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maurizio de giovanni

caffè e sfogliatella, prego (it)

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La sera precedente Ricciardi aveva avuto la sorpresa di ritrovarsi di fronte, all’uscita della questura, nientemeno che Bruno Modo, lo scanzonato dottore che alla cura dei tantissimi malati che confluivano ogni giorno all’ospedale dei Pellegrini, nel vicino quartiere della Pignasecca, affiancava la competenza del miglior medico legale della città.
Se lo ritrovò appoggiato al muro che fumava, il cappello all’indietro, il colletto sbottonato dietro il nodo allentato della cravatta. Al suo fianco, come sempre a poco più di un metro, senza corda né guinzaglio, il cane pezzato che da circa un anno gli faceva compagnia. La sera era dolce e l’aria serena; settembre era avanzato, ma sembrava non aver la minima intenzione di mollare il ricordo della rovente estate che l’aveva preceduto.
Era tardi, e per strada c’era ormai poca gente. Le botteghe di via Toledo avevano chiuso da ore, e dalle finestre dei palazzi venivano le voci e i rumori delle famiglie a cena. Appena Ricciardi gli si avvicinò, Modo sorrise:
«Eccoti, finalmente, oscuro Ricciardi, principe della notte e mesto indagatore dei mali della città. Lo sapevo che a forza di aspettare avrei avuto il triste premio di incontrarti».
Ricciardi sospirò:
«E che ci fai tu qui, dottore? Hanno chiuso i bordelli, o ti hanno scacciato perché avevi finito i soldi?».
Modo ridacchiò:
«Guarda che modestamente i bordelli di maggior classe, a quelli come me, li accolgono con tutti gli onori anche senza pagare. Dovrei spiegarti alcune cose in merito alle mie capacità sessuali, ma non voglio che pensi a insulse vanterie. No, no: cercavo proprio te. E siccome ero sicuro che ti avrei visto uscire ben più tardi dei tuoi colleghi, ho pensato che la fine del mio turno poteva corrispondere alla conclusione del tuo, e sono venuto a scroccarti un mezzo litro di vino e una cena. Che ne dici?».
Ricciardi scosse il capo:
«No, Bruno, non stasera. Ho un’emicrania feroce, e mi dispiace lasciare Nelide da sola, in questi primi tempi: le darei l’idea che non mi piace quello che cucina, che la trovo inadeguata a sostituire Rosa. Piuttosto potresti venire con me, e cenare a casa mia, se ti va».
Il dottore allargò le braccia:
«In una serata come questa, rinchiudermi tra quattro mura? Ma non vedi il trionfo dell’aria di mare, la dolcezza della sera di settembre? No, no, grazie. Collauderemo la cucina della dolce Nelide, la ragazza più brutta della terra, in un’altra occasione. In cambio, però, ti strappo una promessa: domani, che è domenica, pranzo al Gambrinus. Offri tu, che sei ricco sfondato, ovviamente. E non sento ragioni. Mezzogiorno ti va bene?».
Mentre si avviava verso il caffè, l’indomani mattina, Ricciardi rifletteva su quanto fosse difficile far capire anche a Modo, che era quello che più si avvicinava all’idea di amico, che per lui camminare per strada e sostare ai tavolini di un bar o di una trattoria poteva essere un’esperienza penosa e di grande sofferenza. E pensava anche che l’idea che dava di sé, un uomo chiuso e taciturno, privo di vita sociale e di una fidanzata, era probabilmente lontana da quello che sarebbe diventato quel bambino che giocava nel vigneto dietro casa a Fortino, un quarto di secolo prima, se non si fosse trovato di fronte al cadavere parlante di un bracciante trafitto da una roncola, che farfugliava di donne e di vendette.
Pur nell’aria calda, il commissario rabbrividì al nitido ricordo di quell’immagine. Un morto che parlava a lui, un bambino con una spada di legno in mano. Un cadavere di mesi prima, un omicidio che gli era stato nascosto, un fatto non da bambini. Un fatto. Il Fatto.
All’angolo dell’incrocio da cui i tram si inerpicavano sulla salita di via Salvator Rosa per raggiungere il Vomero, il sole non faceva sconti ai passanti e alle carrozze. Un barbiere chiacchierava con un uomo, il camice bianco che luccicava nella luce di mezzogiorno; un carretto carico di cassette di frutta andava verso Capodimonte, trascinato da un mulo condotto da un ambulante in panciotto e camicia; vicino a una latteria un bracciante con un berretto cercava coi denti di eliminare i fili di cotone che sporgevano dal polsino liso. Quello che vedevano gli altri passanti, scene ordinarie di una domenica mattina.
Gli occhi di Ricciardi vedevano anche altro, però. Nell’angolo opposto, nel cono d’ombra di un portone ai piedi della salita, una sagoma vagamente luminescente scuoteva la testa mormorando. Anche tenendosi a distanza, sul marciapiede opposto e senza mai guardare da quella parte, Ricciardi sentì le parole: non ti do niente, non ti do niente. Te ne puoi pure andare, non ti do niente.
