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Stories / Poems

Stories by tom reamy

crimini e misfatti

italian

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La stanza era stata pulita con disinfettante all'essenza di pino e aveva l'odore di un gabinetto pubblico. Harry Spinner era steso sul pavimento dietro al letto, schiacciato fra questo e il muro. U copriletto di ciniglia quasi completamente scolorito era stato tirato da parte lasciando scoperta parte del lenzuolo, logoro ma pulito. Tutto ciò che riuscivo a vedere di Harry era una gamba che sporgeva da un bordo del letto. Era senza scarpa, portava solo una calza bucata scozzése beige e marrone. La calza, ormai senza elastico, era arrotolata intorno alla sua caviglia sottile e grinzosa.
Chiusi silenziosamente la porta dietro di me e feci il giro del letto per poterlo vedere tutto. Stava raggomitolato sulla schiena con i gomiti puntellati sul letto e sul muro. Gli avevano tagliato la gola. Il sangue non era schizzato molto lontano, era stato quasi tutto assorbito dal tappeto logoro che c'era sotto al letto. Mi guardai intorno nella stanza piccola e sudicia ma non trovai niente. Non c'erano segni di lotta e la serratura non era stata forzata, ma era anche vero che neppure la carta di credito che avevo usato per entrare aveva lasciato segni. La finestra era aperta e lasciava penetrare il rumore attutito del traffico sul boulevard. Sporsi il capo e guardai giù, eravamo tre piani sopra l'insegna al neon del cinema.
Erano passate quasi due ore da quando Harry mi aveva chiamato. - Bertram, ragazzo, mi è capitato tra le mani qualcosa di molto strano e non so bene come interpretarlo.
Io avevo messo da parte il rapporto che stavo scrivendo sulla moglie iperattiva di Lucas McGowan (aveva una predilezione per i benzinai, i lavamacchine e i parcheggiatoli; probabilmente doveva avere qualcosa a che fare con l'Era dell'Automobile). Avevo messo i piedi sulla scrivania e mi ero appoggiato all'indietro finché la vecchia poltroncina girevole aveva scricchiolato in segno di protesta.
- Questa volta cosa hai scovato, Harry? Un nido di spie internazionali o un'invasione da Marte? - Harry Spinner probabilmente non era utile a nessuno, neppure a se stesso, ma a me piaceva. Mi aveva dato una mano a risolvere un paio di casi, ficcando il naso in posti dove solo gli Harry Spinner di tutto il mondo possono ficcare il naso senza dare nell'occhio. Stavo incominciando a pensare che volesse fare la parte del dottor Watson nel mio Sherlock Holmes.
- Non prendermi in giro, Bertram. c'è un ragazzo qui in albergo. Credo di aver visto qualcosa che non coleva che vedessi. È una cosa molto strana.
Harry era anche l'unica persona al mondo, fatta eccezione per mia madre, che mi chiamava Bertram. - Cosa hai visto?
- Preferirei non parlarne al telefono. Potresti fare un salto qui?
Harry aveva visto troppi film in televisione sugli investigatori privati. - Non subito, tra pochi minuti deve arrivare un cliente a ritirare il rapporto confidenziale su quella vagabonda di sua moglie.
- Bertram, non dovresti perdere tempo e sciupare il tuo talento con casi di divorzio.
- Serve a pagare le bollette, Harry. E poi, in giro non ci sono abbastanza falconi maltesi.
Informato Lucas McGowan di tutti i dettagli (ebbi l'impressione che fosse preoccupato più del buongusto della moglie che della sua infedeltà e che non sarebbe stato poi tanto grave se si fosse sbattuta con attori del cinema o playboy internazionali), incassato l'onorario, e consumato il pasto del giovedì al Colonel Sanders, erano già passate quasi due ore. Harry non aveva risposto quando avevo bussato, così ero entrato usando la carta di credito.
Birdie Pawlowicz era una prostituta grassa e sciatta di età indefinita, poteva essere tra i quaranta e i duecento anni. Era cieca dall'occhio destro e portava una pezza nera di panno per coprirlo. Diceva di aver perso l'occhio in una rissa con una puttana creola a causa di un giocatore d'azzardo giù al porto. Le credevo. Gestiva l'hotel Brewster come Florence Nightingale doveva aver gestito quel fetido ospedale militare in Crimea. I suoi ospiti erano i falliti che abitavano il quartiere peggiore del boulevard, a est dell'autostrada di Hollywood. Li comandava, li insultava, li amava, e si prendeva cura di loro, e loro amavano lei. (Una volta, qualche anno fa un giovane nero aveva creduto che una vecchia e grassa signora con un occhio solo sarebbe stata una facile preda. Gli sbirri lo trovarono tre giorni dopo, a due isolati di distanza, sotto un mucchio di spazzatura, in un vicolo dove aveva cercato di nascondersi. Aveva un braccio spezzato, due costole incrinate, il naso rotto, qualche dente mancante ed era morto stecchito per un'emorragia interna).
Gli affari all'Hotel Brewster andavano decisamente male, ma a Birdie non importava. Aveva delle proprietà a Westwood che in compenso rendevano molto, molto bene. Quando mi avvicinai al bancone mi lanciò un'occhiata volgare e strizzò il suo occhio buono.
- Ciao amore! - gridò con voce che pareva una caldaia scassata. - Ho abbassato i prezzi a venticinque cents. Ti interessa? - Poi vide la mia faccia, e la sua espressione volgare divenne subito sospettosa. - Qualcosa non va, Bert?
- Harry Spinner. E meglio che chiami gli sbirri Birdie. Qualcuno l'ha ammazzato.
Lei mi guardò, senza dire una parola, sprofondando in un'espressione stanca, di infinita rassegnazione. Poi si voltò e telefonò alla polizia.
Dato che si trattava solo di Harry Spinner all'hotel Brewster, dalla parte sbagliata dell'Hollywood Boulevard, i piedipiatti ci misero più di mezz'ora ad arrivare. Mentre aspettavamo, raccontai a Birdie tutto quello che sapevo, della telefonata e di quello che avevo trovato.
- Forse parlava di quel ragazzo di nome Detweil - disse lei aggrottando le sopracciglia. - Harry è stato gentile con lui, gli faceva pena, credo.
- Qual è la sua stanza? Vorrei parlargli.
- Ha lasciato l'albergo.
- Quando?
- Poco prima che scendessi tu.
- Maledizione!
Lei si morse il labbro. - Non credo che sia stato quel ragazzo, Detweiler, a ucciderlo.
- Perché no?
- Non credo che ne sarebbe capace. È un ragazzo così gentile.
- Oh, Birdie - dissi con tono di disapprovazione - lo sai che il tipico assassino non esiste. Quasi chiunque sarebbe capace di uccidere se avesse un motivo valido.
- Lo so - sospirò - ma non riesco ugualmente a crederci. - Tamburellava con le unghie rosso scarlatto sul logoro piano di formica del bancone., - Da quanto tempo era già morto Harry?
Mi aveva telefonato alle cinque e dieci circa. Io avevo trovato il corpo alle sette. - Da un po' - dissi. - Il sangue era quasi del tutto secco.
- Prima delle sei e mezza?
- Probabilmente.
Sospirò di nuovo, ma questa volta di sollievo. - Quel ragazzo, Detweiler, è stato qui con me fino alle sei e mezza. Era qui dalle quattro e un quarto circa. Abbiamo giocato a ramino. Lui era reduce da una delle sue crisi e aveva bisogno di compagnia.
- Che tipo di crisi? Parlami di lui, Birdie.
- Ma non può avere ucciso Harry - protestò.
- Okay - dissi, ma non ero del tutto convinto. Perché qualcuno avrebbe dovuto deliberatamente e brutalmente ammazzare una persona inoffensiva e insignificante come Harry Spinner proprio dopo che lui mi aveva raccontato di avere scoperto qualcosa di "strano" sul ragazzo di nome Detweiler se non proprio lo stesso ragazzo? - Racconta ugualmente. Se lui e Harry erano amici, forse lui può sapere qualcosa. E poi, perché continui a chiamarlo ragazzo? Quanti anni ha?
Annuì e si appoggiò di peso sul banco di accettazione. - Circa venti, ventidue, ventitré forse. Non molto alto, circa uno e settanta uno e settantacinque. Magro, capelli ricci scuri, un bel ragazzo davvero. Sembrerebbe un attore, se non fosse per la schiena.
- La schiena?
- Ha una gobba. Sì, insomma, è gobbo.
Rimasi un attimo stupito, non so bene perché. Forse avevo immaginato Charles Laughton mentre suonava le campane, o Igor mentre rubava il cervello dal laboratorio. - È di bell'aspetto ed è gobbo?
- Certo - e alzò le sopracciglia. Quella sopra all'occhio coperto non si alzava come l'altra. - Se lo vedi davanti non te ne accorgi nemmeno.
- Qual. è il suo nome?
- Andrew.
- Per quanto tempo ha abitato qui?
La donna consultò una scheda dell'archivio. - È arrivato la notte di venerdì scorso. Il ventidue. Sei giorni.
- Cos'era questa crisi che ha avuto?
- Non lo so esattamente. Era la seconda volta che gli capitava. È diventato pallido e nervoso. Credo provasse un forte dolore. Per tutto il giorno sembrava peggiorasse, poi gli passava e ritornava bianco e rosso e con l'aspetto sano.
- A me suona come una crisi di astinenza.
- Era sembrato anche a me da principio, poi però ho cambiato idea. Ne ho visti abbastanza di quelli, e non è la stessa cosa. Credimi. Stasera stava proprio male. Come ho detto, è sceso verso le quattro e un quarto. Non si lamentava, però si capiva che aveva bisogno di compagnia per non pensarci. Abbiamo giocato a ramino fino alle sei e mezza. Poi è tornato di sopra. Circa venti minuti più tardi è di nuovo sceso con la sua vecchia valigia e ha lasciato l'albergo. Stava bene, la crisi era passata.
- Aveva un dottore?
- Penso proprio che non l'avesse. Gliel'ho chiesto. Ha risposto che non c'era bisogno di preoccuparsi, che sarebbe passata. E infatti così è stato.
- Ti ha detto perché se ne andava o dove andava?
- No, mi ha solo detto che era irrequieto e che voleva muoversi. Mi è proprio spiaciuto vederlo andare via. Davvero un caro ragazzo.
Quando finalmente arrivò la polizia, raccontai tutto ciò che sapevo, solo che non feci parola del ragazzo di nome Detweiler. Rimasi lì finché seppi quasi con certezza che Harry non era stato ucciso dopo le sei e mezza.
Calcolarono che era successo tra le cinque e dieci, quando mi telefonò, e le sei. Sembrava proprio che Andrew Detweiler fosse innocente, ma qual era la "strana" cosa che Harry aveva notato in lui, e perché se n'era andato proprio dopo che Harry era stato ucciso? Birdie mi lasciò dare un'occhiata alla sua stanza ma non ci trovai nulla, neppure una graffetta dimenticata.
Venerdì mattina sedetti alla mia scrivania e cercai di mettere insieme i pezzi. Il problema era che avevo solo due pezzi, e non combaciavano. Il sole cominciava a salire dal boulevard, entrava attraverso la finestra e proiettava le lettere sbocconcellate dipinte sul vetro, sulla parete davanti a me.
