all’alba, per il baccano della movida. Pensavano di cercarsi un albergo in una zona più tranquilla della città. Io avevo suggerimenti?
Meditai per qualche istante. Poi tirai fuori il mio telefono di tasca e chiamai Maruzza, mia sorella.
«Maru’, li hai due posti liberi per qualche giorno?».
A luglio, di norma, il baglio è zeppo di olandesi, britanni, tedeschi e altri abitatori delle brume nordiche vogliosi di provare l’ebbrezza delle terre selvagge del sud, almeno per qualche giorno. E Maruzza e il suo legittimo, Armando, sono ben lieti di tamponare le continue emorragie del baglio con le valute forti della Mitteleuropa. Era stata mia sorella a insistere perché si affiancasse all’agricoltura una piccola attività di agriturismo.
Maruzza mi disse che si erano liberati due posti, perché una coppia di anziani danesi aveva disdetto la prenotazione.
Feci la mia proposta a Helen e Vicenzo. Se gradivano, sarebbero stati ospiti della mia famiglia in un ranch, un luogo tranquillo e ventilato, a pochi chilometri dal mare e dalle montagne più alte della Sicilia. Lo chiamai così per facilitare le cose, ma a mio cognato sarebbero venute le convulsioni se mi avesse sentito definire ranch il suo amato baglio.
I due si consultarono a bassa voce. Poi Vicenzo mi disse che quando aveva accettato l’invito della decana l’aveva fatto anche con la speranza di visitare il paese di origine della sua famiglia. Pensavano di noleggiare un’auto, il giorno dopo, e andarci.
«Qual è questo paese?» gli avevo chiesto.
Lui aveva dispiegato una carta della Sicilia che Helen aveva tirato fuori dalla borsa e aveva cominciato a seguire col dito il profilo della costa nord. Il dito si era fermato in un punto preciso, che mi mostrò: Santo Stefano di Camastra.
Ero deluso. Gli chiesi se conoscesse Ed McBain. Rispose che non l’aveva mai sentito nominare. E Bisacquino?, indagai ancora. Non sapeva nemmeno cosa fosse. Allora gli dissi che il famoso ranch non era lontano da Santo Stefano di Camastra. Poco più di mezz’ora di macchina. E non era necessario che noleggiasse un’auto. Se si accontentava, gli potevo prestare la mia Golf. Certo, era un po’ anziana, però ancora affidabile. Io, ovviamente, sarei andato con loro al ranch. Saremmo potuti partire subito dopo il seminario. Tanto, il giorno dopo era sabato e non avevo impegni dipartimentali.
Parlottarono ancora tra loro, poi Helen sorrise e disse che ero davvero gentile:
«It is so kind of you».
Fu convenuto che dopo il seminario saremmo passati da casa Peppuccio a recuperare l’occorrente e avremmo proseguito per il baglio.
Al seminario c’era quasi tutto il dipartimento. Un successo di pubblico ma non di critica, perché si rivelò una mezza delusione.
Vicenzo si era guardato bene dal presentare i risultati delle loro ultime ricerche, limitandosi a una review, cioè una specie di punto della situazione dei filoni a cui loro erano interessati, una rassegna aggiornata della letteratura scientifica esistente. Solo alla fine aveva parlato in modo più specifico delle cose loro. Roba di pochi minuti e una mezza dozzina di diapositive. In pratica, esploravano certe molecole prodotte da organismi marini, tutti Invertebrati, per le quali, usando procedimenti basati su modelli analogici e sulle nuove tecnologie derivate dalla così detta realtà virtuale, si poteva ipotizzare un potenziale farmaceutico.
Insomma, tutta roba che bene o male conoscevano pure i nostri dottorandi. Quel seminario mi sembrò solo un agitare disorganico di specchietti sberluccicanti e perle false verso noi indigeni.
Mi chiesi se avessero impostato le cose allo stesso modo negli altri posti in cui avevano tenuto il seminario. Cioè, Londra, Barcellona, Marsiglia e Genova. La sera prima mi avevano detto di essere arrivati a Londra in aereo da Boston. Da lì, dopo il seminario, erano volati a Barcellona, dove si erano imbarcati per una crociera nel Mediterraneo. Palermo era l’ultima tappa prevista. Contavano di fermarsi in Sicilia per una settimana, prima di rientrare negli States, via Roma.
Trovai molto più interessante quello che mi raccontarono in macchina, in viaggio verso il baglio. Venne fuori che ultimamente stavano cercando di inserirsi in un filone di ricerca abbastanza promettente: la biomimetica. Ovvero, ispirarsi a modelli presenti in natura per ricavarne innovazioni tecnologiche.
Mi fecero l’esempio di una stampante a getto d’inchiostro capace di stampare indifferentemente su carta idrofila e idrofobica, basata sullo studio del meccanismo di sputo del veleno del cobra e dell’eiaculazione del toro (immaginavo l’entusiasmo degli operatori).
E le osservazioni sui modelli di comportamento dei branchi di acciughe e degli stormi di uccelli, applicate alla robotica. Era un problema di gerarchie nella classificazione delle informazioni che sarebbero arrivate ai sensori dei robot del futuro, disse Helen.
Ma loro come si inserivano nel filone?, chiesi.
Qua furono molto fumosi ed elusivi. Si limitarono ad accennare a certe molecole molto promettenti come psicofarmaci di nuova generazione. Ottenute per modificazione chimica di certe sostanze naturali che avevano individuato in una particolare specie di ascidie, di cui non fecero il nome. Dissero che la loro era una università privata, che per quanto piccola, godeva di attrezzature di prim’ordine e di finanziatori che avevano tutto l’interesse a tenere segrete le cose, il più a lungo possibile.
«Big Pharma?» avevo chiesto.
Si erano messi a ridere. No, era una piccola società farmaceutica che aveva deciso di puntare tutto sullo sviluppo di quel filone. Per poi magari vendere il know how a Big Pharma.
Ero un po’ perplesso. Tra quello che aveva detto Vicenzo al seminario e le cose tirate fuori in macchina, mi sembrava che avessero molta carne al fuoco. Troppa. Il che, in campo scientifico, è l’equivalente del vuoto cosmico. A meno di non disporre di équipe di centinaia di ricercatori e mezzi finanziari illimitati. Ma non era il caso loro.
Alzai mentalmente le spalle. Fatti loro, pensai.
Arrivammo che c’era ancora luce. Appena scesi dalla Golf i due si erano bloccati a contemplare un pezzo di basso Tirreno con le Eolie in lontananza, verso l’orizzonte. E le Madonie, in grande spolvero.
Poi si erano presentati, nell’ordine, il cane espiatorio Malaussène, i miei nipoti Pietro, Angelo e Peppino che, in memoria dei trascorsi di mia sorella come insegnante di francese, ho ribattezzato con il nome collettivo di les enfants; infine erano spuntati Maruzza e Armando.
Ci fu un momento di caos per le presentazioni, perché Malaussène non la finiva più di correrci intorno in circolo ululando come se ci avesse beccato mentre tentavamo di rubare i cavalli, les enfants gridavano frasi in anglo-siculo, mia sorella si era impappinata e si era messa a parlare in francese, e mio cognato aveva annunciato in siciliano che lui andava a svampare la brace per gli spitini alla palermitana.
Gli americani sembravano presi dai turchi e forse si chiedevano se non avrebbero fatto meglio a rimanere alla Fieravecchia e affrontare il casino della movida. Poi mia sorella ritrovò l’inglese perduto e li accompagnò nelle loro stanze, in una delle appendici del corpo centrale del baglio. Io filai dritto verso i miei alloggiamenti.
«Michelle dov’è?» chiese Maruzza quando ci ritrovammo sulla soglia di casa.
«Stasera finiva tardi di lavorare. Ci raggiunge domani in treno. Vado a prenderla a Cefalù. Si ferma anche domenica, e forse pure lunedì, ché tanto è il Festino».
Avevano apparecchiato fuori, nel patio, dove ci ritrovammo tutti dopo una mezz’ora, seduti intorno al grande tavolo. Minestra di ceci con il finocchietto di montagna, poi gli spitini e le patate cotte nella cenere.