Una rapina, ricordò il commissario. L’avevano arrestato, il balordo col coltello; aveva ancora l’orologio da tasca con la catena che aveva preso, in cambio di una pugnalata in petto dalla quale ancora scorreva nero il sangue, nell’immagine che percepiva di un professore di liceo che aveva trovato la morte rientrando a casa dalla festa degli allievi diplomati.
Il Fatto era questo. Il dolore della morte vomitato dai cadaveri. Vederli, ascoltarli, subirli senza poter scappare. Se ti facessi essere al mio posto per cinque minuti, Bruno, amico mio, sapresti una volta per tutte per quale motivo non posso uscire con te e andare per trattorie e bordelli. Sapresti perché non mi va di assistere a rappresentazioni di false emozioni, sulle tavole dei palcoscenici dei café chantant o al San Carlo, consapevole come sono di quello che i sentimenti che tutti inseguite sono in grado di provocare. Un buco in petto, e fiotti di liquido scuro che ne escono incessantemente, insieme a un mormorio senza senso.
Arrivò a piazza Dante, dominata dalla bianca statua del poeta. In fila sulle rotaie i tram che collegavano il centro col resto della città che cresceva di giorno in giorno come un immenso pachiderma disteso al sole. Ricciardi passò di fianco al 32, preso d’assalto da una piccola folla frettolosa; solo lui vedeva un uomo con le scarpe bianche correre in senso opposto, e dall’altro lato verso di lui l’autista di un’automobile col berretto. Entrambi mormoravano pensieri sconnessi su quello che andavano a fare e che non avrebbero mai fatto, prima dell’investimento e del successivo ribaltamento della vettura che li avrebbe uccisi entrambi. Correte, correte, pensò Ricciardi. Meglio che non lo sappiate mai, quello che vi aspetta alla fine della corsa.
Cercò di concentrarsi sull’allegria dei vicoli che si intravedevano dalla via principale, sui festoni di lenzuola e camicie stese ad asciugare che legavano un palazzo all’altro. Bambini e galline e cani si rincorrevano scansando le maledizioni dei vecchi seduti a raccontarsi le vite vissute, voci e versi e fischi a riempire l’aria calda del mezzogiorno. Vita e morte si mescolavano inconsapevoli, immemori una della fine, l’altra dell’inizio. Incassò la testa nelle spalle e accelerò il passo.
Bruno lo aspettava a un tavolino all’esterno del Gambrinus, a ridosso della bassa ringhiera che dava sulla piazza. Era semisdraiato sulla sedia, le gambe allungate davanti a sé, le scarpe bicolori bene in mostra dopo le caviglie incrociate. I pollici nei taschini del panciotto, gli occhi scuri che dardeggiavano alla ricerca di belle ragazze a cui sorridere, le ciocche candide sulla fronte che gli venivano fuori dal cappello. Appena vide Ricciardi cominciò a fare segni con la mano.
«Ciao, caro. No, non sei tu in ritardo ma io in anticipo, sai, le persone anziane dormono poco. Ma non temere, non ho chiesto il conto del primo giro di sfogliatella e caffè che ho dovuto prendere per occupare il tavolo: so quanto tu ci tenga a pagare.»
Il commissario prese posto davanti all’amico, ostruendogli un po’ il passeggio. Modo sbuffò lievemente e si spostò di qualche centimetro:
«Ci sei tutto tu, in questo. Non solo non ti siedi in modo da guardare le ragazze, ma ti metti pure davanti a me; ma non ti rendi conto che una donna che cammina è uno dei paesaggi più belli offerti dalla natura? Guarda quella là, per esempio, con la camicia chiara».
Ricciardi fece la sua solita smorfia, senza voltarsi:
«Alla tua età dovresti almeno fingere un po’ di serietà, non credi? E poi, a che serve vedere passare una persona che cammina? Non la conosci e nemmeno la conoscerai».
Il dottore ridacchiò:
«Caro, non mi serve conoscerla. Posso dirti chi è da come veste, da quello che porta in mano, dalla velocità e dalla direzione in cui va. Quella, per esempio, è una giovane madre di famiglia che ha fatto la spesa e corre a casa a cucinare. Vedi? Va svelta, ha una borsa rigonfia che porta a un braccio ma che sostiene con l’altra mano, scarpe senza tacchi. Molto carina, però. Indaffarata, ma carina».
Ricciardi scosse il capo:
«Sei sempre lo stesso, dottore. Non ne fai passare una». Modo si strinse nelle spalle:
«E mi dici che altro c’è di bello, nella vita? Se hai la sfortuna di vivere in un’epoca come questa ma in una città come questa, tanto vale godersela un po’. Lasciatelo dire da uno che ci è nato, sì, ma che per motivi diversi di studio, lavoro e guerra ha dovuto vivere anche altrove. Come si campa qua, caro mio, da nessun’altra parte. Fidati».
Il cameriere si avvicinò e prese le ordinazioni, caffè e sfogliatelle per due.
