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maurizio de giovanni

concerto per una gatta morta (it)

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Randy (viola)
Sono arrivata a odiarla. Gli amici mi dicono senti, fregatene, ma che t’importa, vivi la tua vita e basta. Ma come si fa, avendola davanti ogni singolo giorno?
Eppure all’inizio eravamo amiche, amiche davvero, almeno così mi sembrava. Prima di tutto, la stessa lingua. Sì, perché si ha un bel dire che oggi l’inglese lo parlano tutti, ma si vede che devono tradurre nella testa prima di parlare. Io e lei, invece, anche se veniamo da due parti del mondo diverse, almeno in quella lingua pensavamo.
Siccome in questa città gli abitanti sono pochissimi e gli studenti sono migliaia, l’aria che si respira è quella del divertimento sfrenato. I ragazzi si dividono in due parti: quelli che sono qui per studiare o per campare un po’ meglio e quelli che sono qui per prendere un po’ per il culo mamma e papà che hanno i soldi, fingendo di studiare e invece sballandosi alla grandissima. Io avevo messo in atto una lunga manovra con Mami e Papi, dicendo che sì, l’Italia, vuoi mettere, la culla della cultura e della civiltà. E invece su internet avevo capito perfettamente come funzionava, e infatti. Poi una volta arrivata qui, appunto, mi serviva una brava ragazza con cui mettere su casa, una di quelle che dai, Mami, ma ti pare che con una così in casa mi metto a fare la bella vita? Ma guardala, pare una suora. E poi, che cavolo, è inglese! Da quando in qua gli inglesi si danno da fare?
Il pezzo forte è stato quando ci siamo messi in comunicazione Skype con la madre, e là, sorpresa delle sorprese: è nera! Incredibile, la Gatta Morta è bianca in tutto e per tutto, sì, ha gli occhi scuri e i capelli neri, ma insomma, figlia di una nera! Il padre è bianco come il latte, pare, ma la madre è nera come il carbone. Ora, Mami e Papi sono democratici ed è pure l’epoca di Obama. Praticamente, la perfezione.
Così la mamma se n’è andata felice, dopo aver comprato tovaglie e lenzuola e utensili che non userò mai, e io ho detto be’, ciao, bella, e ho cominciato a guardare in giro se c’erano ragazzi carini e cacchio se ce n’erano. Poi però ne ho caricato uno, ma arrivati a casa lei mi fa «Scusa, mi dispiace ma non erano questi i patti». «Che cazzo vuol dire, non erano questi i patti?» «Maschi in casa no» mi fa. «Sai, ho il numero di tua madre. Non mi costringere a chiamarla.»
Con quella bocca che sembra il culo di una gallina, quella faccia da maestrina. «Guarda che è solo un mio amico, ed è qua per studiare» faccio. «Alle undici di sera?» mi fa e addirittura inarca il sopracciglio. Fottuta inglese.
Allora io me lo porto fuori, il tizio, ma me lo segno. Oh, se me lo segno.
Woody (primo violino)
La bionda è la fine del mondo, ve lo dico io. Proprio la fine del mondo.
È americana, di non so quale città. Io in genere le americane non le guardo, sono cafone e con la puzza sotto al naso, capirai, la polizia del mondo, comandano loro, sono ricchi eccetera. Ma questa, dio santo, fa girare gli occhi. Lavora part time nel pub di Colin, il musicista, sapete, quello del sassofono. Non credo che le servano i soldi, penso che le piaccia girare per i tavolini coi bicchieri in mano mentre tutti le guardano il culo. Io sono nero e non ho un centesimo, ma Colin mi consente di gettare la spazzatura e quando è il caso di gettare pure quelli strafatti che si addormentano a bocca spalancata sui divanetti, la bava schifosa che gli scende dalla bocca, e puntualmente vomitano nel vicolo mentre cercano, una volta che li ho messi col culo a terra, di capire dove sono e qual è il loro nome. Una volta che la birra gira veloce c’è pure qualcuna che si fa dare una ripassata sul retro, attirata dai miei muscoli neri che guizzano sotto la maglietta e dalla storia che noi ce l’abbiamo più grosso. Ma sono cose così, e quasi sempre sono quelle brutte che nessuno vuole, e che sono qui per divertirsi.