Helen e Vicenzo si erano rilassati e non sembravano infastiditi nemmeno dal fuoco incrociato di domande di les enfants, che ci tenevano a dimostrare che se la cavavano con l’inglese. L’avevano studiato un po’ a scuola. Senza contare che mia sorella fa girare spesso i suoi vecchi LP, con tutto il repertorio dei nostri anni ruggenti, che musicalmente ruggivano in anglo-americano. E loro lo imparano passivamente.
Quando gli ospiti si ritirarono per la notte mio cognato se ne uscì con una delle sue sparate:
«Questi americani sì che si fanno un tappo così» disse con il suo eloquio raffinato; «no come voi universitari nostrali che non fate una mazza dalla mattina alla sera: gliele hai viste le mani, a Vicenzo?».
La sera prima, al Kalhesa, avevo notato le mani di Lombino, con ancora tracce di un colorante blu per elettroforesi, tipo Coomassie, e le spellature tipiche del Tca. Helen invece aveva mani immacolate. Si vede che lei era la mente scientifica della coppia e lui il braccio operativo. E non usava i guanti antiacido, segno di impazienza sul lavoro. Però era strano che alla sua età operasse ancora direttamente con le mani, invece di lasciare le incombenze manuali ai collaboratori giovani o ai tecnici. Si vede che anche per gli americani le cose non andavano poi così bene.
La mattina dopo proposi a Helen e Vicenzo di calare con me a Cefalù, per un po’ di turismo. Avremmo avuto a disposizione un paio d’ore prima dell’arrivo del treno di Michelle.
L’intercity arrivò in orario. Michelle appariva stanca, ma la cosa non aveva il minimo influsso sul suo appeal.
All’una eravamo già al baglio.
In tempo per partecipare alla caccia alle vacche.
Inevitabile corollario all’ultima impresa di Malaussène.
Il fatto è che ogni tanto al vecchio Malaussène lo afferra una specie di nostalgia, una memoria ancestrale dei tempi in cui i suoi antenati erano lupi; e allora si butta a correre e a latrare come un dannato in mezzo alle vacche o alle pecore al pascolo, e nel giro di dieci secondi le disperde per tutte le Madonie. E poi tra mio cognato, don Momò e i pastori ci vogliono ore per rimettere insieme i cocci.
Malaussène si dedica a questo hobby un paio di volte l’anno e, quando capita, la prima reazione di Armando è urlare che gli portino subito la doppietta caricata a lupara per stendere quel fottutissimo animale. E però soprassiede perché è costretto a mettere tutti al lavoro, a cominciare da se stesso, per recuperare le bestie disperse. E persino Maruzza partecipa, nonostante lei si autodefinisca sempre un poco sdilliniata.
C’è da dire che il vecchio Malaussène, a cose fatte, si rende subito conto di quello che ha combinato, e si regola di conseguenza. Cioè, si dà alla macchia finché, annusata l’aria, non capisce che la situazione è tranquilla e che può rimettere il naso fuori. Allora fila uggiolando a coda bassa da Armando e gli caccia la testa sotto la mano, in cerca di perdono. Che arriva sistematicamente, camuffato da insulti affettuosi sussurrati a mezza bocca quando mio cognato pensa che nessuno se ne accorga.
Quando arrivammo da Cefalù, erano già cominciate le operazioni di recupero delle vacche. Io raggiunsi Armando e Michelle individuò Maruzza in lontananza. I due americani, ai quali avevo sommariamente spiegato gli eventi, vollero a tutti i costi partecipare all’impresa. Vicenzo venne con me e Helen cercò di unirsi a Maruzza e Michelle. Però, strada facendo, incrociò la rotta di don Momò e rimase con lui. Saggia decisione.
Stavolta ci volle meno del solito a radunare le vacche. Forse ci avevano fatto il callo, alle intemperanze di Malaussène, ed erano più docili del previsto. Alla fine, mentre tutti gli altri rientravano al baglio, mi ero attardato con don Momò. Avevo capito che mi puntava, e gli ero andato incontro. Lui, essendo originario di Polizzi Generosa, paesino madonita abbarbicato sulle rocce a quasi mille metri di altitudine, si chiamerebbe in realtà Gandolfo, come buona parte dei maschi di una certa età del paese, il cui patrono è appunto il beato Gandolfo, un lumbard emigrato controcorrente in tempi non sospetti. Poi, per chi sa quale percorso la cui memoria si è perduta nel tempo, come lacrime nella pioggia, Gandolfo si era ridimensionato a Momò.
Don Momò è il capo-villico di mio cognato. In trenta secondi di silenzio lui riesce a fare capire più cose di uno normale che parla per mezz’ora.
Quando l’avevo conosciuto, col suo eterno gilè a canne mozze, al tempo dell’acquisto del baglio, avevo temuto che Maruzza e Armando si fossero tirati in casa qualcosa di più e di peggio che un semplice capo-villico. Proiettava troppa autorevolezza per non indurre in sospetto un animale metropolitano come il sottoscritto. Poi c’era stato l’episodio delle viti. Qualcuno, di notte, aveva reciso una decina di barbatelle innestate a Nero d’Avola.
Armando, invece di convocare una conferenza stampa o di aspettare la visita di chi avrebbe dovuto prospettare una soluzione, aveva deciso di andare subito dai carabinieri. E don Momò, non solo l’aveva spalleggiato, ma l’aveva personalmente accompagnato alla stazione dei carabinieri per la denuncia. Il che era un messaggio inequivocabile per chi doveva capire. E chi doveva capire capì che mio cognato era un santo che non aveva intenzione di sudare e dunque non valeva la pena correre rischi solo per una questione di principio.
Si era trattato solo di una prova, una specie di sondaggio sulla reattività dei nuovi padroni del baglio, una cosa che qualche brianzolo avrebbe magari potuto definire quasi affettuosa.
In seguito non c’erano stati altri episodi. E Armando aveva evitato di blindarsi al baglio, i cui cancelli non vengono mai chiusi, neanche di notte. Una decisione istintiva, ma di non poca profondità psicologica.
Don Momò è in grado di esprimersi in un italiano discreto. Idioma che pratica con mia sorella. Con mio cognato e prole parlano solo in siciliano. A me riserva talvolta l’italiano, altre volte un misto di dialetto madonita e italiano imbastardito.
Quando lo raggiunsi parve meditare per qualche istante. Ha una formulazione lenta delle frasi, come se aspettasse di averle costruite per intero in mente prima di tirarle fuori.
«Professore» disse, «lei mi deve scusare, ma questa fimmina non mi pare tanta ingresa».
«Infatti non è inglese, don Momò: è americana».
Altra lunga pausa di meditazione.
«A mia non mi pare mancu tanta miricana».
«Ma che cosa glielo fa pensare, don Momò?».
Prese ancora più tempo per rispondere.
«Professore, non l’ha visto che successe mentre combattèvamo con le vacche? Lei scivolò e finì con un piede dentro un fosso e non si accorse che una vacca la stava pigliando di petto. Io allora gli ho buttato una voce e se lei non era lesta a canziarsi la vacca la scripintava a panella».
«E questo che c’entra con...».
«Professore, con rispetto parlando, lei disse una palora nostrale. Una palora vastasa».
«Qual era questa parola, don Momò?».
«Sempre con rispetto parlando, lei disse la palora minchia. Bello forte la disse. Cosa di inglese o di americana ci pare a lei, professore?».
«Avrà detto una parola americana che ci somiglia. Oppure la parola era davvero quella, ma gliel’ha insegnata il marito: lei forse non lo sa ma i suoi nonni erano di queste parti e lui parla ancora mezzo siciliano».
Tentennò il capo, indeciso.
«Vossìa così dice, professore?».
«E poi, don Momò, il vocabolo in questione è il principale prodotto di esportazione della Sicilia nel mondo. È arrivato pure in America e tra poco gli americani diranno che l’hanno inventato loro, come già gli spaghetti, la pizza e, chi sa, quando sarà finito il processo di beatificazione laica, pure la mafia. Tutti lo conoscono, oramai».