BERT MALLORY.
Investigazioni Private.
Mi alzi e guardai fuori dalla finestra. Questa parte del boulevard non era ancora marcia, ma non sarebbe durata molto. C'è un sistema sicuro per giudicare un quartiere di una città: i suoi cinematografi. È un sistema che non fallisce mai. Per esempio da tantissimo tempo non erano stati aperti nuovi cinema nel centro di L.A.; dieci anni fa il vero movimento era al boulevard, ora era a Westwood. Il grande vecchio Pantages, ad est di Vine e troppo vicino all'autostrada, era il centro delle più sfarzose premiere. Per qualche tempo ci tennero addirittura le premiazioni degli Oscar. Ora proiettano soltanto pubblicità e due spettacoli giornalieri di film dell'orrore. Soltanto il Grauman's Chinese e quello che una volta era il Paramount, poi Loew's e oggi Downtown cinema (o qualcosa del genere) nel West-End dava buoni spettacoli. Il Nu-View dall'altra parte della strada dava due spettacoli giornalieri a luci rosse. Era troppo deprimente, così chiusi la veneziana.
Quando sentì il rumore della veneziana, la signorina Tremarne alzò la testa dalla macchina da scrivere e inarcò le sopracciglia. La sua scrivania si trovava nella piccola anticamera, ma avevo fatto sì che entrambe le scrivanie fossero disposte in modo che quando la porta era aperta ci potessimo vedere e potessimo parlare con un tono di voce normale. La porta era quasi sempre aperta, eccetto quando c'era qualche cliente che riteneva che le segretarie non dovessero venire a conoscenza dei suoi guai. Stava trascrìvendo il rapporto di Lucas McGowan da circa mezz'ora assumendo, a intervalli di trenta secondi, espressioni di disgusto o di sdegno. Si stava divertendo un mondo. La signorina Tremarne aveva circa quarantacinque anni, sembrava una bibliotecaria impettita ed era la migliore segretaria che avessi mai avuto. Lavorava da me da sette anni. Prima avevo provato ad assumerne qualcuna giovane e sexy ma non aveva funzionato. O non ci stavano affatto, o ci provavano sempre. E tutti e due i tipi erano difficili da affrontare come prima cosa la mattina, tutte le mattine.
- Signorina Tremarne, può chiamarmi Gus Verdugo al telefono, per favore?
- Sì, signor Mallory. - Compose prontamente il numero, seduta eretta come se portasse un corsetto.
Gus Verdugo lavorava alla RI. Una volta gli avevo fatto un favore e lui aveva insistito per restituirmelo. Gli diedi tutte le informazioni che avevo su Andrew Detweiler e gli chiesi se poteva inserire i dati nel computer. Lo avrebbe fatto. Mi richiamò dopo un quarto d'ora. Il computer non aveva mai registrato il nome di Andrew Detweiler. Conosceva solo sette gobbi, ma nessuno di loro corrispondeva alla descrizione di Detweiler.
Me ne stavo seduto lì, chiedendomi come diavolo avrei fatto a trovarlo, quando il telefono squillò di nuovo. La signorina Tremarne smise di battere a macchina e alzò il ricevitore senza perdere il ritmo. - Ufficio del.signor Mallory - disse con tono deciso, comunicando in realtà all'interlocutore che aveva a che fare con un'organizzazione efficiente. Mise una mano sul ricevitore e mi guardò. - È per lei… una telefonata oscena. - Non batté ciglio né mostrò alcuna reazione.
- Grazie - dissi, e le strizzai l'occhio. Lei lasciò cadere il ricevitore dall'altezza di dieci centimetri e riprese a battere a macchina. Ridacchiando risposi al telefono. - Ciao, Janice - dissi.
- Aspetta un momento che smetta di fischiarmi un orecchio - la sua voce rauca mi solleticò l'orecchio.
- Cosa fai sveglia a quest'ora? - chiesi. Janice Fenwick di notte faceva la danzatrice esotica in un club sulla Strip, e di pomeriggio lavorava alla sua tesi in oceanografia all'università UCLA. In tutto l'anno, da quando l'avevo conosciuta, non aveva quasi mai messo il naso fuori dalla porta prima delle undici.
- Volevo chiamarti prima che cominciassi di nuovo a inseguire in macchina quella noiosissima donna.
- Ho finito con quella. Ha rimorchiato il suo ultimo parcheggiatore… perlomeno per quello che riguarda questo marito - sogghignai.
- Sono contenta di saperlo.
- Allora, cosa c'è?
- Non ho ricevuto proposte oscene da te ormai da giorni, così ho pensato di fartene una io.
- Sono tutt'orecchi.
- Domani andiamo a Catalina a fare delle immersioni, vuoi venire anche tu?
- Non è che si riesca a fare molto con indosso una muta.
- La muta la togliamo verso le quattro; poi avremo sabato notte e tutta la domenica.
- La migliore proposta oscena che abbia ricevuto in tutta la settimana.
La signorina Tremaine sbuffò indignata. Poteva anche essere per qualcosa che aveva letto nel rapporto, ma non credo che fosse quella la causa del suo malumore.
Andai a prendere Janice al suo appartamento a Westwood sabato mattina presto. Mi stava aspettando e venne a grandi passi verso la macchina, tutta gambe e con la pelle dorata. Indossava dei calzoncini bianchi, scarpe da ginnastica e quella maledetta maglietta dei Dallas Cowboys. Era autentica. Il nome e il numero sulla maglietta erano piuttosto conosciuti, anche per chi non fosse un tifoso di football. Non mi voleva dire come se l'era procurata, ogni volta si limitava a sorridere con aria furba e ad assumere un'espressione compiaciuta. Buttò la valigia sul sedile posteriore e si strinse vicino a me. Profumava di sole.
Prendemmo l'aereo e passammo quasi tutta la giornata a scandagliare il fondo del Pacifico con un gruppetto di ragazzini di quindici anni più giovani di me e di cinque più giovani di Janice. Avevo già fatto altre gite al mare come questa con Janice, e mi piacevano così tanto che mi portavo anch'io la muta. Ma non erano niente se paragonate al sabato notte e alla domenica.
Tornai al mio appartamento a Beachwood abbastanza tardi domenica sera e feci appena in tempo a mangiare qualcosa al ristorante messicano dietro l'angolo sulla Melrose. Fanno una carne asada stupenda. Io abito proprio di fronte alla Paramount, esattamente davanti alla porta degli studi dove la gente fa la fila per entrare a vedere mentre girano "La strana coppia". Tutti i venerdì sera quando li vedo in fila penso che vorrei andarci anch'io qualche volta, ma poi non riesco mai a farlo (probabilmente penserete che riesca a vedere qualche stella del cinema abitando qui, ma non è così. In effetti qualche volta ho visto Seymour quando lavorava per Canale 9, prima che andasse a lavorare per Gene Autry a Canale 5).
Ero così piacevolmente stremato che mi ero completamente dimenticato di Andrew Detweiler. Fino al lunedì mattina, quando mi sedetti alla mia scrivania per leggere il Times.
Era un articolo breve, in terza pagina, non particolarmente interessante né degno di nota. La notte precedente un uomo di nome Maurice Milian, di cinquantuno anni, era caduto attraverso le porte a vetro scorrevoli che portavano al terrazzo del grattacielo dove abitava. Lo avevano trovato verso mezzanotte, quando gli inquilini del piano di sotto avevano visto del sangue gocciolare sul loro terrazzo. L'unica cosa che poteva collegare la morte di Harry Spinner a quella di Maurice Milian era lo spargimento di sangue. Se Milian fosse stato assassinato avrebbe potuto esserci un nesso, anche se vago. Ma la morte di Milian era stata un incidente, uno stupido incidente. Continuò a girarmi nella mente per un'ora prima che mi arrendessi. C'era un solo modo per togliermelo dalla testa.
- Signorina Tremarne, tornerò fra un'ora circa. Se entra qualche bionda con molte curve che vuole che le trovi la sorellina, la faccia aspettare.
Sbuffò di nuovo indispettita e mi ignorò.
L'Almsbury era a circa una mezza dozzina di isolati di distanza sulla Yucca. Così ci andai a piedi. L'edificio era un monolito rettangolare alto circa otto piani, non proprio nuovo e non troppo vecchio. Ma dall'aspetto comunque costoso. Le piccole terrazze erano disposte in file ordinate. Il giardino, stretto e lungo, era perfetto, con moltissime piante grasse che sembravano importate da Marte. C'erano anche le immancabili palme e dei cespugli di sterlizie. Un piccolo cartello lucido dondolava da una cornice di ferro battuto, che molto discretamente portava incisa la scritta AL COMPLETO.
Nell'ingresso moquettato due giovani dalla figura slanciata mi gettarono un'occhiata indagatrice, mentre con il fare di uccelli esotici provenienti da qualche giungla uscivano alla luce del sole. È uno di quelli, pensai. I miei sospetti vennero confermati quando diedi un'occhiata al registro degli ospiti: tutti i nomi erano maschili, ma nessuno di loro era Andrew Detweiler.
Maurice Milian era ancora registrato alla stanza 407. Presi l'ascensore fino al quarto piano e suonai il campanello della 409. Il campanello suonò alcune note di Bach, o forse era Vivaldi o Telemann, quei suoni barocchi mi sembrano sempre tutti uguali. La graziosa apparizione che mi aprì la porta aveva una quarantina d'anni, era magro quasi come Twiggy ma alto come me. L'uòmo portava una camicia di seta a fiori aperta fino alla vita che lasciava scoperto il petto magro e privo di peluria, e dei pantaloni bianchi molto stretti che avrebbero potuto benissimo essere di plastica. Non disse nulla, inarcò semplicemente le sopracciglia con aria indagatrice, mentre con lo sguardo mi squadrava dal basso verso l'alto.
- Buongiorno - dissi mostrandogli la mia tessera di identificazione. L'uomo indietreggiò. Gli occhi erano come biglie colme di terrore, stava per lasciarsi prendere dal panico, si capiva che voleva richiudere la porta. Gli sfoderai uno dei miei sorrisi amichevoli e disarmanti e continuai come se niente fosse. - Sto indagando su un uomo di nome Andrew Detweiler. - Il terrore gli spillava dagli occhi e sul petto magro potevo vedergli il cuore che batteva all'impazzata. Mi guardò con espressione vuota, come per dire che non aveva mai sentito questo nome.
- Ha circa ventidue anni - continuai - capelli scuri e ricci, è di bell'aspetto.
Sorrise ironicamente, calmandosi un po' e cercando di nascondere il panico. - Non lo sono tutti?
- Detweiler è gobbo.
Di colpo il sorrìso scomparve e alzò le sopracciglia. - Oh! - disse - Quello.
Tombola!
Mallory, finora hai condotto una vita pulita e integra e da come vedi ne è valsa la pena.
- Abita in questo edificio? - Deglutì per far tornare il cuore al battito normale e chiuse gli occhi un paio di volte per non vedere più i fuochi d'artificio.
- No, era… era qui di passaggio.
