colpa del pomeriggio (it)
Caro papà,
puoi immaginare quanto ci abbia pensato prima di mettermi a scrivere questa lettera; e quanto sia difficile per me farlo.
Il tempo per pensare, come puoi immaginare, ce l’ho. Fin troppo. Ma prendere una penna e un foglio e mettermi a scrivere a te, proprio a te, è stata veramente una montagna alta e difficile da scalare.
Scalare una montagna. Quanto mi piacerebbe farlo ancora. Ricordi, papà? Lo chiamavamo così, scalare la montagna. Invece erano solo belle camminate che facevamo, e quando ero stanca mi prendevi a cavalluccio e continuavamo a salire. E tu raccontavi un sacco di storie, ogni fiore, ogni crepaccio, ogni albero aveva una storia. Io lo sapevo che molte le inventavi al momento, ma sentirti parlare mi piaceva tanto, troppo per farti domande; dai, papà, racconta. Così ti dicevo.
E invece adesso dovrei raccontarti io. E senza poter utilizzare la voce, senza guardarti negli occhi.
Li ho cercati, i tuoi occhi. Te ne sei accorto, vero? Devi essertene accorto per forza, dovevo girarmi per trovarti in mezzo a tutta quella gente. E gli avvoltoi erano là, pronti, coi maledetti cellulari per cogliere un’immagine, una sola. Per poi rivendersela, come fanno sempre. Li ho cercati, i tuoi occhi. E non li ho trovati mai.
Vorrei sapere che pensi, papà. Lo so, lo hai detto, sei stato chiaro; e le dimostrazioni pratiche ci sono state, soprattutto i soldi che immagino siano stati tanti, esperti, periti, avvocati. I migliori, per carità; e hanno fatto un gran lavoro, fin troppo forse, fiumi di immagini e grafici e proiezioni e parole e parole, tante parole in fila. Volevi che ti spiegassero, papà? Che ti dicessero che cos’è successo veramente? Volevi che qualcuno magicamente ti mostrasse, attraverso una sequenza di numeri decimali o con delle linee colorate sugli assi cartesiani, quello che è successo alla tua bambina?
La tua bambina. Così hai detto, nell’intervista. La tua bambina.
Non mi chiamavi così da tanto tempo. E io per ancora più tempo non mi ci sono sentita, la tua bambina. Quando abbiamo cominciato ad allontanarci, papà? Hai smesso prima tu di accarezzarmi o ho cominciato prima io a scansarmi dalle tue carezze?
Certo, si potrebbe dire: i ragazzi sono così. A un certo punto, in corrispondenza dell’adolescenza, comincia un sottile risentimento, una voglia di indipendenza che allontana i giovani dalle manifestazioni di affetto familiare. Così c’era scritto in una delle relazioni, mi pare. Uno degli esperti, uno degli psicologi che hai chiamato per le perizie ha scritto proprio così, o qualcosa di simile. Potrei andare a rileggere e trascrivere la frase precisa, ma sai, papà, non me la sento. È troppo dura, per me.
Magari quando leggerai l’ultima frase che ho scritto, troppo dura per me, reagirai male. Forse penserai che nulla è troppo duro per me, dopo quello che è successo. Ma io, papà, quando ho pensato di scrivere questa lettera che forse nemmeno ti farò avere, ho deciso di non pormi il problema di quello che proverai. Dell’effetto che ti farà. Credo di aver deciso che in realtà, scrivendo a te, sto scrivendo a me stessa.
Sto raccontando a me stessa.
Chissà, forse mi serve per capire qualcosa. Forse sto cercando di spiegarmi. Forse, a modo mio, sto facendo una perizia su me stessa.
E insomma, a un certo punto tra te e me non ci sono state più carezze. Del resto tu avevi le tue cose da fare, no? I padri ce le hanno sempre, tante cose da fare. Mi ricordo le chiacchiere con gli amici di allora, quando ci trovavamo dietro la scuola per farci una canna e riempire il pomeriggio; e mi ricordo come parlavano tutti dei padri. I ragazzi parlano molto dei genitori, lo sai, papà? Molto più di quanto gli adulti immaginino. Solo che ne parlano male.
«Il vecchio» dicono molti; altri «Lo stronzo», altri ancora «Quella merda di mio padre». Siete i nemici, i peggiori nemici. Chissà perché, poi: in realtà non è che facciate più danni dei professori, per esempio, o di quei vecchi bavosi che ti mettono una mano sul culo in autobus. Anzi, quando ci ripensi da fuori capisci che siete voi quelli che ci danno modo di coltivare tutti i risentimenti e le rabbie, tenendoci fuori dalle necessità. Forse è proprio per questo che ce l’abbiamo con voi.