Ed era questo il motivo per cui io vi ricorrevo solo in casi estremi. Per esempio, quando avvistavo qualcuno impiccato a un ficus. Troppo inflazionato. Prima o poi mi piacerebbe riesumare interiezioni sostitutive, ormai desuete, tipo perdinci, perdindirindina, corbezzoli, acciderba, poffarbacco, perdincibacco, caspiterina, sorbole, capperi, perdiana, accipicchia, accidempoli. Magari le testerò con i miei studenti. Tanto per vedere come butta.
Don Momò era ancora meditabondo. Capii di non averlo convinto.
«Professore, vossìa così dice?» ribadì.
Saltuariamente don Momò mi dà del vossìa. E saltuariamente la cosa mi imbarazza, essendo lui molto più anziano di me. La tagliammo lì, ci salutammo e rientrai al baglio.
La domenica mattina i due americani presero il largo sulla mia Golf, verso Santo Stefano di Camastra, a caccia delle radici di Vicenzo.
A metà pomeriggio, Maruzza e les enfants partirono per Timpafredda, il paesino in cui si trova l’istituto comprensivo frequentato dai ragazzi, a una ventina di minuti di macchina dal baglio. C’era la festa del santo patrono, con tanto di processione. Non che Maruzza sia una devota, ma è una delle poche occasioni di evasione dal baglio che riesce a concedersi. E i ragazzi ci tengono, perché incontrano i loro compagni di scuola e gli amici.
Poco dopo il tramonto rispuntarono gli americani, e subito dopo Maruzza e infanti. Helen le aveva allungato un pacchetto con dentro un piccolo vaso in ceramica, tipico di Santo Stefano.
Dopo cena gli americani si erano ritirati per la notte, ma si erano provvisoriamente piazzati sopra due sdraio appena davanti alla porta, a prendere il fresco. Armando, che si alza sempre con le pecore, era filato a letto. Maruzza, Michelle, Peppino e io ci eravamo seduti sotto la tettoia di canne del pensatoio di mia sorella, nel punto più panoramico e ventilato del baglio, chiacchierando del più e del meno.
Maruzza a un certo punto lasciò una frase a metà, meditò per qualche istante, e poi:
«Libano» disse.
Peppino ruotò la testa prima a sinistra, poi a destra:
«Marocco» disse.
Michelle inspirò profondamente:
«Afghanistan» disse lei.
Io li fissai tutti e tre.
«Stiamo giocando alle capitali?» dissi alla fine.
Ma proprio in quel momento, in una lieve corrente d’aria, captai l’aroma che loro avevano percepito prima di me perché io stavo dando fondo alla mia ultima boccata di Camel, la più succosa e impegnativa.
«Ah» dissi, «hierba buena».
Maruzza e Michelle scoppiarono a ridere.
«Mih, che sei antico» disse mia sorella.
«Che cos’è la hierba buena?» chiese Peppino, disorientato.
«Sono alcune varietà di menta» disse Maruzza; «però, ai tempi dello zio Lorenzo alcuni chiamavano così la marijuana».
«I tempi dello zio Lorenzo erano anche i tuoi» dissi io, piccato; «e poi non mettere in testa a tuo figlio che può chiamarmi impunemente zio».
«E bravi Helen e Vicenzo, che si fanno le canne prima di andare a nanna» disse Maruzza.
Peppino esplorò con lo sguardo l’area occupata dagli americani.
«Non sono loro» disse; «sono i due olandesi. Pietro dice che fanno pure le cose sessuominose all’aperto, nel bosco. Lui li ha visti».
Gli olandesi erano una coppia sulla trentina, alloggiata in un altro pezzo di baglio, poco oltre gli americani, e tendevano a starsene per i fatti loro.
Maruzza realizzò di colpo che Peppino, il suo amato primogenito Peppino, sangue del suo sangue, aveva riconosciuto a naso il genere di aroma che tutti avevamo captato, anche se non aveva necessariamente azzeccato la specie. Io, a occhio e croce, avrei puntato le mie carte su Michelle, anche per contiguità professionale: Afghanistan.
Mia sorella fulminò Peppino con gli occhi:
«Che ne sai tu, di queste cose?» inquisì, dura.
«E tu che ne sai? Tu hai cominciato: hai detto Libano».
«Non essere impertinente. Io sono adulta. E sono tua madre».
«Bella scusa. E comunque che ti pare che so solo quello?» ribatté Peppino. «Io so pure la differenza tra fumo e erba: il fumo è l’hashish e deriva dalla resina; è una cosa mezza chimica. Il più scarso è quello a tavola bassa. Il puzzone però è ancora più scarso. L’erba invece è la marijuana, viene dalle foglie della cannabis, è un prodotto naturale ed è più pregiata. Tant’è vero che lo spaccìno, al Paese o a Dallas, se la fa pagare più cara».
«Lo spaccìno?» disse Maruzza, non so se più allibita o allarmata.
«Dev’essere il pusher» ipotizzò Michelle.
«Il Paese? Dallas? Quella del Texas?» dissi io.
«Ma quando mai» disse Peppino, «il Paese è un posto che si chiama lo Zen, a Palermo. E Dallas è un altro posto di Palermo che si chiama Bonagia. Uno va lì, cerca Attasicca o Pino lo scorsone, e al primo che incoccia gli dice: accucchiami l’erba; e loro portano le stecchette. Prima di comprare però deve pretendere i provini».
«I provini?» balbettò Maruzza.
«Sì. La canna di prova per vedere se la partita è buona».
«Le stecchette?» ri-balbettò Maruzza.
«La roba, vah. Si chiamano pure trulle, trulli, zolle, zozze, bozze, porri, bombe, i gremlins... Ci sono pure i fattini, che sono due grammi di roba. Dice che a Palermo c’è una taverna in un posto che si chiama via della Canna. Me l’immagino il firrìo che ci deve essere».
Non era una taverna, ma il glorioso Malox pub, nel mandamento Monte di Pietà, tra la moschea sunnita di via Celso e il Gran Cancelliere. Mi ero sempre chiesto se ci volesse più coraggio o più incoscienza per aprire un pub in una strada con quel nome. Il vero firrìo però era altrove.
Peppino ci concesse una pausa, che impiegò a scrutare in viso sua madre. Forse aveva fatto mente locale. Avevamo tutti la mandibola allentata.
«Se lo viene a sapere suo padre lo fa a sarda secca» sibilò infine Maruzza, a nessuno in particolare. «E poi va a fare una strage alla scuola» aggiunse con un filo di voce.
«Ma che hai capito?» esplose Peppino, con veemenza indignata.
«Ora tu mi dici per filo e per segno da dove ti vengono tutte queste... tutte queste...».
«Le sappiamo tutti, a scuola, queste cose qua».
«Domani vado a parlare con il direttore e gli monto il bordello» disse Maruzza.
«L’anno scolastico oramai è finito» disse Peppino; «e comunque la scuola non c’entra niente. Sono stati Pietro e Paolo, i gemelli. Hai presente? Li vestono sempre uguali. Sembrano fatti con il copia-incolla. Stanno a Timpafredda».
«E a loro chi...».
«Massimiliano».
«Chi è questo Massimiliano? Dimmelo che vado dai suoi genitori e li faccio nuovi. Prima che lo scopre tuo padre».
«È il fratello di Pietro e Paolo. Massimiliano studia a Palermo, dai Salesiani. Quest’anno si è fatto la maturità».
«Lo so io che si è fatto, altro che maturità. Ma io lo conosco? L’ho visto mai a questo qua?».
«Ora te lo faccio vedere io» disse Peppino, «oggi gli ho scattato le fotografie».
Si alzò e corse verso casa. Noi tre residui ci guardammo negli occhi. Michelle sembrava più divertita che preoccupata. Io ero attendista. Maruzza oscillava tra smarrimento e incazzatura.
«Ma vi rendete conto?» disse. «Questi piscialetto, già a quest’età...».
Peppino arrivò di corsa con il portatile sottobraccio. Sedette, lo aprì, lo accese, e aspettò la prima schermata. Poi smanettò tra tastiera e touchpad per aprire il programma di visualizzazione delle foto.