- Posso entrare per parlare di lui?
Teneva la porta chiusa per tre quarti e così nella stanza non riuscivo a vedere altro che un televisore a colori dall'aspetto molto costoso. Si voltò nervosamente per guardare qualcosa alle sue spalle. Le estremità interne delle sopracciglia si abbassarono e l'uomo assunse un'espressione corrucciata. Si voltò nuovamente verso di me e cominciò a dire qualcosa, poi con tono provocatorio alzò le spalle. - Certo, ma non c'è molto che le possa dire.
Aprì del tutto la porta e si fece da parte. Il soggiorno era piuttosto grande, sembrava uscito dalle pagine di una rivista di arredamento. Sulla mia destra dietro un muretto basso c'era la cucina. Un corridoio a sinistra conduceva da qualche altra parte. Proprio di fronte a me c'erano le doppie vetrate scorrevoli che portavano al terrazzo. Su questo era sdraiato un gran bel pezzo di ragazzo nudo e abbronzato che cercava di abbronzarsi ancora di più. L'aitante giovane aprì gli occhi, apparentemente decise che non potevo competere con lui e li richiuse. L'uomo, alto e dinoccolato, mi indicò uno dei due divani identici a righe arancioni e marrone disposti l'uno di fronte all'altro ai lati di un tavolino da cocktail di marmo e cristallo delle dimensioni di un campo di football. Lui si sedette sull'altro, prese una sigaretta da una scatola di alabastro e la accese con un accendino di alabastro. Poi ci ripensò e ne offrì una anche a me.
- Chi era venuto a trovare Detweiler? - chiesi mentre mi accendevo la sigaretta. Al tatto l'accendino era freddo e costoso.
- Maurice… della porta accanto. - Inclinò leggermente il capo verso la 407.
- Non è quello che è rimasto ucciso in un incidente ieri notte?
Buttò fuori il fumo dalle labbra increspate e scrollò la sigaretta in un portacenere di alabastro. - Sì - disse.
- Da quanto tempo si conoscevano Maurice e Detweiler?
- Non da molto.
- Da quanto?
Spense la sigaretta sul bianco alabastro puro e stava seduto così composto e pieno di sussiego che avrei scommesso che le sue feci uscivano avvolte nel cellophane. Inarcò di nuovo le sopracciglia. - Maurice lo aveva rimorchiato da qualche parte l'altra notte.
- Quale notte?
Ci pensò per un momento. - Giovedì credo. Sì, giovedì.
- Detweiler si prostituiva?
Accavallò le gambe come una pin-up degli anni Quaranta facendo dondolare il suo sandalo in stile romano. Arricciò le labbra con espressione sprezzante. - Se lo avesse fatto sarebbe morto di fame. Era deforme!
- A Maurice non sémbrava importare. - Lui tirò su col naso e si accese un'altra sigaretta. - Quando se n'è andato Detweiler?
Si strinse nelle spalle. - L'ho visto ieri pomeriggio. Ieri sera sono stato fuori… fino a tardi.
- Andavano d'accordo? Avevano litigato o avuto una discussione?
- Non ne ho idea. Li ho solo visti insieme nella hall un paio di volte. Io e Maurice non eravamo… intimi. - Si alzò in piedi, era agitato. - In effetti non c'è molto che io possa raccontarle, perché non chiede a David e a Murray? Loro e Maurice erano… amici per la pelle.
- David e Murray?
- Dall'altra parte del corridoio. Stanza 408.
Mi alzai. - Lo farò, grazie mille. - Guardai le porte a vetro scorrevoli. Certo doveva essere abbastanza facile passarci attraverso se uno le credeva chiuse. - Gli appartamenti sono tutti uguali? Voglio dire le porte che danno sul terrazzo?
L'uomo annuì. - Uguali uguali.
- Grazie ancora.
- Di niente. - Aprì la porta e la richiuse dietro di me. Sospirai, attraversai il corridoio fino alla stanza 408 e suonai il campanello. Non suonò niente di particolare, fece solo drin-drin.
David (o Murray) aveva circa venticinque anni, i capelli rossi e le lentiggini. Era magro e muscoloso, e anche il suo corpo era coperto di lentiggini. Si vedeva perché portava solo un paio di jeans tagliati molto corti con uno spacco sui fianchi che arrivava fino alla vita. Era a piedi nudi e aveva una macchia di vernice verde sul naso. Aveva un viso aperto e gentile e mi fece un sorriso neutro, riservato agli sconosciuti. - Sì? - chiese.
Gli mostrai il mio tesserino di identificazione, e invece di impallidire lui assunse uno sguardo interessato. - L'uomo che abita nella stanza 409 mi ha detto che lei forse può raccontarmi qualcosa di Andrew Detweiler.
- Andy? - si accigliò. - Entri pure, io sono David Fowler.
- Mi tese la mano.
La strinsi. - Bert Mallory. - L'appartamento non avrebbe potuto essere più diverso di quello dall'altra parte del corridoio. Era confortevole, ma assolutamente ingombro, vi dominava un tavolo da disegno e tutto intorno c'erano vasetti di pennelli e scatole piene di tubetti di colori. Dal punto di vista dell'architettura però era quasi uguale. La terrazza era piena di vasi di piante anziché di muscoli nudi. David Fowler si sedette sullo sgabello davanti al tavolo da disegno e cominciò a pulire dei pennelli. Quando si sedette lo spacco dei pantaloncini si aprì lasciando scoperto mezzo sedere, anch'esso coperto di lentiggini. Ma ebbi l'impressione che non volesse mettersi in mostra, era semplicemente del tutto noncurante.
- Cosa vuole sapere di Andy?
- Tutto.
Rise. - Questo mi esclude dal gioco. Si sieda, sposti pure la roba.
Feci spazio sul divano e mi misi a sedere. - Maurice e Detweiler andavano d'accordo?
Mi lanciò un'occhiata d'intesa. - Mi pare di sì, per quanto ne so io. A Maurice piaceva raccogliere i cuccioli smarriti, e Andy era un cucciolo smarrito.
- Detweiler si prostituiva?
Rise di nuovo. - No. Credo non sapesse neppure cosa volesse dire.
- Era un omosessuale?
- No.
- Come fa a saperlo?
Sorrise. - Non lo sa? Noi ci riconosciamo a un chilometro di distanza. Vuole un po' di caffè?
- Sì, grazie.
Camminò verso il muretto che separava la cucina dal soggiorno e versò due tazze di caffè da una caffettiera che aveva tutta l'aria di essere sempre piena e bollente. - È difficile descrivere Andy, era un po' bambino, così innocente. Si entusiasmava a ogni cosa nuova che vedeva. Peccato per la sua schiena, peccato davvero.
- Mi passò la tazza e tornò a sedersi sullo sgabello. - C'era qualcosa di misterioso in lui, ma non i sentimenti, era molto aperto su queste cose.
- Lui e Maurice hanno avuto dei rapporti sessuali?
- No. Le ho detto che per lui era come un cucciolo smarrito. Vorrei che ci fosse qui Murray, lui riesce a esprimersi molto meglio di me con le parole, io sono più un tipo "visivo".
- Dov'è?
- Al lavoro, fa l'avvocato.
- Pensa che Detweiler abbia potuto uccidere Maurice?
- No.
- Perché?
- È stato con noi tutta la sera, abbiamo cenato e poi abbiamo giocato a Scarabeo. Credo stesse molto male, ma cercava di non darlo a vedere. Comunque anche se non fosse stato qui non lo penserei ugualmente.
- Quando l'ha visto per l'ultima volta?
- Se ne è andato circa mezz'ora prima che trovassero Maurice. Io penso che sia andato da lui, l'abbia trovato morto e abbia deciso di sparire. Non posso dargli torto, la polizia si sarebbe fatta delle strane idee. Noi comunque non abbiamo fatto il suo nome.
- Perché no?
- Non c'era motivo di coinvolgerlo, è stato solo un incidente.
- Non avrebbe potuto uccidere Maurice dopo essersene andato da qui?
- No. Hanno detto che era morto da più di un'ora. Cosa le ha detto Desmond?
- Desmond?
- Dall'altro lato del corridoio. Quello con la puzza sotto il naso.
- Come fa a sapere che ho parlato con lui e non con quell'ammasso di muscoli?
Si mise a ridere e quasi fece cadere la tazza del caffè. - Non credo che Roy sia capace di parlare.
- Non sapeva niente di niente. - Mi ritrovai a ridere anch'io. Mi alzai e camminai verso le porte a vetro, le feci scorrere aprendole e poi richiudendole. - Ti è mai capitato di credere che fossero aperte quando invece erano chiuse?
- No, però ho sentito che è successo ad altri.
Sospirai. - Anch'io. - Mi voltai per guardare a cosa stesse lavorando sul tavolo da disegno. Era un piccolo quadro che raffigurava un ragazzo e una ragazza: lei indossava un soffice vestito bianco e lui dei jeans e una maglietta, dimostravano circa quindici anni. Erano abbracciati, quasi nell'atto di baciarsi. Era abbastanza evidente che per entrambi si trattava del primo bacio. Era un bel quadro. Glielo dissi.
Sorrìse compiaciuto. - Grazie, è per la copertina di un libro.
- Di chi è stata l'idea di cenare e passare la serata con Detweiler?
Ci pensò un attimo. - Di Maurice. - Mi guardò e poi sorrise.
- Conosci i francobolli?
Ci misi qualche secondo per capire cosa volesse dire. - Vuoi dire quelli da collezione? Non molto.
- Maurice era un filatelico, si era specializzato nella Germania del dopoguerra… in francobolli validi solo in determinate regioni o zone. Era riuscito ad avere un chilo di edifici e voleva smistarli indisturbato.
Scossi la testa. - Non ti seguo! Un chilo di edifici?
Rise. - Si tratta di una raccolta di ventotto francobolli emessi nella Zona Americana nel 1948, che raffigurano famosi edifìci tedeschi. A quell'epoca la situazione in Germania era ancora abbastanza caotica e i francobolli venivano stampati con metodi un po' improvvisati. E così esiste un'enorme varietà di dentellature, filigrane e incisioni, sono centinaia in effetti. Maurice era capace di passare ore e ore a studiarli attentamente.
- Sono di valore?
- No. Sono molto comuni. Alcuni sono difficili da trovare, ma non sono di valore. - Mi lanciò un'occhiata da intenditore.
- Nell'appartamento di Maurice non mancava niente.
Mi strìnsi nelle spalle. - Mi chiedevo dove prendesse i soldi Detweiler.
- Non lo so, non ne abbiamo mai parlato. - Si capiva che non era sulle difensive.
- Ti piaceva, vero?
I suoi occhi si velarono di tristezza. - Sì - disse.
Quel pomeriggio andai a prendere Birdie Pawlowicz all'Hotel Brewster e la accompagnai al funerale di Harry Spinner. Le parlai di Maurice Milian e di Andrew Detweiler. Continuammo a ripeterci sempre le stesse cose. Detweiler non aveva ovviamente potuto uccidere Harry né Milian, ma questo significava davvero forzare le coincidenze.