«Ti dissi già, per esempio, che le sfogliatelle sono uno dei motivi per cui vale la pena vivere. Non l’unico, per carità, ma uno sicuramente, e non secondario. Non tanto per la sfogliatella in sé, che pure ha una sua magia, quanto per il tempo che ti prende mangiarla.»
Ricciardi chiese:
«Che vuoi dire? Non capisco».
«Eh, lo so che non capisci. Perché sei uno che dai piaceri della vita scappa, ecco perché. Non ti sai godere le cose.»
Il commissario protestò:
«Mi piacciono le sfogliatelle. Lo sai che praticamente rappresentano il mio pranzo, quando non posso allontanarmi dall’ufficio».
«Ti piaceranno anche, non dico di no. Ma le divori, non le gusti. Guarda come si mangiano: si comincia dalla punta, vedi? Ne rompi un po’, la metti in bocca, assapori. Poi mastichi piano, e inghiotti solo quando il sapore pervade tutta la bocca».
Ricciardi sorrise all’amico:
«Preferisco non immaginare quello che succede nella tua bocca quando mangi, grazie. Ognuno dalla vita prende i piaceri che crede, sai».
Modo fece un’espressione di esagerata meraviglia:
«Ma non mi dire! Anche il fosco Ricciardi, il principe delle tenebre, l’oscuro cavaliere ha i suoi piaceri? E quali sarebbero, sentiamo!».
Ricciardi si guardò attorno:
«Anche questa città. Io vengo da un paese di montagna, lo sai. Abbiamo altre vedute, la natura selvaggia, i boschi. Qui invece gli uomini e la natura si intrecciano, si riconoscono, stanno insieme. C’è un vicolo, dalle parti di Mergellina, che mi è capitato di percorrere; una discesa stretta, come le altre, coi panni stesi e i bambini scalzi e le galline e le sedie messe fuori i bassi. Ma in fondo c’è il mare, al di là della strada grande. Lui è là, fermo e immenso sotto il sole, e la gente vive la sua vita come se niente fosse: ma i vecchi ogni tanto si fermano dal chiacchierare e lo guardano, come se sentissero le sue storie».
Modo lo fissava a bocca spalancata:
«Dimmi che non sto sognando, ti prego. Dimmi che è vero, che Ricciardi, lo stesso Ricciardi che conosco io, ha parlato per più di quattro frasi consecutive e che ha detto qualcosa di quasi romantico. Devo avere del cerume nelle orecchie».
Ricciardi fece un gesto vago con la mano:
«Va bene, lascia stare. Come non detto. Era solo per farti capire che non bisogna solo mangiare, bere o andare a donne per consentirsi dei piaceri. Ecco tutto».
Mangiarono in silenzio per un po’, poi il dottore disse:
«Comunque devo ammettere, mio malgrado, che hai ragione. La maggior parte dei piaceri vengono dalle donne e dalla tavola, sia chiaro: ma qualcosa il mare significa. Ti confesso una cosa: a volte, quando non sono di turno, me ne vado verso la collina di Posillipo. Sai che Posillipo in greco significa pausa dal dolore? Insomma, vado là, vicino a quel palazzo antico ed enorme che sta proprio in riva. Ci vado quando il cielo è pesante di nuvole e il mare si mangia la spiaggia e arriva quasi alla strada, e il sole calante si fa largo nel cielo e colpisce l’acqua. È vero, il mare è uno dei piaceri della vita. E questa città è nata dal mare e col mare convive, non c’è niente da fare. Noi che siamo cresciuti qui non ci facciamo neanche caso, forse; ma chi saprebbe vivere senza?».
Ricciardi annuì:
«Ecco, vedi? C’è un cuore anche sotto quella vecchia scorza di soldato. La differenza la fa il mare. Chi lo conosce da grande ne rimane attratto e respinto allo stesso tempo. È una città strana, questa. Molto strana».
Modo fece cenno di essere d’accordo, ma ci pensò su un bel po’.
Poi chiese:
«Ma tu quando ci sei arrivato? Mi hai detto che hai studiato qua, ma hai sempre pensato che avresti fatto il poliziotto? E come mai proprio qui, invece che dalle tue parti?».
Ricciardi dapprima non rispose. Fissava nel vuoto, in un punto imprecisato in mezzo alla strada. Alcuni bambini circondavano un venditore di palloncini gridando e ridendo.
Alla fine parlò:
«No, non ci pensavo a fare il poliziotto. Volevo studiare, magari per tornare a casa. I miei parenti se lo aspettavano. Ma poi, sai, ti abitui all’idea di restare qui. E ti affezioni al lavoro».
Modo annuì con forza:
«A me lo dici? Lo sai, io al lavoro dedico gran parte della vita. E ho sempre sognato di fare il medico. Ma come si finisce, a fare il poliziotto? Prevale la voglia di mettere la gente in galera?».
Suo malgrado Ricciardi sorrise, e mormorò qualcosa sulla predestinazione.
Ma tra sé ricordò com’era davvero successo. E lo ricordò molto bene.
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