Per festeggiare la promozione gli avevo regalato una di queste nuove macchinette digitali che poi scaricano le foto sul computer. E lui se l’era portata dietro a Timpafredda, per la festa del santo patrono. Aveva scattato a raffica, come usano i neofiti. Fece scorrere velocemente le foto finché trovò quella che cercava.
«Ecco qua» disse: «questo è Massimiliano».
Orientò lo schermo verso Maruzza. Sbirciai anch’io. Massimiliano era un bambinone obeso, che esibiva meno anni della sua anagrafe ufficiale di neo-maturato e un’espressione di lungimirante idiozia. A occhio e croce, non aveva l’aria del traviatore di infanti. Era più facile che fosse Peppino a traviare lui. Maruzza poteva dormire tranquilla, secondo me. Per il momento.
Però ebbe una recrudescenza di incazzatura materna:
«Tu intanto fila a letto» intimò.
«Ma perché?».
«Perché sono una madre repressiva. Lascia il computer allo zio e sparisci».
Peppino si alzò stizzito, mi passò il portatile e si allontanò verso casa.
«Ma come devo fare?» sospirò Maruzza.
Feci scorrere con calma le foto. Era bravo, il nipote. Aveva occhio per l’inquadratura. Anche se non era altrettanto bravo come osservatore.
Certo, io ero avvantaggiato rispetto a Peppino, perché avevo più familiarità di lui con la targa della mia Golf. Dell’auto si vedeva quasi solo la targa e un pezzetto di muso, perché l’avevano parcheggiata a marcia indietro in una specie di vicolo a fondo chiuso. E poi c’era tutta la popolazione di Timpafredda intorno, e pure gli abitanti dei paesi vicini, perché la festa patronale è uno degli eventi del comprensorio. A giudicare dalle foto di Peppino, la maggior parte delle persone era impegnata in un’intensa attività masticatoria. La specialità del luogo sono certi biscotti con un ripieno a base di sanguinaccio e cioccolato. Non si direbbe ma sono notevoli.
Così, Helen e Vicenzo, dopo la gita a Santo Stefano si erano dati all’esplorazione del territorio. Chi sa se avevano apprezzato il colore locale. Feci scorrere altre foto. Ed eccoli in un’inquadratura presa da lontano. Li riconobbi solo perché li cercavo, altrimenti mi sarebbero sfuggiti, tra la folla. Peppino aveva scattato tre foto in sequenza. Nella prima si vedeva il portone semiaperto di una casa a due piani, anonima ma tra le più curate del paese. Nella seconda Helen usciva dal portone mentre qualcuno lo teneva aperto. La terza era quella che avevo notato subito: i due, e il portone ormai chiuso alle loro spalle.
Chi avevano conosciuto, a Timpafredda? Che Vicenzo avesse trovato tracce di sé anche lì? Magari qualcuno, a Santo Stefano, gli aveva riferito di altri addentellati della sua famiglia di origine. Però non ne avevano fatto parola, a cena. Si erano limitati a dire che erano riusciti a trovare la casa natale dei nonni di Vicenzo, ma che ormai la famiglia si era estinta.
Continuai a guardare le foto. Ed ecco un’altra conoscenza recente. Fiat Uno color grigio topo. Che fosse l’auto dell’agente Puleo c’erano pochi dubbi. La prima volta che l’avevo vista, alla Fieravecchia, avevo notato il piccolo reticolo di ghirigori che qualcuno si era divertito a eseguire con un chiodo, tutto intorno alla serratura del lato guida. Gli stessi ghirigori dell’auto dell’istantanea. La foto era stata scattata da vicino ed era ben a fuoco.
Puleo doveva essere da qualche parte, mescolato tra la folla. Lo cercai nelle altre foto. Ma non fu lui che trovai.
Che ci faceva il mio amico sbirro Vittorio Spotorno, in posizione defilata, ma strategicamente impeccabile, piazzato tra la coloratissima bancarella di un terronaro e il portone delle foto con gli americani? Aveva l’aria di tenere d’occhio proprio quella casa.
Puleo lo trovai poche foto dopo, appostato all’ingresso di un vicoletto dalla parte opposta rispetto a Spotorno. Anche stavolta era in borghese.
Mi sentivo di escludere che fossero lì per la festa del santo patrono di Timpafredda.
E allora?
Mi venne la tentazione di prendere il telefono, chiamare Spotorno e chiedergli conto e ragione di tutto. Ma cambiai idea subito. A parte che si era fatta mezzanotte, si sarebbe guardato bene dal darmi soddisfazione. Però mi sarebbe piaciuto fargli prendere una bella incazzatura domandandogli per esempio come gli erano sembrati i famosi biscotti al sanguinaccio.
Mi ripromisi di chiedere notizie degli abitatori della casa di Timpafredda a don Momò, il giorno dopo. Lui conosce la zona pietra per pietra. Indigeni compresi.
Non fiatai con nessuno su quello che avevo visto. Ma continuavo ad arrovellarmi. E il rovello girava tutto intorno al mio non-incontro di qualche giorno prima con l’agente Puleo. E allo scontrino fiscale conservato nel portafoglio. A documentare una spesa per ragioni di servizio? Chi sa quanti altri sbirri in borghese erano lì intorno, quel pomeriggio. E chi sa quanti ce n’erano a Timpafredda, a parte lui e Vittorio.
Il lunedì mattina Michelle si attardò a poltrire, io dopo la solita flebo di caffeina uscii in cerca di don Momò. Lo trovai che dava istruzioni a Stefan e Vasile per un’irrigazione di soccorso agli ulivi giovani appena entrati in produzione. Loro sono due rumeni messi in regola da anni, perché Armando ci tiene a fare le cose per bene. E figurarsi Maruzza. Feci capire a don Momò che volevo parlargli, lui finì rapidamente il suo colloquio e venne verso di me.
«Che abbiamo, professore?».
Gli descrissi la casa della foto, fornendogli anche il numero civico, che si leggeva chiaramente.
«Lo sa a chi appartiene?» domandai. «Chi ci sta?».
Meditò a lungo, al solito suo. Forse stava ricostruendo mentalmente la mappa topografica della piazza di Timpafredda, dove era collocata la casa. Gli fornii un altro punto di riferimento:
«Nella casa accanto, a sinistra, c’è un bar che si chiama... si chiama...».
«Savana» disse lui.
«Ecco. Savana».
Don Momò si era fatto molto serio in viso, molto più del suo standard usuale, già alto.
«Professore» disse, «ma lei ci ha avuto cosa con quelli? Vidissi che è gente tinta. Tinta assai. È la famiglia più malandrina di tutta Timpafredda. E comandano quasi fino a Cefalù. Tutti coppole storte sono. Ma non li ha potuti incrastare mai, la Giustizia, ’nfino a ora».
«Com’è che si chiamano queste coppole storte? Lombino, per caso?».
Ovviamente li aveva scolpiti bene nel cervello i nomi. Ma si prese lo stesso la sua brava pausa di meditazione, prima di rispondere.
«Lei deve credere a mia, professore: hanno peso, qualità e misura; dalla parte di padre e dalla parte di madre: Pecora e Santoro, si chiamano. Gente tinta» ribadì. «Malandrini i padri, malandrini i nonni, malandrini i catananni».
«E Lombino? Ce ne sono Lombino, a Timpafredda?».
Solita pausa di meditazione.
«Se ci sono, io non li conosco. Però conosco a tutti, al paese».
Lo ringraziai e tornai al baglio. Michelle si era alzata e faceva colazione. Le feci compagnia iniettandomi un’altra flebo di caffeina. Decidemmo di rientrare a Palermo verso sera.
Uscii a cercare gli americani. Li trovai seduti sotto l’immenso gelso nero, dietro il corpo centrale del baglio, a sfidare il Destino, perché i frutti in caduta libera macchiano in modo micidiale. Dissi loro che noi saremmo rientrati a sera e loro decisero di venire con noi. Si erano rassegnati all’idea di tornare alla Fieravecchia e affrontare la movida, anche perché pensavano che nei primi giorni della settimana fosse meno letale che nei weekend. E loro sarebbero partiti per Roma il giovedì successivo.