Dopo il funerale andai alla biblioteca pubblica di, Los Angeles e cominciai a controllare le edizioni passate del Times. Quando la biblioteca chiuse ero riuscito a leggere solo fino a tre settimane indietro. Il Times di LA è un giornale duro, a meno che una morte sia sensazionale o il defunto abbia un nome importante, la storia potrebbe venire inserita in qualunque parte del giornale, salvo che negli annunci economici.
Martedì scorso, il 26, una ragazza a North Hollywood si era tagliata i polsi con una lametta di rasoio.
Il giorno prima, lunedì 25, un'altra ragazza aveva abortito ed era morta dissanguata perché lei e il suo ragazzo erano imbottiti di droga. Abitavano a un isolato dalla Western Avenue, molto vicino al Brewster, e Detweiler era al Brewster proprio lunedì.
Domenica 24 un ubriacone era stato accoltellato nel MacArthur Park.
Sabato 23 ce n'erano tre. Un accoltellamento in un bar sulla Pico, una sparatoria in una pensione nella Irolo, e uno stupro con accoltellamento in un vicolo vicino a La Brea. Soltanto nella sparatoria era morto un uomo, ma in tutti e'tre i casi c'era stato spargimento di sangue.
Venerdì 22, lo stesso giorno in cui Detweiler era arrivato al Brewster, un bambino di due anni era caduto su un rastrello nel giardino di casa sulla Larchemont, solo a otto o dieci isolati da dove abito io a Beachwood. E poi un paio di ragazzi portoricani si erano accoltellati dietro Hollywood High. Uno era morto e l'altro era in prigione. Ah, il mito del macho!
E l'elenco continuava ancora, fino a giovedì 7. Quel giorno c'era stato un altro suicidio, qualcuno si era tagliato le vene vicino alla Western e alla Wilshire.
La mattina dopo, martedì 3, chiamai la signorina Tremarne e le dissi che avrei fatto tardi ma che avrei chiamato ogni paio d'ore per sapere se si era fatta viva la bionda con molte curve che cercava la sorellina. Sbuffò indignata.
Larchemont è un quartiere medio borghese infilato tra il quartiere dei benestanti intorno al Country club e il marciume che dalla Western Avenue sta arrivando nella Melrose. È un quartiere che cerca di dare l'impressione della periferia, e ci riesce piuttosto bene, invece che del solito centro commerciale del quasi-centro città. In quella zona non ci sono molti appartamenti o pensioni, ma qualcuna si trova. Rintracciai Detweiler al terzo tentativo. Era a un isolato e mezzo di distanza dalla strada dove il ragazzino era caduto sul rastrello.
Secondo l'affittacamere quando il bambino è morto Detweiler stava giocando a bridge con lui e con un paio di anziane sorelle nella stanza numero 12. Non stava molto bene, e più tardi quella sera aveva preso il pullman per San Diego per andare a trovare sua madre malata.
All'affittacamere aveva fatto pena, gli era dispiaciuto così tanto che aveva infranto una regola ferrea restituendo gran parte dell'affitto del mese che Detweiler aveva pagato in anticipo. Dopo tutto era rimasto solo tre giorni. - Peccato per la sua schiena. Un ragazzo così gentile, uno scrittore, sa com'è.
No, non lo sapevo, però spiegava come riuscisse a spostarsi con tale frequenza senza apparentemente lavorare.
Chiamai David Fowler: - Sì, Andy aveva una macchina da scrivere portatile, però non aveva detto di essere uno scrittore.
Poi chiamai Birdie Pawlowicz: - Sì, scriveva spesso a macchina in camera sua.
Rintracciai Detweiler di nuovo il giorno 16 e il 19. La sera del 13 era andato ad abitare in una pensione vicino al Silver Lake Park, e il 19 se n'era andato di nuovo.
L'affittacamere non gli aveva rimborsato i soldi, però gli fornì un alibi per l'accoltellamento di un vecchio, avvenuto nel parco il giorno 16 e per il suicidio di una ragazza in quella stessa pensione U 19. Stava benissimo quando era arrivato, era stato male il giorno 16, bene il 17, e di nuovo male il 19.
Era come un continuo ripetersi della stessa situazione. Aveva alloggiato a un isolato di distanza dal vicolo dove un uomo era stato assalito, accoltellato e derubato il giorno 13; i dettagli dell'assassinio non corrispondevano al solito disegno, però era stato male, aveva un alibi, e si era trasferito a Silver Lake.
Il 10 di nuovo: una donna era scivolata nella vasca ed era caduta attraverso il vetro della doccia finendo tagliata a pezzetti. Lui era stato male, aveva un alibi e se ne era andato.
Sarà perché la matematica non è mai stata il mio forte, ma fu soltanto allora che mi resi conto degli schemi di Detweiler. Milian era morto il primo del mese, Harry Spinner il 28, l'incidente dell'aborto era stato il 25, il ragazzino era morto il 22, i fatti di Silver Lake erano stati il 16 e il 19, e così via.
Ogni tre giorni si verificava una morte violenta nelle vicinanze di Detweiler.
Ma non riuscivo a individuare un nesso costante per quanto riguardava le vittime: maschi, femmine, ragazzini, vecchie zie, sposati, non sposati, ricchi, poveri, giovani, vecchi, nessun nesso di alcun tipo, e ci deve sempre essere un disegno. Provai persino a vedere se i nomi erano in ordine alfabetico.
Alle sei tornai all'ufficio. La signorina Tremarne stava seduta compostamente alla sua scrivania ripulita di tutto ad eccezione della sua borsetta e di un blocchetto per appunti: mi ricordava molto Desmond. - Cosa fa ancora qui, signorina Tremarne? Sarebbe dovuta uscire un'ora fa. - Mi sedetti alla scrivania, mi appoggiai allo schienale finché la vecchia poltroncina girevole scricchiolò due volte e misi i piedi sul tavolo.
Prese il blocchetto degli appunti. - Volevo comunicarle i messaggi che ha ricevuto.
- Non possono aspettare? Ho passato la giornata a seguire delle tracce e sono sfinito.
- Non la paga nessuno per trovare questo Detweiler vero?
- No.
- Oggi è arrivato il suo estratto conto dalla banca.
- E questo che cosa significa?
- Niente. Una segretaria efficiente tiene informato il suo principale. Io la stavo sólo informando.
- Va bene, chi ha chiamato?
Lei consultò i suoi appunti, ma avrei scommesso il mio ultimo caso che conosceva ogni parola a memoria. - Ha chiamato una certa signora Carmichael. Hanno rapito il suo barboncino francese, vuole che glielo ritrovi.
- Santo Iddio! Ma perché non va alla polizia?
- Perché è sicura che il rapitore sia il suo ex marito. Non vuole metterlo nei guai, vuole solo riavere Gwendolyn.
- Gwendolyn?
- Gwendolyn. È passata di qui una certa signora Bushyager, vorrebbe, vorrebbe che lei ritrovasse la sua sorellina.
Mi alzai così in fretta che per poco non caddi dalla sedia. Le lanciai una lunga occhiata severa, ma lei rimase impassibile con la sua espressione neutrale. - Sta scherzando. - Alzò di un millimetro le sopracciglia. - Era una bionda piena di curve?
- No, era una bruna tracagnotta.
Mi rimisi a sedere, cercando di non ridere. - Perché la signora Bushyager vuole che io le trovi la sorellina? - borbottai.
- Perché la signora Bushyager ritiene che si sia imboscata da qualche parte con il signor Bushyager. Vorrebbe che la richiamasse questa sera stessa.
- Domani, stasera ho un appuntamento con Janice. - Lei aprì il cassetto della scrivania e ne tirò fuori il mio estratto conto. Lo lasciò cadere sul tavolo con un rumore di carta. - Non si preoccupi - la rassicurai - non spenderò molto. Solo degli spaghetti e un po' di vino questa sera e prosciutto con le uova domani mattina - Sbuffò. Un punto a mio favore. - C'è altro?
- Ha chiamato un certo signor Bloomfeld. Vuole che lei scopra qualcosa sulla signora Bloomfeld così lui potrà chiedere il divorzio.
Sospirai. La signorina Tremaine chiuse il blocchetto di appunti. - Okay. No per la signora Carmichael, fissi degli appuntamenti per la Bushyager e per Bloomfeld - socchiuse gli occhi, io allargai le braccia. - Sam Spade andrebbe a cercare un barboncino francese di nome Gwendolyn?
- Se avesse un estratto conto come il suo forse lo farebbe. Il signor Bloomfeld sarà qui alle due, la signora Bushyager alle tre.
- Signorina Tremaine, lei sarebbe un'ottima madre. - Non sbuffò neppure, prese semplicemente la sua borsetta e marciò fuori dalla porta. Girai sulla sedia e guardai il calendario, domani sarebbe stato il 4 del mese.
Domani qualcuno sarebbe morto, e Andrew Detweiler sarebbe stato nelle vicinanze.
Mi alzai di colpo nel letto e mi appoggiai alla spalliera. Janice sbuffò con la faccia nel cuscino e aprì un occhio. - Non volevo svegliarti - dissi.
- Cosa c'è? - mormorò - troppi spaghetti?
- No, troppo Andrew Detweiler.
Si mise a sedere di fianco a me tenendosi il lenzuolo tirato sul petto e accese la luce. Frugò sul comodino cercando una sigaretta. - Da chi vuole divorziate?
- Sei cattiva, Janice - mi lamentai.
- Vuoi una sigaretta?
- Sì.
Lei si mise in bocca due sigarette e le accese, poi me ne passò una.
- Non assomigli affatto a Paul Henreid - dissi.
Sorrise. - Strano perché tu assomigli a Bette Davis. Chi è Andrew Detweiler?
Glielo spiegai.
- È elementare, mio caro Sherlock - disse lei - Andrew Detweiler è un vampiro. - Alzai le sopracciglia. - Certo, è un vampiro intelligente. Di solito i vampiri sono stupidi, si tradiscono sempre perché lasciano quei due piccoli segni dei denti sulla giugulare delle vittime.
- Tesoro, persino i vampiri devono trovarsi sul luogo del delitto.
- Lui ha sempre un alibi, vero?
Mi alzai dal letto e andai verso il bagno. - È una cosa sospetta di per sé.
Quando uscii dal bagno disse: - Perché?
- Le persone innocenti di solito non hanno un alibi, e specialmente non ne hanno uno ogni tre giorni.
- Il che spiega perché le persone innocenti finiscono così spesso in galera.
Sorrisi e mi misi a sedere sul bordo del letto. - Forse hai ragione.
- Bert, fallo ancora.
Mi voltai a guardarla. - Fare cosa?
- Vai in bagno.
- Non credo di riuscirci, la mia vescica non ce la fa più di tanto.
- Non voglio, dire quello. Vai verso la porta del bagno.
Le diedi un'occhiata diffidente, mi alzai e andai verso la porta del bagno. Poi mi voltai verso di lei, incrociai le braccia e mi appoggiai allo stipite. - Allora?
Sorrise. - Hai un bel didietro, quasi come quello di Burt Reynolds. Magari ha un fratello gemello.
- Che cosa? - urlai.
- Forse Andrew Detweiler ha un fratello gemello. Uno commette il delitto e l'altro fornisce l'alibi.
