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maurizio de giovanni

basta uno sguardo (it)

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Amore mio,
non ti ho mai scritto; ci penso solo adesso. Alla fine dei conti e tutto considerato, non è strano; anzi, direi che è piuttosto comprensibile. Eppure mi pare assurdo che io debba raccontarti tutto per iscritto, e proprio oggi, da qui. Non servirà a niente, lo so: ma scrivere una lettera, ho letto da qualche parte, serve anche un po’ a parlare con se stessi, a prendere coscienza delle cose. A non mentirsi.
Il pensiero di te è la cosa più importante che io abbia mai avuto. I tuoi occhi adoranti, il tuo sorriso, la tua dolce devozione. Avrei potuto avere tutte le donne che volevo, e tutte devote e adoranti e sorridenti, proprio come te; eppure, tu sei stata diversa da tutte le altre, e sento la necessità di scrivertene il motivo, che non ti ho mai detto.
Per spiegarti devo partire da lontano. Da molto lontano.
Sai di mia madre; di come mi abbia cresciuto da sola, senza un sorriso, come un compito ricevuto dal padreterno, una croce da portare nel suo viaggio in terra. Una donna dura, mai espansiva, taciturna. Vaga, evasiva quando cominciai a chiedere di mio padre; di volta in volta un marinaio, un soldato, un artista straniero. Non ricordava nemmeno le bugie che mi diceva, presa dal dover lavorare a testa bassa per mantenere la piccola casa in cui stavamo. Non è stata certo l’infanzia, la stagione più bella della mia vita: non ricordo amici, se non un cane bastardo che tenevo in un cortiletto là vicino e sul quale a volte sfogavo la rabbia che veniva dalla solitudine, fino a quando morì.
Disegnavo, però. Fu chiaro presto quanto fossi bravo: un bambino triste e silenzioso, che disegnava bene. A mia madre non piaceva che disegnassi, le sembrava una perdita di tempo, una distrazione dalla questione principale che rimaneva il sopravvivere: ma forse le dava anche soddisfazione, ascoltare i complimenti dei vicini del quartiere straccione dove stavamo.
Venivano a farsi fare dei ritratti, portavano larghi fogli di carta spiegazzata, matite, penne arrugginite e perfino pezzi di carbone; io tiravo fuori con due tratti gli aspetti più evidenti dei visi angolosi, dei nasi storti e degli occhi strabici, e tutti sorridevano e ci regalavano qualcosa, dolci, cibo, stoviglie spaiate. Insomma, alla fin fine da adolescente mi pagavo i libri e quello che serviva per andare a scuola.
Nelle altre materie non ero bravo; non che non studiassi, anche perché non avevo di meglio da fare. Imparavo, conoscevo tutte le risposte, ma puntualmente alle interrogazioni andavo malissimo. Il motivo era sempre lo stesso: la mia insicurezza.
Andavo alla cattedra trascinando i piedi, gli occhi bassi, le mani tremanti. Alle domande rispondevo con un irritante mormorio, balbettando frasi sconclusionate che iniziavano e non terminavano, rendendo evidente al professore l’incertezza con cui navigavo tra le nozioni senza saper scegliere la risposta giusta. Quello che era uno stato d’animo veniva scambiato puntualmente per superficialità, e me ne tornavo a posto con le orecchie rosse di vergogna e un’altra insufficienza, tra le risate crudeli dei compagni.
Non sai, amore mio, quanto possano essere terribili gli adolescenti quando individuano una preda. Venivo perseguitato per tutta la giornata, con ogni genere di scherzo: l’inchiostro sulla sedia, sgambetti, accuse ai professori per qualsiasi marachella non avesse un colpevole evidente. Non riuscivo a difendermi, lo sguardo a terra, le mani lungo i fianchi. La mia struttura fisica fragile, la bassa statura facevano sì che anche i più deboli si rifacessero su di me per le loro frustrazioni.
Dentro di me cresceva un odio cieco e furioso per il prossimo: fantasticavo di riuscire a vendicarmi, immaginavo di diventare grande e muscoloso per poter picchiare tutti, o di procurarmi un’arma per ammazzarli tra atroci tormenti. Sognavo ogni notte la mia rivalsa, un giorno lontano e luminoso in cui avrei goduto dell’altrui sofferenza.