Non dissi a Helen e Vicenzo che ero al corrente della loro visita a Timpafredda. E neanche loro ne parlarono.
Non parlarono molto neanche durante il viaggio di ritorno in città. Li lasciammo sotto casa Peppuccio. Dissero che pensavano di fare un po’ di turismo cittadino, nel tempo che ancora mancava alla partenza.
Ci furono saluti rapidi, privi di pàthos.
Un paio di giorni dopo mi ritrovai a passare nelle vicinanze di casa Peppuccio. Poco oltre c’è un tornitore al quale volevo chiedere di riprodurre un tappo in teflon per una colonna cromatografica. I ricambi originali costano un putiferio e già in passato, al dipartimento, ci eravamo avvalsi dello stesso tornitore, risparmiando una fortuna. Avevo con me il cilindro grezzo di teflon e il tappo usurato, come modello.
Non erano ancora le nove.
Quando arrivai in vista della Fieravecchia mi ritrovai imbottigliato in una colonna di auto che non andavano né avanti né indietro. Tutti ci davano dentro con i clacson come se li pagassero a cottimo. Attraverso il finestrino chiesi a un tale cosa succedeva.
«È tutto bloccato» disse: «operazione di polizia».
Mollai la macchina con le ruote sul marciapiedi, in un buco striminzito, e mi avviai a piedi verso l’artigiano, che teneva officina oltre casa Peppuccio.
Ed ecco l’operazione. L’area intorno al portone era delimitata dai nastri, come si vede nei telefilm, le strade sbarrate da volanti. Sbirri da tutte le parti. Poi il portone si aprì. Vidi uscire uno sconosciuto sulla trentina. Seguito da Helen. E poi da Vicenzo. Cinti di sbirri. E ammanettati fino all’anima.
Li guidarono verso le volanti, poi, tenendogli premuta una mano sulla testa, li fecero salire su tre auto diverse. Partirono sgommando a sirene spietate.
Mentre guardavo a mandibola allentata, ecco uscire l’amico Spotorno. Lo chiamai sul telefono di tasca:
«Vitto’, ma che state combinando?».
«Dove sei?».
«Solleva la testa e guarda dritto davanti a te: mi vedi?».
«Sì, ti ho visto. Non ho tempo per parlare, ora. Sentiamoci di pomeriggio. O stasera».
«Una domanda sola e poi chiudo: non è che ho rischiato di finire in mezzo a una cosa di Cia?».
«No, caso mai di Dea».
La Dea. Drug Enforcement Administration. L’antidroga americana. Roba forte. Di che stracciare mio nipote Peppino, alla prima occasione.
«Ma davvero avete pensato che c’ero immischiato pure io?».
«Neanche per un secondo. Però c’è stato chi ci voleva immischiare la mafia russa».
«Certo, per via della moglie di Peppuccio, la Rybakova».
«Il solito De Vecchi. Ma ora basta, Lore’. Ci sentiamo dopo».
De Vecchi era il pm dagli occhi storti che stava sulle balle a tutta la questura e a quasi tutta la procura.
Vittorio chiamò sul finire del pomeriggio. Ma non volle dirmi niente. Si limitò a passarmi un invito a cena da parte di Amalia. Per me e per Michelle. L’amico sbirro si mimetizzava nell’ombra coniugale.
Arrivammo a casa loro con una sette veli di Cappello, passione smodata di Vittorio e di chiunque l’abbia mai provata, e con una bottiglia di schiumante brut prodotto in quel di Campobello di Licata. Lo schiumante era già freddo e Amalia propose di stapparlo subito, come aperitivo. I loro due infanti erano ospiti dei genitori di Amalia, al villino di Punta Raisi.
«Allora, Vitto’...» dissi dopo il primo sorso, lasciando il resto in sospeso.
L’amico sbirro entrò in meditazione.
«Che cosa sai, fino a ora?» disse alla fine. «E che cosa hai capito?».
«So quello che ho visto stamattina e quello che ho sentito nei notiziari. Cioè poco. Vi siete tenuti abbottonati con radio e tv, direi».
«Per forza. Anche se De Vecchi voleva convocare subito la conferenza stampa a reti unificate e in mondovisione. L’operazione è ancora in corso. Abbiamo fatto capire al suo capo che era meglio se si richiamava il cane».
Nei notiziari si erano limitati a dire che durante un’operazione condotta in territorio madonita e a Palermo erano stati arrestati esponenti di una famiglia mafiosa. E due ricercatori italo-americani in visita in città.
Michelle non ne sapeva più di me, nonostante la sua vicinanza professionale agli ambienti sbirreschi e giudiziari.
Una cosa però l’avevo capita da solo, nel pomeriggio, mentre cercavo inutilmente di tenere a bada i pensieri che mi riportavano alla Fieravecchia, nonostante fossi impelagato in una seduta di laurea last-minute, per fare una cortesia a un collega assente per doglie anticipate della legittima. Avevo finalmente fatto convergere i due indizi forniti da don Momò: la palora vastasa della Pykora. E la Pykora stessa.
L’avevo detto in macchina a Michelle, ora lo dissi a Vittorio:
«Lo snodo non era Lombino» dissi. «O meglio, lui non era lo snodo principale».
«Ci sei arrivato» disse Vittorio.
«Certo» dissi io: «tutto ruota intorno a Helen Pykora. E a questo punto la possiamo pure chiamare con il suo vero cognome di origine. Cioè, Pecora: il ramo americano della famiglia Pecora-Santoro di Timpafredda. O sbaglio?».
«Che ne sapevi tu dei Pecora-Santoro?» disse Vittorio, cui era scattato il riflesso sbirresco.
«Fino a lunedì scorso, non li avevo mai sentiti nominare. Poi, don Momò...».
Gli raccontai tutto, partendo dalla palora vastasa, continuando con le foto di Peppino e terminando con il mio secondo dialogo con don Momò.
Vittorio per una volta non si lasciò cadere dall’alto e non si limitò al minimo sindacale. Merito della presenza di Michelle, forse.
Venne fuori che la Dea aveva allertato i colleghi palermitani dell’arrivo in città di due scienziati americani cui stavano dietro da tempo. Erano fortemente indiziati di recarsi in Sicilia come emissari di una cosca italo-americana di elevato spessore criminale, disse Vittorio, che difficilmente sfugge del tutto alla parlata buro-sbirro-giudiziaria.
«Ma non avevano nessun altro da mandare? Proprio quei due...».
«Ragiona, Lore’. Da un certo punto di vista erano i candidati ideali. Chi avrebbe potuto sospettare di due scienziati che, a dire di tutti, da una vita si dedicavano solo alle loro ricerche?».
«Ma com’è che la Pecora è diventata Pykora? Che in americano Pecora si pronunci Pykora c’ero arrivato pure io che non sono sbirro».
«Il padre di lei, americano di seconda generazione, cominciava a non poterne più di tutta quell’attenzione sui Pecora che si riverberava pure su di lui, titolare di una bottega di frutta e verdura a Brooklyn. A un certo punto aveva deciso di trasferirsi in un’altra città e di americanizzare il cognome. Magari con l’approvazione del resto della famiglia. E siccome nel frattempo si era sposato con una finlandese... Insomma, quale migliore occasione per darsi una lucidata all’immagine? La moglie ovviamente non si chiamava Pykora, però l’insieme garantiva una certa rispettabilità. Pykora, ad ogni modo, è un cognome che esiste veramente, in Finlandia».
«Il ramo americano Pecora-Santoro che ruolo ha in tutto questo?».
«Loro sono una gemmazione della famiglia di Timpafredda, che però ha praticato sempre l’opzione carsica, cioè inabissarsi, farsi strada sottoterra, e non mostrarsi mai in superficie. Tant’è che fino a ora nessuno era riuscito a incastrarli su niente di importante. Solo minchiatelle, roba da preture, se ci fossero ancora. Però hanno tenuto i contatti con il ramo americano. Che è attivo in tutti i settori tradizionali: traffici varî, gioco d’azzardo, prostituzione, usura, droga. E finanza, va da sé. Dietro la società farmaceutica che sovvenziona le ricerche dei Lombino-Pykora c’è la famiglia Pecora-Santoro».