- Vampiri gemelli?
Mi lanciò un'occhiataccia. - Sarebbe un po' troppo, non ti pare? Avevano già scoperto i gruppi sanguigni ai tempi di Bram Stoker?
Tornai a letto e mi tirai il lenzuolo fino alla vita, appoggiandomi alla spalliera del letto vicino a lei. - Non ne ho la più pallida idea.
- Ecco un'altro motivo per cui i vampiri sono stupidi, non controllano mai il gruppo sanguigno. Il gruppo sbagliato ti può uccidere.
- Ma i vampiri non fanno propriamente delle trasfusioni.
- Ma in fondo è la stessa cosa, no? - Mi strinsi nelle spalle. - Be' - sospirò - i vampiri sono stupidi. - Si avvicinò e si mise a tirarmi i peli del petto. - Sono ore che non ricevo una proposta indecente - sorrise.
Così gliene feci una.
Mercoledì mattina feci una dozzina di telefonate. Su una delle vittime sapevo tutto, e riuscii a procurarmi delle informazioni su altre sei.
Tutte e sei avevano lo stesso gruppo sanguigno.
Accesi una sigaretta e mi appoggiai allo schienale della poltroncina girevole. Tutta questa storia continuava a girarmi nella testa. Avevo trovato un nesso che collegava le vittime, ma non sapevo se era -il nesso. Tutto questo non aveva senso. Forse Detweiler era un vampiro.
- Mallory - dissi a voce alta - stai perdendo la ragione.
La signorina Tremarne alzò lo sguardo. - Se fossi in lei mi darei retta - disse con la faccia impassibile.
Il mattino dopo mi trascinai fuori dal letto alle sei. Feci una doccia fredda, mi rasai, mi vestii e mi misi il collirio negli occhi. Li sentivo ancora come se li avessi lavati con il mastice. La sera prima la signora Bloomfeld mi aveva tenuto sveglio fino alle due vagabondando per tutti i locali notturni di Santa Monica con un tizio che non avevo ben capito chi fosse. Quando entrarono in un motel me ne andai a casa a dormire.
A quell'ora dovetti andare fino alla Western per trovare un giornale del mattino. L'articolo era a pagina sette. Fortunatamente avevano trovato il corpo in tempo per l'edizione del mattino. Una donna di nome Sybil Herndon, di 38 anni, si era suicidata in un appartamento di un complesso residenziale sulla Las Palmas (Detweiler non era andato molto lontano, l'indirizzo era proprio dietro l'angolo dell'Almsbury). Si era tagliata i polsi con un pezzo di specchio rotto. L'avevano trovata verso le undici e mezza, quando la padrona di casa era andata da lei per chiederle di abbassare il volume della televisione.
Era troppo presto per passare di là, così feci colazione sperando che fosse una di quelle volte in cui Detweiler rimaneva nei paraggi per più di tre giorni. Non avevo dubitato per un momento che fosse alloggiato in un appartamento sulla Las Palmas, o comunque non lontano da lì.
La proprietaria e direttrice del condominio era una di quelle strane creature tipiche di Hollywood. Negli anni Venti o Trenta doveva essere stata una stellina, ma il successo le era sfuggito di mano e così aveva cercato di fermare il tempo. Aspettava ancora da un momento all'altro una chiamata dallo studio. Ma il suo corpo non era stato al gioco. I suoi capelli erano del colore del rame ossidato e il rossetto scarlatto era disegnato ben oltre le sue labbra sottili. Gli occhi acquosi mi guardavano attraverso una maschera da Cavaliere Solitario bianca come un lenzuolo. Il suo vestito era stato palesemente copiato dal guardaroba di Norma Shearer.
- Sì? - La sua voce era sommessa, e il suo sguardo mi squadrò velocemente dalla testa ai piedi. Mi succedeva abbastanza spesso da non farmi sentire imbarazzato, ma questa volta mi ero sentito a disagio, come se mi stesse prendendo le misure per la bara. Le mostrai la mia tessera di identificazione e le chiesi se potevo parlarle di uno dei suoi inquilini.
- Certamente, entri pure. Io sono Lorraine Nesbitt. - Si intuiva un'ombra di delusione perché non avevo riconosciuto il suo nome? Si fece da parte tenendo la porta per lasciarmi entrare. Si capiva che le visite di investigatori, privati o meno, che chiedevano informazioni sugli inquilini per lei non erano una novità. Entrai nella minuscola stanza e improvvisamente la sua faccia mi stava guardando da mille direzioni. Numerose fotografìe sbiadite ricoprivano ogni supeificie piana della stanza ed erano attaccate alle pareti come sanguisughe. Era stata un bel bocconcino, quarant'anni fa. Vide che guardavo le foto e mi sorrise. Il trucco intorno alle labbra si screpolò.
- Di chi voleva chiedermi? - Il sorriso sparì e anche le screpolature nel trucco.
- Andrew Detweiler. - La sua espressione rimase vuota. - Giovane, di bell'aspetto, con la gobba.
Le screpolature si riaprirono. - Ah, sì. È stato qui solo qualche giorno. Non ricordavo più il suo nome.
- È ancora qui?
- Oh, sì - sospirò. - È un'ingiustizia che un uomo così giovane e bello debba avere un tale difetto fisico.
- Cosa mi può dire di lui?
- Non molto, è qui solo la domenica sera. È un bel ragazzo, sembra un angelo, un angelo misterioso. Ma non è il suo aspetto che mi ha colpito in lui - sorrise - sa, ai miei giorni ne ho visti di bei ragazzi, piuttosto ha un aspetto incredibilmente innocente. Lo sguardo perso, come di un uomo spacciato, lo sguardo che doveva avere avuto Byron. Un aspetto così vulnerabile che ti fa desiderare di proteggerlo e difenderlo. Non so esattamente cosa sia, ma mi ha toccato qualcosa nell'anima. Anima - meditò - ecco sì, forse il suo volto è il riflesso della sua anima - annuì, come parlando a se stessa. - Una caratteristica pericolosa - alzò di nuovo lo sguardo verso di me - se una simile qualità si potesse fotografare diventerebbe famoso in una sola notte, che sappia recitare oppure no. Naturalmente, fatta eccezione per la sua infermità.
A quel punto decisi che Lorraine Nesbitt era matta da legare.
Qualcuno entrò nella stanza, stava appoggiato allo stipite della porta e mi guardava con occhi assonnati. Aveva circa venticinque anni, indossava dei pantaloni di cotone molto aderenti che portava senza mutande e una maglietta. I capelli erano arruffati e tagliati troppo corti, aveva una bella faccia e sembrava del Kansas. Dai capelli, con quel taglio fuori moda, si sarebbe potuto pensare che fosse appena arrivato in città, ma dagli occhi si capiva che non era così. Forse semplicemente gli piacevano tagliati così.
La donna disse con un sorriso affettato: - Oh, Johnny! Entra pure, questo investigatore mi stava chiedendo di Andrew Detweiler, dell'appartamento numero sette - si voltò nuovamente verso di me. - Questo è il mio protetto, Johnny Peacock… un giovane pieno di talento. Gli sto organizzando un provino, appena il signor Goldwyn mi richiamerà - abbassò lo sguardo come per schernirsi. - Sa, io ero una delle ragazze di Goldwyn.
Strano, credevo che Goldwyn fosse morto. O forse non lo era.
Johnny non ebbe alcuna reazione alla notizia del suo prossimo successo, camminò verso il divano e si sedette sbadigliando. - Detweiler? Non credo di averlo mai visto. Cosa ha fatto?
- Niente, sono solo domande di routine - era chiaro che mi credeva un ispettore di polizia, e non c'era motivo di fargli cambiare idea. - Dov'era ieri sera quando è morta quella donna, la Herndon?
- In camera sua credo, sentivo la sua macchina da scrivere. Non stava tanto bene - disse Lorraine Nesbitt. Poi respirò a denti stretti e si premette le dita contro le labbra scarlatte. - Crede che abbia qualcosa a che fare con quella storia?
Detweiler aveva cambiato il suo schema usuale, questa volta non aveva un alibi. Non potevo crederci.
- Oh, Lorraine - borbottò Johnny.
Mi voltai verso di lui. - Sai dove fosse Detweiler?
Alzò le spalle. - Non ne ho idea.
- Allora perché sei così sicuro che non abbia niente a che fare con quella storia?
- Si è suicidata.
- Come fai a saperlo con certezza?
- La porta era chiusa a chiave dall'interno, hanno dovuto buttarla giù per entrare.
- E la finestra? Era chiusa anche quella?
- No, la finestra era aperta, ma ha le sbarre. Da lì non può entrare nessuno.
- Quando non ha risposto alla mia chiamata ieri sera sono andato alla finestra e ho guardato dentro, era là sdraiata tutta coperta di sangue - cominciò a tirare su col naso. Johnny si alzò e la strìnse fra le braccia, mi guardò sorrìdendo e si strinse nelle spalle.
- Ce l'ha un appartamento libero? - chiesi preso da un'idea improvvisa.
- Sì - disse lei - ne ho due. Veramente ne avrei tre, ma l'appartamento della signorina Herndon non potrò affittarlo ancora per qualche giorno, finché qualcuno verrà a prendere le sue cose.
- Vorrei affittare quello più vicino alla numero sette - dissi.
Non fui così fortunato da avere la sei o la otto, ma riuscii ad ottenere la cinque. La squallida pensione senza nome di Lorraine Nesbitt era una stamberga. L'appartamento numero cinque era costituito da una stanza con un armadio, una piccola cucina e un minuscolo bagno: lei mi assicurò che era identico agli altri nove appartamenti. Con un po' di strattoni e molta fatica il divano diventò un letto pieno di grumi. Nel frigorifero sembrava che qualcuno avesse rovesciato una bottiglia di Br'er Rabbit nel lontano 1939 e non l'avesse ancora pulito e la cucina economica sembrava uno scaffale di lubrificanti. Ma sì, si sarebbe trattato solo di tre giorni. Avrei comunque dovuto pagare un mese di affìtto in anticipo, ma in realtà con quello comprai il silenzio di Lorraine e di Johnny perché non aprissero la bocca sul fatto che fossi un detective.
Mi portai dei vestiti per i tre giorni,che avrei passato lì, delle lenzuola e dei cuscini, poi diedi un'altra occhiata alla cucina e decisi di mangiare fuori. Comprai una bottiglia di Lysoformio per il bagno e incrociai le dita. La signorina Tremaine tirò di nuovo in ballo il mio estratto conto e sbuffò un paio di volte.
L'appartamento cinque aveva una porta e quattro finestre, Lorraine mi assicurò che era identico agli altri nove. Alla porta c'era un pesante chiavistello che non poteva essere né chiuso né aperto dall'esterno. La finestra vicino alla porta non si apriva affatto, e non era fatta per essere aperta. Le finestre del bagno e della cucina erano fuori squadra, erano lunghe e strette, circa sessanta per quindici, l'altra finestra del soggiorno, quella di fronte alla porta, si apriva verso l'alto, le sbarre di ferro fissate al telaio della finestra erano talmente arrugginite che non credo si sarebbero potute togliere senza strappare via tutta la finestra. Andrew Detweiler aveva di nuovo un alibi perfetto dopotutto; così come l'aveva chiunque altro.