E invece adesso vorrei tanto sapere quello che pensi in realtà. Perché la capisco, sai, la situazione in cui ti trovi. Capisco il dilemma, capisco la difficoltà enorme per te di capire quello che avresti dovuto fare. Lo hai fatto, per carità, e io ti ringrazio e ti ringrazierò per sempre. Avrei capito se mi avessi voltato le spalle, se non ti avessi rivisto mai più. Tutti, lo avrebbero capito. Ma tu non l’hai fatto, e conoscendoti un po’ forse lo speravo. Ma vorrei sapere quello che senti in realtà, quello che hai nel cuore.
Ho chiesto all’avvocato, quello più anziano che mi pare anche quello che parla di più con te. Mi sono fatta coraggio e gliel’ho chiesto. Ha distolto lo sguardo, si è pulito gli occhiali, se li è rimessi, ha sorriso e ha detto: magari tra un po’. Dagli un po’ di tempo. Io a te, capisci, papà? Non è divertente, questa cosa? Come se dipendesse da me. Come se il tempo fosse poco. Come se non avessimo tutto il tempo del mondo.
Nell’intervista hai dichiarato che i soldi non sono un problema. Che non ti fermerai, che mi tirerai fuori di qui. Che non t’importa niente di quello che la gente possa pensare. È vero, papà? Se è vero, è la cosa più bella che potessi dire. Io ho sempre pensato che la parte peggiore di voi due era proprio questa, la maniacale vergogna, il terrore che qualcuno pensasse qualcosa, desumesse dai miei comportamenti che non eravate stati dei buoni genitori. Come se ci fosse, là fuori, una commissione in riunione permanente per dare un voto alle coppie su come tirano su le figlie.
Il problema vero, papà caro, invece sono i pomeriggi. I pomeriggi sono la questione più sottovalutata del mondo, la catastrofe naturale presa con maggiore superficialità. I pomeriggi sono la causa di tutto. Sapessi, papà, quante tragedie nascono e crescono nei pomeriggi.
Da noi, lo sai, i pomeriggi sono lunghissimi. Hanno dita di nebbia, tolgono luce dagli occhi, rendono i cuori opachi e rallentano le menti. Cominciano spingendoti fuori di casa a calci, con l’irrequietezza del nulla che hai davanti, e ti trascinano sulle vie tortuose di un muretto o di un marciapiede, o in quei pub attaccati alle stazioni di servizio dove voi, quelli perbene, nemmeno vi fermate a fare rifornimento.
Nei pomeriggi, papà, nascono le idee storte. Quelle che non vedrebbero mai la luce se tutto restasse sotto controllo, se non ci fosse bisogno di riempire le ore di qualcosa. Pomeriggi di fumo e pasticche, di birra e vodka, pigramente stesi senza voglia, senza sesso o ricordi. Pomeriggi senza un futuro vero, ma solo immaginario.
Io Oscar l’ho conosciuto là, nel pub dietro la stazione di servizio. E dove altro avrei potuto, lo sai che la nostra piccola ipocrita ricca città tiene ben separati quelli di buona famiglia come me dai figli degli operai o dei meccanici, come lui. Il fumo e le pasticche hanno questo di bello, papà: ci mettono tutti insieme. Dove non sono riusciti la politica e gli ideali, dove hanno fallito religione e senso civico, le droghe leggere hanno realizzato l’uguaglianza sociale. Da ridere, no?
Il buco no, quello è un altro discorso. Il buco porta subito a fondo, ti ammazza immediatamente. Ti brucia tutto, e poi si vede, non si può nascondere più di tanto. Il buco è altrove, vicino alla discarica grande per esempio, o sotto il ponte dell’autostrada. Quelli del buco li teniamo alla larga, sempre alla ricerca di soldi, sempre a proporti un affare. Sono noiosi, e fanno pure un po’ schifo. Noi fumiamo e beviamo, ci sballiamo un po’; mica facciamo niente di male.
Cioè, non faremmo niente di male se non fosse per i pomeriggi.
Ti dicevo di Oscar. È vero, non te ne avevo parlato, ma lo sai che io e te non parlavamo mai. E lui non era certo uno da presentare al papà e alla mamma una mattina di domenica, con le paste a pranzo o fuori la chiesa. Lo hai visto, Oscar. Insomma, certo, le treccine, i piercing e i tatuaggi, la barba; e l’italiano incerto, il dialetto, e la poca scuola che ha fatto; eppure adesso lo sai anche tu, come lo sanno tutti, che tra i due quella forte sono io.