La bionda invece è proprio la fine del mondo. Lei sì che ad andarci in giro si fa un figurone, ve lo dico io.
Peccato che da un po’ viene a prenderla un tizio, un italiano alto, biondo e con gli occhiali, da non credere. Meglio gravitarle attorno, però; a quelle così si avvicinano i belli e le belle, è un fatto gravitazionale.
Prima o poi, qualcosa la raccatto.
Lele (violoncello)
A mio padre non l’ho raccontato di Randy, nelle telefonate della sera. Lui ha le antenne, e sicuramente riconoscerebbe una variazione del tono della voce, un’esitazione o chissà che e mi sgamerebbe. Già sono sotto sorveglianza perché sono indietro di due esami, uno e mezzo per la verità ma non credo di riuscire a dare Meccanica questo semestre, e lui minaccia di stringere i fondi. Lo stronzo.
Quindi meglio non dirgli che ne ho trovata una che è uno sballo, la fine del mondo, e pure americana. Come minimo crederebbe che mi sono messo a festeggiare la laurea un paio d’anni in anticipo, e che cerco di procurarmi le occasioni per non studiare. Inutile dire a mio padre che è la più bella ragazza dell’universo. Inutile ricordargli che sarà stato ragazzo pure lui, e che l’ingegneria non è l’unica maniera di passare il tempo che c’è nel mondo.
Comunque Randy mi piace da morire. L’ideale sarebbe che abitasse da sola, così si potrebbe fare qualche bella festicciola come la fanno gli altri, fumando un po’ e poi facendosi una bella scopatona di quelle epiche. Il mio compagno di stanza mi racconta che ci sono dei posti, qui in città, dove si fanno cose in tre, quattro e addirittura cinque; e che ci sono santarelline che invece, una volta in camera, dimostrano un chilometraggio che nemmeno un taxi di terza generazione. Sono sicuro che Randy, lasciata a se stessa, sarebbe un vero terremoto. Invece abita con una tizia che è veramente una palla atomica, una che pensa solo a studiare, che non ha mai visto un pisello nemmeno in una zuppa. E Randy mi ha detto che nemmeno può cacciarla a calci nel culo, o anche pregarla di farsi i fatti suoi, ché ha il numero della mamma e se l’avverte triplice fischio e fine dalla permanenza in Italia, per lei. E fortuna che i genitori di Randy sono democratici, e che mio padre vota per il PD.
Non c’è nessuno più conservatore di un progressista, porca miseria.
Colin (secondo violino)
Ho aperto un locale quando ho capito che per sentire il mio sax la gente avrebbe pagato volentieri pure una cena. La conosco bene, questa città: meglio ancora di chi ci è nato. E sapete perché? Perché io l’annuso. Ne sento gli odori e percepisco tutte le città che ci sono sotto la città, dietro l’operosa ipocrita facciata che si vede di giorno, attorno agli edifici dell’università e dentro le aule.
Sono vent’anni che abito qui. Sono arrivato che ero peggio di Woody, il mio lavorante, quello che butta i sacchi pieni di spazzatura e credendo che non lo sappia si sbatte qualche ubriaca nel retro. Io lo lascio fare, è un servizio in più che fornisce il locale e che mi procura clientela. Io la conosco, la città. Ora però il padrone sono io, e metto a frutto le conoscenze che ho. Il sax serve solo come facciata, l’importante è la gente che gira qui e il movimento di roba che c’è. È con la roba che si guadagna, sapete. Niente che ammazzi, per carità, nessuno vuole un morto che attiri attenzione, polizia e giornalisti e che non faccia fare più affari. Serve solo folla. Nella folla si può fare quello che si vuole, si possono mischiare e rimischiare le carte e far girare quello che serve.