Stavo davanti alla porta dell'appartamento numero sette sentendomi improvvisamente come un adolescente al suo primo appuntamento. All'interno sentivo il ticchettio della macchina da scrivere di Detweiler. Okay Mallory, questo è quello per cui ti sei sbattuto per una settimana.
Bussai alla porta.
Sentii la macchina da scrivere che smetteva di ticchettare e poi il rumore di una sedia che veniva spinta indietro. Poi non sentii più niente per quindici o venti secondi, e mi chiesi.cosa stesse facendo. Infine tirò il chiavistello e aprì la porta.
Si stava allacciando i bottoni della camicia. Forse per quello ci aveva messo tanto, non voleva essere visto senza camicia. Tutto quello che mi avevano detto di lui era vero. Non era molto alto, la sua testa arrivava all'altezza del mio naso; era scuro, ma non così scuro come pensavo, non riuscivo a stabilirne le origini. Sicuramente non era latino americano, e non mi sembrava slavo. Aveva i tratti morbidi, privi di quell'angolosità tipica delle razze mediterranee. I capelli non erano proprio neri, e non erano né lunghi né corti. I vestiti non avevano nulla di particolare. Tutto in lui era abbastanza insignificante, fatta eccezione per la sua faccia. Era più o meno come l'aveva descritta Lorraine Nesbitt. Se avessero cercato un attore per interpretare la parte di un angelo di sesso maschile, la parte sarebbe stata di Andrew Detweiler con una parrucca bionda. Aveva un fisico magro e ben fatto, da dove ero io non potevo vedere la gobba, e non si sarebbe mai immaginato che l'avesse. Riuscii a intrawedere il suo petto nudo mentre Si allacciava la camicia. Non era virile, però era molto ben fatto. Aveva un aspetto estremamente sano, roseo e pieno di salute, anche se leggermente pallido, come se non uscisse molto spesso. I suoi occhi scuri erano straordinari. Se si fosse riuscito a nascondere il resto del volto lasciando scoperti soltanto gli occhi, non gli si sarebbero dati più di quattro anni. Avete presente quei ragazzini con gli occhi ingenui, indifesi, curiosi?
- Sì? - chiese.
Gli sorrisi. - Salve, sono Bert Mallory, mi sono appena trasferito nell'appartamento cinque. La signorina Nesbitt mi ha detto che le piace giocare a ramino.
- Sì - sorrise - entri pure.
Si voltò per farmi passare e vidi la gobba. Non so come descrivere quello che ho provato, improvvisamente provai una fitta alle viscere. Provai la stessa sensazione di ingiustizia e di tristezza che avevano avvertito gli altri, come ci si sentirebbe vedendo una cosa bellissima con un terribile difetto.
- Non la disturbo, vero? Ho sentito la macchina da scrivere. - La stanza era identica alla mia, anche se era decisamente più vivibile, io non avrei potuto fare di meglio vedendo come l'aveva messa a posto. Forse era per via dell!oscurità, aveva tirato le tende e c'era una lampada accesa vicino alla macchina da scrìvere.
- Sì, stavo lavorando a una storia, però preferisco giocare a ramino - sorrise apertamente e spontaneamente. - Se riuscissi a fare soldi giocando a ramino non avrei bisogno di scrivere.
- Un sacco di gente fa soldi giocando a ramino.
- Oh, io non potrei, sono troppo sfortunato.
Aveva certamente dei buoni motivi per parlare così, però non lo faceva con autocommiserazione, la sua era solo una constatazione. Poi mi guardò con espressione quasi afflitta. - Lei… ehm… non voleva giocare per soldi, vero?
- Niente affatto - dissi, e il suo sguardo si rasserenò. - Che tipo di storie scrive?
- Oh, di tutti i tipi. - Alzò le spalle. - Per lo più sono racconti di fantasia.
- Poi li vende?
- La maggior parte.
- Non ricordo di avere già sentito il suo nome da qualche parte. La signorina Nesbitt dice che lei si chiama Andrew Detweiler?
Annuì. - Uso un altro nome, probabilmente non conosce neppure quello, non è esattamente un nome che si sente tutti i giorni. - Dal suo sguardo capii che preferiva non dirmi qual era. Aveva un leggero accento, come una cadenza lenta, non era proprio strascicato ma non era neppure un accento del sud. Spinse da un lato la macchina da scrivere e tirò fuori un mazzo di carte.
- Da dove viene? - chiesi. - Non riesco a individuare il suo accento.
Sorrise e mescolò le carte. - Dalla Carolina del nord, da Blue Ridge.
Tagliammo il mazzo e feci io le carte. - Da quanto tempo è a Hollywood?
- Da circa due mesi.
- E le piace?
Sorrise con quella sua espressione un po' ingenua e prese la carta che avevo scartato. - È molto… strana, Lei ha vissuto qui da molto tempo signor Mallory?
- Bert. Tutta la vita. Sono nato a Inglewood, mia madre vive ancora là.
- Dev'essere… strano… vivere per tutta la vita nello stesso posto.
- Tu ti muovi spesso?
- Già. Prendo io.
Risi. - Credevo fossi sfortunato.
- Se stessimo giocando a soldi non ne farei una giusta.
Giocammo a ramino per il resto del pomeriggio e parlammo, parlammo molto. Detweiler sembrava desideroso di parlare, o perlomeno di avere qualcuno con cui parlare. Non disse mai niente che avrebbe potuto collegarlo alle nove morti, per lo più, parlava di dove era stato, di cose che aveva letto. Leggeva molto, praticamente tutto quello su cui riusciva a mettere le mani, avevo l'impressione che non avesse vissuto veramente la vita quanto l'aveva letta, sembrava che tutte le cose che conoscesse non l'avessero mai toccato fisicamente. Era come un'isola solitaria. La vita gli scorreva intorno ma non lo toccava mai. Mi chiesi se la sua gobba potesse esseme la causa, se lo facesse sentire talmente diverso da costrìngerlo a rifugiarsi in un'esistenza isolata. Era piaciuto a tutti quelli che l'avevano conosciuto, certo ci poteva essere anche un misto di pietà in varia misura, però piaceva comunque. A Harry Spinner era piaciuto, però aveva trovato qualcosa di "strano" in lui. E poi era piaciuto a Birdie Pawlowicz, a Maurice Milian, a David Fowler, a Lorraine Nesbitt.
E poi dannazione, piaceva anche a me.
A mezzanotte ero ancora sveglio, seduto nell'appartamento numero cinque, con i pantaloni corti, la luce spenta e la porta aperta. Ascoltavo il ticchettio della macchina da scrivere di Detweiler e i rumori attutiti del traffico di Los Angeles. Pensavo, pensavo, pensavo, e non riuscivo ad arrivare a nessuna conclusione.
Qualcuno passò davanti alla porta in silenzio e con molta prudenza. Sporsi la testa per guardare: era Johnny Peacock, camminava lungo la fila di bungalows silenzioso come un'ombra. Quando raggiunse il marciapiede svoltò verso sud, andava a Selma o al boulevard a prestarsi a qualche giochetto per racimolare qualche soldo in più. Lorraine doveva tenere stretti i cordoni della borsa. Attento ragazzo, se lo viene a sapere ti troverai di nuovo sulla strada, e non ti rimangono molti anni per continuare a far soldi in questo modo.
Venerdì mattina passai dall'ufficio e diedi un'occhiata ai conti da pagare all'inizio del mese. La signorina Tremaine aveva preparato un nuovo elenco di potenziali clienti. - Dica a tutti che fino a lunedì sono occupato.
Annuì con disappunto. - Ha chiamato il signor Bloomeld.
- Ha ricevuto il mio rapporto?
- Sì, gli è piaciuto. Però vorrebbe il nome dell'uomo.
- Gli dica che lo chiamo lunedì.
- Ha chiamato la signora Bushyager. Sua sorella e il signor Bushyager. Sua sorella e il signor Bushyager non si sono ancora fatti vivi.
- Le dica che ci penserò lunedì - lei fece per aprire la bocca.
- Se dirà qualcosa riguardo al mio estratto conto le metterò una mosca nell'Ovomaltina! - Questa volta non sbuffò e si fece invece una risatina. Chissà quanti punti avevo guadagnato?
Quel pomeriggio giocai a ramino con Detweiler. Fu sinceramente contento di vedermi, come un cucciolo festoso. Cominciavo a sentirmi un figlio di puttana.
Non aveva più menzionato la Carolina del nord dopo che l'aveva nominata quell'unica volta il giorno prima, e a me interessavano moltissimo tutti gli argomenti che lui cercava di evitare. - Com'è il Blue Ridge? Caccia ai negri e distillerie clandestine?
Sorrise e mi lanciò un'occhiata. - Già, proprio così. La maggior parte delle cose che si dicono sono abbastanza veritiere, è davvero un mondo diverso lassù, non c'è quasi nessun contatto con l'esterno.
- E dove stavi esattamente?
- Praticamente fin dove si può arrivare senza uscirne dalla parte opposta. Ma lo sai che la maggior parte della gente lassù non ha mai sentito parlare della televisione o del cinema, e che alcuni di loro non conoscono neppure il nome del presidente? E che la maggior parte di loro non è mai stata a più di trenta miglia dal luogo dove è nata e non ha mai visto l'energia elettrica? Sono cose da non credere. Ma non sono soltanto le cose a essere diverse. La gente è diversa, pensa in modo diverso, è come un paese straniero - alzò le spalle. - Ma comunque non penso che durerà ancora molto, il mondo di fuori si sta avvicinando sempre di più. Ma lo sai che io non sono mai andato a scuola? - disse sorridendo. - Neppure una volta nella vita, non ho mai portato le scarpe fino a che ho compiuto dieci anni. Roba da non crederci - scosse la testa mentre ricordava. - Ho sempre desiderato andare a scuola - mormorò piano.
- Perché te ne sei andato?
- Non c'era ragione di restare. Quando avevo otto anni i miei genitori rimasero uccisi in un incendio, la nostra casa è bruciata. Mi portarono da una brava donna, una vecchia che abitava poco lontano. Io avevo dei parenti, ma loro non mi volevano. - Mi guardò, si fidava di me. - Sono abbastanza superstiziosi lassù, sai. Pensavano che fossi… segnato. A ogni modo quell'anziana donna mi prese con sé. Faceva la levatrice, ma sosteneva di essere una strega o qualcosa del genere. Mi faceva sempre bére degli strani intrugli che preparava lei. Mi dava da mangiare, mi vestiva e mi educava come meglio poteva, cercava di insegnarmi le sue magie, ma io non riuscivo a prenderla seriamente - sorrise timidamente. - La aiutavo nelle faccende domestiche e alla fine diventai una specie di assistente, la aiutai a fare i bambini… voglio dire a far nascere i bambini un paio di volte, ma non durò molto. I genitori avevano paura che anche solo la mia presenza potesse marchiare i loro bambini. Poi mi insegnò a leggere e da allora non riuscii più a fermarmi. Aveva tantissimi libri che aveva recuperato da qualche parte, la maggior parte era stata pubblicata dopo la Prima guerra mondiale. Lessi un'intera enciclopedia pubblicata nel 1911.