Vendeva il fumo nel pub. Mica lui solo, sia chiaro; anzi, lui era uno dei piccoli. Però era carino, a stento mi guardava in faccia. Il padre fa l’uomo delle pulizie, pensa. L’ho visto, seduto tre o quattro posti dietro di te. Non so nemmeno se in questi mesi vi siete conosciuti, immagino di sì. Non è una cattiva persona, a quanto so, io non ci ho mai parlato. La moglie è morta molto tempo fa, Oscar è cresciuto prima con una zia che poi è morta anche lei, e poi per strada.
Un pomeriggio ci siamo messi a parlare. Tutta questa storia, lo vedi, è nata e cresciuta di pomeriggio. Te l’ho detto, quella è un’ora storta. Un’ora maledetta. Ci siamo messi solo a parlare. Io ero un po’ fatta, più di vodka che di roba. Lui mi ha detto che mi guardava da un sacco di tempo, che ero bellissima. Io gli ho detto che non capivo cosa volesse da me. Lui mi chiese: ma se sei bella, ricca e vestita bene, perché ti fai? È contro il mio interesse (disse proprio così, come fosse un uomo d’affari), ma vorrei sapere proprio perché. E io cominciai a raccontare.
Oggi capisco la follia di tutto questo, papà. Lo capisco, altrimenti non ti scriverei. Lo capisco e ogni notte questa consapevolezza mi tiene seduta in mezzo al letto, con gli occhi spalancati. Allora però, in quel maledetto pomeriggio quando tutto cominciò a venir fuori, il mio racconto a Oscar sembrava chiarissimo e logico e la soluzione una sola, inevitabile.
Perché mamma, sai, era tutto un altro discorso.
Lei non era come te, che hai tante cose e ti fai i fatti tuoi. Lei sapeva. Lei capiva.
Aveva quel modo di guardarti all’improvviso, a casa, a tavola o davanti alla tele, quegli occhi che ti trovavi addosso e ai quali non si scappava.
Io ho qualche ricordo di prima che nascesse Giulio. Lo so, avevo sette anni, è normale. Ma i miei ricordi sono di me con lei. Mi parlava, mi guardava, ma non mi scrutava. Non mi osservava. Non scandagliava i miei pensieri.
Non eravamo così lontane. Non c’era bisogno di controllarmi, perché lei conosceva già i miei pensieri. Eravamo strette in un modo incredibile, io e mamma.
Poi, dopo Giulio e un po’ alla volta, siamo diventate due persone diverse. E lei ha cominciato a scavare.
Non voglio dirti adesso che la colpa sia di Giulio, perché non è vero. E nemmeno è vero che covavo chissà quale risentimento, che volevo vendicarmi. E non era successo niente di particolare, né c’era stata una rottura o chissà che altro.
E poi Giulio, Giulio non c’entra. Lo sai che peste è, che fastidio dà. Ma io gli voglio bene, a Giulietto. Mi fece leggere quel compito, è venuto fuori tante volte, in cui diceva quanto ama sua sorella. E mamma, mamma è la mia vita.
Però in quel pomeriggio, in quel terribile pomeriggio, io a Oscar ho raccontato come la mia vita la volevo cancellare. Quanto ce l’avevo con me, la prima della classe, bella, ricca, brava nello sport e con davanti università e master e matrimoni e cerimonie, tutto finto, perché dentro c’era solo la voglia di cancellarmi con tutto il resto e sparire, nella nebbia di un inutile pomeriggio.
Un mese bastò, sai, papà. Un solo mese di pomeriggi sballati a chiacchierare, a immaginare. Un mese, alla fine del quale Oscar si presenta e mi fa: se vuoi, io ti aiuto. Se proprio vuoi, cioè. Lo facciamo. Insieme.
Oggi nemmeno ricordo se mi diede un brivido. Nemmeno ricordo se gli sorrisi, se gli dissi sì o se lo baciai. Nemmeno ricordo se facemmo l’amore nello stanzino sul retro del pub, come qualche volta facevamo se il pomeriggio mi lasciava un po’ di mente lucida e di voglia di muovermi. Non ricordo.
Ricordo però che cominciammo a parlarne seriamente, come se non fosse un incubo. Parlammo delle rapine in villa, Oscar mi portò dei ritagli di giornale dai quali si vedeva e si capiva quello che facevano, come si comportavano. Albanesi, rumeni. Disperati, ma lucidi. Non si riuscivano a prendere. Lavorano qui in zona, mi disse. Se lo vuoi fare davvero, dobbiamo farlo ora. Così daranno la colpa a loro, e nessuno penserà ad altro.