Avevano tutti qualcosa in comune, tranne me: ero escluso dai giochi come dai rituali, le liturgie tipiche degli adolescenti. Crescevo da solo, nel silenzio e nell’odio.
Lo so che sembra assurdo, mio dolce amore. Io, proprio io, solo e disperato, chiuso nel buio della mia stessa anima. Ma era così, e così è stato per molti anni.
Trovavo conforto nel disegno. Più di tutto mi piaceva disegnare paesaggi; forse perché la gente mi faceva paura. Mia madre mi diceva che, perdita di tempo per perdita di tempo, tanto valeva disegnare le facce della gente, che almeno potevamo ricavarci qualche regalino. Ma io preferivo andarmene vicino al fiume, a disegnare l’acqua che scorreva tra gli alberi; o anche le facciate dei palazzi dei ricchi, dietro le quali immaginavo una vita che non avrei mai potuto vivere. M’incantavo a guardare i riflessi del sole sulle finestre, o il battere della pioggia sulla strada lucida o sugli ombrelli che nascondevano cappelli e pellicce. Amavo dipingere perché, immagino, potevo crearmi un mondo mio, nel quale essere padrone invece che servo. E dove riuscire a governare gli eventi, senza dover subire la volontà degli altri.
Se leggessi queste righe sopra la mia spalla, come tante volte hai fatto in passato, sorrideresti scuotendo il capo; penseresti che sto inventando, che non posso essere io il ragazzo di cui ti racconto. E invece no, amore: è proprio la mia vita, che ti sto raccontando. La prima parte oscura della mia vita.
Appena fui in grado di farlo, naturalmente me ne andai. Senza rimpianti. Aiutai mia madre in seguito, come sai; ma non l’ho mai vista volentieri. Le dovevo gratitudine, non amore.
Per mantenermi, mi venne naturale pensare all’arte. Era l’unica cosa che sapevo fare, d’altronde. Dipinsi qualche tela, l’avvolsi e andai un po’ in giro.
I miei quadri piacevano anche; le volte che riuscivo a ottenere un minimo di attenzione, qualcuno dei quartieri ricchi ne comprava, dandomi comunque molto meno di quanto valessero in realtà. Il problema, al solito, ero io, il venditore meno convincente che potesse esistere. A volte il possibile cliente sembrava incerto che io fossi il vero autore, tanto era evidente l’incapacità di mostrare i pregi dei paesaggi che volevo vendere; veniva da credere che li avessi rubati, o che fossi un intermediario di un altro artista.
Insomma, le cose non andavano bene. Erano più i giorni che non mangiavo di quelli in cui riuscivo a mettere qualcosa sotto i denti. Avevo l’aspetto talmente patito da suscitare la compassione di qualche donna che mi passava gli avanzi dei pasti, dando un colpo ulteriore alla mia dignità già ridotta ai minimi termini.
E poi, un giorno, successe qualcosa che mi ha cambiato la vita. E non solo a me.
Ricordo che pioveva a dirotto. Avevo girato tutta la giornata, col fagotto dei miei dipinti e della mia disperazione sulle spalle, ero affamato, sfiduciato e fradicio di pioggia fino al midollo. Tremavo di febbre, e senza nemmeno sapere dove fossi mi ritrovai al limite del mio vecchio quartiere. Entrai in una taverna e mi lasciai cadere su una sedia. Decisi di spendere i miei ultimi soldi in un bicchiere di vino e un piatto di minestra, ma la mano mi tremava e non riuscivo nemmeno a portare il bicchiere alla bocca. Cominciai a piangere, quasi senza accorgermene; le lacrime si mischiavano alla pioggia sul mio volto, il futuro non mi era mai sembrato così oscuro.
L’unico altro cliente della taverna in quel giorno di tempesta era un vecchio, seduto a un tavolo vicino al mio. Poteva avere anche cent’anni, la faccia devastata dalle rughe, le spalle curve, le mani sul manico di un bastone che teneva davanti a sé. Guardava dalla mia parte, me ne accorsi solo dopo qualche minuto.
I suoi occhi erano notevoli: due frammenti di ghiaccio, fermi, senza età. Parevano caduti su quella faccia da qualche altra parte. Ricordo che pensai che sarebbe stato interessante fargli un ritratto: lo avrei dipinto in penombra, come lo vedevo in quel momento, dando risalto a quella luce fredda che attraversava lo spazio e l’anima di chi lo guardava. Sembrava lo sguardo di un animale da preda, acquattato nel buio in attesa di ghermire la sua vittima.