Scoppiai a ridere.
Lui si rannuvolò. - Poi… morì. Io avevo circa quindici anni, e così me ne andai. Facevo diversi lavoretti e continuavo a leggere. Poi scrissi un racconto e lo mandai a una rivista. Me lo comprarono, mi pagarono cinquanta dollari. Mi sembrava di essere diventato ricco, così ne scrissi un altro, e da allora ho continuato a viaggiare e a scrivere. Ho un agente che si occupa di tutto, così tutto quello che devo fare è scrivere.
Quel pomeriggio la carica di salute di Detweiler cominciò a esaurirsi. Non stava male, semplicemente cominciava a stare come gli altri mortali. E io sentivo che le mie certezze cominciavano a vacillare. Era diffìcile credere che questo ragazzo dall'aspetto così innocente potesse essere coinvolto in una catena di morti sanguinose. Forse si trattava soltanto di una serie di incredibili coincidenze. Già, "incredibili" era la parola chiave. Doveva essere coinvolto, a meno che le leggi delle probabilità fossero state del tutto smentite. E tuttavia avrei potuto giurare che Detweiler non stava recitando, la sua ingenua innocenza era genuina, dannazione, genuina.
Sabato mattina, il terzo giorno dalla morte della signorina Herndon, feci una chiacchierata con Lorraine e Johnny. Se Detweiler avesse proposto di giocare a carte quella sera, volevo che loro accettassero e che proponessero me come quarto giocatore. Se non lo avesse proposto lo avrei fatto io, ma ero sicuro che questa volta avrebbe voluto ricorrere al suo solito alibi.
Quel pomeriggio Detweiler lasciò la sua stanza per la prima volta da quando era arrivato. Andò verso nord, sulla Las Palmas, imbucò una grossa busta gialla nella cassetta per le lettere (suppongo fosse il racconto sul quale aveva lavorato) e poi fece la spesa al supermercato sulla Highland. Significava forse che non aveva intenzione di andarsene? Sentii un'improvvisa fitta allo stomaco. E se restava a causa della sua amicizia per mei. Ad ogni minuto che passava mi sentivo sempre più un figlio di puttana.
Un'ora più tardi Johnny Peacock venne da me con aria da cospiratore. Detweiler aveva proposto una partita di bridge per quella sera, ma Johnny non era capace di giocare, così avevano ripiegato sullo Scarabeo.
Passai dall'appartamento sette. La macchina da scrivere era stata messa via, ma le carte e il blocchetto del punteggio erano ancora sul tavolo. La sua valigia era per terra vicino al divano, era di cuoio con un tipo di lavorazione che non avevo più visto da quando ero bambino. Anche se era ammorbidita dall'età si vedeva che era stata conservata con molta cura. Forse mi ero sbagliato sul fatto che non intendesse partire.
Detweiler non stava affatto bene, era pallido e tirato e molto nervoso. Aveva le palpebre pesanti e faticava a parlare. Sono sicuro che stesse provando del dolore, ma lui cercava di comportarsi come se niente fosse.
- Sei sicuro di avere voglia di giocare a Scarabeo stasera? - gli chiesi.
Mi fece un sorriso allegro, anche se un po' forzato. - Oh certo, sto bene. Domattina sarà tutto passato.
- Pensi che sia il caso di giocare?
- Sì, mi distrae dal… ehm… mal di testa. Non preoccuparti, mi vengono spesso questi attacchi. Poi passano sempre.
- Da quanto tempo li hai?
- Da quando… ero un ragazzino - sorrise. - Pensi che sia colpa di uno di quegli intrugli che mi ha fatto bere la vecchia strega, vero? Magari potrei denunciarla per negligenza.
- Sei mai stato da un dottore? Voglio dire uno vero?
- Una volta.
- Che cosa ti ha detto?
Si strinse nelle spalle. - Oh, non molto. Prendi due aspirine, bevi molti liquidi, riposati, insomma cose così - non ne voleva parlare. - Mi passa sempre.
- E se una volta non passasse?
Mi guardò con un'espressione che non gli avevo mai visto, e capii perché Lorraine aveva detto che il suo sguardo era perduto, lo sguardo di un uomo spacciato. - Be', non si può vivere per sempre, giusto? Sei pronto per andare?
Quando la partita cominciò sembravamo i fratelli Marx. Lorraine e Johnny si comportavano come due canarini che giocavano a Scarabeo con il gatto, ma Detweiler era talmente naturale e rilassato che si calmarono quasi subito. Dapprima la conversazione fu un po' tirata e frammentaria, poi Lorraine cominciò a parlare della sua "carriera" e ci intrattenne tra le risate di tutti. Aveva conosciuto molta gente famosa ed era una fonte inesauribile di aneddoti, la maggior parte dei quali era divertente e forse anche un po' piccante. Si capì quasi subito che Detweiler era il migliore giocatore, ma anche Johnny con mia sorpresa non scherzava. Lorraine era un po' malinconica, in fondo non le importava.
Mi sarei senz'altro divertito se non avessi avuto la certezza che qualcuno nelle vicinanze era morto o stava per morire.
Dopo circa due ore, nelle quali Detweiler stette sempre più male, mi scusai per andare in bagno. Mentre mi allontanavo dal tavolo presi la chiave passepartout di Lorraine.
Dopo un'altra mezz'ora dissi che me ne sarei andato, dovevo alzarmi presto la mattina dopo. Passavo sempre la domenica con mia madre a Inglewood. In realtà mia madre si trovava nello Yucatan in quel momento, ma tanto nessuno poteva saperlo. Guardai Johnny, che annuì. Doveva fare in modo che Detweiler rimanesse per almeno altri venti minuti, poi avrebbe dovuto seguirlo. Se fosse andato in qualsiasi posto che non fosse il suo appartamento sarebbe subito dovuto venire a riferirmelo.
Entrai nell'appartamento numero sette con la chiave passepartout. Le tende erano tirate, così dovetti rischiare e accesi la luce del bagno. Detweiler non possedeva molte cose. Otto camicie, sei paia di pantaloni e una giacca leggera appesa nell'armadio. Le camicie e la giacca erano state modificate in sartoria per via della gobba. A eccezione di questo l'armadio era vuoto. In bagno non c'era nulla di insolito, era più o meno come il mio. In cucina c'erano un piatto di plastica, un tazza di plastica, un bicchiere di plastica, una scodella di plastica, una piccola padella pieghevole, un tegame, un cucchiaio di metallo, una forchetta di metallo e un coltello da cucina di media misura. Il tutto sarebbe entrato in una scatola da scarpe.
La valigia, ancora vicino al divano, non era stata disfatta, con l'eccezione per i vestiti, che erano appesi nell'armadio, e per gli Utensili da cucina. Conteneva mutande, calze, un altro paio di scarpe, un pacco di carta ancora chiuso, un sacco di altra roba che gli serviva per scrivere e circa una dozzina di libri. Sui libri c'era il timbro di un negozio di libri usati che si trovava sul boulevard di Santa Monica. Ce n'erano di vari tipi: fantascienza, gialli, biografie, libri di filosofia: alcuni erano di Colin Wilson.
C'era anche una copia del racconto che aveva appena finito. Il mittente sulla prima pagina era un numero di casella postale di Hollywood. Il titolo del racconto era "Canto di Morte". Avrei voluto avere il tempo di leggerlo.
Tutto sommato non avevo trovato niente. A parte i libri e il mazzo di carte, in tutto l'appartamento non c'era niente che appartenesse personalmente ad Andrew Detweiler. Non pensavo fosse possibile per qualcuno condurre una vita così vuota.
Mi guardai intorno per accertarmi di avere lasciato tutto com'era, spensi la luce del bagno ed entrai nell'armadio lasciando l'anta socchiusa. Era l'unico posto dove nascondersi. Mi augurai che Detweiler non avrebbe cercato di prendere qualcosa dall'armadio prima che potessi scoprire cosa stava succedendo. Se lo avesse fatto l'unica cosa che avrei potuto fare era affrontarlo direttamente con quello che avevo scoperto. E poi, Mallory? Ti aspetti forse una bella confessione? Con quello che hai scoperto potrebbe riderti in faccia e farti arrestare per violazione di domicilio.
E poi Mallory, cosa succede se stanotte muore qualcuno nelle vicinanze mentre tu sei con Detweiler, o se lui torna nel suo appartamento e va dritto a letto, o se domattina si sveglia e sta perfettamente bene? O se addirittura non succede niente, allora cosa fai, figlio di puttana?
Era così buio con le tende tirate che non riuscivo a vedere niente. Uscii dall'armadio e aprii un po' quelle della finestra di mezzo. Non entrò molta luce, ma doveva bastare. Forse Detweiler non se ne sarebbe accorto; tornai nell'armadio e mi misi ad aspettare.
Mezz'ora più tardi le tende davanti alla finestra aperta protetta dalle sbarre si mossero. Io mi ero accovacciato nell'armadio e non stavo guardando in quella direzione, ma con la coda dell'occhio vidi un movimento. Qualcosa saltò dentro dalla finestra aperta, attraversò rapidamente la stanza e si fermò dietro al divano. Lo intravidi appena, ma avrebbe potuto essere un gatto. Probabilmente era un gatto randagio che cercava del cibo o si nascondeva da un cane. Ok gatto, io non dò fastidio a te e tu non dai fastidio a me. Continuai a guardare il divano ma non vedevo più niente.
Detweiler non si fece vivo per un'altra ora, io ormai ero seduto sul fondo dell'armadio e cercavo di non farmi venire i crampi alle gambe. Se avesse guardato nell'armadio in quel momento, la mia posizione non gli sarebbe apparsa particolarmente aggraziata, ma ormai era troppo tardi per alzarsi.
Detweiler entrò velocemente e chiuse a chiave la porta dietro di sé. Non si accorse della tenda aperta, si guardò in giro e deglutì. Il suo sguardo si fermò su qualcosa ih fondo al divano. Sorrise. Ai gatto? Cominciò a slacciarsi la camicia armeggiando con i bottoni nella fretta di svestirsi. Si tolse la camicia e la gettò sulla spalliera della sedia.
Aveva delle cinghie incrociate sul petto.
Si girò verso la valigia, voltandomi la schiena. La gobba era fìnta, sembrava di materiale simile a gommapiuma. Si slacciò le cinghie, aprì la valigia e vi gettò dentro la gobba. Disse qualcosa, ma troppo piano perché potessi sentire, poi si sdraiò a faccia in giù sul divano con i piedi rivolti verso di me. La luce che filtrava dalla tenda aperta lo illuminava. Aveva delle cicatrici sulla schiena, delle piccole linee bianche come graffi, intorno ad un buco.
Aveva un buco nella schiena, proprio in mezzo alle scapole, una ferita aperta grande abbastanza per poterci infilare un dito.
Qualcosa uscì da dietro al divano. Non era un gatto. Mi sembrò una scimmia, e poi una rana, ma non era nessuno dei due. Era umano. Si muoveva dondolandosi su braccia e gambe come un rospo.