Dobbiamo farlo. Disse così.
E io dissi sì, dobbiamo farlo. Questo è certo.
Oggi che sto qui a scriverti, papà, è quella che mi sembra la cosa più assurda e incredibile. Che fosse tutto così chiaro, certo. Inevitabile.
Che fosse l’unica cosa da fare.
Ho letto tanto, sai, sugli effetti di quella roba. Di come da soli la vodka o il fumo e le pasticche facciano danni, ma che comportino soprattutto uno stato di incoscienza. Messi insieme, invece, no. Soprattutto se quello che c’era in quelle pillolette bianche non era poi così facile a sapersi. Quello che posso dirti oggi è che sul momento tutto era limpido come il cielo a maggio. Si doveva fare. Certo che sì.
Sono contenta di scriverti, papà. Magari non te la manderò mai questa lettera, te l’ho già detto; ma sono contenta lo stesso, perché queste cose non te le potrei mai dire guardandoti negli occhi. Ammesso e non concesso che, nonostante quello che hai detto nell’intervista, negli occhi mi guarderai mai più.
I coltelli li procurò lui, Oscar. Ma glielo ordinai io, naturalmente. Lui non faceva niente, se non glielo dicevo io. Li portò naturalmente di pomeriggio, uscimmo fuori per respirare un po’ di nebbia e lui tirò fuori questo strofinaccio, un lungo pezzo di tela. Non c’era sole, ma scintillarono lo stesso. Li guardava sorridendo ebete, come se li avesse fatti lui stesso. «Belli, eh?» mi ripeteva. Come fossero due cuccioli di cane. Belli, sì.
Mi ricordo tutto così, a immagini singole, come fosse un terribile album di fotografie. Non ricordo suoni o sensazioni. Non ricordo la strada per arrivare, né quella per andare via.
Ricordo che era pomeriggio, naturalmente. Quasi sera. Che avevamo tirato una pietra al lampione, e quindi la strada era al buio. Ricordo il vetro rotto, che spaccammo per fingere.
Ricordo Oscar che scuote la testa, seduto a terra, guardandosi le mani.
Ricordo che gli dico di alzarsi. Ricordo Giulio nella vasca. Ricordo mamma.
Ricordo mamma, papà. Me la ricordo prima e dopo.
Ma non ricordo se mi disse qualcosa. Non ricordo. Me l’hanno chiesto tante volte, e glielo avrei detto; o lo scriverei adesso a te. Ma non mi ricordo.
Ero fatta, papà. Ed era pomeriggio. Il pomeriggio è terribile, te l’ho detto. Avevo tanta rabbia, dentro. In ogni minuto della mia vita, stordita o no, avevo rabbia. La rabbia si è spenta in quello stesso momento, papà. È sparita, si è dissolta. Sai quando stai male, e ti passa? Quando non riesci nemmeno a ricordare che cosa hai avuto? Io mi sento così, adesso.
Mi hanno fatto vedere le fotografie centomila volte. Mi hanno chiesto di raccontare, di ricostruire. Mi hanno ripetuto le stesse domande, ma io non potevo contraddirmi perché fin dall’inizio, fin da quando hanno capito che non erano stati gli albanesi, ho detto la verità.
I corpi nelle foto non sono Giulio e mamma. Sono pezzi di carne presi in una macelleria. Giulio è un bambino vivace, no? Salta, corre, ride, rompe le palle. Non può essere quell’agnellino sgozzato in una vasca da bagno. E mamma? Mamma è calda, viva, dolcissima. Non è quell’ammasso rosso su quel lenzuolo intriso.
Ti chiederei perdono, se solo mi ricordassi, papà. Piangerei e urlerei, morirei anch’io se sapessi che cos’è successo in realtà. Ma non mi ricordo. Non mi ricordo niente.
In quell’intervista, quando ti hanno chiesto com’era possibile che mi pagassi comunque gli avvocati, che volessi comunque tirarmi fuori di qui, hai risposto: «Che dovrei fare? È la mia bambina. È tutta la famiglia che mi è rimasta».
Io non so se sono la tua bambina, papà. Non so se lo sono più, se lo sono mai stata. Ma una cosa te la posso dire: io non c’ero, quando è successo. Perché altrimenti mi ricorderei, ti pare? Io non c’ero.
Non ci sono mai, di pomeriggio.