Certo, bisogna reclutare gente in gamba. Per esempio, la bionda americana. Lei sì che è svelta di gambe e di testa; e poi ha un’aria così ingenua che mai si penserebbe che può essere una centrale di smistamento.
Quando le proposi di fare affari capì subito, infatti. E disse subito di sì. Io le chiarii che per la facciata sarebbe stato meglio se fosse venuta a lavorare qui, così per far vedere e per avere l’occasione di fare rifornimento e poi di piazzare le dosi ai ragazzini che vendono, nelle aule e nei giardini, un po’ di sogni a basso prezzo.
Le ho chiarito che deve mantenere un profilo basso. Che non deve attirare l’attenzione. Ho voluto vedere dove vive, e con chi. Lei ha sorriso, con quel bel sorriso ingenuo, e mi ha portato a casa sua. Io ho conosciuto la coinquilina, e ho tirato un bel sospiro di sollievo.
Ragazzi, vive in pratica con una mezza suora. Nemmeno riusciva a guardarmi in faccia, la tizia. E ci credereste? Mi chiamava «signore». Signore. Come Gesù Cristo.
Randy mi ha raccontato che è una sorella, anche se ha la pelle bianca. La madre pare sia nera. Perfetto. Nessuno se la prende coi neri, no? È antidemocratico. Bene. Quella casetta sotto la strada, dove Randy abita con la mezza monaca, è la centrale di smistamento perfetta. Meglio tenerla là, la roba: nel locale non si sta sicuri, nemmeno pagando la mazzetta alla polizia.
Adesso testerò un po’ Randy, poi aumenterò il giro un po’ alla volta.
Io la città l’annuso, sapete. E ho il naso fino.
Woody (primo violino)
Della serie: cose incredibili. L’americana si è accorta di me, e addirittura mi ha invitato a casa sua! Non ci credete? Be’, nemmeno io. Però l’ha fatto. Ieri sera al lavoro, nel pieno della bolgia, sono entrate due che hanno chiesto un tavolo. Figurarsi: a quell’ora nemmeno posti al banco, un tavolo è una chimera. Gliel’ho detto, peccato, una non era nemmeno malvagia, niente di che, una topolina insomma, ma era di quelle che nascondono il fuoco dentro, io a forza di andare con quelle che nessun altro vuole ho imparato a distinguere le espressioni. E a capire che la gente in realtà, soprattutto le donne, raramente in privato sono come si mostrano in pubblico.
Be’, mentre sospirando stavano per andarsene, non arriva l’americana con un sorriso da un orecchio all’altro, ciao, come stai, che bella sorpresa, come mai qui? E la ragazza anonima le presenta l’altra, un cesso senza remissione, le dice che avevano appena finito di studiare e allora volevano mangiare qualcosa, ma se non c’era posto... Ma che dici? Il posto te lo trovo io!, dice l’americana. Io provo a dirle che di posti non ce n’è, e che nulla fa incazzare Colin quanto il personale che fa di testa sua, ma quella che fa? Ci va lei, da Colin. E sembra addirittura imperiosa con lui, da lontano. Insomma, i posti vengono fuori. E Colin mi chiama e dice: «Senti un po’, negro» (mi chiama così, come se lui fosse bianco), «datti da fare con la ragazzina, lì. Non le saltare addosso, ma cerca di piacerle. Bisogna ammorbidirla un po’, se no la povera Randy campa male a casa sua».
Io penso che Colin se la scopi, Randy, e che l’italiano con gli occhiali abbia un paio di corna niente male.
Mi metto al tavolino delle due tizie, e sorrido.
Lele (violoncello)
Io proprio non riesco a capire come mai Randy continui a voler vivere insieme alla Gatta Morta. Tra l’altro in quella casa c’è un andirivieni costante, gente che entra e esce in continuazione proprio quando c’è la mia ragazza, tanto che a un certo punto pensavo male, ma poi mi sono reso conto che si tratta solo di consegne periodiche che lei si presta a fare per conto di Colin, il suo capo.