Poi si alzò in piedi. Aveva circa le dimensioni di un gatto. Era rosa e umido, non aveva peli ed era nudo. Le sue mani, i piedi e i genitali maschili erano di forma umana ma troppo grandi per il suo corpo così piccolo. La pancia era gonfia, turgida e tesa come un'orribile zecca. La testa era piatta e aveva il mento sporgente come quello di una scimmia. Anche lui aveva una cicatrice tra le scapole, una grossa cicatrice raggrinzita, proprio in fondo alla spina dorsale un po' troppo sporgente.
Tese le mani troppo grandi verso l'alto e afferrò la cintura di Detweiler, sollevando il suo corpo gonfio con l'agilità di una scimmia e si arrampicò sulla schiena del ragazzo. Detweiler respirava con affanno, affondava continuamente le dita nel bracciolo del divano.
Mi bruciava la gola e mi si stava rivoltando lo stomaco, ma continuavo a guardare affascinato, come impietrito.
Il respiro di Detweiler si fece più tranquillo. Stava sdraiato con gli occhi chiusi, sul volto aveva un'espressione di piacere quasi sensuale. Il corpo della cosa diventava sempre più piccolo mentre la pelle della sua pancia diventava flaccida e grinzosa. Dalla ferita uscì un rivolo di sangue che tracciò una linea irregolare lungo la schiena di Detweiler. La cosa allungò una mano e pulì la ferita, con un dito.
Ci vollero circa dieci minuti, La cosa staccò le labbra dalla ferita e strisciò fino a fermarsi vicino al viso del ragazzo. Si sedette sul bracciolo del divano come un piccolo gnomo e sorrise. Passò le dita sulla guancia di Detweiler e gli tirò indietro i capelli umidi dagli occhi. Detweiler aveva un'espressione euforica. Sospirò piano e aprì gli occhi assonnati. Dopo un po' si mise a sedere.
Aveva un sano rossore sul viso e appariva completamente rimesso.
Si alzò e andò in bagno. Accese la luce e io sentivo l'acqua che scorreva. La cosa rimaneva ferma a guardarlo. Detweiler uscì dal bagno e si sedette sul divano. La cosa si arrampicò sulla sua schiena e si accucciò tra le scapole del ragazzo con le mani sulle sue spalle. Detweiler si alzò, la cosa ancora aggrappata a lui, prese la camicia e se la infilò. Piegò con cura le cinghie avvolgendole intorno alla gobba fìnta, la gettò nella valigia e la chiuse con un lucchetto.
Avevo visto abbastanza, più che abbastanza. Aprii l'anta e uscii dall'armadio.
Detweiler si voltò di scatto, gli occhi quasi fuori dalle orbite, dalla gola gli uscì una specie di rantolo. Alzò le mani come per difendersi, e il rantolo divenne un suono acuto, quasi un urlo isterico. L'espressione sul suo viso era troppo terrificante da guardare, fece un passo indietro e inciampò nella valigia.
Perse l'equilibrio e barcollò all'indietro, agitò le braccia per mantenersi in piedi, ma non ci riuscì. Finì contro lo spigolo del tavolo proprio con la gobba.
Rimbalzò e cadde in avanti sulle mani. Si alzò, sembrava in agonia. Come in una ripresa al rallentatore inarcò la schiena all'indietro con il viso contratto dal dolore.
Si sentì un urlo acuto di dolore, ma non proveniva da Detweiler.
Cadde di nuovo in avanti sul divano e perse i sensi per il forte dolore. Il dietro della camicia sembrava ribollire. L'urlo continuava, faceva male alle orecchie. La camicia cominciò a strapparsi e ne venne fuori un piccolo braccio deforme. Riuscivo soltanto a guardare, ero come impietrito. La camicia ormai era a brandelli, ne uscirono due braccia, una testa e il dorso. Poi la cosa riuscì a uscire e cadde sul divano vicino al ragazzo. Il suo viso era contorto dal dolore, la bocca continuava ad aprirsi e chiudersi mentre seguitava a gridare. Roteava lo sguardo senza capire. Si spostò, facendo forza sulle braccia, trascinando le gambe ormai inservibili: si era rotto la spina dorsale. Cadde dal divano e prese ad agitarsi sul pavimento. Detweiler si lamentò mentre riprendeva i sensi. Si alzò dal divano, ancora malfermo. Poi vide la cosa e il suo viso assunse un'espressione di indicibile sofferenza.
Per un attimo lo sguardo della cosa si fermò su Detweiler, lo guardò supplicante con una mano tesa verso di lui come per implorarlo. Continuava a gridare, ripeteva all'infinito quell'unica nota disperata. Poi abbassò il braccio e continuò a strisciare senza senso per la stanza, sempre più debole.
Detweiler si avvicinò a lui, ignorando la mia presenza, il volto rigato di lacrime. La lotta della cosa diventava sempre più debole, il grido diventò un rantolo affannoso. Non riuscivo più a sopportarlo. Presi una sedia e la scaraventai addosso alla cosa. Lasciai cadere la sedia, mi appoggiai alla parete e mi venne da vomitare.
Sentii la porta che si apriva, mi voltai e vidi Detweiler che scappava.
Lo rincorsi, mi sentivo tremare le gambe, ma riuscii ad acchiapparlo in strada. Non cercò neppure di lottare. Rimase lì in piedi, con lo sguardo vuoto, tremante. Vidi che la gente cominciava a mettere la testa fuori dalla porta e vidi Johnny Peacock che veniva verso di me. La mia macchina era a pochi passi da noi. Spinsi Detweiler nell'auto e partii. Se ne stava seduto curvo su se stesso, con le mani a penzoloni. Tremava in maniera incontrollabile e gli battevano i denti.
Io guidavo senza sapere dove andavo, ero quasi nelle sue stesse condizioni. Infine cominciai a guardare i cartelli stradali, ero sulla Mullholland. Continuai a guidare per molto tempo, attraversai l'autostrada per San Diego e presi la direzione per le montagne di Santa Monica. A qualche chilometro dall'autostrada la strada non è più asfaltata e la strada sterrata continua per dieci o quindici miglia prima di diventare nuovamente asfaltata nei pressi di Topanga. Non è una strada molto frequentata, non ci sono case e alla gente non piace impolverare l'auto. Ero circa a metà della strada steirata quando Detweiler cominciò a calmarsi. Mi fermai sul ciglio della strada e spensi il motore. La vallata di San Fernando sotto di noi pareva un tappeto di luci, dall'altra parte delle montagne c'era l'oceano.
Rimasi seduto a guardare Detweiler. Aveva smesso di tremare, ora sembrava dormire, oppure era privo si sensi. Tesi una mano e gli sfiorai il braccio; lui si mosse e mi prese la mano. Lo guardai mentre dormiva e non ebbi il coraggio di togliere la mano.
Quando si svegliò il sole faceva capolino dietro la montagna. Lui non si rese subito conto di dove si trovava, ma poi la memoria gli tornò di colpo. Si voltò verso di me, il dolore e l'isterismo erano svaniti dal suo sguardo che era stranamente tranquillo.
- L'hai sentito? - disse piàno. - L'hai sentito morire?
- Ti senti meglio?
- Sì, è tutto finito.
- Vuoi parlarne?
Abbassò lo sguardo e rimase qualche minuto in silenzio. - Voglio parlartene, ma non so come dirtelo senza che tu mi ritenga un mostro.
Non dissi niente.
- Lui… era mio fratello. Eravamo gemelli, gemelli siamesi. Tutta quella gente è morta affinché io potessi restare in vita. - Non c'era alcuna emozione nella sua voce, sembrava completamente distaccato, come se stesse parlando di qualcun altro. - Mi teneva in vita, senza di lui morirò - il suo sguardo incontrò nuovamente il mio. - Era pazzo, credo. Dapprima credetti di impazzire anch'io, ma non fu così. Credo che non fu così. Non sapevo mai cosa avrebbe fatto, chi avrebbe ucciso, non lo volevo sapere. Lui era molto astuto, se poteva lo faceva sempre sembrare un incidente oppure un suicidio. Io non intervenivo mai. Non volevo morire. Il sangue ci serviva. Lui faceva sempre in modo che ci fosse tanto sangue in giro, così nessuno si sarebbe accorto di quello che mancava - il suo sguardo era di nuovo vuoto.
- Perché vi serviva il sangue?
- Nessuno aveva mai sospettato di noi.
- Perché vi serviva il sangue? - ripetei.
- Quando venimmo al mondo - disse, mentre il suo sguardo cominciava a riprendere vita - eravamo uniti per la schiena. Poi io crebbi ma lui no, rimaneva piccolo, come un bambino che mi portavo sulla schiena. La gente mi guardava male… ci guardava male, avevano paura. Persino mio padre e mia madre. La vecchia, quella specie di strega di cui ti ho parlato, ci ha messo al mondo lei. In qualche modo era sempre presente. Quando avevo otto anni i miei genitori morirono in un incendio, credo sia stata lei. Poi andai a vivere con lei, era pazza, però conosceva la medicina e le pratiche di guarigione. Quando compimmo quindici anni decise di separarci, non so perché, credo volesse lui senza di me. Sono sicuro che lo considerasse un demone dell'inferno. Io per poco non morii, non so esattamente cosa non funzionasse. Separati non eravamo più interi. Io non ero intero. Lui aveva qualcosa che io non avevo, qualcosa che avevamo diviso. Lei mi avrebbe lasciato morire, ma lui capì e mi procurò il sangue. Quello della vecchia.
Stava seduto e mi guardava con lo sguardo vuoto mentre la sua mente riviveva il passato.
- Perché non ti sei rivolto a un ospedale o a qualcosa di simile? - chiesi provando infinita pena per quel ragazzo così infelice.
Sorrise debolmente. - Non sapevo molte cose allora. Già troppe persone erano morte, se mi fossi rivolto a un ospedale avrebbero voluto sapere come avevo fatto a sopravvivere fino ad allora. A volte sono contento che sia finita, ma poi subito dopo sono terrorizzato dall'idea di morire.
- Quanto tempo hai ancora?
- Non ne sono sicuro. Non ho mai provato ad aspettare più di tre giorni, non ce la facevo più a lungo di così. Lui lo sapeva, sapeva sempre quando ne avevo bisogno, e lo andava a prendere per me. Io non l'ho mai aiutato.
- Riusciresti a sopravvivere con delle trasfusioni?
Mi guardò fisso, il terrore stava di nuovo tornando in lui. - Per favore, no!
- Ma ti permetterebbe di sopravvivere!
- In una gabbia! Come un mostro! Non voglio più essere un mostro. È finita, e voglio che sia finita. Ti prego.
- Cosa vuoi che faccia?
- Non lo so, non voglio che tu ti metta nei guai.
Lo guardai, guardai la sua faccia, i suoi occhi, la sua anima. - C'è una pistola nel portaoggetti - dissi.
Rimase seduto per qualche istante, poi mi tese solennemente una mano: la strinsi. Poi lui aprì il portaoggetti, prese la pistola e scivolò fuori dalla macchina. Discese la collina fino alla boscaglia.
Io aspettai e aspettai, ma non sentii mai lo sparo.
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