«Dei veri filantropi».
«Non proprio. Quelli della Dea dicono che negli ultimi tempi hanno avuto sentore di un allucinogeno sconosciuto, dieci volte più potente dei più potenti allucinogeni di sintesi disponibili nel circuito clandestino».
«E che c’entrano quei due con questa cosa nuova?».
«Secondo gli informatori della Dea, pare che marito e moglie, nel corso delle loro ricerche, si fossero imbattuti casualmente in una sostanza naturale prodotta da non so che bestiaccia...».
«Un’ascidia, per caso?».
«Può essere. Ora che lo dici. I dettagli scientifici non li conosco, è chiaro; forse non li sa nemmeno la Dea, però si sa che ufficialmente quei due studiavano le proprietà antidepressive di questa sostanza; poi devono avere scoperto che le proprietà allucinogene erano molto più interessanti».
«Un altro caso di serendipità» disse Michelle, che fino ad allora aveva seguito in silenzio, ma molto, molto interessata. Amalia dopo il brindisi era filata in cucina, ricusando le offerte di collaborazione domestica di noi tre.
«L’hanno individuata, questa nuova molecola, quelli della Dea?» aggiunse Michelle.
«No, perché non sono riusciti a rintracciarne nemmeno l’odore».
«Allora come hanno fatto a sapere che...».
«Hanno avuto alcune soffiate. Alla Dea pensano che finora si siano limitati a qualche test e che la roba non sia ancora disponibile sul mercato».
«Allora perché quei due sono calati in Sicilia?» dissi io. «Con tutto quel giro, poi: Londra, la crociera, i seminari».
«Quello era tutto un circo equestre. Una cortina fumogena. Pensiamo che siccome sospettava di avere addosso la Dea la famiglia americana gli ha fatto organizzare tutto quel giro in modo che potessero prendere contatto con il ramo siculo e organizzare il vero business: dalla produzione alla distribuzione».
«Produzione?» dissi io. «Ma dove? Vitto’, avere a che fare con gli organismi marini non è come raffinare eroina secondo la gloriosa tradizione locale, quando Palermo era la centrale mondiale della raffinazione: hai idea di quante ascidie ci vorrebbero per estrarre una quantità economicamente giustificata di questo principio attivo? Impianti di stabulazione a ciclo continuo, difficilmente occultabili. Senza contare che di questa nuova molecola le bestie ne devono contenere tracce difficili da trovare. Se fosse una sostanza presente in grandi quantità si saprebbe da un centinaio d’anni».
«Non so che dirti. Io più in là non arrivo. E ogni valutazione è prematura».
«In natura le molecole con effetti allucinogeni sono diffuse sopra tutto nei vegetali» disse Michelle. «Pensate ai funghi. Però ce ne sono pure negli animali; per esempio alcune specie di rospi secernono alcaloidi molto potenti».
«E proprio in certe ascidie, in passato, sono state trovate molecole della famiglia degli alcaloidi» dissi io.
Poi avevo cambiato corso di pensieri.
«Quindi anche noi vi abbiamo avuti addosso, te, Puleo e il resto della combriccola, tra Palermo, il baglio, Timpafredda...» dissi a Vittorio.
«Ovvio. Dove c’erano loro c’eravamo noi. E quando tu eri con loro...».
«Pure i telefoni sotto controllo?».
«Non il tuo, tranquillo. Comunque se non avessimo fatto così come avremmo potuto convincere De Vecchi che tu, nonostante i tuoi precedenti, non c’entravi niente con loro? E neanche Michelle e tua sorella e tuo cognato e la vecchia del dipartimento e suo nipote...».
«Come sarebbe a dire, i miei precedenti? Di che precedenti parli?».
Vittorio mi guardò fisso senza aprire bocca.
«Uh, già» dissi. «L’altra ugro-finna della mia vita; la prima. Ma li avete interrogati, quei due? Hanno ammesso qualcosa?».
«Lei è una dura. Per ora non parla, a parte la richiesta di un interprete e di vedere il console, che intanto gli ha procurato un legale a testa. La mia impressione è che lei non ha nessun bisogno di un interprete; secondo me capisce tutto e forse parla pure il broccolino. Il marito sembra più malleabile, ma per ora non ha detto molto nemmeno lui. Noi ci dobbiamo andare con i piedi di piombo. Intanto gli avvocati hanno suggerito a tutti e due di avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma ci sono pure camurrie burocratiche di mezzo, anche se la Dea avrà preavvertito il consolato di via Vaccarini e magari l’ambasciata a Roma. Penso che li dovremo consegnare molto presto agli americani. De Vecchi pretenderà le barricate con il filo spinato».
«E il terzo uomo? Cioè, il secondo, dato che la Pykora è femmina: chi è e come mai era con loro?».
«È un chimico molto bravo. Imparentato con la famiglia di Timpafredda, ramo Santoro. Ed espressione delle nuove strategie delle famiglie: fare studiare i picciotti e inserirli nell’organizzazione come facce pulite. Pensiamo che il suo ruolo era quello di organizzare la produzione in loco. Ma è un duro pure lui. Neanche lui ha aperto bocca. Detto tra noi, è stata la procura a spingere per l’operazione di stamattina. Noi avevamo riempito la casa di microspie, e se avessimo lasciato tempo a quei tre di parlare, a quest’ora ne sapremmo di più. Ma quello aveva paura che gli sgrillassero dalle mani».
Quello era l’amato De Vecchi.
Amalia emerse dalle retrovie, a dire che era pronto. Il che causò un taglio alla discussione. Insalata di aringhe con finocchi, arance, scalogno e olive dolci calabresi. Peperoni ripieni. Aluzza arrosto. Sette veli. Intesa come torta: troppo impegnativa, a quel punto della serata, la danza.
Sulla soglia, al momento dei saluti, Vittorio si batté la mano sulla fronte:
«A momenti me lo scordavo» disse. «Aspetta».
Sparì verso il suo studio e riapparve subito con un foglio in mano:
«È la fotocopia di un bigliettino scritto a penna che abbiamo trovato nella borsa di quella femmina. Ecco qua».
«Arvo Bracci» lessi.
«Vi dice niente? L’avete sentito citare mai da quei due? Avete passato un po’ di tempo insieme».
Michelle fece segno di no con la testa.
«Arvo Bracci. Non mi pare» dissi io. «A loro avete chiesto?».
«È la calligrafia della Pykora, ma lei dice che non si ricorda di averlo scritto e che non sa a chi corrisponde».
«Arvo, a occhio e croce, è un nome finlandese; o per lo meno di area baltica. C’è pure un musicista che si chiama Arvo qualcosa; mi pare che viene da quelle parti; un compositore di area minimalista. Non è spiacevole, ma non me lo andrei a cercare. Il cognome non lo ricordo ma di sicuro non è Bracci».
«Vabbè. Pensaci e caso mai mi chiami. Il foglio te lo puoi portare come promemoria. Noi abbiamo l’originale».
Continuai a studiare il biglietto in ascensore. Arvo Bracci. Cominciava a suonarmi familiare. Però non sapevo se attribuire la cosa al fatto di averlo sentito e ripetuto durante la conversazione con Vittorio o a un ricordo reale, anche se elusivo.
Alla fine alzai le spalle e non ci pensai più.
Esattamente per quattro ore.
Dormivo sonni agitati. All’improvviso mi trovai sveglio senza un motivo apparente. Quando mi capita so che le ragioni possono essere solo due: o una scossa di terremoto o una zanzara che mi ronza all’orecchio. Stavolta era la zanzara. La sentii intorno a me, nel buio. Stavo pensando al da farsi quando, senza preavviso, il signor Arvo Bracci si rifece vivo. Stavolta però non come suono ma in forma di parole scritte.
Dove le avevo lette? Perché ora ero sicuro di averle avute sotto gli occhi già altre volte. Ma dove?