A un tratto cominciò a parlare. Anche la voce sembrava inadatta a lui, come gli occhi: era una voce ferma, senza esitazioni, una voce da giovane. Mi chiese perché volessi morire.
Non mi ero nemmeno reso conto di star pensando a porre fine alla mia vita; il suicidio era diventato un compagno di viaggio, camminava al mio fianco durante le peregrinazioni inutili dell’artista fallito che ero diventato. Pensai che fosse evidente dal mio stato, e risposi bruscamente che non ci pensavo affatto, e che comunque si trattava di affari miei.
L’uomo sembrò non avermi nemmeno sentito. Rispose che mentire a me stesso era solo una parte del mio problema, e che il più grave era il mio rapporto col prossimo. Non ero forse stato fin da bambino un solitario, uno che veniva preso in giro e perseguitato da chiunque? Non ero forse incapace di reagire, di difendermi?
Per un attimo pensai di star delirando per la febbre. Nella sala non c’era nessun altro, e la pioggia batteva furiosa sui vetri. Come faceva quel vecchio che non avevo mai visto a scavare così profondamente nella mia vita, capendo di me ogni cosa con un semplice sguardo? Seguitò a parlare, rievocando episodi che avevo inutilmente cercato di dimenticare, umiliazioni passate e mortificazioni presenti. Percorreva l’esistenza altrui come un sentiero di montagna, fermandosi a guardare panorami e burroni e raccontandomi la mia stessa anima, come io non avrei mai avuto il coraggio di fare. «Sei giovane» mi disse. «Molto giovane. E hai una forza, un potere che nemmeno puoi immaginare.»
Non sapevo di che cosa stesse parlando. Un potere? Ma se stavo per morire di fame e di febbre, solo come un cane e con l’unica ricchezza di poche tele imbrattate che stavano colando colore e pioggia sul pavimento?
«Un potere immenso, credi a me» disse. «Devi solo capire come usarlo.» «E come? Ammesso che sia vero, perché non l’ho mai saputo, non me ne sono mai accorto?» «Non lo so perché» mi disse. «So che ce l’hai, e posso anche insegnarti a usarlo.»
Mi raccontò che era un segreto antico della sua razza, nascosto perché in un remoto passato era stato usato proprio contro chi lo aveva scoperto. Una facoltà che allo stato embrionale c’è in ogni uomo, ma che solo pochi posseggono in una quantità sufficiente a essere usata; e ancora meno sono quelli che se ne rendono conto.
Aggiunse che stava per morire, che non aveva parenti e comunque aveva sentito in me una forza che mai nella sua lunga vita aveva trovato. Che, pur di evitare che il segreto andasse perduto, era disposto a condividerlo con me, a patto che non lo avrei usato se non per me stesso e solo per me stesso. «E per chi altro dovrei, vecchio?» Sorrise, scoprendo le gengive vuote. Il sorriso mi parve osceno e raccapricciante. «Non hai idea delle tentazioni che avrai, ragazzo. Ma per fortuna ho letto in te che la vita ti ha insegnato a badare a te stesso, e forse non ti metterai in testa strane idee. Ora ascoltami bene.»
E me lo disse.
Sai, amore mio: oggi che mi trovo qui non riesco a valutare quel momento se non alla luce di tutto quello che è successo dopo. E tuttavia a ripensarci non saprei dirti se è accaduto davvero, o è stato solo un sogno nel delirio della febbre. Sta di fatto che l’oste mi trovò riverso a terra, senza conoscenza, ed è grazie alla sua carità se sono vivo, perché mi tenne su una branda nel retro della trattoria per due settimane nelle quali riprendevo coscienza solo a sprazzi e per pochi minuti. Quando ne ebbi la forza, chiesi del vecchio, ma lui mi disse che non aveva visto nessuno e che nessuno c’era nel locale, quella sera, a parte me.
Non ne fui sorpreso: mi sembrò naturale che un’immagine così vaga e indistinta fosse frutto della mia fantasia. Come le assurdità che credevo di aver sentito. Ricordai la voce ferma nel rumore della pioggia. «Prima di parlare, guarda gli occhi» aveva detto, «anche solo per un attimo. Troverai l’eco di una passione, il sentimento predominante. Lo vedrai chiaramente, come se fosse scritto nelle pupille di chi ti sta di fronte a lettere fiammeggianti.»