Certo che è una bella rottura di palle, a pensarci bene. Potremmo trovarci un posto insieme, tanto tutti e due paghiamo la nostra quota, non ci sarebbe nessun problema. Da un altro punto di vista però è meglio: almeno così riesco a mettere in fila un paio di capitoli del libro di Meccanica al giorno. Se ci fosse lei, non ci riuscirei.
Randy (viola)
Insomma, di questa maledetta Gatta Morta non posso fare a meno, a quanto pare. Colin è stato chiaro, è la copertura perfetta. Sembra addirittura che il padre, che è bianco, sia amico personale del questore al quale abbia raccomandato attenzione. Secondo Colin questo comporta la piena tranquillità nel giro della merce, figurarsi se si mettono a controllare proprio la casa dove abitiamo noi che peraltro è perfetta, indipendente, vicino alla strada ma non visibile per chi passa eccetera. Il locale invece è sotto stretta sorveglianza, da quanto ha saputo dai poliziotti che prendono la mazzetta.
Però io davvero non ce la faccio più, con quella. Mi giudica. Mi giudica costantemente, con quelle labbra strette, quello sguardo storto, quegli occhiali da vecchia che ha. Ho pensato che sarebbe meglio per tutti se per una volta si sentisse, che so, desiderata, guardata da qualcuno. E quando l’ho vista entrare nel pub mi è venuto in mente Woody, l’inserviente. Quello non va per il sottile, prende quello che gli capita. Ho fatto due più due e ho pensato: perché no?
L’ho fatta accomodare a un tavolino, ho spiegato rapidamente a Colin l’idea e lui ha detto ma sì, magari così abbiamo campo più libero.
Mi pare che la cosa abbia funzionato. Ora sto pensando a organizzare una festicciola, e facciamo venire pure Woody. Così le insegna un po’ la vita.
Colin (secondo violino)
Spero proprio che l’americana non combini guai.
È la prima volta che mi devo fidare di qualcuno, venendo meno al caro, vecchio principio di fare tutto da solo. Ma il giro ormai è diventato troppo grosso, è difficile cavarsela solo distribuendo qualche mazzetta qua e là. Il pub è sottoposto a sorveglianza stretta, addirittura un paio di vigili urbani hanno preferito cambiare il giro pur di non farsi vedere da queste parti. Sarò diventato paranoico, ma mi è parso pure che ci sia una strana macchina blu posteggiata qui fuori troppo spesso.
Il problema è lo smistamento della roba. L’americana dice che ha trovato un piccolo vano in cucina, forse una vecchia rientranza del muro mal chiusa, che è perfetta per nascondere il pacco grosso. Poi ci pensa lei a distribuire ai singoli spacciatori, un paio di giorni al mese di movimento, a ore fissate. Niente di difficile, insomma. Ma era meglio, molto meglio se potevo pensarci io.
Era meglio non doversi fidare di nessuno.
Lele (violoncello) e Woody (primo violino)
Ci conoscevamo di vista, ma non avevamo mai parlato. Apparteniamo a universi paralleli, tutti e due qui in questa città di ragazzi, ma giriamo su orbite diverse, uno bianco, ricco e italiano e l’altro nero, povero e di un paese africano senza nome e senza destino. Eppure ci ritroviamo insieme qui, alla festicciola organizzata da Randy. Pensavamo entrambi che ci fosse più gente e invece siamo solo in quattro, noi due, l’americana e la Gatta Morta.
L’atmosfera è un po’ imbarazzante, per la verità. Tra le due ragazze non c’è complicità. Anzi, si scrutano con un po’ di freddezza. Per qualche motivo Randy cerca di coinvolgere la Gatta Morta, ha messo un po’ di musica e sta facendo girare i bicchieri.
Ci accorgiamo entrambi che ha messo roba nel drink della Gatta Morta. Ci guardiamo, ma non sapendo che cosa ha in mente ce ne stiamo zitti.