Uno sguardo ai led della radiosveglia: le quattro del mattino. Michelle dormiva al mio fianco, sensuale come una pantera nei suoi anni più ruggenti. Mi alzai con cautela, per non svegliarla. Il mio, di sonno, era irreversibilmente perduto. Meglio farsi un caffè.
Mentre avvitavo la caffettiera arrivò il flash visivo. Ma il flash non bastava. Da bravo sperimentale, esigevo un controllo.
Cercando di non fare troppo rumore mi vestii al buio e uscii senza neanche lavarmi la faccia.
Al dipartimento salii fino in biblioteca. Là abbiamo una copia dell’Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, in quindici volumi, omaggio della decana. Roba di una trentina d’anni fa. L’aveva in casa e se ne era liberata dopo avere rinnovato tutto l’arredamento domestico.
Un’occhiata al volume II ed ecco servito Arvo Bracci.
Tirai fuori il telefono di tasca e chiamai casa Spotorno. Solo dopo avere premuto il tasto di chiamata realizzai che non erano nemmeno le cinque e che con l’amico sbirro avrei svegliato pure Amalia. Lei però c’è abituata. Si sarebbe riaddormentata subito senza problemi, pensai.
Vittorio rispose al terzo squillo.
«Scusami con Amalia per l’orario».
«Che succede, Lorenzo?» un filo d’ansia.
«Vitto’, ascolta: ricordi se nella casa della Fieravecchia, quella in cui stavano gli americani, c’è una copia dell’Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse?».
«Ti sei fritto il cervello? Telefoni a quest’ora per...».
«Calma, Vitto’: c’è o non c’è? Rispondi».
«C’è. Il nipote di quella vecchia del tuo dipartimento ha più libri della Biblioteca Nazionale infilati in ogni buco. Pure in russo».
«Quindi non avete fatto una perquisizione accurata dei volumi?».
«I libri ancora no. Ma perché tutto questo interesse per...».
«Fai una cosa, Vitto’, manda qualcuno dei tuoi in quella casa e digli di sfogliare pagina per pagina il secondo volume dell’enciclopedia; e di controllare pure lo spazio vuoto tra il cozzo e le pagine».
«Io non faccio niente se tu prima non mi dici...».
«Arvo Bracci non è nome e cognome di qualcuno: sono i lemmi di inizio e fine del volume due. Cioè, tutte le voci del volume sono comprese tra Arvo e Bracci. Sono scritte sul cozzo del volume due, Arvo sopra e Bracci sotto. Ne ho una copia sotto gli occhi al dipartimento. Sono anni che la vedo ogni volta che entro in biblioteca. Ma non ci ho pensato subito».
«Quand’è così, vale la pena fare un tentativo. Ci sentiamo».
«Fammi sapere, non fare lo stronzo al solito tuo. Chiamami sul telef...».
Ma aveva messo giù prima ancora che io potessi finire la frase.
Ero incerto sul da farsi. Di tornare a dormire neanche a parlarne. Ma non mi andava neanche di cominciare la mia giornata di lavoro al dipartimento. Alla fine optai per un caffè in un bar vicino casa, già aperto. Due ristretti spremuti nella stessa tazza. Poi mi feci incartare i cornetti appena sfornati. Da quando Michelle frequenta meno saltuariamente casa mia ho preso l’abitudine di fare una colazione decente e non limitarmi come prima al solo caffè.
Sulla via di casa comprai un paio di giornali, anch’essi appena sfornati. Michelle dormiva ancora. Finii di avvitare la caffettiera che avevo abbandonato un’ora prima e mi dedicai alla stampa. La notizia di apertura sul quotidiano locale, ovviamente, riguardava la vicenda dei due professori americani arrestati e la retata di contorno in territorio madonita. In termini di informazione giornalistica, quasi il nulla.
Quando Michelle fece la sua comparsa accesi il fuoco sotto la caffettiera e apersi il pacchetto dei cornetti.
«Sei un angelo» disse lei. «Caffè, cornetti e giornali. E chi se ne va più?».
«Non riuscivo a dormire» minimizzai.
Vittorio chiamò solo a metà mattinata, mentre ero al dipartimento.
«Lore’» disse, «per una volta nella tua vita ne hai azzeccata una».
«Che avete trovato?».
«In mezzo al volume c’era un foglio piegato in quattro, pieno di formule scritte a mano su tutti e due i lati. Stessa grafia del foglio che ti avevo dato».
«Che formule?».
«E che ne so io che formule... Freccette; esagoni; simboli chimici».
«Vediamo un po’: qual è la prima cosa che trovi in alto a sinistra del foglio?».
«Dunque: è un esagono che in un lato ha una linea doppia, e ai vertici ci sono un...».
Man mano che Vittorio parlava io cercavo di disegnare lo schema. Alla fine avevo sotto gli occhi la struttura della citosina.
«E accanto cosa c’è?».
Altra descrizione, altro schizzo. Un uracile.
«Poi» riprese Vittorio «c’è ancora un esagono che somiglia ai primi due, però è diverso».
Seguendo le indicazioni di Vittorio provai a ricavare anche quello.
«E poi?» dissi.
«Un casino di simboli, temperature, schizzi di apparecchiature strambe... non si capisce niente».
Sarebbe stato troppo anche per me. Vittorio avrebbe passato il foglio a quelli del Ris o a chi per loro. Ci salutammo.
Citosina e uracile non avevo avuto bisogno di cercarli perché sono l’abc della biologia molecolare, quali componenti degli acidi nucleici. Afferrai l’indice Merck, che è una specie di Bibbia delle molecole, e lo sfogliai a caccia del terzo esagono. Andavo a tentoni.
Poi, estratto da chi sa quale recesso della memoria, riaffiorò un brandello di conversazione che avevo origliato in via Medina-Sidonia, in un’altra vita. Era stato al coffee break, durante una cinque giorni organizzata per noi studenti e dedicata all’Evoluzionismo, con la partecipazione di un sacco di mammasantissima arrivati da mezzo mondo, tra i quali un paio di Nobel come Luria e come il vecchio Max Perutz. Citosina e uracile hanno una struttura che richiama, per analogia, quella del nucleo dei barbiturici. L’aveva detto a un collega lo stesso professore napoletano che avevamo evocato con la vecchia Virginia, quando era scesa a chiedermi di annacare i due americani.
Sfogliai ancora l’indice Merck, ed ecco il terzo esagono: acido barbiturico, il capostipite dei barbiturici. Ovvero, l’alba degli psicofarmaci. Il che mi riportava alla conversazione in macchina, dopo il seminario, quando Helen aveva accennato alle loro ricerche su certe molecole ricavate da un’ascidia, che, opportunamente modificate, sembravano molto promettenti per lo sviluppo di psicofarmaci di nuova generazione.
Chi sa che altro conteneva il resto del foglio. Però non ci voleva molto a immaginare che fosse uno schema di massima per la produzione di quella loro mefitica sbobba chimica. Da illustrare al potenziale responsabile della futura produzione locale. Ci avrebbero pensato gli addetti ai lavori a tirare fuori da quel foglio tutto quello che c’era da tirare fuori. Non era roba per me.
Lasciai passare una settimana prima di richiamare Vittorio. Ero curioso di conoscere il resto. Stampa e tv, dopo la prima infornata di notizie, avevano lasciato morire di consunzione la faccenda. Per una volta, forse, aveva funzionato la strategia di depistaggio messa in opera dalle fonti ufficiali, di solito molto più prodighe di conferenze stampa e di affascinanti poliziotte da primi piani televisivi.
«Vitto’» dissi, «come finì con gli americani?».
Rifletté per qualche istante.
«Hai tempo per un caffè?» disse poi.
«A fine luglio, con le sedute di laurea in agguato, no. Però, dato che è quasi l’una e mezza, avrei tempo per un pasto veloce, anche dalle tue parti. Passo a prenderti alla Mobile. Diciamo tra venti minuti?».
Lo chiamai da sotto l’Arco dei Biscottari, poi trovai un buco per la Golf davanti la chiesa di San Giovanni Decollato, in via di restauro. Ci avviammo a piedi per piazzetta delle Vittime, verso una trattoria vicina, in piena Albergheria.