Aveva detto proprio così: «a lettere fiammeggianti». Ma chi parla, in questo modo? Era chiaro che avevo sognato, che stavo delirando. «Una volta che avrai visto l’emozione, saprai come assecondarla. E come rivolgere a tuo vantaggio la convinzione del tuo interlocutore, come plasmarne la volontà facendogli credere che sia la sua.»
Non era vero, naturalmente. Impossibile che fosse possibile. D’altra parte, era vero che io avevo la maledetta abitudine di cominciare ogni conversazione con gli occhi bassi, cercando a terra la forza di parlare per la mia insicurezza.
Attesi che la moglie dell’oste, una donna sciatta e scontrosa, venisse a portarmi gli avanzi che mi davano da mangiare, e per una volta prima che mi parlasse la fissai negli occhi. Ancora rabbrividisco: fu la prima volta in assoluto. Lessi chiaramente tutto il fastidio che provava per il fatto di dovermi dare da mangiare, e l’odio per la sua vita e per il marito che la teneva sottomessa e che la trattava da serva. Questa consapevolezza mi diede una forza nuova: le dissi che comprendevo la sua sorte, che le ero grato per la cortesia e che a mio parere avrebbe dovuto ribellarsi al marito, facendo valere la sua volontà.
Il tono stesso della mia voce mi sorprese: era dolce, suadente, profondo. Come la musica di un violoncello, triste e coinvolgente. La donna mi guardava a occhi spalancati. Avrei appreso in seguito quanto fosse facile orientare la volontà delle anime semplici, degli ignoranti. Da quel momento e per i giorni in cui rimasi alla locanda riguadagnando le forze, la donna divenne una mia serva devota; mi furono riservati i bocconi migliori, la biancheria più morbida e pulita, e dovevo letteralmente cacciarla dalla stanzetta sul retro per evitare che il marito sospettasse qualcosa di inesistente.
Da allora sperimentai sempre di più la mia nuova facoltà. A volte razionalmente pensavo che la disperazione mi avesse dato la forza che non avevo mai avuto, o che magari la febbre altissima avesse in qualche modo alterato il mio cervello; dentro di me sapevo però che non era vero: il vecchio, il fantomatico vecchio della notte di tempesta aveva risvegliato un potere che non sapevo di avere.
Nessuno mi resisteva. Vendetti senza difficoltà tutti i miei quadri, e a un prezzo esorbitante. Poi decisi di non perdere tempo con un’attività così poco redditizia come la vendita porta a porta, e allargai la mia vita sociale. Mi resi presto conto che manovrare la folla era ancora più semplice che un singolo soggetto: si verificava un effetto onda, come se ognuno trasmettesse agli altri la mia volontà. C’era fame, insoddisfazione, rabbia. Cavalcai queste emozioni comuni, nate dalla guerra alla quale anch’io avevo partecipato badando solo a restare vivo; fondai un mio partito: perché sottoporsi ad altri quando il consenso era una merce così facile da conquistare?
Mi circondai di pochi fedelissimi, in grado a loro volta ma solo col carisma personale di guidare la massa. Volevo assicurarmi un ruolo, un posto di potere per accedere alle risorse economiche che mi servivano. Non volevo altro. Solo il benessere, la liberazione da tutte le angustie e le sofferenze di quella povertà che conoscevo così bene. D’altra parte il vecchio me lo aveva fatto promettere, no? Soltanto per me stesso.
Ti incontrai in quel periodo, ricordi? Un giovane ambizioso e sicuro di sé, padrone della sua vita e del suo destino. Molte donne mi circondavano, e qualche volta concedevo loro di farmi compagnia: ma perché avrei dovuto legarmi a qualcuna, se potevo averle tutte? Bastava uno sguardo.
Tu no, amore mio. Tu eri diversa. I tuoi occhi non perdevano luce, quando li fissavo; non eri una marionetta nelle mie mani. Io sentivo che il tuo sorriso era sincero, spontaneo, dolcemente e profondamente innamorato. Mi dava una forza nuova, diversa da ogni altra energia che avessi mai provato. Avrei voluto sposarti subito, ma tu mi dicesti di attendere, di pensare a compiere prima il mio luminoso destino, che era quello del nostro popolo, della nostra grande nazione.