Randy è una che si sa divertire. Qualsiasi cosa abbia in mente, andrà bene.
Randy (viola)
Non va bene. Non va affatto bene.
Proprio stamattina, con la festa già organizzata, la Gatta Morta mi guardava ancora peggio del solito. Io non ce l’ho fatta più a ignorarla, e le ho chiesto cosa accidenti volesse da me. Lei, senza una parola, si è alzata ed è andata in cucina. Ha spostato il mobiletto ed è rimasta là, ferma, a fissarmi senza espressione. C’era il buco e c’era il pacco grande.
Dopo essersene stata zitta per qualche minuto ha parlato, con quell’accento cockney di merda e quella bocca che sembra il culo di una gallina, e mi ha detto: io non voglio sapere che cosa sia e di chi sia questo pacco, ma so che non voglio averci niente a che fare. Per cui o sparisce subito, o mi vedo costretta a telefonare a mio padre spiegandogli tutto.
Mi vedo costretta. Ma che cazzo di modo di parlare è quello? E poi, chi accidenti ti costringe? Non puoi semplicemente farti i dannati fatti tuoi?
Le ho spiegato che si trattava di qualcosa che un amico mi aveva chiesto di conservare, e che glielo avrei detto. Non mi ha nemmeno risposto e se n’è tornata in camera sua.
A quel punto dovevo decidere se farla lo stesso, la festa. Ho pensato che magari si ammorbidiva, ma non è stato così. In previsione ho preso un po’ di polverina e gliel’ho messa nel bicchiere. Io non posso certo consentire a questa stronza di rovinarmi la vita, no? E nemmeno posso fare in modo di essere l’unica che in qualche modo poteva farla stare zitta.
Meglio invitare gente. Non vi pare?
Woody (primo violino)
Non capisco se si scopa o no, stasera. Il clima è strano, io e l’italiano ci guardiamo meravigliati. C’è la musica, il vino, sicuramente anche un po’ di roba, ma le due donne continuano a fissarsi in faccia come due tigri pronte a saltarsi addosso.
Io ho bevuto un po’ troppo, mi fa male la pancia.
La tizia con gli occhiali si regge al bordo del tavolo. Io provo ad avvicinarmi, mi strofino un po’ ma la sento passiva. Randy mi dice dai, portala di là, mettila a letto. Magari spogliala.
Io lo faccio, ma è troppo passiva. Tra un po’ si addormenta. Mi fa male la pancia, ancora di più. Vado in bagno a cagare.
Esco solo quando sento il casino.
Lele (violoncello)
Il nero va in bagno. Io non capisco quello che sta succedendo, Randy si muove svelta, va nella stanza della Gatta Morta che dorme a bocca aperta in mutande e reggiseno. Io non capisco, francamente, la roba era buona e ci ho bevuto un po’ troppo sopra. La festa mi pare andata in malora, speravo che almeno venisse fuori una scopata in pace in camera di Randy, ma lei mi pare presa da tutt’altro. Mi dice di togliere il reggiseno alla Gatta Morta, e io penso che sia un giochetto nuovo. Lo faccio, armeggiando un po’ col gancetto che non si apre.
Prende un coltello, è uno di quelli di casa mia. La guardo senza capire. Me lo mette in mano, poi indica la gola della Gatta Morta. «Dai, fallo» mi dice. «Ma sei scema?» le rispondo.
Allora lei prende la mia mano e affonda il colpo. Mi pare un sogno.
Comincio a urlare.
Randy (viola)
Io non me la faccio rovinare la vita da te, maledetta. Non ti consento di metterti tra me e i miei sogni, capisci, stronza?
Tutti insieme. Dirò che c’era pure Colin. E alla fine vedremo chi ci rimarrà, con le mani nella marmellata. Vediamo a chi daranno ragione tra due neri, un italiano proprietario del coltello e me. Io sono americana, ricordi? Io vengo dal Paese più grande della Terra.
Staremo a vedere, chi la farà franca.
Maledetta, inutile Gatta Morta.
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