Macco di fave con i ditali lisci per tutti e due. Una cosa leggera. E vino della casa, bello fresco, di colore misto, con prevalenza dell’ambra, servito in una cannata di coccio.
«E allora?» dissi, dopo il primo sorso.
Anche lui mandò giù una bella sorsata, prima di rispondere. Poi allargò un sorriso di soddisfazione. Ma non per il vino.
«Lombino ha smollato» disse. «Sta scatasciando da tutte le parti».
«Siete stati persuasivi?».
«Non nel senso che intendi tu. Figurarsi, con l’America di mezzo... Comunque non c’è stato bisogno. Gli è stato solo prospettato il suo avvenire in un caso e nell’altro: se collaborava o se invece avesse deciso di seguire la sorte della combriccola, a cominciare dalla Pykora. Per inciso, ho l’impressione che della signora ne avesse le balle piene già da prima di partire dall’America. Ha cominciato a parlare e a momenti, per farlo smettere, gli dovevamo sparare».
«E ha detto che...».
«Ti faccio un riassunto. È successo che, come aveva scoperto la Dea, mentre studiavano quella bestiaccia... una di quelle che tu hai chiamato...».
«Un’ascidia».
«Ecco. Allora, mentre studiavano le proprietà di certe molecole di questa bestia, ne hanno trovata una che non si conosceva. Una specie di proteina, però piccolissima».
«Un peptide?».
«Bravo. Un peptide. Presente in quantità minime. Ma solo durante una fase della vita di queste bestie».
«La metamorfosi delle larve?».
«Ecco, bravo. Poi sparisce. Questo peptide aveva una struttura che somigliava a quella di certi ormoni che agiscono sull’umore. Allora avevano cominciato a lavorarci per vedere che cosa ne poteva uscire a fini applicativi. La Pykora si era messa a giocare con la chimica, inserendo e togliendo pezzi di... di cose... non so come chiamarle perché non è roba per me».
«Così alla cieca non è neanche roba per me. Immagino che innestassero gruppi sostituenti l’idrogeno in punti-chiave del peptide. Che così è diventato una specie di ibrido, in parte nativo, in parte artificiale. Poi che è successo?».
«È successo che quella femmina, a dire del marito, è un vero genio. E pure io lo penso, anche se non ne capisco niente, ma mi è bastato vedere come non parla, se afferri quello che intendo».
«Afferro, afferro» dissi, pensando ai silenzi di don Momò. «E che ha fatto lei di tanto geniale?».
«Ha fatto che, a un certo punto, a forza di giocare con la chimica, è riuscita a cambiare la... com’è che si chiama...».
«Conformazione?».
«Bravo. La conformazione di questo peptide. Tu lo sai che c’è una cosa che si chiama realtà virtuale? Sì? Lei, allora, sfruttando questa cosa della realtà virtuale ha provato a fare combaciare il peptide modificato con... con...».
«Ho capito: l’interazione con recettori specifici del sistema nervoso umano».
«Ecco. E ha intuito che poteva avere un enorme potenziale come allucinogeno. Potenziale economico».
«E ha riesumato la famiglia. Cioè è rimasta una Pycora per l’anagrafe, ma ha scelto di ridiventare una Pecora per la sua seconda vita. Quella segreta».
«Io non mi sarei saputo esprimere meglio. Ma ti dirò di più: ho l’impressione che lei non aveva mai smesso di essere una Pecora. E non è finita. Come hai detto tu quando ci siamo visti a cena a casa mia, non è facile produrre questa molecola nuova in quantità significative per il mercato degli allucinogeni. Dice il marito che sono riusciti a isolare il frammento di Dna che codifica la sintesi di questo peptide. E l’hanno inserito nel Dna di un batterio. Così è lui a fare tutto il lavoro».
«Certo, fanno la coltura massiva e poi estraggono e purificano la molecola. Il processo chimico successivo, dal punto di vista quantitativo non è un problema: questione di beute, matracci e reagenti. Ecco a cosa serviva il chimico che avete arrestato».
«Precisamente. Il foglio che tu ci hai fatto trovare non era altro che lo schema di massima di tutto il ciclo di produzione. L’avevano nascosto nel volume quando tu li avevi portati al baglio. Il bigliettino con la scritta Arvo Bracci era un promemoria. Con tutti quei libri che c’erano a casa del tizio rischiavano di confondersi. Quando li abbiamo arrestati, il chimico era appena arrivato e non avevano ancora recuperato il foglio. Bada però, Lore’: io ti ho raccontato tutto in cinque minuti, ma loro era da più di dieci anni che andavano appresso a questa cosa. E per tutto il tempo sono stati finanziati dalla famiglia Pecora-Santoro, tramite una società chimico-farmaceutica creata ad hoc e intestata a prestanome insospettabili».
«E la visita a Timpafredda?».
«Quella è la parte più interessante per noi. Era previsto il coinvolgimento delle ’ndrine calabresi. Di questo, ovviamente, si sarebbe interessata la famiglia di Timpafredda, che aveva già i contatti giusti. La ’ndrangheta ultimamente ha messo a punto un sistema per il trasporto e la distribuzione delle droghe basato sulle navi da crociera. Infiltrano loro uomini negli equipaggi, o si comprano qualcuno che ne fa già parte, e riescono a fare passare borse piene di droga, che poi vengono nascoste in una cabina in cui viaggeranno persone insospettabili: metti, marito e moglie che festeggiano l’anniversario; persone vicine e pienamente consapevoli di quello che fanno. Questi poi consegnano il carico a destinazione. Crociera pagata, più un extra proporzionato al rischio e al valore della roba. Ce la fai a immaginare la catena potenziale di distribuzione? In pratica, il mondo. Ogni tanto si riesce a beccarne qualcuno. Ma per uno che se ne trova, altri cento la fanno franca».
«Impressionante. Quindi gli americani erano andati a Timpafredda per organizzare la logistica?».
«Non proprio. La Pykora era una specie di ponte insospettabile tra i due rami della famiglia: quella americana e la locale. E come dea ex machina di tutta la parte, diciamo tecnica, era una specie di assicurazione. Il progetto era produrre il peptide in un laboratorio clandestino in America. Poi l’avrebbero fatto arrivare in Sicilia in forma liofilizzata, per ridurre al minimo la massa. Fino qua, se li avessero beccati, avrebbero rischiato poco o niente: a quello stadio il peptide non è ancora un allucinogeno. Qui da noi sarebbe intervenuto il chimico per completare il lavoro fino a ottenere il prodotto definitivo, già tagliato con gli additivi. E, a dire di Lombino, si poteva tagliare assai... altro che coca o eroina. Utili spaventosi, considerato pure che sarebbe stata una produzione realizzata in regime di monopolio».
«E la Pykora? Che ha detto lei quando le avete riferito tutto quello che vi ha raccontato Lombino? Perché gliel’avete detto, no?».
«Li abbiamo messi a confronto, marito e moglie. Lei lo ha guardato in faccia, gelida, e ha sibilato una sola parola: muffutu».
«Tipico insulto finlandese, non c’è che dire».
Non c’era veramente altro da dire, perché Vittorio aveva finito il tempo a disposizione. Ed era finito pure il vino. E prima ancora il macco.
Filai in dipartimento. Quando entrai nella mia stanza il telefono squillava. Circumnavigai la scrivania, mi calai sulla sedia e sollevai il ricevitore. La voce della vecchia Virginia mi trapanò subito il timpano destro:
«I turisti, i turisti» gridò, prima che potessi anche solo dire pronto.
«Com’è andato lo spietramento, professoressa?» mormorai di rimando.
«Una bellezza. E a te come ti è andata con gli americani?».
«Una bellezza» dissi.
Guardavo fuori dalla finestra, verso le cime delle Washingtonie dei Giardini Botanici Comunali, e oltre. Luglio si era lasciato sprofondare in un tempo scipito, più medio autunno che piena estate, e non sembrava avere molta voglia di tirarsene fuori.
Ci sono rimaste solo le mezze stagioni, signora mia.