Mi convinsi, mi convincesti. Mi diedi corpo e anima alla politica, al partito; divenni da capopopolo politico, da politico parlamentare, da parlamentare capo di Stato. Le piazze si riempirono, e fu necessario trovarne di più grandi. Gli occhi devoti e luccicanti delle prime file mi suggerivano quanto bastava a dire cose che coinvolgessero le masse immense che intervenivano ai miei discorsi.
E tu, amore mio, sempre discretamente alle mie spalle. Ci vollero anni per costringerti a venire un po’ di più alla luce, a farti vedere al mio fianco. Non volevi, preferivi startene in disparte. Ma quando eravamo da soli mi ascoltavi per ore, e sorridevi quando provavo con te i toni, le parole che avrei usato. Che sorriso, che avevi. E che meravigliosa sensazione, poter godere del tuo sguardo intelligente: su di te il potere non agiva, non avevo facoltà di influenzarti. Il tuo era amore vero, spontaneo. Non sai che valore aveva per me.
Non ti ho parlato mai del vecchio e del suo dono. Il motivo? Non so. Forse mi piaceva che tu pensassi che la devozione bovina delle folle fosse per il mio carisma, per il fascino che esercitavo. Forse temevo che mi vedessi come un mostro, e fuggissi via da me. È stato l’unico segreto che ho mantenuto, con te. Non potevo perderti.
Conosci la piega che le cose hanno preso poi, mio tenero dolce amore. La sera discutevo con te su cosa avrei detto, e l’indomani infiammavo la gente o i miei generali, incitandoli a non dimenticare che il nostro grande popolo era destinato a comandare il mondo. E quando mi facesti capire qual era il vero, principale nemico, non esitai a dare gli ordini opportuni, affinché fosse debellato e distrutto, una volta per tutte.
Quando le cose cominciarono ad andare per il verso sbagliato, temetti per il tuo destino e per la tua salvezza. Fu l’unico timore: alla fine ci credevo anch’io, in tutte le fantasie che avevo urlato per anni da balconi e finestre o dentro microfoni. Non avevo paura, il ragazzo con le tele era morto in quella trattoria, tanti anni prima. Ma tu, amore mio, tu dovevi essere salvata.
Ci siamo rifugiati qui, e due giorni fa ho voluto finalmente sposarti, mentre fuori, in superficie, si sentivano tuonare i cannoni. Si trattava solo di aspettare: appena fossero arrivati, mi sarebbe bastato uno sguardo e li avrei convinti a lasciarci andare. Non c’era dubbio: anche i nemici sarebbero caduti nella rete del mio immenso potere. Ma poi, quella notte dopo l’amore, ti sei addormentata. E nel sonno hai parlato.
Nominavi un uomo. Ricordavi il passato, pregavi qualcuno di non lasciarti, di non tornare dalla moglie. Hai fatto un nome: Abraham. E io finalmente ho capito.
Ho capito, mia dolce Eva, che il potere non ce l’ho solo io. E che una donna, una povera piccola donna in questi tempi terribili, per vendicarsi ha bisogno di un uomo, e maggiore sarà la potenza di quell’uomo maggiore sarà la sua vendetta. Ho capito che la tua influenza su di me è stata assoluta, e che attraverso me hai spinto il nostro popolo nel baratro: che volevi sterminare il tuo amante e la sua stirpe, e per questo mi hai ordinato di sterminare tutta la sua gente.
Avremmo potuto fuggire facilmente, il mio potere e il tuo ancora più grande. Avremmo potuto ricostruire tutto, soggiogare l’America, la Cina e il resto del mondo. Ma eri un mostro, amore mio. Un mostro.
Ho aspettato che ti svegliassi, la nostra prima notte di nozze nel bunker sottoterra, ancora vivi e già nella tomba. Ti ho portato il caffè col cianuro che avevamo preparato con Goebbels e gli altri fingendo che ci saremmo suicidati con loro.
Adesso sei qui, distesa sul nostro letto, come se dormissi. Questa lettera brucerà coi nostri corpi, quando avrò finito con la vita. Li sento, stanno arrivando: non userò il mio potere con loro. Non voglio più vivere senza di te.
L’ultimo dolore è stato porgerti la tazza senza guardarti: mi avresti letto dentro, come sempre. Lo hai sempre detto.
Basta uno sguardo.
Addio, amore mio.
Adolf
Berlino, 30 aprile 1945
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